mercoledì 28 marzo 2012

A SPASSO CON NINNI







A SPASSO CON NINNI




Lettera di rifiuto n°1


Milano 29.10.02
Gentile Sig. Scòzzari,
scusi se Le rispondo in ritardo ma qui arrivano valanghe di manoscritti e siccome li leggo, in prima istanza, solo io capirà che ho il mio daffare. Naturalmente ho letto anche il Suo che, rispetto alla media dei libri che ci arrivano, si può senz’altro dire che è scritto in modo “veloce”, si legge con piacere, ci ho trovato anche molto senso dell’umorismo. Insomma, è un libro che potrebbe trovare un editore anche più “consistente” di noi.
Per quel che ci riguarda però, temo che non ci sia niente da fare. Voglio dire che, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, i libri cosiddetti erotici non si vendono più di tanto. E gli autori italiani, salvo pochissime eccezioni, ancora di meno degli stranieri.
Però credo che potrebbe (o dovrebbe) tentare altrove.
Non mi resta che tornare a scusarmi augurandoLe di aver più soddisfazione altrove.
Con i miei più cordiali saluti.
Carlo A. Corsi (ES)


Lettera di rifiuto n°2

Padova, 1 dicembre 2003
Gentile Pietro Scozzari,
abbiamo letto con attenzione il suo “A spasso con Ninni” e ci dispiace di aver risposto solo ora, ma abbiamo voluto che fossero più redattori a visionarlo.
Si tratta infatti di un romanzo che ha una sua forza di fondo e che crea una buona empatia con il lettore, ma che nonostante questo si allontana dalle nostre linee editoriali a causa di una certa ambiguità nella gestione dello stile, che in certi punti non sembra personale ed é poco credibile.
E’ spigliato ma lascia perplessa qualche forzatura di troppo, come se per farci amare i suoi personaggi dovesse per forza stupire con effetti speciali di scrittura.
Dobbiamo quindi darle parere negativo per la sua pubblicazione, ma la invitiamo a tenerci aggiornati su qualsiasi cosa lei scriverà in futuro.
La ringraziamo e le auguriamo buon lavoro.

 Francesca De Pascale (meridianozero)






A spasso con Ninni
Romanzo rosa scuro
di
Pietro Scòzzari






A Ninni,
cane umano,
molto più umano di tanti umani stronzi












PARTE PRIMA










  Rozzano, 8 giugno 2000

  Caro Diario,
ho deciso che da oggi sarai il mio compagno di confidenze. Vere amiche italiane non ne ho, tutte mi considerano una zoccoletta dell’Est. Amici, beh, quelli... esistono solo in tivù.
  Tu, adesso, fingi di essere uno specchio, e ascoltami. Ti voglio raccontare tutto di me, dall’inizio. In italiano, perché ormai mi sento Azzurra.
  Ti guardo, “Yula”, sussurro.
  La mia immagine: alta, magra, bionda, pelle cerulea, occhi azzurri, quasi blu. Seno importante, un piccolo neo sotto il capezzolo destro. Ho diciannove anni e sono arrivata in Italia circa dieci mesi fa. Lavoro come baby-sitter per Vanessa, una signora in carriera con troppo lavoro e due figli, Marcello e Gabriele. Di loro, però, vorrei parlarti più avanti. Per ora preferisco raccontarti come sono arrivata fin qui.
  Sono nata a Gyula, cittadina termale dell’Ungheria a quattro chilometri dal confine con la schifosa Romania. Le voci principali della nostra economia sono la salsiccia gyulana, magra e spezziata, il turismo termale da tutti i Balcani e quello ‘di frontiera’: orde di zingari e di disperati variopinti che hanno visto troppi film di Kusturica, in perenne caccia di lavoro, portafogli, violini, mani da leggere, appartamenti da ristrutturare. Questa seconda voce, in teoria, dovrebbe costituire un saldo negativo per le casse comunali, se non fosse per l’intelligenza e l’attaccamento al dovere del nostro benamato sindaco Ladislav, che è pure un bell’uomo. Dopo le ultime elezioni, subito prima che me ne andassi, il primo cittadino di Gyula ha istituito i corpi di volontariato antirom che già da tempo, in modo informale, spargevano il bene per la città, inquadrandoli con tanto di stipendio fisso e provvigioni, come dipendenti pubblici per il rispetto dell’ordine urbano in un corpo apposito, il KAPO, Kollettivo AntiPoveri Organizzati. Ladislav sì, che sa fare comunicazione. La fondazione di questo corpo speciale di pulizia ha creato un indotto particolarmente florido: divise, manganelli, bastoni elettrici, spray accecabambini, manette, assistenti sociali, cani lupo commissari, filo spinato, mattoni e cemento da galera. E poi: buoni pasto, preti, disinfestanti chimici, guanti di lattice, tende e roulotte, latte in polvere, autobus, mestoli e pentoloni per gli sbobboni collettivi. E pure qualche aiuto internazionale dalla Carinzia, dalla Baviera e dalla Padania del Nord. Forse ho dimenticato qualche voce, ma ti pare poco?
  L’immigrazione assatanata, dunque, da potenziale piaga sociale, in un’ottica più globalizzata e manageriale si è dimostrata un business lucroso, e il nostro Ladislav si è rimboccato le maniche, ha dato lavoro a tutti, l’economia gira, il sole splende nel cielo, i piccioni ingrassano e cacano felici.
  A Gyula vivono quarantamila persone e tutti si conoscono. Più che una città, in realtà, a volte può sembrare la portineria di un grande condominio. Tutti sanno tutto di tutti, e forse anche per questo motivo me ne sono andata. Non potevo guardare un ragazzo per tre secondi di seguito che subito il popolo iniziava a mormorare, sai che Yula sta anche con Marek/Erik/Tibor?, non facevano che ripetere le vecchie invidiose (un picchetto di carne secca cementato sulle panchine della piazza principale) ogni volta che mi vedevano passare. L’aria stantia di pettegolezzo si era fatta soffocante, e così...
  L’altra voce dell’economia, come dicevo, è il turismo termale. A Gyula ci sono una decina di stabilimenti, noti in tutta l’Ungheria ma semisconosciuti in Europa Occidentale. In compenso le nostre terme sono strafamose in tutti i paesi al plutonio, e il flusso di gentazza che si viene a sciacquare le ascelle radioattive nei fanghi collettivi, tra una partita a scacchi e un po’ di biobolle nell’acqua, è costante tutto l’anno.
  Le pensioni e gli alberghi sono pieni a ogni stagione, e per trovare un letto con il soffitto sopra bisogna prenotare mesi prima. Gyula è meta anche del turismo ‘salutista’ organizzato e i gruppi di vecchietti piegati dall’artrosi e incartapecoriti dal tempo arrivano a ondate. Ci sono diversi tour operator e mezzo ziliardo di agenzie di tutta l’Europa Orientale che fatturano, speculano, incassano e accumulano fortune sulla pelle rugosa dei nonni da rimettere in sesto, e da tutto questo movimento il nostro Ladislav ha saputo ritagliare il giusto percento per la comunità. Le casse municipali sono gonfie come mai prima, e la disoccupazione è un hobby di chi pensa che il lavoro abbia poco a che spartire con la nobiltà.
  A Gyula ho trascorso tutta l’infanzia, fino a poco meno di due anni fa. Vivevo con i miei e con Jano, mio fratello più piccolo di cinque anni, in una casetta annessa al complesso di Várfürdó, i bagni del castello, le terme più vecchie e frequentate della città. Mio padre, Dusan, è stato portiere d’albergo all’Hotel Erkel fino a tre anni fa, quando è andato in pensione. Ha passato ben quindici anni ad aprire e chiudere le porte ai clienti, e a fine carriera aveva i polsi che sembravano colli di pugili. Prima aveva lavorato in una miniera di zinco, ma era durato poco. In un paio d’anni aveva capito come certe occupazioni fossero adatte solo agli animali e alle macchine, e comunque non a lui. Dopo l’esperienza mineraria, sempre in gioventù, aveva lavorato come doganiere, ma anche in quel caso non era durato granché. La paga era simbolica, agli zingari Ceausescu ci pensava di persona e il lavoro - buste sottobanco per passare di straforo scarseggiava. I tempi per il KAPO, negli anni Cinquanta, erano ancora acerbi, e il poco che l’economia produceva - fanghi, zinco, salsicce, cetrioli - passava tutto attraverso le mani dei pezzi grossi dello Stato.
  In quel periodo papà conobbe mamma Magdalena, massaggiatrice alle terme Várfürdó. Fu grazie al suo impiego che, dopo essersi fidanzati, i miei trovarono quella tana minuscola in cui vivono ancor oggi. Allora lo Stato dava una mano, almeno per quanto riguardava gli affitti, alle sue formichine più operose. Trovata casa, babbo si licenziò da quell’attività insulsa in frontiera e si riciclò come receptionist, anche se non usava esattamente questo termine per descrivere il suo compito, presso l’Hotel Erkel, annesso alle terme. Più che affibbiare camere, in realtà, il suo lavoro consisteva nel catalogare le magagne dei clienti.
  “Calli & nocette? Reparto Bozzi. Padiglione H, camera 215. Ascensore centrale, secondo piano. Avanti il prossimo.”
  “Emorroidi recidive? Reparto Sbrindellati, Pad. S, camera 520. Asc. Dx, 5° piano. Av. il pr.”
  “Catarro rosso e verde? In sassi? Reparto Ingolfati, Pad. D, cam. 367, av. il pr., ecc.”
  Inutile sottolineare più di tanto come questo impiego, dopo cinque anni, gli logorò il morale. Babbo, ormai, non poteva conoscere una persona nuova che, dopo la rituale stretta di mano e l’altrettanto rituale piacere, regalava all’interlocutore una diagnosi veloce veloce sui disturbi che senz’altro affliggevano il tal Ivan o la tale Zuzana.
  “Dusan, piacere. Congiuntivite erpetica, eh? Rep. Accecati, Pad. F, cam. 112, av. il pr.”
  Fu grazie a dialoghi come questo, sempre più frequenti con il passare del tempo, che papà iniziò lentamente a tagliarsi fuori dalla vita di società. Chi non lo conosceva lo guardava strano, e chi lo conosceva cominciò a preoccuparsi seriamente.
  “Dusan, perché non vai da uno strizzacervelli? O, meglio, perché non cambi lavoro?”
  Questo, più o meno all’unisono, fu il consiglio di mamma e di Cyril, suo ex compagno d’armi in frontiera e di merende domenicali.
  Babbo, allora, forte del residuo di lucidità rimastogli dopo tanti anni di onorata carriera, decise di cambiare mestiere. Gli serviva un impiego che fosse a stretto contatto con il pubblico - quella della mancia era un’antica abitudine alla quale non poteva rinunciare -, che lo mantenesse in buona forma (i primi sintomi dell’artrosi, Reparto Piegati, iniziavano a farsi sentire) e che, se possibile, non lo obbligasse a dialoghi troppo serrati con il suddetto pubblico. Il rischio di diagnosi affrettate, in questo caso, sarebbe stato troppo alto. Portiere d’albergo, dunque, nel senso più stretto del termine: dal banco della reception alla porta scorrevole in ottone e massello il passo fu breve. Divisa da generale nazista, porta frullata come una trottola con precisione millimetrica, salamelecchi ossequiosi alla Spett. Clientela, mancia afferrata al volo. Fu la svolta.
  Il nuovo impiego arrivò grazie all’interessamento per nulla disinteressato del compagno burocrata capo che sovrintendeva alla gestione delle Risorse Umane delle terme. Pure lui si era reso conto del franamento mentale di papà, e in cambio di un adeguato compenso si era affrettato ad accelerare tutte le pratiche e a vidimare tutto il vidimabile per trasferirlo. L’avanzamento di carriera fu dovuto anche grazie alle grazie di mamma, che si applicò con profonda deglutizione a compilare tutti i moduli necessari e a riempire tutti i formulari e a svolgere tutte le pratiche richieste e sottopostele dal comp. bur. cap. Sovrintendente. Ogni volta che mamma tornava a casa dopo una compilazione di formulari era a pezzi, manco avesse fatto dieci massaggi in un’ora. Il suo lavoro alle terme, in confronto, doveva essere acquetta di rose.
  I frutti dell’amore dei miei genitori fummo io, classe 1981, e Jano, il mio fratellino, nato cinque anni più tardi. Il suo arrivo, inaspettato, creò non pochi problemi all’economia familiare. Me ne resi conto persino io, sebbene fossi ancora molto piccola, grazie ai continui razionamenti di tutto. I cioccolatini che ogni anno a natale ricevevamo dagli zii di Budapest scomparivano prima di arrivare a tavola, suppongo scambiati con beni ritenuti più indispensabili. Le vacanze estive sul Balaton si ridussero improvvisamente dal mese di ordinanza a dieci giorni striminziti, in campeggio anziché al solito albergo. Mamma, oltre all’impiego alle terme, ora doveva arrotondare facendo la messa in piega ad alcune signore del vicinato, riunite nel nostro salotto ad arrostirsi la cervice sotto alcuni caschi sovietici cancerogeni di primissima generazione, rilevati alle terme a prezzo di rottamazione.
  Babbo, al contrario, non era in grado di integrare le sue entrate con altre attività. Quando tornava a casa dopo una roteante giornata di apri-e-chiudi aveva i polsi che gli pulsavano impazziti come tonni finiti nella rete, un vorticoso mal di testa e le ginocchia scosse dalla tremarella. Si sdraiava sul sofà, guardava qualche cartone semianimato e soporifero per un paio di minuti, poi sprofondava nel sonno più tombale.
  Fin da piccola iniziai ad accudire Jano, quando non se ne occupava nonna Zita, che abitava a due passi. Mamma era troppo impegnata e la scuola mi lasciava un po’ di tempo libero. Fu allora, forse, che gettai le basi del mio futuro e del mio lavoro attuale. Sarà perché Jano era particolarmente buono e silenzioso, non piangeva quasi mai, ma fin da piccola ho sempre amato i bambini. Questa mia passione, terminate le scuole dell’obbligo, si canalizzò in un corso di pedagogia, cominciato diversi anni dopo la grande rivoluzione dell’89, quando tutto il paese, seppure con grande calma, in particolare nella mia regione, si trasformò al passo di Budapest.
  La capitale l’avevo già vista prima di iniziare il corso, una sola volta, quando ero andata con i miei a trovare gli zii che volevano conoscere il nuovo arrivato. Oltre alle tonnellate di cioccolatini ingurgitati, della metropoli ricordo l’angoscia che mi prese. Avevo circa nove anni, eppure il mio stomaco bimbo si annodò per ciò che vidi.
  A Gyula ero abituata ai ritmi lenti, alle casette basse, parecchio verde, poco traffico, piccole code davanti ai negozi, alla gente che si conosceva e, ogni tanto, sorrideva. Nella Grande Città - forse era quello il famoso Occidente di cui tanto si parlava - si faceva la fila per tutto, in particolar modo rimasi allibita da quella chilometrica di fronte a McDonald’s, il primo fast food dell’Europa Orientale. La coda del ristorante frettoloso americano faceva impressione e la prima volta che la vidi chiesi a mamma dove stesse andando tutta quella gente.
  “Stanno aspettando l’autobus?”
  “No, sciocchina, vogliono solo mangiare e, mentre lo fanno, sentirsi moderni.”
  Non avevo ancora ben chiaro il concetto di modernità, ma mi resi comunque conto di come Budapest marciasse a una velocità diversa, non necessariamente migliore rispetto a quella della provincia. Nonostante lo Stato, sulla carta, garantisse un tetto e un lavoro a tutti, sotto i ponti della capitale vidi diversi barboni che sonnecchiavano avvolti nel cartone. Forse una scelta di vita senza tetto né legge. I negozi erano vuoti, ma questo non impediva alle donne di incollarvi la faccia a leccare le vetrine per guardare-ma-non-comprare un paio di mutandine made in China al triplo PVC ricoperte da quattro dita di polvere.
  “Mamma, mi compri una pannocchia?”, osai chiedere una mattina.
  “Ma sei matta, Yula, non vedi che fila?”
  In effetti, per comprare una pannocchia bollita c’erano dieci metri di persone che sbuffavano annoiate.
  Chi non sembrava affatto annoiarsi, e anzi andava in giro con un sorriso spavaldo e piuttosto fuori luogo, erano i turisti, riconoscibili a un chilometro di distanza per i vestiti. Roba buona, almeno americana.
  “Chi sono quelli, mamma?”
  Mi colpì un gruppo di giovinotti, saranno stati cinque o sei, che accerchiavano una ragazza seduta su una panchina. Tutti avevano uno strano sorriso e una stranissima luce liquida negli occhi.
  “Stranieri, Yula. Gente ricca e annoiata. Non li avvicinare mai, mi raccomando.”
  Il fondo del barile, però, lo raschiava il nostro albergo. Gli zii vivevano in un monolocale grande come una cuccia, per cui fummo costretti a trovare alloggio in un hotel mostruoso, un grattacielo grigio di ventinove piani in periferia. L’edificio sembrava un condominio popolare o una galera, a seconda dei punti di vista, ma in realtà era un ostello della gioventù che ospitava anche i turisti squattrinati. Per arrivare in camera bisognava prendere un ascensore che puzzava di sformato di cavolfiore e nella hall vegetava un cambiavalute abusivo che vendeva fiorini agli stranieri in cambio di dollari proibitissimi. Aveva un fare da spacciatore di eroina, agiva losco losco, ma visto da tutti, in un sottoscala. Se le autorità lo avessero beccato probabilmente gli avrebbero riservato un trattamento ben peggiore di quello che si dà ai venditori di morte.
  Dopo il mio primo viaggio nella capitale tornai a Gyula piuttosto turbata. Molte situazioni che avevo visto mi avevano fatto sorgere dubbi, e le spiegazioni che mi aveva dato mamma non erano servite a risolvere tutti i ? che mi attraversavano la mente.
  In linea di massima, ciò che avevo osservato non mi era piaciuto. Nell’insieme mi era sembrato violento, la gente grigia come il cielo, e poi non sorrideva mai. Quei commercianti di calze, però, avevano un bel sorriso.



  12 giugno

  Caro Diario,
quando, raggiunta una certa età, i miei mi fecero la fatidica domanda:
  “Yula, che cosa vuoi fare da grande?”
  Risposi “Pedagogia. Pedagoga. Mi piacciono i bambini.”
  La smorfia di disapprovazione che colsi sui loro volti durò solo pochi secondi. I miei sono brave persone, a forza di aprire porte e massaggiare grassoni pelosi avevano capito che nella vita, almeno una volta, tutti dovrebbero provare a inseguire i propri sogni, fare ciò che più piace unendo l’utile al dilettevole. E poi le nuove condizioni economiche, caduto un muro in Germania (allora non capii che cosa ce ne potesse fregare del fatto che i muratori tedeschi lavorassero da schifo), sembravano offrire possibilità inusitate alla libertà di iniziativa. Babbo e mamma mi iscrissero a un corso parauniversitario di pedagogia. Com’è noto, però, tra il dire e il fare c’è di mezzo il Balaton, e i miei corsi durarono pochino. Studiare era una fatica bestiale, e poi non riuscivo a togliermi dalla testa quella pazza idea dell’Italia.
  Tutto era cominciato quell’estate in cui, come ogni anno, ero andata in vacanza con i miei al campeggio Sporting di Badacsony, sul lago. Avevo sedici anni, lo stomaco perennemente annodato appena vedevo un ragazzo, e stavo aspettando con ansia quel momento da un anno. Sebbene fossi scortata dai genitori, al campeggio riuscivo sempre a intrupparmi con quelle della mia età e a trascorrere le sere su e giù per le quattro vie del paese a osservare eccitate i turisti di mezzo mondo. Le bancarelle gonfie di souvenir osceni - bambole di pezza, centrini fatti all’uncinetto, pesci palla secchi gonfiati con la pompa da bicicletta, porcate di plastica made in Taiwan - erano solo una scusa per ottenere un’oretta stretta di libertà d’azione dai genitori e fuggire dal tran-tran quotidiano del circuito ristorante-gelato-nanna.
  L’Italia arrivò quell’anno, e mi travolse come un carro armato sovietico, sotto forma di Loris. Era un ragazzone di Verona, una città del Nord ‘piena di nazisti, vetrine e drogati’ (così lui me l’aveva descritta in due parole), e faceva il pizzaiolo. Odorava di pomodoro ed era bellissimo. Alto, con i capelli corti, orecchino d’oro, bracciali pure, fisico possente. Loris era in ferie per un mese, assieme a cinque amici. Lui era il meglio del mazzo, ma pure gli altri non erano da buttare in una discarica, come le mie amiche mi confermarono. I sei italiani stavano tutti in un’unica tenda, un’enorme specie di villetta ambulante con tanto di frigo, gerani e nanetti di gesso all’entrata.
  “È lo stile giovane del Nord-est”, mi disse Loris la prima volta che lo andai a prendere in tenda.
  L’intimità, visto l’affollamento della loro comunità, non era garantita, e le mie amiche dovevano fare i turni per andare a trovare i rispettivi pizzaioli. Io non ho mai amato la promiscuità né il concetto politico di turno, per cui declinavo gentilmente - almeno i primi giorni, quando ci mettemmo insieme - gli inviti di Loris, che mi voleva trascinare nella sua villa a picchetti a orari prestabiliti. Guai sforare di un minuto, sarebbero scoppiati casini brutti con il turnista successivo. Durante l’ora d’aria del dopocena preferivo andare con lui al dancing Il Capitano, la pista da ballo all’aperto in cui lo avevo conosciuto. Lì impazzavano hit esotiche come Felicità e L’italiano, eseguite con rara maestria da una band bulgara che passava da una lingua all’altra, durante il loro repertorio di cover, con una facilità impressionante. Quell’estate infuocata ballammo appassionatamente al ritmo di quei brani memorabili, e io mi innamorai perdutamente del mio pizzaiolo.
  Loris, però, con il passare dei giorni, come poi scoprii essere nella natura degli uomini veri, divenne sempre più esigente. Dopo un po’ smise di accontentarsi dei baci francesi dati fra un ballo lento e l’altro e, sebbene la nostra comunicazione si svolgesse principalmente a gesti (il mio italiano era iperbasico e il suo ungherese, beh), mi fece presto capire che mi voleva conoscere meglio. Per un paio di sere, dopo la balera provò, paonazzo, a trascinarmi in tenda, ma lì dormivano e spetazzavano gli altri cinque montoni, per cui piantai i calcagni nel terreno come picchetti d’alta quota e mi opposi fermamente. Non lo potevo nemmeno portare nella mia tenda, lì c’erano i miei genitori mezzi addormentati che mi aspettavano, da sola.
  A fronte delle sue pressanti ma giustificabili richieste (anch’io lo volevo, ma avevo ancora un’ignoranza pressoché totale in quanto a rudimenti tecnici), una notte acconsentii a infrattarmi con lui dietro un grande cespuglio sul retro della discarica dei rifiuti del campeggio. L’escalation dei sentimenti crebbe da sola e ogni sera, nei pochi minuti che avevamo, gli concedevo qualcosina di più. Volevo assaporare un po’ per volta, lentamente, tutto ciò che la natura aveva da offrirmi. La sua irruenza muflonica, però, era di molto superiore alle mie concessioni, e tutte le sere finivano con me che gli bloccavo le mani impazzite da qualche parte e con lui che tornava in tenda ululando - sebbene in maniera contenuta e in quella lingua così musicale - strane e incomprensibili cose che coinvolgevano i protagonisti della sua regione.
  Le ultime sere delle vacanze furono quelle più calde. La penultima notte permisi a Loris di infilarmi due falangi scalpitanti nella mia fragolina ancora sigillata. Era da tempo che ci provava, e tornò alla tenda felice e annusante.
  La sera dopo, stanca di passare per quella che si tirava sempre indietro (ma lui non si poteva certo lamentare del trofeo della notte precedente), decisi di fare, per una volta, il primo passo. Gli volevo lasciare un bel ricordo di me. Dietro al solito cespuglio gli tirai giù i braghini e, tastando a tentoni, la luce non era un granché e l’esperienza meno, me ne infilai un pezzetto in bocca. Non devo essere stata molto brava, Loris lanciò un gridolino di dolore, forse i denti, o forse schiacciai ciò che non andava schiacciato. Comunque fosse, ritrassi velocemente la bocca e le mani. Probabilmente non aspettandosi una tale avance, avendo ormai rinunciato a ogni ipotetica forma di sesso degna di tale nome, Loris non si doveva essere lavato più di tanto. Dopo aver sentito l’odore e il sapore di ciò che inghiottivo, sembrava caciotta vecchia, ma magari erano solo le immondizie in putrefazione nei dintorni, mi presi paura. Era quello il vero Amore? Ritrassi tutto, gli chiusi la zip e gli dissi buonanotte. Poi corsi in tenda, passando prima dal bagno a fare ripetuti risciacqui con il collutorio. Davanti allo specchio mi accorsi di essere viola a righe gialle in faccia. Il senso di disgusto che mi pervase, però, non fu tutto da buttare, anzi. Dimenticato l’aroma da formaggiera rancida, sommati i pro e sottratti i contro, stabilii che l’esperienza era assolutamente da ripetere, al più presto. Magari passando un po’ di acqua e sapone sul coso, prima.
  Il giorno dopo, fra baci e lacrime (mie), Loris partì. Mi lasciò l’indirizzo con un numero di telefono, caso mai avessi deciso di andare in Italia.
  “Scrivimi, mi raccomando”, mi disse.
  “Non mancherò”, gli risposi piangendo.
  I miei, vistami arrivare in spiaggia con il volto rigato dalle lacrime, fecero finta di niente. Non erano fessi e sapevano quando tacere.


