mercoledì 28 marzo 2012

A SPASSO CON NINNI



A spasso con Ninni è il diario molto intimo di Yula, giovane baby-sitter scappata dalla campagna ungherese all’hinterland milanese. L’Italia è da sempre il suo sogno e Ninni il golden retriever che la accompagna nelle battute di caccia all’amore. In un intreccio di porno-fantascienza e di trombate realmente accadute nella storia delle trombate, la narrazione accompagna il lettore attraverso un crescendo di porcate fino all’ovvia, appiccicaticcia esplosione finale. Primo e molto probabilmente ultimo romanzo zozzo di Pietro Scòzzari, il libro non ha grosse aspettative di vincere il Premio Strega.





A spasso con Ninni

Romanzo rosa confetto zozzo



A Ninni,

cane umano,

molto più umano di tanti umani stronzi




Presto da qualche parte (NON Amazon, che lo ha bocciato in quanto considerato troppo zozzo) on-line





VIVA BRASIL!




Viva Brasil!” è un ritratto duro e autentico del Brasile, dove l’autore ha vissuto per oltre quattro anni nell’arco di un ventennio, prima e durante il governo di Lula. Diciotto racconti a cavallo tra follie religiose e follie sessuali, decadenza urbana e miserie umane, con una pennellata di humour e di amore sul tutto. “Viva Brasil!” è il ‘cugino cattivo’ di “Tropico Banana” e di “Brasile, País do Futuro”, gli altri due libri di Pietro Scòzzari dedicati al Paese sudamericano.





Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandonando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in un trance ipnotico, ed esce dalla realtà.
(Pedro Juan Gutiérrez, da Il Re dell’Avana)

Quasi tutti erano visibilmente meticci. Che il paese fosse povero non era una vergogna (nonostante in seguito avrei desiderato che si arricchisse). Supponiamo che fossimo pacifici, affettuosi e puliti. Era inimmaginabile che qualcuno nato qui volesse vivere in un altro paese.
(Caetano Veloso, da Verdade Tropical)

Il Brasile è il paese in cui lo scontro fra natura e ragione, come dice Leopardi, o tra memoria e innocenza, come dico io, mi è parso più evidente... Il paese dove mi è sembrato che questo scontro potesse trovare, non senza sofferenza, la sua soluzione.
(Giuseppe Ungaretti)


Travesti, trabalhador, turista
Solitário, família, casal
Todo mundo tem direito á vida
E todo mundo tem direito igual
(Lenine, da Rua da Passagem - Trânsito)

Eu não gosto do bom gosto
(Adriana Calcanhotto, da Senhas)

Quem gosta de miséria é intelectual
(Cidade Negra, da Voz do excluído - Enquanto o mundo gira)




INDICE


Avviso ai consumatori (introdução)


Parte prima - Foresta, anche senza alberi

Buona domenica
Finché la barca va
La gorda
Foresta di plastica
Daime
Gerusalemme non era in Palestina?

Parte seconda - Tribù

Grazie a chi?
Scimmie
Le Rosse
Una città davvero eclettica
Sem graça
Ho fatto il Brasile

Parte terza - Xibiu (Sezione hardcore - V.M. 18)

Nulla cambia
Irene
Birra volante
Vila Mimosa
L’ora del tè
Saverio, doido demais

Glossario e ‘gergario’




AVVISO AI CONSUMATORI
(Introdução, nonché captatio benevolentiae)


