sabato 23 febbraio 2019

SÒCCIA!


  
SÒCCIA!

Maragli all’orizzonte

Romanzo di disin/formazione bulagnese,
degenerato in sano ecoterrorismo

Edizioni Rossoblù


  
Agli amici che sono partiti per altre galassie anzitempo,
Stefano e Claudio


I personaggi e i fatti descritti sono un rutto della fantasia. Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale. Forse.


GRAZIE mille volte mille all’amico Gino Goya per l’impagabile supporto tecnico (trasformare questo testo da file Word in carta dell’Amazonia): se potete leggere quanto segue lo dovete anche a Lui.
   
La foto di copertina - autore Nicola Boi© - proviene dalla testata del master di giornalismo MaGiBo dell’Università di Bologna: correda il bell’articolo di Giorgia Porliod “Le tante facce del tortellino” (18 ottobre 2017) e si riferisce a un piatto spettacolare dello chef Pietro Montanari, in passato servito al Ristorante Cesoia: Bologna la rossa…dal sangue blu”. Il piatto nasce per l’edizione 2016 di “Tour-tlen”, il festival del tortellino che a San Petronio anima piazza Re Enzo. La sfoglia richiama i colori del Bologna, dato che il ristorante sorge nel luogo che una volta ospitava il campo della squadra di calcio. Il ripieno è quello tradizionale ma viene diviso in due parti. Il rosso viene ricreato utilizzando del concentrato di pomodoro prodotto dal ristorante, il blu dalla fermentazione del cavolo cappuccio con aggiunta di clorofilla e nero di seppia. Il ripieno blu è di pollanca allo stato brado, mortadella e mascarpone. Il ripieno rosso è di prosciutto, lombo di maiale, timo e parmigiano. I tortellini sono cucinati in un brodo di pollanca e doppione di manzo. A fine cottura vengono saltati con burro e parmigiano (così non perdono il colore). Mangiarne uno blu e uno rosso aiuta il palato a ricostruire il sapore del tortellino tradizionale.
GRAZIE infinite per avermi concesso di usare la vostra immagine.



Lettera di auto-accettazione
(Prefazione)

  Sòccia! è il frutto di un parto cesareo. Scritto quasi vent’anni fa, maneggiato a più riprese, nacque sull’onda de L’isterico a metano. Infuocatomi dopo che quest’ultimo era stato acquisito nientepopodimeno che dal Sig. Mondadori quasi in persona, partii in quarta con un’altra avventura di ambientazione emiliano-globale. Il sommo editor lo bocciò dopo averlo frettolosamente inquadrato come un tentativo di sequel dell’Isterico (il sommo editor era quotidianamente stalkerato da aspiranti scrittori con il libro nel cazzetto che lo sommergevano di manoscritti non richiesti), sbagliando di brutto l’etichettatura. Nel suo rifiuto centrò una sola cosa: Sòccia! tratta(va)si di romanzo di formazione, Bildungsroman in lingua tognina. L’editor, in realtà, centrò anche un’altra cosa: il suo diritto sindacale di odiare i romanzi di formazione: così come i film dell’horror, i gelati al puffo e i tronisti non sono oggettini per tutti gli stomaci.
  Quella fu la prima bocciatura di una collezione. Seguirono quelle su carta, qui riportate, oltre ai silenzi eloquenti di editori che non avevano tempo né soldi da sprecare in carta, inchiostro e francobolli. Aggredii l’editore giovane Minimum Fax, se ricordo bene da me accalappiato a qualche orgia libraria. Io gli appioppai il manoscritto, lui appioppò a me (anzi, a un mio alter ego, tal Piero) una dettagliata lettera di rifiuto. Tale lettera mi lasciò felice e dubbioso. Felice perché a sentire tal Marco Di Marco (un altro alter ego?) i giovani del comitato di redazione dell’editore giovane lo avevano davvero letto e poi si erano addirittura degnati di scrivere, stampare, imbustare, leccare, affrancare, spedire. Quasi un miracolo nella giungla di editori che dirottavano i manoscritti direttamente nella carta da riciclare senza nemmeno buttarci un sopracciglio sopra. Dubbioso perché le critiche mosse al libro, tollerabili come tutte le critiche e i gusti di gelato di questo mondo, facevano un’equazione a mio parere sbagliata (a scuola ero un genietto in matematica):

mia dichiarata voglia di stronzeggiare dalla prima all’ultima pagina
=
mancanza di verosimiglianza della storia

