mercoledì 28 marzo 2012

L’IMPORTANTE È MUOVERSI





Pubblicato nel 2006 dal tipografo Damoli, uomo della provincia veronese, uomo travestito da editore, su dritta del sommo Danilo Manera. Anticipo: 500 euro in contanti, in busta chiusa con una leccata, consegnatami brevi manu dall’editore-tipografo una bella sera a bordo tavola in un serissimo ristorante della provincia veronese (carne squisita, Amarone segagambe). Sul contratto, regolarmente stipulato, c’è scritto che l’editore, ogni anno, avrebbe dovuto farmi pervenire rendiconti e diritti d’autore ($) maturati. Voi li avete mai visti? Io no.





L’IMPORTANTE È MUOVERSI
sedici pezzi di/sul viaggio

di Pietro Scòzzari





Importante avviso ai consumatori

Uno - Missione impossibile
Due - Fuori di Carlostesta
Tre - Il francese e il generale
Quattro - Pasta al dente
Cinque - Cose turche
Sei - Gli acidi fanno male, figuriamoci ai tedeschi
Sette - Il mio cane
Otto - Ghetti
Nove - Ticket to the Moon
Dieci - L’uomo è una bestia
Undici - Tra le nuvole
Dodici - Peyotl
Tredici - Cenette al lume di candela
Quattordici - Formula uno
Quindici - Alpini e clarini
Sedici - Essere diversi

Glossario e ‘gergario’





Importante avviso ai consumatori
Turista o viaggiatore? In tempi ingenui credevo anch’io a questa separazione delle carriere, mosso da orgogliosi ideali tardofreak e chatwiniani.
  Poi, crescendo (invecchiando), ho iniziato a vedere qualche raggio di luce e capire come anche il ‘viaggiatore’ squattrinato, che si fa in otto per imparare una lingua locale, che cerca di pagare il vero prezzo per acquistare le cose e che non concepisce l’ammucchiata del tutto-organizzato come un valido strumento di viaggio, altri non è che un turista (“Chi viaggia per svago o istruzione, senza scopi utilitari”, secondo il dizionario). Lo è e sempre lo sarà agli occhi di chi lo riceve, soprattutto se cittadino di un paese povero. Il suo esotismo, i suoi lineamenti, il suo modo di ragionare, per non parlare - nel caso ne faccia uso - delle sue Nike\on e del suo orologio ai quattro formaggi, saranno quasi sempre diversi da quelli del proprietario di casa, non c’è sforzo di imitazione dell’indigeno che tenga. Il solo fatto di varcare una frontiera e di essere riconosciuti come stranieri, dovunque ci troviamo, fa automaticamente scattare il confronto, che lo vogliamo o meno. Tanto più se siamo mediamente ricchi e loro schifosamente poveri. Già esportare le nostre carni e le nostre magliette è contaminazione, con tutti i risvolti - positivi o negativi, fate voi - che questa abusatissima parola contiene.
  Quando qualcuno cita la dicotomia turista\viaggiatore, ribadisco, pur detestando i fantozzi con la telecamera e l’hotel a cinque stelle, sento immediatamente l’orticaria che divampa nella zona inguinale. Puzza di aria fritta, di minestra riscaldata troppe volte. Non so se la maledetta globalizzazione sia buona o cattiva, non ho gli strumenti per giudicare una cosa così Grande, ma sono strasicuro che nessuno può fermarla o velocizzarla, né i lanciatori di estintori né gli sbirri assassini. Se vado nell’intestino dell’Africa e il negretto del villaggio sbava di invidia per il mio Swatch arancione non varranno tutte le migliori parole del mio vocabolario per convincerlo di come, in fondo, dello Swatch si possa fare a meno. Da quell’istante in poi Satana sarà entrato nel suo circuito sangue\cervello, lo avrò globalizzato fino al midollo, e non è da escludere che tra un paio di mesi me lo ritroverò sotto casa a vendere accendini. Allo stesso tempo, sono quasi sicuro di avere il diritto di guardare l’ora sull’orologio che più mi piace - magari con la sensibilità di non portarlo nei posti sbagliati nei momenti sbagliati -, e lui non può coprirsi gli occhi né smettere di pensare una volta posto di fronte al mondo che si trova oltre il palmeto.
  Viaggiare è globalizzare, anche se in valigia mettiamo solo curiosità e buone intenzioni. Ce l’ha insegnato Colombo, che anziché starsene buonino a casa sua a farsi un bel piatto di trenette al pesto andò a piattolare tra le corti di mezza Europa finché qualche regina annoiata gli mollò un po’ di navi, forse per toglierselo di torno.
  Come risolvere la questione? Starsene a casa per non inquinare? Recintare i palmeti con il filo spinato e la corrente elettrica? Diventare talebani? Smettere di produrre\portare orologi fighetti? Viaggiare solo nei già ‘corrotti’ G8??
  Il proibizionismo non ha mai funzionato. La mia personalissima ricetta, tutta da discutere, è di lasciare a casa ipocrisie, false credenze e sottobicchieri, e partire solo dopo aver azzerato ideologie e preconcetti. Conoscere un nuovo paese è scoprire, non certo avere conferme, altrimenti che gusto c’è? Nel farlo, tuttavia, sono convinto che un minimo di sensibilità non guasti, che avere le antenne sempre orientate per capire che aria tiri, quando è il caso di sfoderare la videocamera e quando è meglio nasconderla sotto il letto dell’albergo, sia indispensabile.
  Dimenticati gli orgogli di casta, credo che l’idea di fondo che dovrebbe motivare il turista\viaggiatore sia il titolo di questa collana. Viaggio uguale movimento - fisico e, innanzitutto, mentale -, nulla di più. Spostarsi è vivere, crescere, se possibile migliorarsi; stare fermi è un loculo prenotato alla certosa, l’atrofia del campo di azione, il crollo della propria casa delle libertà. Anche e soprattutto di questi tempi, quando la gente preferisce stare a casa ed evitare gli aerei che parcheggiano sui grattacieli, le pesti ambulanti e le onde anomale, l’importante è muoversi, non importa se si è su una sedia a rotelle o senza gambe: ci si può muovere anche dal proprio salotto, basta sintonizzare il canale giusto e non accettare l’immane immondizia che ci minaccia, i grandi fratelli scemi e i falsi amici che quotidianamente cercano di annullarci.




L’importante è muoversi










Uno
Missione impossibile
Tempo fa il Grande Capo mi convocò in sede, nel cuore della Città da bere, per affidarmi un’alta missione. Quando una sua sottoposta, qualche giorno prima, mi aveva chiamato per fissare l’incontro, era stata piuttosto vaga - Tre mesi a Los Angeles. Ti va? -, io avevo risposto Sì al volo, ovvio, ma i conti avevano subito cominciato a non tornarmi. Innanzitutto perché quello del ‘residente all’estero’ è un incarico solitamente affidato ai pezzi grossi, agli interni dell’Azienda o ai tour leader di provate fiducia/esperienza, e io ero solo un accompagnatore turistico che lavorava per loro, occasionalmente, da un paio di anni. Un esterno, sul quale io stesso non avrei scommesso per risolvere le rogne grosse.
  Secondo e più profondo motivo di dubbio era che un anno prima ero già riuscito a deludere il Grande Capo, e dunque pensavo che dopo l’episodio delle navi avesse incenerito il mio curriculum. In quell’occasione la missione speciale del cazzo, come se non fosse già del cazzo il lavoro di routine - scarrozzare qua e là per l’Egitto torme di turisti imbecilli -, era stata quella di investigare (fare la spia) su diverse navi da crociera che avrebbero dovuto lavorare per l’Azienda. ‘Indagine conoscitiva’ che mi aveva obbligato ad abbandonare per qualche giorno il gruppone nelle avidi mani delle guide locali - Pappa & Ciccia con i negozianti specializzati nell’appioppare a caro prezzo papiri un-tanto-al-chilo e piramidi di plastica made in Taiwan a coglioni di Lecco e Benevento -, per andare a ficcanasare su una nave già funzionante e su un’altra in costruzione. Se nel primo caso mi ero dimostrato scrupoloso ed efficiente - avevo ispezionato bagni, letti e la piscina sul tetto con puntigliosità maniacale -, nel secondo avevo toppato, ma non per colpa mia. La colpa era di quel cretino di Amin, il corrispondente locale dell’Azienda. La sua agenzia turistica era situata in un quartiere chic del Cairo, incastonata tra un salone della Ferrari e una banca in marmi di Carrara. Se oltrepassavi la porta d’ingresso tirata a lucido, però, l’impressione era quella di entrare nella caverna di una famiglia di orsi: luce al neon scoppiettante, moquette nera con voragini e bruciature, stanze sporche e vuote, impiegati che si trascinavano qua e là intenti nell’apparente unica attività di incendiare sigarette, nebbia da nicotina. Fax e fotocopiatrici ricoperti da due dita di cricca, probabilmente andati in corto circuito da qualche lustro. L’unica cosa buona di quel postaccio era il tè di Amin, il resto sarebbe dovuto passare per l’ufficio di igiene, per le ruspe ed essere ricostruito daccapo. Impiegati inclusi.
  Il compito di Amin era facilino, a prova di scemo, ma i buchi nella moquette avrebbero dovuto lanciarmi un segnale forte e chiaro, che non colsi subito, intontito dal tè, dai sorrisi di convenienza e dalla logorrea del proprietario dell’agenzia. Amin mi doveva portare al cantiere in cui, tra cumuli di ruggine e segatura, gli operai fingevano di costruire una specie di Titanic di proprietà dell’Azienda. Io avrei controllato che i servi ci dessero dentro con l’olio di gomito e rispettassero il piano quinquennale, mentre Amin mi avrebbe fatto da tassista e portinaio - al cantiere potevano accedere solo gli addetti ai lavori noti al vigilante. E così era andata il primo dei due pomeriggi di visita al cantiere, tutto liscio. Ispezione con aria da SS (mia), chiacchiere arabe interminabili (di Amin), ossequi alla mia signora e sorrisi da parte dell’ingegnere capo. Schiavi sudati che recitavano la loro parte, strette di mano, buon lavoro, salam alekum, alekum salam.
  Il secondo pomeriggio, però, dopo che avevo lasciato i pax al loro triste destino di plastica e papiro, avevo atteso Amin come un imbecille per oltre un’ora sulla porta del mio albergo. Il grassardo, arrivato trafelato in taxi (uno di quelli di serie B, senza aria condizionata), si era scusato con cento sorry, dando la colpa al traffico infernale del Cairo, peraltro non nato quel giorno. Lo stolto mi aveva raggiunto solo per dirmi che non mi avrebbe potuto accompagnare al cantiere. Impegni precedentemente presi. E i telefoni? Non avrebbe potuto affidare l’incarico a uno sgherro dei suoi? Erano tutti troppo impegnati a dar fuoco alla moquette dell’ufficio?
  Quando da un telefono della stazione di Milano spiegai l’accaduto al G. C., dall’altra parte della cornetta mi schiaffeggiò una vocina acida e stizzita. Milanese, direi.
  “Sono deluso di lei, Scàzzieri, mi aspettavo un comportamento più professionale. Buone cose.”
  Non era servito giustificarmi addossando tutte le colpe a quel bevitore di tè rintronato. Secondo il G. C. avrei dovuto comunque portare a termine la missione: dovevo lasciare il gruppo a perdersi nei meandri di quel casino di città, magari avrei dovuto fare l’ispezione all’ora di pranzo o di notte, ma il mio compito principale in Egitto - nonostante da contratto fossi pagato la vorticosa somma di 95.000 lire nette al giorno esclusivamente per sopportare venticinque subumani dall’alba al tramonto - si era trasformato da accompagnatore turistico in capocantiere. Forse era una promozione, ma nessuno me l’aveva fatto notare. E, senz’altro, nessuno mi avrebbe aggiunto gratifiche in busta paga.
  Arrivato alla sede dell’Azienda ero nervosetto. Mentre attendevo che il G. C. scendesse dai piani alti, per raggiungermi nella saletta delle riunioni con la manovalanza, mi sentivo felice - un bel periodo in America spesato, anche se in cambio avrei dovuto lavorare, era un’ipotesi allettante -, ma il tarlo dei dubbi continuava a rodere con voracità. Troppo bello per essere vero, ci doveva essere l’inghippo.
  G. C. mi accolse nella sua consueta divisa bocconiana, la stessa che gli avevo intravisto indossare, nei corridoi dell’Azienda, le volte che ero venuto a ricevere altri incarichi. Camicina bianca e azzurra a righe e con il collo alto venti centimetri, Rolex XXL smerigliato, mocassini con la cappella quadrata, sorriso falsissimo, parlantina pompata tra la coca e il manageriale, come solo un milanese può concepire. Fisicamente sembrava un incrocio tra Christian De Sica e Berlusconi con i capelli, la sua chiacchiera un misto tra i dialoghi dell’ultimo film dei Vanzina e un libro di economia aziendale.
  “Scàzzieri, veniamo subito al dunque. L’incarico che le vorrei affidare è di alta responsabilità. Si tratta di rimanere tre mesi filati in America, a Los Angeles, come nostro corrispondente per i gruppi di passaggio dagli States o diretti verso il Pacifico. Avrà un cellulare e sarà raggiungibile ventiquattrore su ventiquattro da qualunque cliente dovesse avere dei problemi. Potrà lavorare dalla sua camera d’albergo, lo stesso hotel che ospiterà i clienti in transito da Èl-èi. Dunque, per questi ultimi, dovrà essere disponibile in loco, raggiungerli, dar loro il benvenuto ecc. Lavoro facile, ma di grande importanza. È indispensabile che per un periodo sufficientemente lungo, almeno i tre mesi dell’estate, ci sia qualcuno di fiducia a rappresentarci in una destinazione così importante. Se la sente? Domande??”
  Chi non è del mestiere deve sapere che solitamente le motivazioni che inducono una persona sana di mente a lavorare per un tour operator, nella fattispecie in qualità di accompagnatore/trice turistico/a, sono le seguenti (non necessariamente nell’ordine):
  - diaria (euri netti al giorno, possibilmente mai sotto i sessanta; in alternativa, per periodi lunghi, uno stipendio a forfait equipollente);
  - la possibilità di godersi, nei rari momenti di tempo libero, quanto più lunghi tanto meglio, la città e/o il paese in cui si viene catapultati (viaggiare in schiena al tour operator senza sborsare un quattrino);
  - una buona serie di benefit, che vanno dalle camere d’albergo a quattro/cinque stelle ai ristoranti idem (dunque tutte le spese giustificabili pagate);
  - incassare tangenti dai negozianti locali, in natura o in denaro sonante, sugli acquisti fatti dai propri ragazzi (gli italiani, si sa, sono peggio dei giapponesi in quanto a shopping, e un percento è sempre un percento);
  - possibilità (speranza) che nel mazzo capiti una/un cliente sportiva/o e democratica/o, possibilmente non in viaggio di nozze (ma, nel caso lo sia, il trofeo vale il triplo), carina/o e disponibile agli scambi culturali, soprattutto sotto le lenzuola o in una vasca da bagno;
  - occasionale (molto rara) mancia da parte del gruppo, o almeno delle sue falangi più simpatiche e generose, alla fine del tour.
  Esaminati in un nanosecondo tutti i punti sopra riportati, e messo sull’altro piatto della bilancia il quadro che mi era stato prospettato, è ovvio che di domande ne avessi. A pacchi.
  “Quale sarebbe il compenso?”
  “Due milioni netti al mese. Però, per motivi nostri di amministrazione interna, le verranno accreditati su un conto del Liechtenstein. Il contratto sarà stipulato attraverso una società di quel paese. Tutto regolare, non si deve preoccupare.”
  “E l’albergo com’è? Dove si trova?”
  “È un ottimo cinque stelle a due passi dall’aeroporto internazionale. La città è un po’ distante, ma può raggiungerla comodamente con i mezzi pubblici.”
  “E i pasti? Se il centro è lontano posso mangiare in albergo?”
  “No, mi dispiace, è troppo caro. Però, subito fuori dall’hotel, c’è una tavola calda più economica e accogliente. Dopo un po’ ci si conosce tutti, come in una grande famiglia.”
  “E le altre spese? Come funzionano i rimborsi?”
  “Quali altre spese? Alla partenza le daremo un fondo adeguato per i pasti. Se ci dovessero essere altre spese, che comunque dovranno essere giustificate, le verranno rimborsate alla fine del lavoro.”
  “E il cellulare?”
  “Gliene daremo uno noi. Per attivarlo, però, dovrà acquistare l’abbonamento in loco - dall’Italia non è possibile - con la sua carta di credito. Anche le spese del telefono le verranno rimborsate a fine lavoro. Ah, mi raccomando: all’ingresso negli USA dovrà dichiarare di essere lì per turismo, non per lavoro.”
  “Dunque, mi sembra di capire che non viaggerò attraverso la California, non accompagnerò i gruppi in giro.”
  “Eh, no, il suo lavoro verrà svolto in albergo. Il cellulare le darà la possibilità di spostarsi in città, purché poi, se si dovesse presentare l’esigenza di essere reperibile in hotel, lei si trovi a una distanza adeguata, in modo tale da raggiungere immediatamente i clienti.”
  Il sorriso diplomatico che avevo fin dall’arrivo iniziò a incrinarsi. Non avevo specchi davanti, ma sentivo le involontarie mutazioni della mia faccia, di pari passo alle rotelle tra le orecchie che iniziavano a tirare somme e scricchiolare.
  Dunque, ricapitolando, avrei dovuto vivere segregato per tre mesi in una camera d’albergo, con un cellulare radioattivo sempre acceso attaccato alle orecchie, costantemente a disposizione del Commendator Brambilla che, sulla rotta di Honolulu, alle tre e mezzo del mattino mi avrebbe sbraitato inferocito che la compagnia aerea gli aveva mandato in Sudafrica il bagaglio con le sue camicie di Armani? Non mi sarei potuto spostare più di cinquecento metri dall’albergo, al massimo per pranzare con camionisti ubriachi, seppure in un ‘ambiente familiare’? Avrei dovuto sfidare i doganieri e l’immigrazione a stelle e strisce? Anticipare qualche milione di tasca mia per pagare il canone del telefono, la lavanderia, il costo di una carta di credito che non avevo, ogni altra varia ed eventuale? Evadere le tasse con un conto e un contratto superloschi? Rinunciare a vedere le strade della California, i concorsi di wet t-shirt, così come a incassare mance e tangenti? Tutto questo popò di che per ben due milioni netti al mese (a casa mia 100.000 lire per trenta giorni - avrei lavorato anche di sabato e domenica - ha sempre fatto TRE milioni)?? Già mi vedevo, colto dalla depressione più nera, a sorbirmi ore di CNN nella mia cella a cinque stelle o, nel più fortunato dei casi, a scambiare dialoghi bukowskiani con qualche alcolizzato al bancone della tavola calda di fiducia. Per mesi.
  Iniziai a sottolineare, molto garbatamente, i troppi dubbi che avevo sulla convenienza dell’incarico. Pure G. C., che ormai doveva avermi dato per acquistato, iniziò a togliersi di dosso il sorriso da plastica facciale con il quale mi aveva sottoposto l’incommensurabile affare. Con l’aria di chi mi stava offrendo l’occasione del secolo.
  “Scàzzieri, se ha dei dubbi è meglio che li chiariamo ora. Non vorrei che partisse e poi, una volta là, dopo una settimana decidesse di tornare indietro. Non ce lo potremmo permettere.”
  “Beh, sì, di dubbi non ne ho pochi. A cominciare dalla cifra.”
  “Insomma, quanto vuole guadagnare? Due milioni al mese mi sembrano uno stipendio molto buono. Come la guadagna, di solito, una cifra del genere?”
  Doveva avermi preso per un diciottenne in fuga dai genitori e disposto a calare le brache pur di odorare e adorare l’America. Di anni, però, ne avevo già trentaquattro e il grosso del mio reddito - robetta, siamo d’accordo, G. C. con quella cifra ci faceva lucidare il Rolex una volta all’anno - proveniva dai diritti d’autore per la vendita di foto e testi alle case editrici. Roba senz’altro più divertente che fare il cane da guardia per i turisti, un’attività accessoria quest’ultima, che tolleravo a malapena, ma utile per arrotondare e fare foto a costo di pellicole e sviluppi.
  “Mah, sa, a casa mia ho anche altre attività, oltre quella di accompagnatore”, gli feci notare senza alcuna arroganza, per pura informazione contabile.
  “Mi scusi, ma lei di dov’è?”
  “Bulàgna.”
  “Ah, la città del basket e degli intellettuali. La grande provincia. Ci ho vissuto per un paio d’anni, sa? Poi ne sono scappato, l’atmosfera da sgabuzzino era insopportabile. Non ne potevo più di uscire e vedere che l’universo ruotava esclusivamente attorno alle discussioni sulla Virtus. E poi quell’insopportabile aria intellettualoide che aleggia dappertutto. Io sono milanese, amo Milano, e questa sì che è una città, cosmopolita, dove accadono cose. È una città di gente che fa, non di followers.”
  Per me i campanilismi hanno sempre puzzato di muffa, di cantina lasciata chiusa per troppo tempo, e mi sento cittadino del mondo, italiano quanto brasiliano o pakistano. Bologna non è certo New York, però, sarete d’accordo con me, in giro c’è qualche posto peggiore. Avete mai frequentato, ad esempio, la tangenziale di Milano alle ore di punta?
  Insomma, dopo una tale esternazione, soprattutto dopo la spettacolare conclusione a effetto in inglese, mi sentii improvvisamente bolognesissimo. Addirittura virtussino. In bocca cominciai a sentire il sapore dei tortellini e della gnocca. Se avessi potuto, in quell’esatto momento sarei salito sul punto più alto della Galleria o in groppa alla Madonnina, e avrei pisciato abbondantemente sulla zucca dei guerriglieri dell’aperitivo, dei neosocialisti, degli stilisti e delle modelle, dei vigili con la pera in testa, dei milanisti pirla e degli interisti pure, dei sindaci in mutande e, soprattutto, dei manager da quattro soldi del tutto-organizzato, sporchi sfruttatori del pueblo unido col Rolex al polso e le narici intasate di cocaina da piccolo teatro.
  “Mi dia un paio di giorni per darle una risposta, per favore.”
  “D’accordo. Buone cose.”
  G. C. mi strinse la mano a mo’ di carpa lessa, con una smorfia sul volto che equivaleva a un addio - sapeva già quale risposta gli avrei dato quarantott’ore dopo - e a un chiaro porcocazzo, ora mi tocca trovarne un altro.
  Da quel giorno, se Iddio vuole, l’Azienda non ha più richiesto la mia professionalità.