  16 giugno

  Caro Diario,
a dire il vero, Loris non fu il mio primo fidanzato. I primissimi rudimenti dell’amore applicato li avevo provati a Gyula un anno prima con Istvàn, il figlio del barista di fiducia di papà. Lavorava alla macchina del caffè in un bel bar sotto casa e aveva tre anni più di me. Mi conquistò a suon di cappuccini e di parole sozze, inizialmente solo galanti, poi, man mano che la confidenza cresceva, piene di lussuria e di sporcizia interiore.
  Una sera riuscì a convincermi. Con la scusa dei compiti a casa di Ruzena, la mia amica del cuore, acconsentii a vederlo dopo il lavoro. Mi trascinò quasi di forza nel capannone di una raffineria di petrolio dismessa, a breve distanza dal centro. Nonostante la violenza che come donna consapevole dei miei diritti stavo palesemente subendo e il puzzo orrendo del posto, la fascia compresa tra l’ombelico e le ginocchia mi calamitò là dentro, sospinta da una forza ancora sconosciuta ma irresistibile. Diverse compagne di classe, d’altronde, lo avevano già fatto, erano già state portate a letto da qualche ragazzo giovane più esperto che ci aveva fatto all’amore, e io mi sentivo in ritardo. I resoconti maliziosi che regalavano durante la ricreazione mi avevano scatenato un misto di odio, curiosità serva, frustrazione e invidia. La sfida, dunque, era più con me stessa, che non con Istvàn.
  Il mio primo amore barista era una personcina organizzata. Per ogni sessione petrolchimica si portava dietro un plaid da stendere sui cartoni trisunti del capannone, una bottiglia di plastica tagliata a metà con una candela dentro, una radiolina con le pile quasi sempre semiscariche e un pacchetto di sigarette. Queste ultime puzzavano da morire e la prima volta che me ne offrì una rifiutai disgustata, ma l’odore che emanavano era Chanel n°5 in confronto al background olfattivo del nostro pied-à-terre.
  Nonostante la sfida lanciatami dalle amiche, non riuscivo a spingermi molto in là con le evoluzioni amorose. Ero ancora troppo piccola e inibita, e dopo un paio di suoi tentativi ricchi di irruenza franati contro il muro dei miei NO!, Istvàn capì che non poteva esagerare. Da allora in poi si limitò a baci infuocati che non scesero mai sotto la soglia capezzolare.
  L’eccitazione di entrambi, comunque, era ai massimi livelli. Non tanto per il grado di heavy petting raggiunto, piuttosto bassino, quanto per l’aura di illecito, carbonaro, terroristico, altamente proibito di ciò che stavamo facendo. Il luogo, senz’altro, contribuiva ad accrescere questa sensazione. Nell’aria c’era odore di elettricità e i due barili vuoti con sopra uno strano simbolo giallo e nero a elica che usavamo come comodini per il nostro talamo improvvisato sembravano mossi da vita propria. Il tanfo di derivati dal greggio impestava l’aria, ma dopo i primi dieci minuti le narici si abituavano e non ci facevamo più caso. Ogni tanto ci riprendevamo improvvisamente dal torpore chimico/erogeno che ci avvolgeva a causa di qualche straordinario animaletto che razzolava tra i bidoni e la ferraglia sparsa in ogni dove. La fauna del luogo, in effetti, non l’avevo mai vista prima, nemmeno sui libri di scienze a scuola. Alcuni topi, credo che di questi si trattasse, avevano tre occhi, mentre gli scarafaggi erano grandi come pizze alle quattro stagioni. Il loro zampettare era piuttosto inquietante e rumoroso, copriva perfino i mugolii delle pile scariche della radiolina.
  I nostri incontri clandestini non durarono più di un paio di mesi. Istvàn si stancò delle limitazioni che gli imponevo, la sua natura reclamava qualcosa di più, e presto iniziò a fare cappuccini per qualche altra figlia di passeggiatrice più disponibile agli scambi culturali. Il caso volle che un paio di sere dopo la fine dei nostri incontri (al quarto tentativo di mano nelle mie mutande litigammo e Istvàn mi disse che dal giorno successivo sarebbe stato impegnato con il torneo di biliardo) mamma mi cercò da Ruzena, dalla quale, grazie a dio, mi trovavo. Prima, per fortuna, non lo aveva mai fatto, ma quella sera aveva deciso improvvisamente di uscire con babbo e mi richiamò a casa per badare a Jano. Se lo avesse fatto un paio di giorni prima mi avrebbe beccata e chissà quale casino orrendo sarebbe scoppiato.


  20 giugno

  Caro Diario,
il mio amore pizzaiolo occupò il mio cuore ancora per un lungo periodo. Come mi aveva chiesto, iniziai a scrivergli lettere piene di sentimento con cadenza ossessionante e, almeno i primi tempi, mi rispondeva. Gli scrivevo nel mio italiano supersemplice e mi facevo tradurre le parti difficili delle sue brevi lettere da un’amica che aveva trascorso un periodo a Budapest, dove aveva frequentato parecchi italiani. Ogni mattina, dopo il passaggio del postino correvo con il cuore in gola alla buchetta delle lettere per vedere se c’era una lettera di Loris, e quando cominciarono ad arrivare sempre più di rado, fino a smettere del tutto, caddi in una depressione profonda.
  Risparmiando sulla paghetta e facendo qualche piccola cresta sulla spesa che andavo a fare per mamma, un giorno telefonai al numero che lui mi aveva lasciato. Dall’altra parte, però, mi rispose un tal Mirko.
  “Loris a chi? No, qui non c’è nessun Loris. Anzi, non conosco né voglio conoscere nessuno con un nome così burino. Adiós.”
  Nonostante questa legnata - Loris mi aveva dato un numero falso - il mio amore generalizzato per l’Italia non diminuì. Mi sentivo terribilmente attratta da quel paese, chissà perché.
  Attraverso le pagine di un giornaletto locale di annunci economici e sociali che aveva una pagina internazionale iniziai a corrispondere avidamente con diversi amici di penna e scambisti/collezionisti di ogni genere, purché italiani. Quegli strani individui mi chiedevano di tutto: francobolli, schede telefoniche, calendarietti tascabili, santini, monete, banconote, sorpresine Kinder, cartoline, biglietti della lotteria. Non sapevo dove reperire gran parte di questo materiale assurdo, ma attraverso una rete di amiche raccolsi grandi quantità di ciarpame da inviare a quei maniaci. I risparmi li investivo in buste e francobolli, e ai miei corrispondenti del Bel Paese in cambio chiedevo cartoline di località italiane, riviste e, soprattutto, le incommensurabili opere dei cantanti italiani. Le musicassette di Erpes Ragazzotti e di Lora Menopausini erano quelle che preferivo, ma nel mio archivio musicale avevo anche quelle - con le foto, corredate da dettagliate didascalie biografiche - di Giovanotto, Pava Rotto, Nerk, Gianluca Rognoni, Marco Mastini, Zanni Merende, Basco Bossi, Dolcificante, Lecca Bue e dei giovanissimi Luna Flòp.
  La smania per l’italianità mi fagocitò totalmente poco prima dei diciassette anni, e le informazioni che riuscivo a ottenere tramite la posta cominciarono a non bastarmi più. Dopo numerosi pianti, sù dài per favore, se me lo pagate farò la buona per il resto dell’esistenza, costrinsi moralmente i miei a sponsorizzarmi un corso di italiano. La Cultura è Cultura, e un genitore che si rispetti non si deve mai tirare indietro nel Suo nome.
  A Gyula c’era una signora nota per impartire l’ABC della lingua di Dante e di Biscardi alle sempre più numerose ragazze che erano in procinto di lasciare la città per trasferirsi a Budapest o, addirittura, nello Stivale. L’italiano insegnato da Madame Alzbeta aveva una strana impostazione (che fosse strana l’ho capito solo oggi) calcistico/pornografica, a suo dire gli unici filoni culturali trainanti, i soli che realmente servissero nella vita quotidiana nel Paese dei miei artisti di riferimento.
  A diciassette anni arrivò anche la Grande Rivoluzione: internet. Non direttamente a casa mia, le finanze dei miei non ci potevano neanche lontanamente permettere l’acquisto di un computer. Petra, un’amica di scuola che aveva un debole per me, era di famiglia ricca e il PC lo aveva già da due anni. Fu una delle prime a Gyula ad acquistare il modem e ad allacciarsi alla rete. La prima volta che navigai fui travolta da un senso di disorientamento, unito a un irrefrenabile entusiasmo. Mi sentii piccola, minuscola di fronte al mondo enorme che c’era là fuori/dentro, eppure piena di voglia di curiosare. Presto passai dalla lenta scrittura manuale e dall’infinita attesa delle poste ai messaggi via e-mail, e così mi feci un sacco di nuovi amici chiacchieroni dall’altra parte dell’Europa. Gino, ad esempio, un carabiniere di Caserta trapiantato a Bologna con il pallino dell’informatica, mi corteggiò telematicamente per lunghi mesi, finché terrorizzato da una mia effettiva venuta in Italia (così gli scrissi, anche se in realtà era ancora solo un sogno) mi rivelò che era sposato da sempre e che, se fossi andato a trovarlo, non avrebbe saputo dove ospitarmi né come spiegare la mia presenza alla moglie, una donnetta che viveva rinchiusa in casa e che trascorreva la vita a spostare rumorosamente i mobili e a lucidare i pavimenti. In casa lo faceva entrare solo dopo che si era tolto le scarpe e strisciava sulle pezzuole di panno. Lo zerbino sembrava l’entrata di una moschea. Gino mi disse anche che raramente sentiva il desiderio di fare all’amore con lei, e che nei periodi di bonaccia del sentimento lei iniziava a vedere formiche inesistenti dappertutto, per cui si sfogava in sessioni di ventiquattrore con l’aspirapolvere e il veleno sparso sotto il letto. Archiviai pure Gino, ormai conoscevo gli italiani, persino i carabinieri.
  Le ore passate sul computer di Petra, però, alla lunga, si rivelarono difficili da gestire. Non tanto per la bugiardaggine inguaribile degli individui con cui chattavo, quanto per le crescenti avance della mia amica. Petra voleva essermi troppo amica, questo era il problema. Mentre armeggiavo con il mouse si chinava sulla mia schiena strofinandomi addosso il capezzolame che, lo potevo sentire attraverso la maglietta, era ritto come un MIG. Quando mi incasinavo con il mouse non mi dava il tempo di chiederle “Petra, per fav...” che lei era già lì, con la sua mano sulla mia, ad aiutarmi nei movimenti.
  Ressi a questa forma di mercenarismo fino al giorno in cui, improvvisamente, forse colta da un raptus, iniziò a leccarmi la nuca. Mi sembrò di avere delle lumache che si arrampicavano lì dietro, e quando Petra si dichiarò apertamente - “Yula, ti stimo fisicamente, molto, sai?” - allungandomi una carezza pettinante fra i capelli, mi tirai indietro.
  Non inibita dal mio accenno di fuga, Petra mi allungò un grande bacio francese, ma stavolta non fuggii. Devo ammetterlo, mi piacque, e dopo il decimo giro la mia amica si inginocchiò sotto la scrivania del computer, mi tolse lentamente le scarpe e, accarezzandomi i piedi, iniziò a succhiarmi avidamente gli alluci. Poi passò alle dita più piccole, facendo scorrere dolcemente la lingua acquosa fra un ditino e l’altro.
  Non ero abituata né potevo concepire una tale pratica amorosa, ma provai un’eccitazione tremenda. Fui scossa da un’onda sismica che mi partì dalle dita dei piedi e mi attraversò l’intera spina dorsale, provocando una specie di rottura delle acque nella zona inguinale. Il panico per il nuovo, però, cretina che non ero altro, mi fece fuggire, viola in faccia e scalza. Tornai dopo dieci minuti di vagabondaggio inebetito a recuperare le scarpe, non potevo certo tornare a casa in quelle condizioni.
  Da allora smisi di vedere Petra e di usare il suo computer. Ogni tanto, però, di notte, mi sognavo la sua lingua che mi faceva il pedicure.


  22 giugno

  Caro Diario,
un bel giorno mi arrivò una lettera di Eva, un’amica più grande di me di un paio di anni, che da tempo era fuggita da casa per andare in Italia. La busta aveva il timbro di Ostia e dal contenuto capii che Eva non se la stava passando benissimo. Da un lato era felice perché, finalmente, aveva coronato il suo sogno di una vita italiana. Aveva raggiunto la meta ambita a rimorchio di un produttore cinematografico conosciuto in una discoteca di Budapest, dove aveva trovato ospitalità da una cugina prima del grande salto.
  “Ti farò fare film importanti”, le aveva stragiurato il tal Egisto, cinquantenne figlio di Cinecittà, a parole immanicatissimo con il mondo di celluloide. Nella lettera Eva non specificava i titoli dei film che aveva fatto, diceva solo che erano stati molti ed estremamente faticosi (usò proprio questa parola: scrisse che dopo ogni film si sentiva più vecchia di dieci anni). In ogni caso non si doveva trattare di pellicole che avevano vinto degli Oscar: a Gyula non si avevano notizie di sue figlie famose nel mondo dorato di Hollywood, né in quello più stracciolato della sua succursale periferica romana.
  Per inciso, fra un aneddoto e l’altro, Eva mi passò l’indirizzo web di un’agenzia di baby-sitter, la Piccolo è Bello, che, a suo dire, era seria e sempre a caccia di manovalanza, soprattutto dall’Europa Orientale. Mi tuffai sul primo computer che mi capitò e, in effetti, il sito dell’agenzia, che aveva sede a Milano, sembrava offrire possibilità davvero appetibili. Ero alla soglia della maggiore età, uno dei requisiti di base richiesti dalla PèB, e compilai il loro formulario elettronico, inserendo tutti i dati necessari. L’agenzia garantiva un pronto inserimento in una famiglia italiana, un alloggio di emergenza fino al primo impiego, tutte le rognose pratiche burocratiche richieste e un breve corso di italiano per stranieri. In cambio avrebbe riscosso una tangente dalla famiglia ospitante, la quale mi avrebbe offerto vitto, alloggio e stipendio, accogliendomi ufficialmente come “ragazza alla pari”.
  Il pacchetto era davvero allettante. Assicurai il mio arrivo all’agenzia non appena sarei stata maggiorenne, di lì a pochi mesi, e iniziai a tessere il piano per la Grande Fuga. Inizialmente, sapendo come l’avrebbero presa i miei, a babbo e a mamma accennai a grandissime linee il sogno, l’idea, ovviamente da realizzarsi solo dopo aver terminato gli studi, di andare a cercare un lavoro di baby-sitter lontano da Gyula, magari a Budapest, o addirittura all’estero. Ma non riuscii a formulare per esteso questo proposito. Come dissi Bu papà si irrigidì e mi bloccò bruscamente con un NO grosso come una casa. Capii al volo che non avrebbero mai capito né approvato.
  In famiglia, inoltre, le cose si stavano complicando. Lo studio era sempre più impegnativo e i miei insistevano affinché trovassi un lavoretto part-time. Dovevo pagarmi parte delle spesucce, stavo crescendo, ed era ora che cominciassi a fare la mia parte. Tramite Madame Alzbeta, che a Gyula conosceva tutti, fui introdotta in un paio di famiglie benestanti e iniziai a lavorare come baby-sitter. Il lavoro non era difficile, come i padroni di casa uscivano accendevo il televisore e dopo un quarto d’ora i ragazzini erano cotti e andavano a nanna, ma la paga era quella che era.
  I richiami dall’Italia, inoltre, giungevano sempre più forti e ammalianti. Ormai le amiche e conoscenti là emigrate in qualche modo non si contavano più, e le voci di corridoio che arrivavano dicevano che tutte, chi più chi meno, se la passavano bene. Che cosa diavolo stavo aspettando?
  Il giorno dopo il mio diciottesimo compleanno misi in atto il piano. Avevo già preparato tutto da tempo: una valigia con l’occorrente nascosta dietro una siepe nel giardino di una compagna di classe, denaro per circa due mesi di autonomia, frutto di anni di risparmi e di una colletta fra le amiche che sapevano del mio progetto per un futuro migliore o, quanto meno, italiano.
  Quel giorno, anziché andare all’istituto di pedagogia, recuperai la valigia, tirai dritto fino all’autostazione e presi la prima corriera per Budapest. Non ero, però, una figlia irriconoscente, per cui lasciai una lettera di spiegazioni ai miei che, più o meno, recitava così:

  Carissimi Genitori
per favore, non vi spaventate. Ed evitate, se possibile, di arrabbiarvi. Non sono stata rapita, ho solo deciso di fare un lungo viaggio per crescere sul serio. Viaggio che ho sognato per molti anni. L’atmosfera di Gyula è diventata troppo stretta per me e sento di dover partire. Il mondo là fuori mi aspetta, spero che mi capiate. Se vi avessi chiesto il permesso di partire non avreste accettato, per cui vi prego di perdonarmi se ciò che sto facendo va contro il vostro volere. Non dovrete preoccuparvi: so quello che faccio e che cosa voglio, farò la massima attenzione a non perdere di vista il mio obiettivo. Ho già preso accordi per lavorare come baby-sitter in Occidente: non vi posso dire dove, almeno per il momento, se lo facessi mi verreste a cercare e mi riportereste indietro. Appena mi sarò sistemata vi scriverò, e allora mi potrete venire a trovare, se lo vorrete.
  Vi voglio bene e desidero che non stiate in pena per me. Spero solo che possiate capirmi, almeno in parte, e che non mi serberete rancore per ciò che, da lungo tempo, ho deciso di fare.
  Mi mancherete moltissimo. Anzi, mi mancate già.
  Un grosso bacio a voi e a Jano. Abbiate cura di lui, per favore.
  La vostra Yula.


  26 giugno

  Caro Diario,
arrivata all’orribile autostazione di Budapest mi prese un’angoscia tremenda: non ricordavo quanto la capitale fosse triste e grigia. L’unica ancora di salvezza fu il numero di telefono di Lenka, un’amica di Gyula fuggita un paio di anni prima. Quando mi rispose dall’altra parte del telefono ricominciai a respirare: era ancora lì e poteva aiutarmi. Mi ospitò per un certo periodo nel suo appartamento ben arredato di Pest e mi introdusse nella sua cerchia di amici. Per fortuna erano quasi tutti italiani e artisti: produttori, attori, fotografi, registi, tronisti, poeti e navigatori. Mi portò più volte al dancing La Dolce Vita, dove lavorava come cubista. Quando Lubos, il proprietario, mi vide, mi offrì al volo un lavoro, ma rifiutai gentilmente: non me la sentivo di salire mezza nuda su quegli zatteroni di quaranta centimetri e di avvinghiarmi ai tubi gelidi di alluminio. A me piacevano i bambini, non i tubi.
  Lenka mi spiegò che quello alla Dolce Vita per lei era solo un lavoro part-time: in realtà era e si sentiva attrice. Ecco il motivo di tutte quelle conoscenze internèscional nel mondo della cellulosa. Alle mie domande insistenti, però, non mi volle spiegare nel dettaglio quali film avesse fatto, ma mi raccontò con un tono lamentoso come le scene, ripetute più e più e più volte, fossero estenuanti. Quando non le veniva assegnata la parte di protagonista le facevano fare la fluffer, ma non mi volle dire che cosa significasse quella strana parola inglese. I cineasti italiani arrivavano a Budapest a frotte, attirati dai costi di produzione ridottissimi rispetto a quelli di casa loro, e lì affittavano appartamenti per dieci-quindici giorni, il tempo necessario per girare il film. Dovevano essere pellicole un po’ tirate via (a Hollywood sapevo che per girare un film ci mettevano anni) e parecchio noiose: tutti ambientati in un appartamento? Solo dialoghi? Niente scazzottate né inseguimenti con la polizia o i marziani? Che barba. Forse gli italiani erano diventati degli intellettualoidi onanisti, come i francesi e i polacchi, e ora il loro mercato richiedeva quelle robe lì, cerebrali sino allo sfinimento.
  Comunque fosse, Lenka non mi chiamò mai mentre girava un film. In quelle occasioni usciva alla mattina presto e, a volte, nemmeno tornava a casa di notte. Io rimanevo da sola e mi andavo a vedere un po’ di vetrine ma, alla lunga, mi annoiavo. La gente della capitale era triste, i miei risparmi stavano per finire, ero senza lavoro e, al di fuori di Lenka e dei suoi amici italiani, non conoscevo nessuno.
  Fu Ennio, un fotografo di Venezia, che mi face un’offerta irrinunciabile.
  “Yula, domani torniamo in Italia. Vieni con noi?”
  “Mi dai un quarto d’ora per lavarmi i denti e fare la valigia?”
  Alle frontiere con la Slovenia e con l’Italia i doganieri manco si presero la briga di fermare l’auto. Annoiati a morte da quel lavoro imbecille, con tutto il rispetto per papà, ci fecero cenno con la mano di procedere senza intralciare il transito e senza troppo rompere i marr.
  Ero in I-TA-LI-A!
  Il mio sogno, finalmente, era diventato realtà. La terra sotto i miei piedi era vera.
  Il capolinea fu un enorme parcheggio a spirale di dieci piani alle porte della città dei gondolieri a tassametro e dei saccapelisti manganellati. Sapevo che Venezia doveva essere meravigliosa, a Gyula avevo almeno venti cartoline mozzafiato della città dei sospiri e dei topi, ma se mi fossi fermata lì anche per mezz’ora di troppo avrei rischiato di non raggiungere mai la meta che mi ero prefissata. A malincuore salutai i miei amici tassisti che, a giudicare dagli accenni di ictus che li colsero al mio Ciao e grazie!, ci rimasero parecchio male. Belle vetrine, però.
  Investii i miei ultimi sghei in un biglietto di treno, seconda classe non fumatori, Venezia®Città da bere. Dopo qualche ora, priva di valute pesanti ma ricchissima di voglia di fare, bussavo alla porta della Piccolo è bello. Un nuovo mondo mi apriva le porte.


  28 giugno

  Caro Diario,
l’agenzia mi accolse a braccia aperte. Il mio aspetto, i miei studi e il mio italiano sopra la media delle altre ragazze arruolate li convinsero ad accettarmi dopo mezzo minuto di colloquio. Il giorno stesso mi alloggiarono in una stamberga di Corsico assieme a una russa e a una colombiana. L’appartamento era al penultimo piano di un condominio orrendo di venticinque piani, ma quando arrivai ero talmente cotta dal viaggio e dal calo di adrenalina post-ho-toccato-il-paradiso che mi addormentai subito, senza stare troppo a sindacare sull’arredamento, le facce e gli odori. Di quel postaccio ricordo poco, soprattutto le calze della russa sparse dappertutto, i rossetti della colombiana e un aroma diffuso tra il cavolo e il cetriolo.
  La mattina seguente i tipi della PèB mi presentarono a Vanessa, la signora per cui lavoro. Alta, bionda, nervosetta, snob, tendente all’incazzoso, mi spiegò subito, senza troppi giri di parole, quali sarebbero stati i miei compiti. Innanzitutto accudire dall’alba al tramonto i suoi due figli: Marcello, di nove anni, e Gabriele, di sei. Avrei dovuto aiutarla a preparare la colazione, vestirli, accompagnarli a scuola, andarli a riprendere, preparare la merenda, controllare che non si fondessero il cervello davanti al televisore e che facessero tutti i compiti, aiutarla a preparare la cena, metterli a nanna. E inoltre: ogni tanto fare una lavatrice e lavare i piatti, controllare che tenessero in ordine la loro camera, tenere io in ordine la mia camera e il mio bagno, imparare a fare qualcosa da mangiare per i periodi in cui lei sarebbe stata via, fare il bagno ai bambini, controllare che si lavassero i denti, i piedi e che vestissero sempre abiti puliti. Forse ho dimenticato qualcosa, ma già tutto questo mi sembrava più che sufficiente.
  L’impatto che ebbi, di fronte a questa sfilza di mansioni, dettate dalla A alla Z con freddezza teutonica, fu l’impressione di essere finita nella casa di una generalessa nazista. La signora, in compenso - ecco il lato interessante della medaglia -, mi offriva vitto (avrei potuto mangiare tutto quello che volevo), alloggio nella sua bella villa a tre piani (una camera con bagno tutta per me), uno STI-PEN-DIO, un telefono cellulare con scheda prepagata (!) per essere sempre reperibile e la possibilità di uscire alla sera dopo le dieci ogni volta che volevo, esclusi i giorni in cui lei sarebbe stata via.
  Firmai il contratto, anche se l’impatto con la padrona fu duro. Ma come vidi la casa cancellai al volo dalla testa ogni minimo alone di dubbio. Tv satellitare, frigo vomitante ogni ben di dio, vasca con idromassaggio, giardino e mille altri benefit.
  “Vabbenissimo, Signora Vanessa, posso cominciare subito, se vuole.”
  “D’accordo, oggi andiamo a prendere i bambini a scuola assieme, così te li presento e vedi dov’è la scuola. E chiamami Vanessa, senza il ‘signora’, per piacere.”
  I due ragazzini raggiunsero il fuoristrada della signora, dove li attendevamo, saltellando sotto le loro cartelle fosforescenti.
  “Ciao, ragazzi, questa è Yula, la vostra nuova baby-sitter.”
  Nuova voleva dire che ne avevano già macinate altre? Quante? E quanto sarei durata?
  “Ciao, come siete carini... Tu devi essere Marcello, e tu Gabriele, non è vero?”
  “Mmmh, sì ciao.”
  “Sì, ciao. Sei bionda vera? Iulla? Che nome è? Da dove vieni, sei tedesca?”
  Il primo, il più grande, mi accolse con aria fredda e diffidente. Il secondo, invece, mi regalò subito un sorriso da orecchio a orecchio, seguito da una caterva di domande, ma senza concedermi il tempo di rispondere.
  I primi giorni furono piuttosto difficili, soprattutto perché dovevo orientarmi in casa e non trovavo un bel niente di ciò che mi chiedevano la signora e i bambini. Lo zucchero? un asciugamano pulito? un tubetto di dentifricio nuovo?
  I bambini li conquistai lentamente, soprattutto Marcello, il più sospettoso. Mi facevo in quattro per essere carina e disponibile, ma forse a causa della sua timidezza, o forse per il mio italiano zoppicante, ci volle un po’ prima che riuscissi a entrare nelle sue grazie.
  In un paio di giorni, in compenso, mi resi conto di che tipo fosse la signora. Single con i peli sul petto, un paio di divorzi alle spalle, degli uomini sembrava abbastanza stufa, se non per incontri rapidi e intensi, tant’è che nella sua camera aveva un solo comodino. Era la classica donna in carriera, zero tempo libero e incapacità di rilassarsi tutta milanese. Mai una pennichella. Lavorava giorno e notte per un importante gruppo finanziario ed era costantemente attaccata al telefono. Vestiva sempre in modo molto elegante, rigorosamente firmato e con una predilezione particolare per i taglieri. Oltre all’italiano parlava quattro lingue, ma non l’ungherese, e spesso era via, soprattutto all’estero. Poteva capitare, dunque, che non tornasse per una settimana intera. In quel caso, però, mi telefonava in continuazione per sapere come andava, e voleva che la chiamassi per qualsiasi tipo di problema. Marcello aveva imparato a memoria il suo numero di cellulare e, ogni volta che ne aveva voglia, anche per una discussione di figurine dei Pòkemon con il fratello finita a sberle, la chiamava con il mio telefonino. A fine mese la sua bolletta era stratosferica e io consumavo schede come se fossero biglietti dell’autobus.
  Nei periodi in cui era in giro avevo molto tempo libero. Purtroppo, però, non conoscevo nessuno. La sua casa si trovava a Rozzano, ridente quartiere periferico di Milano cosparso di enormi condomini a gestione meridionale, e io ero una mosca bianca in quell’ambiente. Impossibile avere scambi sociali, almeno per me.
  Ah, dimenticavo. Un altro compito che avevo era quello di portare a spasso Ninni, il golden retriver della signora, due volte al giorno. Fu grazie a questo cane benedetto che, un bel giorno, iniziai a conoscere il mondo di fuori.