  Grazie alla cippa, avrei volto dire al caro Marco Di Marco, se nella storia dei rapporti fra aspiranti scrittori ed editor scrematori fosse mai stata concessa una contro-risposta o, almeno, un caffè assieme giù al bar. Nel libro, a mio - evidentemente solo mio - parere, qualunque lettore avrebbe dovuto notare di trovarsi fin dalla prima riga davanti a chiaro esemplare di opera cazzara, senza alcuna aspirazione di verosimiglianza, di plot da romanzo storico, di attendibilità da Piero Angela. Ovviamente la cornice del racconto (l’arresto del protagonista) era un escamotage, ‘na scusa, per infilare tante ma tante cazzate, con l’imbuto grosso da damigiana, fra la prima e l’ultima pagina. Ovviamente, nella vita vera, un padre con i peli sul petto di solito non racconta le proprie pugnette al figlio, a meno che non si tratti di padre un filo alla deriva. Oppure, come nel caso di Sòccia!, di padre assente da sempre nella vita del figlio che, da un bel/brutto dì in poi, cerca il perdono attraverso una confessione intima che più intima non si può, ai limiti del confessionale cattolico. Ti racconto quanti peli sotto le ascelle ho, così forse mi perdoni per la lunga assenza e da oggi diventiamo, se non addirittura padre-figlio, amici. Davo per scontato che il lettore medio, capito il giochino, si sarebbe concentrato sulle cazzate anziché sulla verosimiglianza. Non so a voi, ma a me pare che la vita ci butti addosso già troppe cose vere. In una lettura di intrattenimento, senza necessariamente scivolare nel reparto barzellette di Totti dei supermercati, preferisco un po’ di fantascienza urbana pazza, di cazzate alla vaga eau de verité, piuttosto della vera cronaca vera (per quella mi bastano le file in posta, il telegiornale e la gente che quotidianamente fa di tutto per distruggere il pianeta). Ammaniti e i russi che popolano le catacombe di Roma mi stanno molto più simpatici dei russi veri.
  Durante uno dei miei pellegrinaggi siculi in cui all’inizio del secondo millennio andai a trovare nonno Pietro, scappato di casa a ottantanove anni e fuggito a Sciacca, fra una cassatina buona da far lacrimare e un’arancina buona da comprarne cento, bussai alla porta dei gentili Signori Sellerio nella bella Palermo. Editori e gentiluomo/donna d’altri tempi. Era il periodo dei grandi successi di Camilleri e quei libricini piccini picciò blu, anche se apparentemente contenenti fiabe per bambini con manine piccole, spesso contenevano Grandi Figate. Per un momento sognai che Sòccia! potesse essere pubblicato da un Editore così… antico-moderno. La lettera di risposta della signora Elvira, che riposi in pace nel paradiso delle gentildonne, mi fece felice e dubbioso al tempo stesso. Felice perché, di fronte alla già citata giungla, Lei aveva letto il libro e si era addirittura presa la briga di scrivermi. Dubbioso perché le sue osservazioni erano un ossimoro nero su bianco: ‘ricco di interesse’, ma impubblicabile. Io, mente semplice, ero cresciuto ritenendo che se una cosa è ricca di interesse probabilmente troverà compratori interessati ad arricchire chi la spaccia. Ma si sa che gli omarini come me, mononeuronici, vedono tutto solo in bianco e nero, senza tutte quelle meravigliose sfumature arcobaleniche che le signore donne femmine intravedono costantemente fra i raggi gamma che tappezzano l’ozono.
  Dopo le due prime lettere di rifiuto misi Sòccia! nel famoso cassetto, dove noi italiani conserviamo quantità mostruose di aborti da grafomane. Poi, un bel giorno, qualcuno mi disse che nel nuovo mondo parallelo, Internet, avevano iniziato a rilucere stelle giovani e promettenti: le pubblicazioni fai-da-te. Apriti cielo! Alle spalle avevo una quantità paurosa di traumi infertimi da editori di varia natura, durante circa un ventennio vissuto pericolosamente fra gentiluomini e inculatopi. L’idea di poter fare finalmente con le mie manine, come con la statuine di pongo all’asilo, mi sembrò almeno fantalisergica. Mi ci buttai a capofitto. Inciampai, se ricordo bene, sulle gambe di una tale Lulù, un primo sito di auto-pubblicazione, dove per un periodo Sòccia! pulsò. Il popolo, però, sembrò non accorgersi granché di tali pulsazioni: i tempi per i kindle erano molto acerbi, la carne su due zampe come me adorava ancora i libri strappati agli alberi, da leccare e piegarci le orecchie, tutte arcinote forme di possesso ai limiti della pornografia.