Due
Fuori di Carlostesta
Renato è un corpulento e pigrissimo dj di Bento Gonçalves, cittadina tirata a lucido del Rio Grande do Sul, lo stato più meridionale della confederazione brasiliana. La domenica mattina Renato conduce una trasmissione di musica italiota durante la quale, con un certo successo, spaccia impunemente brani che vanno da Zanni Morandi ai tanti, troppi suonatori locali di fisarmonica & chitarra: corali che inneggiano alla polenta e ai primi immigrati di fine Ottocento, rigorosamente in talián, un misto di antichi dialetti veneti e portoghese, la lingua più parlata in questa regione vinicola.
  “Quando vai a Caxias do Sul devi assolutamente contattare Carlos Testa, un mio caro amico. È un fotografo locale che sa tutto sugli italiani del Rio Grande do Sul e ti potrà aiutare.”
  Mi trovo in questa parte del Brasile per fare un reportage sugli oriundi italiani e la prossima tappa è appunto Caxias do Sul, città di medie dimensioni nota per l’imponente Festa dell’Uva di febbraio. Come arrivo seguo il consiglio di Renato e chiamo ‘sto Carlos Testa.
  “Credi negli angeli?”, è una delle primissime domande che mi rivolge al telefono, subito dopo le presentazioni.
  “Mah, mica tanto... Più nelle Angele, direi.”
  “No! Sei a-ateo??”
  “Mmmmh, hem, beh..., sì. Un po’.”
  “Vuoi dire che non credi in nulla? In che cosa credi??”
  “Se proprio devo credere in qualcosa, scusami l’arroganza, ma posso dire che credo in me. Ma anche nell’intelligenza e nella gentilezza. E in poche altre cosucce che non va bene nominare al telefono.”
  “E la Bibbia, allora, che cos’è?”
  “Direi che è un libro. Senz’altro un best-seller. Bello, mi è piaciuto molto. Anch’io ho scritto qualche libro, non è andato così bene, e comunque non ho la presunzione che le genti si inginocchino mentre li leggono e che si smanovellino quando citano il mio nome. Il mio ego è forte, ma non così tanto.”
  Tronco la telefonata delirante, mi sembra di essere in un confessionale e i telefoni, anche in Brasile, costano. Do appuntamento a Carlos Testa (testa in portoghese significa fronte) alla churrascaria XZY, dove sono stato invitato a pranzo dal personale del locale assessorato al turismo.
  Oltre al segretario, a tavola mi accolgono quattro suoi amici. Sono tutti simpatici eppure socialisti, il bello del Brasile, spesso, è che gli opposti sanno convivere benissimo.
  “Non avreste una maglietta di propaganda elettorale? Sapete, in Italia ho un amico matto che ne va matto, le colleziona e le trova estremamente chic.”
  Mi guardano strano, me lo merito, ma tempo un minuto e il moschettiere più simpatico corre in auto, afferra e mi regala una meravigliosa maglietta del PSB gialla, piena di aforismi inneggianti alla libertà e al socialismo. Craxi non devono averlo mai sentito nominare, la Tunisia è sulla Luna.
  Il cameriere arriva con una cofana di cappelletti - sopa o capelèci, come li chiamano qui - in brodo, scotti ma deliziosi. A seguire polenta fritta a volonté.
  “Tra un po’ ci raggiungerà un amico di un amico, un tal Carlos Testa”, preannuncio ai miei commensali. Un negrone di due metri che siede alla mia destra fa un leggero sobbalzo sulla sedia, gli altri distolgono lo sguardo in silenzio, succhiano i cappelletti ed emettono, dopo un lungo paio di secondi di silenzio, un mmmh di approvazione (meglio: presa di conoscenza del fatto compiuto). Inizio a sentire odore di bruciato, ma non si tratta della polenta.
  Dopo qualche cucchiaiata, nel locale entra con irruenza un tipo vestito a metà strada fra un idraulico e un tirolese, salopette e cappello da alpino, modi di fare bruschi, occhi neri e magnetici. Da come parla ai miei amici e dagli sguardi vibranti che proietta capisco che è il famoso Carlos Testa e che in Italia, senz’altro, potrebbe fare fortuna come mago televisivo, come Giucas Cappella di qualche emittente rionale (il mago Do Nascimento, all’epoca, non aveva ancora avuto tutto quel popò di successo).
  Senza troppi convenevoli stringe la mano a tutti e si siede a fianco del negrone. Poi, tra un cappelletto e l’altro, senza esplicita richiesta dei presenti, innesca un monologo/sproloquio di natura politica. Dalle grinze che iniziano a manifestarsi sulle facce degli altri ne evinco che Testa non deve essere esattamente dello stesso partito, forse appartiene a una sezione almeno dissidente, e al negrone iniziano a tremare il cucchiaio e il doppio mento. Tutti, a parte Carlos Testa, tacciono, e a metà piatto il negrone si alza di scatto, visibilmente rotto nell’anima, e si congeda.
  “Scusate, ma mi sono improvvisamente ricordato di un impegno precedentemente preso”.
  “Ma come, abbiamo appena iniziato a pranzare...”
  “Vi ringrazio, ma sono già pieno, sono a dieta, e devo assolutamente andare. Mia zia sta morendo, devo partecipare al funerale. Ciao a tutti.”
  Saluta ognuno di noi, eccetto Carlos Testa, quindi infila di corsa la porta.
  A tavola cala il silenzio, intervallato da qualche residuo di comizio del mio ‘amico’. Slogan di coda interrotti dai risucchi del brodo. Sopracciglia dei commensali che si inarcano nervose e in ordine sparso, sguardi in fuga.
  A un certo punto tutto il clan del turismo si illumina per qualcuno che è entrato nel ristorante.
  “Felipão! Presto, Pietro, fagli una foto...”
  “Chi?”, in giro non scorgo attori o socialisti famosi.
  “Felipão, l’allenatore della santa seleção, sempre sia lodata. Ma come, non lo conosci?” - in quanto italiano mi devono aver preso per un tossico di calcio, come loro.
  “No, scusate, non so chi sia. E poi, in vita mia, non sono mai entrato in uno stadio. Almeno durante una partita di calcio.”
  Snob altezzoso, è la figura che faccio tutte le volte che qualcuno mi inizia a parlare di calcio. Mi dispiace, ma la colpa è delle orde di ‘esperti’ della chiacchiera televisiva che intasano i tubi catodici di casa nostra. La mia è una pura reazione di autodifesa per il cervello, non una dichiarazione di casta, ma sono in pochi a capirlo.
  Finito l’intervallo sportivo, Testa torna all’attacco. Con un zompo salta sulla sedia lasciata vuota dal negrone a dieta e, lasciati i cappelletti a raffreddarsi, apre una cartella di pelle da cui esce una cascata di fotografie.
  “Tu che cosa ci vedi qua?”
  Il fotografo mi piazza sotto il mento la stampa di una grande nuvola in controluce.
  “Non vorrei dire delle boiate, ma a primissima vista mi sembra un bel tramonto”. Foto che chiunque si sia trovato di fronte a un tramonto con una usa-e-getta fra le mani potrebbe fare.
  “Eh, no! Si vede che sei ateo, che peccato. Guarda qui.”
  Testa inizia a indicarmi più punti della nuvola, usando l’indice a mo’ di trivella.
  “Non vedi la sagoma di un angelo? E qui - mi fa vedere un’altra stampa, altra nuvola - il profilo di Satana?”
  “Sì, certo. Però, se spingo con la fantasia, ci posso anche vedere dei pesci rossi, il culo della mia ex fidanzata, le bandiere del partito socialista che sventolano durante un comizio. Insomma, credo che chiunque di noi ci possa vedere ciò che vuole.”
  Gli occhi di Carlos si sono fatti più pesti e neri che mai, sarà per l’ira di essere incappato in un ascoltatore non ricettivo, ma le sue pupille ora sembrano quelle di un guru indiano in fattanza da misticismo, un sadhu dopo il quarto cylum, con occhiaie che ricordano una tromba d’aria e pupille che sembrano i famosi tizzoni ardenti di Tex Willer. Oppure solo uno che si è ucciso di pippe prima di pranzo.
  “E questa che cos’è, invece, secondo te?”
  Il Nostradamus da ristorante mi piazza sotto il naso, i cappelletti intanto si raffreddano, altre due foto. Ritraggono lui e un altro uomo, in piedi uno di fianco all’altro, con una cascata d’edera sullo sfondo. Tra i due, verticalmente, corre una larga fascia biancastra, un classico errore fotografico da doppia esposizione - pellicola mal trascinata o giù di lì.
  “Più che evidentemente, si tratta di una doppia esposizione.”
  “Ma no, è chiaro che non hai occhi per vedere... Si tratta dell’aura, no?”
  “No, guarda, Carlos, ne sono stracerto, doppia esposizione. Mi scuserai per la saccenza, ma nella vita faccio il FO-TO-GRA-FO, non il barista o il carrozziere, con tutto il rispetto per le categorie, so di che cosa sto parlando. Se mi facessi vedere una lastra da ospedale e dovessi diagnosticare se il paziente ha una metastasi o un bullone finito giù per l’intestino molto probabilmente non sarei in grado di fare una diagnosi corretta. Però, in questo caso, si tratta, senza alcuna ombra di dubbio né di aura, di DOPPIA ES-PO-SI-ZIO-NE. Fotografo. Doppia esposizione. Comprì?”
  Testa è fuori di sé, rimpacchetta tutto stizzito il suo campionario di inconfutabili prove di week-end trascorsi sulla Terra da/con Dio. Io sono un miscredente cieco e sordo con la lingua biforcuta che non vuole accettare l’evidenza. Carlos torna al suo posto, termina frettolosamente le ultime cucchiate di sopa, poi si alza e saluta.
  “Grazie per il pranzo, buon giornata a tutti. Scusate, ma ho ben cinque lavori che mi aspettano. E tu Pietro, porco dio, quand’è che aprirai gli occhi?”
  “M-ma come, saresti religioso e bestemmi??” - con questa domanda retorica fingo di dimenticare che i veneti, soprattutto qui e anche se integralisti cattolici, hanno adottato la bestemmia al posto delle virgole, quale esclamazione più che naturale con cui intercalare frasi ricche di convinzione e sentimento (un po’ il cribbio dei nostri governati presi a microfonate sul naso dagli intervistatori troppo irruenti).
  L’intera tavolata scoppia a ridere, non ce la fanno più a trattenere il disagio per l’ospite incomodo e per la sua palese propensione a stracciare i cappelletti all’ora di pranzo (e, presumo, a qualsiasi altra ora). Carlos Testa, tutto indispettito, si mette il cappello da tirolese, infila la cartella sotto l’ascella e inforca l’uscita. Stasera, probabilmente, pregherà per la mia conversione.
  Postscriptum: qualche giorno dopo, girovagando nelle altre città della regione, rivedo incredulo la famosa foto ‘dell’angelo’, prima sulla parete di una distilleria di grappa, quindi, addirittura, in un museo. Il pazzo è riuscito ad appiopparle, presumo per una cifra adeguata, a destra e manca. Il suo angelo custode si deve essere messo in affari.







Tre
Il francese e il generale
Viaggiando nei quattro angoli del globo il 99% dei turisti, in linea di massima, è solito seguire le regole imposte dai governi e dalle limitazioni locali. Spesso queste possono essere in forte contrasto con le usanze dei paesi di provenienza ma, chi per timore, chi per buona educazione, quasi tutti finiscono col rispettarle. Esiste, tuttavia, un restante 1% che, per motivi propri - anarchismo dichiarato e incontrollabile, spirito di avventura, masochismo - ama andare contro le regole imposte, sempre e comunque.
  Incontro Pascal in un ristorantino di Bagan, la spettacolare città archeologica birmana, a pochi passi dall’albergo che ci ospita. È in viaggio in Asia da quasi un anno e ora si trova nel Myanmar della dittatura militare. È reduce da sei mesi passati in Cina, paese che, nonostante i buoni propositi di comprensione iniziale, ha finito con l’odiare e abbandonare con un forte senso di liberazione:
  “Sono i più razzisti dell’universo, e al terzo cane lupo che mi hanno offerto da infilare giù per l’esofago sono scappato correndo. E poi tutto quello sputare e scaccolarsi i piedi in continuazione...”, mi racconta, con una luce omicida negli occhi.
  Il progetto di Pascal, trentenne e squattrinato, è quello di tornare a Parigi via terra, attraversando il subcontinente indiano e tutto il resto, denaro permettendo: gli rimangono solo poche centinaia di dollari e non sa se ce la farà. Per questo motivo sta cercando di spendere il meno possibile.
  “Per il mio mese di permanenza voglio spendere solo i trecento dollari imposti dal governo. Non uno di più”, dichiara deciso.
  “Ma come fai?”, gli domando. Solo la camera in cui alloggia ne costa otto.
  “Per ora ho pagato una notte. Domani andrò a dormire sulla terrazza di qualche pagoda. Ce ne sono tante, sono protette dal vento e nessuno mi verrà a disturbare. Per il cibo mi arrangio, in Cina mi sono praticamente abituato a non mangiare, e poi giro in autostop”.
  “Ma come hai fatto sino a oggi? Ad esempio, nei posti privi di tanti templi abbandonati come Bagan, non hai certo potuto dormire in strada...” gli chiedo, con molta curiosità e un pizzico di invidia.
  “Ti racconto che cosa mi è successo qualche giorno fa. Mi trovavo in una piccola città a nord di Mandalay, ufficialmente chiusa al turismo, con due soli alberghi: uno pulcioso, da cinque dollari, e uno caro, da diciotto. Esaminati gli alberghi ho deciso che non avrei dormito in nessuno dei due, non valevano la spesa. Di giorno mi sono trascinato qua e là e, verso sera, sono andato a sedermi nella hall dell’hotel più caro, con lo zaino tra le gambe.
  - Desidera una camera? - mi ha domandato, dopo qualche istante, un impiegato.
  - Sì, quanto costa? - gli ho chiesto.
  - Diciotto dollari, Signore - mi ha risposto gentilmente.
  - No, mi dispiace, è troppo cara - e sono rimasto lì, a guardare la televisione. Dopo un po’ è arrivato il proprietario dell’albergo.
  - Vuole una camera, Signore? -.
  - No, grazie, è troppo cara -.
  Passata qualche ora il proprietario è tornato all’attacco:
  - Se lo desidera posso consigliarle un albergo più economico...-.
  - D’accordo -. Ho accettato, pensando che avesse qualche alternativa per le mie tasche. Un facchino mi ha quindi accompagnato all’hotel pulcioso, dov’ero già stato. Ma non ero disposto a spendere cinque dollari per quello schifo di camera, e sono tornato all’albergo caro. Mi sono risistemato sul sofà, a guardare la tv, aspettando che accadesse qualcosa.
  - Signore, non può stare qui, non può passare la notte sul divano! -, il proprietario mi ha sottolineato, già un po’ alterato.
  - Non avete una camera meno cara? - gli ho chiesto.
  - No, mi dispiace, e poi sono tutte piene -.
  - Ma non potrei trovare una sistemazione di emergenza? Potrei dormire qui, sul sofà, oppure in una stanzetta assieme al personale di servizio...-.
  - Emergenza? No, no, non è proprio possibile -.
  Non mi sono mosso e ho continuato a guardare la tv. Dopo un po’ il proprietario è tornato, piuttosto agitato.
  - Se proprio insiste, posso farla dormire nell’autobus dell’albergo. Le costerà solo una piccola mancia all’autista, ma non deve assolutamente farne parola con nessuno, mi raccomando -.
  - Va benissimo -.
  Sono salito sul bus e ho dato un dollaro all’autista, che si è affrettato a convertire in liquore. Abbiamo bevuto, io, lui e il suo aiutante, poi sono andato a dormire, sistemandomi fra le poltrone. I due hanno continuato a bere tutta la notte, e si sono ubriacati come spugne.
  La mattina seguente l’autista doveva andare a prendere un importante generale all’aeroporto, ma era fuori di testa, non capiva più niente e non era assolutamente in grado di guidare. Tanto meno il suo aiutante, caduto in catalessi alcolica.
  - Lo vado a prendere io, non preoccupatevi -, ho proposto.
  L’autista, sbronzo com’era, ha acconsentito. Qualcuno doveva andare a prendere il generale e non poteva certo dire al padrone dell’albergo che si era ubriacato. Ho acceso l’autobus e mi sono diretto all’aeroporto. Non è che conoscessi molto bene la strada, ma dopo aver infilato un paio di controsensi ci sono arrivato.
  Il generale è arrivato puntualmente e, dopo un primo istante di perplessità, ha iniziato a farmi mille domande. Non per indagare, ma per semplice curiosità. Siamo diventati subito amici e abbiamo percorso il tragitto fino all’hotel facendoci un sacco di risate. Era davvero simpatico e, giunti a destinazione, mi ha ringraziato.
  Quando il proprietario ci ha visti arrivare non poteva credere ai suoi occhi. Il generale che scendeva dall’autobus e io, seduto al posto di guida, che gli aprivo le porte. Non appena il militare si è infilato in camera l’albergatore ha iniziato a sbraitare e a puntarmi gli indici sul naso, dicendo che volevo rovinarlo. Ha preso il mio zaino e lo ha buttato in strada.
  - Non ti far mai più vedere in questa città! -, mi ha urlato rabbioso. E così me ne sono andato”.
  Il giorno seguente vedo lo zaino di Pascal parcheggiato nella reception. Deve aver liberato la camera, per risparmiare gli otto dollari, con l’intento, sul serio, di andare a dormire sul camminamento di qualche pagoda. La giornata passa e intravedo di sfuggita Pascal in bicicletta con un amico locale, che lo accompagna nella visita ai templi. La mattina successiva non c’è più nemmeno la valigia del francese.
  “Dov’è andato?”, domando all’albergatore.
  “Ah, quel pazzo! Non ne voglio più sentir parlare. Sai che cos’ha fatto? Mi ha detto che non voleva pagare e mi ha chiesto se lo lasciavo dormire qua, sul pavimento d’ingresso. Al mio rifiuto ha preso lo zaino ed è andato a dormire in qualche pagoda.”
  Qualche ora dopo vengo a sapere che persino l’amico di Pascal, terrorizzato dalle insolite attitudini del francese e dai guai che ne sarebbero potuti derivare frequentandolo, è scappato e lo ha abbandonato nelle campagne. Non l’ho più visto.







Quattro
Pasta al dente
Quando scoprii la spaguetteria Costa del Sol, lungo l’Avenida Central di San José, Costa Rica, ci feci l’abbonamento. Ogni sera mi presentavo per consumare la mia razione quotidiana di penne all’arrabbiata o di tagliatelle al ragù, anche se alloggiavo a qualche chilometro di distanza e fuori infuriava il tifone. Il proprietario, un giovane ma già più largo che alto chef di Torino, aveva ben radicato il concetto di pasta al dente, oggigiorno un valore assoluto che le scimmie, là fuori, insistono a non voler imparare. Inoltre, essendo il mio personalissimo moto vitale, il motore di tutte le azioni, l’abusato e ispanico Cama y Mesa (Cama e Mesa in Brasile), i suoi piatti valevano il triplo di quello che costavano, almeno per me.
  Ulteriori fattori che mi attiravano come una calamita in quel locale erano, nell’ordine: la moglie (del torinese)/cassiera, una mulatta bella da strapparsi gli occhi e offrirglieli su un piatto fumante di carbonara, se non fosse stato per la stazza del proprietario; il parmigiano (vero), sempre abbondante sugli accoglienti tavoli del locale; l’assoluta mancanza di fighetterie e salamelecchi da ristorante a cinque stelle - tipo cameriere che ossessivamente ti riempie il bicchiere appena ti sei inumidito le labbra -; la simpatia del cuoco, che preparava personalmente i piatti - da cui l’ottima cottura, non delegata a sottoposti indigeni con il palato privo di sensibilità - e che, quando poteva, si sedeva con te (me) a scambiare due chiacchiere.
  Il locale aveva una vetrina piccola e sporca di fuliggine, il costante regalo dei ziliardi di autobus che ci passavano davanti ventiquattrore al giorno. Il Costa del Sol, dunque, poteva facilmente passare inosservato ai viandanti; ma, se per sbaglio un giorno ci finivi dentro e assaggiavi un piatto qualsiasi, rischiavi di non uscirne più.
  Lo chef aveva abbandonato lo stivale da ragazzino ed era andato a lavorare, con un certo successo, negli USA. Dopo qualche anno, però, si era logorato diversi importanti organi riproduttivi a causa dell’atmosfera violenta che colà regnava, per cui era sceso in America Centrale, da sempre il cortile in cui i gringos fanno i loro porci comodi. Lì aveva incontrato la Madonna color caffelatte e aveva piantato tende e colapasta.
  Il suo localino, in breve, si era trasformato in una specie di Little Italy, di porto della disperazione per i vari nostri compatrioti che erano di passaggio in Costa Rica, come me, o che vi risiedevano. Lì incontrai un esemplare appartenente a una via di mezzo tra le due categorie, un cicciardo sulla quarantacinquina di Ravenna che vi stazionava spesso e volentieri.
  “Ogni anno vengo a San José, affitto per tre mesi un appartamento e una ventenne. Le uniche vacanze che concepisco sono queste.”
  Visto il fisico non gli si poteva dar troppo torto, almeno per quanto riguardava le sue capacità di conquista senza aprire il portafogli.
  Il tipo, nonostante la monomaniacalità, era buffo e simpatico, forse per l’abusata affabilità degli emiliano-romagnoli (ma io ne conosco molti tristi e depressi più di un guardiano di faro norvegese). Andava sempre in giro con una maglietta di ultima e un sacchetto della spesa, nel quale conservava le letture per i momenti di noia. Il tragitto appartamento-ristorante, d’altronde, non lo obbligava a una mise più chic.
  Non so come, ma finii a parlare del mio lavoro di fotogiornalista con il ravennate. Lui mi disse che era un affezionato lettore di diverse riviste turistico-geografiche, ma mi sottolineò come fosse stanco del coacervo di cazzate e refusi che, qua e là, si stampavano.
  “Per me un sacco di quegli articoli vengono scritti dal materasso o dalla vasca da bagno. Chi li scrive non ha mai messo piede nei posti che descrive.”
  “Mmmh, è probabile, ma soprattutto per i quotidiani, che ciucciano notizie di agenzia, le shakerano e le rivomitano con una pennellata di vernice fresca. Addirittura c’è chi le confeziona di sana pianta. Pensa che a Milano conosco un’agenzia giornalistica il cui capo si vanta di usare una collaboratrice specializzata nell’inventare interviste mai fatte. Le danno due foto di Fiorello o di Pavarotti e lei ci cuce attorno un’intervista con le contropalle. Quando la leggi ti sembra di essere nel salotto degli intervistati e di sorseggiare il caffè offerto dalle relative concubine.”
  “Hai presente la rivista Sabor, quella specializzata sull’America Latina?”
  “Sì..., la conosco molto bene.”
  “Beh, è fatta bene, ci scrive gente che ne sa, però ogni tanto si leggono certe robe... Tempo fa, ad esempio, ho visto un bel servizio sul Perù di un giornalista bolognese. L’articolo era bello e le foto pure, ma quando il tipo è passato a dare le informazioni pratiche, prezzi di trasporti, ristoranti e alberghi, deve essere impazzito. Dieci dollari al giorno per tutto! Forse cinque anni fa, ma oggi...”
  Impallidii e mi azzittii di colpo. Quel tipo ero IO. Per fortuna, quando mi ero seduto a cenare con Ciccio, non gli avevo detto il mio nome o lui non lo aveva memorizzato. Comunque fosse, cambiai al volo argomento: pasta asciutta, cassiera, il cielo blu del Costa Rica, cose così.
  Non volli spiegargli, temevo di finire sotto il tavolo per la vergogna, la causa dei miei errori e, più in generale, come funzionassero le collaborazioni alle lerce riviste. Zero garanzie, zero contributi, sei pubblicato solo se quel giorno il Direttore si ricorda chi sei, che cosa vuoi da lui e perché, se ti fai sottopagare e gli offri esattamente il servizio che si è sognato la notte precedente. Con quelle foto, verticali e non orizzontali, su Velvia anziché su Ektachrome, mi raccomando. La vecchia questione del momento giusto al posto giusto, più un’infinita serie di ulteriori optional, gadget, miracoli, amicizie, coincidenze e promozioni degne del migliore rappresentante di salumi o lavandini (le stramaledette PR, miliardi di/in telefonate e fax, ossequi alla sua signora e determinazione da ariete).
  Dall’universale al particolare: Sabor, fallita e sepolta, a tutt’oggi mi deve ancora l’equivalente di 3.100.000 lire nette, cioè l’importo di parecchie collaborazioni (tutte), mai pagate. Quando la nave affonda - il direttore si è bruciato i quattro soldi raccolti dagli sponsor per tenere a galla la baracca, e la pubblicità diminuisce di numero in numero - il collaboratore esterno rappresenta, all’atto della spartizione delle macerie, il due di coppe, il ronzino dello scudiero. L’ultimo degli ultimi a ricevere la biada. Mentre scrivi/fotografi non sai MAI quando e se verrai pagato. Nella migliorissima delle ipotesi sessanta giorni dopo la pubblicazione. Ho clienti che pagano dopo anni e cento solleciti con il bazooka, altri che non pagano nemmeno dopo che ho ottenuto una sentenza di condanna (solitamente in contumacia) da un giudice. Per ottenere il maltolto dovrei contattare qualche albanese spaccarotule o investire il triplo del danno in avvocati, con zero garanzie che, una volta sequestrati televisori e computer, i figli di passeggiatrice siano in grado di sborsare. Parmalat e Cirio dei gironi bassi, per intenderci.
  La mia collaborazione a Sabor era tutta improntata al futuro: pagheremo, tu intanto emetti le tue noticine che, vedrai, alla fine di questo mese, al massimo i primi giorni del prossimo, riceverai il tuo compenso. ‘Sti cazzi. Mentre scrivevo non ho mai visto una lira di anticipo, al più qualche cd che avevo recensito, un po’ di pacche sulle spalle e la soddisfazione di sapere che qualche peone alla fiera di Bologna si era fregato un poster con una copertina di Sabor fatta con una mia foto. Ma la gloria non era solo nell’alto dei cieli? E quaggiù? Chi paga le bollette?
  L’articolo in questione riportava notizie vecchie, di circa cinque anni prima, perché l’immonda amministrazione della rivista non cacciava un quattrino e io, di conseguenza, se proprio vogliamo poco professionalmente, mi ero limitato a riportare notizie vere ma d’archivio, senza aggiornarle. Aggiornarle - collegandomi a internet, andando ad acquistare una guida recente sul Perù, contattando qualche ente del turismo del menga - costava, i telefoni costavano, le guide pure.
  Ma non potevo certo spiegare tutto ciò a Ciccio Ravenna, lì per affittare, divertirsi e filosofeggiare a tavola, tra una forchettata e l’altra. Dopo quella sera, però, imparai ben TRE nuove regole vitali:
1)  alla sera bisogna sempre uscire, ogni volta te ne succede una nuova;
2)  d’ora in poi tutto ciò che scriverò sarà aggiornato al decimo di secondo;
3) il mondo è grande come uno sgabuzzino.