  Ho iniziato a frequentare e amare il Brasile nel 1989, inseguendo le note di Jorge Ben e i libri di Jorge Amado. Da subito, appena sbarcato a Rio de Janeiro, mi misi due fette di apresuntado sugli occhi e, inebriato da quel potente mix di odore di alcol del combustibile per auto, donne di bellezza sovrumana, musica pazzesca, cibi e luoghi esotici, inseguii solo ciò che volevo inseguire: a grande beleza. Per circa vent’anni lavorai gratuitamente come volontario autonominato portabandiera dell’ente del turismo brasiliano, lucidando dichiaratamente tutti gli ori e ignorando le molte magagne del Paese. Mitizzai la povertà, facile operazione intellettuale poco in sintonia con la vita sudata dei più. Da estrangeiro, viaggiando sulle note di Caetano Veloso, volai alto per un ventennio, in parallelo alle presidenze del ridicolo Sarney, del cocainomane Collor, dell’irrilevante Cardoso e, infine, del carismatico, rivoluzionario e illuso Lula. Illuso perché speranzoso di risolvere i profondi problemi del Paese e, soprattutto, perché fiducioso che la corruzione, cancro atavico in Brasile e in molti altri luoghi, non sarebbe appartenuta al suo partito e ai suoi uomini. La cronaca, dopo l’infatuazione da illusione di aver finalmente raggiunto il futuro - dal 1941 il soprannome del Brasile è País do Futuro -, ci racconta il contrario. Lula in galera, Bolsonaro - specie di figlio di Trump e Salvini in salsa tropicale, apparentemente uscito da una brutta barzelletta sui militari o sui gondolieri - al potere: sono tempi bui per il Grande Brasile. La sinistra, esterrefatta, globalmente - U.S.A., Italia, Filippine, Brasile, Ungheria - si interroga: dove abbiamo sbagliato? Possibile che la gente sia così stupida e non veda che ci battiamo per l’eguaglianza sociale, per dare una possibilità a tutti? La risposta della gente, stupida o meno, comunque votante, è puntualmente arrivata. Basta con le chiacchiere, basta con la delinquenza. Basta con il tutti. È l’ora di fare, di mettere mano alle rogne. Come? Attraverso gente che fa - o che almeno dà l’impressione di fare -, i vari Trump, Salvini, Duterte, Bolsonaro del mondo. In nome di Dio, facile complice silenzioso di molti individui inquietanti fin dai tempi di Adamo ed Eva. I nuovi ducetti sono persone che sanno parlare al popolo che lavora e che paga le tasse e che teme l’invasore diverso e che non ne può più dell’illegalità. Con il pugno di ferro, what else? I mariuoli capiscono solo quello, non l’aria fritta da congresso del PD/PT. Non le correnti interne, ma la corrente elettrica. Logica semplice ma efficace che, negli ultimi anni, dopo i buoni e bravi e belli Obama del mondo, ha premiato sempre di più alle urne elettorali, anche se i neoeletti sono kitsch che più kitsch non si può (Berlusconi docet).
  A questo punto, nel mio piccolo, mi rimangono due speranze: che la sinistra mondiale si risvegli dal coma, ritrovi la vista e sappia di nuovo cavalcare le grandi battaglie con più intelligenza e meno ingenuità (per non parlare dei fetidi protagonismi e dell’insopportabile arroganza da poltrona); che la violenza - parlata e applicata - dei neo-ducetti mi smentisca, e cioè che non generi ulteriore violenza. Temo, purtroppo, che non andrà così. La storia, notoriamente, adora ripetersi.
  Ciononostante, ho fiducia nel magico Brasile e, soprattutto, nella sua gente (quella buona). In Tropico Banana (Feltrinelli, 2001) scrissi: il Brasile, in senso positivo, è una droga, prima ancora che un Paese dai confini delimitati. È un luogo dell’anima, un mito idealizzato, uno spazio unico al mondo che ha la capacità di cambiarci, rigenerarci, renderci più allegri e di godere al meglio, se lo vogliamo, ciò che di buono la vita ha da offrirci. Dopo avervi messo piede la prima volta, di solito, non possiamo più farne a meno: dà assuefazione. Lo imporrei - assieme all’India, altro luogo dell’anima - a qualunque cittadino del primo mondo, specie se in terapia contro la depressione, quale tappa obbligatoria per la crescita/revisione mentale.