  Abbandonai Lulù e misi Sòccia! in un baule in solaio. Per anni. Anche perché, poi mi ero reso conto (con molta calma), alcuni dei protagonisti del libro potevano del tutto casualmente, lo giuro sulla testa di Trump, assomigliare a persone vere del mio passato remoto. Qualcuno avrebbe potuto riconoscerne i codici fiscali, attività molto scorretta in tempi di privacy a tutto campo.
  Poi, l’anno scorso, qualche anima giovane e pia mi ha fatto conoscere il Sig. Bezos, il proprietario dell’Amazonia. Lì mi si sono aperte le acque. Come, posso pubblicare un libro su carta polacca senza spendere alcunché? Chi lo vuole se lo compra e magari lo legge pure, chi non lo vuole lo ignora e salva un albero? Gesù, a volte, c’è. Mil besos a Bezos!, non mi importa se sfrutta schiavi per accumulare miliardi: la storia lo giustifica, i Grandi Geni si meritano un sacco di copechi, di zoccole e di GRAZIE.
  Il testo che segue, oltre a essere stato depurato da ogni forma di odiosetta verosimiglianza, è anche stato limato per non offendere più di tanto chi, del tutto casualmente, si riconoscesse in alcuni dei personaggi del libro. Oggigiorno circola un sacco di gente permalosa, e io non voglio offendere nessuno (sono notoriamente un pacifista). Se doveste mai riconoscervi in quanto segue, vi ricordo che Sòccia! parla di alieni di un altro pianeta, mentre il pianeta sul quale siamo momentaneamente ospitati è grande come uno sgabuzzino, dunque ricchissimo di coincidenze.

Okinawa, 24 gennaio 2019, ora del tè
  



Indice
  

PARTE PRIMA

Prologo

PARTE SECONDA

Primo caffè
Secondo caffè
Terzo caffè
Quarto caffè
Quinto caffè
Sesto caffè

Epilogo



VERSIONE CARTACEA



giovedì 31 gennaio 2019

UN ITALIANO A OKINAWA

Signore e Signori,
sono lieto di annunciarvi la nascita del mio secondo figlio bokkinawense.
La mamma si chiama Gino e la culla Amazon.
Questo il link alla versione Kindle:


Questo per la più pregiata versione cartacea
(tutte le mie più sentite scuse ai Sigg.ri alberi polacchi):




Questa l'introduzione (per il resto, perfa, amazonatevi):

Che cos’è questa roba  


Questo libro nasce dal blog e dalla pagina Facebook - in arte Fèssbokk - omonimi, nati nel 2012 (credo) durante qualche notte buia, tempestosa e noiosa. Allora moglie - in arte Satoko, e allora non ancora moglie - mi consigliò di raggruppare i miei post di odore turistico su Okinawa - in arte Bokkinawa - precedentemente scritti per (1) promuovere il turismo sensuale italiano nell’arcipelago più meridionale del Giappone dove per sbaglio ero finito l’anno prima e (2) magari agganciare qualche cliente compatriota da scarrozzare in giro durante le vacanze - in cambio, ovvio, di adeguato compen$o. Mi sono sempre fatto influenzare dalle mogli, soprattutto per evitare coltellate alla gola in cucina o nel sonno. Dunque, qualche tempo dopo il blog, inaugurai la pagina FB. All’inizio si trattò di un semplice copia-e-incolla dal blog, in origine un contenitore di articoli destinati alle riviste italiane di turismo, all’epoca in fase terminale. Il blog, poi, si trasformò in una raccolta di fotogiornalismo e di eventi legati alla mia personcina in terra okinawense: lezioni di cucina, feste private e festival, italianate al sub-tropico, proteste contro le basi militari americane, amore per i gatti ecc. Come tutti i blog, partì in quarta: post frequenti e ricchi di sentimento. Come tutti i blog, nel tempo perse spinta. Oggi vi pubblico qualcosa quando e solo se sono stato travolto da un evento particolare, più o meno ogni morte di papa. I tempi della promozione turistica sono tramontati da quando ho abbandonato l’idea che il sagace ente del turismo locale potesse mai investire sul mediamente colto turismo europeo (via me), anziché, come poi ha fatto, sul boscimano turismo di massa cinese.
In parallelo, ma imboccando un’autostrada molto divergente, la pagina FB ha preso un’altra piega. Lentamente si è trasformata in uno sfogatoio di piccole frustrazioni quotidiane: quelle di un gaijin, straniero, trasferitosi su Marte, a contatto quotidiano con i marziani. Ma anche in un chiaccherificio da parrucchiera, perché in fondo il gossip dà sugo alla vita, nonostante quello che ne dicano gli intellettuali nei salotti colti.Scrivere mi è sempre fisicamente piaciuto assai, almeno da quando ho smesso di farlo come obbligo a scuola. Trovandomi poi, spesso, solo e circondato da alieni, la pagina FB è stata, in questi anni, una piccola ancora di salvezza nei momenti in cui l’atmosfera rossa e priva di ossigeno di Marte mi toglieva il respiro.