Cinque
Cose turche
Il mio battesimo marcopolista lo ebbi a diciannove anni, in Vespa, in Turchia. Ci arrivai passando per la Grecia, saltellando di isola in isola, assieme a quattro amici. L’equipaggio era esclusivamente maschile: le ragazze seminavano zizzania e, soprattutto, non ne conoscevamo nessuna disposta a venire con noi.
  Dalla caotica Smirne, il porto di sbarco troppo incasinato per i nostri gusti, scendemmo verso sud-est, lungo la costa. Le giornate trascorrevano tranquillamente, lungo chilometri di asfalto percorsi schivando bambini che ci tiravano sassi e camion pestilenziali.
  Il fattaccio avvenne subito dopo Fethiye, città che, in qualche modo, ci aveva dato avvisaglie. I troppi muezzin piangevano dai minareti neri con frequenza isterica, i corvi neri facevano strani circoli nell’aria, il cielo era nero e la gente cupa aveva inquietanti occhiaie nere. Subito fuori dalla città un’ape gialla e nera mi punse in piena faccia, e nel giro di un quarto d’ora avevo una guancia alla Braccio di Ferro.
  Diretti verso Kalkan, imboccammo la bella strada tutta curve tra le conifere. Caricavo Tonno - un amico che seguiva una dieta tutta sua (eroina, cioccolata, patatine fritte) e che gli aveva regalato il simpatico soprannome - sul mio PX 125 nero, spettacolare regalo di babbo e glorioso ronzino di molte battaglie. Eravamo gli ultimi della carovana. Non correvo, non avevo fretta e, nonostante la faccia mi si stesse gonfiando come una camera d’aria da camion, mi godevo il panorama, particolarmente bello.
  Passammo davanti ad alcune case, lungo un rettilineo. Improvvisamente, da una di queste si tuffò sulla strada un ragazzino demente che caricava un anziano sulla propria moto. Ci venne quasi addosso con il suo 150 cc. scoreggiante, assolutamente insensibile a stop e precedenze, robetta per europei effeminati che un turco con i baffi che si rispetti non prende minimamente in considerazione. Il kamikaze per poco non ci silurò e, prontamente, lo sfanculammo con tutti i gesti diffusi e contemplati dal più moderno codice stradale occidentale.
  L’orgoglio ottomano si sentì forse ferito, e ammazzakurdi iniziò a inseguirci, per farci vedere come fosse più bravo/veloce/maschio di noi nell’arte motoristica.
  Lo scemo scelse il momento migliore per sorpassarci, cioè alla fine del rettilineo, dove iniziava una curva strettissima a Z. In senso opposto arrivava a palla un autobus stracarico di saladini e sentii un rumore di freni da atterraggio di Boeing, davanti e dietro. In una frazione di secondo girai la coda dell’occhio, sentii una spinta propulsiva dal retro. Non era Tonno che mi stava inchiappando, ma Turks e Caicos che mi aveva tamponato. Per non sfracellarmi contro la montagna frenai con tutti i miei mezzi, inclusi l’inutile freno anteriore e le suole. Tonno emise urla da mattanza supportate dal messaggio “Ehi, maccheccazzo fai” diretto al centauro suicida. Io mi diedi pacchette sulle spalle per complimentarmi della prontezza di riflessi. Il rumore esplosivo di lamiera stracciata che avevo sentito venire da dietro, però, non fece presagire nulla di buono.
  L’autobus aveva inchiodato all’ultimo istante ed era bloccato in mezzo alla strada. Dietro iniziava a formarsi la fila. Come mi ripresi dallo spavento e misi la Vespa con i copertoni ancora fumanti sul cavalletto, vidi l’orrore. Il vecchio giaceva a terra in una pozza di sangue, il cranio era appiattito a mo’ di incudine. Casco? In Turchia? Che cos’è? A che cosa serve?
  Il giovane urlava e gesticolava, mentre la sua moto schifosa sembrava una lattina di Coca-Cola riciclata. Alluminio turco, basta soffiarci sopra che si accartoccia. Presto accorse l’intero villaggio e tutti i passeggeri del bus scesero a ficcanasare. I nostri amici erano già avanti e non si erano accorti di nulla.
  Io e Tonno vedemmo passare davanti agli occhi le scene più hard di Fuga di mezzanotte e iniziammo a pregare tutti gli dèi affinché il popolo, baffuto e turcomanno, non ci scannasse come kebab a scimitarrate in gola. Quelli con i baffi più folti e neri e le pance più grosse, in effetti, stavano iniziando ad avvicinarsi con aria minacciosa.
  Mai avrei pensato in vita mia, un giorno, di dover essere grato all’esercito turco. I militari, unici poliziotti stradali della zona, giunsero dalla caserma vicina un secondo prima dell’inaugurazione dell’ennesima crociata e ci isolarono dagli ultras, ponendosi in circolo con alcuni M-16 molto loquaci puntati ad altezza ombelicale.
  Il vecchio fu buttato come un sacco di immondizie, ancora vivo ma agonizzante, sul sedile posteriore di un’auto di passaggio requisita e spedito all’ospedale più vicino. Durante la delicata operazione, degna dei corsi di soccorso stradale più aggiornati e moderni, il nonno fu alzato in piedi di colpo e cominciò, guarda che combinazione, a vomitare sangue, a ettolitri. A me e a Tonno vennero sequestrati i passaporti e fu ordinato di seguire i militari in caserma.
  Feci per stringere la mano, in segno di ringraziamento, al militare che aveva abbaiato più forte. La risposta fu il suo M-16 puntato contro il mio stomaco. La gente ci guardava, lui non poteva dimostrare di stare dalla nostra parte. Gli altri, intanto, erano tornati indietro: non vedendoci arrivare avevano capito che doveva essere successo qualcosa.
  La caserma, rispetto ai dintorni, sembrava un cottage svizzero, con aiuole all’inglese e ogni singola pietruzza al posto giusto. Intonaco fresco, garitte tirate a lucido. Come entrammo notai che Tonno era bianco Maruzzella e stava ripassando mentalmente la scena finale di Fuga di mezzanotte, quella in cui il pollo americano appende come un montoncino all’attaccapanni la nuca dello sbirro laido con aspirazioni di aspirazione. Sotto la maglietta Tonno faceva strani movimenti con le mani, come in un ripasso immaginario di mosse di karatè. Hip, hop, stlack. Black & Decker nel coppone, gancio da macellaio piantato all’altezza del cervelletto. Tutto sarebbe andato bene, bastava trovare il momento e l’accessorio giusto.
  Trascorremmo un paio di tese orette nel giardino di Versailles a chiacchierare con i soldati, entro i limiti dei gesti, dell’ansia e del zero inglese che sapevano, in attesa che qualcuno trovasse un interprete e arrivasse il comandante. Le milizie, mentre mi fissavano ossessivamente la guancia sinistra che non smetteva di gonfiarsi, ci raccontarono come fosse esaltante servire la Patria per appena cinque anni e ci mostrarono le foto di famiglia. Nelle pupille di Tonno vidi l’incubo di diventare noi la loro famiglia, dopo una prima notte di luna di miele passata in camerata inchiappati dalla truppa. Quest’ultima, di solito, se le andava grassissima, impecorava un kebab bianco: due turisti potevano essere una specie di regalo di Natale.
  Dopo un troppo bel po’ arrivò Generalissimo e ci destammo dal torpore post-trauma con il rumore dei tacchi dei sottoposti che sbattevano deflagrando sull’attenti al suo passaggio. I raudi e le bombe carta buttati giù per la tromba delle scale di un condominio fanno molto meno rumore di un soldato turco che saluta un superiore. Generale ci fece gentilmente accomodare in un ufficietto dietro la collina e, dopo averci offerto un ottimo tè, ascoltò in posa marziale la descrizione degli eventi raccontata con aria sottomessa dall’abbaiatore/salvatore con la mania degli M-16. Mi fece quindi un paio di domande in turco stretto alle quali, per mia ignoranza, non seppi rispondere. L’unica parola che fino ad allora avevo imparato era sik-der-ghìt, o giù di lì, utile soprattutto per rispondere alle pietre dei bambini lungo le strade, ma forse fuori luogo durante l’ora del tè.
  Dopo qualche minuto arrivò una barbetta, un barista della città vicina che biascicava quattro parole di inglese (gin fizz, bloody mary, bloody bastard, robe così): lo avevano obbligato a fare da interprete. Più che concentrato su ciò che gli dicevo, però, sembrava ipnotizzato dalla mia faccia da Elephant Man. Italiano assassino con elefantiasi, non se ne vedevano spesso giù al bar.
  Nonostante il massimo impegno di entrambi, con suggerimenti fuori scala di Tonno, la missione impossibile rimase tale. Nessuno capì la nostra versione dei fatti.
  I ragazzi, intanto, si erano dati da fare. Erano andati a cercare un interprete degno di tale nome, pattugliando i tavolini dei saloon per turisti. Uno di loro, Gianluca, il suo nome sempre sia lodato, ebbe una botta di culo per la quale gli sarò grato per il resto dell’eternità. A un tavolino incontrò Meral, una donna che parlava un ottimo italiano e che aveva i seguenti, impagabili pregi:
  - era turca;
  - era dotata di fine intelligenza;
  - era la moglie del più famoso cantante turco, dunque più importante del presidente, di Atatürk e di Maometto messi assieme.
  Meral acconsentì ad aiutarci, traducendo anche le virgole di ciò che dicevo. Barbetta fu rispedito a fare cocktail annacquati, con poco onore e ancor meno gratitudine.
  “L’anziano era il nonno del ragazzo che guidava la moto. Appena arrivato in ospedale è morto. Il nipote, come l’ha saputo, è fuggito.”
  Vendetta di parenti turchi, forse peggio del cancro. Brividi gelidi corsero giù per la schiena, una vacanza con morto sulla coscienza.
  La logica, però, diceva che avevamo ragione al mille per cento.
  “Stanotte potete dormire in albergo, ma dovrete lasciare i passaporti qui fino a domattina, quando l’autista dell’autobus verrà a testimoniare.”
  Arrivammo in hotel increduli di avere ancora lo sfintere tutto d’un tondo, profondamente grati a Meral e benedetti, con riserva, da Generale. Intontiti per la giornata pesantina che avevamo lasciato alle spalle e per come ci fosse andata liscia, ci addormentammo vestiti. Io non chiusi occhio e Tonno ebbe incubi a base di kebab neri, sangue e militari arrapati per tutta la notte.
  La mattina seguente fummo condotti a Kas, in un’altra caserma, meno svizzera e più sovietica, dove ci aspettavano Generale e Meral. Dopo qualche convenevole ci raggiunse un omarino ignoto che mise per un secondo il naso dentro la sala, ci guardò in faccia con uno strano sorriso, disse sì, sono loro, e se ne andò. Non lo riconoscemmo. Secondo la versione ufficiale avrebbe dovuto essere l’autista del bus, ma quello vero, del giorno prima, in realtà doveva essere minorenne o senza patente, per cui aveva mandato in sua vece a riconoscerci quello che avrebbe dovuto lavorare sul serio, sicuramente in giro a fumarsi un paio di narghilè.
  Non eravamo persone troppo polemiche, per cui non facemmo precisazioni puntigliose. Ci aveva riconosciuto, e questo era ciò che importava.
  L’Incredibile, ciliegina della storia, si manifestò attraverso la voce di Generale, tradotta da Meral, mentre ci riconsegnava i passaporti:
  “Il pluridecorato, Eroe di Costantinopoli e Salamina, desidera sapere se volete che vi vengano risarciti i danni.”
  I danni erano un catarifrangente della freccia posteriore, lire cinquemila a comprarlo da un negoziante ladro del centro, disintegrato durante il tamponamento. Fummo generosi, lasciammo perdere.
  Fuga di mezzanotte. Roba da americani.







Sei
Gli acidi fanno male, figuriamoci ai tedeschi
Sull’autobus fatto di lamiere slabbrate e galline chioccianti che va da Panjim ad Harambol, a Goa, incontro Marco, tardofreak sulla quarantina.
  “Sono svizzero, del Canton Ticino, ma quando viaggio da ‘ste parti mi vendo per italiano. Voi Azzurri comunicate più rispetto, specie ai ladroni che vanno a caccia di travellers’cheque, orologi con il cucù, tobleroni pregiati.”
  “È da molto che sei a Goa?”
  A vederlo sembra un aficionado del luogo, deve essere qui da sempre.
  “No, sono in India da una ventina di giorni, ma ero già stato da queste parti molti anni fa. Troppi. Ora mi sembra tutto cambiato. Alberghetti per coppiette in viaggio di nozze, cheese macaroni per turisti americani, comunità di recupero per tossici, indiani che si fanno le pippe dietro gli scogli sbirciando con il cannocchiale le sporcaccione occidentali seminude. Tutto ciò, allora, non c’era. C’erano solo le sporcaccione occidentali seminude. Era tanto che volevo tornare, ma il lavoro, sai...”
  “Che cosa fai a casa?”
  “Il magazziniere. Una volta, con i miei compagni di lavoro, durante l’ora d’aria provammo una balestra che qualcuno aveva portato in azienda. Sparammo una freccia fuori dalla porta, alla cieca, e si andò a conficcare nella guancia di un tipo che pedalava in bicicletta. Si scatenò un bel casino.”
  Di palo in frasca. A giudicare dall’aneddoto, i conti tornano. Guglielmo Tell da magazzino, odio per i ciclisti. Scoppiato quanto basta, perfettamente inserito nella cornice di Goa.
  In fuga dall’iperorganizzata Colva Beach e da un vecchio dentista di Margao che ha provato a togliermi un ponte dolorante con le mani, mi sono spinto fino ad Harambol, ispirato da un bel servizio fotografico che ho trovato su una rivista donna. Stando al reportage, questa è la spiaggia più freak dell’intero litorale, l’ultima che non si è ancora svenduta al turismo organizzato e dove ha piantato le radici una comunità hippy integralista. Alcuni vivono nelle caverne tra la giungla e, a giudicare dalle foto, da queste parti devono circolare individui parecchio eccentrici. Ne può nascere un articolo interessante e, lo penso ma non me lo confesso, vorrei fare delle foto così.
  Mi spingo con Marco oltre il laghetto di Harambol in cerca di una camera decente, vorremmo evitare almeno gli scorpioni nei letti. Oltre il promontorio c’è un piccolo hotel che sembra fare al caso nostro, le stanze che l’albergatore ci propone sono davvero carine e confortevoli. Il posto, però, è tremendamente isolato e, a giudicare dal sorrisino da gatto+volpe dell’israeliano che gestisce il posto, siamo telepaticamente certi che, non appena appoggiati i bagagli e calate le tenebre, di nostro nelle camere rimarrà solo l’odore.
  “Forse è meglio se cerchiamo una stanza sulla spiaggia principale”, propongo a Marco.
  “D’accordo.” Svizzero sì, fiesso no.
  Troviamo due stanzette buie e iperbasic in una stamberga al limite del laghetto.
  “Dov’è il bagno?”, oso chiedere al proprietario.
  “Sorry, no bathroom, Sir. L’unico ‘bagno’ è quello là - mi indica una specie di cabina del telefono fatta di bambù e frasche -, per usarlo basta pagare due rupie al guardiano. Oppure può scegliere tra il mare e la foresta. Di solito consiglio il mare.”
  Mah.
  Verso sera non posso più farne a meno, devo usare il bagno.
  Pago le due rupie a un vecchietto secco secco, che in cambio mi allunga due pezzetti contati di carta igienica. Secca pure lei.
  Aperta la porta della ‘toilette’, rimpiango di non avere una telecamera. Il water è composto da un’asse alla turca con un bel bucone nel centro, vista spiaggia. Tiro giù i braghini, mi accomodo a tripla distanza di sicurezza, faccio il mio sporco dovere. Fischietto e penso al bagno di casa mia.
  La bomba non ha ancora colpito il bersaglio, che inizio a sentire uno strano rumore alle mie spalle, verso le parti basse, per l’esattezza. Un enorme maiale grigio topo, forse un cinghiale, accorso in silenzio ma superapido, ha afferrato al volo il boccone fumante e lo sta biascicando a quattro palmenti, manco fosse panettone. Deve aver sentito scricchiolare i cardini della porta mentre la chiudevo.
  Non vomito perché credo che sia fisicamente impossibile occupare contemporaneamente le due vie di sicurezza, ma lo spavento improvviso misto al disgusto mi fa chiudere bottega in fretta. Anche perché non vorrei che l’operatore ecologico, non sazio, allungasse il naso e passasse ai piani alti, assaggiando i miei gioielli. La frutta. Butto un occhio sul fondo della toilette, e noto che del prodotto interno lordo non è rimasto alcunché, né le briciole né le due rupie di carta igienica.
  “È normale - mi fa Marco quando, stupefatto, gli riferisco dell’incontro con Sora Natura -, anni fa questi erano gli unici spazzini di Goa. Il sistema è assolutamente sano, e in giro non rimane nulla, a parte l’alito dei maiali. Oggi, però, purtroppo, grazie alla fighetteria dei turisti, sante istituzioni come questa vanno scomparendo, e tutti gli alberghetti si sono dotati di bagni con il pozzo nero, molto più inquinanti.”
  Strani, gli svizzeri, li facevo diversi.
  Trascorsa una notte a schiacciare zanzare sui muri e a scacciare maiali neri cannibali dai sogni, il giorno seguente inizio a vagabondare qua e là, alla ricerca di bei soggetti da immortalare. Un tipo biondo con il turbante, dev’essere di Hannover, fa il bagno nudo nel laghetto, nella posizione del fior di loto. Una famiglia di turisti indiani lo osserva e lo indica ai bambini come si fa con la tigre al circo, ma lui sembra lievitare a due metri di altezza, tanta è l’indifferenza che dimostra nei confronti dei negri ficcanaso. Dalla foresta giungono voci quasi umane, deve essere qualcuno dei neotrogloditi che chiama un vicino di grotta per l’aperitivo.
  In un istante mi rendo conto che la visione della mia Nikon turba l’umanità freak-chic locale. Appena notano l’obiettivo distolgono lo sguardo, innescando un ghigno schifato. Come cavolo avrà fatto il fotografo che mi ha preceduto a fare quelle foto (l’hippy che medita al lume di candela nella sua grotta, il party al chiar di luna in spiaggia, una tipa nuda che sguazza nel laghetto) così belle? Li ha ricoperti d’oro e si sono messi in posa? Non può essere andata diversamente. Anche i freak, si sa, tengono famiglia.
  Vagando, incappo in una casa molto particolare, con un bel patio decorato da un’infinità di strani oggetti. Maschere, sculture, quadri, il tutto con colori quasi fosforescenti. Un tipo pelatino e baffuto rulla un cannone grande come un hot dog su un muretto e mi guarda serio da sotto il pelo da faccia.
  “Buongiorno”, gli dico.
  “Buongiorno”, mi risponde, ora con un sorriso. “Vuoi?”, mi propone, porgendomi il joint.
  Sarà un busone?
  “No, grazie, molto gentile, non fumo.”
  Heinz, così si chiama, è di Amburgo e mi invita cordialmente a chiacchierare, mentre armeggia con fumo e cartine. Non è busone.
  “Sono un fotografo - gli premetto - e sto facendo un servizio sulla vecchia Goa, quella degli anni Sessanta o, almeno, ciò che ne rimane. Ho visto un bel servizio sugli hippy che ancora vivono qui e vorrei fare qualcosa di simile. Purtroppo non ho qui con me la rivista, altrimenti te la farei vedere.”
  “Beh, se vuoi, puoi fare un po’ di foto alla casa. Ma non a me, per favore.”
  “Grazie”
  Fatto qualche scatto, Heinz mi racconta la sua autobiografia. È un fiume in piena.
  “Sono qui da una ventina d’anni. Ho campato per una vita facendo la spola dall’Afghanistan, importando tonnellate di fumo che vendevo ai turisti. Ora mi sono ritirato dall’attività, ho già i miei anni, e cerco di godermela, anche se Goa non è più quella di un tempo. Pensa che in questo periodo le autorità hanno persino proibito i moon party. Qualche tempo fa il figlio del governatore è morto di eroina, e da allora gli sbirri interrompono ogni festa. Il calendario, di conseguenza, è in costante movimento. Ogni volta si sceglie una spiaggia diversa, ci si impasticca, parte la musica, tutti cominciano a ballare nudi, ed ecco che un branco di sudici sgherri ti piomba addosso e inizia a manganellare a suon di bambù. Se ti beccano e hai i soldi per pagargli le birre e le zoccole ti lasciano andare, altrimenti...”
  Heinz è partito a ruota libera, la sua più che una chiacchierata amichevole sembra un comunicato stampa. Annoto tutto nelle pieghe del cervello. Il suo tono è cordiale e disponibile.
  “E hanno pure proibito il mercatino freak di Anjuna, un’istituzione di Goa fin dai tempi del concerto degli Who. Ora, in compenso, regnano sovrani i ristorantini che offrono carne di pescecane ai turisti e i cartelli che proibiscono il nudismo. Le riviste indicano dove trovare l’aragosta ad appena dieci dollari. Ti rendi conto?”
  “Beh, sì, hai ragione, le cose devono essere cambiate parecchio. Se lo dici tu...”
  Difficilmente riuscirei a fare il nudista, non ho il physique du rôle, e poi amo mostrare le mie parti intime solo a chi voglio io. Non mangio l’aragosta, né altri crostacei, mio padre mi ci ha stuprato la gola quand’ero piccolo (“Senti che buono, senti!”), e adesso a solo parlarne mi vengono i conati. Per quanto riguarda i mercatini freak ho già dato in gioventù. Ora soffro di allergia da odore d’incenso, ma lui ha il diritto di non saperlo.
  Ringrazio Heinz per l’aiuto e la gentilezza. Lo saluto e proseguo la missione. A Vagator mi imbatto in Marco, con il quale inauguro un tormentatissimo torneo di backgammon al tavolo di un ristorantino. Come cornice sonora fa da sfondo il vociare tossico di un calabrese trapiantato a Cinisello Balsamo, gran bel mix di accenti, Garibaldi deve avere un attacco di epilessia nella tomba. Coso dibatte ad alta voce per ore sulle quotazioni e la bontà dell’afgano piuttosto che del pakistano, con volume distorto dalla troppa eroina presa a colazione. Ma è democratico, quindi ha deciso di deliziare tutti i frequentatori del locale con il suo monologo da fatturione, in un inglese che è meglio lasciar perdere.
  Massacrato Marco, e massacratomi i timpani, mi incammino di nuovo. È buffo, un altro italiano ha issato un cartello sulla sua casetta di fango e frasche con la scritta Vero espresso italiano. Con la moka. In italiano sulla catapecchia.
  Giunta l’ora di pranzo, mi butto nel primo ristorantino che incontro lungo la spiaggia di Harambol. Sull’insegna svetta un ritratto di Shiva dai colori lisergici, e il locale non può che chiamarsi Om.
  Durante questo mio trascinarmi goano mi piacerebbe tanto incocciare almeno in una persona carina e interessante, con la quale parlare di tutto un po’, possibilmente non solo di quotazioni in borsa dell’hascisc e di quanto fanno quegli ultimi Superman arrivati freschi freschi da Amsterdam. In realtà, mentre mangio, mi scontro con altri due italiani, una grammatica e due volti da rifare, e due ragazzine tedesche. Queste ultime dicono di avere diciassette anni, ma ne dimostrano il doppio.
  “Siamo fuggite da casa. Della scuola e dei genitori rompicoglioni non ne potevamo più. Fuck the system!”
  Mentre mi regalano questo manifesto politico, mangiano, così sembra, un pollo. In realtà, pare che il pollo lo succhino, lo triturino, lo schiaccino, lo spalmino, il tutto tra la faccia e le mani, senza smettere di parlare. Sarà per la mia educazione impostami a bacchettate dalle orsoline, ma il quadretto che mi trovo davanti mentre sto tentando di finire il mio pollo mi riporta immediatamente il maiale di ieri davanti agli occhi. Di colpo mi è passata l’appetito. Via, via di qui.
  Al pomeriggio riesco a scroccare un passaggio da un prete locale. Con la sua Vespa raggiungiamo Old Goa, la vecchia capitale, un gioiello dell’architettura coloniale portoghese, oggi città fantasma. Le foto che faccio - crocefissi e stucchi dorati - non sono esattamente quelle che avevo immaginato, ma la conversazione con il padre è stimolante.
  “Che sporcaccioni quei turisti, tutti atei. Pensa che vanno in giro nudi. Ogni tanto ne vedi due che si nascondono nella foresta. Chissà che cosa fanno, sicuramente andranno all’inferno.”
  Sicuramente.
  Sulla via del ritorno facciamo una sosta presso una comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Gli ospiti sono tutti indiani e, così mi dicono, ogni tanto anche qualche occidentale viene parcheggiato qui dalla polizia. I presenti, nemmeno tanto giovani, come terapia separano montagne di chicchi di riso, uno per uno, dalle scorie. Vado via, prima che l’angoscia mi strangoli.
  Ad Harambol è piombata la notte e, prima di uscire, metto nella sacca della macchina fotografica la rivista con il famoso reportage. Se incontro Heinz glielo voglio far vedere.
  Infatti, dopo un po’, ritrovo il tedesco in una bettola lungo la spiaggia. Da buon tognino, le vecchie tradizioni sono dure a morire, si dev’essere bevuto un’intera cassa di birra, almeno a giudicare dell’alito e dallo sguardo liquido.
  “Ciao, Heinz, come stai? Ecco il servizio di cui ti parlavo. Mi piacerebbe proprio fare delle foto così...”, e glielo allungo.
  In una frazione di secondo il mio ‘amico’ cambia improvvisamente espressione. Inizia a sbraitarmi addosso.
  “Che cazzo vuoi? Perché sei venuto qui, a spiarci? Perché non te ne vai con la tua macchina fotografica del cazzo a Disneyland?? Via, vattene di qui!”
  Accenna un inizio di aggressione, ma poi si trattiene. Anche se ubriaco fradicio, si rende conto che non è il caso di combinare casini di fronte a testimoni, forse ne ha già avuti anche troppi. Qualcuno lo trattiene dal mettermi le mani addosso. E poi, se ci prova, gli schianto la Nikon sul cranio.
  Me ne vado, esterrefatto. Solo ora il postino afgano si è reso conto che voglio fare sul serio un servizio sui suoi colleghi. E il mix ventennale di acidi tornati a galla grazie a qualche ettolitro di birre, seppur indiane (fiacche), ha fatto venir fuori Mister Hyde. Domani lascerò Goa. I suoi fantasmi incartapecoriti mi hanno stufato. Mi divertirò di più a fotografare le mucche di Bombay e le loro enormi cacche sante.







Sette
Il mio cane
Madagascar, paradiso dell’ecosistema. Così mi avevano detto, e per un po’ ci avevo pure creduto. Poi, un bel giorno, razzolando tra le bancarelle dello Zoma, l’enorme mercato all’aperto di Antananarivo, incoccio contro una bancarella che vende l’intera arca di Noè imbalsamata: rospi, camaleonti, bambini di pesce-sega impagliati e proposti come schifosi souvenir, presumo per un pubblico esclusivamente malgascio. Un turista straniero, per quanto marcio di cervello, difficilmente potrebbe comprare delle robazze così da mettersi in salotto.
  Proseguendo il mio viaggio attraverso l’Île Rouge, non faccio che trovare conferma di come i malgasci stiano dando il colpo di grazia alla Madre Terra. Il reparto delle carni al mercato della capitale, una prova di forza antivomito per gli stomaci più coriacei, ha omologhi in miniatura in tutta la provincia, con spettacoli apocalittici fatti di globi oculari e teste di bue esposti alle mosche e ai tubi di scappamento. L’80% della foresta malgascia è andato a farsi benedire da un pezzo, convertito in carbonella da riscaldamento sulla fredda regione degli altipiani. Gli Hemingway da strapazzo delle coste, in buona parte italiani trapiantati, organizzano mattanze sanguinarie contro tutto ciò che di vivo respira sotto la superficie dei mari, con la connivenza di qualche tour operator nostrano. I lemuri, specie di orsetti di peluche che solo Goebbels potrebbe ipotizzare di uccidere, ogni tanto vengono ammazzati e fatti arrosto da qualche malgascio affamato. Sul litorale di Tulear, la capitale del Sud-ovest, i gusci di tartaruga abbandonati sulla spiaggia abbondano come conchiglie. I rari coccodrilli dell’isola, che un tempo vivevano nei fiumi sotterranei e in alcuni laghi, sono stati decimati per l’industria del pellame del ‘Primo Mondo’.
  E poi, un’alba a Tulear, anziché svegliarmi con bacini e cappuccini, vengo tirato giù dal letto per le urla strazianti che vengono dalla strada. È il giorno in cui si sgozzano le capre e il viale che collega la spiaggia al centro è una specie di piazzale Loreto in cui a ogni albero penzola impiccata una capra con la gola tagliata a sgocciolare. Ma non sono ancora arrivato al limite.
  Un mattino sono ad Ampanihy, un villaggio del Sud-ovest autentico-che-più-autentico-non-si-può. Mercato incasinatissimo, strade sterrate, cibo d’emergenza, turisti alloggiati in un unico ghetto, il Motel Relais. Anch’io sono lì, ospite di Amin, un simpatico arabo che fa affari con i vazaha, i bianchi. Dal giardinetto tutto erbacce che si trova sul retro inizio a sentire nuove grida di dolore. Altre capre fatte a brandelli? Qualcuno sta strangolando un bambino? Corro a vedere.
  Tre subumani, uno di mezza età e due giovani, tra una risata e l’altra stanno scagliando delle pietre verso un cespuglio di erba alta. A ogni pietrata corrisponde il guaito di un cane.
  “Sicuramente ha la rabbia e ha cercato di attaccarli” mi giuro. Non ci può essere altra spiegazione. “Potrebbe mordere qualcuno degli ospiti. Bravi ragazzi.”
  Per antica tradizione a ficcare il naso in tutto ciò che non mi riguarda, però, mi avvicino al cespuglio. Il sesto e il settimo senso sono già all’erta, ma voglio la conferma che il barattolo del loro rumoroso tiro al bersaglio sia un cane con la SARS, il cimurro e lo scolo.
  A qualche metro, rintanato in una piccola buca scavata tra l’erba folta, c’è un cucciolino. Carino e pelosetto come ogni cucciolo del mondo. Visibilmente sano, almeno dove le pietre non hanno colpito. Totalmente terrorizzato dalla grandine spaccaossa, quando mi avvicino - vedendomi nei paraggi le tre teste di cippa hanno interrotto il bombardamento - non ha nemmeno la forza di fuggire. Scosso dai fremiti, mi osserva come chi si aspetta il colpo di grazia.
  Non ci posso credere.
  “Ma chemminchia fate, dementi?”, mi esce dalla bocca, fra sputacchi di bile. Forse ho pure le pupille gialle iniettate di sangue e sono talmente incarognito da non prestare troppa attenzione al fatto che i tre guglielmotell del menga sono, appunto, tre, cioè il triplo di me, e impugnano pietre.
  Ai tre parte automaticamente una risata, per qualche istante. Sicuramente trovano molto esilarante che un vazaha si preoccupi per un cagnolino, quanto per un cristiano o un musulmano. Poi, però - non ho specchi davanti, ma il mio ghigno deve essere quello di chi sta per premere sul grilletto -, i due coglioncelli più giovani posano le pietre e si fanno velocemente di nebbia. Il terzo, l’anziano, il saggio, si toglie il sorriso di bocca e mi osserva con aria seria, lievemente tendente all’incazzoso.
  “Perché? È il mio cane. Ne faccio quello che voglio...”
  Me ne vado sputando e bestemmiando cose italiane. Spero che nella prossima vita quella orrenda testa di cazzo si reincarni in una cavia da laboratorio. Mille volte mille.