PARTE SECONDA









Subject: Nuova baby-sitter
Date: Tue, 30 June 2000 10:21:43 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Cara Luana,
come stai? Spero bene.
Oggi è arrivata la nuova baby-sitter, piccolo terremoto in casa. Si chiama Yula e viene da un paesino ungherese dal nome quasi uguale al suo, ‘Yula di Gyula’, sembra una barzelletta. L’agenzia me l’ha affibbiata alle solite condizioni da strozzinaggio: vitto, alloggio, stipendio e un milioncino di tangente a loro una tantum, più un’accozzaglia di tasse bugiarde, tipo quella ‘di associazione’. Spero proprio che stavolta il costo e lo sbattimento per insegnarle tutto dalla A alla Z valga la pena, non ne voglio più sapere di esperienze oscene, tipo le ultime tre zoccole che mi ero messa in casa. Joel, quella di Basilea che avevo un paio di anni fa, stupenda, una specie di modella appena diciottenne. La sgualdrina maledetta monopolizzava l’attenzione di Massimo e di tutti i suoi amici, e scatenò il casino che ben conosci e che mi portò a sfancularlo. Quando eravamo nella casa di Porto Cervo, mentre io mi facevo in quattro con i bambini, lei prendeva il sole in topless in piscina. Massimo e i suoi amici del cazzo, di solito, detestavano stare spaparanzati al sole a fare niente, ma quando c’era la ninfetta mezza nuda erano i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene. Tutti armati di occhiali neri e di sorriso ebete stampato in volto. Massimo arrivò a prestarle la MIA BMW: poverina, doveva andare a giocare a tennis, gli autobus sardi sono quello che sono, e non poteva certo rinunciare al suo sport preferito mentre io dovevo preparare da mangiare, mettere in ordine il casino dei bambini, fare la lavatrice e stirare. Durò un mese, alla fine delle vacanze, la mollai all’aeroporto di Olbia con un bel VAF-FAN-CU-LO, valigia in mano e cinquantamila di liquidazione, per le spese forti. Vista la sua zoccolaggine non deve aver tardato a trovare un pastore che l’abbia ospitata nel suo nuraghe. O un industrialotto bresciano con lo yacht.
Poi arrivò Kate, quell’americana che pensava di farsi le vacanze in Italia fingendo di lavorare. Aveva vent’anni ma la dieta dissociata a base di cheeseburger le aveva regalato un corpo da ippopotamo, con un deretano tremolante, grande come un sofà. Poveretta, aveva bei lineamenti, ma la pelle del viso era tesa come quella di un tamburo, sembrava gonfiata con la pompa da bicicletta. Come se non bastasse era piena di ambizioni vagamente intellettuali, in quella fase epica tardoadolescenziale in cui tutto ciò che puzza di Cultura viene indistintamente ingerito con voracità onnivora, triturato, digerito e risputato in un’accozzaglia superficiale e semifreak di onniscienza intellettualoide. Polpettone alla spocchia. Andava da Nietzsche all’autobiografia di Wanna Marchi, da Siddharta a Bruno Vespa, da L’isterico a metano a Bevilacqua. Tutto ciò, unito all’aspetto fisico, ovviamente le dava grandi problemi con i ragazzi, che a quell’età vogliono solo trombare, possibilmente bene e senza troppi discorsi sul buon selvaggio o il superuomo. Come apriva bocca fuggivano. Lei, pensa un po’, credeva che tutti fossero oranghi sul punto di violentarla, e scambiava le minimissime avances del primo (e ultimo) mezzo minuto di conversazione per tentativi di scasso al piede di porco alla sua intimità burrosa. Anche i pochi, più unici che rari, ad avere l’allucinazione di sfiorarla, vista la sua reazione acida e saccente, andavano velocemente a comprare le sigarette. La sua paranoia l’aveva condotta a dedicarsi a tutti gli sport violenti e di moda proposti dalle palestre del circondario. Frequentava lezioni di ogni arte marziale, dal karate al Tae Kwon Do, dal kung-fu alla boxe tailandese. Ogni tanto si stancava di uno e passava all’altro, e cercava di spiegarmi le fondamentali nuance che rendevano assolutamente migliore il nuovo (per quindici giorni) rispetto al vecchio. Americani, you know. Quando fanno una cazzata qualsiasi la vivono con il fanatismo più integralista, si tratti di ikebana o di missioni spaziali. In realtà la povera Kate era goffa e imbranata, e cercava solo di nascondere la propria insicurezza dietro uno strato di quadrupla adipe e di attività da buttafuori. Mi aveva addirittura convinta ad acquistare un tapis roulant a cinque stelle, insistendo su come senz’altro sarebbe stato utilissimo anche per me e per i bambini. Naturalmente lo adoperò solo lei, per un paio di settimane. Ci saliva sopra per un quarto d’ora ad ansimare e grondare sudore, poi correva in frigo a farsi spuntini a base di maionese. Ora l’oggetto è là in garage che fa la ruggine e le ragnatele. Provò a contagiare i ragazzi con le sue manie ginniche e riempimmo una cassapanca di pesi, estensori, bilancieri, bilance, contabattiti cardiaci, fasce elastiche e controcazzi. Grazie a lei ho foraggiato l’intera industria del fitness del menga. Poi, un bel giorno, di punto in bianco la cicciona meteoropatica mi disse che se ne sarebbe andata il lunedì successivo. In Italia non si trovava e SENTIVA che doveva fare un viaggio in India. Chissà che cosa aveva letto quella settimana. Fatto sta che dal giorno alla notte mi lasciò, e dovetti ricadere nelle grinfie dell’agenzia. Ai loschi individui sottolineai come le loro tasse fossero una rapina legalizzata, soprattutto a fronte delle deficienti che mi passavano.
“Signora Schmitz, cosa vuole, quando le ragazze arrivano da noi offrono le migliori credenziali e la massima disponibilità. Spesso, però, alla prova del nove si rivelano ben diverse dall’apparenza. Abbia pazienza, per favore, facciamo tutto ciò che è umanamente possibile. Per quanto riguarda le tasse, beh, di quelle è meglio non parlare. Lo sa che il governo e le tangenti alla guardia di finanza ci strangolano.”
Con queste chiacchiere riuscirono a rifilarmi Karina, la pazza lituana. Anche lei, quando arrivò, sembrava in regola. Nel sangue, tuttavia, doveva avere qualche germe nazista, tanto era paurosamente efficiente, troppo, nell’ordine domestico. Con lei non c’era un coriandolo fuori posto, un grumo di polvere sotto i letti, una maglietta spiegazzata nella cesta della roba sporca, un soldatino fuori dalla scatola dell’armata di competenza e passato a un battaglione nemico. Dava l’aspirapolvere ogni giorno spostando TUTTI i mobili e se per sfiga una formichina entrava da una finestra iniziava a ululare e a spargere polvere bianca velenosa dappertutto. Un giorno ho trovato l’intero perimetro della casa circondato da quella peste. Il suo ordine era maniacale e angosciante, se fosse durata più di quanto è durata credo che i bambini sarebbero diventati matti od omosessuali. Forse omosessuali matti. L’aspetto più assurdo era che, piegate e messe nei cassetti le camicie in ordine arcobalenico e di taglia, impilati i giochi secondo grandezze decrescenti, girati gli spazzolini da denti nel bicchiere con lo stesso orientamento di peli, dei bambini se ne fregava altamente. Marcello e Gabriele potevano finire spalmati sotto un autobus mentre li portava a scuola e, FORSE, se ne sarebbe accorta il giorno dopo. Ma se un paio di calzini grigi era alternato a due bianchi... eran cazzi. Al mare i bambini potevano affogare sotto un cavallone o essere travolti da una rissa fra pusher marocchini e albanesi, e lei... Vabbè, hai capito. Karina, a parte la più profonda concentrazione mentre riordinava ciò che già era ordinatissimo, negli altri momenti sembrava sempre persa su Marte, con lo sguardo acquoso e assente. Dovevo chiamarla tre volte prima che mi sentisse e si decidesse a dare un segno di vita.
La cacciai urlando come un’ossessa quella volta in cui, ripresasi dal suo solito torpore, diede due ceffoni a Gabriele: la luce dei miei occhi aveva osato mettere una maglietta FUCSIA mezza appallottolata nel cassetto delle CAMICIE SCURE. Dovevi vederla: iniziò a tremare, improvvisamente ebbe un guizzo di odio omicida, l’acqua delle pupille si trasformò in fuoco e fiamme, e la mano le partì - dritto e rovescio con tanto di schiacciata - in una frazione di secondo. Ci misi altrettanto a buttarla fuori di casa. Trentamila, stavolta, anche troppe, e via andare. Era già in città, poteva fare l’autostop o prendere un autobus. Deve aver trovato lavoro in un negozio di lampadari come addetta alla pulizia dei cristalli. O come arredatrice in un negozio tedesco di mobili per ufficio.
Ed eccomi, adesso, con ‘sta nuova Yula. Dall’aspetto è carina, non troppo appariscente come la prima lolita svizzera, non incinghialita come la filosofa americana né, spero, con il cervello in corto circuito come la kapò lituana. Faccio le corna e tocco ferro, spero che duri almeno sei mesi. Se dovessi essere obbligata a sostituirla entro il prossimo mese, con le vacanze alle porte, credo che mi potrebbe venire un esaurimento nervoso.
Ma non ti voglio ossessionare con i miei problemi di madre single, anche se forse è esattamente quello che ho fatto. Scusami, ma se non mi sfogo con te, con chi?
Ciao, scrivi, mi raccomando.
A presto.
Tua Vanessa


  1 agosto

  Caro Diario,
scusa se durante l’ultimo mese ti ho trascurato, ma ho avuto troppo da fare con il nuovo lavoro e alla sera sono sempre andata a dormire presto, stanca morta. Da quando vivo a casa di Vanessa mi sembra di essere finalmente riuscita a capire tutto ciò che lei pretende da me. A volte si verificano piccole incomprensioni per quanto riguarda il trovare gli oggetti e, soprattutto, per la lingua, che però migliora di giorno in giorno. Quando non capisco quello che mi dice, specie se sbaglio e si incavola, la ricopro di e di sorrisi, e la tempesta si calma. La signora, in fondo, sotto una corazza dura e fredda, nasconde un animo gentile e generoso: è molto buona e mi lascia parecchia libertà. È chiaro che se potessi scegliere starei fuori tutto il giorno con il cane a passeggiare, sicuramente molto meglio che raccogliere i calzini sporchi dei bambini o far loro il bidè ogni volta che fanno la cacca (all’età che si ritrovano non hanno ancora preso confidenza con i propri ani). Ma è anche vero che, a eccezione della sua famiglia, io qui non conosco nessuno.
  Ninni, il retriver, è un cane splendido, quasi umano, anche se ha due difetti che, ogni tanto, mi fanno venir voglia di strangolarlo. Innanzitutto sbava come una fontana, non può vedere una briciola di pane o una buccia di salame che inizia a spandere acqua appiccicosa dovunque. Se apre il rubinetto mentre gli stai facendo una carezza sei finita. Quando te lo togli di dosso i vestiti sembrano usciti da un incontro di lotta greco-romana con dieci bulldog. Ninni, inoltre, a volte, sembra un po’ scemo. Come ogni retriver, ama riportarti qualsiasi cosa tu gli lanci, dal sassolino al menhir. Il problema è che lo fa incessantemente. Se commetti l’errore di iniziare e gli butti un bastoncino, ti sfinisce a suon di zampatine, guaiti, fili di bava, testate. Per ore. I suoi giocattoli preferiti sono le pigne, e quand’è stagione non capisce più niente. Dico che è un po’ scemo perché se gli tiri la pigna te la riporta, ma se la chiude con la tripla mandata in quella bocca bavosa e non te la ridà nemmeno se gli infili un cric da camion tra le fauci. Mentre cerchi di scassinargliele con le mani è capace di lacerarsi le gengive, pur di non dartela, ma si aspetta che tu ci provi. Se, sfinita da questo tiro della fune in cui vince sempre lui, non lo prendi in considerazione e fai finta di non vederlo, il bastardo ti deposita la pigna, un bolo di bava di mezzo chilo, sui pantaloni o sulla gonna. Non so quante lavatrici ho già dovuto fare, grazie ai suoi collosi tira-e-molla.
  Come ti dicevo, i miei momenti di libertà, che riesco a ritagliarmi sempre di più, me li godo portando fuori Ninni. Questa attività mi rilassa particolarmente. Fra i palazzoni orrendi di questa zona è sopravvissuta qualche bella area verde, giardini che, suppongo, hanno le ore contate. Finché esistono, però, ne approfitto e me li godo. Faccio sempre più o meno lo stesso giro, Ninni è un abitudinario e ama seguire con costanza maniacale il medesimo campo minato di aromi e ricordi. Andiamo soprattutto nel parco a circa duecento metri da casa, ma ogni giorno cerco di spingermi un po’ più in là, per scoprire nuovi angoli di questo poco ridente quartiere. Gli italiani che incontro mi sembrano un po’ strani. I più sembrano far finta di non vedermi e, nonostante io indossi minigonne ogni giorno più corte e colorate, distolgono lo sguardo non appena incappano nel mio. Altri, una minoranza rumorosa, sembrano essere appena usciti da una galera in cui abbiano sofferto trent’anni di astinenza sessuale. Questa umanità selvaggia vegeta soprattutto al Bar dei Ragazzi, un antro fumoso popolato di loschi ceffi e con un perenne soppalco di nicotina. Ogni volta che ci passo davanti vengo sistematicamente accolta da una salva di fischi, tirini con la bocca, schiocchi di lingua, rumore di zip tirate su è giù freneticamente, parole sozze che solo ora sto imparando a conoscere. Quando mi avvicino al bar conto i secondi prima che parta il comitato di ricevimento. Ma la domenica, quando la sala fumatori è chiusa, tutto quel rumore inizia a mancarmi.
  L’altro giorno ho scritto ai miei, era tempo che lo dovevo fare, ma non mi volevo decidere. Ho mandato loro una lunga lettera in cui raccontavo la mia situazione, tutti i vantaggi che ho (da quando sono qui sono ingrassata cinque chili, a forza di aprire e chiudere il frigo), ma non ho specificato in quale zona di Milano mi trovo, non vorrei che gli venisse la malinconia di venire a recuperarmi con il carro attrezzi. Nella busta ho messo una foto che Vanessa mi ha fatto assieme ai bambini: è venuta molto bene, persino Marcello sorrideva per l’occasione, caso più unico che raro.
  La padrona mi ha concesso anche l’utilizzo del computer di casa, ma per non più di un’ora al giorno e comunque quando non serve a lei e dopo che ho messo a letto i bambini. “Basta che non incasini i miei file”, mi ha detto.
  Da qualche giorno, dunque, ho potuto riallacciare i contatti via e-mail con un paio di amiche di Gyula, Adela e Milka. Entrambe mi hanno detto che la mia fuga ha scatenato un bel casino, soprattutto molto rumore di portineria, ma che i miei l’hanno presa quasi bene - cioè, non male quanto pensassi. Io, d’altronde, devo essere stata la centesima ragazza, solo nell’ultimo anno, a seguire la via di Damasco e cambiare aria. Ormai le ‘strane’ sono quelle che rimangono.


Subject: Vacanze e serva
Date: Mon, 2 August 2000 11:09:52 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Cara Luana,
tutto bene? Qui tutto più o meno. Le vacanze si avvicinano e, come ogni anno, porterò i bambini alla casa in Sardegna. Ci seguirà la baby-sitter e spero proprio che non combini i casini della sua collega svizzera. Quest’anno riuscirò a sfruttare la casa di Porto Cervo per più di un mese. Vorrei che almeno i bambini passassero là buona parte delle vacanze, anche se forse si annoieranno un po’. Io, come sempre, non avrò più di una ventina di giorni da trascorrere con loro e Yula dovrà sostituirmi mentre sarò in giro per lavoro. Spero che non ci siano problemi. Le ho preso un cellulare affinché mi chiami per qualsiasi evenienza, a ogni ora del giorno e della notte. Per fortuna giù ci sarà anche mia cugina Lidia, così, caso mai la giovane dovesse latitare, potrò contare su di lei.
Per ora la ragazza fa il suo dovere, sembra in ordine. È molto giovane e Rozzano deve sembrarle Saturno in confronto al paesino da cui viene. Se io dovessi andare a lavorare nel quartiere periferico di una città dall’altra parte del mondo credo che impazzirei. Potrei capire se da un giorno all’altro si stancasse e mi chiedesse di pagarle il biglietto di ritorno in Ungheria.
Sembra che non abbia ancora conosciuto dei ragazzi, e forse è una fortuna. Mi ha accennato, però, al successo che riscuote tra la fauna locale quando porta a spasso il cane. Sembra che i topi da bar la accolgano con salve di fischi e urla da stadio ogni volta che passa, e dall’abbigliamento che indossa credo che resisterà ancora poco a regalarla a destra e a manca. Diciotto anni, figuriamoci.
A Porto Cervo dovrebbe conoscere Pierpiero, il figlio di mia cugina. Poveretto, ha la stessa età di Yula, ma da quello che gli esce di bocca, dai brufoli e dalla sicurezza in se stesso sembra che abbia gli anni di Marcello. Non credo che abbia mai toccato carne al di fuori della propria e di quella del macellaio. Lidia mi racconta che sta tutto il giorno chiuso in casa, piegato a riccio su internet. Forse è la volta buona che qualcuna gli toglierà la buccia. E poi, così, Yula avrà qualcuno di nuovo con cui parlare.
Mi raccomando, scrivi mentre sarò via, ti leggerò sul portatile.
Baci e a presto.
V.


  6 agosto

  Caro Diario,
da un paio di giorni sono in Sardegna nella casa delle vacanze della Signora. Se le mie amiche di Gyula mi vedessero schiatterebbero di invidia: piscina, parquet dappertutto, villa a due passi dal centro del paese, pieno di gente straricca e snob. Arabi, attori, ballerine, manager milanesi, vip di ogni genere, gente che si è ipotecata la casa per trascorrere un mese di ferie qua.
  I bambini sono scatenati più che mai, sono in vacanza e non li tiene nessuno. Fargli fare i compiti è un’impresa più ardua del solito e tirano a passare tutto il giorno in acqua, al mare o in piscina. Alla sera sono viola e devo ricoprirli di creme e unguenti. Hanno qualche amichetto che rivedono ogni estate. Io non conosco ancora nessuno, ma appena la Signora se ne andrà (mi ha detto che dopodomani partirà e starà via una settimana) mi darò da fare. Ho visto un sacco di pizzaioli bellissimi e sono stufa di parlare sempre con le solite persone. In realtà qualcuno l’ho conosciuto. Vanessa mi ha presentato suo nipote, un tal Pierpiero. A prima vista mi è sembrato un cretino, ricoperto di brufoli e di baffetti imbecilli. Deve essere timidissimo, quando mi vede parla, poco, con lo sguardo diretto a terra o alle nuvole, e quello che dice...
  Mi sa che gli piaccio, lo sento, ma non mi sembra il tipo di italiano che sognavo a Gyula. Certo non quello a cui darò la mia verginità. È troppo imbranato, ma se qualcuno gli tagliasse i peli e gli consigliasse una crema per i brufoli potrebbe non essere da buttare, ha un fisico non male. Ieri l’ho visto in costume e sembrava nascondere cose interessanti. Pensa che mentre eravamo in spiaggia stava sdraiato a pancia in giù e, ogni tanto, mi guardava furtivamente. A un certo punto si è alzato e, proprio mentre gli chiedevo una biro per fare le parole incrociate, ha avuto uno scatto ed è corso in acqua senza rispondermi. Deve aver avuto un’escalation dei sentimenti nella zona dell’inguine. Magari uno di questi giorni ci faccio un giro. Chissà.


Subject: Nipote scemo
Date: Sat, 7 August 2000 11:09:52 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Cara Luana,
dopo una settimana passata con i bambini al mare ho iniziato a notare una luce strana negli occhi della baby-sitter. Appena arrivati in Sardegna le ho presentato Pierpiero e, almeno all’inizio, mi è sembrato che lo evitasse. La capisco, non è che il giovane sia un adone, ma chiudendo un occhio... Per quanto ne so è il primo ragazzo che conosce, un semplicione, siamo d’accordo, ma almeno non gioca con le droghe né va in giro a collezionare le borsette delle vecchie. Come gliel’ho presentata e le ha stretto la mano è diventato viola e ha iniziato a balbettare. È incredibilmente timido, ma mi sembra che dopo il primo impatto abbia cominciato a rompere il ghiaccio, pare che si stia lentamente lasciando andare. Ieri sera, mentre eravamo in giro per il rito del gelato con i bambini, ho notato sguardi schivi ma luccicanti fra i due. In realtà mi è parso che lei li mandasse a mezzo paese, ma forse è solo un’impressione maliziosa. Spero che il tutto non sfoci in una di quelle passioni travolgenti. Per il momento Yula sembra abbastanza concentrata sul lavoro, ma se la storia dovesse prendere una piega da fienile non potrei garantire che continui sulla buona strada. Soprattutto ora, che devo lasciare i bambini per una settimana nelle sue mani, non vorrei dover tornare di corsa a Porto Cervo per rimettere a posto casini o andarli a recuperare dai carabinieri dopo un po’ di vacanze forzate in una caverna della Barbagia.
La fanciulla dev’essere ancora vergine, mi sembra di capirlo da certi suoi discorsi, anche se si veste come una zoccola e sculetta come una mulatta al carnevale di Rio. Per fortuna rimane a pattugliare mia cugina, le ho chiesto il favore di spiare con nonchalance i movimenti della baby-sitter e di controllare i due che dovrebbero controllare gli altri due. Speriamo bene. Incrocio le dita e parto, chi vivrà vedrà.
Baci e scrivi, mi raccomando
V.


  13 agosto

  Caro Diario,
oggi mi è successa una cosa che non ti posso assolutamente nascondere. Ieri la signora è partita e sono rimasta da sola a badare ai bambini. Aria di libertà, finalmente. In spiaggia con noi, però, c’era Lidia, la cugina della padrona. Sentivo costantemente il suo sguardo incollato sulla nuca, Vanessa deve averle detto di controllarmi.
  Il fatto che ti volevo raccontare, però, non è questo. Ti ricordi di Pierpiero, il cugino scemo che ti dicevo non avrei mai nemmeno sfiorato? Ebbene, non è andata così. Ieri, tanto per cominciare, in un momento di confidenza gli ho detto che sarebbe stato meglio senza quei baffetti. Sai che cos’ha fatto? Stamattina si è presentato in spiaggia con il sottonaso glabro. Se li è TA-GLIA-TI!
  I primi giorni, quando lo avevo conosciuto, mi era sembrato proprio rintronato. Poi, lentamente, pare che si sia svegliato, forse troppo. Subito dopo pranzo ho lasciato per qualche minuto i ragazzi a sonnecchiare sotto l’ombrellone con Lidia e sono andata in bagno a fare la pipì. Con la coda dell’occhio ho notato che Pierpiero, dopo un attimo, è venuto nella mia direzione. Andrà a prendere un gelato, ho pensato. Uscita dal bagno me lo sono trovato davanti con uno sguardo da mucca pazza.
  “Yu-Yula, verresti un mo-momento ad aiutarmi nella ca-cabina? Sto cercando... i racchettoni, non li trovo...”, ha balbettato.
  Non ci potevo credere. A racchettoni non ci gioca mai, che cosa gli era preso? Mi deve essere scappato mezzo sorriso di complicità prima di rispondergli, tant’è che ha abbassato subito lo sguardo.
  “Va bene, andiamo”, gli ho detto.
  Volevo vedere se ciò che diceva era vero o, in caso contrario, dove sarebbe arrivato.
  Ha aperto la porta della cabina con la mano tremolante e, una volta dentro, non ha nemmeno acceso la luce. Uno che vuole davvero cercare qualcosa la accenderebbe, no?
  L’ho seguito e ha cominciato a rimescolare tra le sacche e i secchielli, e così ho fatto anch’io. Racchettoni zero.
  Poi, all’improvviso, ho sentito la sua mano che mi accarezzava una spalla. Mi sono alzata, ma non di scatto, non lo volevo spaventare, sensibile com’è. Mi sono girata e pure lui si è drizzato in piedi. Mentre mi voltavo ho notato che sotto i bermuda aveva una specie di baccalà congelato, teso come una baguette. Solo un po’ più piccolo. In volto era verde a losanghe fucsia fosforescenti - per quello potevo vederle al buio -, e la fronte era imperlata di sudore. Le ascelle gli grondavano.
  Mi ha baciata. O forse io ho baciato lui. Non so chi sia partito per primo, so solo che dopo un paio di minuti di baci infuocatissimi mi sono ritrovata completamente nuda, con lui che mi passava la lingua impazzita come un’anguilla nel retino dai capezzoli all’albicocchina. Che meraviglia! Mi sono sentita accecata, non avevo mai provato scosse tali, se non quella volta in cui Petra mi succhiò le dita dei piedi. Ieri, però, non sono scappata, sono rimasta fino all’ultimo. L’esperienza deve pur servire a qualcosa.
  Per ringraziarlo dei complimenti, a un certo punto, gli ho slacciato i braghini e glieli ho tirati giù fino alle caviglie. Mamma mia, vedessi che roba! Il ragazzo apparentemente sembra privo di grandi qualità, ma sottosotto nasconde un vero drago sputafuoco. Non ho mai visto un affare così grosso, quello di Loris, il pizzaiolo, a confronto era un’acciuga. Mi ci sono volute entrambe le mani per impugnarlo a dovere. Mi sono inginocchiata e, lentamente, me lo sono messo in bocca, almeno quella piccola porzione che ci entrava. Dopo il primo momento, in cui il sapore mi ha ricordato, appunto, il baccalà o l’anguilla, non saprei essere più precisa, quel mostro mi ha dato una sensazione molto piacevole, seppur strana. Mi sono sentita potente, con un morso lo avrei potuto decapitare, e con la coda dell’occhio lo osservavo mentre andavo su e giù. Pierpiero riusciva a malapena a stare in piedi, le ginocchia gli tremavano e si erano piegate a quarantacinque gradi. In volto gli ho letto lussuria ed estasi, ma anche schiavitù. In quel momento avrei potuto fare di lui ciò che volevo.
  Il gioco, purtroppo, non è durato a lungo: la punta si è gonfiata subito come un canotto ed è passata dal rosa confetto al rosso Valentino al fucsia anilina all’amaranto Piaggio. Poi, in una frazione di secondo, tutto si è fatto bianco e non ho visto più nulla. Il tonno è esploso come un litro di latte finito sotto il pneumatico di un autobus e mi sono ritrovata la faccia e le mani incollate da una melma calda e dolciastra. Ho sentito le sopracciglia pesanti e un occhio mi si apriva a fatica. Per vederci ho dovuto separare le ciglia con le dita. Quasi subito mi sono venuti in mente i bignè di Ondrej, il pasticciere che avevo a due passi da casa, a Gyula. Il sapore dei bignè, però, era decisamente migliore.
  Siamo rimasti così, semiparalizzati, per un minuto buono, senza parlare. Lui, nel momento della deflagrazione ha lanciato guaiti da lupo mannaro, e con la mano libera gli ho tappato la bocca, non volevo che tutti i bagnanti accorressero a vedere chi stava sgozzando il maiale nella cabina.
  Dopo il minuto di paralisi è crollato sulle ginocchia, accasciandosi sui teli e belando “che bello..., che bello...”.
  Io ho preso un telo, ho cercato di ripulirmi la faccia dai resti del pranzo, poi mi sono rimessa il bikini.
  “Aspetta qualche minuto prima di uscire e raggiungerci. Non voglio che tua madre capisca che cos’è successo.”
  Sono tornata dai bambini e lui, dopo un po’, è arrivato. Aveva i capelli arruffati e un’aria affaticata, non certo quella di uno che si è solo andato a comprare un gelato. Il fessacchiotto non deve aver pensato di guardarsi allo specchio, prima di tornare all’ombrellone. E del gelato, in mano, non aveva la minima traccia. Scommetto che sua madre ha capito tutto.