Negli ultimi periodi alcuni seguaci della fèss-pagina mi hanno chiesto perché vivessi a Okinawa, se mi sta così stretta. Mi sono così trovato a dover dare spiegazioni. No, signori, Oki non mi sta stretta. Se sono finito qua, dopo un quarto di secolo di peregrinazioni fotografico-esistenziali in mezzo mondo, è anche perché ho stanato quello che, per me, è il famoso meno-peggio. Distrutto nell’animo dalle giungle precedenti in cui ho vissuto (Italia, Brasiu, New York, Goa), soprattutto grazie al rumore delle scimmie che le popolano - ho orecchie sensibilissime collegate direttamente a cervello, cuore e minchia, la mia tolleranza per gli urlatori di cazziloro ai telefoni nei treni FS è da anni sottissimo lo zero -, a Okinawa ho trovato un equilibrio fra vita produttiva (nonostante i cinquantadue anni suonati sono ancora in pista), educazione media degli indigeni (ma più passa il tempo più sto rivedendo la pratica) e pace interiore (di recente in forte pericolo di disequilibrio). Oggi non saprei quale altrove ipotizzare come piano B, per cui direi che ancora per un po’ razzolerò da queste parti, inshallah.
Il mio amore per la chiacchiera, unito all’altrettanto forte amore per le puttanate, in questi annetti mi ha fatto scrivere cosine che, come effetto collaterale, hanno avuto quello di perdere qualche amico per strada. Gente incredibilmente permalosa, ai limiti del meridionalismo più da cliché, stizzita per essere stata momentaneamente il bersaglio di mie occasionali chiacchiere pubbliche cazzare, che mi ha abbandonato come si fa con i cani negli Autogrill ad agosto. Forse, ogni tanto penso, se li ho persi così facilmente non erano poi grandissimi amici, dunque meglio averli perduti che coltivati.


Nel corso della sua evoluzione, la pagina FB è stata sotto il costante attacco dei compatrioti a caccia di piani B (lavoro, fuga dal Bel Paese, vita nuova su altri pianeti) e di informazioni turistiche. Agli inizi portavo pazienza, in quanto da bimbo ho subito addirittura la cresima. Poi, lentamente, venendo abbordato on-line da macachi impazziti, che davano per scontato che, in quanto fratello d’Italia, nel nome del santo Tricolore dovessi loro spiegazioni/informazioni/salvagente, ho alzato gli scudi. Oggi rispondo solo a quelli che prima mi spediscono triangoli di Parmigiano mai sotto il chilo; gli altri, quelli che dovrebbero passare un quinquennio in un collegio svizzero prima di essere abilitati all’utilizzo del computer, li dirotto al volo su un link scritto a loro immagine e somiglianza, titolo: ‘Okinawa, istruzioni per l’uso’ (e poi ditemi che non sono gentilissimo). Nel corso del tempo, inoltre, sono stato abbordato da psicopatici di natura assortita, bannati al volo. La vita è troppo breve per ascoltare le minoranze rompi cazzi.
Dai primi scritti su FB di Un italiano a Okinawa a oggi una cosa non è cambiata: la capacità di moglie di lavorarmi ai fianchi, di travolgermi con idee e progetti per un Futuro Migliore (?). Così, oggi al ristorante, è tornata all’attacco, mi ha fatto il lavaggio del cervelletto, e quando ho pagato il conto ho capito che, ancora una volta, aveva vinto lei. Il libro s’adda fa. E qui sta. La mia speranza: che sia godibile anche da parte di chi non mi conosce personalmente e non sia un fanatico di giapponesate. Ovviamente dovrebbe essere più comprensibile da parte di chi conosce bene il Giappone e, in particolare, Okinawa, ma spero che anche altri possano passarci qualche mezz’oretta sotto il casco della parrucchiera senza sbadigliare. Per chi è culturalmente nippo-privo, ho compilato un minuzioso glossario che troverete in appendice (e poi ditemi che non sono gentilissimo).


La struttura di questo libro è, si può dire senza rischiare di essere giudicati ineleganti, a rutti. I fèss-post, in particolare, sono rime brevi, che sanno di digestione accelerata a scartamento ridotto. Siate buoni e, soprattutto, elastici: mettete voi l’UHU, fra un ruttino e il successivo, per costruire l’unicum nascosto. Ho provato a dare un’unità al tutto, raggruppando diversi post per ‘famiglie’, anche se l’ordine cronologico con cui furono originariamente scritti è andato a farsi benedire. Da questo puzzle sono stati amputati gli scritti più noiosi, di informazione geo-turistica, così come quasi tutti i post in inglese, datati, o i link a post altrui. Alcuni post sono stati lievemente rimodellati, per (provare a) dare un senso al tutto e anche perché l’editing è un duro lavoro senza fine: non importa quanti occhi passeranno allo scanner un testo o quante volte lo rileggerai, ci sarà sempre qualche refuso lì a rompere l’anima.
Amarena Fabbri sulla torta: solo i lettori che avranno spaccato il salvadanaio per possedere questo libro riceveranno in omaggio la strenna natalizia ‘24 ore’ che conclude il testo. Scritta apposta per il libro, non è stata mai postata ed è ricca di sogni nel cassetto.
Un consiglio per la lettura: trattasi di lungo polpettone di intenso peso specifico. Masticatelo a piccoli bocconi, un po’ per volta, altrimenti rischierete di soffocare. Potrebbe essere una lettura per iniziare la giornata, un trancio e non di più, magari quando siete in seduta stampa prima di affrontare le fatiche quotidiane. Solo così, forse, riuscirete ad arrivare all’ultima pagina.
Per chiudere in bellezza, i ringraziamenti. A moglie-Satoko, per sette anni e più di lavoro ai fianchi: senza di lei la mia Okinawa non sarebbe quasi esistita, e così questo libro. All’amico Emanuello, buono-bravo-e-bello, che mi ha aiutato a partorire questo oggetto dalle cosce di mamma Amazonia senza $venarmi. E all’amico Gino Goya, da qualche anno compagno di merende bokkinawensi, bolognese come me (lui di periferia, io dei nobili colli), con molti meno peli di me ma anche con molti meno anni: senza di lui la mia vita su Marte sarebbe (stata) molto più difficile.