  Viva Brasil! è un collage di diciotto racconti e reportage di viaggio, scritti nel corso di molti anni - prima e durante il governo di Lula - , con ritmi narrativi e linguaggi differenti, macinati in un unico polpettone di parole apparentemente senza capo né coda. Così come il Brasile è un frullato di realtà diversissime tra loro. ‘Cugino cattivo’ dei miei libri precedentemente pubblicati sul grande Paese sudamericano, ne racconta follie religiose e follie sessuali, decadenza urbana e miserie umane, con una pennellata di humour e di amore (non sempre evidente, ma non per questo assente) sul tutto.
  Un avviso ai lettori brasiliani nazionalisti (tutti), quelli che si incollano al televisore appena c’è la seleção; a quelli che passano il tempo a lamentarsi del proprio Paese, ma che prendono fuoco, issando bandiere e barricate, non appena uno straniero osa fare altrettanto (il diritto di cronaca e di critica, credo, appartiene a tutti): per favore, non storcete il naso più di tanto se, nei miei racconti, maltratto il vostro a/dorato Paese. Io parlo male solo di ciò che amo (ciò che odio semplicemente lo ignoro), forse per l’utopia missionaria di cercare di migliorare ciò che già ha tesori. Sconfiggere il marcio, parlandone, per trasformare tutto in tesoro. In altre parole, lettori brasileiros, anche se vi potrà vagamente sfiorare l’anticamera del cervello che io sia l’ennesimo giornalista del primeiro mundo prevenuto, che ama dipingere il Brasile a suon di meninos de rua e favelas e piranhas - soggetti di cui sono inzuppati, innanzitutto, la vostra quotidianità, i vostri giornali e tv e libri e cinema; soggetti che vi hanno portato all’ultimo responso elettorale -, sappiate che non avete capito un bel nada. Io amo il Brasile. Se possibile, più di voi.
  I fatti narrati sono veri. Per evitare che qualche malintenzionato permaloso mi venga a suonare il campanello, ho cambiato i nomi di alcune persone. I campanelli, oggigiorno, costano.




 Il testo integrale del libro su:




CUORE PAZZO






CUORE PAZZO
Sistole in movimento



Perché

Uno - No money, no honey
Due - Amore familiare
Tre - Amore proibito
Quattro - Caccole di passione
Cinque - Luna di miele
Sei - Modelle e tucani
Sette - Irene
Otto - Catena di montaggio
Nove - Wolf
Dieci - Urla boscimane
Undici - Succhiaseppie



Glossario e ‘gergario’





Perché


  Fino a qualche anno fa ero un essere umano normale. Mi innamoravo a ogni morte di papa, venivo travolto dagli eventi, ne uscivo a pezzettini, ricominciavo daccapo. Come tutti, più o meno.
  Negli ultimi anni le cose sono cambiate. Sarà che i compleanni si accumulano, che ho passato troppo tempo in Brasile - terra in cui cinque sensi non bastano -, oppure che sono stato plagiato da una cara zia che vive di pane e sentimento. Comunque siano andate le cose, la dura realtà odierna è che sto vivendo una vita da Harmony®. Mi innamoro mediamente tre volte al dì, dopo i pasti. Con tutte le conseguenze del caso, solitamente disastrose. Spero che prima o poi mi passi, forse riuscirò ad avere una vita più tranquilla e felice. Per il momento, però, mi basta un battito di ciglia, un ancheggiamento più roteante della media, una pelle con sfumature vagamente fuori dalla tavolozza italiana standard. Ed ecco che perdo la testa. Più passa il tempo più vengo calamitato dalle donne esotiche, quelle di casa mia mi perdoneranno (non ho preconcetti in materia). Dev’essere perché sono esterofilo da sempre: se una gentildonna ha un taglio di occhi non omologato, un braccino storto, parla una lingua marziana e\o è gialla\verde\viola, comincio a viaggiare con la mente. Il cuore mi balla un samba, la sudorazione si apre come un rubinetto spannato, sento che gli occhi mi diventano liquidi e promettono cose sozze. Non ci posso fare nulla, è più forte di me. Sono un abatantuono contro il mio volere.
  Per mettere nero su bianco tutto ciò, e non dimenticarmi certe cosine quando la demenza senile mi avrà abbattuto, ecco questo mio Cuore pazzo (in origine matto, ma poi qualche amico specializzato in canzoncine nazional-popolari mi ha ricordato che gli avvocati costano), diario di memorie di diversi anni registrate in tre continenti, seguendo le montagne russe delle mie sistole & diastole. Undici racconti ambientati in una decina di paesi nell’arco di una ventina d’anni. Alcuni già pubblicati, altri inediti.
  Se appartenete a quella razza di lettori che ama catalogare tutto, vi facilito il compito preannunciandovi che tra le mani avete un libro dedicato al turismo sensuale. Nuova categoria, l’ho varata in questo momento, che ha come ingredienti di base un cuore estremamente sensibile al fascino femminile e un’ampia collezione di biglietti aerei.