Otto
Ghetti
Da quando per campare e viaggiare a sbafo ho iniziato a fare anche l’accompagnatore turistico ho acuito in maniera esponenziale il mio livore, per usare un eufemismo, nei confronti dei cosiddetti ‘villaggi vacanze’. Ghetti scintillanti in cui il turista del Primo Mondo, per sentirsi in linea con i vicini/e di scrivania/casco, può rinchiudersi, abboffarsi, spaparanzarsi e grattarsi al sole mentre i colleghi sudano sul computer o in fabbrica, annusare da (molto) lontano l’aria che respirano i poveri indigeni miserabili e, tornato al Bar dello Sport/Salone Mirna, raccontare come ha fatto il tal paese. Poverini, erano così miseri. Vedessi che code per comprare un panino. E che vestiti. E che denti.
  A Cuba, per volere di Castro, negli ultimissimi anni queste strutture, veri e propri dollarifici per le casse dello stato, sono cresciuti come funghi. Al momento sull’isola sono in costruzione oltre ottomila camere d’albergo, da aggiungere alle trentamila già presenti. Alcune isole bellissime - come Cayo Largo, Cayo Coco, Cayo Guillermo - sono state trasformate, in pratica, in campi di concentramento per la spremitura del turista, con spartizione del bottino tra governo cubano e tour operator/costruttore occidentale che vi ha investito notevoli capitali.
  Premesso che il cubano a Cuba rimane fuori, vediamo come il turista medio, conosce l’Isla Grande in queste simpatiche strutture.
  Arrivato in truppa con un charter venduto a prezzo da saldi e carico di gente allupata che già calcola i costi delle prossime avventure erotiche, viene depositato con un pulmino presso la reception dell’albergo, assieme alle sue tre Samsonite da 50 kg ciascheduna. È ricevuto da giovani abbronzati/e dall’aria sana che tirano le guance fino ai limiti della paresi per dimostrare la loro gioia, molto molto interiore, nel ricevere il settecentomilionesimo ospite del Villaggio Vacanze Capecazzi, gestito dal noto operatore L’Avventura Non è per Tutti. Segue il welcome drink (succo acido di arancia), trasporto del corredo di nozze per mano di schiavo sudante alla camera della cabaña assegnata (che della capanna ha solo un po’ di pagliuzza sul tetto), immatricolazione. Quest’ultima fase è particolarmente interessante. Nei villaggi di mezzo mondo, negli ultimi anni, si è diffusa l’elegante usanza di decorare i polsi dei Sigg. Ospiti con colorate pulseras, braccialetti di plastica, dalle tinte vivaci e con un bel numero da lager stampato sopra. I braccialetti vengono applicati con un sistema antistrappo: non possono essere slacciati, a meno che non vengano segati o sciolti con la fiamma ossidrica. Per il marchiamento a fuoco, come si faceva ai bei tempi di Dachau o con i cavalli di John Grinta, bisognerà aspettare ancora qualche anno, ma potete star certi che ci arriveremo. Il motivo più intimo di questa pratica risiede nell’acerrima lotta che vede contrapporsi il mondo del tour operator pagante, in concorrenza globale ogni giorno più dura, a quello piccolo e antico del portoghese autoinvitato, soprattutto nel momento clou del buffet. Come dice la parola, quest’ultimo corrisponde a un’abbuffata, uno dei momenti più topici dell’avventuroso viaggio in terra cubana (o in qualsiasi altro luogo simile).
  Ma torniamo alle decorazioni da polso. Queste, infatti, non bastano a tenere fuori i parassiti squattrinati come te. C’è sempre qualche furbastro - nove volte su dieci italiano - che, nonostante la tangibile atmosfera di riservatezza esclusiva che il luogo emana, pensa di essere il genio e si intrufola per usufruire gratuitamente dei servizi riservati ai Signori Spendenti. Qualcuno di questi rifiuti della società, senza tetto né legge, arriva addirittura a ipotizzare che le spiagge non debbano mai essere private e, nella fattispecie, che possa stendere il suo proprio personalissimo telo privo di firme quotate in borsa sulla pubblica arena. Tempo un quarto di secondo e un cubano in divisa, nero dentro e fuori, armato di manganello, manette e ghigno per nulla amichevole, ti chiederà con tono brusco:
  “Il/la Signore/a è ospite del villaggio?”
  Sa già la risposta e non serve trovare scuse. Serve pagare, se vuoi restare, quello sì. Sennò alzare i tacchi.
  Il problema è che nelle isole in questione non esistono mezzi pubblici, tipo gommoni o scafisti, con cui sfollare verso altri luoghi: o ti noleggi una costosissima auto (almeno 65$ al giorno) o è meglio che impari a fare un buco nella sabbia come i granchi. A Cayo Coco, per esempio, il luogo più vicino in cui trovare una tana a prezzi vagamente abbordabili è Morón, ad appena novanta chilometri. In mezzo il nulla, solo laghi e riserve di caccia per maniaci della doppietta scaricata addosso ai volatili. Se ti sei spinto fin lì con un passaggio di fortuna per goderti un po’ di spiaggia e sei stato colto sul fatto a versare il tuo lercio sudore sulla sabbia del villaggio senza pagare l’Adeguato Compen$o, sporco camaján che non sei altro, è meglio che passi in cassa, sborsi cinquanta dolori per mezza giornata di spiaggia+due pasti, e ti fai applicare un braccialetto di colore diverso da quelli degli altri. Loro sì, che sanno spendere i soldi. Loro pagano la diaria completa. Loro hanno la pulsera con il colore della nobiltà, tu quello della gleba. Tu, povero pezzente, solo la permanenza ridotta. E ti va bene solo perché siamo democratici, la Revolución ha trionfato e la dignità dell’Operatore è salva. ¡Patria o muerte!
  Dopo che ti sei rilassato, che le palpitazioni da sbirro incazzoso accarezzante manganello pronto-a-partire-se-tu-non-scucire si sono calmate, e il cuore ha ripreso il battito naturale, ti puoi finalmente godere la spiaggia e il suo mondo così gioioso e variegato. Passato tra una folla di bergamaschi che si lamentano di come sia affollato il centro di Bergamo la domenica pomeriggio e di come aumenti il costo della vita e delle materie prime per fabbricare armi, di obesi canadesi di origine calabrese di cui non si capisce una mazza, di Settimane Enigmistiche, di tatuaggi così tribali e ggiovani, di Istruttori così Sportivi in scalmane per coinvolgere i Clienti in attività salvifiche quali il catamarano, il windsurf, lo slalom tra la tracina, passato tutto ciò, puoi finalmente calpestare gratuitamente la spiaggia incontaminata. Fino al villaggio successivo, venticinque metri più in là.
  Ma non ti devi stupire se i vicini hanno così poco gusto. D’altronde sono spagnoli. Si sa, poverini, che dopo aver massacrato le loro coste con il cemento delle mafie globali, non soddisfatti, e convinti di aver inventato uno stile, ora lo stanno esportando nelle colonie, quelle di ieri. Cioè poi quelle di oggi. Non ti spaventare, dunque, se il villaggio limitrofo ha bungalow che sono una coltellata alle scapole di Le Corbusier, Niemeyer e Tange, per non parlare di quelle date al minimo concetto di buon gusto, che dovrebbe essere di tutti. Se le loro cabañas sembrano torte di nozze prive solo di sposini in cima ma arricchite con gli stessi colori da glassa marcia, dal verde dissenteria al giallo senape, ti devi convincere che tutto ciò serve alla Rivoluzione, al benessere psicofisico del Cliente, all’ecosistema e a far rivoltare il povero Hemingway e i suoi gatti nella tomba.
  È meglio procedere, non ti perdere in pensieri inutili e antidemocratici. Il cane da guardia locale sembra ipnotizzato dal tuo polso così fuori ordinanza e si sta chiedendo perchéggiammai i vicini usino colori così prolet., così diversi, così - forse un portoghese? Sta già accarezzando il manganello. Vai, accelera il passo, tra la fine del suo territorio e quello del pitbull successivo ci sono ben quindici metri di spiaggia ‘libera’. Potrai prendere respiro.
  Ein, two, trois, quattro, cinco...
 Sapevi che a Cuba la razza era bella meticcia, ma mai avresti pensato di trovare negri che parlino l’esperanto. E soprattutto mentre sguazzano tra le onde, circondati da venti ciccioni/e e italiane con le treccine alla Malindi che saltellano in mezzo metro d’acqua partecipando a giochi da tv generalista. Che minchia stanno facendo? Circo? Un corso di salsa acquatica? Cercano di non essere punti dalle tracine?
  Sei proprio out, non sei fashon, né trendy. Per non parlare dell’up e del cool. Nonono, così non va. Perché non segui gli input della moda? Dove vivi, tra i boscimani? È acqua gym, ginnastica per far muovere il culone alle obese del Primo Mondo. Poi, magari, stasera Paco, l’istruttore, farà vedere l’interno coscia alla più meritoria, quella che ha dimostrato la più profonda applicazione nell’impari lotta contro la cellulite e, soprattutto, nell’impari lotta di Paco contro il proprio salario. Ancora una, ma sai mai che quando arriverò a Lecco non mi dia le chiavi dell’appartamento. O almeno cento sacchi.
  Gli urletti delle massaie in calore non ti sono mai piaciuti, né nelle pubblicità degli assorbenti né, figuriamoci, su una spiaggia tropicale che in agenzia ti avevano venduto per selvaggia e incontaminata. Meglio lasciar perdere la passeggiata. Tanto qui di incontaminato c’è solo il fondale che inizia trecento metri oltre il reef.
  Andiamo a mangiare, è quasi l’ora di cena. Prima una bella doccetta, poi la camicia meno sgualcita. Stasera, come da programma, si mangia nella Sala Veneziana. Domani proverò La Dolce Vita. Dopodomani Il Mandolino Sbrecciato. Ehi, ma che cos’è tutta ‘sta gente?
  Il buffet è decisamente affollato. Nonostante i centocinquanta metri di tavoli vomitanti pasta, carni arrosto e budini, con un cuoco/cameriere servente ogni 50 cm, non c’è una sola fessurina in cui infilare il proprio piatto con relativa forchetta. Il popolo sembra impazzito per la conquista della Coscia di Pollo o del Cannellone sbrodolante ragù. Nemmeno durante le distribuzioni degli aiuti umanitari in Somalia o in Bosnia si erano visti tali zuffe per le zuppe. Che cos’ha questa gente, un’epidemia di verme solitario? Da domani hanno deciso di mettersi tutti a dieta? Certo che a giudicare dai fianchi e dai prosciutti usati come braccia ne avrebbero bisogno, ma mi sembra strano che si siano messi d’accordo per iniziare oltughèzeràitnau.
  “Scusa, il fusillo è al dente? Sai, perché se è molliccio non va bene, no, con quello che ho pagato. E nel sugo c’è l’aglio?”, fa una ciccia di Pescara a Raúl, visibilmente abbronzato sotto il cappello da chef. Visib. non italiano, visib. almeno cubano. A prima vista si supporrebbe poco parlante italiano.
  “¿Como? No se, Señora, ¿que coño está diciendo? No ablo italiano...”
  “Pasta al diente, dura, capisci? Aglio? Aglio? Aglio? ‘Sti negri non capiscono nulla, santamadonnina...”
  Conquistato il piatto, non riesci a staccare gli occhi dal tavolo di fianco, dove una signora leopardata, attorno alla quarantina e con labbra gonfie come canotti, stivali a punta di pitone turchese, osserva, tra una forchettata e l’altra, l’abbronzatura di Raúl. Dice qualcosa di vischioso e sozzo all’amica che le siede accanto. Non cogli le parole, ma lo sguardo e il ghigno, chissà perché, sarà il posto, ti fanno venire in mente la besciamella.
  I camerieri portano carriole di rinforzi al buffet, eppure il cibo non sembra mai bastare. C’è sempre qualcuno che si lamenta perché è finito l’arrosto o le patate sono fredde. E dov’è la birra che ho ordinato mezz’ora fa?
  È calato il buio, lo zoo sta digerendo, e ti dirigi nello spiazzo con il bar e la piscina a forma di polipo che lotta con la murena. È appena arrivato un gruppone di turisti canadesi, stanno bevendo il loro welcome drink agli acidi gastrici. Sembrano un po’ spaesati, ma anche euforici per l’inizio della vacanza. Di fronte al bancone gli animatori stanno allestendo il palco sul quale si terrà lo spettacolo di stasera. Queste forme di intrattenimento, di solito, non ti piacciono un granché, ma stasera non hai sonno. E poi sono incluse.
  “Signori e signore, ladies and gentlemen, ovviamente certamente sono Katia, la capo animatrice del Villaggio, cioè, e questo è Salvatore, praticamente mio carissimo e bravissimo collega.”
  I due giovani si presentano al pubblico satollo che, tra un biorumore e l’altro, ha iniziato a radunarsi nell’arena. Katia è alta un metro e cinquantacinque, larga più o meno la stessa misura, capelli corti giallo fosforescente. Fare coatto e forzatamente disinvolto, sembra uscita dal Grande Fratello. Parla al pubblico come se fosse al cinema a vedere l’ultimo film di Brad Pitt con l’amica del cuore. Accento padano, non più di ventidue anni, avverbi e superlativi a volonté. Salvatore, invece, di pochi cm più alto ma molto, molto più stretto, è ricoperto di piercing dalla giugulare all’attaccatura dei capelli. Tatuaggi dappertutto, accento campano fortissimo. Quando parla si capisce una parola su quattro. Troisi visto in un cinema d’Aosta.
  In tempi remoti, per fare parte di uno staff di animatori, non era richiesta la famosa bella presenza, o almeno una larghezza inferiore all’altezza? Rotoli d’adipe? Piercing? Tatuaggi? Dove siamo, in un centro sociale?? Le tue domande non trovano risposta, anche perché le rivolgi solo a te. Il bisogno di manovalanza sottopagata e altamente motivata a fare qualsiasi cosa pur di fuggire da Biella o da Salerno, questa è l’unica specie di risposta che riesci a darti, deve aver abbattuto ogni forma di censura selettiva da parte degli arruolatori del tour operator. Punkabbestie welcome, basta che non chiedano i contributi.
  I due ragazzi, poverini, ce la mettono tutta e, nonostante il loro primo impatto fisico con i Clienti - che, forse, hanno iniziato a porsi le tue stesse domande -, riescono a far breccia con la loro simpatia pompata a sorrisi e urletti tra gli spettatori cotti dal sole. K&S hanno imbastito uno spettacolino di imitazioni e coinvolgono il pubblico, che dopo un quarto d’ora ha perso ogni forma di timidezza, torpore da calorie e ritegno, e si spinge per salire sul palco a imitare qualche Vip della tv. È interessante notare come un canadese, seppure oriundo della Calabria Saudita o della Sicilia di cinquant’anni fa, riesca a seguire uno spettacolo in italiano del Duemila, presumibilmente senza avere la minima idea di chi siano i tali Nerk o Erpes Ragazzotti, senz’altro personaggi guida nella madrepatria, imitati sul palco. Con un tipetto ricoperto di anelline e chiodi che penzolano da ogni cm di epidermide facciale, tra un tatuaggio a ragnatela sulla fronte e un chiodo da ferro di cavallo conficcato nel mento. Con una che rotolando a destra e a sinistra ripete ogni tre parole eddài, evvài, forza ragazzi. I canadesi, si sa, sono più simpatici e naïf degli statunitensi. Di bocca larghissima, accettano educatamente qualsiasi merda fumante che gli venga porta su un piatto d’argento.
  Tu, però, che prendi fuoco anche solo quando accendi la tv e qui ritrovi le stesse menate da emittente albanese rifilate in cambio del canone, non reggi lo show. Non lo trovi divertente. Anche perché non consideri un punto di riferimento del tuo immaginario poco collettivo robe come gli 883 o Raul Sbava. Sarai un asociale, i colleghi al lavoro te lo dicono sempre, ma non ce la fai a seguire questa cretinata, anche se ti sei trangugiato tre mojitos e fra il pubblico hai notato un paio di scosciate che varrebbero una sosta più approfondita. Vai a letto, il sole del pomeriggio ti ha lessato, il cibo della sera appesantito, i mojitos stordito, gli animatori macellato l’anima.
  In camera si vede addirittura la RAI International, purtroppo solo scemeggiati, cagate da emigranti e lo stramaledetto calcio, ma il satellite capta anche ottimi film americani o inglesi, per cui ti addormenti piacevolmente e in fretta. La temperatura è solo leggermente alta, soffia una brezza niente male. Lasci la finestra appena aperta, così da far entrare il vento dei Caraibi. C’è chi paga per averlo.
  Che cos’è ‘sta puzza? E questo rumore da bireattore?
  Ti alzi di colpo, manco un questurino ti avesse preso il fegato a sacchi di sabbia. Guardi l’orologio, sono le cinque e mezza del mattino, il sole ha appena iniziato a sorgere e dalla spiaggia giunge un odore di morte misto a un frastuono assordante. Balseros in uno scontro a fuoco con i guardacoste? Un’altra Baia dei Porci, proprio qui? Riti di santería? Sono tornati i russi e stanno cucinando i loro schifosi cavoli ai cetrioli in riva al mare?
  Infili il naso nella fessura della finestra, con il lenzuolo a tappare i conati di vomito. Cerchi di ricordare quali schifezze hai mangiato ieri, così da spiegarlo al medico. Uno sguardo appannato verso la spiaggia, però, ti fa capire in fretta come il cibo non c’entri affatto. Un trattore sovietico sta cingolando sul bagnasciuga e spruzza nubi enormi di DDT, o altre schifezze cancerose simili. I Signori Clienti, specie se italiani, detestano gli insetti, zanzare prime fra tutti. Sentimento condivisibile, direte voi. Lo sterminio di tutti questi figli del Signore a base di napalm e derivati, però, oltre a sviluppare assai probabilmente il tumore ai polmoni, senz’altro genererà insetti mutanti assuefatti cui non faranno un baffo nemmeno le atomiche francesi. Tra qualche anno i turisti qui, se continueranno a venire, si porteranno le mute di amianto.
  Tu, per il momento, al massimo tra mezz’ora, se il DDT non ti avrà già spappolato il cervello, dopo aver fatto una colazione superveloce, chiederai il rimborso e andrai a finire la tua vacanza in qualche zuccherificio o miniera di nickel dell’interno. Molto più divertente e rilassante.





Nove
Ticket to the Moon
Il primo che prova a rifilarmeli è ‘Jungle Man’, un arzillo vecchietto con il cappellino dell’Alitalia che organizza trekking nelle foreste di Sumatra. I suoi funghi allucinogeni, qui popolarmente ticket to the Moon, li espone in grandi foglie di banano, sul fondo di un innocente cestino da picnic.
  “Sono Golden Top, il meglio che puoi trovare, italiano.”
  “No, grazie, ho già fatto colazione” gli rispondo dal balcone della mia casa in stile batak, con il tetto a vela, mentre scruto l’orizzonte sul lago Toba e ciondolo su una sedia a dondolo. Sono a Tuk-Tuk, buffo nome che non ha nulla a che spartire con le carriole a motore di Bangkok. È il villaggio più visitato dagli stranieri nel Nord-ovest di Sumatra. I venditori ambulanti che propongono funghi freschi, raccolti sulle colline circostanti, qui sono un’infinità e hanno un’età che va dai cinque ai settant’anni. Alcuni ti piombano sotto il balcone a bordo di piccole canoe scavate nei tronchi, pagaiando, e ti propongono la loro verdura magica appena raccolta con quattro urli che attraversano la finestra. Ma non è cibo per tutti i banchetti.
  Il lago è un’oasi di pace, il turismo di massa acefala non è ancora arrivato e la maggior parte dei turisti sono stranieri in cerca di relax, di spettacolari spiedini di carne in salsa di arachidi, di esotismo e, perché no, di fattanze lisergiche naturali. Di sconvoltura ecologista.
  Tra i pusher locali si annoverano bambini e madri di famiglia, e alcuni albergatori scodellano frittatine drogate su richiesta della Spett. clientela. La polizia sembra non rompere per le questioni micologiche, forse ogni tanto ci prende l’astronave pure lei, e sembra che i locali vadano sulla Luna due-tre volte alla settimana. Se gli sbirri ti beccano con un po’ di marijuana, però, ti tocca iniziare a cambiare i traveller’s cheque.
  Amo il genere, ma solo una tantum. Non vorrei ridurmi come una parigina che conobbi a San José del Pacifico, altro villaggio della fattanza sulle colline di Oaxaca, in Messico. La tipa non aveva più la minima ombra di pariginità, lo charme lo aveva barattato in cambio di un fidanzo messicano tutto baffi, dei denti che non aveva più e dei neuroni andati a farsi benedire da un pezzo. Però vendeva hongitos che spakkavano, lei per prima, tanto che non era più in grado di pronunciare una frase compiuta.
  Esco a farmi un giro. Una volta lasciata la reggia la tranquillità si altera. I batak, la gente di questa zona, non è ancora riuscita a digerire l’occupazione olandese di oltre cinquant’anni fa, e considera gli stranieri come una banconota verde da spremere. Il merito, in buona parte, è dovuto all’hotel Toledo, il ghetto per turisti americani che si fanno infinocchiare su tutto. I bambini, di conseguenza, ti fermano con frasi tipo “Hallo Joe (non importa che ti chiami Gennaro, siamo tutti Joe), gimme money/bum-bum (caramelle/biro/monete)”. Quelli un po’ più cresciutelli vanno subito al dunque, con domande quali “Ma non sei tu che ieri mi ha chiesto di noleggiarti la moto?” o “Mi presti dei soldi? Te li rendo domani.” I venditori di artigianato che presidiano come blocchi stradali il lungolago abusano anche di due altre espressioni: “you can bargain” (ti danno il permesso di contrattare ai loro prezzi gonfiati con la pompa da bicicletta) e “bankrupt!” (quando ti sei allargato troppo nella suesposta tecnica della contrattazione, offrendo una cicca).
  Mi infilo in un ristorantino a sorseggiare un tè. Sono l’unico cliente, se si eccettuano un uomo e una ragazza seduti qualche tavolo più in là, apparentemente familiari della proprietaria (non consumano alcunché). I tre passano il tempo a calcolare quanto potranno rincarare la mia consumazione, senza staccarmi gli occhi di dosso. Alla fine il tipo non ce la fa più, deve farmi un paio di domande:
  “Come mai voi occidentali avete il naso così lungo? Non vorresti sposare la mia amica?”
  Strano accostamento. Gli rispondo che ho tutto lungo, ma non per questo sposo la prima che passa. Arrivederci.
  Sulla via di ritorno vengo bloccato da un ragazzino con una capigliatura a banana, sembra un metallaro bulgaro, se non fosse per i lineamenti indonesiani (metallaro indonesiano, alè). Si presenta:
  “Mi chiamo John Lenon - sì, con una enne sola -, ti interessano funghi appena raccolti? Sono ottimi, te lo garantisco.”
  I venditori mi hanno sfinito, ma forse è destino che oggi mi sconvolga. E poi, con un pusher che si chiama così, non gli vogliamo comprare un po’ di merce?
  “Sì, dài. Quant’è?”
  Acquisto l’intero raccolto, costa poco e, magari, incontro qualche vergine scandinava con cui dividerlo.
  Tornato al mio rifugio, però, gli unici che incontro disposti a condividere lo Shuttle sono una coppia di simpatici americani che potrebbero avere l’età dei miei genitori (ma non gli stessi gusti micologici). Lui ha baffi e occhiali da bancario, e ha avuto il coraggio di abbandonare il lavoro, vendere la casa e, con la moglie, fare le valige e viaggiare per qualche anno. Quando finiranno i dollari vedranno. Americani, si sa, quando fanno le cose vanno sino in fondo.
  Ripuliamo i funghi dalla terra e, per mascherare il sapore schifoso, li ingoiamo assieme a biscotti farciti. Hanno la cappella davvero grossa e per ingerirli bisogna masticarli a lungo.
  Dopo circa tre quarti d’ora cominciano a fare effetto e alle prime avvisaglie - inizio a mangiarmi le parole e le sponde del lago oscillano - saluto i due. Preferisco godermi la fattanza da solo, messo così non ce la farei a tenere una conversazione accettabile con degli sconosciuti. Accenno a fare due passi attorno alla casa e il fatto che il viola fosforescente e pulsante di alcuni fiorellini mi colpisca come cazzotti negli occhi mi fa capire che ormai sono bello su di giri. Al primo piazzista di qualchecosa che mi blocca, però, decido al volo di fare dietro front. Non vorrei imparanoiarmi nell’incazzatura, né sbandierare la mia condizione tossica a tutto il villaggio, ridendo come un demente in faccia a tutti quelli che incontro. Meglio contare le travi del soffitto in camera, lontano da occhi indiscreti.
  Mi butto sul letto, accendo il walkman e attacca Big Science di Laurie Anderson. Inizio a navigare sull’aeronave che collega Saturno a Orione. I famosi bastioni. La mia ex fidanzata, quella gran vacca. Le formiche che cercano di salire sulle lenzuola. Le sconvolture di Zipolite che mi tornato tutte in mente, secondo per secondo, fotogramma per fotogramma. Ehi, dove ho messo la Nikon? Ah, sì, è lì, ok. Oh-oh-oh Superman. Che figata. Mi farei uno spiedino. Forse anche una sega. Però, che fatica. Chissà come sta mia madre. Cazzo se è gialla la mia maglietta. Quando torno mi tocca sgobbare, sul serio. Cavolo, come brucia lo stomaco, pare che ci sia la Terza guerra mondiale, là sotto. Mi sembra che qualcuno mi tiri i lati della bocca con una molla, e i muscoli, tutti, si tendono da soli. È meglio se mi copro lo stomaco, non vorrei prendere freddo e vomitare. Il lago Atitlan. O il lago Toba. Lo stesso viola. Yes, è scoppiato il temporale. Le gocce cadono sul tetto di lamiera, le sento una a una, sembrano sassi. Io il tetto, la pelle di tamburo. Molto, molto meglio di una sega. Sento tutta la forza di gravità, le braccia e le gambe si sono fatte pesanti. Sembrano legate al letto. Dalla porta che ho lasciato aperta vedo l’acqua che si tuffa dal cielo, unendosi a quella del lago. Riesco a spaventarmi per i tuoni, mi sembra di essere in mezzo a un oceano, la zattera che ho sotto il sedere oscilla fra le onde. Che sballo. O Superman.
  Mi alzo di botto. Un rompicoglioni, forse un ladro, ha fatto capolino per mezzo secondo sullo stipite della porta, ha infilato gli occhi e il naso (corto), mi ha regalato un mezzo sorriso di sorpresa e/o complicità, poi è fuggito. Lo sfanculo, chiudo la porta sbattendola. Non ci si può neanche sconvolgere in santa pace, meglio se attendo che l’effetto svanisca prima di mettere piede fuori, non vorrei combinare casini. Tipo strangolare il primo rompicazzo che passa. Mi accuccio di nuovo tra le lenzuola.
  Lentamente, molto lentamente, lo stomaco si calma, i colori riprendono la tonalità solita, la testa ritorna sulla Terra, la musica è finita, l’acquazzone pure. Posso alzarmi e andarmi a godere i colpi di coda del viaggione sulla sedia a dondolo, cercando di tenere a fuoco l’albero di papaya che interseca l’orizzonte. Altrimenti vomito.
  Una ciccia bionda, la vicina di casa che scorgo con la coda dell’occhio, sta cercando di chiudere la porta. Ci prova cento volte, ma non ci riesce e comincia a smadonnare cose anglofone contro le divinità dell’Australia. Non ce la faccio proprio, scoppio a ridere spudoratamente e non riesco a fermarmi. Devo di nuovo rintanarmi, non voglio sembrarle un idiota o un provocatore, ma la sua faccia è davvero buffa. E poi ha capito tutto.