mercoledì 28 marzo 2012

L’ISTERICO A METANO



Il libro più pregiato del curriculum, anche e soprattutto perché pubblicato dall’irraggiungibile Mondadori nelle sue Strade Blu (1999).
Le cose andarono così: dopo aver scritto il libro, lo passai a mio zio Filippo che, come sempre (egli è distrutto dal complesso di Napoleone), ci scaracchiò sopra dicendomi: Cos’è, una commedia all’italiana?
Poi il fato volle che, pochi giorni dopo lo scaracchio, Edoardo Brugnatelli, sommo editor mondadoriano, uomo di buon gusto e di buone letture, chiamò zio, chiedendogli: Hai qualcosa per me?
Zio rispose: Certo.
Zio si piegò a riccio, per quattro mesi, sul mio testo. Con lo scalpello lo trasformò in un’opera rococò, e così la consegnò a Mondadori. Senza farmi prima vedere il risultato, come nel migliore stile di mio zio.
Stampato, il libro uscì a nome filippo SCÒZZARI & nipote. Il mio nome di battesimo, per il quale tanto si era dato da fare mio nonno Pietro (da bravo siciliano aveva voluto perpetuare nome e specie), non serviva, almeno per i libri Mondadori. Quello di zio, ben più quotato, serviva.
Brugnatelli definì il libro addirittura
manifesto, e come tale avrebbe dovuto diventare un best seller. All’atto pratico, però - zero promozione, se non un paio di brevi interviste a radio condominiali -, vendette solo qualche migliaio di copie, per poi scomparire nel marasma di carta delle librerie.

Certo è che la notte in cui arrivarono le prime copie stampate alla libreria di via dei Mille a Bologna, e io vidi una pila notevole di mortadelle (la copertina), arrossii di brutto. Da buon bolognese, la mortadella mi è sempre piaciuta di brutto.



L’Isterico a Metano

Fantaromanzo giovane e sinergico
di Filippo Scòzzari e nipote





A BREVE SU AMAZON


HAI FATTO IL MONDO?


Hai fatto il Mondo? è un'inquietante antologia di cronache dal mondo del turismo organizzato narrate da un ex addetto ai lavori. Occasionale - quando le bollette imperversavano - accompagnatore turistico per circa un decennio, l’autore descrive una collezione di orrori nei quali è inciampato nel corso di una poco stimata carriera. Nel raccontare ha cambiato qualche codice fiscale: gli avvocati, è noto, non vivono di sola gloria.

HAI FATTO IL MONDO?
 Dieci orrori sul turismo organizzato raccontati da un ‘addetto ai lavori’


Introduzione

Cose turche
La prova del nove
Ruffiano
Lariam, come fosse acqua
Valigie
Ho fatto il Brasile
Amore proibito
Missione impossibile
Ghetti
Greggi

Glossario/gergario




Introduzione

  “A 21 anni ha visitato tutti e 196 i paesi del mondo: è record” - hanno titolato di recente alcuni giornali italiani per serve. E giù a narrare le incredibili avventure di una tardo-adolescente americana con i soldi, noia a carrettate, un account Instagram e un estremo bisogno di attenzione.
  A ventun’anni io avevo una malattia simile (esterofilia) ma sottozero soldi, pochissima noia e un estremo bisogno di fidanze. Instagram era fantascienza. Collezionavo fumetti, francobolli e sogni, ma già avevo gusti in quanto a ciò che avrei voluto conoscere e quanto no. Ricordo che non sarei andato in Polonia - allora per me simbolo massimo di tristezza e grigiore applicati alla vita terrena - nemmeno per tutto l’oro del mondo, ma anche che sarei andato a casa della prima mulatta brasileira pagando tutto l’oro del mondo (che non avevo). Fuori dai sogni, già andare a San Marino era un esborso da valutare seriamente, figuramose a San Paolo o a San Blas. Allora erano i mitici anni Ottanta, in cui la pecunia circolava solo per alcuni socialisti e, nonostante io non fossi iscritto al partito, iniziai a viaggiare seria(l)mente alla fine dei medesimi grazie alle monetine raschiate dal fondo del barile. I quel periodo prendere aerei era ancora un lusso per pochi, in cabina venivi intossicato dai tabagisti e viaggiare poteva darti sensazioni epiche quasi marcopoliste. Da allora sono passati trent’anni, eppure c’è ancora chi, nel 2019, trova cool collezionare visti di paesi fatti. Paesi dei quali, ovviamente, non si è capito un cazzo, avendovi passato un quarto d’ora netto. Ego da social, lo schifo massimo dei nostri giorni. Possibile che ancor oggi i media e chi li consulta trovino interessante i narcisismi collezionistici di una creatura privilegiata?

  Negli anni Novanta, abbassate un po’ di creste, viaggiare divenne un’attività più popolare. Sempre più compagnie aeree a impestare i cieli, le prime low cost - allora se ne parlava come di cose incredibili di altri pianeti più progrediti -, basta tabagisti in cabina. La mia voglia di esotismo era ai massimi livelli, ma non potevo dire lo stesso del mio conto bancario. Sopravvivevo grazie alle monetine datemi dagli editori in cambio delle mie foto e dei miei racconti, ma anche grazie alle donazioni di benedetti parenti partigiani. Come riuscire a viaggiare, meglio e di più, sullo sfondo di un desolante panorama economico personale?
..Voci di corridoio mi arrivarono alle orecchie. Perché non fai l’accompagnatore turistico? Viaggi e sei pure pagato per farlo. Altra fantascienza? Un po’ come fare l’attore porno, se ti piace tanto ma davvero tanto la ginnastica?
  Mi informai.
  Mi feci arruolare.
  Dopo un decennio, appena ho potuto, ne sono scappato.

  Per anni ho giurato che avrei scritto questa specie di libro solo quando mi avessero radiato dall’albo degli Accompagnatori Turistici o, per motivi di età e di logoramento testicolare, mi fossi ritirato dalla suddetta attività. È giunto il momento (no, non sono stato radiato). Baionetta in resta, dunque, un bel respiro, e via andare. All’attacco, si parte.
  Il magazzino cui attingere è colmo di scampoli: racconti di colleghi e di amici, servizi giornalistici, esperienza diretta sul campo, voci di corridoio captate nell’ambiente dei ‘tour leader’. Brevi flash attinti qua e là in una decina di paesi e che, spero, diano un’idea d’insieme, la mia, del vorticoso e malandato mondo del turismo organizzato.
  Cose turche, inedito, è una collezione di e-mail criptate ad amici in previsione di un loro viaggio da finti ricchi - Rolex sui polsini e servi terzomondisti ubbidienti a bordo - su un caicco turco. Il botta-e-risposta telematico con l’organizzatore turcomanno, mostruosamente esilarante - oltreché per il suo torturare la lingua italiana, anche per il suo modo filosofico di concepire il viaggio in barca -, la dice lunga su di loro e, soprattutto, su di Noi.
  Sette dei dieci racconti che seguono - uno per ogni anno di poco onorata carriera -, in parte inediti, in parte pubblicati su altri libri, sono ispirati alle mie (dis)avventure vissute scarrozzando gruppi di turisti nei quattro angoli del globo. Tutte stravere, ovviamente hanno imposto il cambio dei nomi dei personaggi principali e di qualche controfigura. Fra questi racconti, Ruffiano è la versione ampliata di Sou brasileiro?, in origine pubblicato su Tropico Banana (Feltrinelli Traveler, 2001). Conclude Greggi, partorito come trampolino di partenza per la sceneggiatura di un racconto a fumetti da farsi per la mano santa di Zio Filippo, in arte Scòzzari, se solo Zio Filippo non fosse così tremendamente pigro.
  Fasten your seat belts e buon viaggio. L’odio per il concetto di fare il mondo è incluso nel costo del biglietto (prezzo di copertina).



A settembre (2019), se Dio Gino lo vorrà, su AMAZON




L’IMPORTANTE È MUOVERSI



Pubblicato nel 2006 dal tipografo Damoli, uomo della provincia veronese, uomo travestito da editore, su dritta del sommo Danilo Manera. Anticipo: 500 euro in contanti, in busta chiusa con una leccata, consegnatami brevi manu dall’editore-tipografo una bella sera a bordo tavola in un serissimo ristorante della provincia veronese (carne squisita, Amarone segagambe). Sul contratto, regolarmente stipulato, c’è scritto che l’editore, ogni anno, avrebbe dovuto farmi pervenire rendiconti e diritti d’autore ($) maturati. Voi li avete mai visti? Io no.