  Spero che, oltre a farvi quattro risate, a fine lettura vi permetterà di darmi qualche saggio consiglio su come darmi una calmata. Prima che un infarto mi separi.




Grazie Gino!!!




VITA DA TOUBAB



Questo appartiene a un genere letterario più unico che raro: il libro-aborto. Nato-mai nato sull’orma del successo di Tropico Banana, lo proposi a Feltrinelli, ma il padre-padrone dell’Azienda era stizzito per aver tradito Fidel (Tropico Banana lo aveva voluto la sua somma editor, Valeria Raimondi, donna di buon gusto e di buone letture, ma la lettura approfondita del libro era sfuggita a Carlo Feltrinelli: con tutto quello che pubblicava mica poteva leggere tutto; una volta pubblicato, il dado era stato tratto, ma la coscienza politica ne risentì, e così le scelte editoriali a seguire). Dirottai la proposta su EDT, allora piccolo editore torinese che stava iniziando a fatturare cifre serie dopo aver vinto la lotteria (acquisito i diritti per la traduzione in italiano delle guide Lonely Planet). La casa editrice pubblica(va) un figlio minore, la collana Orme, dedicata alla scrittura di viaggio. Giuliana Martinat, donna di buon gusto e di buone letture, somma editor in chief acquistò al volo le mie cronache senegalesi. L’editore mi pagò l’anticipo pattuito e, addirittura, mi spedì a Gubbio a pre-presentare il libro ai venditori che, una volta stampato, lo avrebbero dovuto spacciare ai librai. Con tanto di prova di stampa della copertina.
I mesi passarono, il libro non usciva. Dal Brasile inviavo e-mail ricche di ? all’editor, seguite da inquietanti silenzi. Un brutto giorno, finalmente, si degnarono di rispondere:

Gentile Pietro,
mi scuso molto per averla fatta attendere.
Le riassumo brevemente le motivazioni che hanno portato EDT a non pubblicare “Vita da Toubab”.
Il suo testo è stato visionato dall’editore prima di andare in stampa, come del resto accade a molti testi, ed è stato allora che il suo lavoro è stato fermato e considerato non in linea con la collana.
L’editore ha sottolineato la fragilità dell’impianto narrativo e ha trovato il testo poco soddisfacente sul piano della scrittura e dei contenuti, con troppe situazioni ripetute e di poco interesse e descritte, a suo giudizio, con tratti a volte obbiettivamente razzistici e con un linguaggio datato.
EDT considera dunque nullo il contratto con lei precedentemente stipulato e le concede ampia liberatoria a pubblicare il suo libro con altro editore.
Le auguro una migliore fortuna per il suo lavoro e le porgo i miei più cordiali saluti.
Cristina Enrico


Cristina o Enrico? In ogni caso: mi dovevo essere sbagliato. Fino a quel giorno avevo pensato che gli/le editor, in una casa editrice, fossero stipendiati per prendere in considerazione le proposte di pubblicazione, leggerle, promuoverle o respingerle, a nome dell’editore (la –e finale è piccola ma fa una GRANDE differenza). E che, una volta stipulato un contratto, questo valesse. Non avevo preso in considerazione che le case editrici, anche quelle piccole,  funzionassero a compartimenti stagni, a comunicazione zero fra un reparto e l’altro. Per pura curiosità da serva, avrei voluto vedere quali casini orrendi scoppiarono all’EDT, quando l’editore Peruccio, un quarto d’ora prima di accendere le rotative, si degnò finalmente di leggere il libro. L’unico dispiacere da parte mia, in tutta questa avventura, è la lavata di testa che la brava Martinat deve aver subito per mantenere scrivania e stipendio. Editoria italiana, gran brutta bestia.