Dieci
L’uomo è una bestia
Nicaragua, altri orrori contro gli amici del poverello di Assisi.
  Corn Island è un’isola idilliaca del versante atlantico. Spiagge, palme e negre, robe da dépliant turistici e da maniaci sessuali come me. Un buen retiro in culo al mondo - o nel ‘Sud del mondo’, come direbbe il sopravvalutatissimo Sepúlveda -, ideale per qualche giorno di stacco totale dall’universo. La prima mattina che vi passai misi i piedi giù dal letto quasi contento della vita. Il sole splendeva alto, il mare era cristallino e i gabbiani scagazzavano disciplinati in mare. Senz’altro mi attendeva una gran bella giornata.
  Mi incamminai lungo la spiaggia principale, davvero bella, complimenti al presidente del Nicaragua. Immondizie neanche troppe, qualche palma ancora in piedi, zero turisti.
  A un certo punto, tra Briggs Bay e Picnic Beach, vidi un capanno isolato su una piccola duna, con parecchio movimento attorno. Gente che entrava e usciva, facce da pescatori e da ubriaconi. Forse pescatori ubriaconi.
  Da sempre amo ficcanasare. Entrai nel capanno e sbattei la faccia contro l’Orrore. Rivolte a pancia in su, vive e con le pinne legate, una ventina di tartarughe, pronte per essere fatte a fette, si dimenavano boccheggiando. La sbirra all’entrata, machete alla mano, mi spiegò come gli animali venissero mantenuti così per venticinque giorni, semivivi e ‘freschi’ grazie a qualche secchio d’acqua buttato quando si ricordava di farlo. Lo spettacolo era una pugnalata al fegato, ma nessuno sembrava fare alcunché. Le organizzazioni per la difesa degli animali non avevano ancora scoperto questo ennesimo misfatto e la gente del posto consumava impunemente la carne di tortuga. I pescatori si dicevano ‘ecosensibili’ perché pescavano solo quelle adulte e ogni anno interrompevano per ben tre mesi la caccia, permettendo la deposizione delle uova. Le tartarughe pescate, però, a volte erano vecchie di secoli, e la matematica è un’opinione. L’aspetto più assurdo in tutto ciò era che qualche centinaio di chilometri più a sud, nel parco nazionale di Tortuguero, in Costa Rica, i turisti pagavano fino a 100$ al giorno per escursioni durante le quali potevano osservare le tartarughe mentre deponevano le uova, senza toccarle né disturbarle con i flash.
  Uscii in trance, attraversato da un mix ribollente di pensieri/propositi:
  - odio il terzo mondo e chi lo ha inventato;
  - spendo gli ultimi soldi che ho, compro e libero tutte le tartarughe. Se qualche pescatore fa il furbo e mi segue per ritirarle su lo arpiono alla gola e lo trasformo in un parangale per squali;
  - datemi un M-16, ma va bene anche una Beretta di ultima, che Pan e San Francesco, per delega, pareggiano i conti;
  - stanotte torno, le libero e poi incendio tutto. Comprese le case dei pescatori e i lettini dei loro figli.
  Ovviamente, non feci nulla di tutto ciò, se non confermarmi per la milionesima volta il punto A.
  Rintanato nella mia stamberga, l’Hotel Beach View, ordinai a Erika, la paffuta tenutaria del locale, un pranzo superabbondante. Lei era un’ottima cuoca e io dovevo affogare nel cibo l’odio per gli umani.
  “Allora, ti piace Corn Island?”
  “Sì, è bellissima. Ma, se posso fare un piccolo appunto, non condivido il fatto che le tartarughe vengano fatte a pezzi.”
  Non l’avessi mai detto. Erika, duecento chili di ciccia nera, prese fuoco, innescando una filippica sulla cultura e sulla tradizione di una scelta così ecosensibile.
  Tacqui. Con gli asini non ha senso controbattere, scalciano. Il giorno dopo ero di nuovo sul continente. Corn Island, troppa cultura per i miei gusti, sembrava di alloggiare al British Museum.








Undici
Tra le nuvole
Per sentirmi grande, da piccolo insistevo nel partecipare alle battute di pesca d’altura di mio padre. Tre secondi dopo aver buttato l’ancora, pasturate le verdesche con puzzosissimi frappè di sangue, viscere e sarde maciullate, iniziavo a vomitarmi l’anima. Pastura nella pastura, tutto fa brodo, il risultato era che gli squali abboccavano come piranhas nel Rio Amazonas - la mia presenza serviva pure a qualcosa -, e io finivo sotto coperta a sognare il letto di casa e a contare i secondi che mancavano al rientro.
  Sempre da piccolo, avevo pessimi rapporti pure con gli autobus e le automobili. Il tanfo di corriera era troppo simile a quello delle sarde (pesci), e vomitavo sui piedi dell’autista non appena entravo in quel magazzino ambulante di carni e puzze di plastica sudata. In auto lo chauffeur doveva guidare dolcemente, senza frenatine da epilettico o stridori di copertoni, altrimenti… Miei nemici erano pure le tappezzerie odorose, i similpelle con aroma di chiuso e sigarette, i maledetti arbre magique, i mozziconi nei portacenere, la benzina, il gasolio, le muffe, le ruggini, le scarpe vecchie, le vecchie, le ascelle mal lavate, gli aliti al salame. Traghetti: peggio di qualunque altro mezzo. Hovercraft: peggio del peggiore traghetto. Leggere in autobus: uguale a due dita in gola, facciamo tre, ancor oggi.
  Insomma, un’infanzia vomitosa, con lievi miglioramenti dalla maggiore età in poi. Unica eccezione, fino a prova contraria: l’aereo. Fin dal primo volo, Bulàgna-Lòndon a diciott’anni, è stato più forte il piacere di essere catapultato dall’altra parte della terra con un razzo sotto il culo che non il potere di farmi strangolare dai conati appena la linea dell’orizzonte comincia a tremare. L’esterofilia ha sempre funzionato più della Xamamina, almeno con me. Anche sui voli intercontinentali più stronzi, quelli con settanta ore di volo, settecento vuoti d’aria e settemila idioti che scambiavano l’aereo per un posacenere (per fortuna l’usanza barbara di fare puzze in pubblico sta scomparendo, almeno con le compagnie più pregiate), ho sempre trovato il modo di combattere le centrifughe di stomaco, per non parlare di quelle di testicoli (vicini di poltrona con l’alitosi, la logorrea, le ossa grosse, la mania di russare, l’incapacità di non prendere a ginocchiate o di aggrapparsi come scimmie al mio sedile). Gli antidoti a cotanti nemici erano, sono, e sempre saranno, nell’ordine: tappi di cera infilati nelle orecchie, fino all’esofago, non appena allacciate le cinture di sicurezza (con la scusa del rombo dei motori, se il vicino ha la chiacchiera terminale; se è una strasorca parliamone); attesa frenetica dei pasti, consumati con gusto fino all’ultima briciola (esclusi piatti putridi a base di pesce, montone o aglio); visione attenta del/i film (nei momenti in cui qualche testa di cazzo con il ballo di san Vito e il cranio macrocefalo non può fare a meno di sgranchirsi gambe e lingua e venire a tenere prolusioni con l’idiota amico suo seduto dall’altra parte dell’aereo, di fronte a me); ascolto di musica in cuffia (basta che non si tratti di Amedeo Menghia o di Paola & Chiava); sonno profondo, simile al coma e possibilmente fino alla colazione (sonno purtroppo sensibile alla co/presenza, o meno, dei fattori rompicoglionativi sopra riportati). Posso considerarmi, dunque, un passeggero modello: non vado in giro a rompere l’anima, me ne sto buonino al mio posto finestrino fino all’arrivo, come una mummia. Due gocce prima dell’atterraggio, al più, ma solo se il volo supera le dieci ore.
  Difficilmente, nel corso di molti anni e di centinaia di ore di aereo, ho sofferto il mal d’aria. La volta in cui, forse, più arrivai vicino al vomitino, almeno sugli intercontinentali, fu di ritorno da Cuba, quando, svegliandomi al mattino con un puzzo acido strangolante che impregnava l’aria, mi accorsi che il francese al mio fianco si era vomitato addosso, nel sonno, anche l’intestino. Mentre ancora ronfava, con la bocca aperta e la maglia decorata da un tovagliolo di frattaglie rigurgitate, destò schifo immondo e generalizzato nell’area circostante. Nemmeno lo steward ebbe lo stomaco di svegliarlo e ripulirlo. Si limitò a buttargli addosso una coperta, così da nascondere l’orrore e tappare i miasmi, come si fa con i cadaveri.
  L’eccezione che conferma la regola. Aeroplanino della compagnia Aerotaxi, sempre a Cuba, sulla tratta Baracoa-Santiago. Sono in compagnia del fido Àgnel, un amico di lunga data. L’aereo, chiamiamolo così, è minuscolo, non freschissimo di fabbrica. Un Antonov bielica che ha visto tempi migliori, qualche anno luce fa. L’agenzia che ci ha venduto i biglietti mi ha detto che l’oggetto è fatto per trasportare undici passeggeri. Numero dispari, strano. L’agenzia, però, non ci a tenuto particolarmente a comunicarci che gli undici aviotrasportati devono poggiare le natiche su due panche di legno, accostate alle pareti della fusoliera. Guardandosi in faccia, l’un l’altro. Le panche mi ricordano quelle su cui sedevo all’asilo, durante le adunate collettive per le sessioni di giochi e bisticci. Mai avrei pensato di ritrovarmele su un aereo. Sul mio.
  Prendo posto di fianco alla cabina del pilota (uno), posso scorgere la sua nuca attraverso un vetro. Àgnel si siede vicino all’entrata e di fianco a me si installa una ragazzetta che, dall’accento e dalla bandiera sullo zainetto, deve essere irlandese. Di fronte, pupille-nelle-pupille, due ragazzoni canadesi, cicloturisti che io e Àgnel abbiamo conosciuto nella nostra casa particular. Sono alti come orchi, a malapena ci stanno nell’abitacolo, i loro testoni ipervitaminici poggiano ricurvi contro la carlinga.
  La durata del volo è stimata in quarantacinque minuti. Pochi. Un battito d’ali. Mi dico, mentre siamo ancora a terra.
  A un certo punto il silenzio che ha avvolto tutti i presenti da quando siamo saliti a bordo viene interrotto da una risata fragorosa che proviene dal fondo dell’aereo, a due metri. A provocare lo scoppio di ilarità sciogli-tensione è il “servizio di bordo”. Un tipo con i baffi, presumo lo steward, è entrato con un vassoio da bar sul quale svetta una dozzina scarsa di bibite, tra cui l’infame Tropicola©, il sostituto cubana alla yanque Coca-Cola. Il quadro è così tragicomico - aereo che sembra una carriola, “steward” in borghese con l’aria interdetta, bibite di ultima -, che i passeggeri, sporchi primomondisti antirivoluzionari porci-di-baia che non sono altro, io come loro, non ce la fanno (facciamo) a non esplodere in una risata oltraggiosa. Il cameriere se ne va, forse si è offeso, nessuno ha voluto le sue meravigliose bibite.
  Undici a bordo, bagagli ammucchiati sul fondo, il portello viene chiuso, fuoco alle eliche. Il volo sarà tranquillo, mi dico e mi ripeto, durerà un soffio. Siamo già arrivati a Santiago, praticamente. Sulla mappa di Cuba Baracoa-Santiago è appena un centimetro di carta, cosa vuoi che sia. L’oggetto decolla, i canadesi incrociano le dita, l’irlandese sprofonda nella lettura di un romanzo. Come cippa farà a non vomitare, mi domando a ogni pagina.
  Passata la fase del decollo, agitata per forza di cose, lo scuoti-scuoti si dovrebbe calmare. Penso, immagino, spero, mi racconto. La giornata è bella, il tempo buono. Così, almeno, era al decollo da Baracoa. Il pilota, però, sembra voler inseguire ogni nuvola del firmamento. Appena ne vede una ci si infila dentro, con le conseguenti centrifughe da lavatrice. Alla decima nuvola iniziano i sudorini. Non è nulla mi dico.
  Respiro profondamente, ma gli odori e i rumori non aiutano. Un mix di sudore e carburante, sullo sfondo il boato costante delle eliche. Guardo nervosamente l’orologio, conto i minuti. Gli altri miei sguardi vanno dalle faccione dei canadesi - hanno un sorrisino tra l’ironico e il fatalista - alla nuca del pilota, dal libro che l’irlandese sfoglia avidamente al sacchetto per il vomito infilato in una tasca alla mia destra. Questo è l’ultimo dettaglio che dovrei osservare, ma, ovvio, è quello che capta il novanta percento dei miei sguardi.
  Alla quindicesima nuvola iniziano le fitte alla bocca dello stomaco. Ho mangiato qualche schifezza avariata? No, che io ricordi.
  Il sudore è ormai grondante, devo essere bianco come la camicia del pilota. Gli stramaledetti tre quarti d’ora non passano mai, le nuvole aumentano, ogni secondo ne dura quattro, gli scuotimenti sono a livello di frullatore per maionese, il sacchetto insiste a chiamarmi. Osservo i canadesi con uno sguardo di chi chiede pietà, o un colpo di grazia, come se i due potessero fare qualcosa per me. Come risposta ottengo sguardi bovini, privi di utilità tangibile. L’irlandese sfoglia, sfoglia, carta chiama carta, in una frazione di secondo afferro il sacchetto, convinto che non ce la farò ad aprirlo in tempo. Ce la faccio, per la buona sorte dei canadesi. Mi avvolgo la faccia con l’imboccatura del sacchetto, dentro mi esplodono le budella, ho l’impressione di vomitare tonsille, polmoni, pomo d’Adamo, lingua e denti. Per non parlare della colazione. Il sacchetto tiene. I canadesi distolgono lo sguardo, il vomito è notoriamente contagioso e poco attraente. L’irlandese non fa una piega, ha lo sguardo fisso sulle righe del suo libro del menga, molto probabilmente lo fa apposta per non vedere l’aurora boreale che si agita fluorescente subito oltre il suo gomito destro.
  Finirà, il martirio finirà, mi grido interiormente, a ogni nuova stupida nuvola che infiliamo. Una nuvola un’esplosione dell’esofago. Quanti cazzi di nuvole ci sono in cielo? Non lo sanno, lassù, che ho un solo esofago?
  Quando, finalmente, il pilota accenna a diminuire l’altitudine, sono una spugna intrisa di sudore, il sacchetto, bagnaticcio e appesantito per il troppo contenuto, forse esploderà tra due secondi, nello stomaco ho come l’impressione che sia passata una carovana di elefanti, non ricordo il mio nome. Cuba, che cos’è? Io, chi sono? Che ci faccio qui?®
  All’atterraggio la zoccola lettrice chiude il libro, i canadesi infilano l’uscita di corsa, prima di vomitare pure loro. Li incontro dopo qualche istante nel bagno dell’aeroporto, dove si stanno tirando secchiate d’acqua in faccia per riprendersi.
  “Sorry, sorry”, dico loro, “non volevo, non mi è mai capitato prima...”
  “Non ti preoccupare, tutto OK”, mi rispondono.
  Canadesi, bravi cittadini del mondo, quasi sempre eleganti. Quando non prendono le foche a bastonate sulla nuca.
  Finita la doccia nel lavandino, cerco Àgnel nella hall dell’aeroporto. Durante il volo ce l’ha fatta a non vomitare, ma appena sceso dal trabiccolo si è disteso sulla schiena, a terra, sul marmo lucido della hall, a parlare con Gesù Nostro Signore. A braccia aperte.
  “Tutto bene, Àgnel?”
  “Mmmm. Dammi un quarto d’ora, per favore. Devo riflettere.”
  Aerotaxi, mai più. La prossima volta solo taxi.









Dodici
Peyotl
Che Stefano fosse pazzo me ne resi conto la sera in cui prendemmo il treno per Londra. Era luglio, non avevamo fatto alcuna prenotazione - trovai i soldi per partire una settimana prima, liquidando i ricordi dei nonni che tenevo in cantina - e dall’Italia gli aerei per il Messico erano strapieni, mentre nell’isola delle mummie con la corona in testa abbondavano e avremmo senz’altro trovato un buco. Magari a sedere.
  Stefano assalì di insulti una vecchia rancida che si era insinuata senza invito scritto nel nostro scompartimento. La vetusta inaugurò un’autoconversazione a base di lamentazioni assortite su qualche parente che non la andava mai a trovare. Al terzo “Ah, i giovani odierni del giorno d’oggi...” Stefano sbottò in una sequela polemica, acida e incazzosa in difesa della categoria.
  Quando parlava, il mio amico introduceva ogni paragrafo con la locuzione Il discorso è questo, poi ti spiegava professoramente quale cippa fosse il discorso. Le prime volte che sentii questa ouverture così eloquente, mamma, mi dissi, com’è eloquente. Dopo due mesi, tanto durò il nostro viaggio gomito a gomito, ogni volta che gliela sentivo pronunciare mi si drizzavano i capelli, di sopra e di sotto.
  Arrivati a Città del Messico avemmo la malsanissima idea, da veri uomini viaggiatori non per caso avventurieri ambrogifogar ma-con-molta-meno-sfiga, Bruce Chatwin ma-con-molta-meno-spocchia, di prendere il treno per Guadalajara, segunda clase (oggi è stato soppresso, gracias a Diós). Indios, vecchi con bastone, vecchie con galline da bastonare, galline vecchie, ambiziosi espatrianti diretti verso Gringolandia, ubriaconi con l’alitosi, bambini con il moccio, cantanti ciechi, borsaioli che ci vedevano benissimo e venditrici di enchiladas fecero a pugni tutti assieme appassionatamente, almeno così ci sembrò, per conquistare l’asiento, il posto a sedere. La rissa, un rito quotidiano dovuto così come l’acquisto del biglietto, ci lasciò educatamente e occidentalmente in piedi. Per dodici ore.
  Sfinito dal sonno mi buttai, unico fra i passeggeri, a terra, disteso lungo il corridoio, tra scaracchi alla tequila di ultima e gente scalciante, cui restituivo automaticamente il favore.
  “¡Pinche gringo!”, così, ogni tanto, qualcuno sperava di insultarmi, grato dei miei mae-geri agli stinchi, ma ero troppo sfatto e privo di spagnolo per rispondere a tono. Stefano si anestetizzò in una conversazione alcolico-fòlbalistica con tre ubriachi diretti verso il filo spinato e le pallottole degli sbirri yanqui. Volevano attraversare a nuoto il fiume-confine da qualche parte, con ambizioni migliorative nel vicino, amato/odiato paese.
  “Me gusta muchissimo la Huvéntus. ¿Y a ti?
  “A mi el Bulàgna”, sentii esternare, nel dormiveglia, dal fondo della carrozza.
  Per rincarare la dose di comfort, il treno funzionava a scartamento balbuziente, per cui tutte le volte che si fermava o ripartiva (ogni cinquanta metri) lo faceva improvvisamente, con un colpo di frusta, catapultandoti verso il locomotore, se non ti tenevi ben stretto e sveglio. Roba da collarino per estorcere i soldi all’assicurazione.
  La meta finale di tante sofferenze si trovava ben più a nord, oltre San Luís Potosí. Da quest’ultima città prendemmo un altro trenino osceno e, in tarda serata, raggiungemmo Estación Catorce, la culla del fantaglorioso peyotl. Il villaggio era da far west - binari, quattro case di qua, deserto tossico di là -, Salvatores e suo cugino Cacucci non erano ancora nati, e alloggiammo nella casa di una vecchietta che vendeva formaggi puzzosi di capra sul treno puzzoso. Ci diede una camera con letti a baldracchino ed effigie di Gesù osannante impressa sulle testiere, il tutto a prezzo politico. Quando pagammo anticipatamente osannò anche lei.
  Nel villaggio incontrammo gli unici altri stranieri, due foggiani logorroici che allontanammo velocemente dal nostro itinerario. Banfi e Arbore, bastano e avanzano in tv. Conoscemmo anche Mario ed ‘El Duende’, due peyoteros semiprofessionisti di SLP. Simpatici per quanto erano odiosi i foggiani, i due marciavano a sorsate di mezcal Presidente - un milione di gradi più ciliegina sul fondo della bottiglia - e a bombitas, palline di carta igienica ripiene di peyotl secco triturato, in pratica mescalina pura. Bombe, appunto.
  Il giorno seguente partimmo tutti e quattro per La Missione. I due, così affermarono, conoscevano a menadito i campi in cui cresceva la Grande Fattanza. Imboccammo il sentiero principale che si diramava dai binari e attraversava perpendicolarmente il deserto. Gli ampi lotti di terreno arido erano delimitati dal filo spinato, ma era facile passarvi in mezzo e iniziammo a cercare dovunque, come cani lupo da aeroporto in scimmia. Girammo per ore sotto un sole di fuoco, e non era nemmeno mezzogiorno, senza trovare alcunché. Poi, finalmente, quando ormai pensavamo di rivolgerci ai pusher locali che tiravano a campa’ rifilando peyotl secchi e sgonfi ai gringhi gonzi, la famosa ultima playa, Mario gridò:
  “¡Aquí, aquí!”
  Corremmo, dallo zaino estrassi con ansia rambica il mio coltellino svizzero tarocco e iniziammo a recidere tante belle testine di cactus, cappelle pazzarielle seminascoste alla base di piante più grandi ma assai più lucide e serie.
  “Devi tagliare solo la testa, così poi le radici potranno produrre altri frutti.”
  Avevamo un animo ecologista e seguimmo il consiglio di Mario.
  Per ingerire gli spicchi, amari come il fiele, affettammo un paio di ananas che ci eravamo portati dietro. La loro dolcezza serviva a lenire, nei limiti del possibile, il sapore ributtante del cactus. Le due ‘guide’, fieri peyoteros con le papille gustative andate a farsi benedire già da un pezzo, lo masticavano così com’era, manco fosse liquirizia: ne andava del loro orgoglio professionale. Noi, fiacchi europei mezzi maricones, abbondammo con la piña. Il palato e la cultura culinaria del Bel Paese lo esigevano. Per anni, dopo di allora, non sono riuscito a mangiare l’ananas: il suo sapore mi riportava immediatamente in bocca l’amaro del peyotl.
  Farciti di letture di Castaneda, dopo l’esperienza raccontammo in giro agli amici invidiosi che la fattanza era stata blu. In realtà, però, quel raccolto ci sconvolse molto meno del previsto e dichiarato. Eravamo già stravolti di nostro, il sole rovente ci aveva cotto il cervello, e furbi come volpi non ci eravamo portati dietro nemmeno una bottiglia d’acqua. Iniziammo a vedere miraggi nel deserto, vagando sudati e ognuno perso nei propri pensieri, a contare formiche o ipnotizzati dai fiorellini viola. L’ex bidone di kerosene usato per raccogliere l’acqua piovana all’entrata della casa di un contadino pazzo che viveva lì, però, non fu un miraggio, e come lo vedemmo ci infilammo la testa dentro fino alla giugulare, tracannandone ampie sorsate. Alla fine dei conti, il peyotl, potente antibiotico naturale, più o meno una specie di aglio moltiplicato per mille, ci aveva fatto, eccome. Altrimenti come spiegare la mancata morte per epatite, ameba, tifo e intossicazione da residui di kerosene?
  Proseguimmo il Viaggione su per le colline, dalla parte opposta del deserto, fino alla città semifantasma di Real de Catorce. In cinque ore che sembrarono quattordici attraversammo gole sulle cui pareti erano scavate quattordicine di miniere di argento abbandonate, inerpicandoci per quattordici chilometri lungo la mulattiera che portava al villaggio intitolato a un gruppo di quattordici banditi. Nella nostra forza un altro segnale del potere della pianta matta, nel numero quattordici ricorrente una strana cabala lisergica, come solo il cielito blu del Messico può contemplare.
  Alla sera, quando rientrammo stanchi stracciati alla base, ci sentimmo come se quattordici vagoni di un treno messicano di seconda classe ci fossero passati sopra.







Tredici
Cenette al lume di candela
Bellissimo, il Marocco, soprattutto per la pace che vi regna a cena. Alcune non le dimenticherò mai.
  In viaggio con amici, ci fermammo a Meknes, la ‘perla del Nord’. In città la tensione si tagliava con il coltello e delle gran facce da sedia elettrica circolavano qua e là. Strani sguardi, brutte cicatrici. Alloggiammo in un albergo del centro e alla sera, su indicazione del portiere, andammo a cena in un ‘ottimo ristorante tipico’ a due passi. Ci sedemmo a un grande tavolo rotondo appartato, in una saletta lontana da alcuni mangiatori locali piuttosto rumorosi. Al loro tavolo sedeva una giacchetta da Digos, molto démodé, apparentemente intenta a conversare.
  Cenammo in santa pace e, solo verso la fine, Giacchetta ci si avvicinò, carico di sorrisi.
  “Italiani? Ah, che bella, l’Italia! Posso sedermi?”, fece mentre si sedeva.
  “Sì, prego.” Nessuno trovò una scusa per dire di no.
  “Ragazzi, volete un po’ di fumo buono?”
  “No, grazie.”
  “Non avete da offrirmi una canna?”
  “No, mi dispiace, non fumiamo”, rispose diplomaticamente Federica, l’unica ragazza del gruppo.
  Italiani, in Marocco, che non fumano. Bugia più falsa della pranoterapia. Io l’eccezione che confermava la regola, le facce dei miei amici le regole che confermavano la regola. Nessuno, però, voleva pacchi alla camomilla o rogne con uno sbirro in divisa. Per gli acquisti all’ingrosso si poteva attendere, per la canna della buonanotte nella giusta privacy pure, bastava tornare in albergo.
  Giacchetta emanava un’affabilità pompata, tutta sorrisi a cento denti e convenevoli mielosi.
  “Posso offrirvi almeno un bicchiere di vino?”
  L’invito era un ordine, a me allora il vino faceva schifo - una gioventù bruciata -, ma rifiutarlo sarebbe equivalso a una dichiarazione di guerra. Come rifiutare di sposare la pecora preferita di un pastore sardo dopo che, in una notte di passione, gliel’hai posseduta al chiar di luna.
  “Sì, grazie.”
  Con fare minaccioso Moda Giovane, dal suo imponente metro e cinquanta tutto baffi e spalle imbottite, ci spinse sotto il mento un bicchiere di vino rosso sangue.
  “Bevete!”
  La famosa ospitalità marocchina. L’ordine fu così autoritario che nessuno osò rifiutare. Con il suo bicchiere fece strani alambiccamenti, sbriciolandovi dentro mezza Aspirina, prima di porgerci i nostri. Chi non conosce l’Aspirina? Pillola bianca in blister verde metalizzato, la usano anche nel Faso Bukkina.
  Il sorriso del nostro nuovo amico si trasformò lentamente in ghigno feroce e la sua gentilezza in una specie di ossessione minacciosa. Visto che non riusciva a raccogliere grossi vantaggi (sigaretta? cento dirham? chiavi dell’auto?), passò alla fantascienza.
  “Italiani, nel vostro vino ho messo della cocaina. Ora dovete pagare. Su, fate i bravi, tirate fuori i soldi.”
  Ci scambiammo occhiate fra l’intimorito, il divertito nervoso, la speranza di aver capito male e la certezza ormai cementata che, se viaggi in Marocco, una 44 Magnum a portata di mano non sia mai un accessorio privo di utilità.
  Gli sguardi, intervallati da bofonchi del tipo mah, vediamo, tu hai qualcosa, io no e tu, si intrecciarono in un ping-pong isterico e scaricabarile che non portò da nessuna parte. Il più consultato era Michele. Da lui, uomo di polso, aspettavamo la risposta decisiva, autoritaria, quella che avrebbe allontanato il quinto incomodo. Non arrivò.
  Vista la nostra indecisione, soprattutto nel mettere mano al portafogli, Giacchetta impugnò una forchetta sdentata e ce la puntò, a turno, alla gola. I ristoranti tipici marocchini offrono una privacy rara e il proprietario, che ogni mezz’ora passava a vedere se volevamo ordinare qualcosa, non ebbe nulla da ridire quando vide che, quella sera, le sue forchette servivano per altri italiani.
  “Allora, l’argent!”, il forchettatore alzò il tono della voce.
  Al rallentatore riuscimmo a infilarci i giubbotti e a inforcare l’uscita. Con passo da tartaruga e scivolosità anguillesca imboccammo le scale e raggiungemmo la strada. Baffo, seguendoci come un’ombra, continuava con la forchetta in mano a mo’ di kriss, passandola da un pomo di Adamo all’altro. Il sorriso era definitivamente evaporato, ora i suoi occhi emettevano solo luce omicida.
  Qualcuno tirò fuori una banconota da dieci dirham, sì e no sufficiente per le sigarette. O un’Aspirina. Giacchetta l’afferrò, accennando un inizio di escalation incazzosa (che cos’è, un’elemosina?), quando tutti vedemmo un poliziotto vero in divisa vera sull’altro marciapiedi. Démodé intascò i soldi con uno scatto e, in un decimo di secondo, scomparve nella notte della ‘perla del Nord’.
  Il giorno seguente, mentre l’ennesima ‘guida’ ci scortava a comprare tappeti nel souk, lo rivedemmo. Si stava lavorando all’addome un paio di tedeschi e noi eravamo già appaltati. Quando ci incrociò lanciò uno sguardo inceneritore, oltre a parole al fiele per le quali Maometto è ancora lì che si rivolta nella tomba.
  Fez, splendida città, piena di colore e di finte anticaglie, i turisti ne vanno pazzi. I ragazzini invecchiano la paccottiglia nel fiume, annerendola con l’acqua impestata dagli escrementi delle fogne, e gli italiani la comprano a vagonate. Profuma di antico. Le ‘guide’, inoltre, fanno tutte, a tempo perso, i cantanti.
  “Vedi, questo sono io”, ci disse Alì Taldeitali, il primo che ci si era incollato ai tacchi non appena avevamo messo piede in città, indicando un pifferaio tra mille in un espositore di musicassette. Stessi baffi e faccia da volpe degli altri 999 vicini. Le capacità canore non si discutevano, né si potevano comprare: riascoltate a casa avrebbero dato postumi velenosi.
  Lasciato il souk, dopo l’ennesimo pacco - mezz’etto di kif al pepe verde rifilato ai ragazzi dal nostro cantante di fiducia -, fummo calamitati da una simpatica polleria, dove sfilze di galline si abbrustolivano lentamente sugli spiedi. Quando le vedemmo, dopo settimane di tajine, couscous e soupe marocaine, inchiodammo la nostra auto manco avessimo investito un bambino cieco su una sedia a rotelle.
  Seduti all’unico tavolo libero, per ordinare dovemmo attendere un po’. Tanto quanto bastò a un ubriaco in djiellaba, lì per futilissimi motivi, a notarci e prenderci di mira.
  “Italiani? Spaghetti! Cicciolina! Mafia! Maradona!”
  Allora questi erano i motivi topici che ci caratterizzavano. In effetti non è che potessimo vantare altri grandi tesori.
  “Sì, sì, sì, sì, sì. Ah, ah, ah.”
  Il proprietario della polleria ci mise mezzo secondo a incendiarsi, dopo che l’incappucciato, presenza incomoda, aveva iniziato a molestare i suoi santi clienti.
  Seguì invito secco a uscire.
  Seguì Cappuccio che vomitò cose maghrebine furibonde e alcoliche addosso al proprietario.
  Seguì Proprietario che spaccò faccia, live, a Scassacazz.
  Il pollo non era ancora arrivato, l’acquolina in bocca correva a fiumi, e i due si scannavano fra i tavoli, con Proprietario che affondava sonori cazzotti nella faccia di Cappuccio. Questo fu cacciato dal locale con un calcio nel didietro e il volto ridotto a una schifosa maschera di sangue. L’appetito ci era leggermente passato.
  Non sazio, dopo qualche minuto Incappucciato tornò. L’onore, seppure ottenebrato dall’alcol che tanto Allah prescrive, era ferito, e la faccia, beh. Entrò nel ristorante, si buttò sugli spiedi e ne impugnò uno polliprivo a mo’ di Excalibur. Tentò di impalare Proprietario, nei sogni etilici la roccia fatata avrebbe dovuto essere il suo cuore. Per fortuna non ci riuscì, la birra gli impedì presa e mira adeguate. Ci evitammo lo spettacolo di un cuore spaccato a metà, ma ciò che vedemmo non fu propriamente rilassante. I due si rotolarono a terra, scambiandosi rumorose legnate e bestemmie arabe. Spiedo che volava, polli pure, tavoli ribaltati, clienti in fuga senza lasciare la mancia. Questa volta fu Proprietario a buscarle, anche lui con la faccia a brandelli, grondante anima rossa. Un gentiluomo, lì con l’eccentrica fantasia di consumare polli, nel suo francese impeccabile ci consigliò vivam. di “Evaporare, ragazzi, prima che arrivi la polizia.”
  Così facemmo. Lasciammo il locale con i due che si massacravano ancora un po’ e lo stomaco più vuoto e annodato che mai. Dare spiegazioni sui perché di tale casino alla polizia avrebbe potuto essere peggio di un pollo mal digerito.
  Un pomeriggio a Ketama - la zona che il governo marocchino ha riservato alla coltivazione della marijuana -, visto che non fumavo e che gli altri facevano solo quello, e di conseguenza mi annoiavo, ebbi la malaugurata idea di preparare biscotti al polline di piante birichine. Per tutti, me incluso. Il polline era freschissimo, dunque iperpotente, e mentre cuocevo i biscottini con tutto il mio amore ne assaggiavo un pezzettino qua e uno là. Non per sconvolgermi, ma semplicemente perché da quando sono nato e fino a quando schiatterò tutto ciò che contiene zucchero mi attira come un moscone verde dagli occhi rossi su un ricciolo fumante di cane. Dopo un’ora abbondante di pasticceria assortita - ecco questo per te, ehi aspetta che ne assaggio un pezzetto per vedere se è giù di zucchero, ok ci siamo, no anzi fammelo risentire -, essendo poco avvezzo alle sconvolture, iniziò a salirmi una fattanza arancione.
  Mi incastrarono a tavola in stato catatonico, con onde e cavalloni e flutti molto perigliosi che mi scuotevano come se fossi nella centrifuga di una lavatrice. Per calmarmi iniziai a fissare la prima cosa che avevo davanti - antica tecnica usata dai marinai tibetani contro il mal di mare -, ad altezza degli occhi: il colletto del piumino di Michele.
  Essendo io imparanoiato di brutto e lui vivo, dunque respirante e dotato di moto, come si spostava di un millimetro dalla paralisi totale iniziavo ad andare giù di testa:
  “No, ti prego, non ti muovere, per favore. Ti prego ti. No, no, no...”
  Urletti e occhi sbarrati.
  Il tapino dovette cenare immobile, con il vicino di tavolo che lo imboccava e il collo rigido, perpendicolare al mio sguardo. Si salvò dalla cancrena, dal torcicollo e dalle formiche alle gambe solo perché, a un certo punto, la mia paranoia si fece così nera che qualcuno, saggiamente, mi consigliò vivamente di andare fuori a rompere e a prendere una boccata di aria gelida.
  Funzionò. Dopo qualche minuto ero svenuto a letto e ronfavo. I cavalloni, però, maledetti loro, continuavano imbizzarriti a scuotermi il materasso.





Quattordici
Formula uno
Hallo-Joe-where-you-go?
  La settecentesima volta che mi sento rivolgere questa domanda esplodo.
  “My-name-is-PIETRO-not-Joe. And-I-go-NOwhere.”
  A Sumatra, una delle isole meno turistiche dell’Indonesia, noi primomondisti siamo tutti Joe. Anche se, in realtà, ci chiamiamo Gennaro e siamo finiti laggiù per un viaggio premio della fabbrica di bulloni in cui siamo schiavi da sempre. Irrimediabilmente Joe: bianchi, occidentali, ricchi, americani. Pure se non parliamo inglese, gli USA ci stanno sullo stomaco e dei Joe abbiamo pochino - siamo bassi, scuri, abbiamo lineamenti più da terroni del Mondo che non da Bay watch -, qui siamo e rimaniamo Joe, secola secolorum. Come gringos in America Latina, Johnny in Kenya, vazaha in Madagascar, ecc. Bollino Joe attaccato sulla fronte, provare a grattarselo via non serve a niente.
  Ma il bello è che chi ci incontra, e ci rivolge questa domanda con un sorriso strafottente stampato sulla facciazza, nemmeno sta a sentire l’eventuale risposta. Ci sbatte la domanda addosso e, senza neanche fermarsi quando e se le abbiamo la prontezza di riflessi per rispondere al volo, se ne và. Vista la conoscenza media dell’inglese in questa isola, inoltre, è stralecito supporre che buona parte dei nostri interlocutori giocherelloni manco sappia che cosa sta dicendo. Gli stessi bambini, nei villaggi circondati da risaie o campi, hanno imparato il ritornello, e ce lo rivolgono ossessivamente appena ci vedono a spasso, con la nostra faccia da Joe sulle spalle. Una volta capita l’antifona, il rito può anche diventare divertente, purché siamo dell’umore giusto. Possiamo anticipare gli inquisitori, dando loro la risposta quando sono ancora a metà domanda. Possiamo fare loro la stessa domanda. Possiamo sbatterci e imparare qualche parola di bahasa, spiazzandoli fino al midollo. In questo caso, Signori, vedrete menti e mascelle rotolare per terra. Ma se non siamo dell’umore giusto…
  Oggi non sono dell’umore giusto. Ho passato la mattina in giro, in sbattimento fra un villaggio e l’altro nei dintorni di Berastagi, città bruttina forte, dove uno su tre fra quelli che ho incontrato mi ha chiesto, Joe, dove andavo. Per dovere di cronaca, andavo, sono stato, sono rimbalzato come una pallina da flipper, tra un paio di villaggi dispersi nella foresta, dove vivono i karo, una delle tante etnie dell’isola. ‘Sti karo sono noti per i sontuosi ricevimenti prematrimoniali, grandi feste collettive alle quali invitano mezzo ziliardo di parenti e, eventualmente, qualche Joe ficcanaso. Presi da un’estasi di generosità, almeno una volta nella vita, infilano nel calderone chiunque sia di passaggio da quelle parti, purché abbia la buona educazione di andare a stringere le mani ai nubendi. In cambio, oltre all’onore di partecipare all’evento, ai Joe spetterà anche una bella porzione del piatto ‘forte’, quello riservato agli ospiti d’onore: le terites, il bolo non digerito da una vacca squartata dopopranzo, in pratica una palla di erbe ai succhi gastrici e alla saliva fritta. Non che i piatti vegetariani e i matrimoni siano il mio debole. Non sono come mia zia che, ogni mattina libera, va ad applaudire e piangere alle spose in bianco che scendono le scale del municipio di Bologna. Il fatto è che i villaggi dei karo, e le loro merolate prematrimoniali, sono una vera manna per le mie Nikon. Ecco il perché di tanto sbattimento (compreso quello di dover ingurgitare le terites di fronte a settemila occhi e declamare pure che sono buone).
  Essendo i loro villaggi non esattamente New York, sono collegati a Berastagi non da lussuosi Greyhound o da una scintillante metropolitana, ma da scoreggianti bemo, specie di Ape-car con gli ani adattati al trasporto di gente umana, mescolata a un’accozzaglia di merci e animali e bombole di gas e ceste e frutta e sacchi di patate e sacchi di carbonella e sacchi e basta. Sempre stipati di carne odorosa - non si parte finché il cartorcio non è pieno -, i bemo vanno dappertutto, anche attraverso gli scassatissimi sentieri delle zone meno inculate da Gesù. Lo sbattimento, dunque, oggi è consistito nel farmi spupazzare da queste lavatrici con il cestello rotto da A a B, da B a C, da C… Giunto alla Z, il mio stomaco una tripla zeta, finiti rullini e cerimonie e voglia di immortalare strana gente in abiti coloratissimi con la malsana esigenza di sposarsi e volerlo comunicare al mondo, devo, voglio, vorrei tornare al mio mezza stella di Berastagi. Dal villaggio Z l’unico mezzo per arrivare alla stazione dei bemo più vicina è - nella filosofia dei trasporti non c’è mai logica - un vero autobus. O meglio: ciò che ne resta, dopo qualche decennio di stimata carriera, a giudicare dalla carrozzeria. In altre parole: dalla città ai nascondigli dei karo ci si va in bemo; per tornare fra gli umani, da questo ultimo nascondiglio devo prendere prima un bus, cambiare a Milano Lambrate, e proseguire con l’ennesimo bemo.
  L’autobus è un vero cesso, sembra bombardato dagli americani. Ruggine a sfare, finestrini pressoché disintegrati, sedili di sole molle. Mi siedo dove trovo, anche perché il mezzo viene preso d’assalto da almeno cinque famiglie e sette cosche affiliate. Il mio trono, mi è andata grassa, è un posto finestrino dal quale spunta, purtroppo non verso l’esterno, più o meno all’altezza della mia tempia sinistra, uno squarcio di lamiera a forma di sciabola. Sarà lunga almeno cinquanta centimetri, ritorta su se stessa. Una specie di cavatappi di Damocle. Visto che l’opera di arte moderna prende origine nel rettangolo che, qualche generazione fa, doveva fungere da finestrino, ne evinco che deve essere ciò che resta dell’intelaiatura del medesimo. Durante il viaggio non potrò permettermi il lusso di addormentarmi, se voglio arrivare al capolinea con tutti gli occhi. D’altronde, mi dico, siamo o non siamo dalle parti in cui sono nati kriss e affini? Non era da ‘ste parti che Sandokan ingroppava la perla di Labuan, fra una tigre sbudellata e l’altra?
  Entrando, con la coda dell’occhio ho dato uno sguardo all’autista. Se ha sedici anni sono troppi, sotto il naso indossa due baffetti adolescemi di primissimo pelo. Mi regala un sorriso stolto, mentre pago al cassiere della baracca. Come a dire: “Hallo-Joe-where-you-go?” (stavolta non l’ha detto, ma l’ha senz’altro pensato). In tutta risposta non gli regalo alcun sorriso, anzi, gli faccio una smorfietta delle mie, come dire “Sto-andando-a-trovare-tua-sorella…”
  Il primo tratto del viaggio (viaggetto, pochi chilometri), procede come da copione. L’autorottame parte solo quando viene raggiunto il triplo della capienza omologata, e non ci sta più un solo karo, nemmeno piccolo piccolo. L’autista mantiene una velocità media alle grotta, ogni tanto deposita sette od otto karo sul ciglio della strada, all’imboccatura di sentieri che si perdono fra la vegetazione.
  Di questo passo, dopo un po’, mi ritrovo solo soletto a bordo del coso. Tutti i karo, con le loro tricche e ballacche (coperte, pentoloni da caserma, sarong, bambini urlanti e avanzi di pasti), sono improvvisamente evaporati. Altrettanto improvvisamente mi ritrovo in esclusiva compagnia dell’autista, del suo socio-cassiere e della scimitarra.
  Depositato l’ultimo karo, il guidatore comincia ad accelerare. Ad accelerare moooooolto. Lo vedo che mi osserva, serissimo, dal retrovisore. Mentre pesta sull’acceleratore alterna sguardi cattivi (verso di me) a risate, urletti e frasi incomprensibili, dirette al cassiere. Anche quest’ultimo ride, urletta, dice roba aliena. I due si devono essere messo in testa di far schiattare di paura il Joe cazzone che per sbaglio è finito sul bus. Sono il loro divertimento della giornata, forse del mese. Sento puzza di vendetta terzomondista, di voglia di pareggiare i conti fra Sud e Nord del mondo. Di vediamo adesso, Joe, bianco con il naso lungo, chi ha le palle e chi no. O forse è solo la mia coda di paglia (ci spero).
  Fin da quando mia nonna mi spediva in chiesa, da bimbo, ho imparato a mantenere una freddezza anglosassone durante le situazioni difficili (per esempio quando don Guido mi ordinava di salire sul pulpito a leggere brani della Bibbia di fronte a duecento vecchie odiose). Per cui, mentre Schumacher mi ha visibilmente dichiarato la Terza guerra mondiale, la velocità aumenta in maniera esponenziale e la trivella da petrolio vibra con un baccano d’inferno, io faccio finta di niente. Turbato? Chi, io? E perché mai? Prendo questo autobus, in queste condizioni, tutti i giorni all’ora del tè. Gli indonesiani non lo sapevano? Non erano preparati alla mia visita?
  Indosso un’espressione da statua di sale, molto cool, tipo Lawrence d’Arabia che va a trattare con gli sceicchi del deserto. Osservo il panorama dal finestrino, per quanto mi sia concesso farlo, tra una curva in derapata, con i copertoni che stridono, e una schivata di scimitarra. Sono un maestro nel non far capire al cretino con il volante fra le mani che sotto questa patina da Sir al circolo del bridge lo sfintere mi si è ridotto a una capocchia di spillo, i testicoli mi si sono rintanati nella borsetta e le ascelle sono due fontane spannate. Speriamo che lo stolto non veda l’alone sulla maglietta. Ah, no, è blu scura, per fortuna.
  Tengo stretto con due mani, ben salde e sudate, il poggiatesta del sedile davanti, antica tecnica da luna-park. Il cuore mi batte a mille, guardo fuori e, con la coda dell’occhio, osservo il cazzone impazzito, nel retrovisore. Io osservo lui, lui osserva me.
  Lungo l’ultimo chilometro, ormai ne sono convinto, morirò. Povera mamma, quando saprà in che modo imbecille è schiattato il suo unico figlio unico. Finiremo capottati in una risaia del cazzo, o nel salotto di un karo. Morte piuttosto stolta, tutto sommato.
  Spero che il capolinea sia dietro la prossima curva, ma dietro la prossima curva c’è sempre un altro tratto di sterrato. E lo scemo pesta sull’acceleratore, pesta, pesta.
  Sono sull’orlo di una crisi esplosiva di nervi. Se non si dà una calmata entro due secondi impazzirò e lo aggredirò urlando cose mai pronunciate prima, unite a sputi per terra e a gesti da psicopatico.
  Rallenta, brutta testa di cazzo, rallenta.
  Joe per Joe, il subumano non capirà di certo il contenuto onirico del mio messaggio politico, ma sono sicuro che comprenderà la valenza storica degli scaracchi e il senso di massima del tutto.
  Mentre mi racconto queste panzane, mezzo secondo prima di buttare dal finestrino il tunicone da beduino di Lawrence d’Arabia e indossare l’impermeabile scuro di Jack lo Squartatore, dietro la curva, improvvisamente, il dinosauro impazzito, fra mille stridori, frenate da Motor Show, clangori da acciaieria, si ferma. Siamo arrivati.
  Lo stronzo si blocca davanti al parcheggio dei bemo, alzando nubi di polvere. Tira il freno a mano e toglie la chiave dal quadro. Si gira a guardarmi, come a dire: “Ancora vivo, Joe? Piaciuto il rodeo? Te la sei fatta nei pantaloni, eh?”
  Lo osservo con l’espressione di una cernia surgelata, mentre tento di staccare le unghie dal poggiatesta davanti. Mi alzo, mi stiro la maglietta con le mani, mi incammino verso l’uscita, con le ginocchia tremolanti.
  “Thank you, Sir”, gli regalo con un sorriso strafalso.
  “Thank you, Joe”, mi risponde la protoscimmia.
  È fin dai tempi di Guerra d’Eroi che certi musi gialli li trasformerei in carnina da sushi. A fettine, tagliuzzandoli lentamente con i loro kriss del cazzo.







Quindici
Alpini e clarini
Il due agosto di parecchi anni fa, grazie a iddio non del 1980, presi un treno da Bologna a Trieste. Il primissimo passo per raggiungere Pechino.
  All’epoca internet era fantascienza e le agenzie turistiche bolognesi disponevano di informazioni sulla transiberiana quanto oggi noi ne abbiamo sui venusiani. Tutto ciò che avevo sotto mano erano un paio di reportage vecchi come il cucco, strappati da qualche rivista, e un trancio della primissima, mitica Lonely Planet, quella gialla sull’Asia gialla. Trancio peraltro di terza mano, dunque non freschissimo di stampa.
  Le speranze erano molteplici. Arrivare a Budapest, fare il visto per la Russia e la Cina, poi imbarcarmi sul primo di settecento treni, fino al capolinea. Giunto a Pechino, se mi fossero rimasti soldi a sufficienza, sarei tornato a casa in aereo o in nave o a dorso d’asino. Nella sacca da marinaio che mi trascinavo sulla groppa avevo solo abbigliamento e accessori vagamente adeguati alla Cina: un po’ di roba pesante e un vocabolario tascabile di inglese. Nel portafogli la paghetta settimanale, come sempre da quando sono nato.
  Primi di agosto sui treni italiani, non occorre aggiungere altro. La seconda classe, dato che la terza era stata soppressa da qualche decennio, era intasata di carne pulsante, ascelle sudate, sigarette schifosissime. Gente in putrefazione, un caldo allucinogeno. Posti a sedere tutti occupati fin da Cefalù, anche la tazza del cesso.
  A metà strada, forse il caldo, forse la digestione, mi venne un sonno della madonna. Dovevo assolutamente stendermi.
  DOVE CAZZO DOVE?
  Intravidi un vano delle dimensioni di una gabbia per criceti sotto i polpacci di una vecchia appollaiata su uno di quei sedili a molla che, credo, esistano solo sugli osceni treni italiani. In anni e anni di quarto mondo non ho mai incontrato roba simile.
  Vista la galleria, mi ci tuffai di testa, con le palpebre pesantissime e il più profondo torpore da catalessi in tutto il corpo. Dopo pochi minuti di estasi odorosa - i piedi della vecchia non profumavano di rose rosse a maggio -, riuscii ad addormentarmi, ma presto fui svegliato da grida boscimane. Cazz’era? Un deragliamento? Una rissa fra cacciatori di portafogli? Un tossico senza biglietto?
  No, peggio, molto peggio. Tutto quanto sopra riportato, moltiplicato per cento.
  Una merdosissima comitiva di alpini.
  I cazzoni piumati, almeno centomila a contare le penne stolte in agitazione sui cappelli, stavano rientrando in massa verso qualche lercia caserma al confine con il barbaro mondo slavo. E, come bravi alpini degni di rispetto, erano sbronzi, stronzi e urlanti. Padroni del loro piccolo mondo antico fatto di ciucche e ciuchi, per fortuna questi ultimi non a bordo. E, soprattutto, padroni del treno. Nel santo nome della Patria, claro.
  Cominciai a rigirarmi come un epilettico sotto le vene varicose della nonna, sudato e arrotolato nella melma del carro bestiame, alternando la posizione vista panoramica sui polpacci/parete del corridoio, nessuna delle due particolarmente stimolante, ogni volta che una testa d’alpino cominciava a intonare un canto d’asino. Per inciso: tempo fa, sul giornale ho letto che il solito governo ladro, dovendo tagliare da qualche parte, ha proposto la giustissima evaporazione del glorioso corpo di montanari alcolisti. Mi ricordo di aver applaudito immediatamente, mentre apprendevo la lieta notizia seduto sul gabinetto. Poi ho pensato che, sicuramente, qualche vecchio con il fegato spappolato e gli amici potenti sarebbe  riuscito a fare leva sui buoni sentimenti di qualche ex democristiano, e la proposta sarebbe rimasta tale. Ho voltato pagina e mi sono concentrato sugli annunci delle zoccole. Chiuso l’inciso.
  Nel primo pomeriggio, distrutto come se fossi arrivato a New Delhi, giunsi a Trieste. Sarà che durante l’adolescenza ero stato particolarmente colpito dall’omonima canzone di Ivan Graziani e dalla lettura di Svevo, ma come scesi da quell’immondezzaio ambulante e calpestai Trieste mi colse una depressione mostruosa. Gli indigeni, a giudicare da ciò che bevevano nei bar nei dintorni della stazione, sembravano tutti alpini in borghese. La lingua con la quale si esprimevano mi pareva esperanto ubriaco. Non capivo una mazza.
  Per raggiungere Budapest, seconda tappa, dovevo prendere un treno fino a Lubiana, dove avrei cambiato. Già a Trieste mi sentivo all’estero, per cui ora era solo una questione di formalità, timbri sul passaporto e affini. Presi un treno, strano, direi già proletario, da Est, ma con comode poltrone per il popolo e, ciò che più importava, nessun alpino a bordo. Inciso: solo ai nostri militari poteva venire in mente di indossare cappelli con piume di struzzo. Siamo o non siamo il paese dei bersaglieri? Di quelli che, oltre a infilarsi le piume, trottano e suonano la tromba? In quale altro paese può venire un’idea del genere? Chi altri può avere una mania così spiccata per le piume? Roba da cabaret, da carnevale gay brasiliano. Chiuso l’inc.
  Se a Trieste ero depresso, a Lubiana mi sarei tagliato le vene. Il cielo, a metà pomeriggio, era quasi nero, la gente era tutta grigia e l’asfalto, beh, pure quello, nella vecchia Jugoslavia, era grigio. Lingua incomprensibile, l’unica cosa che capii fu che il treno per Budapest sarebbe partito poco dopo.
  Di notte dormicchiai qualche quarto d’ora, svegliato a ripetizione da doganieri e bigliettai, tutti con uniformi grigie. Arrivato a Budapest ero così stanco da non riuscire nemmeno a deprimermi. Non ricordo come, forse un tassista, forse un brandello di guida, qualcosa o qualcuno mi portò a un enorme ostello della giovinezza. Il luogo era orripilante, in pratica un grattacielo sovietico nella periferia dell’universo. Grigio, va da sé. L’unico esempio di edificiazzo vagamente simile che, all’epoca, conoscevo, era il minigrattacielo di Bologna, il solo mostro di questo genere che gli speculatori e la mafia di casa mia fossero riusciti a tirare su durante il boom edilizio degli anni Sessanta, prima che qualcuno dotato di un po’ di potere e di un minimo di buon gusto avesse trovato il coraggio di fermare sul nascere l’Orrore dilagante. Per inciso: oggi, a forza di sentirci americani, l’andazzo è ricominciato. I cantieri sono stati riaperti, le gru innalzate di nuovo. Solo che, a differenza degli americani, i nostri architetti, ingegneri e assessori bustarellati non hanno la benché minima idea di che cosa sia un grattacielo. Un grattacielo vero, come quelli sborroni di Niuiòrch o di Corsico, per intenderci. Per cui, più o meno dal 2000 in avanti, la città delle Due Torri ha iniziato a trasformarsi nella città dei Cento Grattacieli Del Cazzo, in apparente competizione fra loro per il titolo di più ignobile. Quello d’antan, degli anni Sessanta, in confronto a quelli costruiti oggi è diventato modernariato non privo di fascino (gli abitanti degli ultimi piani dicono che, quando tira vento forte, il mondo oscilla; ma questo è solo un dettaglio). Osama, quand’è che vieni a parcheggiare i tuoi boeing sulle Nuove Splendide Opere degli Architetti Bolognesi? Fallo, presto, sono disposto a darti pure dieci pezzi per la benza. Shukran. Chiuso l’inc.
  Quando arrivai ero così stanco che manco capivo dov’ero e perché. Datemi un letto, poi parliamo di qualsiasi argomento, persino di calcio. Mi limitai a pagare, ricevere la chiave di una camera al diciassettesimo piano in cui erano alloggiati quattro iugoslavi e, fatta una doccia, svenire sul materasso.
  Dopo essermi ripreso, più o meno all’ora di pranzo, iniziai a fare mente locale. Vestirsi uscire cambiare le lire trovare un’agenzia turistica magari mangiare. Al pianterreno fui avvicinato da un ragazzetto che, losco losco, manco mi stesse vendendo dell’eroina, mi trascinò in un sottoscala e mi cambiò le lirette con dei fiorini.
  “Presto, presto, fai veloce…!”, mi disse trafelato e con gli occhi impazziti che controllavano la situazione a trecentosessanta gradi, mentre giochicchiavo con le banconote. Mi fece venire l’ansia. Forse, per quello che ne sapevo degli usi nonché dei costumi dell’Ungheria socialista - adesso ricordo, era l’estate dell’88, poco prima delle picconate al Muro di Berlino -, se lo avessero beccato gli avrebbero dato la sedia elettrica. Ma a me, che me ne poteva fottere?
  Appena uscito, andai a sbattere contro una serie di idee precostituite, i famosi preconcetti di cui si parla tanto in giro. A Est tutti avevano una casa e un lavoro. Sotto un ponte vidi diversi barboni, in tutto e per tutto identici a quelli del capitalistico occidente, alloggiati su fogli di cartone. Forse la qualità del cartone era differente. A Est vigeva un sano orgoglio antiamericano. A giudicare dalla fila che si snodava fuori da McDonald’s - sì, McDonald’s, il primo dell’Europa Orientale, poi venni a sapere - , però, gli ungheresi l’orgoglio se lo erano infilato tra un hamburger e una sottiletta. A Est non si faceva la fame e tutti avevano una vita minimamente decente. Una fila di dieci metri per comprare una pannocchia bollita, una collezione di vetrine di abbigliamento con quattro stracci impolverati in esposizione, cinque italiani con facce da italiani e giubbotti di jeans che accerchiavano arrapatissimi, bava alla bocca, una poveretta bionda su una panchina, nell’insieme, non mi davano l’idea di una vita particolarmente decente.







Forse, anzi senz’altro, ero il solito criticone che andava a cercare il pelo nell’uovo, mi dicevo. E comunque non ero sopravvissuto agli alpini per conoscere il socialismo ungherese. Volevo conoscere il comunismo pechinese. Stanai l’agenzia turistica di cui avevo bisogno, roba di Stato, quella che gestiva i viaggi di lunga percorrenza sui treni internazionali.
  Dopo una fila pari a dodici pannocchie e tre McDonald’s, un’impiegata caruccia quanto scocciatissima mi ripeté tre volte tre - le prima due dovette cozzare contro la mia incredulità così occidentale, a bocca spalancata - che LA TRANSIBERIANA NON HA PIÙ UN SOLO BIGLIETTO DISPONIBILE FINO A OTTOBRE.
  “Epperchémminchia???”, bocca devastata dalla sorpresa/incazzatura.
  “SCANDINAVI. È IL LORO PERIODO LUNGO QUELLA TRATTA. TUTTO PRENOTATISSIMO FINO AL 13 OTTOBRE. SCUSI PER TUTTE QUESTE T. DESIDERA SEDERSI E ATTENDERE FINO A QUELLA DATA?”
  Manco fossi stato preso a sberle, mi ripresi dalla notizia solo dopo aver vagato come uno zombie in centro per un paio di chilometri, sotto un venticello frizzante. Maledissi l’intera Scandinavia, da Copenaghen a Capo Nord. Le rotelle del cervello giravano vorticosamente, fumavano, anche se impastate dal grasso, dalla melma contenuta nella comunicazione di servizio. I maroni non ne parliamo, erano diventati i famosi tizzoni ardenti di Tex Willer. E mo’, che cippa faccio?
  Cominciai a ipotizzare tutto l’ipotizzabile, mentre mi trascinavo sotto un clima da novembre. Forse era la sfiga che mi faceva da aureola, ma nemmeno l’agosto, in Ungheria, era un vero agosto. Il mio viaggio cinese era cominciato nel peggiore dei modi. A questo punto l’ipotesi più plausibile, forse, era quella di fare il viaggio al contrario. Battere quegli alcolizzati di scandinavi in controcorrente. In fondo, un senso di marcia valeva quello contrario.
  Presi un taxi, lo feci correre all’ambasciata cinese. Volevo fare il visto. Il tassista, con una gigantesca bandiera statunitense appesa al retrovisore, si eccitò così tanto per la missione internazionale - o forse fu la bandiera che gli coprì la visuale - che centrò in pieno un ciclista travestito da campione a tre passi dall’ambasciata. Gli sfasciò la bici e gli sbucciò un ginocchio, tra il mio godimento interiore e le sue incomprensibili bestemmie ungheresi (capii che si trattava di offese all’Alto dei Cieli perché sbraitava verso le nuvole). L’ungherese, si sa, è una delle lingue più incomprensibili in circolazione. Dentro di me benedissi il mio autista (una maglietta rosa di meno in giro), ma non seppi rispondere allo sguardo equivoco del tassista, che mi osservava con uno sguardo a metà strada fra una richiesta di giustificazione (perché, lo avevo forse investito io? Solo con la telepatia, al massimo) e la sorpresa (anch’io ero sorpreso, se questo poteva essergli di aiuto; piacevolmente sorpreso). Mi limitai a pagarlo, scesi, lo lasciai a discutere con l’infranto incarognito.
  Bussai alla gigantesca porta di legno dell’ambasciata, una specie di entrata di castello medievale chiusa sprangata. Da una finestrella una vocina cinese mi comunicò che per ottenere il visto occorrevano mesi e danari fitti. Me ne andai sconsolato. Ma, visto che ero in giro diplomatico, mi feci portare da un secondo tassista, più attento ai diritti dei minorati, all’ambasciata cecoslovacca. Vado a Praga, pensai, e di là prendo il primo aereo per la Cina. Magari là mi fanno il visto più in fretta (cieca utopia da giovane vagamondo). L’ingresso dell’ambasciata, però, stavolta era intasato da una lunga fila di italiani con il giubbotto di jeans, sicuramente tutti in missione chiavereccia. Che cosa non si fa per trombare, mi dissi, mentre me ne tornavo in centro, sconsolatissimo.
  Mi buttai dentro un’agenzia turistica semiprivata, ma di capitalistico aveva solo le tariffe. Un volo per Pechino, sola andata, costava come un biglietto per la Luna. Caddi nella depressione più nera e andai ad affondare lacrime e frustrazione in un succulento gulasch.
  E adesso? Strangolato dai dubbi, decisi di lasciare l’Ungheria e di cercare possibilità meno complicate, meno bulgare. Ci voleva più perestrojka, anche se per il momento non l’aveva ancora brevettata nessuno. Più a nord, mi raccontavo, ci saranno senz’altro opzioni più semplici e alla portata delle mie tasche ragnatelose. La Germania Occidentale sicuramente doveva avere aeroporti da cui sarebbe stato più facile partire. Presi un bus per Vienna, si tornava in Occidente. Finalmente avrei giocato con le regole che conoscevo, ma me ne andai abbattuto dalla frustrazione e dal senso di sconfitta.
  A bordo, seduta di fianco a me, conobbi una ciccia cilena, lì per fare volontariato internazionalmente socialista. La giovane in carne mi spiegò come Budapest fosse la città più capitalista dell’Est - qualora non ci fossi ancora arrivato da solo -, ma come la campagna fosse un’altra storia. Le sue sagge parole, in effetti, sembravano trovare conferma in quello che vedevo dal finestrino: niente McDonald’s, niente poveracci, niente file, solo belle casette basse e chiatte, molto carine e in pendant con l’atmosfera bucolica.
  Arrivati a Vienna assistetti a una scena orripilante. L’ultimo passeggero a scendere, evidentemente uno sporco clandestino in fuga dai kolchoz, fu bloccato dall’autista che faceva da tappo all’uscita. Questo tentò di bloccarlo - di topi in fuga dal formaggio ne doveva aver incontrati già molti, e il Partito doveva averlo istruito a dovere, se voleva continuare a lavorare doveva riportare a casa i sovversivi a calci -, ma il fuggiasco era pieno di motivazioni, così pieno che lo indussero a riempire di cazzotti l’autista, travolgerlo, fuggire. Durante il casino orrendo scatenato il tipo perse una scarpa, e se ne corse verso l’infinito con un calzino al posto della suola. Rimasi a fissare la scarpa abbandonata sull’asfalto - scarpa vecchia e socialista, molto simbolica -, per dieci minuti buoni, prima di riprendere il mio cammino. Una vera natura morta, pensai.
  Rimasi a Vienna il minimo indispensabile, quanto bastò per raggiungere la stazione e prendere il primo treno per Francoforte. Ero fermamente convinto di poter comprare un biglietto aereo a prezzo di banana, una volta giunto nell’aeroporto della metropoli tedesca. “Mi evito le commissioni d’agenzia”, pensavo ingenuamente.
  Arrivato al megaeroporto ricevetti l’ennesima legnata alle mie illusioni. I voli per la Cina erano pochi e costavano il quadruplo rispetto alle tariffe offerte dalle agenzie di viaggio che si trovavano in città, a parecchi chilometri. Ero stanco stracciato, oltre che imbestialito, e quando un tassista mi disse che la corsa fino all’ostello più vicino costava l’equivalente di trentamila lire, per me una fortuna, quasi ebbi uno sbocco di bile. Ipotizzai un accovacciamento tardofreak sulle poltrone dell’aeroporto, ma i tedeschi, e la loro razionalità del cazzo, avevano costruito poltrone anti-barbùn, in ferro spigoloso e metratura nemica delle comodità.
  Con un misto di stanchezza e di nervi scossi, tornai alla stazione ferroviaria, feci una fila chilometrica, acquistai un biglietto per Amsterdam, poi, subito dopo averlo pagato, feci per restituirlo al bigliettaio. Ero impazzito. In quel momento mi colse una vera crisi isterica, a metà strada fra quella classica, esistenziale (chi sono, dove vado, che cosa faccio di me), e una più semplice esplosione di nervi dovuta al costante, incessante restringersi del mio portafogli. A suon di biglietti qui e biglietto là, ‘na coca e un panino ogni volta che lo stomaco chiamava, mi stavo sputtanando l’intera cassaforte. Di quel passo col cavolo che sarei arrivato in Cina.
  Il bigliettaio sbuffò tre volte tre sotto i baffi, quando gli chiesi i soldi indietro e poi, a ruota, di farmi il biglietto per la seconda volta. Deve aver pensato che fosse una candid camera, e anche la folla, dietro di me, sbuffava, con o senza i baffi.
  Corroso da dubbi e incertezze, cazzofacciocazzofacciocazzofaccio, mi imbarcai sull’ennesimo treno. In piena notte, giunto a Utrecht, decisi di scendere. Un amico mi aveva parlato molto bene di quella città ggiovane e universitaria, molti cannoni, molte femmine con i peli gialli. E poi avevo ancora il mal di collo da quando, un anno prima, arrivando ad Amsterdam di notte, avevo dovuto dormire in macchina con gli amici dopo esserci girati inutilmente un migliaio di alberghi strapieni. Nella città delle zoccole in vetrina e della space cake o arrivavi a un orario decente o dormivi sotto il ponte di qualche canale.
  Con me non avevo guide dell’Olanda, per cui mi affidai, speranzoso, alle avide mani di un tassista (altri sghei che se ne andavano). Il tipo, però, con un Mercedes a otto porte, doveva essere abituato a portare in giro solo sceicchi del petrolio. Per cui, quando gli chiesi di portarmi a un alberghetto economico, mi lasciò sulla porta di un piccolo hotel che di -etto aveva solo le dimensioni. I prezzi delle camere erano da Holiday Inn. Scappai di corsa, of corse.
  Incarognito, stanco stracciato, depresso, sporco, sudato, dubbioso sui perché del mondo, iniziai a girovagare come un disperato, con la sacca da marinaio sulla nuca. Marinaio sfigato, per l’esattezza.
  Sotto un mulino incappai nell’unico essere vivente sveglio a quell’ora, un negro che si fumava un cannone grande come un tulipano.
  “Amico, mi sai dire dove posso dormire con due soldi? Per favore??”
  “Prima a destra e seconda a sinistra. C’è un dormitorio per sfigati. Vai con Jah!”, e mi fece il segno della Vittoria.
  Chi l’ha detto che i negri sono tutti brutti e cattivi?
  Il ‘dormitorio’ era una specie di ostello uscito pari pari da una storia dei Freak Brothers. Il proprietario aveva una barba lunga quanto quella di Matusalemme e occhiali spessi come fondi di damigiana. Quando gli chiesi dove potevo mettere la macchina fotografica - nella sala con i letti a castello c’era sì e no lo spazio per un asciugamano da bidè - mi aprì un frigorifero dietro il banco della reception. Era la cassaforte dell’azienda, e per fortuna la corrente era staccata.
  Il giorno dopo, facendo due passi a caccia di una brioche e di un cappuccino, mi imbattei in un’agenzia turistica a prezzi stracciati. Grandi cartelli a tinte fosforescenti richiamavano l’attenzione degli straccioni come me offrendo destinazioni di mezzo mondo a tariffe spettacolari. Oba!, squittii, forse ho trovato la svolta. La Cina, finalmente, è vicina. Entrai, di corsa.
  “Buongiorno. Quanto, la Cina?”
  “Buongiorno. X000.”
  “Mischia. Troppo. Dove posso andare con pochi soldi? Diciamo la metà di quelli per la Cina?”
  “Mmm… Perù?”
  “Mmm… Va bene. Me ne dia uno. Quando parto?”
  “Fra due giorni.”
  “OK.”
  Contando quello che avevo in tasca, facendo le debite sottrazioni, calcolando un minimo di dieci dollari al dì come base di sopravvivenza, mi rimaneva da spendere l’enorme cifra di settecento dollari. Settanta giorni in Sud America, tirando la cinghia. Di certo non uguali a novanta in Cina, ma comunque meglio di settanta sotto l’afa di Bologna o tra i secchielli viola di Pinarella di Cervia. Pagai quasi al volo.
  Due giorni di attesa a Utrecht, che fare? L’estate era in pieno fulgore, la città splendida. Foto qua e là, a spasso senza grosse mete. Dopo diversi giorni di treni e autobus schifosissimi me lo meritavo.
  Feci un salto all’ostello per lasciare il biglietto e recuperare le mie macchine fotografiche dal frigo. C’erano ancora. Ne approfittai per buttare nelle immondizie la zavorra per la Cina: guida, articoli di riviste, tutto ciò che era inutile per un futuro peruviano.
  Tornato in strada cominciai a girovagare, Nikon tra le mani. Fra chiese e canali, bionde spettacolari e formaggi pure, la città sembrava fatta apposta per la fotografia.
  “Hey, you, photographer…!”
  Mentre ero piegato di pecora che immortalavo un dettaglio di una vetrina di un negozio di dischi, sentii una voce provenire dall’alto dei cieli. Il proprietario del negozio che tutelava la propria creatività? Il boss del quartiere che controllava il territorio? In Olanda ci voleva la licenza per fotografare? Un vigile rompicazzo? Un rompicazzo e basta?
  Girai il naso all’insù.
  “Come up!”
  Un biondo e una bionda mi facevano di salire, appollaiati su un tetto, tre piani più su.
  Che vorranno, mi domandai. E soprattutto, perché no.
  Salii.
  I due, giovani come me, ma più belli, mi accolsero con grandi sorrisi nel loro splendido giardinetto ricavato sul tetto. Una figatina di qualche metro quadrato, dominato al centro da un bel sofà a righe sul quale sedevano comodi comodi. Mi fecero spaparanzare su una poltrona altrettanto confortevole. Olandesi, sanno vivere.
  “Io sono Peter.”
  “E io Karin.”
  “Piacere, Pietro.”
  Il tipo, alto, magro, frangetta quasi disegnata con il righello, teneva un clarino tra le mani. Karin aveva un taglio (di capelli) a spazzola e una canottiera da operaio di acciaieria, dalla quale spuntavano ossa grosse. Non una gran bellezza, ma pur sempre una portatrice di tagli.
  Dopo un po’ di convenevoli di rito - che fai, dove vai, perché - e raccontato sommariamente il mio viaggio delirante fin lassù, mi invitarono a rimanere da loro. Dopo mezzo secondo di dubbi e un quarto d’ora di grazie e sorrisi corsi a recuperare i miei quattro stracci all’ostello. Era ora di traslocare. Finalmente qualcosa gratis, dopo giornate e soldi spesi in cose inutili.
  I due mi diedero una stanzetta tutta per me.
  “È della ragazza di Karin - mi disse Peter -, è via per qualche giorno.”
  In effetti la camera era piena di vestiti da donna. Vestiti lesbici, nulla di più arrapate. Se non fosse che il mio cervelletto, borghese e superficiale, tra i più semplici della Terra, si fosse affrettato a fare l’equazione
LESBICA = BUSONE
  Cominciai a ipotizzare, non senza preoccupazione, un interessamento sfinterale alla mia persona. Sono il solito frettoloso nel giudicare, mi sgridai. Questi sono bravi ragazzi olandesi, ospitali come solo un nordico sa essere, e io il classico terrone sudeuropeo ignorante che mi precipito ad accusarli di frocieria obliqua. Che mi frega se le piace leccare la gnocca, pure io ne vado pazzo.
  Iniziai a dare uno sguardo in giro per casa. Libri fotografici di fotografi pederasti, videocassette gaie. Gli indizi urlavano. Come al mio solito in situazioni analoghe, inarcai le sopracciglia una volta di troppo. –eter se ne accorse.
  “Pietro, come forse avrai notato, io sono gay.”
  “Peter, mi scuserai, a me piace solo la sorca.”
  “OK, non ti preoccupare, so restare al mio posto. E, per favore, non pensare che ti abbiamo invitato a rimanere da noi per secondi scopi…”
  “Grazie, figurati, non sono così malizioso (molto, molto peggio).”
  Passai due giornate splendide, andando a spasso da solo e, quando il lavoro di impiegato alle poste glielo permetteva, assieme a Peter. Simpatiche cenette con Karin, chiacchiere sul tetto a guardare il mondo dall’alto. Rilassai lo sfintere, almeno fino alla notte prima della partenza, quando all’improvviso Peter mi piombò all’improvviso in camera - forse s’era fatto un whisky di troppo, o forse, più semplicemente, gli tirava l’uccello - e, con uno strano sorrisino, mi accarezzò una spalla. Spalla, ho detto. Mi irrigidii di colpo, lui ritrasse la mano, si rese conto di essere stato inopportuno, si scusò e si rintanò nella sua camera. Da solo.
  Il mattino seguente, poco prima di lasciare la casa e andare a prendere l’aereo, trovai la tavola imbandita, con una sontuosa colazione preparata da Peter. Sia lui sia Karin erano già al lavoro. Tra una fetta di torta e una caffettiera piena trovai un biglietto:
  Caro Pietro, grazie per avere passato il tuo tempo con noi, è stato molto bello conoscerti. Scusa per qualunque cosa possa averti disturbato, speriamo di rivederti presto. Buon viaggio!
  A tutt’oggi non sono ancora diventato omosensuale. Ma pagherei quello che non ho per avere un terzo della gentilezza e della sensibilità di molti gay.
  E comunque: meglio frocio che alpino.







Sedici
Essere diversi
Non ricordo chi fu il genio - filosofo, opinionista sportivo o portinaio - che pronunciò la frase memorabile:
I tedeschi viaggiano per controllare l’esattezza delle guide turistiche
  Premesso che il mondo ariano non mi appartiene, devo tuttavia concordare sul fatto che esista una fetta di umanità, non necessariamente crucca, ma diciamo crucco-oriented, che puntigliosamente si impegna per trasformare il mondo in uno sgabuzzino ordinato. Ogni scopa con la spazzola sul basso e l’impugnatura in alto, bastoni paralleli, peli puliti come nuovi, anche dopo cinque anni di uso.
  Trasferita al viaggio, questa concezione squadrista della vita si traduce in una pedissequa consultazione delle guide, tante più tanto meglio (pluralità delle fonti), come se fossero bibbie (o corani, fate voi). Chiarito che ciò è tecnicamente assurdo - le guide, tutte, nascono già vecchie, tra il momento in cui l’autore le scrive e quello in cui l’editore le piazza in libreria passano lustri -, credo che sia anche umanamente detestabile. Che gusto c’è nel sapere già tutto di un luogo che si sta per visitare? Vogliamo sfotterci la sorpresa della scoperta, l’ooooohhhhh a bocca spalancata, con tutto quel leggere?
  Ieri, nella stazione ferroviaria di Hanoi, ho incontrato due cartapecore australiane che si portavano appresso una specie di Treccani casereccia sul Vietnam. In un collage maniacale di articoli, mail, dépliant, pagine di internet, si erano autoprodotte una guida accessoria - la Lonely Planet non era sufficiente -, indecentemente perfetta in ogni dettaglio. Prezzi delle banane al mercato tal dei tali, andate dalla terza venditrice a sinistra partendo dal bidone delle immondizie. Come risparmiare mezzo dollaro nella combinazione treno+bus+mototaxi nella tratta da A a B.
  Roba da asfissiare. Ma il peggio del peggio del loro Bignami casalingo era la tabella di marcia. Le due vecchie si erano programmate ogni singolo spostamento, preciso al quarto d’ora, dal giorno della partenza a quello del ritorno. Peggio di un tour operator del menga. Dopo aver scorso metà del loro programmino aziendale ho chiuso con un botto il loro sussidiario della follia\sfiga e gliel’ho ridato tenendolo per i mignoli:
  “Grazie, interessantissimo. Davvero ben fatto. Complimenti.”
  Al contrario della quarta età di orientamento hitleriano, io preferisco consultare i vangeli del viaggio, Lonely Planet in primis, solo una tantum (minchia quanto latino). Mi piace scoprire le cose sul posto. Anche perché, è un dato di fatto, la realtà non corrisponde quasi MAI alla letteratura. Al più butto uno sguardo veloce veloce alla guida prima di andare da A a B, più che altro per non finire a C (ma chi mi dice, poi, che C non sia una figata? Molto più interessante di B?). Se, poi, vorrò sapere quale imperatore sconfisse le orde mongole tra il XIII e il XIV secolo d. C., forse lo leggerò alla sera, davanti a un tè. Oppure una volta tornato a casa, per rivivere le atmosfere di quel viaggio e\o sentirmi un po’ mongolo pure io.
  Tutto questo popò di premessa filosofica solo per giungere alla domanda: come cippa ci sono arrivato a Do Son?
  La risposta è: buttando uno sguardo dei miei, veloce veloce, troppo veloce, alla Lonely Planet.
  Reduce dalle milleuna notti concentrate in una sola sull’isola di Cat Ba, sopravvissuto a lunghe spadate in orizzontale con il Mio Amore coreano di New York, fuggita la medesima in India per impegni precedentemente presi (altre spadate con altri), rimasto io solo come un cane a sognarmi ulteriori spadate e a lucidarmi le corna, vado a caccia di un’altra spiaggia nei dintorni dove poter piangere in santa pace. Mi cade l’occhio sulla guida, una perfetta imitazione taroccata e fotocopiata dall’originale, venduta per appena 5$ sulle bancarelle di Hanoi. L’occhio si ferma dalle parti di Hai Phong, terza città del Vietnam per dimensioni. A breve distanza c’è ‘sta tal Do Son, con qualche spiaggia - parola chiave - frequentata perlopiù dai vietnamiti.
Arrivato a Hai Phong prendo un mototaxi, valigia in groppa per venticinque chilometri, ed eccomi a Do Son. L’impatto non è dei migliori. La città è costruita attorno a un unico stradone, incasinato come ogni stradone vietnamita che si rispetti. Marciapiedi con barricate fatte di motorini parcheggiati alla bruttodio, sgabelli per nanetti - le sedie dei ristoranti di strada - sempre in mezzo ai piedi, copertoni di camion e bancarelle di bibite. Cani e bambini. Nulla di interessante nei dintorni, solo ziliardi di motorini scoreggianti. Chiedo al mototassista, ingleseprivo (l’unica cosa che ha saputo dirmi è hallo-mototaxi?), di allungare la corsa fino al litorale, poco distante, dove trovare un hotel.
  Il lungomare, fiancheggiato da lunghe fila di conifere, non è pessimo, ma in giro non si vedono molti alberghetti, di quelli da sei-sette dollari che sono abituato a frequentare. Qua e là qualche struttura monolitica di sapore sovietico, priva dell’insegna hotel, in inglese. L’autista si infila in una di queste, si deve trattare di un albergo. Scendo, varco la hall addobbata con i festoni di capodanno (è ottobre), raggiungo un’impiegata alla reception che sgrana gli occhi e mi guarda allibita.
  “Good evening, Madam. Do you have a room?”
  La tipa è terrorizzata, gira il collo in cerca di aiuto. Bat-bum-pam-thiep… Bofonchia qualche sillaba, nulla di comprensibile ai terrestri. Si salva in extremis dal dovermi rispondere grazie a due vieturisti che, senza il minimo complimento, mi passano davanti e si mettono a parlare dei fatti loro con lei. Fila, che cos’è, a cosa serve. Robetta da froci occidentali.
  Me ne vado.
  Facciamo il bis e il tris in un altro paio di orrori simili, con l’unica variante che perlomeno ottengo una protorisposta.
  “Complet.”
  Nel frattempo siamo stati affiancati da altri quindici moto-bikers, che si informano dal mio - così mi sembra di capire -  dove voglio andare. Ormai l’ho capito, oggi io sono l’attrazione di Do Son.
  In tutta la spiaggia sembra non esserci una sola cuccia per me. Meglio tornare in ‘città’, lì scoverò un tetto, poi andrò a fare il bagnante a piedi o in mototaxi.
  Atri tre albergazzi postsovietici, roba da terme con la micosi sul lago Balaton. Tutti con receptionist che mi guardano come se le avessi prese a sberle, prima di comunicarmi, in qualche modo (gesti, singulti, pupille roteanti), che lo Sheraton è pieno.
  Sto cominciando ad alterarmi.
  Finalmente scovo una stamberga a un’estremità dell’intestino che funge da strada principale. Un grattacielo in miniatura verde pisello. I proprietari hanno facce cinesi, l’arredamento è cinese, i clienti sono tutti cinesi. Riescono a scrivermi su un foglio che da vogliono dieci dollari, non cinesi, per una notte passata in loro compagnia. La stanza, al quinto piano, nessunissimo ascensore, è gigantesca. Nei dieci pezzi sono inclusi un thermos pieno d’acqua calda con la quale posso farmi ettolitri di tè cinese e un televisore che capta solo la RAIviet e un canale di teleputtanate cinesi.
  Fattauna doccia, scendo in strada. In giro nessuno straniero, tutti gli occhi puntati addosso a me, qualcuno mi sorride, mi lancia degli hallo, una tipa mi indica come se fossi il panda allo zoo. Un paio di cani mi abbaiano dietro e li scaccio a urla italiche. Devono aver sentito puzza di bianco.
  Prima tappa un internet point. La rete ha intossicato di brutto i vietnamiti, ci sono cyber cafè in ogni strada del paese. Sono frequentati al novantotto percento da adolescemi impegnatissimi in chat (chat vietnamita, niente di internèscional), videogiochi, musicazza. Connettersi costa poco - circa quindici centesimi di euro l’ora - e, a giudicare dal numero, più o meno pari a quello dei motorini, i computer in ‘sto paese li devono regalare. Quasi tutti i centri internet hanno l’ADSL e sono intasati da gente che, mentre scrive, si fuma anche le dita. Devo fare gesti plateali (pollice e indice a molletta per il bucato sul naso, due dita in gola, occhi ribaltati di chi sta per svenire) per far capire alla direttrice che o fa smettere di fumare il mio vicino puzzolente o perderà un cliente. Il tabaccaio di fianco spegne la sigaretta.
  Seconda missione, mettere qualcosa sotto i denti. Percorro l’intero intestino d’asfalto su-e-giù un paio di volte, incluse traverse principali, prima di stabilire che in tutta la città non c’è un ristorante degno di tale nome (tavolo+sedia+cameriere\a+menù). Le poche attività con un’insegna che vorrebbe dimostrarmi il contrario sono deserte e illuminate da neon deprimenti. Vorrei cenare, non tagliarmi le vene.
  L’ultima spiaggia è una mangiatoia di fronte al mercato. Poche merci esposte ai tubi di scappamento e alle mosche, vedi ed eventualmente ordini quello che meno ti fa schifo, così eviti di beccarti una fregatura con menù sibillini dalle troppe sorprese. Magari non ti avveleni.
  Fra le ceste e i piatti esposti spiccano gli onnipresenti noodles, in forma di similtagliatella precotta e\o di spaghettazzi bianchissimi ammonticchiati su inquietanti minifienili candidi e mollicci. Negli altri catini da bagno intravedo ciccia tutta ossa, patate in umido, verdure umide, pesce e, ciliegine sulla torta, bachi da seta fritti. Ne ho già provato una manciata l’altro giorno, quando ho voluto giocare al turista eticamente corretto che tutto esperimenta. Croccantino e vagamente simile a una patatina fritta nella parte esterna, all’interno il baco è vomitosamente molle e ributtante. Esperienza edificante ma da non ripetere. Mentre ci ripenso mi è tornato il sapore in bocca e i conati.
  Ordino all’oste un’accozzaglia del tutto, innaffiata da una splendida Heineken, evviva la globalizzazione.
  Ultimissima missione prima di rintanarmi a letto: fare scorte per la colazione. In Vietnam gli alberghetti per ricchi che frequento non includono nella diaria, di solito, croissant e cappuccini, ma nemmeno un tè con una crosta di pane secco. Il fai-da-te è obbligatorio. Il kit da colazione più ricorrente è un mini-tetrapack di latte al cioccolato olandese (made in Vietnam) più scatola di biscottazzi mollicci (Chocolate Pie, made in Korea) non pessimi, un dollaro la scatola da sei pezzi. Per raccattare tutto ciò devo fare un ping-pong di mezz’ora fra quattro aziende differenti. Una mi venderebbe il latte, se solo il proprietario fosse in grado di scrivermi il prezzo. La seconda potrebbe darmi i biscotti, se non tentasse di vendermeli al doppio della tariffa ufficiale. La terza mi dà i biscotti, dopo una luuuuuunga contrattazione e un altrettanto lunga attesa per permettere alla megera che me li rifila di scovare carta e penna. La quarta ce la fa a darmi due tetrapak di latte, ma solo dopo che siamo riusciti a scovarli sul fondo di uno scatolone coperto da tre dita di polvere. Latte UHT vietnamita, per fortuna ha una scadenza che sfiora l’eternità.
  Giorno nuovo, vita nuova. Spero.
  Colazione in camera senza camerieri né vassoi, due secchi d’acqua in faccia, slip brasiliano da Copacabana, si va.
  I cinesi dell’albergo non sanno una parola di inglese, ma appena mi vedono mi ricoprono di sorrisi.
  “Hello, motorbike?”
  Non faccio in tempo ad appoggiare la prima ciabatta infradito sul marciapiedi che ho già un paio di piazzisti di sedili alle costole. Mi tallonano per mezzo chilometro, non vogliono credere al fatto che, con ‘sto sole, voglia andare a piedi.
  Il lungomare è deserto e l’alta marea si è mangiata tutta la spiaggia. Qua e là una venditrice di noci di cocco, prezzi variabili ogni cinque metri a seconda della voglia di fottermi. Lungo l’arenile si snoda una passeggiata lastricata sulla quale giacciono, semivuote, lunghe fila di sdrai enormi. È bassa stagione e io devo essere l’unico occidentale per chilometri e chilometri.
  I viet, sia gli uomini sia le donne, fissano ossessivamente i miei peli. Spero per invidia. Qualche giorno fa, in un internet point, il tipo che sbatacchiava sulla tastiera al mio fianco improvvisamente si è messo a lisciarmi il braccio sinistro con una mano, dicendomi cose in venusiano, mentre io cercavo di scrivere. Escludo che fosse busone. Io, comunque, ho ritratto il braccio.
  La questione dei peli, in Asia, è roba antica. I gialli li vorrebbero o, almeno, ne vorrebbero un po’ di più. I bianchi, noi, ne vorremmo di meno, e paghiamo fior fiore di euri per elettrodepilazioni, creme e puttanate simili. Perché, Signore, quando ci hai fatti, non sei stato più equo? Così, forse, ora potrei evitarmi orde di gente con gli occhi storti che ride dei miei polpacci e che mi fa le seghe alle braccia?
  Dai peli ai pesci. Alla fine del lungomare c’è un’accozzaglia di venditori di pesci, crostacei e molluschi. Le povere bestie sono tenute semivive, accatastate e aggrovigliate, in una serie di lerci contenitori di polistirolo che devono aver visto troppe lune. Vorrei sfasciarglieli a calci, se non fosse che, poi, i pesci morirebbero nelle fogne e sul marciapiedi. E io, forse, in galera.
  Oltrepasso un gigantesco cartellone di propaganda contro l’AIDS. Ce ne sono sparpagliati un po’ dappertutto nel paese, ma questo è particolarmente spettacolare. In un unico messaggio, fatto di più cartelli dipinti a mano, sono riuniti Dio (i viet sono cattolici?), una famiglia felice, due che trombano, due che si fanno una pera, un preservativo con tanto di braccia, mani, occhi e bocca sorridente e, sullo sfondo, il popolo inquadrato dal Partito - la madre con il fazzoletto rosso al collo, l’operaio con il casco da lavoro, l’uomo con il nón cối (il cappello di Ho Chi Min), la studentessa in uniforme militare - che sgrida con un gesto plateale (un indice che punta dall’alto verso il basso) i malfattori.
  Terminata la lezione di educazione civica, proseguo per un bel pezzo lungo il bagnasciuga semideserto. All’orizzonte svetta una bailamme di case e casette ipercolorate, tutte nell’assurdo stile architettonico strakitsch che sta spopolando in Vietnam. Case di due-tre piani, strette strette, con facciate sborone (entrate e portoni trionfali, colonne classiche) dai colori lisergici (giallo\viola, rosso\verde, blu\marron) e dalle decorazioni ultratardobarocche (simboli cinesi di buon auspicio, rifiniture dorate), ma con pareti laterali prive di tutto (zero intonaco, zero rifiniture). Circondate dal nulla, ben che vada da una risaia a destra e un’officina meccanica a sinistra. Mattoni e motorini, ecco il Vietnam di oggi. E il Dio Dollaro, che tutto vede e controlla.
  Quando raggiungo il casino architettonico devo aver perso qualche etto di peli dai polpacci, tanto ho camminato. Ma, anche qui, i cani che vigilano i ristoranti ce l’hanno con me e tirano ad attaccarmi. Uno lo tranquillizzo solo tirandogli addosso una pietra, ma lo manco di poco. Centro in pieno una scodella nella cucina del ristorante. La mia faccia dev’essere così incarognita che nessuno osa dirmi alcunché, anzi, il tipo con la faccia da proprietario\padrone richiama il cane. Nei ristoranti in cui riesco a entrare devo impazzire per ordinare qualcosa. Se da queste parti hanno mai visto un occidentale prima di me è stato qualche lustro fa. La maggior parte dei ristoranti ha menù in vietnamita e cinese, nessuno parla una parola di altre lingue, non ho la minima possibilità di farmi intendere. Nemmeno questi ristoratori, fermamente intenzionati a farmi mangiare a tutti i costi - alcuni mi trascinano dentro quasi a forza -, ce la fanno a concretizzare un ordine dopo interi quarti d’ora passati a indicare la figura del gambero o del pollo sui menù e a bofonchiare strani rumori gutturali.
  “Sì, pollo, OK. Ma fatto come? Vivo? Morto? E quanto cippa costa?”
  Nessun menù, infatti, riporta i prezzi, altamente variabili e contrattabili.
  Finalmente ne scovo uno con il menù in inglese, incrostato da tre dita di unto. Il cameriere lo tira fuori da un cassetto dove doveva essere imboscato da qualche anno luce.
  “Sì, va bene, roasted chicken. Quanto costa?”
  Il tipo strabuzza gli occhi, suda, si guarda in giro.
  Gli faccio il gesto di scrivermi il prezzo su un foglio. Con l’altra mano strofino indice e pollice, gesto interglobale dei pìccioli.
  “Vietnam DONG (la valuta locale).”
  Ora gli occhi centrifugano, la sudorazione è quella della fontana di Trevi, in giro nessuno accorre in suo aiuto. Non ce la può fare, nemmeno così. Me ne vado, sconsolato e stizzito. Non sopporto i tonti, forse ho beccato un ritardato.
  Al terzo palcoscenico, gesti e pantomime varie, tutte della stessa natura, finalmente riesco a ordinare un pollo (pollo viet, amo il sapore dell’avventura). Forse ce l’ho fatta perché la vecchia che sembra possedere il ristorante mastica tre parole d’inglese.
  “With french fries?”, riesce perfino a dirmi. Sono sbalordito, mentre faccio di sì con la testa.
  Il pasto, oltre a masticare patatine, lo passo a osservare il cameriere, completamente ipnotizzato dalla tv, dove sta passando un’epica storia di samurai - cinesi, giapponesi o coreani, non so. L’unica cosa che riesco a capire è che è doppiata in viet. Si sente la lingua originale in sottofondo e, sopra, in forma di riassunto (i dialoghi viet sono molto più brevi di quelli originali), quella per gli indigeni. Pensavo che fossero solo i polacchi a fare ‘sti orrori, ma il mondo è bello perché non finisce mai di sorprenderti.
  Sì e no il cameriere si alza dalla sedia quando la vegliarda gli sbraita di farlo, e mentre mi porta i piatti non stacca gli occhi dallo schermo.
  Anche qui, nella zona dei ristoranti, la spiaggia è inesistente. La marea è scesa, il bagnasciuga ampio, ma è talmente lurido che nessuno sano di mente ci metterebbe piede. I pochi locali che toccano l’acqua lo fanno con gli alluci, tirandosi su i pantaloni fino al polpaccio. Anche perché i vietnamiti temono i raggi solari come se fossero radiazioni termonucleari: vivono avvolti in cappelli, guanti, abiti lunghi, e sulla pelle cospargono dita di creme protettive. Essere abbronzati, qui, è considerato da bifolchi, roba da contadini.
  Nessuno fa il bagno, io sono l’unico in braghini lungo l’intero litorale. I turisti locali concepiscono la spiaggia solo come un posto in cui, sprofondati in sdrai extralarge e riparati da ombrelloni altrettanto enormi, ci si dimentica delle puzze e dei clacson impazziti della città, ci si rilassa avvolti da nubi di fumo di sigarette e gonfiati da ettolitri di birra. Una dieta da tabaccaio, all’ombra, vestiti di tutto punto, massaggiandosi i piedi (con o senza calzino) mentre si conversa amabilmente, fra una scaracchiata sotto il tavolino e un giro di stuzzicadenti all’intero apparato digestivo. La toletta dei più scrupolosi è corroborata da unghie curate e lunghe come kriss, un imprinting di origine cinese che permette lunghe e meticolose evoluzioni nell’incessante lotta dell’uomo contro il muco nasale\cerume orecchiale\formaggio piedale e i vari ragù dell’anima.
  L’altro giorno, arrivando in una stazione ferroviaria, mi sono diretto verso un’addetta della medesima, per chiederle se da quelle parti ci fosse un bagno. Come mi ha visto arrivare, l’estetista si è subito infilato un indice nel naso, forse un tic in funzione antioccidentale. Per essere gentile - quando si viaggia bisogna rispettare e condividere gli usi nonché i costumi del popolo ospite -, ho fatto lo stesso, mentre le domandavo:
  “Excuse me, Madam (!), is there any toilet here around?”
  La bidella mi ha risposto, tirando fuori l’indice dalla narice e usandolo per indicarmi la direzione. Ma mi ha guardato strano.
  Beh, di questa non-spiaggia mi sono rotto. Me ne torno in albergo. Domani scapperò da ‘sto posto assurdo.
  “Hallo, where are you fòm?”
  Mentre trotto verso la tana vengo raggiunto da una fanciulla carina, ma con troppo trucco per l’ora del tè. Incredibile, sembra parlare inglese. Si chiama Lien e, così capisco, verso la fine del mese volerà a Londra.”
  “I like Americam, Inglis, Italian”, è il suo manifesto programmatico.
  Mi sa tanto che sono stato accalappiato dalla zoccola del paese.
  Dopo duecento metri di protodialogo, la fanciulla mi ha già preso per mano.
  Sì, senza dubbio sono stato accalappiato dalla zoccola del paese.
  La sua mano è cicciotta e sudaticcia, ma ha una presa salda. Mi tiene stretto con forza.
  “Tonit me and you, slìp, you hotel.” Mi fa il gesto del cuscino con due mani appoggiate a un orecchio.
  Di solito, da queste parti, quando le professioniste parlano di lavoro, dicono bum-bum e fanno, senza troppissimi giri di parole, l’antico gesto di un indice che stantuffa tra l’indice e il pollice posti a cerchio dell’altra mano. Non senza una certa eleganza.
  Mah, forse. Magari un pensierino ce lo faccio. Bisogna studiare nel dettaglio le clausole.
  Mentre camminiamo, mano-nella-mano, come vecchi fidanzatini, tutti i viet dell’intero litorale, circa 3451 km di costa, ci puntano gli occhi addosso. Alcuni ridono a crepapelle.
  Più l’hotel si avvicina meno mi sento a mio agio. La mia fidanzata comincia a sembrarmi troppo aggressiva. Non molla la presa, manco io fossi il suo cane lupo per ciechi. E la mano le gronda sempre di più. Ora, quando si avvicina, sento pure un alitino all’aglio tra i più pesanti. Chissà che orrori deve aver mangiato. Ce la farò a trombarla? Una volta conclusa la recita, se ne andrà buonina buonina a dormire a casa sua? Mi chiederà cifre eticamente poco corrette? Mi vorrà sposare? I cinesi dell’hotel mi romperanno le scatole? Smetterà di sudare? Mentre dormirò, mi farà le valigie??
  Troppi ? per una tromba all’aglio
  “Scusa, Lien, ma adesso voglio andare in albergo. Da solo. Più tardi esco e ci rivediamo, OK?” Le giuro.
  Devo ripetere il messaggio una dozzina di volte, prima di riuscire a far staccare le due mani.
  “OK, but late you come and look fo me, OK? I wait you hir”, mi indica una venditrice di noci di cocco e la sua azienda.
  “Sis my mothe.”
  “OK, ci sarò, non ti preoccupare.”
  “Which room numbe?”
  “222.” Non so perché, ma le do il numero vero della mia camera. Forse una voglia più o meno inconsapevole di farmi del male.
  Riesco a infilare l’entrata dell’hotel da solo, ma non prima di aver fatto la solita scorta di cibarie per la colazione e per la cena. Di mettere piede fuori stanotte non ci penso nemmeno, non me la riuscirei a scollare di dosso. Stacco il telefono e, poco dopo il calare del sole e dei clacson, sono già lì che russo.
  La mattina seguente, quando lascio l’albergo, il proprietario prova a comunicarmi una serie di concetti, senza grossi esiti. Accorre in suo aiuto quello che presumo sia il nipote, un ragazzetto che deve aver studiato inglese su internet.
  “Your company has called you tonight.”
  La mia company
  “She knew your room number…”
 La ciccia deve aver scalpitato tutta la notte per essersi lasciata sfuggire l’unico cliente portatore di dollari dell’intera città.
  “Sorry, Sir, NO company”, è tutto quello che riesco a dire prima di salire in groppa al primo mototaxi che passa.
  Via, via di qui.







Glossario e ‘gergario’

argent (francese): denaro
bahasa: principale lingua dell’Indonesia
balsero (spagnolo): emigrante cubano che lascia l’isola a bordo di zattere o gommoni fatti con camere d’aria, solitamente diretto verso gli USA
batak: etnia del Nord di Sumatra
bemo: specie di Ape-car indonesiano usato per il trasporto pubblico
camaján (spagnolo, gergale): lett. ‘colui che sa’; straniero che non paga le prostitute, habitué dell’ambiente della prostituzione
cama y mesa (spagnolo)/cama e mesa (portoghese): lett. ‘letto e tavola’, per intendere qualcuno che ama le delizie (soporifere, sessuali e culinarie) di entrambi i suddetti mobili
churrascaria (portoghese): ristorante specializzato nelle carni allo spiedo, diffuso soprattutto in Brasile
coño (spagnolo, gergale): lett. ‘figa’, esclamazione comune nel mondo ispanico
dirham: valuta marocchina
djiellaba: abito maschile tradizionale marocchino, con un grande cappuccio
enchilada (spagnolo): frittata piccante (America Centrale)
gringo (spagnolo e portoghese): straniero, bianco; in America Centrale solitamente si riferisce ai soli nordamericani, mentre in Sud America vale per tutti i bianchi. Il termine sembra derivare dallo spagnolo hablar en griego (‘parlare in greco’), per definire qualcosa di incomprensibile. Secondo un’altra interpretazione, invece, deriverebbe dall’inglese green, verde, come il colore delle divise dei soldati statunitensi che combatterono in Messico
hongo (spagnolo): fungo
Isla Grande (spagnolo): soprannome di Cuba
Jah: dio dei rastafari giamaicani
kebab (arabo): montone, caprone
kif (arabo): marijuana
kolchoz (russo): fattoria collettiva a base cooperativistica dell’U.R.S.S.
mae-geri: calcio frontale del karatè
mojito: cocktail cubano a base di rum bianco, zucchero di canna, lime, acqua frizzante e foglie di menta
moon party (inglese, gergale): festa in spiaggia, al chiaro della luna
noodles (inglese): spaghetti di riso
pax (gergo commerciale del turismo organizzato): passeggero, cliente
perestrojka (russo): ristrutturazione
pinche (spagnolo, gergale): fottuto
piña (spagnolo): ananas
sadhu: santone/asceta induista
salam alekum (arabo): salve (saluto)
santería: religione sincretica cubana
sarong: pareo indonesiano, usato soprattutto per coprire le gambe
sik-der-ghìt (o giù di lì, turco): vaffanculo
souk (o souq, arabo): mercato
space cake (inglese): torta di marijuana
tajine: piatto tradizionale marocchino a base di carne, patate e verdure
tuk-tuk: specie di Ape-car adibita a taxi in Thailandia
vazaha (malgascio): bianco, straniero (non necessariamente dispregiativo)
yanque: (spagnolo) yankee






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