  16 agosto

  Caro Diario,
ieri era ferragosto e i fuochi di artificio hanno segnato un momento importante della mia vita, che non dimenticherò mai. Il vortice di passione che ci ha travolto mi ha portata a fare un passo decisivo, direi traumatico, se questa parola non avesse una valenza così negativa. In seguito ai fatti della cabina, ripetuti e perfezionati per sommi capi e deglutizioni ogni giorno dopo il primo incontro, io e Pierpiero abbiamo deciso che le scatole di legno verticali da spiaggia non ci bastavano più: ci serviva un piano, se non orizzontale, almeno inclinato. La questione, però, era parecchio complicata. Di giorno avevamo costantemente alle calcagna quel rotwailer di sua madre, e io dovevo seguire i bambini. Di conseguenza non potevo scomparire per un tempo superiore a quello che richiede un lavoretto di soffio veloce veloce. Di sera, dopo il su e giù per il paese sette volte sette, ci aspettava il letto, ognuno il proprio e nella rispettiva casa di competenza. Pierpiero e sua madre, peraltro, alloggiano a una certa distanza da noi. Ma ieri sera siamo riusciti a trovare una soluzione. Con la scusa della festa di ferragosto, Pierpiero ha ottenuto da sua madre il permesso di portarmi in discoteca. Eccezionalmente, i bambini sono rimasti a dormire da Lidia e, verso le undici, siamo usciti senza il cane da guardia. Della discoteca, ovvio, non ce ne poteva fregare di meno. Rimaneva, però, il problema di trovare un luogo adatto. Questo problema è rimasto tale per una decina di secondi. Con i bambini dalla zia, la casa di Vanessa era vuota, a nostra completa disposizione. Uscita da casa di Lidia abbiamo mangiato la strada a salti tripli, avevamo solo tre ore a disposizione e non potevamo certo sprecarli a guardare le vetrine o le troie a passeggio con i calciatori. Non abbiamo usato il letto della padrona, non volevo che al suo rientro si accorgesse delle croste di amore secco sul copriletto. Siamo andati in camera mia, anche se il letto è grande come una culla. Dopo la corsa eravamo sudati e ci siamo fatti una doccia, ma ognuno per sé. Nonostante l’intimità condivisa nella cabina, Pierpiero si vergognava a farla con me.
  Quando ha finito l’ho preso per mano e l’ho fatto stendere sul mio lettino. Non ho potuto fare a meno di dargli qualche bacino sul coso, ormai mi ci sono abituata, e come al solito lo stupidino non è riuscito a trattenersi e mi ha innaffiata dopo un paio di stantuffii. Questa volta, però, avevamo più tempo, quindi, dopo essermi asciugata la faccia, ho ricominciato. L’ho portato a letto e volevo fargli all’amore, dunque bisognava che si ricaricasse, cosa che, per fortuna, non ha tardato a fare.
  “Fai attenzione a non venirmi dentro!”, mi sono raccomandata fermamente.
  “D’accordo, ci proverò”, mi ha detto con voce tremolante ma pazza di eccitazione.
  Gli sono saltata sopra, sia perché non mi fidavo delle sue capacità di ritenzione organolettica, sia perché mi avevano detto che la prima volta fa parecchio male. Imbranato com’è, non volevo che mi sfondasse con il suo ariete.
  Con le dita ho aperto lentamente la mia nocciolina, ma la pelle del suo birillo era secca, per cui gli ho passato sopra un po’ di olio abbronzante all’ananas. Tutto è andato liscio!
  All’inizio mi è sembrato che mi entrasse un piede di porco e, stringendo i denti e tutto il resto, ho iniziato a sbrodolare sangue. Pierpiero, per fortuna, teneva gli occhi chiusi e ha voluto che spegnessi la luce, così non ha visto l’orrore rosso che gli ho riversato addosso. Poi, però, molto lentamente, a forza di su e giù, il dolore ha cominciato a trasformarsi in ondate di calore e piacere. Non avevo mai provato prima una tale sensazione, mi è sembrato come se una cosa dura, dolce e calda, mi riempisse le viscere, fino in gola. Sentivo i capezzoli che stavano per esplodermi da tanto erano duri, tutti i peli mi si sono rizzati e il terzo occhio, la porticina di servizio, ha cominciato a pulsare da sola. Sflap sflap, faceva: sembrava impazzita, dotata di vita propria.
  Dopo i primi movimenti lenti abbiamo accelerato sempre di più. Quando l’ho sentito duro in tutta la sua rigidità da surgelato gli ho chiesto, annaspando:
  “S-stai per ve-venire...?”
  “S-sì”, mi ha risposto farfugliando.
  Mi sono allontanata appena in tempo, un secondo dopo mi aveva cosparso di seme tutta la pancia, e un paio di gocce mi sono arrivate fin sul mento. Ero come impazzita e ho dovuto continuare da sola, con le dita. Dopo pochi secondi sono venuta, scossa da un’ondata di fremiti. Il cielo era nero attraversato da comete dorate e, nell’eccitazione, mi è scappata un po’ di pipì. Pierpiero, annichilito com’era, sul momento non ha detto nulla, ma quando ho riacceso la luce e ha aperto gli occhi è corso in bagno con una smorfia tra lo schifato e il terrorizzato. Non posso condannarlo, nella zona dell’inguine aveva una poltiglia che sembrava polenta al ragù, ma l’aroma non era esattamente quello.
  “M-ma... è sempre così?”, mi ha chiesto di ritorno dal bagno.
  Credo che si riferisse al purè prodotto con tutto quel movimento.
  “Penso di no, ma non posso garantire. È stata la prima volta anche per me, non te ne sei accorto?”
  Fra un paio di giorni la signora ritorna e, sfruttata la scusa della discoteca, non so più che cosa inventarmi per rivederci. Stasera non siamo riusciti a trovare il modo di incontrarci, ma puoi stare sicuro che, alla prima occasione, lo rifaremo. Mi piace troppo.


Subject: Di nuovo al mare
Date: Wen, 18 August 2000 22:19:14 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Cara Luana,
sembra che il mio lavoro di maîtresse abbia funzionato. Al mio rientro Lidia mi ha riferito di aver notato un notevole movimento fra i due ragazzi durante la mia assenza. Quando erano in spiaggia Pierpiero tornava dal bar all’ombrellone regolarmente con l’aria stravolta, guarda caso sempre e solo mentre Yula era in bagno o in cabina a prendere qualcosa. Diceva di andare al bar per prendere un gelato, ma ci rimaneva mezz’ora e non l’ha visto tornare una sola volta con il gelato in mano. Secondo le parole della madre, in questi giorni Pierpiero ha più occhiaie del solito, di quando passa ore e ore su internet. In compenso, però, è più sorridente, chiacchierone e felice, seppure con una luce strana e irrequieta negli occhi. La notte di ferragosto i due sono andati in discoteca, ma il giorno dopo, alle domande classiche di Lidia - allora, com’è andata, vi siete divertiti, avete ballato, c’era molta gente, di che colore erano gli occhiali neri del dj, e le mutandine delle cubiste, se le avevano - hanno risposto con una serie molto eloquente di sì, mah, boh, non so, non ricordo, guardavo altrove. Lidia potrebbe mettere la mano sul fuoco che i due abbiano fatto festa, quella vera, altro che BUM-BUM-BUM da discoteca. Se è andata davvero così, temo per la durata di Yula nei confronti di questa relazione. Pierpiero, nonostante si sia tagliato quei quattro peli orrendi che aveva in faccia, non è certo un bagnino né un uomo di polso, e credo che farà troppa fatica a star dietro alla sua fidanzatina ‘segreta’. La ragazza manda occhiate calamitanti piene di lussuria a tutti i giovani pastorelli che di sera scorrazzano per le vie del paese. Mi sa tanto che Pierpiero abbia le ore contate. Non vorrei che al primo corno gli venisse un colpo, così come prego iddio affinché non ci siano complicazioni battesimali. Sul pianeta siamo già quasi sette miliardi, un po’ troppini.
Ora rimarrò con i ragazzi per una decina di giorni, poi dovrò ripartire. Cercherò di tenere la situazione sotto controllo, ma a giudicare dagli sguardi di Yula potrebbe essere difficile. Non voglio che i due si facciano male, ma lei mi sembra avere troppo pepe al culo per essere tenuta sotto controllo.
Ti terrò aggiornata.
Un bacio, per il momento.
Vanessa


  21 agosto

  Caro Diario,
la Signora è tornata da qualche giorno e ho notato che ha iniziato a osservarmi in maniera diversa dal solito. Più scrupolosa, direi. Negli ultimi tempi sembra che mi controlli, sento il suo sguardo su di me.
  Dopo i fatti della notte di ferragosto la relazione con Pierpiero ha avuto un’impennata, ma anche una caduta a parabola. Non avendo la possibilità di vederci come vorremmo, il massimo che riusciamo a strappare sono velocissimi incontri nella cabina che, nel frattempo, non è certo diventata orizzontale. Troppo scomoda. Nei quindici-venti minuti di pausa gelato ci chiudiamo assatanati nella cabina. Lui mi fa una sciarpa di sborra e io ritorno allo sdraio con gli occhi rossi e l’alito da pornostar, ma nessuno dice niente. Vanessa e Lidia mi sa che hanno capito benissimo e ci lasciano fare senza pronunciare frasi cretine del tipo “Ragazzi, mi raccomando, usate il preservativo”, per non metterci in imbarazzo. Quando siamo in spiaggia contiamo i minuti e i nodi allo stomaco aumentano finché non arriva quel magico momento liberatorio, immancabilmente nel primo pomeriggio, quando le proteine del pranzo sono in circolo e scatta l’attizzamento reciproco, stimolando i pensieri più sozzi. Come ci chiudiamo a tripla mandata nel loculo, Pierpiero mi toglie il bikini con la lingua. Una cosa che non mi va di lui è che si lamenta del fatto che, quando infila la lingua nella mia morettina, presa dall’eccitazione più irrefrenabile, mi lascio andare e gli regalo qualche piccolo fiotto di pipì in bocca. Ho provato a trattenermi, ho capito subito che a lui non piaceva, ma è più forte di me. Quando sto per venire, oppure quando lui inizia a leccarmi sulla perlina della mia ostrica, mi scappa improvvisamente un getto di sentimento, molto liquido e caldino come un golfino. Anche lui, d’altronde, quando mi inonda la faccia con il suo, di sentimento, non mi regala certo della Fanta o del Chinotto, ma un porridge caldo e appiccicoso. A me, però, se devo essere sincera, non dispiace affatto, anzi, ci provo proprio gusto a sentire quel semolino denso e tiepido che mi scende giù per la gola. Lui, invece, in un paio di occasioni ha trovato il coraggio di dirmi che non gli piace che gli pisci in faccia. Sì, caro diario, ha usato proprio queste parole. Che volgare.
  Ma ci sono anche altri motivi per cui ho iniziato a stancarmi di lui. Innanzitutto, quando mi fa all’amore viene troppo in fretta. Il più delle volte io non ho nemmeno iniziato a riscaldarmi che lui mi ha già ricoperta di prodotto interno lordo. Ogni volta mi tocca finire da sola. Dopo essere venuto, Pierpiero crolla a terra come un bue cieco giustiziato con il chiodo al macello, e non è più in grado di darmi nemmeno un bacino o di dirmi una cosa carina. Vorrei che, ogni tanto mi facesse qualche complimento, che mi dicesse, chessò, “Yula, che begli occhi che hai” oppure “Yula, i tuoi capelli sono morbidi come un plaid di cachemire”, ma l’unica cosa che si limita a dire, di solito, è “Andiamo in cabina?”.
  Se si eccettuano, dunque, le dimensioni del suo bagaglio culturale, non si può certo dire che sia un Grande Amante. I suoi brufoli, inoltre, non accennano a diminuire. Senza baffetti cretini sta meglio, non c’è dubbio, ma più lo osservo da vicino meno mi piace. La ginnastica che facciamo in cabina è elettrica, su questo non ci piove, ma finito quel momento di scariche la magia scompare.
  Alla sera, quando andiamo in giro con le vecchie e i bambini, non posso fare a meno di vedere un’infinità di splendidi montoncini per le vie del paese. Abbronzati, profumati, firmati. Sento i loro sguardi avidi che in una frazione di secondo mi spogliano e mi analizzano dall’attaccatura dei capelli allo smalto degli alluci, e in quei frangenti vorrei proprio essere senza la scorta armata. In quei momenti non sento più alcuna attrazione per Pierpiero, anzi, vorrei che fosse dall’altra parte della Sardegna, a Cagliari. Di sera mi sento prigioniera, oltre che del mio lavoro, del suo sguardo possessivo. Dopo pranzo, però, le proteine si fanno sentire, le ginocchia cominciano a tremare e mi dimentico di ogni pensiero della sera precedente. Le caviglie mi spingono automaticamente verso la cabina, accecata e totalmente persa. Mi sento drogata. In quel momento non vedo più la Signora né i bambini, sono lì, a due metri da me, ma è come se non esistessero. Una tenaglia enorme, molto più forte di me, mi aggancia lo stomaco e mi trascina verso i bagni. Mentre Pierpiero mi entra dentro, però, chiudo gli occhi e sogno di essere deflorata da un esercito di montoncini con la camicia ben stirata e lo sguardo cattivo.


  25 agosto

  Caro Diario,
la relazione con PP (ormai lo chiamo in questo modo, dopo la sua dichiarata avversione alle mie reazioni organolettiche nel momento della passione), come già da tempo avevo iniziato a presagire, è andata a rotoli. L’ho lasciato. In fondo è meglio così, era inevitabile e non ne potevo più della sua incapacità amatoria. L’unico aspetto spiacevole è che ci sta male. Da quando mi sono imposta di non andare più in cabina con lui (trattengo la pipì fino a sera, quando torniamo a casa, per timore che mi segua) l’ha presa davvero male. Per fortuna, di solito non abbiamo grossi momenti di intimità, e quelle volte che si presenta l’eventualità di rimanere da soli mi invento qualcosa da fare con i bambini o per Vanessa e, voilà, schivo ciò che sicuramente mi attenderebbe. Richieste lacrimevoli di spiegazioni, sbuffi, sospiri, sguardi languidi, velate minacce, rabbia e tentativi di stupro. Dài, su, andiamo in cabina. Per favore, ti prego.
  La situazione è precipitata un paio di sere fa, quando PP aveva un po’ di raffreddore ed è rimasto a casa. Io e la signora, dopo aver lasciato i bambini da Lidia, siamo andate al Nuraghe Globale, un nuovo locale che hanno inaugurato proprio quella sera. Per l’evento c’è stato il concerto, chiamiamolo così, dei Giovani Ggiovani, in arte ‘GG’, un gruppo stratardorock scalcinatissimo che ha strimpellato una decina di pezzi disastrosi (metà robazza loro, titoli tipo Feed the bones…, e metà cover ritrite), finché il pubblico di ubriaconi ha cominciato a tirargli addosso lattine di birra ancora sigillate. I musicisti, in effetti, andavano ognuno per conto proprio, sembravano cinque solisti riuniti sullo stesso palco per puro caso. Sì e no, prima dello spettacolo devono aver provato assieme un paio di volte in qualche cantina priva di acustica. I ragazzi del gruppo hanno dovuto fare le valigie in fretta e io e Vanessa ci siamo fatte delle belle risate a vedere quella scena. L’aspetto intrigante della serata, però, non è stato tanto la rissa e il casino che si sono scatenati, quanto il fatto che all’uscita, mentre la signora era al cellulare assorta in una delle sue telefonate interminabili, ho conosciuto Gionni, all’anagrafe Giovanni, il chitarrista dei GG. Biondo, alto, carino, con la sigaretta perennemente accesa tra le mani, una barbetta non curata e un’aria sconsolata sul volto. Sembrava chiedersi perché?, mentre era appoggiato al cofano di un’auto, con lo sguardo perso sul selciato.
  Come la mia minigonna gli è passata sotto il naso, però, si è drizzato di colpo, irrigidendosi come una spina di guardia all’entrata di una caserma quando arriva il Generale. Tutto d’un colpo ha cambiato espressione, e forse si è dimenticato in una frazione di secondo l’insuccesso clamoroso della serata. Mi ha regalato un bellissimo sorriso malinconico, molto da chitarrista, e io non ho potuto fare a meno di ricambiare.
  “Ciao, come ti chiami?”
  “Yula. E tu?”
  “Gionni. Complimenti per il nome e per lo smalto dei piedi, davvero splendidi entrambi.”
  Alè, un altro fissato con i piedi, mi sono detta.
  “Stasera non eravate al meglio delle vostre capacità, eh?”, gli ho domandato con una certa diplomazia.
  “Anche tu la pensi come quei caproni? Peccato. Forse non vi siete accorti che il nostro non è rock puro, ma jazz-rock. L’improvvisazione è la chiave di lettura della Nostra Musica, ma sembra che il pubblico, stasera, fosse composto esclusivamente da gente con le orecchie sporche. Eccetto te, ovviamente.”
  “Yula, andiamo!”. Vanessa aveva smesso di telefonare.
  “Gionni, mi dispiace, ma ora devo andare...”
  “Ehi, non mi puoi lasciare così! Dove/come/quando ti posso rivedere? Ti devo rivedere!”
  “Mmmh... Senti, la Signora ti ha già visto, e si nota che sei un bravo ragazzo. Quindi, magari, domani, se non vi esibite al Blue Note di New York, potresti fare un salto in spiaggia, al bagno Maddalena Illibata. Sarò lì tutto il giorno con i bambini, faccio la baby-sitter. Se vieni preparati a una folla di persone.”
  “Non mancherò. Ci puoi contare.”
  Il giorno dopo, ieri, Gionni si è presentato in spiaggia. È arrivato verso le undici e la sua presenza ha provocato un vero terremoto. Innanzitutto la faccia di PP, quando lo ha visto e gliel’ho presentato - “Questo è Gionni, un mio amico” -, è diventata bianca con le pupille rosse. PP gli ha stretto la mano con l’energia di una carpa lessa e l’anguillosità da presentatore televisivo con la faccia ricoperta di nei, poi è fuggito a giocare, questa volta sul serio, a racchettoni. Si è buttato in un campionato infuocato che è durato fino a sera, dando l’anima durante le ore più calde e saltando addirittura il pranzo. Alla sera era stanco morto e si è chiuso in casa.
  Dopo aver presentato Gionni a tutti, i bambini hanno fatto subito amicizia con lui e per un po’ sono andati a fare il bagno assieme, ‘tra uomini’, avvolti dalle onde e dagli spruzzi. Hanno anche giocato a frisbee.
  Vanessa, forse, non se ne è innamorata a prima vista (non ha mai fumato e non sopporta quelli che profumano di posacenere), però dopo un po’ si è lasciata andare e, mi pare, lo ha preso in simpatia. In questo modo sono riuscita a ottenere il permesso di assentarmi per circa un’ora, subito prima del pranzo, per andare a fare una passeggiata con lui. Arrivati a distanza di sicurezza dall’ombrellone ci siamo spinti fra i cavalloni e, a un certo punto, mi ha preso per mano. Per un po’ ci siamo tuffati, poi mi ha tirata - dolcemente, ma con convinzione - verso di sé, e io l’ho lasciato fare. Mi ha baciata. È stato bellissimo, anche se la sua lingua sapeva di Merit senza filtro. Sott’acqua l’ho sentito subito gonfiarsi ma, almeno lì, non siamo andati oltre una bella serie di baci infuocati.
  “Ora devo tornare dai bambini. Magari, però, riesco a farmi dare il permesso di rivederti stasera, dopo che i ragazzi saranno andati a letto. Stanotte suoni?”
  “No, oggi è il nostro giorno di riposo. Dopo il successo di ieri abbiamo deciso di prenderci una pausa di riflessione di una settimana. Pregherò affinché riusciamo a rivederci...”
  Vanessa, quando le abbiamo chiesto il permesso di uscire assieme all’inizio ha nicchiato un po’. Forse voleva la mia compagnia per andare in giro per discoteche. Poi, però, di fronte al mio sguardo pietoso e al sorriso smagliante di Gionni, non ha potuto rifiutare.
  “Va bene, va bene. Ma non fate troppo tardi, mi raccomando. E tu, Gianni, trattamela bene, capito? È nelle tue mani, mi voglio fidare di te. Fai finta che sia una chitarra preziosissima che hai noleggiato, da riportare senza graffi al negoziante. Fai il bravo, ok?”
  “Non si preoccupi, signora. Non suonerò come Jimi Hendrix, ma sono un gentleman.”
  PP, in una rapida pausa tra una partita e l’altra, ha sentito questo dialogo e l’ho visto rotolarsi sul telo come un pesce vivo buttato sul barbecue. Forse era per tutto il sole che aveva preso, ma era diventato del colore della bandiera che si mette nei giorni di maremoto. Improvvisamente si è alzato ed è tornato a giocare, senza salutare nessuno.
  Alla sera, messi a nanna i bambini, ho chiamato Gionni sul cellulare. Dopo un quarto d’ora era sotto casa con il suo motorino. Dopo mezz’ora era dentro di me con il suo plettro, su un lettino in spiaggia. L’oggetto non avrà le dimensioni del dentice di PP, ma non c’è paragone, sa come farlo nuotare nell’acquario, come farlo scorrere sulle corde. Innanzitutto la durata: Gionni deve avere una certa esperienza. Chitarristi, si sa. Mi aspetta per venire e, anche se ha la cattiva abitudine di usare il preservativo (quando mi ha chiesto se glielo infilavo ho fatto un bel casino e con le unghie ho rotto il primo; per fortuna ne aveva un altro), ha una resistenza molto democratica, non è un egoista. Poi ama masticarmi la prugnina e baciarmi gli occhi, tutti e tre. Quando mi è scappata un po’ di pipì non si è tirato indietro dalle proprie responsabilità. Anzi, si è eccitato terribilmente, e anziché fuggire schifato come quel cretino di PP ci si è lavato la faccia, infilandoci la lingua e tutto il resto. “Il nèttare degli dèi”, ha affermato mentre faceva un risciacquo, anche se non ho capito esattamente che cosa volesse dire.
  Dopo che siamo venuti ha cominciato lentamente ad accarezzarmi i piedi, quasi ossessivamente, e a un certo punto si è infilato un alluce in bocca. L’ho lasciato fare, non era male, anche se mi faceva un po’ di solletico. L’ho visto tremare di desiderio, e quando stavamo per ricominciare è arrivato il guardiano del bagno che ci ha puntato addosso una torcia.
  “Ehi, giovani, che cosa state facendo? Perché non andate a lavarvi i piedi a casa vostra??”
  Siamo scappati ridendo.


Subject: La baby-sitter inzoccolita
Date: Mon, 18 August 2000 23:00:24 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Carissima Luana,
scusa se anche oggi ti ossessiono con i miei problemi di baby-sitter, ma sono diventati il mio tormentone estivo. Yula ha conosciuto un ragazzo di Arezzo che tira a campa’ suonando nei locali della Costa Smeralda durante l’estate. È simpatico e carino, ma fuma come una ciminiera e ha coinvolto la ragazza in una passione accecante. Yula ormai mi chiede di uscire ogni sera e torna sempre più tardi. I due devono trombare come bestie. Pensa che quando ero di passaggio da Milano una sera lei mi ha chiamato sul cellulare per pregarmi di comprarle una confezione di pillole del giorno dopo! A Porto Cervo non riusciva a trovarle, i farmacisti devono essere tutti pasdaran del papa. E tutto questo mentre la sua maggiore preoccupazione dovrebbe essere quella di badare ai bambini. Puoi capire come mi senta tranquilla in questo periodo...
I primi giorni in cui ha cominciato a frequentare ‘sto tal Gianni le ho imposto alcune limitazioni, mi sono raccomandata di non tornare dopo una certa ora. Ma non potevo certo aspettarla sveglia fino alle tre ogni notte. Qualche sera fa è rientrata alle quattro, al mattino le ho dato una bella strigliata, e la notte seguente ha rifatto lo stesso. Ho deciso di lasciarla fare, purché segua i bambini come deve. L’altro giorno ho buttato un occhio nella sua camera ed era un vero troiaio. Ai piedi del comodino c’erano due bottiglie vuote di birra e sotto il letto ho trovato un intero sacchetto ricolmo di mutandine sporche. Doveva essere il raccolto di un mese. L’ho ricoperta di improperi e le ho ricordato che tra le sue mansioni c’è anche quella di tenere in ordine la SUA roba, oltre che il resto della casa. Quando la sgrido dice SÌ, SÌ, SÌ, mi fa sorrisi enormi, ma ho come l’impressione che capisca il giusto e, soprattutto, che voglia capire il giusto. Il cellulare che le ho dato, poi, lo sta usando in maniera impropria, ne abusa. Quando torna a casa tardissimo il suo ragazzo le manda messaggi in piena notte, e la suoneria imbecille a cucù che lei ha impostato mi sveglia di colpo. Le ho detto di abbassare il volume, e lei lo ha fatto, ma lo sento lo stesso.
Inoltre, in questa faccenda c’è un altro risvolto. Il povero Pierpiero - Pipì, come lo chiama lei - è a pezzi. Da quando Yula ha iniziato a frequentare il musicista mio nipote dev’essere dimagrito almeno cinque chili, in spiaggia non ci viene più, esce solo per mangiare e il resto della giornata lo passa in casa a guardare la tv o a dormire. Lidia mi ha detto che le chiede ossessivamente quand’è che torneranno a casa. Gli anni scorsi non vedeva l’ora che arrivassero le vacanze, ora conta i giorni, forse le ore, che mancano al rientro.
Un ultimo dubbio. Tra un po’ le vacanze saranno finite e torneremo a Rozzano. Yula mi abbandonerà per seguire il suo amore estivo ad Arezzo o se ne starà bella calmina in quella landa grigia e desolata a fare il suo sporco dovere? Il dubbio mi tormenta.
Un abbraccio, e al prossimo sfogo. Scusami, ma in questi giorni mi sento come una pentola a pressione che sta per esplodere.
Tua Vanessa


  3 settembre

  Caro Diario,
scusami se ultimamente mi sono un po’ dimenticata di te, ma la relazione con Gionni mi ha completamente fagocitata. Abbiamo fatto all’amore ogni notte, sempre in posti diversi, anche nei giorni in cui avevo le mie cosine. Lui diceva che non gli importava, anzi, con il senno del poi credo che ciò gli abbia fornito un’ottima scusa per esplorare le retrovie. Con questo non voglio dire che lo condanno. L’ho lasciato fare, anch’io ero curiosissima di allargare le porte della percezione.
  Tutto è successo una sera in cui, dopo essere andati da lui (alloggiava in una pensioncina che di solito non permette visite, ma quella sera all’entrata c’era un portiere suo amico), la mia lamponcina stava facendo le pulizie di Pasqua e sanguinava copiosamente. Gionni, allora, ha iniziato a darmi dei bacini appassionati sul terzo occhio. Prima solo casti bacini, poi baci francofoni, quindi avide slappate rotatorie a trecentosessanta gradi. Senza fretta si è dedicato a mettere in riga con la lingua ognuna delle quattordici pieghette del mio buchino. Sembrava una trivella calda e umida a caccia di petrolio. Dopo ha iniziato a lavorare con le dita. All’inizio dolcemente, con la punta del mignolino, poi su su a crescere, fino al pollice. Quell’andirivieni da flautista era strano ma molto bello. In un primo momento, quando ha cominciato a infilarmi cosine lì dietro, mi sono presa un po’ paura e devo aver stretto le ciglia. Poi, però, tutto ha preso a scorrere liscio, in maniera più fluida, e al dolore e all’imbarazzo stupidino si è sostituito un piacere vieppiù crescente. A un certo punto Gionni ha iniziato a stantuffare con il pollice e l’indice. Anche se ero girata dall’altra parte li ho potuti riconoscere, ognuno ha un carattere proprio e una personalità ben definita.
  Poi, all’improvviso, si è fermato. Ha lasciato la posizione da idraulico e sull’occhione ho cominciato a sentire alcune gocce di crema fresca. Non poteva essere la sua, non così fredda.
  “Che cosa fai?”, gli ho domandato mezza intontita da tutto quel movimento burroso.
  “Non ti preoccupare, ti piacerà. È Nivea®. Fa bene alla pelle e non è testata sugli animali.”
  Mi ha massaggiata le palpebre lentamente con le dita. Poi ha iniziato a farlo con qualcosa di più grosso, adagio, con un movimento rotatorio. Era il suo pollicione! Ci ho messo qualche secondo a riconoscerlo, ma era proprio lui.
  Sempre con dolcezza, ha cominciato a intrufolarsi. Con qualche colpetto la testina, frenetica di curiosità, è entrata. Poi, a forza di su e giù nell’atrio, forse anche grazie alla crema, il mio tunnel dell’amore lo ha risucchiato tutto d’un colpo. È stato come quando mi metto le supposte di glicerina per andare in bagno, solo che stavolta la supposta mi è parsa grande come un treno e il bruciore cento volte più forte. Improvvisamente ho provato un forte dolore, un colpo di accetta che mi aveva spaccato le reni e tolto il respiro.
  “P-piano, ti prego!”, l’ho scongiurato.
  Devo dire che è stato bravo. Con grande dolcezza, rispettoso dei miei diritti di donna femminile, ha ripreso a muoversi. Non mi ha fatto molto male, se non nel primissimo momento. Poi, come era successo prima con le dita, il dolore ha iniziato a trasformarsi in piacere travolgente. Gionni ha cominciato ad andare avanti e indietro ad alta velocità e io ho iniziato ad accarezzarmi sempre più in fretta il bernoccolino della mia nespoletta. Siamo venuti assieme, ed è stato meraviglioso. Non credevo di poter raggiungere una tale sensazione anche in questo modo.
  Quando il trenino è uscito dalla galleria, nell’aria ho sentito un po’ di cattivo odore, diciamo di chiuso, e lui è scappato in bagno. Appena ha finito sono corsa anch’io a lavarmi, sembravo il tavolo di un macellaio e il profumo che mi sentivo addosso non era esattamente quello del bucato fresco. Però, che bello!

  Qualche sera fa, sfortunatamente, tutto quell’incanto è finito. Sono dovuta tornare a Rozzano con la signora e i bambini. Ho chiesto a Vanessa di poter usare il suo computer per rimanere in contatto con Gionni. Lui resterà in Sardegna sino alla fine di settembre (sembra che i GG abbiano trovato un cantante nuovo che rivoluzionerà le cose), poi dovrebbe tornare ad Arezzo. Mi ha giurato che mi verrà a trovare, ma dopo l’esperienza con Loris non mi fido più di questi italiani.
  Quando ci siamo salutati ho pianto come una fontana e anche lui mi è sembrato molto triste. Mi ha chiesto un paio di mutandine usate come pegno d’amore. Me le restituirà quando ci rivedremo. Gli ho regalato quelle che avevo addosso, anche se erano le mie preferite, quelle a tanga viola con il fiocchetto giallo sulla melina. Le portavo da soli tre giorni e appena gliele ho date ci ha infilato il naso. Mi ha fatto un sorriso da orecchio a orecchio e mi ha detto che le terrà sotto vetro sul comodino, perché così non evaporerà il mio profumo. Ogni mattina, quando si sveglierà, le annuserà prima del cappuccino e della sigaretta.
  Con PP, come ormai da tempo era scritto nelle stelle, è finita davvero male. Lui e la madre sono rientrati a casa prima del previsto. Durante gli ultimi giorni, quando di rado lo incontravo, mi teneva il muso e fingeva di guardare altrove. Eppure, se avessi solo lontanamente accennato a un passaggio in cabina a prendere un telo, mi si sarebbe incollato addosso con la lingua di fuori, come un cagnolino. Ma non l’ho fatto. Non credo che lo risentirò più, almeno finché non gli sarà passata, e comunque solo per amicizia.
  Tra le ultime novità, inoltre, c’è che la signora diventa sempre più isterica ogni giorno che passa. Si dovrebbe trovare un chitarrista o un pizzaiolo anche lei. Forse, negli ultimi periodi mi devo essere lasciata un po’ andare, al cuore non si comanda, e durante la scorsa settimana non ha fatto che sgridarmi. Prima perché tornavo tardi (ma era stata lei a darmi il permesso di uscire), poi perché Gionni mi mandava dei messaggi carini in piena notte (sul cellulare che lei mi ha comprato), poi perché la mia camera era in disordine. Mi ha fatto una testa così solo perché avevo bevuto un paio di birre e mi ero dimenticata di mettere la biancheria sporca nella cesta. Quando si arrabbia le dico sempre di sì e le sorrido, così, dopo un po’, le passa. Ora, per fortuna, le sue ferie sono quasi finite, per cui tra qualche giorno riprenderà a lavorare a pieno regime e sentirò meno il suo fiato sul collo. Il rientro a Rozzano, però, mi sta già dando un po’ di angoscia. Qui continuo a non conoscere anima viva e il tempo ha già iniziato a guastarsi. Non mi restano che la posta elettronica e Ninni. Già da qualche sera ho ricominciato a portarlo a spasso. È incredibile come dopo più di un mese di vacanze si ricordi con memoria elefantiaca ogni filo d’erba del suo solito campo minato. Mai visto un essere più abitudinario. Nemmeno PP era così assiduo e programmatico nel suo attaccamento alla cabina.


5 settembre

  Caro Diario,
oggi me n’è successa una davvero incredibile. Alla solita ora, alla fine di una giornata particolarmente pallosa, ero nel parco che portavo Ninni a spasso, persa nei miei pensieri. A un certo punto ho sentito una voce femminile alle mie spalle:
  “Che carino... Quanto tempo ha?”
  Mi sono girato e c’era una ragazza con dei capelli rossi bellissimi. Una di quelle che verso sera fanno jogging, ricoperte di tute colorate e scarpe aerodinamiche ultrafirmate.
  “Ma, non saprei, non è mio...”
  La tipa si è fermata, si è presentata (si chiama Monia) e abbiamo cominciato a parlare del più e del meno. Abbiamo passeggiato un po’ e mi ha raccontato di sé. È una commessa di un negozio di abbigliamento e, senza troppi giri di parole, dopo un po’, con una faccia tosta incredibile (io non avrei mai avuto un coraggio simile), mi ha detto:
  “Yula, sono omosessuale, sai? E tu mi piaci molto. Ti offendi se ti invito stasera da me?”
  Avevo già notato qualcosa di strano nel suo sguardo, molto languido e fisso nelle mie pupille, più del normale. In un primo istante devo essere ammutolita, mezza irrigidita e senza sapere che cosa dire. E ho iniziato a ragionarci su. Da un lato ero curiosa di vedere come sarebbe andata a finire, ma temevo di avere una reazione come quella volta con Petra.
  “Mah..., non saprei”
  Vistami in imbarazzo, Monia si è dimostrata molto gentile e delicata.
  “Non ti preoccupare, non sarai obbligata a venire a letto con me. Solo per passare un po’ di tempo assieme. Poi, se anche tu ne avrai voglia, lo faremo. Altrimenti amiche e basta, come prima.”
  “Mmmhh, d’accordo, così va bene. Dove abiti?”
  Ho riportato a casa Ninni e, dopo aver messo i bambini a letto, a piedi ho raggiunto Monia, che vive a qualche isolato di distanza da Vanessa, al settimo piano di un grande condominio.
  Mentre prendevo l’ascensore avevo la pelle d’oca e provavo una serie di sentimenti contrastanti. Curiosità, paura, eccitazione, buco allo stomaco, prurito ai buchi, voglia di tirarmi giù le mutande appena arrivata, voglia di premere il pulsante per tornare al pianterreno e fuggire.
  Ho suonato il campanello con la mano che tremava, ma quando Monia ha aperto in un istante mi è scomparso ogni timore. La sua casa, nonostante sia scavata in un alveare osceno, è molto carina, piena di cose colorate. Monia mi ha ricevuto avvolta in un bellissimo sari rosso, ancor più rosso dei suoi capelli, e nell’aria c’era un forte profumo di incenso.
  Mi ha baciata su una guancia, innescando in me una voglia crescente di denudarmi e diventare sua schiava, poi mi ha offerto una coppa di vino, un vero colpo di grazia. Ci siamo accomodate su un divano morbidissimo, abbiamo scambiato non più di due chiacchiere banali. A un certo punto, mi è caduto l’occhio sul suo pancino, in parte scoperto dal sari. Ho notato che dall’ombelico le scendeva, fin là sotto, una piccola autostrada di peli ricciolini, rossi e in perfetta pendant con l’abito indiano. Mi si è accelerata la salivazione, e mi ha rapita il folle pensiero di annodarglieli con la lingua. Non riuscivo a staccare gli occhi da quella pelliccina luccicante, sembrava volpe, e Monia se n’è accorta.
  “Ti piace il mio path to happiness? Sai, li chiamo così, da quando un’amica canadese me li ha battezzati la prima volta che ci ha affondato la bocca...”
  Poi, con la sua incredibile audacia, mi ha chiesto se mi piacciono i massaggi. Esiste sulla Madre Terra qualcuno a cui non piacciono?
  A domanda ovvia risposta ovvia, per cui, dopo un altro bicchiere buttato giù in un sol sorso, Monia mi ha presa per mano e portata nella camera da letto. Mi ha spogliata, lentamente, e io l’ho lasciata fare. Prima mi ha slacciato le scarpe, poi, con tutta la calma del mondo, mi ha tolto il resto. Quando ero completamente nuda mi ha dato un pareo viola e mi ci ha avvolto il bacino.
  “Stenditi, Yula. A pancia in su. Chiudi gli occhi, ascolta la musica - ha messo su un cd dei Madredeus - e rilassati. Ti piacerà.”
  Ho eseguito ogni suo consiglio, ormai mi sentivo persa e incapace di reagire.
  “Monia... solo una cosa... Ho... le mie cose.”
  “Mmmhhh, che delizia. Non sai come mi piace, dopo, specchiarmi con quella faccia da pagliaccio. Con quel sapore di marmellata di more in bocca...”
  Monia ha preso una bottiglietta dal comodino. Olio da massaggi profumato, una specie di concentrato di sesso liquido. Quando il suo aroma ha raggiunto le mie narici ho sentito i capezzoli irrigidirsi in una frazione di secondo, e nel momento in cui la sue mani cosparse di olio hanno iniziato a toccarmi i piedi e a massaggiarli la mia papayina ha preso fuoco, ha cominciato a lacrimare, a pulsare. A chiedere aiuto.
  Monia mi ha leccato e succhiato una a una le dita dei piedi, lentamente, ma stavolta non sono scappata. Per fortuna non ho sentito solletico, e se devo essere sincera ho provato tutto fuorché solletico. Le vampate di calore mi salivano su per le cosce, man mano che Monia mi cospargeva di olio, mi massaggiava prima con le mani, poi con la lingua. Arrivata al mio fiore della passione ho sentito la sua lingua che mi entrava con una voracità e, al tempo stesso, una dolcezza mai provate prima. Non ci devo aver messo più di mezzo minuto a venire, mentre lei infilava le dita nelle mie cavità, se le leccava e succhiava il mio nettare.
  Mi è sembrato di svenire, poi i violini e i violoncelli del fado mi hanno fatto riprendere i sensi. Ero attraversata da una serie di sentimenti forti: la paura di considerarmi, da quel momento in poi, bisessuale, la voglia di ricominciare subito, quella di andarmene e dimenticare tutto, un forte desiderio di gratitudine. Quest’ultimo, alla fine, ha prevalso.
  “Monia, è stato bellissimo. Come posso ringraziarti? Come posso farti sentire tutto ciò che mi hai fatto sentire?”
  “È semplice...”
  Monia si è messa a gattoni sul letto, e ha alzato la parte inferiore del sari.
  “Fai di me quello che vuoi...”
  Mi sono ritrovata a non sapere da dove cominciare. Intanto perché non l’avevo mai leccata a nessuna, e l’idea mi faceva un po’ ribrezzo. Ma come ho avvicinato il naso alla sua perla ho notato che:
1) nonostante le cretinate che si dicano in giro a riguardo delle rosse naturali, profumava di mosto e miele, con conseguente voglia irrefrenabile di affondarci la faccia;
2) un piercing spettacolare le uncinava il piccolo tratto di carne compreso tra la sua meraviglia di sopra e quella di sotto, un’opera d’arte postmoderna che non avevo mai visto prima;
3) la rossa aveva un tatuaggio spettacolare, a forma di cerchi concentrici, una specie di bersaglio, attorno al buchino didietro, il tutto circondato, come fosse un’aureola, dalla scritta Saudade.
  Tre motivi e due secondi per prendere una decisione: mi ci sono tuffata a pesce, cominciando a leccarle tutto il leccabile. Altro che cattivo sapore, nettare di-vi-no! Quando era ben bagnata, tutte le volte che passavo la lingua sul piercing, ho sentito che mugolava. Così, lentamente, ho iniziato a dargli morsetti con gli incisivi e, qua e là, a tirarlo, come un pescatore che saggia il galleggiante. Più forte tiravo e più Monia si dimenava. Un tirotto al piercing, un giro di lingua sopra, uno sotto. A forza di rimescolare il minestrone ho notato che la sua cosa, spettacolare nel genere - una melogranina apparentemente alla chemio, depilata ma con qualche inizio di peletti rossi, un imponente contrasto con il viola ciocca delle parti interne e dello spettacolare ‘sentiero della felicità’-, si è gonfiata come una seppia. Monia ha grandi labbra gonfie e dure come totani, e un clitoride che sembra l’occhio di un polipo. Non so com’è che mi sono venuti in mente questi particolari ittici, sarà stato per l’odore di pescheria. Tant’è che a forza di leccotti, morsetti, slappate, dita impazzite e arpionate al piercing, Monia è venuta, ululando. Ecco, a essere sincera devo dire che in quel momento mi sono presa un po’ di paura. Quando io vengo non faccio mica tutto quel baccano. Lei, invece, sembrava un maialino che viene squartato, non so proprio come facciano i suoi vicini. Mi è venuta in faccia, mi ha ricoperto di umore delizioso, e non me ne sono lasciato perdere nemmeno una gocciolina, ho bevuto tutto. Quelle urla, però, mi hanno quasi spaventata, per cui ho deciso che, per quanto piacevole, quello sarebbe stato il mio primo e ultimo rapporto con lei. Troppo teatrale, per i miei gusti.
  Quando mi ha riaccompagnata alla porta, mi ha accarezzato il viso, mi ha dato un bacino sulla bocca e mi ha chiesto: “Quando ci rivediamo?”
  “Mi faccio sentire io, va bene?”
  “D’accordo, quando vuoi. Sai dove abito, hai il mio telefono. È stato bellissimo.”
  “Anche per me.”
  Sono arrivata a casa che dovevo avere le febbre, tanto ero sconvolta dalla novità, dall’idea di aver infranto un tabù, dalla sensazione di confusione che mi aveva avvolta. Ho preso un’aspirina e mi sono addormentata, giurandomi che non l’avrei rivista, mai più.
  Quel piercing, però...


  8 settembre

  Caro Diario,
chiusa la parentesi con Monia (non l’ho più vista né sentita, anche se devo ammettere che sento un po’ di saudade), con Gionni è andata a finire come avrei scommesso. Dopo un paio di telefonate e altrettante e-mail alle quali ha risposto quasi subito si è fatto di nebbia. Gli ho scritto altre cinque volte, ma non ho avuto risposta. Eppure le deve aver ricevute, non mi sono tornate indietro. Da un musicista me lo dovevo aspettare, però lui mi era sembrato meno bugiardo della media.
  La vita, comunque, continua, ed è di questo che ti voglio parlare. Tre sere fa, sempre mentre ero a spasso con Ninni davanti al Bar dei Ragazzi, mi è successa un’altra cosa molto insolita. Questo splendido cane sembra avere uno strano potere su di me, si è rivelato un ottimo strumento per fare nuove amicizie. In genere, quando mi trovo all’altezza di quell’orrido rifugio di desperados, mi pare di essere la mucca fuggita dal branco, con un manipolo di bovari che mi richiama nel recinto. Mancano solo i fuochi di artificio e i traccianti da commando, tutti i mezzi e gli accessori ipotizzabili vengono utilizzati dai cow-boy del saloon per attirare la mia attenzione: rumori con la bocca, posate fatte tintinnare sui bicchieri, portacenere sbattuti sul bancone, fischi da arbitro, mazzi di carte fruscianti, fasci di luce con gli specchi, soffiate di naso, monete che cadono, sedie trascinate. Qualcuno alza il volume del televisore. Io, di fronte a richiami della foresta così poco educati, faccio sempre finta di niente. Oltrepasso il bar come se fossi sorda e cieca, fissando l’orizzonte o la punta dei miei piedi.
  Tre sere fa, però, come ti dicevo, è accaduto l’incredibile. Dal bar mi ha raggiunta una bella voce calda e maschia, mica i soliti ragli catarrosi da nicotina o da cirrosi terminale. Una sola, senza cori da stadio o da sirene da autoscontri sullo sfondo, che mi ha domandato:
  “Signorina, sarebbe così gentile da concedermi cinque minuti del suo tempo e bere qualcosa con me?”
  Sul primo momento non ci potevo credere e ho fatto finta di niente, ho pensato che fosse uno scherzo o un’allucinazione, uno stile così da circolo di bridge mi sembrava fantascienza. Poi ho girato lo sguardo e ho visto il viso di un bel ragazzo alto, con i capelli neri corvini e un giubbotto di pelle. Volto latino, direi, se questa non fosse una classificazione da cartolaie. Ho frenato di colpo. Ci ho riflettuto per circa due secondi e mezzo, poi sono tornata indietro.
  “Bene, grazie. Non si preoccupi, non voglio importunarla. È solo che la trovo molto carina e mi piacerebbe conoscerla. Ma se non ha tempo per me non mi offendo...”
  Visto da vicino il tipo doveva avere trent’anni ed era ancora più bello di quanto non mi fosse sembrato da una certa distanza. Occhi azzurri, naso aquilino, sguardo cattivo, simpatico e intelligente al tempo stesso.
  “Come ti chiami?”, gli ho chiesto.
  “Lorenzo. E... tu?”
  “Yula.”
  Mi pareva un po’ imbarazzato. Forse perché gli ho dato subito del tu, oppure perché gli ho stretto la mano prima che lo facesse lui.
  Ho legato Ninni al palo del tendone e siamo entrati nell’arena dei leoni. Il silenzio si era fatto improvvisamente inquietante - i clienti erano di colpo ammutoliti - e tutti gli occhi dei presenti, inclusi quelli dei marziani dei videogame, erano puntati su di me. Lorenzo mi ha offerto una Coca e, per godere di un po’ di privacy, ci siamo seduti al tavolino più appartato, quello d’angolo, vicino alla toilette. Il tanfo di sigaretta e di vespasiano era insopportabile, ma il Principe Azzurro mi ha tenuta incollata a quel tavolino ricoperto di mozziconi puzzosi e di carte di gelato piluccate per più di mezz’ora. Il suo stile era pieno di savuarfér.
  “Yula, posso offrirti un gelato?”
  “Sì, grazie. Bacio e cioccolato. E a te, a che gusto piace?”
  “Pistacchio e nocciola.”
  Che eleganza, mi sono detta.
  Lorenzo mi ha fatto mille domande, ha voluto sapere tutto di me, e in quei suoi fari azzurri, specie di calamite potentissime da cui non riuscivo ad allontanarmi, ho notato una luce sinergica & spermatica.
  A un certo punto ho dovuto lasciare la sua voce vellutata, dovevo riportare Ninni a casa - il povero cane aveva iniziato a guaire fuori dal bar - e i bambini mi aspettavano per la cena. Il tempo era volato senza che me ne fossi resa conto.
  “Non puoi andartene senza lasciarmi il tuo numero...”, mi ha detto mentre stavo per alzarmi, con un tono fra il supplicante e l’autoritario. Così gli ho lasciato il numero del cellulare, ci siamo scambiati un paio di baci sulle guance (il suo profumo era davvero buono!) e sono uscita.
  La sera stessa, verso le undici e mezza, mi ha mandato un messaggio sul telefonino:

  YULA, LA TUA BELLEZZA MI HA FOLGORATO. TI PENSO E NON RIESCO A DORMIRE. TI DEVO ASSOLUTAMENTE RIVEDERE. QUANDO E DOVE?

  Gli ho risposto subito e gli ho dato appuntamento presso l’ultima panchina del parco, prima del bar, per il pomeriggio seguente. Allora i bambini sarebbero andati alla festa di un amichetto e li avrei potuti lasciare là fino alle sei.

  Lorenzo si è presentato puntualmente, con un mazzo di rose rosse tra le mani. Nessuno mi aveva mai regalato dei fiori prima di chiavare. Quando ho visto quello spettacolo, occhi azzurri + rose rosse, non l’ho nemmeno lasciato parlare: gli ho leccato al volo le labbra e lui è crollato sulla panchina. Il pomeriggio si è trasformato in un torneo di lingua di ferro, con brevi pause di ossigeno e censura ogni volta che passava una mamma con la carrozzina o un tunisino in cerca di clienti.
  Nell’aria c’era un’ouverture di inverno milanese, la giornata era grigia e fredda, i tossici erano piegati sulle altre panchine, gialli come le foglie degli alberi in autunno, ma dentro io mi sentivo rovente. Anche lui doveva essere di fuoco, la fronte gli sudava e le guance erano viola. Tutto quello strofinamento, dopo un po’, ci ha fatto scivolare le mani verso il basso, presto rialzate ogni volta che arrivava qualche seccatore ficcanaso e guardone. Più in là di tanto, comunque, non siamo potuti andare. Non su una panchina a quell’ora.
  Nei giorni scorsi non ti ho accennato a questo fatto perché prima di parlartene volevo mettere Lorenzo alla prova del sessantanove. Per scaramanzia ho taciuto fino al fatto compiuto. Ieri è stato il giorno della svolta, di notte mi ha portata a casa sua per farmi all’amore (sono riuscita a strappare un permesso eccezionale alla signora), e sono state vere scintille.
  Lorenzo abita in centro, dalle parti di via Montenapoleone, e il giorno in cui lo avevo conosciuto era finito allo schifoso Bar dei Ragazzi, così mi ha raccontato, per puro caso. Si era perso in auto nel dedalo di condomini calabresi e, mentre cercava un cliente moroso (è un riscossore coatto delle assicurazioni, ogni tanto gli tocca spakkar ginocchia ai barbùn che prima si assicurano e poi non pagano), era entrato nel bar per chiedere un’informazione sulle vie. Come mi ha vista lo ha bastonato un colpo di fulmine, e in una frazione di secondo ha deciso di abbordarmi. Con galanteria, però, questo gli va riconosciuto.
  Mi ha detto di essere di famiglia benestante e di fare quel lavoro, poco in linea con il suo status socioeconomico, perché gli piace l’azione e non sopporta i furbi. Un uomo vero, anche se ha solo trent’anni. Ma veniamo al punto, come dicono gli americani. Casa sua non l’ho vista un granché, ci sono stata solo quella sera ed era tutto buio. Vive con la madre, era tardi e non la voleva svegliare. La sua camera, però, l’ho vista, e si tratta di roba di prima classe. Letto con il baldracchino, stampe indiane, mobili di Bari, parquet dappertutto e un bagno con la JA-CUZ-ZI!
  Non appena chiusa la porta ha regolato le luci al minimo, ha messo su un cd di musica stranissima tedesca e mi ha versato una coppa di vino portoghese, poi mi ha lentamente iniziato a spogliare. Avevo già cominciato a farlo da sola, ma mi ha bloccata dicendo che quello era un lavoro da uomini. Quindi ha messo in moto le bolle nella vasca e ha acceso una decina di candele, spargendole un po’ dovunque. Nell’acqua ha versato un unguento indiano che sapeva di sandalo e cannella, un regalo di un suo amico gay erborista, e la schiuma ha iniziato a montare come saliva di neonato.
  Mentre la panna lievitava mi ha tolto la felpa, il reggiseno e i pantacalze, indugiando con la lingua sul solco della mia arancina. Quando mi ha sfilato i pantacalze avrei dovuto togliermi le scarpe (dei sandali con il tacco nero e una catenina argentata che avvolge il piede), ma Lorenzo ha voluto che li tenessi. Ha passato i pantaloni attorno alle caviglie e mi ha lasciata così, in tanga e sandali. Poi mi ha fatta girare, appoggiandomi a gambe semidivaricate contro una specchiera dell’armadio. Anche se era quasi buio ho aguzzato la vista e l’ho osservato mentre in ginocchio, sembrava un musulmano in preghiera, mi leccava e mordicchiava i tendini delle caviglie. Mi è scappato un breve schizzo di pipì e mi sono sentita attraversata da scosse elettriche che partivano dalle piante dei piedi, mi percorrevano tutte le gambe, facevano un girotondo nell’occhione, proseguivano lungo la spina dorsale e terminavano come una mazzata fra il cervelletto e le orecchie. Sono venuta subito, mi è bastato meno di un minuto, non avevo mai provato una cosa del genere.
  Lorenzo ha proseguito la sua corsa folle con la lingua, salendo lentamente lungo i polpacci e le cosce, sempre da dietro. Arrivato al tanga mi ha fatto divaricare al massimo le gambe e ha iniziato a giocare con la lingua sopra dentro e sotto le mutandine. Mi ha leccata dappertutto, in ogni modo possibile, con un’intensità prima dolce e poi da ariete, variando ritmo e percussioni. A un certo punto non ce l’ho fatta più. Nonostante si lamentasse perché avevo abbandonato la posizione che mi aveva imposto, in dieci secondi netti l’ho spogliato e mi sono tuffata a fauci spalancate sul suo cicciolo durissimo. Ero impazzita, non sapevo come ringraziarlo di tutto ciò che mi aveva appena regalato, e l’ho leccato, succhiato, mordicchiato, masturbato con una foga che ha sorpreso me stessa. Ho ingoiato avidamente il suo seme caldo, abbondante e delizioso. Me ne ha riversato così tanto nel palato che per un istante mi è andato di traverso, ma un paio di colpetti di tosse mi hanno rimesso a posto l’apparato respiratorio-digerente.
  Siamo rimasti sdraiati, inebetiti e spossati per un paio di minuti sul pavimento, poi lui si è ripreso e mi ha offerto un’altra coppa di vino. Ho scoperto che nulla più del Mateus ha la capacità di sciogliere i residui di seme incollati al palato, e ti assicuro che l’unione di quei sapori è stata, da sola, un altro orgasmo. In giro c’è qualche fighetto che sorseggia quel vino con il prosciutto e il melone, ma non ha capito nulla. La vera morte sua è quella. Penis et circenses, così dicevano gli antichi romani.
  L’ebbrezza alcolica, oltre al fatto che la schiuma stava tracimando, ci ha spinti a ricominciare, questa volta nella vasca. L’ho fatto stare in piedi e l’ho insaponato tutto, per benino, adagio. Dopo averlo ricoperto di unguento nella zona dell’inguine, massaggiandogli delicatamente la borsetta, e ripulendogli la punta del coso, ho cominciato a rianimarlo con la bocca. Sarà stato il potere del vino, ma la sua pertica ha ripreso vita quasi subito, richiamata all’amore dai miei stantuffii gutturali. Con la punta della lingua l’ho lavorato come giesù comanda, con giri circolari profondi e appassionati, prima attorno alla tesa del suo Borsalino, poi, con precisione da agopuntura, nel buchino della testina. Quest’ultima pratica mi sembra aver avuto un particolare successo.
  Ritornato completamente alla vita, Lorenzo mi ha prima messa a schiena in giù e, inginocchiato, mi è entrato davanti mentre mi teneva le gambe verticali e mi mordeva i calcagni. Poi ha iniziato a succhiarmi avidamente gli alluci e a quel punto ho deciso di infilarmi un dito didietro, da sola, da sotto il livello dell’acqua, mentre lui mi penetrava con sempre più forza. Deve aver colto il mio spirito di iniziativa, per cui mi ha fatta girare ancora una volta e, sempre previo giro di unguento, mi ha spalmato, infilandoci spesso e volentieri il pollice, il buchino di servizio. Quindi è arrivato con la tromba e la cavalleria e ha preso a sfondarmi prima dietro poi davanti, in un’alternanza democratica a tutte le voci e le minoranze del parlamento. Quel ping-pong mi ha fatta sentire come un hangar pieno di aerei che vanno e vengono, colma sino ai limiti della capacità max. Dopo una dozzina di complimenti a entrambe le autostrade del sentimento siamo venuti assieme con un urlo lacerante. La madre non si è svegliata solo perché la casa deve essere molto grande e il tum-tum dello stereo deve aver coperto il nostro grido di passione. Ma scommetto che qualche inquilino di sopra o di sotto si deve essere rigirato nel letto dicendo cose brutte.
  Lorenzo mi ha riaccompagnata a casa alle quattro e la mattina dopo ero uno straccio, ma felicissima. Dopo questa nuova esperienza mi sono convinta di due cose: che gli uomini non sono tutti topi da bar e che devo avere piedi molto erogeni. Tutti i miei fidanzati/e non fanno altro che leccarmeli, succhiarmeli, mordicchiarmeli. Io non ci trovo nulla di particolare, mi sembrano abbastanza nella media, ma da un po’ di tempo ho iniziato a curarli di più. Taglio le unghie e gli do lo smalto ogni tre giorni. E poi me li lavo cinque-sei volte al giorno. Sai mai che non mi capiti un incontro casuale e non dovessero profumare di rose.


Subject: Sempre più troia
Date: Tue, 10 September 2000 00:15:52 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Cara Luana,
grazie per le tue mail, sempre graditissime. Scusa se ti rispondo solo quando posso, il lavoro mi strangola e alla sera sono sempre stanca morta. Perdonami anche per la mia monotematicità ma, lo sai, le questioni di baby-sitter mi stanno agitando parecchio e tu sei l’unica che, forse, può capirmi. Soprattutto ascoltarmi. Veniamo al punto: la ragazzotta che stipendio lautamente per allevare i miei figli sembra avere un solo scopo nella vita, trombare. Per fortuna i ragazzi sono troppo piccoli e, almeno per il momento, Yula non ha dato segni di attaccarsi ai loro pistolini e succhiarli mentre gli fa il bagno, ma il rischio, per il futuro, è alto. È nella fase della scoperta e della sperimentazione, credo che non disdegni alcun tipo di cavia. Negli ultimi giorni ha trovato un nuovo fidanzato: di notte esce sempre più spesso e rientra ogni volta più tardi, a volte poco prima dell’alba. Durante la giornata, quando dovrebbe lavorare, è costantemente inebetita e fa una cosa su quattro di quelle che le chiedo. Alle mie lamentele si giustifica con sfilze di SÌ, HA RAGIONE e SCUSI, ME N’ERO DIMENTICATA, belle frasi pronunciate con il sorriso sulla bocca che non risolvono la situazione. Per esempio sembra dimenticarsi regolarmente di comprare il latte fresco per il giorno dopo. Non so quante volte ci ho dovuto pensare io, oppure bere quello schifo a lunga conservazione. I negozi qua attorno erano già chiusi e la zoccola se n’era scordata, per la millesima volta.
Dopo che è rientrata dai suoi bagordi discotecari - la scusa ufficiale per uscire - non fa che ricevere rumorosi messaggi sul cellulare. Quando glielo comprai le dissi che le sarebbe servito per essere rintracciabile in ogni momento, e davo per scontato che chi dovesse cercarla fossi io, non qualche arrapato raccattato chissà dove. La fanciulla, in effetti, non si è lasciata sfuggire l’occasione per scovare questo nuovo fidanzato, mentre era in giro con il cane. Il tipo l’ha abbordata davanti a un bar con la scusa più banale della storia dopo il che ora è/ha da accendere? E lei ora ci scopa. Tutti questi particolari, ovviamente, non me li ha raccontati lei - con me non parla più di tanto e credo che faccia la finta tonta -, ma li ho scoperti in modo fortuito: concedimi ancora due righe per sfogarmi, poi ti dirò come.
La camera in cui alloggia è un immondezzaio, sembra il deposito di un robivecchi: è zeppa di cataste di indumenti luridi appallottolati, tampax usati maleodoranti nel cestino e bottiglie di birra vuote, credo che uno di questi giorni dovrò chiamare un disinfestatore a ripulire quel fienile con le zecche e gli scarafaggi.
Ma non è tutto, e qui veniamo al bello della vicenda. Ieri notte, mentre era fuori, ho ficcanasato un po’ tra le sue cose. Sì, lo so, non è giusto, ma intuirai la mia apprensione per capire fino in fondo chi/che cosa ho introdotto in casa. In un cassetto, tra una confezione di pillole del giorno dopo e una di preservativi, ho trovato la bomba atomica: il suo diario! È in un ottimo italiano – nello scriverlo si deve essere imposta la nostra lingua per migliorarla - e lo tiene da circa tre mesi. Dunque non è così scema come sembra. Non sono riuscita a trattenermi dal leggerlo tutto d’un fiato. Ho fatto le tre di notte per arrivare all’ultima pagina e mi devo ancora riprendere dallo shock. Yula ha annotato ogni cosa che le è capitata più o meno fin dai tempi dell’infanzia in quel paesino sperduto da cui proviene e da quando è arrivata in Italia. Le sorprese non sono state poche. Innanzitutto l’ingenuità infantile e al tempo stesso lussuriosa con cui descrive le sue evoluzioni sessuali, di ieri e di oggi. Sotto quella patina candida di ragazzina si nasconde una specie di maniaca sessuale. Usa un vocabolario da scaricatore imparato chissà da chi, e sembra che per lei l’amore sia solo una questione di metrature e macelleria: il suo diario pare la sceneggiatura di un film porno-sociale. La parte che più mi ha colpita e ferita, però, è la descrizione che fa di me e dei bambini. Non ti riferisco parola per parola, farebbe troppo male, ma ti basti sapere che invece di essermi grata per averle salvato il culo dal lavoro autonomo sui viali mi ha descritta come una specie di arpia nazista, con occasionali sprazzi di bontà, maniaca del lavoro e bisognosa di affetto spugnoso e longilineo. Mi sento tradita. Però non ne posso più di cambiare baby-sitter, anche perché i bambini si affezionano, e ogni volta che una scompare dalla loro vita è un trauma. Non voglio licenziarla, non ora, e comunque non prima di aver trovato una sostituta attraverso quell’agenzia schifosa (a proposito, ne conosci un’altra affidabile?). Forse questa è la volta buona in cui taglio lo stipendio a quei trafficanti di carne e passo alla concorrenza. Voglio aspettare, vedere fino a che punto arriverà la serva ninfomane. Intanto mi terrò informata sui suoi movimenti e continuerò a spiare la sua letteratura da barbiere. Farò finta di niente, come se non avessi trovato il suo confessionale.
A questo punto, però, mi sorgono altri due grossi dubbi. Primo: può leggere la mia posta elettronica. Le concedo l’uso del computer per continuare a corrispondersi con le sue amiche ungheresi e con il suo fidanzato estivo chitarrista, che peraltro mi sembra di capire si sia fatto di nebbia. Non vorrei che, mentre è sul PC, abbia la mia stessa idea da FBI. Per cui da oggi ho deciso che archivierò la nostra corrispondenza in un file supersegreto, nascosto nella cantina della memoria del computer, e sul desktop lascerò alcune brevi, false e-mail in cui continuo a scriverti elogiando le sue lodi. Così non si accorgerà della mia opera investigativa. Se le proibissi l’uso del computer e se smettessi improvvisamente di scriverti e mi stesse già tenendo sotto controllo (magari ha già letto quanto ti ho scritto fino a oggi) si potrebbe insospettire e fare lo stesso con il suo diario. Si metterebbe a scrivere in ungherese e... addio. Voglio che continui a raccontare la (sua) verità e nient’altro che la verità, senza peli, suoi o di altri, sulla lingua. Fingerò che tutto continui come sempre, e vediamo dove andremo a finire.
L’altro problema, da non sottovalutare, è la mia nuova relazione con Paolo, un broker che ho conosciuto qualche giorno fa e di cui non ti avevo ancora parlato. Mi piace parecchio e abbiamo già fatto del sesso molto piacevole. Prima o poi vorrei portarlo a casa. Non voglio dire che sto cercando un secondo padre per i bambini, ma un po' di presenza maschile adulta, a parte le apparizioni disastrose e saltuarie di Massimo che gli ha permesso il giudice, non gli farebbero certo male. Se questo accadrà, comunque, riguarderà il futuro. Per il momento mi accontenterei di invitarlo qualche volta a cena e di farlo rimanere a dormire, ma con la Circe libera per casa non vorrei rischiare di andare un momento in cantina a prendere una bottiglia di vino e al ritorno ritrovarmela col suo uccello in gola. Forse in casa mi sono messa una tigre. Nei prossimi giorni ti dirò che piega ha preso questa odissea.
Per il momento, piuttosto tesa, ti bacio e ti abbraccio.
Vanessa
P.S.: consigli sempre benvenuti


  14 settembre

  Caro Diario,
la situazione in casa sembra peggiorare. La signora non fa che sgridarmi, pare che tutto quello che faccio non vada bene. Forse ho un po’ la testa altrove, penso sempre a Lorenzo e mi dimentico di fare piccole cose, come comprare il latte, che però agli occhi di Vanessa sembrano enormi. Quando è a casa passa il tempo a controllarmi. Trova sempre la mia camera in disordine (ma che gliene frega, ci devo vivere io, mica lei), si lamenta perché mangio troppo (mi ha detto lei di prendere quello che voglio dal frigo) o perché ricevo messaggi sul telefono. Non so più che cosa fare, cerco di dare il meglio di me, ho persino preso a lavare i piatti ogni sera e a preparare qualche piatto per la cena. L’altra sera mi ha sgridato perché nell’insalata di riso ci ho messo tre buste intere di würstel, pensavo di fare una cosa buona a insaporirla un po’, ma anche questa volta, a quanto pare, ho sbagliato. Di conseguenza faccio sempre più fatica e mi sembra di sbagliare tutto. Sfogo lo stress rimanendo fuori con Ninni ogni giorno di più e non perdo occasione per vedermi con Lorenzo. Facciamo all’amore tutte le volte che ci incontriamo e ormai sono stata a casa sua in più occasioni. Ho conosciuto la madre, Liliana, una donna anziana molto chic della borghesia milanese. È piena di puzze sotto il naso ma molto educata, e ogni volta che mi vede mi tratta formalmente, con troppa gentilezza. Mi fa sempre le stesse domande, deve essere un po’ svanita, e io, ovviamente, le do sempre le stesse risposte. Da come mi parla mi dà l’idea che mi consideri l’ennesima conquista del figlio, l’ultima auto, passeggera e a breve scadenza. A me, però, Lorenzo piace sul serio e spero che la nostra bellissima relazione duri più a lungo possibile. Ogni volta che ci vediamo si inventa qualcosa di nuovo, è un vero fantasista della ginnastica amorosa. Pensa che da quando ha scoperto le mie capacità urinarie nei momenti della passione ci ha preso un gusto tale che passa ore a masticarmi la ciliegina, in fervida attesa che lo zampillo gli innaffi la bocca. Non inghiotte la mia anima liquida, non è così sozzo, però ama ricoprirsene la faccia mentre annaspa nei miei sughi. A volte sembra usarla come collutorio. Io trovo questa pratica un po’ schifosetta, ma al sentimento non si comanda. A lui piace da morire e quando mi scappa mi scappa, non ce la faccio proprio a trattenermi.
  Ah, importantissimo. Ieri, finalmente, ho ricevuto la prima lettera dai miei (gli ho dato un indirizzo di fermoposta a cui scrivermi). Mi sono sembrati felici per la mia situazione, anche se tra le righe ho letto un po’ di apprensione. Stanno bene e mi chiedono quando li andrò a trovare. Le cose a Gyula continuano come sempre, il solito tran-tran. Continuo anche a corrispondermi con Ruzena, Petra e le altre, via posta elettronica. Stanno tutte bene e mi raccontano che le fughe dal paese sono un po’ diminuite dopo la mia. Sembra che la situazione economica sia migliorata e che i brutti racconti di ragazze emigrate come me, che hanno avuto esperienze poco piacevoli in Europa Occidentale, abbiano rallentato l’esodo.
  Stasera dovrei andare per la prima volta in discoteca con Lorenzo. Fino a oggi quella della discoteca è stata solo una scusa per giustificare la mia assenza, anche se in realtà ci sprangavamo in casa a fare cosine. È da un po’, però, che mi parla con insistenza dei suoi amici, sembra scalpitare per farmeli conoscere. Io sto molto bene anche quando siamo da soli, ma ci tiene, e quindi stasera lo asseconderò. E poi sono curiosa. Di lui so ben poco, se non tutto ciò che realmente è necessario.
  Ti racconterò. Per il momento passo e chiudo.


  16 settembre

  Caro Diario,
due sere fa sono stata con Lorenzo alla discoteca Taf-Taf, specializzata in musica africana. Il posto non è male, arredato con cose strane e con un gran odore di paglia bruciata. Lorenzo mi ha spiegato che quel puzzo veniva dalle strane sigarette dei clienti, fra cui i suoi amici. Uno di loro, Gigi, me ne ha offerta una, ma ho rifiutato gentilmente. Infilarmi in bocca una cosa con quell’odoraccio?
  Ho ballato un po’ con Lorenzo, era da tempo che non muovevo le anche e ne avevo molta voglia, anche se quella musica aveva un ritmo al quale non ero abituata, per cui i risultati sono stati così così. L’aspetto più interessante della serata, però, è stata la conoscenza dei suoi amici. Tutti maschi, nessuno era con una ragazza, avevano una strana luce negli occhi, la stessa che spesso colgo in quelli di Lorenzo. Ogni particolare di quella serata, a pensarci bene, mi è sembrato piuttosto strano.
  Gigi, quello della sigaretta al fieno, è un tipo grassoccio, con le guance rosse e il naso a patata, ma ha dei bei riccioli castani. Fa il rappresentante di piastrelle o di articoli da ferramenta, non ricordo bene. Morris, alto e con una camicia bianca stirata in maniera impeccabile, ha un viso interessante, seppure rovinato dai ricordi dell’acne e da un paio di occhiali assurdi. Fa il manager in qualche industria che ha a che fare con la televisione. Christian, il più carino del gruppo (dopo, è ovvio, il mio Lorenzo), ha una carnagione scura e capelli tagliati a spazzola. Fisico da culturista e una strana voce con l’erre moscia, lavora come grafico in un’agenzia di pubblicità. Steve, l’ultimo, ha i capelli rossi e porta ridicole basette, ma mi è sembrato il più simpatico di tutti. Ogni volta che ha aperto bocca ha detto qualcosa che ci ha fatti ridere. Credo che non faccia nulla, cioè, è ricco e vive di rendita. Mi ha detto che traffica con l’arte, ma non ho ben capito se per produrla o venderla. Artista, diciamo.
  Ti raccontavo della ‘stana luce’ nei loro occhi. Strana nel senso che, non appena ho stretto la mano uno a uno, mi hanno mandato un breve ma chiaro lampo tra il languido e il lussurioso. Questa impressione l’ho avuta ancor più dopo che ho fatto un giro di pista con ognuno di loro, soprattutto quando ho ballato con Christian.
  “Scusa, Yula”, mi ha bisbigliato in un orecchio, mentre mi stringeva durante un lento.
  “Scusa di che?”
  “Scusa se ce l’ho duro.”
  “Figurati.”
  Gli amici del mio fidanzo sono tutti bei ragazzi, per cui Lorenzo non deve essere geloso e si deve fidare ciecamente: altrimenti non me li avrebbe presentati, né mi avrebbe permesso di danzare con loro. Sono amici di lunga data e non credo che abbia il minimo dubbio sulla loro o sulla mia fedeltà. Però, anche se sono convinta di tutto ciò, quella sera ho avuto l’impressione che se fossi rimasta da sola con loro, uno a uno, le cose sarebbero andate diversamente. Io, d’altronde, sono innamoratissima di Lorenzo, per cui non mi interessa cercare altrove quello che lui mi dà così generosamente. La luce negli occhi dei suoi amici, tuttavia, mi ha un po’ annodato lo stomaco, mi sono sentita stuprata con gli occhi, e quando siamo andati a casa sua abbiamo fatto all’amore con tale foga (soprattutto io, dentro mi si era scatenata una tigre) che gli ho ribaltato un comodino. Cadendo ha fatto un gran baccano, ma la madre, dev’essere proprio sorda, anche stavolta non ha dato segnali di vita. È vecchia, forse non ci sente un granché.
  Sul fronte domestico, invece, siamo alle solite. Ieri la signora mi ha fatto una predica interminabile perché, così dice, le ho divorato tutto il ragù. L’altra sera ne aveva fatto una terrina e io ne avrò presi sì e no un paio di cucchiai, magari tre, non di più, per farci merenda con il pane. Alla sera, tornata dal lavoro, si è infuriata come una tarantolata e io ho avuto un bel da spiegare che ne avevo preso solo un po’. Non mi ha voluto ascoltare. D’ora in poi mi dovrò regolare anche con il cibo, dunque. Questo lavoro sta diventando una condanna, e la casa una galera. Le ore di passione trascorse con Lorenzo, però, mi fanno dimenticare la mia vita da caserma. In fondo posso vivere anche senza ragù.


Subject: La serva e la discoteca
Date: Wed, 18 September 2000 23:15:01 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Cara Luana,
qualche sera fa il nuovo fidanzo ha portato Yula in discoteca e ho trovato particolarmente interessante ciò che lei ha annotato sul suo diario dell’ostia. Il montone le ha presentato quattro amici dallo sguardo spermatico, che come l’hanno vista hanno cominciato a spogliarla con gli occhi. Per l’occasione Yula è uscita con la sua mise più in voga del momento, gilè di gatto e stivali viola con la punta di pitone. Lei si giura di essere molto innamorata del suo Lorenzo, ma ho come il presentimento che prima o poi ci scapperà il corno, forse più d’uno. Ormai credo di conoscerla, mi sembra assolutamente incapace di resistere a qualsiasi tentazione che abbia la forma di un cazzo.
La gran vacca chiude la sua posta del cuore con una serie di lamentazioni sulle mie ultime sgridate. L’idrovora mi ha sventrato il frigo, a forza di aprirlo e chiuderlo i cardini stanno cedendo. E se gli specchi non sono un’opinione, Yula sta ingrassando a vista d’occhio. L’ultima overdose di cibo è stata un’intera cofana di ragù che avevo preparato per i ragazzi e che lei ha spazzolato con quattro cucchiaiate. Mandibola spannata sostiene di averne mangiato non più di due o tre cucchiaini da caffè, ma nella pentola, in origine, di ragù c’erano due o tre badili.
Chi si è mangiato il resto? I topi? È evaporato?
Sempre tua, sempre più isterica,
Vanessa


  20 settembre

  Caro Diario,
c’è una cosa di Lorenzo che sta cominciando a darmi sui nervi. Io lo amo, stiamo assieme già da un po’, eppure tutte le volte che incontriamo qualcuno per me nuovo - suoi amici, conoscenti o parenti - mi presenta come ‘amica’. Senz’altro non sono una sua nemica, né mi illudo che un giorno di questi mi proponga di accompagnarlo all’altare, ma è pure vero che sto con lui da un tempo sufficiente per potermi considerare la sua fidanzata ufficiale. D’altronde gli ho dato tutte le prove del mio affetto, e non può certo reclamare che sia poco generosa. Ogni volta che pronuncia la parola amica mi fa imbestialire, ma non dico nulla, non vorrei che si arrabbiasse.
  Un’altra cosa che mi dà parecchio fastidio, e che colgo fra le righe dei nostri discorsi, anche se non ne abbiamo mai parlato apertamente, è che mi deve considerare come una specie di cretina semianalfabeta. Faccio di tutto per migliorare il mio italiano, leggo ogni foglio stampato che mi capita fra le mani, eppure ogni tanto lui mi lancia qualche battutina acida del tipo “Come, non sai chi è XZY?” o “Sul serio non hai mai visto KWY?”, o ancora “Davvero non hai mai letto ZXK?”. Insomma, mi fa sentire una povera ignorante terzomondista e divento rossa come un peperone. Però, anche in questo caso, taccio per evitare discussioni.
  Ho parlato alla signora dei miei problemi con Lorenzo, anche per cercare di avvicinarmi un po’ a lei, che in questo periodo mi sembra parecchio incarognita nei miei confronti. Quando lo ho spiegato la storia dell’amica e del gap culturale mi ha guardata allibita, in silenzio, almeno all’inizio. Forse non si aspettava una tale confidenza da parte mia, abitua com’è solo a darmi ordini e sgridate. Poi, però, si è lasciata andare e mi ha regalato la sua opinione, lucida e distaccata.
  “Yula, gli uomini sono fatti così, soprattutto se non li fai penare un po’ per ottenere ciò che vogliono. Appena si sono sfogati cominciano ad allargarsi, a trovare qualcosa che non va, a rompere l’anima. Inoltre hanno questa caratteristica meschina di chiamare ‘amiche’ le fidanzate socialmente inadeguate, ma più che adeguate a spostare comodini. Scusa, niente di personale, non che io ti reputi ‘socialmente inadeguata’. Dovresti solo fare più attenzione a non concederti con facilità. Fallo sudare di più, inventati qualcosa, fallo soffrire un po’, magari fallo ingelosire. Vedrai che diventerà un agnellino, che inizierà a rispettarti e a presentarti come fidanzata, con tutti gli onori, ai pranzi di gala. E poi, visto che ci siamo, credo che anche il lavoro ti possa dare una mano a rimetterti in carreggiata. Concentrati di più su ciò che fai, mangia di meno, tieni pulita la casa, soprattutto la tua camera. Scopa tutti i giorni.”
  Questa è l’ultima frase che mi ha detto, e devo ammettere che mi ha lasciata interdetta. Forse Vanessa si riferiva letteralmente alla pulizia domestica, ma se non sono poi così scema fra le righe ci leggo un consiglio forte e chiaro. Forse la signora si vergognava di dirmi ciò che realmente pensava, quello che lei avrebbe fatto al mio posto, e me lo ha voluto celare con un gioco di parole piuttosto da osteria. Comunque sia, ho deciso che la prenderò alla lettera, Lorenzo è uno stronzo e se lo merita. D’ora in poi scoperò tutti i giorni, sotto e sopra i letti. La vita è breve e i suoi ‘amici’ non aspettano altro.