VITA DA TOUBAB

dal Senegal alla Guinea-Bissau in taxi-brousse


Introduzione

Dakar, bienvenue
Gorée, dov’è la festa?
Taxi-brousse I: Dakar-Saint-Louis
Saint-Louis
Taxi-brousse II: Saint-Louis-Kaolack
Kaolack, ovvero i bastioni di Orione
Taxi-brousse III: Kaolack-Ziguinchor
Ziguinchor
Taxi-brousse IV: Ziguinchor-Bissau
Bissau, città fantasma
Taxi-brousse V: Bissau-Ziguinchor
Casamance
Taxi-brousse VI: Ziguinchor-Kafountine
Kafountine
Taxi-brousse VII: Kafountine-Rufisque
Dakar, capolinea

Glossario e ‘gergario’



Trovate il libro su Amazon
versione cartacea:



TROPICO BANANA





TROPICO BANANA

Italianos da Cuba al Brasile







Una premessa
(sono passati vent’anni)
  
Pubblicato per la prima volta nel 2001 (seguendo il piccolo successo dell’Isterico a metano), questo libro - letto oggi - va preso con le dovute pinze da caminetto: con spirito da cacciatore di tesori nei mercatini di materiale vintage. Su questo affollato pianeta nell’ultimo ventennio di cosine ne sono successe mica poche, e così è stato per Cuba e per il Brasile. Castro e Amado non ci sono più, sono arrivati Lula e, ahimè, Bolsonaro. Nella quotidianità dei due paesi sono cambiate un’infinità di piccole cose, altre sono rimaste identiche. Se conoscete Cuba e Brasile noterete un certo spirito da modernariato aleggiare qua e là fra le pagine a seguire; se non li conoscete potrete assaporare svariati vizi e virtù di quelle latitudini anche senza investire in biglietti d’aereo (non sono bei tempi per trasportarsi di qua e di là). Molto, rispetto al testo del 2001, è stato cassato perché non aveva più ragione di esistere. L’accetta, in particolare, ha lavorato contro quelle parti obsolete, noiose, quasi filosofiche o da reportage che non amo più. In cambio della muffa, ho aggiunto qualche testo giudicato troppo hardcore (non da me) durante il primo editing e che poi ha trovato seconda vita su altri libri (L’importante è muoversi, Hai fatto il mondo?, Viva Brasil!).


Inoltre, un po’ di dietro-le-quinte: Tropico Banana edito da Feltrinelli vendette abbastanza bene. Non senza orgoglio, lo trovai citato più volte come libro consigliato nella top ten (mi scuso per la bestemmia in lingua aliena) dei testi migliori su questi due paesi, a braccetto con opere di Autori ben più quotati e blasonati. Una breve parte del testo fu adattata per il teatro, altre furono riprese da Importanti Riviste di Giornalismo dedicate all’America Latina. Grazie al libro conobbi una serie di scrittori, attori, giornalisti, nuovi amici e pure un paio di amanti (come saggiamente mi consigliò il mio amico-filosofo urbano Andrea: «Vai alle presentazioni del libro, non fare lo stupidino timido. Servono. E poi, male che vada, anche se il libro non vende, trombi»). A un festival della letteratura a Cuneo una maestrina delle scuole elementari, in visita con i bambini, mi chiese di che cosa parlasse il mio libro, platea il suo battaglione di esserini in miniatura. «Ehm…», dissi (cercando vie di fuga), «Si tratta di un libro di… viaggio. Al caldo, dove ci sono le palme». Sempre grazie al libro, sbafai gratis a innumerevoli tavoli di ristorante, fra una presentazione e l’altra.
  In casa Feltrinelli Tropico Banana lo aveva voluto la somma editor, Valeria Raimondi, donna di buon gusto e di buone letture, boss-a della gloriosa collana Traveller. La lettura approfondita del manoscritto, però, era sfuggita a Carlo Feltrinelli: con tutto quello che pubblicava, il Capo Supremo mica poteva leggere tutto. Una volta pubblicato, il dado era stato tratto, gli alberi abbattuti e l’inchiostro versato, ma la coscienza politica ne risentì. Il padre-padrone dell’Azienda, dopo averlo finalmente letto, si stizzì per aver inconsapevolmente tradito l’amico Fidel, e così le scelte editoriali a seguire riguardanti la mia personcina presero un’altra piega (il mio libro successivo, Vita da Toubab, dedicato al Senegal e scritto apposta per Feltrinelli, non fu pubblicato).