L’IMPORTANTE È MUOVERSI
sedici pezzi di/sul viaggio


Importante avviso ai consumatori

Uno - Missione impossibile
Due - Fuori di Carlostesta
Tre - Il francese e il generale
Quattro - Pasta al dente
Cinque - Cose turche
Sei - Gli acidi fanno male, figuriamoci ai tedeschi
Sette - Il mio cane
Otto - Ghetti
Nove - Ticket to the Moon
Dieci - L’uomo è una bestia
Undici - Tra le nuvole
Dodici - Peyotl
Tredici - Cenette al lume di candela
Quattordici - Formula uno
Quindici - Alpini e clarini
Sedici - Essere diversi

Glossario e ‘gergario’




A BREVE SU AMAZON



A SPASSO CON NINNI



A spasso con Ninni è il diario molto intimo di Yula, giovane baby-sitter scappata dalla campagna ungherese all’hinterland milanese. L’Italia è da sempre il suo sogno e Ninni il golden retriever che la accompagna nelle battute di caccia all’amore. In un intreccio di porno-fantascienza e di trombate realmente accadute nella storia delle trombate, la narrazione accompagna il lettore attraverso un crescendo di porcate fino all’ovvia, appiccicaticcia esplosione finale. Primo e molto probabilmente ultimo romanzo zozzo di Pietro Scòzzari, il libro non ha grosse aspettative di vincere il Premio Strega.





A spasso con Ninni

Romanzo rosa confetto zozzo



A Ninni,

cane umano,

molto più umano di tanti umani stronzi




Presto da qualche parte (NON Amazon, che lo ha bocciato in quanto considerato troppo zozzo) on-line





VIVA BRASIL!




Viva Brasil!” è un ritratto duro e autentico del Brasile, dove l’autore ha vissuto per oltre quattro anni nell’arco di un ventennio, prima e durante il governo di Lula. Diciotto racconti a cavallo tra follie religiose e follie sessuali, decadenza urbana e miserie umane, con una pennellata di humour e di amore sul tutto. “Viva Brasil!” è il ‘cugino cattivo’ di “Tropico Banana” e di “Brasile, País do Futuro”, gli altri due libri di Pietro Scòzzari dedicati al Paese sudamericano.





Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandonando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in un trance ipnotico, ed esce dalla realtà.
(Pedro Juan Gutiérrez, da Il Re dell’Avana)

Quasi tutti erano visibilmente meticci. Che il paese fosse povero non era una vergogna (nonostante in seguito avrei desiderato che si arricchisse). Supponiamo che fossimo pacifici, affettuosi e puliti. Era inimmaginabile che qualcuno nato qui volesse vivere in un altro paese.
(Caetano Veloso, da Verdade Tropical)

Il Brasile è il paese in cui lo scontro fra natura e ragione, come dice Leopardi, o tra memoria e innocenza, come dico io, mi è parso più evidente... Il paese dove mi è sembrato che questo scontro potesse trovare, non senza sofferenza, la sua soluzione.
(Giuseppe Ungaretti)


Travesti, trabalhador, turista
Solitário, família, casal
Todo mundo tem direito á vida
E todo mundo tem direito igual
(Lenine, da Rua da Passagem - Trânsito)

Eu não gosto do bom gosto
(Adriana Calcanhotto, da Senhas)

Quem gosta de miséria é intelectual
(Cidade Negra, da Voz do excluído - Enquanto o mundo gira)




INDICE


Avviso ai consumatori (introdução)


Parte prima - Foresta, anche senza alberi

Buona domenica
Finché la barca va
La gorda
Foresta di plastica
Daime
Gerusalemme non era in Palestina?

Parte seconda - Tribù

Grazie a chi?
Scimmie
Le Rosse
Una città davvero eclettica
Sem graça
Ho fatto il Brasile

Parte terza - Xibiu (Sezione hardcore - V.M. 18)

Nulla cambia
Irene
Birra volante
Vila Mimosa
L’ora del tè
Saverio, doido demais

Glossario e ‘gergario’




AVVISO AI CONSUMATORI
(Introdução, nonché captatio benevolentiae)


  Ho iniziato a frequentare e amare il Brasile nel 1989, inseguendo le note di Jorge Ben e i libri di Jorge Amado. Da subito, appena sbarcato a Rio de Janeiro, mi misi due fette di apresuntado sugli occhi e, inebriato da quel potente mix di odore di alcol del combustibile per auto, donne di bellezza sovrumana, musica pazzesca, cibi e luoghi esotici, inseguii solo ciò che volevo inseguire: a grande beleza. Per circa vent’anni lavorai gratuitamente come volontario autonominato portabandiera dell’ente del turismo brasiliano, lucidando dichiaratamente tutti gli ori e ignorando le molte magagne del Paese. Mitizzai la povertà, facile operazione intellettuale poco in sintonia con la vita sudata dei più. Da estrangeiro, viaggiando sulle note di Caetano Veloso, volai alto per un ventennio, in parallelo alle presidenze del ridicolo Sarney, del cocainomane Collor, dell’irrilevante Cardoso e, infine, del carismatico, rivoluzionario e illuso Lula. Illuso perché speranzoso di risolvere i profondi problemi del Paese e, soprattutto, perché fiducioso che la corruzione, cancro atavico in Brasile e in molti altri luoghi, non sarebbe appartenuta al suo partito e ai suoi uomini. La cronaca, dopo l’infatuazione da illusione di aver finalmente raggiunto il futuro - dal 1941 il soprannome del Brasile è País do Futuro -, ci racconta il contrario. Lula in galera, Bolsonaro - specie di figlio di Trump e Salvini in salsa tropicale, apparentemente uscito da una brutta barzelletta sui militari o sui gondolieri - al potere: sono tempi bui per il Grande Brasile. La sinistra, esterrefatta, globalmente - U.S.A., Italia, Filippine, Brasile, Ungheria - si interroga: dove abbiamo sbagliato? Possibile che la gente sia così stupida e non veda che ci battiamo per l’eguaglianza sociale, per dare una possibilità a tutti? La risposta della gente, stupida o meno, comunque votante, è puntualmente arrivata. Basta con le chiacchiere, basta con la delinquenza. Basta con il tutti. È l’ora di fare, di mettere mano alle rogne. Come? Attraverso gente che fa - o che almeno dà l’impressione di fare -, i vari Trump, Salvini, Duterte, Bolsonaro del mondo. In nome di Dio, facile complice silenzioso di molti individui inquietanti fin dai tempi di Adamo ed Eva. I nuovi ducetti sono persone che sanno parlare al popolo che lavora e che paga le tasse e che teme l’invasore diverso e che non ne può più dell’illegalità. Con il pugno di ferro, what else? I mariuoli capiscono solo quello, non l’aria fritta da congresso del PD/PT. Non le correnti interne, ma la corrente elettrica. Logica semplice ma efficace che, negli ultimi anni, dopo i buoni e bravi e belli Obama del mondo, ha premiato sempre di più alle urne elettorali, anche se i neoeletti sono kitsch che più kitsch non si può (Berlusconi docet).
  A questo punto, nel mio piccolo, mi rimangono due speranze: che la sinistra mondiale si risvegli dal coma, ritrovi la vista e sappia di nuovo cavalcare le grandi battaglie con più intelligenza e meno ingenuità (per non parlare dei fetidi protagonismi e dell’insopportabile arroganza da poltrona); che la violenza - parlata e applicata - dei neo-ducetti mi smentisca, e cioè che non generi ulteriore violenza. Temo, purtroppo, che non andrà così. La storia, notoriamente, adora ripetersi.
  Ciononostante, ho fiducia nel magico Brasile e, soprattutto, nella sua gente (quella buona). In Tropico Banana (Feltrinelli, 2001) scrissi: il Brasile, in senso positivo, è una droga, prima ancora che un Paese dai confini delimitati. È un luogo dell’anima, un mito idealizzato, uno spazio unico al mondo che ha la capacità di cambiarci, rigenerarci, renderci più allegri e di godere al meglio, se lo vogliamo, ciò che di buono la vita ha da offrirci. Dopo avervi messo piede la prima volta, di solito, non possiamo più farne a meno: dà assuefazione. Lo imporrei - assieme all’India, altro luogo dell’anima - a qualunque cittadino del primo mondo, specie se in terapia contro la depressione, quale tappa obbligatoria per la crescita/revisione mentale.


  Viva Brasil! è un collage di diciotto racconti e reportage di viaggio, scritti nel corso di molti anni - prima e durante il governo di Lula - , con ritmi narrativi e linguaggi differenti, macinati in un unico polpettone di parole apparentemente senza capo né coda. Così come il Brasile è un frullato di realtà diversissime tra loro. ‘Cugino cattivo’ dei miei libri precedentemente pubblicati sul grande Paese sudamericano, ne racconta follie religiose e follie sessuali, decadenza urbana e miserie umane, con una pennellata di humour e di amore (non sempre evidente, ma non per questo assente) sul tutto.
  Un avviso ai lettori brasiliani nazionalisti (tutti), quelli che si incollano al televisore appena c’è la seleção; a quelli che passano il tempo a lamentarsi del proprio Paese, ma che prendono fuoco, issando bandiere e barricate, non appena uno straniero osa fare altrettanto (il diritto di cronaca e di critica, credo, appartiene a tutti): per favore, non storcete il naso più di tanto se, nei miei racconti, maltratto il vostro a/dorato Paese. Io parlo male solo di ciò che amo (ciò che odio semplicemente lo ignoro), forse per l’utopia missionaria di cercare di migliorare ciò che già ha tesori. Sconfiggere il marcio, parlandone, per trasformare tutto in tesoro. In altre parole, lettori brasileiros, anche se vi potrà vagamente sfiorare l’anticamera del cervello che io sia l’ennesimo giornalista del primeiro mundo prevenuto, che ama dipingere il Brasile a suon di meninos de rua e favelas e piranhas - soggetti di cui sono inzuppati, innanzitutto, la vostra quotidianità, i vostri giornali e tv e libri e cinema; soggetti che vi hanno portato all’ultimo responso elettorale -, sappiate che non avete capito un bel nada. Io amo il Brasile. Se possibile, più di voi.
  I fatti narrati sono veri. Per evitare che qualche malintenzionato permaloso mi venga a suonare il campanello, ho cambiato i nomi di alcune persone. I campanelli, oggigiorno, costano.




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