Subject: Confidenze del cuore
Date: Sat, 21 September 2000 22:05:31 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Carissima Luana,
ecco le ultime dal fronte. Yula ha deciso di confidarmi i suoi patemi d’animo, in uno slancio di confidenza che sa tanto di manovra tattica, di PR per coprire gli orrori del ragù, del letame nella sua camera, dell’assenteismo dal lavoro. Comunque sia, la giovane mi ha aperto il cuore, esponendomi la classica questione del fidanzato che la tromba ma che in pubblico la presenta come ‘amica’, schifato per la sua ignoranza da extracomunitaria. Ho cercato di spiegarle che tutti gli uomini sono fatti così e, cercando di prendere due piccioni con una fava, le ho consigliato di applicarsi di più sul lavoro, motivo principale, peraltro, per cui la stipendio. Le ho detto letteralmente di “scopare tutti i giorni”, ovviamente intendendo il pavimento del fienile che ha in camera. Leggendo il suo diario, però, ho capito che la mula non ha inteso nulla, anzi, l’esatto contrario. Prevedo un’escalation di pompini a tutta le cerchia di amici di ‘sto Lorenzo, programmatica e premeditata, come farmaco antifidanzato cretino. Tocco ferro, ma mi sa che nei prossimi giorni ne vedrò delle belle. Ti terrò al corrente, come sempre, appena avrò qualche novità.
Un abbraccio
Vanessa


  24 settembre

  Caro Diario,
Lorenzo non ha minimamente accennato a migliorare il suo modo di trattarmi. Continuiamo a fare l’amore e a uscire insieme, ma ho iniziato a vedere anche i suoi amici. Tutto è iniziato un paio di sere fa, quando Lorenzo stesso ha proposto ai quattro moschettieri di darmi i loro numeri di cellulare. “Così, quando vuoi uscire e io magari sono impegnato, puoi farlo con qualcuno di loro.” In principio sono rimasta interdetta, o lui si fida ciecamente, di loro e di me, o non si è accorto di come i quattro mi guardano. Oppure ancora, si è accorto di tutto ma non gliene frega niente. E così, l’indomani, quando è dovuto andare a Torino per un paio di giorni, ho iniziato dal primo in ordine alfabetico, non a caso il più carino.
  Al telefono Christian si è dimostrato estremamente felice di sentirmi e di portarmi al cinema, tant’è che a metà del primo tempo di Proposta indecente avevo la sua lingua che giocava a braccio di ferro con la mia. Nella sala c’era poca gente e ci eravamo seduti nella prima fila. Christian mi ha detto di preferire quei posti perché detesta i commentatori da retrovia, i telefonisti a oltranza, gli sgranocchiatori di pop-corn e i ginocchiatori di poltrone, ma mi sa tanto che era una scusa per rimanere lontani da occhi indiscreti, dove potermi saltare addosso a volonté. Infatti, a un certo punto ha preso il suo Twix®, quel doppio bastoncino di cioccolata delizioso, e me l’ha infilato lentamente su per la peschina, quasi fino in fondo. Poi l’ha estratto, tutto bagnaticcio, e se l’è mangiato avidamente. Cafone, non me ne ha offerto nemmeno un pezzettino.
  A dire il vero non ricordo bene se è stato lui a saltare addosso a me o se io a lui. Comunque sia, siamo usciti a metà del secondo tempo, ormai il film non lo stava guardando più nessuno, e mi ha tutta trombata nel parcheggio, dopo aver leccato per benino la cioccolata che era rimasta, dentro al suo fuoristrada grande come un monolocale. All’inizio temevo che qualcuno ci potesse vedere, ma lui non mi sembrava dare grossa importanza ai passanti che si bloccavano davanti ai finestrini, sorridevano inebetiti e poi riprendevano il loro destino cinefilo, mentre lui mi stantuffava la ceppa in gola.
  In realtà avevo cominciato io a prendere l’iniziativa (all’inizio mi sembrava un po’ impacciato e dubbioso), tirandogli giù i pantaloni e quelle ridicole mutande nere aderenti. Roba da checche, non so proprio come faccia a portarle. Poi, però, improvvisamente entusiasta del mio tanto ardire, ha reclinato il sedile e mi è saltato sopra, cavalcando la mia bocca con il suo cambio che mi curiosava nell’epiglottide. Sentivo la sua punta che cercava e tamburellava le mie guance, dall’interno. Non mi era mai successo prima di essere amata in bocca in questa maniera, e quando è venuto ormai soffocavo, sia per l’abbondanza del suo siero sia perché proprio in quel momento una signora in pelliccia ha iniziato a bussare sul finestrino chiedendo se ce ne stessimo andando. La vecchia voleva parcheggiare e portava occhiali spessi come fondi di damigiana, per cui non si era subito resa conto di ciò che stavamo facendo. Ma ha capito tutto non appena Christian ha abbassato il finestrino, con il coso a mezz’asta ancora sgocciolante e io che annaspavo in quella melma.
  “Desidera, Signora?”
  “Scusino, state per... Oh mamma mia santissima Signora del Carmine. Scusate. Cioè. Maiali.”
  Se n’è andata facendosi il segno della croce tra i peli della lontra, mentre Christian asciugava i suoi con un foglio di giornale. Io mi sono attaccata alle mentine per sciacquare quel sapore di ricotta vecchia.
  Proposta indecente. Bel film. Forse.


  25 settembre

  Caro Diario,
altre ventiquattro ore, altro giro. La mia tabella di marcia non la ferma più nessuno. All’ora del tè ho chiamato Gigi, il secondo della lista, ma secondo solo per nome. In effetti il ragazzo, di fronte a una pizza, ha aperto il rubinetto dei ricordi e si è dimostrato un vero fighunter, un’autentica miniera di esperienze sessuali, soprattutto esterofile. Turista sessuale, si è autodefinito alla seconda forchettata, senz’alcuna forma di pudore eticamente e geopoliticamente corretto.
“Una volta ero in Brasile, a Jericoacoara, una splendida spiaggia del Nord-est, tutta dune e scintillanti tramonti. Il posto, di solito, è un gran bel vivaio di sorca. Turiste pauliste con la smania di regalarla durante i periodi di ferie, tra una caipirinha e l’altra. Solo che io ci arrivai nel periodo più sbagliato, durante la stagione delle piogge. Passai quindici giorni in camera a sognare donne inesistenti, e al sedicesimo fuggii a Fortaleza, la capitale regionale, a caccia della prima piranha a tassametro. Non ne potevo più, dovevo assolutamente fare festa. Il mio karma, però, in quei giorni doveva essere sottozero, per cui, nonostante l’impegno, non riuscii a raccattare una mercenaria che fosse una. Bassa stagione in tutti i settori. Quando ormai ero sull’orlo del suicidio, e mi stavo abituando all’idea di andare a letto ancora una volta da solo a schiacciare zanzare con la cappella, mi sedetti a un bar del lungomare per affogare la depressione in un guaraná. Presto mi accorsi che la barista era parecchio caruccia e innescammo un dialogo ad alta concentrazione erogena. In inglese, perché il mio portuguèsh era sottozero.
“Where are you from?”
“Italy.”
“Ah Italian, then you’re a 3 F man.”
“Ehhhhhhhhh????????? Three what?!”
“Yeah, Italian people are known all over the world for the 3 F: food, fashion and fuck.”
La tipa sprizzava sesso da tutti i pori e dopo dieci minuti le avevo già proposto di venire con me a Jericoacoara in luna di miele. “Let’s go!”, mi disse al volo, dopo aver consultato il suo socio. Come aggirò il bancone, però, mi resi conto che era poliomielitica, sciancata all’ennesima potenza. A ogni passo barcollava. Mi crollò di colpo ogni castello di fantasie erotiche che mi ero costruito. Saliti sull’autobus diretto all’autostazione, aspettai che fosse entrata e si fosse seduta, poi mi fiondai giù dal bus. La lasciai lì, a bocca spalancata, diretta verso qualche capolinea nella favela. Tanto non mi poteva mica correre dietro.
Un’altra volta, a Cuba, tirai su una jinetera, una cavalcatrice di turisti professionista, con tanto di laurea in sociologia. Mi portò a casa sua, mi buttò sul letto e mi trombò. Nella penombra dell’apagón notai un particolare strano. Durante lo stantuffìo, il su-e-giù, mi accorsi che muoveva ritmicamente la testa, in sintonia con i movimenti delle anche, emettendo gridolini e smorfiette. Dopo qualche colpetto capii perché: la cavalla aveva i capelli così lunghi che le finivano nella sorca, il mio coso faceva da mazzetta nel pestello, a ogni colpo che affondavo le tiravo i capelli. A fine corsa la vidi estrarre il preservativo pieno e ricoperto di peli, annodarlo e riporlo in un cassetto.
“Che ci fai?”, le domandai curiosissimo. Ce n’erano molti nel cassetto?
“È per il caffelatte di domattina, proteine”, rispose.
  A un certo punto ho dovuto interrompere le sue rimembranze da turisex, sarebbe stato capace di andare avanti tutta la notte con l’album delle fotografie.
  “Senti, Gigi, veniamo a noi. Ormai ho capito che hai un curriculum davvero invidiabile. Che ne diresti, per una volta, di fare un giro senza pagare?”
  L’ho visto sbiancare di colpo, con la pizza che gli ingolfava le ganasce grassocce. Colpi di tosse, poi la fronte paonazza, le vene del collo annodate, un bicchiere d’acqua a spegnere l’incendio, quindi mezzo secondo di indecisione.
  “Dove andiamo?”
  “Bagno?”
  “Ok.”
  Ci siamo catapultati in quello delle donne, di solito è più pulito. Prima io in avanscoperta, poi lui. Il loculo era grande un metro per due, e sì e no ci stava Gigi, in piedi. Il ragazzo, in effetti, ha una bella stazza. Mi ha fatta girare, mi ha tirato giù gonna, mutandine e, dopo qualche leccatina di assaggio alle quattro stagioni, mi è entrato didietro con sentimento. Il cretino, però, si è dimenticato di chiudere la porta, per cui improvvisamente la ragazza delle pulizie è entrata con lo scopone e il secchio nelle mani e ha visto il muflone sudato che stantuffava ansimando. La pulicessi ha richiuso al volo la porta, tra mille “scusate, scusate”.
  A fine sessione ci siamo sistemati i vestiti e siamo ritornati al tavolo, con lui ancora tutto sudato e io un filino dolorante. Gigi non ha solo la pancia, di grosso. Poi mi ha riaccompagnata a casa, e io ho annotato un’altra tacca sulla tua copertina, caro Diario.
  Che sia diventata ninfomane?


Subject: Zoccola terminale
Date: Thu, 26 September 2000 23:58:41 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Cara Luana,
dopo l’ultima sbirciatina al diario della mungisperma sono allibita. Yula ha iniziato sistematicamente a cornificare Lorenzo con i suoi cosiddetti amici. Per ora ha AGGIUNTO DUE NUOVE TACCHE ALLA COPERTINA DEL DIARIO, così ha scritto lei stessa nel suo contenitore di porcate, e prevedo che nei prossimi giorni ne collezionerà un altro paio, non appena avrà terminato il giro di boa dell’entourage dell’assicuratore. Oltre alla premeditazione, ciò che più sconvolge, non senza un pizzico di invidia, è il modo in cui lo fa: ogni volta una location diversa, una pagina differente del Kamasutra in salsa moderna. Sui sedili dell’auto, nel bagno di una pizzeria, ecc. La giovane, peraltro, inizia ad avere dubbi sulla propria stabilità sessuale, tant’è che ha scritto “Che sia diventata ninfomane?”. Dunque, almeno, si rende vagamente conto di ciò che sta facendo, non è del tutto incosciente riguardo alla propria sessualità alla deriva. Le mancano solo la zoofilia e la coprofilia, ma non mi sento di escludere che prima o poi, nella sua ricerca dell’illuminazione, passando per mazzi di cazzi, ci arrivi.
Un’altra cosa di cui ti volevo parlare da tempo è che, finalmente, sono riuscita far venire Paolo a casa. Yula è fuori tutte le sere, esce subito dopo aver portato Ninni a fare i bisogni e rientra all’alba, per cui un paio di notti fa lui è venuto da me verso le dieci, subito dopo che avevo messo a letto i bambini.
È stato bellissimo. Dopo mezzo bicchiere di vino, un Pignoletto del ’98, abbiamo iniziato a baciarci e lo stavo portando su, a letto, quando ha visto la vasca da bagno. Ti ricordi, quella che sembra una cabina per il teletrasporto, che feci installare qualche anno fa su consiglio di un architetto svedese?
“Alt, Vanessa. Che ne dici se ti massaggio un po’ nella vasca?”
Paolo deve avere qualche traccia di antico romano nel DNA, e dalla disinvoltura con la quale ha affrontato la vasca ho ipotizzato che come secondo lavoro segreto massaggi le vecchie signore in qualche sauna equivoca.
In un ripostiglio ho scovato dei vecchi saponi aromatizzati esplosivi che da tempo conservavo per le grandi occasioni, e gliene ho appoggiati un paio a dissolversi tra le gambe. Dopo un po’ aveva il coso ricoperto di fiori secchi, ed era un gran bel vedere. Su suo consiglio, non sbagliato, ho acceso qualche candela, spento la luce e messo su un cd brasiliano che sembrava la colonna sonora di un film softcore. Poi l’ho raggiunto nella vasca, ci stavamo appena, stretti stretti. Ci siamo toccati, accarezzati, insaponati, leccati.
A un certo punto mi ha fatta alzare, mi ha appoggiata al box e mi è entrato dentro quasi in orizzontale, contro ogni legge della fisica e della metalmeccanica. All’inizio è stato un po’ duro, direi abrasivo, ma poi tutto è scorso più liscio. Quando stavo per venire si è bloccato e, per un attimo, ho temuto che mi lasciasse lì da sola, a continuare con la mano mentre lui faceva altrettanto. E invece...
Si è ridisteso nella vasca e ha iniziato a masturbarmi con un alluce. Nessuno mi aveva mai fatto prima una cosa del genere e, ti assicuro, è stato e-sal-tan-te. Non ho resistito più di un minuto, e quando sono venuta dovevo aver stampate in volto lussuria & libidine. Lui, senz’altro, le aveva, e quando mi sono ripresa ha voluto che lo masturbassi con i piedi. Mi ha riversato il suo seme, caldo e abbondante, fra le dita. Sensazione non pessima, devo dire. Non so se ho mai avuto un orgasmo più fantasioso e creativo. Sul lavoro sarà anche un freddo broker, ma per quanto riguarda il sesso Paolo è un maestro. Spero che, almeno stavolta, duri. Temo, però, di invitarlo più spesso, non vorrei che la serva ninfomane ci mettesse gli occhi e qualcos’altro sopra.
Ora ti lascio, sono davvero stanca e ho bisogno di dormire. Forse avrai trovato questa mail un po’ sozza, credo in parte condizionata dall’atmosfera porno che Yula ha introdotto in casa. I bambini, per fortuna, sono ancora anime pure e non hanno occhi per vedere. Speriamo che crescano lentamente, non vorrei ritrovarmeli anche loro, un giorno di questi, nella vasca con Yula.
Un bacio, tua Vanessa.


  28 settembre

  Caro Diario,
l’altro ieri Lorenzo è tornato e non sembra essersi accorto di nulla. Ci siamo visti, abbiamo fatto l’amore, e dopo si è limitato a parlarmi delle sue giornate torinesi. Non una parola sui suoi amici, che senz’altro doveva già aver sentito per telefono. Non mi ha nemmeno chiesto come avessi passato il mio tempo, comunque io gli ho detto di essere uscita con Christian e Gigi, cinema e pizza nell’ordine (tralasciando il resto). Non volevo nascondere la verità, la parte buona, nel caso poi la venisse a sapere da loro. Non mi è sembrato affatto geloso, anzi, pareva addirittura contento che avessi trovato uno svago (due, vabbè) durante la sua assenza. Ha solo lanciato una battutina sulle corna - “Meglio con un amico che con uno sconosciuto” -, pronunciandola con uno strano sorriso sulle labbra ma senza alcuna traccia di rabbia. Deve avere un senso della proprietà molto sportivo, e uno dell’amicizia estremamente profondo. Io, se fossi lui, sarei verde di gelosia, e se venissi a sapere che se la fa con qualcun’altra, specie se ‘amica’, lo lascerei all’istante. Ma il mondo è bello perché vario. Tanto vario che, proprio per variare, oggi ho chiamato il terzo della lista, Morris. Gli altri due, dopo le uscite delle sere passate, hanno cominciato a chiamarmi e a mandarmi messaggini sul telefono per fare il bis. Però io ho una mia dignità, per cui, anche se ho stabilito di assaggiare di tutto un po’ e poi, eventualmente, rifare il giro, non vedo perché dovrei precorrere i tempi e alterare il ritmo di marcia. Spero che non siano così cretini da innamorarsi, io amo solo Lorenzo e loro non sono altro che passatempi. Ma gli uomini, si sa, hanno il cuore di burro, e a volte basta che gli fai un pompino che si squagliano.

  Ma torniamo a Morris. Quando l’ho chiamato, così come gli altri, si è dimostrato estremamente disponibile. Questa volta il luogo dell’incontro è stato davvero particolare. Come ti dicevo, lui lavora per la televisione e ha addirittura fatto (non ho capito bene se come regista, produttore o altro) un paio di film. Un trans chiamato Desiderio e La caricano in centodue. Io, sinceramente, questi film non li ho mai visti, ma a giudicare dai titoli devono essere roba d’essai, piuttosto pallosa e che hanno visto in quattro gatti.
  Per rimanere in ambito cinematografico, Morris mi ha portata in uno studio di cui aveva le chiavi, dove di solito girano delle riprese. Tutto lì era molto bello, arredato con un certo gusto e, soprattutto, privo di inutili preamboli come pizze o film visti a metà. L’unico aperitivo è stata un’ottima coppa di champagne, quindi mi ha fatta sedere al centro di un grande divano di velluto grigio, morbidissimo. Ha iniziato a spogliarmi e ha voluto fare da sé, non mi ha permesso che mi togliessi da sola nemmeno l’orologio. Quando ero completamente nuda - l’ambiente, per fortuna, era riscaldato da un paio di potenti spot che mi aveva puntato addosso - mi ha chiesto se poteva fare qualche foto.
  “Purché non le fai vedere a Lorenzo”, gli ho fatto giurare sui suoi morti.
  Così abbiamo iniziato a giocare alla modella, in pose sempre più rilassate e che i miei genitori, credo, non apprezzerebbero.
  “È Arte”, mi ha specificato quando ha cominciato a notare il dubbio che mi corrugava la fronte.
  Mentre scattava ha iniziato a sudare e, a un certo punto, mi ha rivolto una domanda che mi ha lasciata esterrefatta.
  “Ti piace la frutta?”
  Non so, mi sembrava l’ultima cosa da domandare in quel momento. Ma al mio ho capito, non sono mica scema. Morris è corso verso un piccolo frigorifero e dal congelatore ha estratto una banana dura come una pietra.
  “Giocaci, Yula, vedrai che ti piacerà.”
  All’inizio, fredda com’era, non riuscivo nemmeno a tenerla in mano, scivolava. Poi, quando ha lentamente iniziato a sgelarsi, e io a prenderci confidenza, mi sono lasciata andare e ho cominciato a passarmela su tutto il corpo.
  “Infilala”, è stato il suo consiglio, con un tono forte che sapeva di ordine.
  E così ho fatto, piano piano, ho iniziato a giocarci, prima davanti, poi di dietro. Mentre facevo tutto ciò sentivo che Morris scattava, sempre più veloce, e i flash sembravano fulmini impazziti. Quando mi sono girata e ho messo su la banana per tre quarti - quel freddo era paz-ze-sco!, fantastico - l’ho sentito uggiolare. Alla fine Morris non ce l’ha fatta più. Si è tolto tutti i vestiti e si è inginocchiato alla base del sofà. Era un po’ che non incappavo in un altro maniaco dei piedi e ‘sto Morris si è dimostrato un vero professionista del settore. Li ha usati per farsi masturbare, poi mi ha massaggiato le dita, una a una. Prima con le mani, poi con la lingua. A quel punto mi sono scappate le prime goccioline di pipì, e quasi non me ne sono accorta. Come le ho notate, però, ho lanciato un OPS! che equivaleva a un “non vorrei sporcare”. Lui mi ha subito tranquillizzata dicendo che non c’era problema. Anzi, che mi dovevo lasciare andare, che trovava entusiasmante questo mio modo di manifestare i sentimenti. Per cui ha cominciato a giochicchiare con la mia perina, prima con le dita, poi con la lingua, infine con la banana, ormai a temperatura ambiente (rovente). Il risultato è stato che ho ridotto il sofà a una spugna, inzuppandolo di pipì, ghiaccio sciolto, saliva e umore. Solo quando ho terminato le riserve idriche lui si è deciso a entrarmi con il suo possente attrezzo. Fino a quel momento aveva continuato a indossare quei soliti, assurdi occhiali con la montatura gialla che, alla fine, erano gialli anche sulle lenti.
  Si è tolto le lenti appannate e mi ha cavato il cuscino fradicio da sotto il sedere, incastrandomi fra gli altri due. Allora mi è entrato, prima nella peschina, poi in bocca. Un colpo in cantina e uno in solaio, uno in solaio e uno in cantina. Per venire ha scelto i piani alti, e ormai mi toglie il respiro quando un gocciolone impazzito mi si è infilato nel naso. Devo ammettere, però, che è stato molto bello. Il suo modo di amare tutto il mio corpo, democratico e direi quasi globalizzante, l’ho trovato assai generoso, ricco, privo di limiti, totem e tabù.
  Rimaneva, però, il problemuccio che io non ero ancora venuta e, anche in questo caso, devo dire che Morris si è dimostrato un vero Signore. Apparentemente scarico di ogni riserva energetica, e io infuocata come mai prima in vita mia, ha dimostrato una certa galanteria, non si è dimenticato di me. Mi ha fatta girare e, nel giro di pochi secondi, è tornato dal frigo dove deve aver preso un’altra banana. L’ho riconosciuta solo perché era gelata, in realtà non riuscivo a vedere quello che mi stava facendo. Lentamente ha iniziato a infilarmela nel tondo e ad andare su è giù, con una mano. Prima con la massima delicatezza, poi, via via che il dolore diminuiva, la temperatura e il piacere aumentavano, con foga da batterista. Con la coda dell’occhio ho scorto che aveva preso a lavorare a due mani, sembrava uno scassinatore armato di fiamma ossidrica. Ci avrò messo un minuto a venire, e stavolta devo aver ululato come una cinghiala in amore. In quel momento mi è venuta in mente Mirna, la rossa. Ho sentito il mio grido che usciva lacerante, anche se quella volta il sitar del cd indiano che aveva messo su copriva ogni rumore. Spero di non aver spaventato qualche vicino. Quando sono venuta mi sono accorta che la mia uvetta aveva ripreso a piangere, e ormai avevo bagnato anche la parte interna del divano.
  Morris, nel frattempo, era di nuovo eccitatissimo, il suo coso era ridiventato di ferro, per cui ho dovuto fargli un lavoro di soffio - il resto del mio corpo ormai era accasciato su se stesso. L’artista mi è venuto copiosamente in bocca, ma il suo seme era un po’ acido, per cui, almeno stavolta, ho deciso di non inghiottire le proteine.
  “Mmmhhdove lho mmmhettho??”, gli ho chiesto con la bocca piena, mugolando.
  Lui non ha capito un accidente, per cui ho iniziato a guardarmi attorno, atterrita da un inizio di embolia. Non volevo sporcare lo studio e il primo posto che ho visto e che mi è sembrato adatto era un grande portacenere sul tavolo. Sono corsa là, mentre Morris agonizzava sul divano, e ho depositato il bolo. Questo, però, si era raggrumato, e quando è caduto, perpendicolarmente, come una bomba ad alta precisione, ha sollevato un polverone immane. Mi sono ritrovata la faccia tutta sporca di cenere, appiccicata ai vari umori. Un vero schifo.
  Stasera, prima di andare a letto, ho richiamato Morris, preoccupata soprattutto per le condizioni del sofà. Quando abbiamo lasciato lo studio odorava di stazione.
  “Non ti preoccupare, Yula. Domani farò lavare la tappezzeria dalla donna delle pulizie. Le dirò che il mio cane ci ha fatto la pipì sopra.”
  Non ho capito se questa frase si limitasse al significato letterale o se, con una certa perfidia, lui mi abbia voluta paragonare a una cagna. Comunque sia, io mi sono davvero divertita. E pure lui, ci potrei scommettere un divano Aiazzone nuovo.


  30 settembre

  Caro Diario,
oggi ho davvero esagerato. Prima sono uscita con Lorenzo, ci ho fatto le solite nostre cosine (che, per inciso, iniziano un po’ a stufarmi) e, quando mi ha riaccompagnata a casa, ho chiamato Steve, l’ultimo dei Fantastici Quattro ancora da vagliare. Mentre mi portava al circo - sì, hai capito bene, al circo - ha iniziato a raccontarmi del suo passato, caratterizzato da un lungo e traumatico periodo di tossicodipendenza. Pensa che in quei bui anni si era beccato il nomignolo di ‘Cosmico’ una sera in cui, in fattanza blu, si era denudato e si era ricoperto dalla testa ai piedi con il domopack di alluminio. Solo tre buchini per gli occhi e la bocca. Armato di tubo e tanica, si era piazzato lungo una strada statale e bloccava gli automobilisti di passaggio.
  “Alt, alt! Per favore, mi aiuti. L’astronave mi è rimasta a secco. Mi darebbe uno strappo fino al primo distributore?”
  Tossico creativo e rompicoglioni, dunque, non di quelli che se ne stanno calmini, piegati a riccio su una panchina dei giardini pubblici.
  Il giovane, però, nel suo c. v. non vanta solo le sostanze soporifere, ma pure quelle sveglianti. Periodi di alti e bassi, così ha chiamato le sue altalenanti mode droghiere. Pensa che una volta, strafatto di coca, ha tappezzato i vetri delle finestre di casa, dove viveva con la vecchia madre, non per pulirli, ma perché, in paranoia nera, era convinto che i vicini passassero la vita a spiarlo. Un’altra volta piantò una bolletta della madonna alla madre. Durante l’ultima operazione di sceriffaggio del mondo, gli americani avevano iniziato a bombardare qualche paese del terzo mondo. Steve si attaccò al telefono per un paio di notti, componendo numeri esteri a caso e urlando Basta guerra!, spiegando a ignari cittadini del Malawi o di Tonga le proprie sane motivazioni.
  Ma torniamo al circo. Ho detto che Steve è creativo, per cui ne ha approfittato della presenza del circo russo in città e mi ci ha portata. Non che impazzissi per l’idea, da piccola era uno degli svaghi più comuni a Gyula e non morivo certo di nostalgia. Ma un circo così grande non l’avevo mai visto.
  Ci siamo seduti sulle panche più alte, quelle lontane dagli sguardi dei babbi e delle mamme annoiate che, là sotto, scortavano i bambini ipnotizzati dagli animali e dagli zuccheri filati. Alla prima tigre di Siberia mi sono presa paura e gli ho afferrato una mano. Lui, per darmi sicurezza, mi ha afferrato una coscia. A un certo punto, quando si sono abbassate le luci, durante lo spettacolo di mangiafuoco, ha fatto finta di cercare l’accendino caduto per terra e ha iniziato a leccarmi le ginocchia. Poi le cosce. Poi le mutandine.
  “Accidenti, non riesco proprio a trovarlo.”
  Io sudavo già come una trapezista prima del triplo salto mortale e al mio “dove andiamo?” mi ha presa per mano e ha imboccato l’uscita. Mi ha trascinata fin sotto le impalcature dell’arena, dove si vedevano le mutande delle mamme e piovevano le gomme da masticare dei bambini. Mi ha fatta appoggiare a un tubo freddo e arrugginito, di schiena. Poi mi ha tirato giù le mutandine a colpi di lingua, leccandomi su e giù mille volte, dalle caviglie al mio buchino più intimo, passando e soffermandosi senza la minima fretta sulla mirtillina. Quindi ha cominciato a entrarmi, prima nella suddetta, poi nel suddetto. È stato davvero imparziale, cinquanta e cinquanta, senza ombra di disparità e di squilibri sociali. Steve deve avere una certa sensibilità, tant’è che ha aspettato che io venissi per fermarsi e concludere da solo, inondandomi la parte posteriore delle cosce. Mi sono sentita percorrere le gambe da una lenta cascata di glassa caldina, e quando ha finito si è avvicinato di nuovo e ha rinfilato il suo birillo a mezz’asta, sgocciolante e ormai senza più grosse cose da dire, nel mio cerchietto che ancora pulsava e pigolava per tutto l’affetto ricevuto.
  Quando mi ha riaccompagnata a casa, per una volta, ho deciso di non ripulirmi. Ho voluto provare la sensazione di sentire l’amore che mi si seccava addosso. Peccato che in auto Steve abbia una tappezzeria coreana pelosetta, materiale da quattro soldi, per cui prima di andare a letto ho dovuto fare una specie di peeling sintetico. Che esperienza, però.


Subject: Altre due tacche
Date: Tue, 1 October 2000 22:15:09 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Sempre cara Luana,
come avevo previsto, la putrida ha completato la sua collezione di cazzi, ha terminato l’album. Ora si può dire che ha conosciuto tutti gli amici del fidanzato il quale, peraltro, o è cieco o sa tutto e gli va bene così. Non so quale strana amicizia lo leghi ai suoi fedelissimi. Forse appartengono a un club di massoni della figa, abituati a spartirsi le torte. Certo è che non tutti accetterebbero di far trombare la propria donna dall’intera cerchia di amici. Problemi suoi, comunque. I miei problemi, invece, sono sempre i soliti. Presa com’è da tutta quella attività ginnica, Yula finge di lavorare, fa il minimo indispensabile per non essere buttata fuori a calci e, mezzo secondo dopo che ha riportato Ninni a casa, è già uscita sulle tracce di qualche cippa. Sono quasi certa che abbia i giorni contati, qui da me. Non avrò grossi rimpianti nel momento in cui la licenzierò, non faticherà a trovare lavoro mettendo un annuncio sui giornali. Ormai conosce l’intero ABC del Tantra e gli scannatoi a tassametro sono sempre alla ricerca di manovale maiale come lei. L’unica rottura è che dovrò ributtare soldi in quel pozzo senza fondo dell’agenzia, o di una manica di ladri concorrente altrettanto avida.
Stavolta non voglio dilungarmi con i particolari dei suoi ultimi amplessi, non ti vorrei annoiare. Ti basti sapere che i palchi che ha cavalcato sono stati uno studio in cui girano film porno e un CIR-CO, il tutto nell’arco di quarantottore. Hai capito che belva mi sono messa in casa?
Con Paolo tutto bene, ha cominciato a venire da me più spesso. Nei fine settimana dorme qua e i bambini lo hanno accettato, anche se Marcello ha fatto un po’ il muso quando ha capito che l’intruso dormiva nel mio letto. Un attacco passeggero di gelosia infantile, durato fino alla prima Play Station che Paolo gli ha regalato. Marcello si è dimenticato di tutto all’istante, ora, anzi, quando non viene mi chiede dov’è.
Paolo mi piace molto, anche se ogni tanto, nel mezzo del sonno, lascia andare un peto fragoroso sotto le lenzuola. Lo fa inconsciamente, è ovvio, vorrei vedere che fosse il contrario. Io non gli ho ancora detto niente, non vorrei fare la parte della vecchia acida che fa scappare i fidanzati. Una scoreggia, però, rimane pur sempre una scoreggia.
Con affetto
Vanessa


  5 ottobre

  Caro Diario,
ieri sera mi è successa una cosa davvero incredibile, forse il fatto più sconvolgente da quando sono in Italia. Dopo il lavoro Lorenzo mi è venuto a prendere e quando siamo saliti da lui ho cominciato a percepire qualcosa di strano. Ci siamo accomodati in salotto mentre la madre, come sempre, dormiva. Abbiamo bevuto e chiacchierato un po’, e a un certo punto ho notato una luce diversa nei suoi occhi. Come se fosse agitato, se stesse aspettando qualcosa di speciale. Poi è suonato il campanello.
  “Chi è?”, ho domandato, più preoccupata che curiosa. Non stavamo aspettando nessuno.
  “Amici. Che conosci molto bene.”
  Il suo tono aveva un che di sarcastico e maligno, piuttosto irritante. Sapeva tutto? Se sì, perché non aveva detto nulla? E che bisogno c’era di invitarli?
  “Morris, Steve, Christian, Gigi, come state? Tutto bene, ragazzi?”
  “Ciao Lorenzo, ciao Yula.”
  Si sono seduti sul grande sofà di fronte alla tv. Tutti e cinque avevano uno strano sorrisino stampato sulla bocca e continuavano a parlare di argomenti innocui - calcio, l’ultimo cellulare di Morris, le vacanze di natale. Io ascoltavo con attenzione, curiosa di capire dove sarebbero andati a parare. Sembrava che stessero parlando di un argomento qualsiasi, ma con il pensiero altrove. Una luce particolare negli occhi, lampi sfuggenti che mi trafiggevano partendo ora da uno ora dall’altro.
  Poi, finalmente, Lorenzo mi si è avvicinato e mi ha abbracciata. Un po’ di dimostrazione di proprietà, di confini del territorio, era ora, mi sono detta. Mentre i suoi amici facevano finta di non vedere, ha iniziato a baciarmi avidamente e ad accarezzarmi le cosce. Ho preso subito fuoco e ho chiuso gli occhi, dimenticandomi completamente degli altri. Poi ho sentito Lorenzo che mi slacciava le scarpe. Mentre mi abbracciava. E mi accarezzava le gambe. Quante mani aveva?
  Mi è caduto un occhio verso il basso e... non potevo credere a quello che stavo vedendo. Gigi e Christian mi stavano slacciando le scarpe. Spaventata, mi sono irrigidita.
  “Stai calma, Yula, vedrai che ti piacerà”, mi ha sussurrato Lorenzo, il MIO FIDANZATO, del tutto tranquillo.
  “Ma...”
  Mentre i due, là in basso, avevano iniziato a massaggiarmi i piedi, ho sentito gli altri, scomparsi dall’orizzonte, che mi accarezzavano i capelli, la nuca, le spalle, le orecchie. Zitti zitti erano finiti dietro il divano, senza che me ne accorgessi.
  Penso di aver provato a divincolarmi per un paio di secondi, poi, sciolta dai baci di Lorenzo, dai due là sotto che mi succhiavano gli alluci e dai due dietro che mi avevano arpionato i capezzoli, diventati duri come crateri di un vulcano spento, mi sono lasciata andare.
  Cinque contro una. In giro c’è chi lo potrebbe chiamare stupro da branco, se non fosse che l’ho trovato entusiasmante. Per me è stato un capodanno moltiplicato per dieci, non ho mai provato un’eccitazione e un orgasmo più completi, totali. Tanto che alla fine mi sono sentita sottodotata, poco generosa nei loro confronti. Madre natura mi ha fornita di pochi buchini, insufficienti a soddisfarli tutti assieme contemporaneamente.
  Senza rendermene conto, mentre succhiavo l’uno o l’altro, mi sono ritrovata completamente nuda, e così tutti loro. Le loro mani viaggiavano su di me come impazzite, e a un certo punto ho perso il conto e il controllo. Che Lorenzo fosse il mio fidanzato, in tale frangente, si capiva solo dal fatto che era lui a dirigere l’orchestra, quello che aveva la precedenza su gusti e priorità. Gli altri, la truppa, lo seguivano in ordine sparso, ognuno dedicandosi a una parte del mio corpo.
  Il vortice di libidine è stato tale che non mi ricordo tutto ciò che è successo, soprattutto in che ordine. Ho chiari solo alcuni flashback, solo alcuni brevi momenti che mi sembravano usciti da un film per segaioli. Morris che si masturbava con una mia ascella, lingue che mi leccavano le orecchie, il naso, le ascelle, l’ombelico, le ginocchia e tutti i punti G della mia geografia. Non soddisfatto dall’attrezzatura datagli dal Signore, a un certo punto Lorenzo mi ha detto di allargare le gambe, mentre due dei compari mi tenevano le ginocchia in posizione ginecologica. Lorenzo è arrivato con una bottiglia di spumante spagnolo, un Carta Nevada del ’98, e - non potevo credere ai miei occhi - lentamente ha infilato il collo dentro la mia bananina, versando il vino. Quando la suddetta ne ha bevuti almeno due bicchieri, Lorenzo ha estratto la bottiglia e ha detto “Ora giochiamo un po’ alla fontana”. Non ho capito al volo ma, quando mi si è avvicinato e ha iniziato a leccarmela mi sono partiti i primi fiotti di spumante. Tutti hanno voluto partecipare, nell’oblio della situazione ho anche sentito due di loro che quasi litigavano per questioni di turni. In fila, i cinque mi hanno leccata all’inverosimile, finché lo spumante non li ha lavati tutti. Dovevi vederli, caro Diario, mentre innaffiavo i loro volti, che espressione di lussuria! L’unico che sembra non essersi divertito più di tanto è stato Gigi che, durante il suo turno, si è buttato con tale foga che il getto di spumante gli ha centrato un orecchio. Ha passato il resto della sera, a festa conclusa, a lamentarsi che non ci sentiva più, che era appena guarito da un’otite proprio in quell’orecchio, ecc.
  Finito lo spumante, a un certo punto mi sono ritrovata con ben due membri in gola, mi sembrava di essere dal dentista, con i lati della bocca dilatati al massimo. Come se non bastasse, ne avevo anche uno davanti, uno di dietro e uno che vagava tra il collo, il seno e le ascelle, per finire tra i piedi. Dopo mezz’ora di massaggi di questo genere ero già venuta tre volte, i ragazzi tergiversavano, e la mia melagranina ormai aveva le scaloppe superiori che si potevano annodare come cravatte. Qualcuno, là sotto, ci ha giochicchiato un po’, tirandomele e provando ad annodarle come se fossero di caucciù. La mia perlina, là dentro, aveva messo tutta la testina di fuori ed era pazza di piacere, sembrava un periscopio curioso come mai prima d’allora, deciso a vedere com’era il mondo di fuori. Ogni tanto avevo qualche secondo di lucidità e sbirciavo Lorenzo per capire se stesse subendo tutto ciò o se, come credo, ne fosse il regista.
  Il capocantiere, a un certo punto, deve aver deciso che era giunto il momento di venire tutti assieme appassionatamente, per cui mi ha fatta girare, mi ha penetrata di dietro e ha iniziato a stantuffare con un allegro ma non troppo, mentre il Quartetto Cetra, sistemato ad arena di Verona attorno alla mia bocca, si masturbava.
  Di quel magico momento ricordo solo una notevole attività tellurica in cantina e la mia lingua che, impazzita, saettava fra una testina pelata e l’altra, come un colibrì.
  Poi una scossa elettrica.
  Poi un senso di pienezza.
  Poi la nebbia.
  Poi il buio più nero.

  Poi io che mi risveglio su una lettiga del pronto soccorso. Lorenzo che mi tiene la mano e che fugge non appena arriva la signora.
  “Yula, che cosa ti è successo??”
  “Non saprei... Vanessa. Mi sento con lo stomaco sottosopra, la bocca impastata. Non ricordo. Devo aver bevuto troppo vino.”
  “Infermiera, che cos’è successo a questa ragazza?”
  “Non saprei, mi faccia dare uno sguardo alla cartella.”
  Quindi le due hanno iniziato a parlottare sottovoce, e la signora è diventata viola. Mi ha aiutata a scendere dalla lettiga e a entrare nell’auto.
  “Mi scusi, Vanessa, non le volevo causare dei problemi. Ma davvero non mi ricordo che cosa è successo. Che le ha detto l’infermiera?”
  “Indigestione di sperma, Yula. Hai inghiottito troppa SBOR-RA!! Ti rendi conto? Io ti do un lavoro decente e tu mi sputtani così? Prega che un cronistucolo da parrocchia non lo venga a sapere e che domani non ti ritrovi sulla pagina della cronaca locale, altrimenti sono finita. Te li immagini i bambini, a scuola, che si devono difendere dagli scherzi degli amichetti perché hanno una baby-sitter che si nutre di sperma? Dove pensi di vivere, in un bordello??”
  La signora ha continuato a urlarmi in faccia finché siamo arrivati a casa, e lì mi ha ordinato di chiudermi in camera. Non l’avevo mai sentita dire tante volgarità, né l’avevo mai vista così arrabbiata prima di quel momento.
  “Stasera non voglio più vedere la tua faccia. Ne riparliamo domani, buonanotte.”
  Stavolta devo averla fatta proprio grossa.


Subject: Indigestione
Date: Sat, 5 October 2000 00:58:39 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Indispensabile Luana,
ti scrivo anche se è molto tardi, devo sfogare da qualche parte tutto l’orrore accumulato. Protagonista, come sempre, la maledetta. Sarò forte e chiara: si è fatta trombare da tutti e cinque i montoni contemporaneamente, tra cui il fidanzo, consapevole e organizzante. Ma non è questo l’aspetto più tragico della festa. Il raschio del barile Yula lo ha raggiunto a fine cena di gala, quando, dopo essere svenuta, è stata ricoverata d’urgenza al pronto soccorso per una lavanda gastrica. La zoccola dell’anno era in overdose di sperma in gola. Hanno dovuto usare una pompa da pozzi neri per disingolfarle le vie digerenti dal tappo di spermatozoi che le occludeva l’esofago. No, non è fantascienza, ma la dura realtà. Credo di non aver mai sentito una storia più sozza e assurda, e anche se l’avessi già sentita non vorrei mai che fosse accaduta tra i muri di casa mia. Per fortuna il teatrino dell’orgia è stato il salotto del suo ‘fidanzato’, nell’appartamento in cui, in teoria, vive anche sua madre, all’atto pratico una mummia fossile, sorda e cieca per tutto ciò che accade in quella casa degli orrori.
Quando ho riportato Yula a casa i bambini si sono svegliati e, dopo aver saputo che era stata ricoverata, le hanno chiesto che malattia avesse e come stava.
“Ora bene, ragazzi. È che ho mangiato troppo... frullato. Sono andata da un’amica che lo fa molto buono e devo aver esagerato. Ma ora è tutto ok, grazie, potete dormire tranquilli.”
I bambini l’hanno guardata con una strana espressione - “Yula, ti è rimasto un po’ di frullato sulle ciglia” ha notato Marcello - e prima di addormentarsi Gabriele mi ha bisbigliato:
“Mamma, forse è meglio se mettiamo un lucchetto al frigo. Con quello che mangia non vorrei che mi spazzolasse tutti i Pinguì...”
L’ho rassicurato. Rimane il fatto, però, che temo si sparga la voce del suo ricovero, soprattutto dei motivi che l’hanno portata in ospedale. Sai, i pronti soccorsi sono infestati da quelle cimici di cronisti di ultima, sempre a caccia di notizie atroci per le cronache del condominio. Immaginati che cosa succederebbe se a scuola si venisse a sapere che la nostra baby-sitter si nutre di sperma. Le altre mamme non manderebbero più i bambini a giocare con i miei, con il timore che la succhiatrice si attacchi ai loro cosini. E chissà i compagni di classe quali filastrocche tremende potrebbero inventare, robe tipo ‘Yula, la dada che non lavora, ma che mangia sbora’, o ‘Gabriele e Marcello, attenti all’uccello.’
Prego che domani non esca nulla sul giornale. Spero che sia solo paranoia, ma non vorrei essere obbligata a cambiare scuola ai ragazzi per colpa delle attività ricreative off-limits di chi dovrebbe conservarmeli nella bambagia.
Se nell’ultima mail ti dicevo che la stacanovista del cazzo aveva le ore contate ora ha i minuti contati. Aspetto solo che mi combini il primo, minimo casino qui, tra le mura domestiche, così da sfancularla per l’arcinota ‘giusta causa’. Tu, intanto, se in giro senti di qualche fanciulla decente interessata a prendere il suo posto, ti prego, bloccala. Te ne sarò eternamente grata.
Buonanotte, speriamo.
Vanessa


  8 ottobre,

  Caro Diario,
non so proprio che cosa mi stia succedendo, in questo periodo. Da un lato la sfortuna, dall’altro il sesso che è diventato una specie di droga cui non riesco più a resistere, e che mi crea continui problemi. Tanto che oggi ho perso il lavoro (!!).
  Da qualche giorno la tensione in casa era ai massimi livelli, dopo la festa a casa di Lorenzo. A proposito. Dopo il tragico epilogo della serata quel cretino e i suoi amici non li ho più visti. Lui mi ha chiamata tutti i giorni, ma dopo la sua fuga dall’ospedale, piuttosto vigliacca e infantile, e per non parlare del suo senso del fidanzamento troppo sportivo, ho deciso di lasciarlo. Un po’ di Ramadan, mi ero detta, concentrandomi sul lavoro e dimenticando per qualche giorno le gioie del materasso. Anche per ricucire il rapporto con la signora che, negli ultimi giorni, era davvero agli sgoccioli.
  Ma stasera ho fatto la Grande Cazzata. O, almeno, questa è l’accusa. Ero nella mia camera che mettevo in ordine, buonina buonina, dopo essere andata a prendere i bambini e averli messi a fare i compiti. Vanessa era fuori e sarebbe dovuta tornare molto tardi, aveva una cena di lavoro. Paolo, invece, il suo nuovo fidanzato, faceva il bagno, di sopra.
  “Yula?”, a un certo punto lui mi ha chiamata.
  Che vorrà, mi sono chiesta. Sono salita al piano superiore. La porta del bagno era semiaperta e lui, tutto nudo, starnazzava nella vasca.
  “Sì? Mi ha chiamata?”
  “Sì, ho bisogno di una mano. E, per favore, dammi del tu. Saresti così gentile da lavarmi la schiena? Ho un po’ di sciatica e non riesco a girarmi...”
  In volto Paolo aveva un sorriso piuttosto equivoco ed era evidente che la sciatica non sapeva nemmeno che cosa fosse. Un pezzo d’uomo così, figuriamoci. Ma io sono una professionista, e ho fatto finta di niente. Sono entrata per assolvere il mio compito e tra le bolle, là sotto, ho visto una biscia d’acqua dalle dimensioni importanti. Non ho saputo dire di no, nonostante l’imbarazzo. Un lavoro è un lavoro, e a una richiesta di aiuto, se posso, non mi tiro mai indietro.
  Paolo mi ha allungato il sapone e quando ho cominciato a fregare in silenzio mi si sono subito drizzati i peli delle braccia. Nel frattempo ho visto che anche a lui si drizzava qualcosa. La biscia aveva messo la testina fuori dall’acqua.
  “Ops!”
  Improvvisamente mi è scivolata la saponetta nella vasca e mi sono dovuta allungare per prenderla. Casualmente nonché senza volere, lo stragiuro, al posto del sapone mi sono ritrovata fra le mani il suo coso, ormai duro come le pareti della vasca e con la testolina tutta rossa di vergogna. Era così lungo e duro e fosforescente che sembrava un paletto dei lavori in corso. Ho iniziato a sudare, lui, il coso, pure.
  Il vero sudore, però, è iniziato a colare quando, di botto, Vanessa è entrata in bagno. Di solito, quando rientra, la signora fa un bel baccano, ma stasera è arrivata a passi felpati. Si deve essere tolta le scarpe all’ingresso, per quello non l’ho sentita, e la musica della radio ha coperto il rumore. Non escludo, però, una manovra tattica per cogliermi sul fatto e avere una scusa per cacciarmi. Comunque sia, caso o premeditazione, non ha più detto una parola, dopo aver pronunciato:
  “Fuori da questa casa. Tutti e due.”
  È rimasta pietrificata per cinque, eterni secondi durante i quali io e Paolo abbiamo iniziato a balbettare e a cercare di spingere il suo coso sotto il livello dell’acqua, invano. Io, nella foga di nasconderlo, l’ho ricoperto di schiuma, anche se ora me ne rendo conto, con il senno del poi, è stato un tentativo goffo di celare la dura verità. Le nostre balbuzie tentavano di essere scuse minimamente articolate, ma si sono rivelate solo singulti da trogloditi, altrettanto goffi.
  Vanessa è uscita dal bagno e, cominciando dalla camera da letto, ha buttato fuori dalla finestra tutte le cose del suo ormai ex. Paolo si è rivestito in fretta e furia, ha cercato di calmarla adducendo scuse inverosimili, ma non ha fatto altro che scatenare sguardi sempre più inceneritori, sottolineati dal silenzio tombale della Signora. Quindi non gli è rimasto che inforcare la porta, ha raccolto camicie, giornali e libri, li ha caricati nel baule dell’auto e se ne è andato congedandosi con un “Ci sentiamo nei prossimi giorni, quando ti sarai calmata...”
  Allora Vanessa è scesa da me e, sarà per l’ordine che ha trovato, ha evitato di riservarmi lo stesso trattamento. Ho visto che era partita in quarta per scaraventare tutto fuori, ma subito prima di cominciare si è bloccata.
  “Questa è la tua ultima notte qui. Sfruttala per fare le valige e per riflettere sulla tua malattia, e lascia qui il cellulare. Appena ti metterai nel mercato dei pompini te ne potrai comprare uno di ogni colore e suoneria. Domattina alle otto ci sarà un taxi ad aspettarti. Come destinazione puoi scegliere tra la casa del tuo fidanzato, quella del mio, l’agenzia, la stazione dei treni o quella degli autobus. La corsa la pago io e questa è la tua liquidazione - mi ha allungato un po’ di banconote che aveva in borsa -, il resto che ti è indebitamente dovuto lo riceverai tramite l’agenzia. Quando te ne vai cerca di non portarti via il televisore. Addio.”


Subject: Corna, come prevedibile
Date: Wed, 9 October 2000 20:15:22 +0200
From: "Vanessa Schmitz" <vassa@tin.it>
To: <luanapoluzzi@tiscalinet.it>

Cara Luana,
come avrei dovuto prevedere, alla porca terminale non è bastata la cena a base di sperma collettivo per darsi una calmata. Ieri sera ho voluto vedere fino a che punto sarebbe arrivata, così l’ho lasciata in casa con Paolo, altra cavia tutta da testare. Mi sono inventata la scusa di una cena di lavoro inesistente e sono uscita, ho fatto un giro dell’isolato e poi sono rientrata. Ci ho messo una manciata di secondi per capire che sono (ero) circondata da una banda di cospiratori, di proci che aspettavano l’istante di libertà per piantarmi una motosega alle spalle. A proposito di seghe. Come sono entrata in bagno ho beccato la troia che teneva Paolo per la leva del cambio, e lui nudo nato, perso tra le bolle della vasca da bagno e le fantasie putride della sua mente inaffidabile. Come li ho sorpresi li ho buttati fuori di casa, senza perdere troppo tempo in chiacchiere. Lui nel giro di un quarto d’ora - il tempo necessario per vomitare tutte le sue cose fuori dalla finestra -, lei stamattina. Dovrò trovarmi un nuovo compagno. Dei suoi peti a letto, d’altronde, cominciavo a non poterne più, alla mattina mi svegliavo con il mal di testa e l’umore sottosopra. Per quanto riguarda Yula le ho pagato il taxi e non so dove sia andata, spero affanculo, o almeno il più lontano possibile. Ora devo cercare anche una nuova baby-sitter e dare spiegazioni ai bambini, che ormai le si erano affezionati, nonostante i timori per le loro riserve di cibo. Comunque, a questo punto, meglio così. Ormai ne andava della mia salute mentale. Questa e-mail, dunque, lo giuro, è l’ultima in cui mi sentirai parlare di Yula. Se ci dovessi ricascare, per favore, fammelo notare, che mi taglio la lingua e le dita. Grazie per avermi sopportata fino a oggi, per la comprensione di questi mesi, senza di te non avrei saputo come sfogarmi.
Passo e chiudo, in attesa di tempi migliori.
Un bacio, grande grande.
Tua Vanessa
PS: scusa se te lo ricordo ancora una volta, ma se senti di una baby-sitter sana di mente, e magari anche di un possibile fidanzato, batti un colpo, ok? Grazie.






  Gyula, 12 ottobre

  Caro Diario,
eccomi tornata dai miei, dopo un interminabile viaggio in treno e in autobus. Di rimanere in Italia, dopo tutte le brutte cose che mi sono capitate negli ultimi giorni, non ne avevo più voglia. Così, la mattina che sono partita sono andata in taxi all’agenzia, dove mi hanno liquidata e ho firmato la disdetta del contratto. Non mi hanno chiesto perché me ne volessi andare, ma mi hanno detto che quando vorrò tornare la loro porta sarà sempre aperta. In un primo momento, con i soldi in tasca, avevo pensato di viaggiare un po’, magari tornare a Venezia, che non ero ancora riuscita a vedere come avrei voluto. Poi, però, ho deciso che era meglio tornare a casa. Mi è venuta nostalgia, voglia di tranquillità, di piccole cose, della salsiccia di Gyula. E di parlare la mia lingua, rivedere le amiche. E, se ne avrò voglia, gli amici.
  Dopo la mia permanenza in Italia mi sento molto cresciuta, per cui non vedo l’ora di insegnare certi usi e costumi a Rastislav, Kamil e Vojtech, gli amichetti che prima di partire avevo lasciato a metà strada. All’epoca non vedevano l’ora di saltarmi addosso, ma la mia testa era già in Italia... Adesso, dopo le tante esperienze del cuore accumulate, mi sento molto più avanti di loro, forse qualcuno lo spaventerò. Ma il bello, nella vita, è cambiare, non rimanere uguali a se stessi per troppo tempo, altrimenti ci si riduce come Vanessa. Poverina, anche lei avrà i suoi motivi, ma il suo modo di ragionare è così tradizionale, limitato, schematico. Poco giovane. Io, d’altronde, nella vasca cercavo solo di prendere il sapone, ma tu vaglielo a spiegare.
  Ed eccomi di nuovo, dunque, al punto di partenza, nella mia cameretta d’infanzia. Tutto è rimasto uguale a quando me ne sono andata, mi sa tanto che nei prossimi giorni farò un salto al grande magazzino e rivoluzionerò tutto. Un’altra cosa che certamente farò è una visita a Petra, la mia vecchia amica con la passione per il computer e per i miei piedi. Ho molte cose da raccontarle e, perché no, magari terminare quella lezione che avevamo iniziato. Sono curiosa di vedere come andrà a finire. Se si eccettua quel giorno nel parco con Monia, e dopo con il suo piercing, non ho mai avuto esperienze vere e proprie con altre ragazze. Petra potrebbe essere quella giusta. Almeno per una volta, poi, se non dovesse funzionare, lascerò perdere.
  I miei stanno bene, sono un po’ invecchiati e imbiancati, ma sono felicissimi che sia tornata.
  “Yula, ti sei fatta una donna!”, mi ha detto mia madre, quasi svenendo, quando mi sono presentata alla porta di casa senza preavviso.
  “E cento uomini”, avrei voluto risponderle. Ma mi sono trattenuta, era una battuta troppo cretina, e poi sarebbe svenuta sul serio.
  Jano, il mio fratellino, è diventato un ometto, ha messo su i primi, orribili baffetti e una voce che va sulle montagne russe. È cresciuto un sacco, presumo in tutte le sue parti. Anche lui sta bene e vive per gli amichetti.
  Non so bene che cosa farò, magari continuerò a studiare, forse lavorerò, oppure entrambe le cose. Ho messo da parte dei risparmi, per cui, per un po’ di tempo non dovrei avere problemi di denaro. Vedremo.

  Caro Diario, a questo punto direi che è giunto il momento di chiudere, soprattutto con l’italiano. La mia parentesi nello stivale, almeno per un po’, la vorrei considerare archiviata. Ti lascerò in un cassetto chiuso a chiave, forse per riprenderti nel futuro, chissà quando. O per abbandonarti definitivamente. Nel caso spero che mi capirai e non mi serberai rancore.
  Grazie per la tua fedele, lunga compagnia. Senza di te mi sarei sentita molto sola, soprattutto nei primi tempi, quelli più duri.
  Ti do un grosso bacio sulla copertina. Grazie e arrivederci (?)
  Tua Yula














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