Buona lettura!

Pietro Scòzzari
Okinawa, agosto 2021

  
 
  
Introduzione
  
Tropico Banana è una canzone demenziale dei Chiclete com Banana, band che fa musica carnevalesca (ma non solo) niente male, di Salvador de Bahia, Brasile. È anche uno dei leitmotiv di Angeli, forse il miglior vignettista brasiliano: paulista di origine italiana, ha disegnato storie memorabili tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta su Chiclete com Banana (a fantasia di nomi i ragazzi sono solo apparentemente limitati), rivista di fumetti underground fino a qualche anno fa straletta e amata dalla suburra più coatta, illuminata e metropolitana del Brasile, oltre che da me. Un po’ il Frigidaire brasiliano, evaporato nel panorama editoriale come quest’ultimo, Chiclete com Banana ha dato voce alle menti più folli della scrittura e del disegno, non solo satirici, di quel Paese Dorato.
  Nelle vicende dei tanti personaggi di Angeli, oggi in parte trasmigrati su Internet o su alcuni quotidiani - Os Skrotinhos, gemelli sporcaccioni che aprono bocca solo per dire maialate; Bob Cuspe, tardo-punk che sputa sonori scaracchi in faccia a ciò che odia (tutto e tutti); Rê Bordosa, sbevazzona bukowskiana; Walter Ego, narciso intellettualoide che passa la vita a dialogare con lo specchio in bagno; Bibelô, classico macho cafone, tutto fischi alle bunde di passaggio, stuzzicadenti fra gli incisivi e grattate alle parti basse; Rhalah Rikota, guru finto-indiano che pensa solo all’intimo donna delle discepole e alla pienezza del suo stomaco -, uno dei motivi ricorrenti è spesso quello di appartenere tutti, sebbene attori di un presepio metropolitano, a un immaginario Tropico Banana: un grande paese immaginario vittima dello sfruttamento, prima di tutto economico, poi anche sessual-vacanziero, dei potenti del mondo (multinazionali straniere e ricchi fazendeiros locali in prima linea). Un po’ una Repubblica delle Banane, la stessa di cui Woody Allen si elegge presidente rivoluzionario e che fluttua come spauracchio fra le menti latinoamericane più attente di ciò che non vorrebbero fosse il loro paese.
  Gli italiani, di certo, hanno una forte responsabilità nel contribuire all’effettiva esistenza di questa repubblica immaginaria: sia in America Latina, dove le affinità culturali e linguistiche sono maggiori, sia nel resto del “terzo mondo”, dove l’arroganza da membro del G8 e il business invadente dei tour operator la dicono lunga sul processo di omologazione globale, a Nostra Santa Immagine & Somiglianza.
  Da qui il sottotitolo, Italianos da Cuba al Brasile. I due paesi non sono stati scelti perché più “bananiferi” di altri (fate un salto nel Salvador o nel Paraguay, o magari anche solo a San Marino, e di banane ne vedrete a pacchi), ma per altri due motivi, molto precisi. Innanzitutto perché frequentati da orde di nostri compatrioti/e (oranghi/e), in gran parte filosofi dell’avventura erogena, possibilmente abbronzata e a prezzo da 3x2. E poi, soprattutto, perché hanno molte caratteristiche in comune: la religione (santería a Cuba e candomblé in Brasile, figlie degli stessi schiavi e degli stessi re africani trasformati in dèi/santi), l’amore per la musica che fa muovere le anche e gli ormoni, la gioia di vivere nonostante le mille magagne di economie surreali, una forte sensualità spruzzata nell’etere senza preoccuparsi dei danni al buco dell’ozono e quasi istituzionalizzata, certa architettura popolare (casette con facciate che sono la traduzione della fantasia matta di entrambi i popoli: ingressi triangolari, tinte che vanno dal viola fosforescente all’oro, cornicioni con greche, ecc.) e, più in generale, una fratellanza spirituale, intangibile ma fortemente percettibile nell’aria: all’Avana come a Rio de Janeiro, a Santiago come a Salvador de Bahia.
  Lo scopo di questo libro, dunque, oltre a quello principale di farmi lievitare il conto bancario e allargare il numero delle ammiratrici, vorrebbe essere quello di descrivere/trasmettere, attraverso brevi aneddoti di esperienze (tutte, lo giuro, verissime), due realtà per molti aspetti simili, ma anche molto distanti, unite - non sempre - da quell’anello di congiunzione che è il turista/viaggiatore/curiosone/abatantuono italiano (ma non solo: può anche essere spagnolo o nordamericano, l’approccio con il ‘Sud’ del mondo, quasi sempre, è il medesimo). Sicuramente molto più per criticare le nostre, di magagne, poi, eventualmente, le loro. Il lettore attento, al di là della superficiale e apparente pennellata di sarcasmo antiterzomondista (facciamoci due risate sulle miserie del Sud, poi, magari, riflettiamoci sul serio, passando prima attraverso le nostre: meglio che piangere immediatamente lacrime buoniste, per poi rifilare diete liofilizzate o costumi da bagno ai terremotati o ai profughi dei Balcani, lasciandoli a marcire nei container), saprà scorgere che la verità vera, quella su cui riflettere, non sia perché al tropico crescano le banane - i conquistadores ce l’hanno insegnato a machetate mezzo millennio fa -, ma perché un occidentale, sempre più solo potenzialmente ricco anche di cultura e di storia, debba sorbirsi ore di volo per coltivare i bananeti della propria sfiga.



Avviso ai consumatori
  
Questo libro, in parte, può essere meglio apprezzato (o detestato) da chi già conosce i paesi in questione. Solo chi già c’è stato potrà riconoscere, più rapidamente di altri, punti di riferimento e atmosfere, a volte, celati fra le righe. Per chi non ha mai visitato il Tropico Banana, invece, questa lettura offrirà una prima infarinatura - ce l’ho messa tutta - ben lontana dai cliché patinati dei dépliant turistici.
  I fatti narrati vanno storicizzati, congelati nel periodo cui si riferiscono: il 1999 (anno di grandi cambiamenti) per la parte cubana, l’ultimo decennio del Novecento per quella brasiliana. Tentare di estendere e adattare le situazioni descritte a un periodo successivo sarebbe una forzatura falsante: molto, da allora, è cambiato.
  Ai lettori la parte ‘brasiliana’ potrà apparire meno compatta di quella ‘cubana’. Ciò è dovuto al fatto che è stata scritta a più riprese e ambientata a diverse latitudini (il Brasile è un luogo dell’anima), in cinque anni. Il taglio che ne risulta è volutamente frammentario: brevi flash che, spero, riescano a comunicare emozioni e a dare un’idea - anche senza seguire un principio di omogeneità tematica e anche a chi non c’è mai stato - del “País do Futuro”.

  
Ringraziamenti

  A Zio (Filippo), per parte della parte do Brasil; ad Àgnel, compagno di merende cubane; a Valeria, maestrina di Vigevano cui devo i primi (secondi) rudimenti dell’ABC. Last but not least: al compagno di merende giapponesi Gino Goya Sensei, in arte Knauss, senza il quale i miei libri mai avrebbero potuto trovare la luce tra le folte liane della foresta Amazon-ica.





 INDICE


Una premessa

Introduzione

PARTE PRIMA - J&J: Jineteros, Jineteras (e molti Tarzan)

Insegnare la salsa stanca
Vamos a la disco
Ruote proibite
Bulla
Las Tunas
Particulár
¿Hablas español?
Il meglio e il peggio
Varadero
Ghetti
Storie di polli
¿Soy cubano?
Siboney
Watanga


PARTE SECONDA - Delirium brasiliensis

Dèi
Paulinho
La pazza d’oltremare
Capoeira
Lunga vita al Capitano Thomás!
Isole tropicali
Gigliola
Bulàgna-Milano
Franco, il rastamerdo
Al ladro!
Sou brasileiro?
Babbo Natale
Giovanni, ahrf, ahrf
Egisto
  
Glossario/gergario


 

versione cartacea su Amazon: