mercoledì 28 marzo 2012

VITA DA TOUBAB



Questo appartiene a un genere letterario più unico che raro: il libro-aborto. Nato-mai nato sull’orma del successo di Tropico Banana, lo proposi a Feltrinelli, ma il padre-padrone dell’Azienda era stizzito per aver tradito Fidel (Tropico Banana lo aveva voluto la sua somma editor, Valeria Raimondi, donna di buon gusto e di buone letture, ma la lettura approfondita del libro era sfuggita a Carlo Feltrinelli: con tutto quello che pubblicava mica poteva leggere tutto; una volta pubblicato, il dado era stato tratto, ma la coscienza politica ne risentì, e così le scelte editoriali a seguire). Dirottai la proposta su EDT, allora piccolo editore torinese che stava iniziando a fatturare cifre serie dopo aver vinto la lotteria (acquisito i diritti per la traduzione in italiano delle guide Lonely Planet). La casa editrice pubblica(va) un figlio minore, la collana Orme, dedicata alla scrittura di viaggio. Giuliana Martinat, donna di buon gusto e di buone letture, somma editor in chief acquistò al volo le mie cronache senegalesi. L’editore mi pagò l’anticipo pattuito e, addirittura, mi spedì a Gubbio a pre-presentare il libro ai venditori che, una volta stampato, lo avrebbero dovuto spacciare ai librai. Con tanto di prova di stampa della copertina.
I mesi passarono, il libro non usciva. Dal Brasile inviavo e-mail ricche di ? all’editor, seguite da inquietanti silenzi. Un brutto giorno, finalmente, si degnarono di rispondere:

Gentile Pietro,
mi scuso molto per averla fatta attendere.
Le riassumo brevemente le motivazioni che hanno portato EDT a non pubblicare “Vita da Toubab”.
Il suo testo è stato visionato dall’editore prima di andare in stampa, come del resto accade a molti testi, ed è stato allora che il suo lavoro è stato fermato e considerato non in linea con la collana.
L’editore ha sottolineato la fragilità dell’impianto narrativo e ha trovato il testo poco soddisfacente sul piano della scrittura e dei contenuti, con troppe situazioni ripetute e di poco interesse e descritte, a suo giudizio, con tratti a volte obbiettivamente razzistici e con un linguaggio datato.
EDT considera dunque nullo il contratto con lei precedentemente stipulato e le concede ampia liberatoria a pubblicare il suo libro con altro editore.
Le auguro una migliore fortuna per il suo lavoro e le porgo i miei più cordiali saluti.
Cristina Enrico


Cristina o Enrico? In ogni caso: mi dovevo essere sbagliato. Fino a quel giorno avevo pensato che gli/le editor, in una casa editrice, fossero stipendiati per prendere in considerazione le proposte di pubblicazione, leggerle, promuoverle o respingerle, a nome dell’editore (la –e finale è piccola ma fa una GRANDE differenza). E che, una volta stipulato un contratto, questo valesse. Non avevo preso in considerazione che le case editrici, anche quelle piccole,  funzionassero a compartimenti stagni, a comunicazione zero fra un reparto e l’altro. Per pura curiosità da serva, avrei voluto vedere quali casini orrendi scoppiarono all’EDT, quando l’editore Peruccio, un quarto d’ora prima di accendere le rotative, si degnò finalmente di leggere il libro. L’unico dispiacere da parte mia, in tutta questa avventura, è la lavata di testa che la brava Martinat deve aver subito per mantenere scrivania e stipendio. Editoria italiana, gran brutta bestia.


PS: su alcuni di motori di ricerca, digitando Vita da Toubab, potete addirittura trovare il libro, mai andato alle stampe, in vendita. 


Editoria davvero virtuale. Provate a ordinarlo, poi, per favore, fatemi sapere che cosa vi ha portato il postino.





VITA DA TOUBAB

dal Senegal alla Guinea-Bissau in taxi-brousse
di Pietro Scòzzari




Essere Toubab


Dakar, bienvenue

Gorée, dov’è la festa?
Taxi-brousse I: Dakar-Saint-Louis
Saint-Louis
Taxi-brousse II: Saint-Louis-Kaolack
Kaolack, ovvero i bastioni di Orione
Taxi-brousse III: Kaolack-Ziguinchor
Ziguinchor
Taxi-brousse IV: Ziguinchor-Bissau
Bissau, città fantasma
Taxi-brousse V: Bissau-Ziguinchor
Casamance
Taxi-brousse VI: Ziguinchor-Kafountine
Kafountine
Taxi-brousse VII: Kafountine-Rufisque
Dakar, capolinea

Glossario e ‘gergario’




ESSERE TOUBAB


Toubab, in wolof, la lingua dell’etnia dominante del Senegal, vuol dire ‘bianco/a’. Corrisponde un po’ al gringo latinoamericano, all’asiatico Joe, al giapponese gaijin, al keniota Johnny, al malgascio vazaha. È il nomignolo di solito usato per indicare gli stranieri - bianchi e occidentali -, la targa che, affibbiataci al varcare delle frontiere, erige il muro tra noi e loro. Una sottolineatura linguistica fra Sud e Nord del mondo, un distinguo razziale, come se ce ne fosse bisogno, nell’era del globale che va a braccetto con le varie padanie del globo. Non sempre, però, il termine toubab ha una valenza dispregiativa, il più delle volte indica semplicemente una variante nella tavolozza dei colori. Va da sé che questa variante ne implica molte altre, soprattutto economiche (bianco=ricco) e comportamentali (bianco=viziato, chic, snob, con bei vestiti, bell’orologio/scarpe, tendente a mantenere fidanzate/i locali, ecc.).
Vita da toubab, dunque, oltre alla cronaca di un viaggio tra il Senegal e la Guinea-Bissau, vuole essere il ritratto del contrasto, inevitabile, tra un europeo e un africano. Nessun senso di superiorità o di razzismo, figuriamoci, non sono certo tempi per dichiarazioni di diversità/egemonia. Qualche ubriacone ci ha già provato nelle birrerie bavaresi e sui balconi romani un po’ di tempo fa, e non gli è andata benissimo. Al contrario, il contrasto è presente soprattutto nelle nostre - mie, ma credo anche di molti altri - meschinità, nella nostra puzza sotto il naso, nella nostra abitudine al benessere e alla comodità che cozzano rumorosamente contro un continente in cui le esigenze basiche non sono ancora garantite. Con i nostri deodoranti firmati e le nostre basette scolpite al millimetro e i nostri villaggi tutto-compreso siamo noi quelli che stanno sotto, i deboli, mica loro.
Un toubab che si rispetti fa molta fatica ad accettare diversi aspetti del vivere quotidiano africano: non ne sopporta le scomodità, le carenze, le ignoranze. Rifugge odori (puzze) e rumori (deflagrazioni), detesta gli sputi unisex riversati dappertutto, i cumuli di immondizie, i seccatori che a ogni angolo di strada provano a rifilargli qualcosa - un braccialetto, una camera d’albergo dell’amico, un po’ di yamba (marijuana), un autoinvito a cena. Rifiuta l’esteriorità chiassosa e misera, quella che cerca di trarre guadagno da lui - che è e si sente una specie di banconota ambulante, anche se in tasca ha ben poco -: l’Africa povera e stracciona, l’unica che, in fondo, ci arriva filtrata dai media.
Una coscienza da viaggiatore leggermente tendente al turista, soprattutto per quanto riguarda il comfort e le puzze sotto il naso, però, nonostante gli handicap già citati, lo spinge lungo la via della ricerca, della conoscenza, della ficcanaseria costruttiva: del viaggio, volendo usare una parola abusata e fin troppo idealizzata. Il toubab di questo libro è consapevole del fatto che, anche rinascendo e vivendo per centocinquant’anni nell’Africa nera che più nera non si può, parlandone egregiamente il mezzo miliardo di lingue e dialetti, non riuscirà mai - ribadisco, non per superiorità, ma per incapacità culturale e cromosomica - a essere considerato africano dagli africani (lui/lei potrà anche sentirsi africano, ma la dura realtà sarà altra). Bianchi - o gringos o Joe - si nasce e si rimane, non si diventa. Non importa che abbiamo deciso di nutrirci di radici, mais o cavallette fritte in una capanna del Burkina Faso, del lago Titicaca o di un’isoletta sperduta della Polinesia: riconosciuti come stranieri da chi ci circonda, verremo sempre trattati come tali. Pensare il contrario, anche solo per un momento, sarebbe un’ipocrisia ridicola. O equivarrebbe ad avere gli occhi foderati di prosciutto. Cittadini del mondo, se vogliamo, sempre; cittadini del villaggio senegalese o gambiano, nemmeno se lo vogliamo, mai.
Vi prego in ginocchio e sui chicchi di riso di non leggere tra queste righe un proclama nazional/razziale di superiorità, il messaggio del libro non vuole essere questo. Semmai trovateci una dichiarazione di resa, la firma di un armistizio: io, toubab, cariato dalle debolezze della mia cultura, del mio benessere medio-basso europeo, non ce la farò mai a non essere riconosciuto come toubab, né a sentirmi senegalese, peruviano o polinesiano. Non sono uno di quegli occidentali mossi da buonismo e pietismo eticamente e politicamente corretti, così ggiovane e internèscional, che si sentono africani/latinoamericani/asiatici dopo cinque minuti che hanno appoggiato un piede nel Sud del mondo. L’ipocrisia di questa razza - per non parlare di quella del turismo imbecille da quindici giorni all-included -, alimentata dalla coda di paglia di una Seconda guerra mondiale e delle varie leghe che hanno eretto un’infinità di muri, non appartiene al protagonista di Vita da toubab. L’io narrante sa di non avere abbastanza peli sul petto e, soprattutto, un’abbronzatura sufficiente per essere considerato africano. Si mette il cuore in pace sul proprio ruolo. Senza orgoglio di classe, è consapevole di essere bianco e non ci prova minimamente a vendersi per altro. Questo, però, non gli impedisce di coltivare una curiosità profonda e di voler conoscere l’altra faccia del pianeta, se possibile assorbendone il meglio dei lati positivi: la semplicità, la gioia di vivere nonostante le mille magagne, tutti elementi ormai sepolti in Occidente.
Il mezzo, lo strumento, se vogliamo il pretesto, è il taxi-brousse, istituzione insostituibile dell’Africa francofona, dal Marocco al Madagascar, chiamata con altri nomi in quella anglofona (di solito bush taxi) ma pur sempre attivissima. Il taxi-brousse è un po’ il simbolo di questo continente, uno dei suoi elementi che lo distinguono ma che, al tempo stesso, livellano - o provano inconsciamente a farlo - le differenze tra Nord e Sud, una volta che decidiamo di viaggiare come un africano, gomito-a-gomito. Solitamente di fabbricazione francese - Peugeot la marca più diffusa -, il taxi-brousse è un taxi collettivo a sette (a volte a cinque) posti il cui utilizzo prevede alcune regole d’oro. Innanzitutto non si parte mai prima di aver venduto tutti i posti a sedere: se avete molta fretta e potete permettervelo, forse acquisterete i posti a sedere dei passeggeri mancanti. Viaggerete più larghi e partirete prima, ma una forte sensazione di neocolonialismo, da toubab con il portafogli gonfio, potrà soffocarvi. Vi sentirete ancora più toubab di quanto non lo siate già.
(Provare a) prendere un taxi-brousse impone un rituale apparentemente immutabile. Arrivati all’autostazione locale - gare routière o ‘garage’ -, una succursale terrena dell’Inferno, sarete assaliti da un piazzista di sedili, una figura intraducibile in Europa: si tratta di un ragazzuomo (mai vista una donna farlo, forse la prenderebbero per pazza o a scudisciate) che vi si appiccica addosso appena vi scorge all’orizzonte e vi infila a martellate sul primo taxi in partenza. Per il servizio guadagnerà qualche monetina di commissione, pochi centesimi. Se sarete fortunati, e altri passeggeri si presenteranno in tempo utile, partirete prima del tramonto.
Altro rito, tipicamente da toubab, è quello di esigere - tramite sceneggiate e ricatti più o meno ben interpretati - almeno un posto con il finestrino, se non addirittura, massimo dei massimi, il ‘trono’, il sedile di fianco all’autista (il ‘posto del morto’, secondo una corrente di pensiero più pessimista): in caso di schianto è il più pericoloso, così dicono le statistiche, ma è anche il più comodo (nessun vicino sgomitante), si ha la possibilità di aprire una fessura per respirare (se c’è ancora la maniglia) e di interferire sulla gestione dell’autoradio (se l’autista ve lo consente e non è un integralista dei propri gusti musicali).
Altre caratteristiche del taxi-brousse, mutevoli da paese a paese, in Senegal sono le seguenti: contachilometri perennemente scollegato, anche se l’auto è nuova; velocità variabile a seconda delle buche, della fretta dello chauffeur e dei blocchi stradali della polizia; logorrea velenosa dell’autista e/o dell’equipaggio; odori, rumori e sputi in ordine sparso e quantità/intensità altamente incostante, a seconda delle usanze, degli studi e delle amicizie del suddetto equipagg.; finestrini e accessori vari non sempre funzionanti; autoradio, a volte, fin troppo funzionante; grande possibilità di scambio culturale tra passeggeri - dovuta anche alla vicinanza epidermica coatta -, variabile a seconda delle persone e della nostra propensione al dialogo, della conoscenza linguistica e della voglia di metterci in gioco. Questi, e molti altri (a voi scoprirli), gli ingredienti di un taxi-brousse che si rispetti.
Buon viaggio (le cinture, se ci sono e funzionano, potete allacciarle)!

 



Vita da toubab
 


Dakar, bienvenue
Per raggiungere il Senegal ho scelto la compagnia belga Sabena, mi hanno detto che è una buona compagnia e sono curioso di annusare l’aria, anche se solo per qualche ora, del paese dei polli alla diossina, degli amanti dei bambini, del primo euro e del fumetto. Il breve scalo, però, si trasforma in una via crucis di sette ore, tante quante servono per far arrivare un pezzo d’aereo mancante da Parigi - che si trova, per inciso, a un paio d’ore, forse meno, di treno. La stizza e la noia per il ritardo vengono compensati dalla bellezza & gentilezza incommensurabili di un’impiegata biondissima che sorride e soffre al bancone dei lamentosi, frequentato da quelli come me che vanno a romperle le scatole, elemosinarle una camera d’albergo o un buono pasto, chiederle cento volte cento quand’è che partirà l’aereo successivo, oppure semplicemente a guardarla per lustrarsi gli occhi. La venere mi ricopre di buoni pasto e mi fa fare un paio di chiamate, mi ricredo al volo sui cliché dei belgi - barzellette francesi e dintorni - e la perdono, lei e tutta la compagnia, per il ritardo orrendo. Un sorriso così fa perdonare qualsiasi reato.
Avevo scelto Sabena anche per gli orari: se la compagnia li avesse rispettati sarei arrivato a Dakar a un’ora decente in tarda serata. In aeroporto, invece, ci arrivo alle tre di notte, ora non eccellente per rispettare la prenotazione in albergo (me l’avranno cancellata?), prendere un taxi (con la scusa dell’orario i tassisti mi mungeranno il portafogli a dovere), essere freschi per affrontare i doganieri e i tuttofare molesti che vegetano nella hall degli arrivi in attesa di qualche turista cui estorcere qualche spicciolo con la scusa di ‘servizi vari’: recupero di un carrello, guida fino a un taxi di fiducia, una camera d’albergo, altre ed eventuali.
Sulla Lonely Planet ho letto che tale fauna vegeta ventiquattr’ore su ventiquattro all’aeroporto di Dakar in attesa di me, dunque ho passato gli ultimi trenta minuti - necessari per recuperare i bagagli dal nastro trasportatore e passare come un’anguilla tra il marasma di gente, carrelli e doganieri che si accalca all’uscita - a prendere respiro, fare esercizi di apnea, così da essere pronto ad affrontare, da subito, i pedinatori di turisti. Il riscaldamento da training autogeno ha funzionato, sono bravissimo nello sgattaiolare tra le ginocchia di una dozzina di questuanti che mi offrono di tutto, assicurandomi che da solo non sarò in grado di fare/trovare nulla. In un paio di minuti, invece, scovo un taxi e riesco a contrattare il passaggio fino in centro a una cifra minore rispetto a quella ufficiale, riportata grande come una casa su un cartello. Mi devono aver preso per un bianco che vive qua, anche se in Senegal non ci ho mai messo piede prima d’ora.
L’Hôtel Provençal si trova a cinque metri dalla Place de l’Indépendance, il cuore di Dakar che, a quest’ora, è deserto. Nonostante il nome chic, l’albergo è una topaia frequentata dai backpacker e dai clienti delle discoteche e delle relative zoccole che lo usano come motel. Il proprietario, tal Hassan, ha però il senso della misura e divide la sua clientela su due ali separate: al primo piano i clienti ‘normali’, al pianterreno quelli che mugolano a tassametro. Sono le quattro e mezza e sono stanco stracciato, non posso avere la lucidità per lamentarmi dell’atmosfera e cercare un altro soffitto. Accetto persino una camera con una mortadella francese al posto del cuscino, il bagno comune con l’acqua fredda e la porta sbrindellata, i grumi di peli non miei che rotolano sul pavimento come tumbleweed dell’Arizona, sospinti dagli spifferi che passano attraverso la porta e la finestra. Per circa quindici euro tutto ciò in Africa mi sembra caro, ma a quest’ora e in queste condizioni compro qualsiasi cosa, purché possa distendermi su un materasso entro cinque minuti.
La sveglia arriva poche ore dopo, grazie alla stimata clientela della camera di fianco. Un padre prega rumorosamente Allah mentre la figlioletta fa ginnastica, scarica il surplus di energia bimba correndo un miliardo di volte su e giù per il corridoio, tra urletti e risolini suoi e i richiami sbraitati dalla madre. Una famiglia di sordomuti, quasi.
Fatto a pugni con il gelo della doccia e doppio esercizio di respirazione meditativa, esco pronto ad affrontare la strada, la prima di questo viaggio. Sono ancora fresco di aereo, puzzo di turista appena sbarcato, lo si percepisce lontano un chilometro grazie allo sguardo tra l’insicuro e l’ebete - classico di chi ha appena messo i piedi giù dalla scaletta -, oltre che dall’abbronzatura inesistente. Me ne rendo perfettamente conto e faccio fatica a tirare fuori l’espressione a metà strada fra il duro e l’indifferente che spesso serve da corazza antiseccatori. Al momento ne sono ancora del tutto privo, il bozzolo deve crescere. L’abbronzatura verrà. In strada fa un caldo bestia e godo pensando al novembre gelido che mi sono lasciato alle spalle. Inseguire il sole, scusate la banalità, è un gran bello sport.







Prima missione: cambiare un po’ di soldi in CFA, i franchi dell’Africa Occidentale. Una torma di storpi, bambini di strada, mani tese, mani in cerca di amici che paghino pranzi fa catenaccio all’entrata della Banque Senegalo-Tunisienne, la più tirata a lucido della piazza. All’interno l’aria condizionata è da sciarpa e maglione con il collo alto, e quando entro il vigilante mi stringe la mano con un sorriso a cento denti.
«Bonjur. Ça va
A casa mia, quando entro nella mia banca, l’unica cosa che ottengo dal vigilante è uno sguardo incarognito tendente a impugnare la pistola. Il Senegal già comincia a piacermi.
L’impiegata, nonostante l’ufficio abbia un arredamento e un computer da cantone svizzero, ha una lentezza da bradipo e ci mette un quarto d’ora per cambiarmi i soldi. Il bello è che sono l’unico cliente.
Come secondo apostolato, appena tornato ai trenta gradi dell’asfalto, mi impongo di fare un salto al mercato Kermel, quello per turisti (secondo la guida), a breve distanza: amo le terapie d’urto, il mettermi alla prova subito per capire che aria tira. Dal dentista ci vado appena sento le prime magagne, non rimando mai. Voglio toccare immediatamente il fondo, vedere fino a che punto i venditori mi assaliranno. Sopravvissuto a loro, dopo, tutto il resto dovrebbe essere più facile.
Il mercato è talmente perfettino che pare tirato con il righello, sembra di essere in Svizzera, se non fosse per lo splendido artigianato africano che ogni bancarella riversa sulla strada e per l’insistenza dei venditori. Tutti mi salutano come se fossi loro cugino e, se faccio l’errore di avvicinarmi troppo, mi tirano per una manica verso l’antro del magasin, così chiamano i cubicoli di un metro cubo ripieni di ogni ben di dio. Non voglio comprare nulla, lo shopping è rimandato a fine viaggio, quando potrò investire i soldi rimasti e i bagagli saranno disponibili ad accogliere nuovi inquilini che non intendo scarrozzarmi dietro per cinque settimane. Questo estratto di saggezza, però, non scalfisce di una tacca l’insistenza commerciale dei venditori. Sei il primo cliente di oggi, è il refrain che mi sento dire, ed è già l’ora di pranzo. Se poi commetto lo sbaglio, così, per puro spirito indagatore, di chiedere il prezzo di qualcosa, rischio di non lasciare più il mercato: il venditore mi fagocita come una medusa, dando il via a una contrattazione estenuante cui non desidero minimamente partecipare. Questo è un mercato africano, non europeo, qui si contratta sempre, mi sottolineano i venditori più campanilisti, convinti che sia lì per seminare zizzania piuttosto che per aprire il portafogli. Forse hanno ragione.
A pranzo devo vedere Jeannine, un’amica di mia zia. Per pagarsi la permanenza in Italia ha fatto la badante ai nonni arteriosclerotici per lunghi anni, mentre sfruttava una borsa di studio. Cattolica, è una donna intelligente e colta che da noi si è fatta un bel mazzo a pulire gli escrementi degli ottuagenari mentre preparava una tesi su Calvino, e alla fine ha scelto di tornare a casa, preferendo la responsabilità alla fuga: un marito e un figlio la attendevano. Natale si avvicina e mia zia mi ha appioppato un enorme panettone ricoperto di cioccolato, lo devo consegnare a Jeannine prima che si sciolga. È sopravvissuto al trasporto aereo, è solo un po’ acciaccato, e le allungo la zavorra che mi sono tirato dietro tutta la mattina quando ci incontriamo da Ali Baba, uno dei ristorantini libanesi più popolari dell’Avenue Pompidou, la via più trafficata da questuanti a caccia di turisti dell’intero Senegal. Jeannine si presenta con la cugina, una grassona che apre bocca solo per masticare. L’adipe le cola dalle ascelle, specie di ali che intravedo dai fori di areazione del tunicone che la avvolge.
Ordiniamo chawarma - involtino di pita libanese, carne di kebab, patatine fritte e deliziosa salsina di ceci -, una santissima istituzione di Dakar (ma anche del resto del paese e di mezzo Medio Oriente) di cui mi innamoro subito, forse perché mi ricorda la piadina. È deliziosa e le due donne ridono del mio entusiasmo culinario. Per loro la chawarma dev’essere lo spuntino di tutti i giorni, già visto e consumato troppe volte, privo di gran fascino. Per me, almeno ai primi morsi, è buono quasi quanto le tagliatelle al ragù.
Jeannine soffre di diabete, mia zia lo sa benissimo, eppure accetta con grande gioia il panettone al triplo glucosio. I regali veri, d’altronde, sono quelli che fanno godere, non quelli sani, eticamente corretti.
«Alloggi al Provençal? Ma è un tugurio... Perché non passi qualche giorno a casa mia? Così puoi conoscere la mia famiglia e, di sera, uscire con Karim, mio marito...»
L’offerta sembra allettante, nulla di meglio per conoscere sul serio i senegalesi, oltre a risparmiare ed evitarmi tutto il benessere che si respira nel mio hotel a quattro stalle.
«Va bene, accetto volentieri, grazie. Ma non mi fermerò più di due notti, non voglio disturbare. Verrò domani, ormai è passata l’ora per fare check out.»
«Nessun disturbo, vieni quando vuoi. La mia casa è la tua casa.»
Poteri dei panettoni.





Trascorro il pomeriggio a giocare al turista, voglio iniziare a orientarmi in questa grande città africana con qualche ambizione parigina. Uno splendido centro internet nel cuore dell’Indépendance mi tiene in contatto con il resto del mondo e le pasticcerie della Pompidou non mi fanno rimpiangere gli zuccheri di casa. In questa zona lo sport più praticato dai turisti, se si eccettuano i turisex che affollano alcuni bar e discoteche, è quello di schivare i seccatori, una specie di slalom umano fatto di sguardi, scatti improvvisi, pedinamenti, non, merci. I più convinti del proprio mestiere sono i seguaci di Baye Fall - uno dei più famosi marabout, i santi/evangelisti musulmani del Senegal -, riconoscibili per i vestiti da arlecchino impolverato, a caccia di soldi dei turisti gonzi, ciotola alla mano e insistenza da piazzista di enciclopedie. Per una causa santa, è ovvio. Questi massacranima, sempre vestiti di patchwork che ha visto troppe lavatrici, sono una specie di sadhu indù: vivono di elemosina e di marijuana, una specie di motore produttivo dell’economia nazionale, insomma. Il loro capocosca, il ‘presidente operaio’, sparse tutto quel Verbo ispirandosi a sua volta al proprio leader spirituale, Amadou Bamba, capo e fondatore della confraternita Mouridiya. Bamba, che del bamba aveva solo il cognome, in realtà fu un furbacchione di fine Ottocento, un venditore di oppio per poveri che, predicando La Parola, schiavizzò a chiacchiere qualche battaglione di fedeli e lo mise a lavorare gratis nei suoi campi di arachidi. I proventi li spartiva fifty-fifty con i francesi, gli stessi contro i quali, almeno ufficialmente, predicava la ribellione delle masse colonizzate. I suoi nipotini oggi aspettano i turisti al varco di Ali Baba e degli altri ristoranti frequentati dai toubab, e riuscirli a schivare senza alterarsi è un’arte.
Proseguendo lungo la Pompidou, arrivo al mercato Sandaga, una vera bailamme di merci, bancarelle e persone che circonda un grosso incrocio. Qui le mani zingare in cerca di portafogli abbondano, i tessuti ipnotizzano con i loro colori fosforescenti, i negozianti senegalesi odiano quelli libanesi - più ricchi e scaltri nella scienza del commercio -, mentre quelli libanesi snobbano silenziosamente quelli senegalesi: è casa loro e non vogliono scatenare ribellioni etniche e forcaiole. Come estraggo una macchina fotografica dallo zainetto mi trovo una seconda ombra incollata addosso. Con insistenza vagamente violenta, il mio alter ego vuole trascinarmi a tutti i costi al negozio di un amico, è convinto che sia un americano qui per fare compere e ho un bel da zigzagare prima di perderne le tracce. Poliziotti, per inciso, in giro non ce ne sono, e se ci sono devono essere tutti in borghese o a bersi un tè.
Come calano le tenebre mi rifugio nell’antro sporco e rumoroso che mi hanno venduto per hotel, con il buio mi sento troppo bianco per andare in giro a curiosare. Scendo in strada solo un momento per comprare una bottiglia di acqua minerale e allungo il giro passando davanti al Sene Keur, una discoteca affollata di gente anche all’esterno. Un ubriacone che mi vede e bofonchia qualcosa mi toglie definitivamente ogni velleità discotecara, meglio un buon libro e la mortadella al posto del cuscino.
La mattina seguente lascio senza troppi rimorsi il Provençal e prendo un taxi per Fann Hock, il bel quartiere in cui vive Jeannine. La mia amica abita in una casa carina con il giardino, dove svetta un albero di Natale in attesa degli addobbi e dei Re Magi. Mi cede il lettino del figlio, traslocato a male parole a dormire non so dove per le due notti che passerò da lei. Fuori dalla porta della camera si apre un monolocale trafficatissimo di gente che va e viene, dalla porta semiaperta intravedo uno stanzone ibrido fra la camera da letto, il salotto, la sala da pranzo e il laboratorio per la riparazione dei computer. Tra la mia culla di legno scricchiolante e l’autofficina di fronte una domestica quindicenne con un anellino al naso frigge agli puzzosissimi su un fornelletto da campeggio. Il quadro è completato da un esercito di bambini e di adolescenti sfaccendati che razzolano per casa, apparentemente intenti a far passare il tempo in barba alla scuola che li attende invano. Capisco al volo che in quanto a rumori e odori la mia nuova alcova, seppur gratis, non sarà più confortevole del Provençal. È meglio andare in giro per altre missioni e passarci giusto il tempo necessario per dormire e tirarmi un secchio d’acqua addosso alla mattina.
Fann Hock si affaccia sulla Corniche-Ouest, il bel lungomare percorso da una strada larga e trafficata. Qui si trova il grande Village Artisanal di Soumbédioune, un ghetto di bancarelle per turisti dai prezzi gonfiati con il compressore. Le mandrie in bermuda da mungere arrivano a metà mattina, scaricate dagli autobus con l’aria condizionata per mezz’oretta di shopping mordi-e-fuggi, poi si riparte verso qualche hotel/resort per abbuffarsi al buffet. Trovo molto più interessanti i negozietti prospicienti al villaggio artigianale, meno frequentati dalle orde spendenti & spandenti, dunque più ‘autentici’. Fra questi spicca uno in particolare. Una teca sul marciapiedi espone i suoi gioielli, il campionario che vorrei acquistare in blocco. Si tratta di piccole sculture, vere e proprie opere d’arte, altro che Gioconda, ricavate dalle lattine di bibite e di birra riciclate. Qualche Heineken è diventata una jeep 4x4, alcune Pepsi sono ora una betoniera che sembra vera. E poi: biciclette, moto, automobili - da strada e da Formula Uno -, elicotteri, camion, aerei. Il pezzo migliore, quello che non riesco a non comprare, sembra il frutto massimo della fantasia dell’Uomo applicata alla materia. Si tratta di qualche lattina di Coca-Cola che, per incanto, è stata trasformata in un porta-carta igienica che raffigura, a sua volta, un omino seduto sul water, cappello in testa, occhiali e giornale aperto fra le mani con tanto di scritta ‘Lire, Ecrire, Informer. La paix et l’amour’ incisa sulle pagine. Multinazionale fatta poesia, se mai sia possibile. Sul retro del negozio un paio di ragazzini ritagliano lattine e danno vita a nuove creazioni, svendute a prezzo di banana, e questa è una bottega considerata cara, in zone meno turistiche c’è chi vende manufatti analoghi alla metà. Se dovessi produrre un oggetto del genere chiederei almeno mille volte tanto, se non altro per il tempo impiegato. Ma in Africa, si sa, la manodopera è aria fritta.






Oggi è una giornata fortunata. Oltre all’Arte incappo, per puro caso, anche nell’Evento. Sulla spiaggia si tiene l’edizione annuale della regata di Soumbédioune, uno spettacolo che si ripete una sola volta ogni trecentosessantacinque giorni, una roulette dà più possibilità. Il fiume umano mi risucchia verso il mare, sul quale sembra che si stia svolgendo la Terza guerra mondiale. In realtà si tratta dei vari equipaggi delle piroghe, con rispettivi partigiani e collaborazionisti sull’arena, che si danno battaglia non solo a remate in mare, ma anche addosso, così come a secchiate d’acqua e oggetti catapultati contro i ‘nemici’. L’aria è elettrica e sul bagnasciuga si riconoscono due categorie di spettatori: quelli impassibili, seduti come al cinema sulle miriadi di piroghe da pesca parcheggiate nella parte più alta dell’arenile, e quelli che sembrano reduci da un rave lisergico, scatenati e con gli occhi fuori dalle orbite mentre inseguono a piedi, sulla riva, gli equipaggi di fiducia. Ogni villaggio della regione di Dakar ha inviato il proprio team, composto da circa venticinque energumeni altamente motivati a portare la coppa a casa, e una piroga costruita per l’occasione. In un paio di edizioni passate la gara fu interrotta, gli atleti avevano cominciato a darsi remate sulla nuca in mare aperto, ancor prima di arrivare a Dakar.
Gli ultras urlano, corrono, sudano, si tirano sabbia e polvere bianca addosso, ma non credo che si tratti di cocaina, anche se gli effetti sembrano i suoi. L’insieme, un collage di colori e frastuono, euforia e calore, volti seri e altri impazziti, famiglie con l’abito buono e bambini che arricchiscono i gelatai ambulanti, mi conferma, ancora una volta, come prendere aerei pericolosissimi e dormire in posti pulciosissimi sia uno sport che, a volte, può regalare medaglie preziose. Insostituibili.
Alla sera conosco Karim, il marito di Jeannine. È un uomo alto e simpatico, una specie di armadio di ebano con un sorriso perennemente stampato sul volto. Lavora come presentatore in televisione e alla radio, dunque conosce mezzo mondo, e a casa ha una foto in cui stringe la mano al capo-stregone, il papa polacco. Karim è una specie di Pippo Baudo senegalese, anche se con meno ville bombardate dalla mafia e con mogli più carine. La sera decide che dobbiamo assolutamente uscire assieme, mi deve far conoscere Dakar by night. Non posso rifiutarmi e poi, non posso nasconderlo, sono molto curioso.
Si esce verso mezzanotte, prima sarebbe da plebei. In auto raggiungiamo un abbeveratoio per nottambuli nei pressi della Medina, un quartiere a breve distanza con un mercato grande e incasinato. L’aperitivo è costituito da qualche spiedino di kebab e sale, il tutto innaffiato da birre Gazelle (la più proletaria, per me) e Flag (la più chic, per lui; Pippo Baudo che beve la Peroni non s’è mai visto). Nel giardinetto all’aperto ci sono molti uomini e poche donne, tutti con qualche battaglione di bottiglie vuote sotto il naso e con un triplo Ça va? per Karim e per me.
Di lì ci spostiamo verso il Sunrise Jazz, un club in cui si suona musica dal vivo. Lungo il tragitto passiamo di fronte alla grande pasticceria della Medina.
«È aperta ventiquattrore al giorno, fa paste così buone da lacrimare e verso l’alba è affollatissima di giovani che si fanno uno spuntino prima di tornare a casa», mi spiega Karim.
Mi vengono in mente le nostre pasticcerie e i nostri eroi del sabato sera. Forse è questa, la famosa globalizzazione.
Al Sunrise ci acquattiamo in un angolino tranquillo in cui Karim tiene le pubbliche relazioni con Ricardo, il gerente, e con altre mille persone che vanno e vengono a porgere gli omaggi. A ognuna va stretta lungamente la mano e bisogna regalare il triplo Ça va? di rito, dopo un quarto d’ora mi ronzano le orecchie e mi fa male il polso. Tutti i presenti sembrano conoscere Karim da sempre e si sdilinquiscono in un’infinità di sorrisi, complimenti - pure a me -, mani centrifugate, domande di circostanza, mix di battute in wolof e in francese. Qua e là, fra le poltrone, scorgo alcune delle famose bellezze notturne di Dakar, ma non saprei dire se si tratti di semplici frequentatrici del locale o di professioniste al lavoro. Comunque sia, così in ghingheri sono davvero belle, anche se i loro volti emanano una noia troppo occidentale per i miei gusti, che già conosco molto bene. E poi a casa e nella coscienza mi aspetta la fidanza, per cui mi tolgo ogni pensiero birichino dalla testa, raggiungo l’illuminazione, archivio il file e mi metto il cuore in pace. Meglio concentrarsi sull’ascolto della band che strimpella qualcosa tra il reggae, il jazz e il pop africano, affatto male.
Dopo un salto all’ennesimo ristorante con patio e gente cotta dall’alcol - il gerente sembra un manichino di Armadi tendente al pierre romagnolo e vuole assolutamente che visiti le sue due discoteche in centro -, facciamo una puntata alla Pompidou. Prima una capatina al Le Mex, un bar-discoteca ‘messicano’, dove domina la musica di Youssou N’Dour e le signorine al bancone hanno tailleur da far girare la testa. Meglio tornare in strada, sempre per i motivi suesposti. Anche se i negozianti e i venditori ambulanti hanno sbaraccato tutto e sono andati a nanna la via è molto animata, ed è notte profonda. Il locali libanesi che vendono chawarma take away lavorano a pieno ritmo, al loro interno i nottambuli si accalcano per conquistare una pita ripiena di ogni schifezza bisunta e trisunta che si possa immaginare, davvero digeribile a quest’ora. Un secondo giro di kebab alle tre di notte ci dà il colpo di grazia, torniamo a casa, anche se non abbiamo fatto granché o ci siano successe cose inenarrabili.
Il mix di agli fritti, computer riparati a suon di improperi, zanzare, bambini schiamazzanti, il tutto di fronte alla porta della mia camera, anche se gratis, mi fa accelerare le tappe.
«Jeannine, grazie mille per l’ospitalità, ma ho studiato con più attenzione il calendario e mi sono accorto di avere poco tempo. Parto oggi stesso per N’Gor.»
Ringrazio cento volte, saluto tutti e in taxi raggiungo la spiaggia sulla penisola di Capo Verde che si trova a breve distanza da Fann Hock e dall’aeroporto. Gli amici e la letteratura mi hanno consigliato a più voci Chez Carlà, un alberghetto semplice ma tranquillo sulla piccola isola di N’Gor di proprietà di una modenese che è anche un’ottima cuoca. L’input letterario, come si direbbe nelle trasmissioni televisive condotte da gente untuosa con la faccia piena di nei, viene da Avventure in Africa, un bel libro di Gianni Celati che sembra scritto apposta per me. Tra quelle pagine Celati descrive Carla come “bassa, grassotta, vestita alla sans façon, d’impronta spicciativa milanese”. In effetti, Carla non sarà una Venere, però i suoi piatti sono da leccarsi i baffi, le sue camere pulite e silenziose conciliano ronfate ineguagliabili, il suo team di cuoche e cameriere ha una gentilezza da scuola alberghiera svizzera e il panorama non ha uguali. Per quanto riguarda la succitata impronta spicciativa milanese ne ho una riprova appena arrivato, quando ho ancora i bagagli in spalla. Un galoppino da spiaggia, di quelli che passano la vita aspettando il turista cui spillare una birra, ha trascinato qui una francese che vorrebbe una camera (“Altrimenti si sarebbe persa”. N’Gor, per dovere di cronaca, è grande come uno sgabuzzino ed è impossibile perdersi). Nell’esigere la commissione il tipo si è rivelato particolarmente insistente - poi vengo a sapere che è lo sbevazzone ufficiale dell’isola -, tant’è che Carla lo ha liquidato con una frase in due capitoli: il primo, in francese, per spiegare le proprie ragioni (“Non ti do un franco perché se lo faccio te lo vai a spendere in alcol”), il secondo, in italiano, per rendere ancor più chiaro il messaggio e chiudere definitivamente l’argomento (“Vaffanculo”).






La pensioncina - sei camere in tutto - si affaccia su una baia dell’Atlantico, oltre il reef si può sognare Capo Verde e, un bel po’ più in là, l’amato Brasil. Qua e là i nativi offrono lo spettacolo quotidiano e gratuito del lavaggio delle capre in mare, sapone di Marsiglia in una mano e molta schiuma tra le onde, meglio del cinema. I bambini, al tramonto, pescano lunghi pesci trombetta che tentano di vendere ai clienti e ai proprietari dei ristoranti.
Carla, in realtà, è una milanese doc trapiantata a Modena per ben vent’anni, dove sfamò con dedizione tutta milanese orde di commenda del maiale insaccato, di ferraristi e di industriali della piastrella da cesso. Poi, le imperscrutabili vie del Signore e l’insopportabilità per lo Stivale la portarono in Guinea-Bissau, dove aprì un ristorante italiano di enorme successo tra gli occidentali delle organizzazioni di elemosina al terzo mondo, almeno finché i pazzoidi locali con la mania delle medaglie e dei kalašnikov non iniziarono a sparacchiare a destra e a manca. Carla si beccò la malaria e un marito, poi, in fuga dalle pallottole, piantò le radici a N’Gor, da cui non si è più mossa. Ci arrivò quando la spiaggia era ancora deserta, i terreni costavano poco e il business non era nell’aria. Oggi, soprattutto sulla ‘terraferma’, il panorama è massacrato da un paio di mastodonti in stile sovietico che, tradotti in soldi, sono due megalberghi per turisti da branco. L’isoletta di N’Gor è frequentata soprattutto dalle turisex di mezza Europa - i giocatori di calcio locali fanno molti gol tra le impiegate di Varese o le manager di Amburgo -, dalle famiglie di Dakar a caccia di un buon piatto di pesce nei fine settimana e dagli isterici a caccia di silenzio, come me. Questo è, sarebbe un libro di viaggio, non un dépliant da agenzia turistica. Però non posso tacere sul fatto che da Carla si mangi e si dorma da dio. Io l’ho fatto per quarantotto ore filate.
 





Gorée, dov’è la festa?
Quasi certamente mi sbaglio, ma mi sembra che ai tempi d’oro il mitico Craxi (padre) avesse girato una specie di documentario storico/turistico piuttosto interessante sugli schiavi e il loro carcere a Gorée, l’isoletta a venti minuti di traghetto da Dakar. Magari c’era un posto analogo nella sua Sant’Elena tunisina e mi confondo: il tempo scorre anche per me e l’arteriosclerosi avanza. Comunque sia, dopo le parole e le immagini del nostro politico più amato dai tunisini, non mi sono mai tolto dalla mente quel luogo: prima o poi ci sarei andato.
Più di recente, almeno di questo sono sicuro, amici sporcaccioni mi hanno declamato le notti infuocate di Gorée, una specie di Sodoma e Gonorrea a pochi passi dalla capitale senegalese (non che quest’ultima sia un luogo particolarmente timorato di Dio).
«Sull’isola di notte non c’è la polizia e si scatena l’apocalisse. Non devi perderla.», così aveva insistito un amico particolarmente vizioso, poco prima che partissi.
Siccome non amo deludere gli amici, ho preso il traghetto per l’isola pochi giorni dopo il mio arrivo in Senegal. I miei buoni presentimenti su Gorée erano stati rafforzati già all’aeroporto di Bologna: sulla navetta avevo udito un trapanese, con pizzetto alla Italo Balbo e tamburo da viaggio insaccato in uno zaino sulla groppa, confabulare euforico con un paio di vucumprà che tornavano a casa dopo lo sgobbo italico:
«A Gorée mi hanno detto che si suona sempre, che c’è una festa a ogni angolo di strada, tutte le sere. Non vedo l’ora di essere là...»
I due senegalesi gli avevano confermato le ipotesi musicali con un sorriso a quaranta denti e a me si erano drizzati i capelli di sopra e di sotto. Il tamburo è da sempre lo strumento musicale che più odio, soprattutto quando vorrei dormire e qualcuno me lo suona sotto la finestra o nella stanza di fianco.
Sulla Lonely Planet, inoltre, avevo letto che nell’isola non potevi fare un metro senza essere assediato da almeno un centinaio di ‘guide’ che ti dovevano assolutamente scortare in quella babele intricatissima di vie, viali, autostrade, circonvallazioni, tunnel e viadotti. Studiando la cartina dell’isola, due vie in croce non più lunghe di trecento metri, avevo già capito che mi avrebbe atteso un esercito di rompiscatole ambulanti più ossessivi di quello dell’Avenue Pompidou o della Place de l’Indépendance di Dakar.
Preso il traghetto, indosso lo sguardo più duro del campionario - ci possono essere infiltrati già a bordo -, forte anche del taglio di capelli da marine guastatore che mi sono fatto fare da un barbiere della Sierra Leone, un rifugiato che ha aperto la sua azienda su un marciapiedi nei pressi del mercato Sandaga. Mi ha chiesto il doppio della tariffa ufficiale - chiaramente riportata sullo specchio di fronte al mio naso, all’interno del suo metro cubo di cartone e lamiere -, ma in compenso ci ha messo il triplo del previsto: delle due macchinette elettriche che aveva non ne funzionava una che fosse una ed è dovuto ricorrere all’antica tecnica, forbice e rasoio. Lametta Gillette schiacciata con il pollice su un pettine sdentato, la mia fronte che sudava copiosamente. Ha armeggiato con i tosaerba disintegrati per mezz’ora, smontando, rimontando, ungendo, smadonnando, disinfettando e spennellandone i pettini e le lame cento volte, ma alla fine ci ha rinunciato. Stava arrivando l’ora del tè e io mi ero quasi addormentato sul suo sgabello. Il risultato è quello che è.
Ma torniamo al traghetto. Lo sguardo alla Chuck Norris e il taglio di capelli pure non fa desistere Lamine, così dice di chiamarsi, l’ombra che mi si è appiccicata addosso. Sotto la coppola da banlieue e la barbetta che lo fa più vecchio di quello che è ha modi di fare gentili, per cui non lo scaccio a male parole come il mio carattere sempre più eticamente scorretto si è abituato a fare negli ultimi tempi.
Come va, di dove sei, come ti chiami, Pietro, come?, ecc. Vedendomi carico di bagagli come un somaro mi chiede se ho già una prenotazione o se, una volta sbarcato, cercherò un alloggio.
«Prima voglio provare a chiamare un paio di alberghi indicati sulla guida, poi, se saranno pieni o troppo cari, cercherò un’affittacamere. Ne conosci qualcuna?»
Il volto di Lamine si illumina.
«Bien sûr
Telefono dall’unica cabina dell’isola. Come volevasi dimostrare, gli unici due alberghi chiedono cifre da giapponesi, per cui, trascinato dal mio scudiero, dirotto verso una casa rosa priva di insegna. Dentro c’è uno strano viavai di donne. Prima quasi faccio un frontale con una spagnola scheletrica che esce dalla sua stanza con passo da alpino e sguardo e muscolatura da tossicomane. Poi incappo in una vegliarda francese avvolta in abiti tardo-freak turchesi svolazzanti, scortata da un rastafari con le spalle larghe il doppio delle mie. Dove sono finito?
«È tranquillo? Silenzioso?», domando sospettoso al gestore, un conoscente di Lamine che ha fretta di incassare. Negli ultimi tempi non mi importano più di tanto le palle di peli altrui o gli scorpioni nelle lenzuola, l’unico criterio in base al quale scelgo una camera è il silenzio o meno.
«Certamente! Vieni, ti do la camera migliore. Qui non vola una mosca.»
L’agente immobiliare mi conduce al piano superiore, dove le camere sono circondate da una veranda di legno tarlato che scricchiola a ogni respiro. Sono a dieta da un pezzo, ma i risultati tardano a manifestarsi: reggerà?
«Mi raccomando, quando hai tempo vieni a vedere il mio atelier di tamburi», è il congedo di Lamine.
«Certo, non mancherò.»
Passo la giornata a perlustrare l’isola, che si rivela grande come un monolocale e del tutto priva di guide su due gambe. La Lonely Planet è ottima, si sa, ma anche lei, ogni tanto, invecchia e le vene che portano sangue al cervello cominciano a irrigidirsi. Un suo capitoletto dedicato all’isola, però, mi fa sorridere. Con argomenti più che seri l’autore, sicuramente uno sporco revisionista che non è altro, sostiene come la storia degli schiavi che sarebbero partiti a frotte da Gorée sia (sarebbe), in realtà, una balla enorme, basata su un fatto storico atroce - da qui vennero imbarcati sì e no trecento schiavi all’anno - gonfiato con la pompa da bicicletta per pura speculazione turistica. C’era cascato pure il povero Craxi, forse. L’arcinota Casa degli Schiavi - la sua scala doppia di colore rosa è una delle cartoline più vendute in Senegal -, in effetti, anche volendole ammassare in orizzontale l’una sull’altra, non avrebbe potuto contenere più di un numero molto esiguo di persone. I pesci che sembrano cadere con maggiore successo nella rete di questa trappola per gonzi pare siano proprio i discendenti di Kunta Kinte esportati nel Nuovo Continente: gli afroamericani, con deretani da cheese burger in tutto simili a quelli dei loro compaesani bianchi, arrivano a Gorée a frotte, di solito in tarda mattinata. Protetti da cappellini imbecilli e armati di telecamere stracostose esclamano sonori yeah! di commozione in risposta alle spiegazioni truculente delle guide, poi si fanno fagocitare nello shopping mordi-e-fuggi dai proprietari delle bancarelle di souvenir più famelici e assatanati del mondo. Quindi riprendono il traghetto carichi di paccottiglia e di coscienza offesa, diretti verso qualche ghetto del tutto-organizzato. Nessuno dice loro che i veri magazzini e i porti di imbarco degli schiavi erano ben più a sud, in Gambia e in Ghana, paesi poco versati nel marketing d’agenzia per fessi nordamericani. Soprattutto, nessuno racconta loro come lo schiavo-tour di Gorée, cementato nell’immaginario dal trascorrere del tempo che seppellisce le prove e pompato dall’assoluta convinzione che le guide locali impongono ai visitatori, sia un pacco confezionato ad hoc per mungerli al meglio.
Durante il mio giro culturale faccio ben attenzione a non visitare l’atelier di Lamine: una sola nota di djembe, il tamburo-simbolo del Senegal, potrebbe farmi riprendere il traghetto al volo. Forse l’aereo. In compenso mi faccio un giro nella zona del ‘Castello’, il promontorio fortificato che si erge sull’estremità meridionale dell’isola. Il posto è un’accozzaglia assurda e surreale di bunker, dirupi, cannoni antiaerei enormi, seguaci della setta religiosa di Baye Fall che fumano cannoni enormi nei medesimi bunker, atelier rigonfi di djembe & di altre minchiate rumorose, una costruzione delirante a metà strada fra una vela e un campanile, un pot-pourri di sculture ricavate dai suddetti seguaci con immondizie riciclate: sedie, bambole, un carrello da supermercato arrugginito, un albero di Natale da cui pendono bottiglie vuote e invecchiate di vino e di whisky. Il luogo sarebbe ideale per un rave, o per farsi l’ultima pera, a seconda dei gusti e delle amicizie.
Ritorno al molo, un ottimo check-point da cui osservare chi arriva e chi parte. A ogni traghetto che attracca fa da comitato di benvenuto un manipolo di ragazze locali, tutte intente a trascinare i turisti alle rispettive bancarelle di fiducia a suon di sorrisi e ammiccamenti e minigonne fucsia e ciabatte leopardate.






«Italiano? Vieni a vedere il mio magasin
Il magazzino in questione è una cella di due metri cubi al mercato artigianale che si trova alle spalle della spiaggia. Chi mi trascina per una manica a visitarlo è Aisha, una ventenne dal sorriso professionalmente inquadrato. Dopo l’inutile tentativo di vendita, mi consiglia il ristorante di un amico, almeno intascherà una percentuale sul mio conto.
«Ti faccio vedere qual è, ma seguimi a una certa distanza. La polizia ci proibisce di parlare con gli stranieri.»
Per essere un’apocalisse Gorée mi pare un po’ strana.
Al ristoratore ordino un poulet yamba, sulla guida ho letto che è una delle tante delizie della cucina senegalese. Il cameriere non riesce a trattenere la risata deflagrante. Yamba è la marijuana, il pollo che in realtà voglio è yassa, con una salsina di cipolle e limone.
Nel primo pomeriggio sbarca un’orda di turisti francesi, clienti di un megavillaggio-vacanze di Saly, il ghetto più amato dai toubab lungo la Petite Cote. Il branco - saranno almeno duecento bermuda & cappellini - è scortato a vista da un miniteam di accompagnatrici turistiche, riconoscibili dall’uniforme hawaiana, dai walkie-talkie e dalle facce tese, sull’orlo di una crisi di nervi molto francese. Tenere unito tutto quel gregge di minus habens non dev’essere affatto facile.
Mi accodo al gruppone, tanto per osservare il rito della mungitura, sempre provvido di ispirazione letteraria. Al centro dell’ennesimo mercatino scorgo Lamine, intento a piazzare un djembe dei suoi, grande come una Mini Minors, a un ciccione sudato. In questa circostanza il mio amico-guida si rivela un vero leone da mercato del pesce. Totalmente trasformato rispetto all’impassibilità e alla flemma da Lord con cui mi si era avvicinato - aveva capito subito che ero lì in veste di giornalista, razza da trattare con massima cura, non capovolgere -, ora ha gettato la maschera e fa una merolata a suon di occhi strabuzzati, finto pianto per l’eccessivo sconto richiesto, braccia e mani che gesticolano vorticosamente, sorrisi tirati, logorrea da piazzista. La parte più spettacolare della recita è quando, dopo aver rifilato il djembe a Monsieur, lo insegue per tutto l’abitato, fino all’imbarco, per vendergli anche la relativa custodia, davvero indispensabile, di panno. Lamine non è nato ieri e, dopo un estenuante tira-e-molla di mani che afferrano gomiti, di gomiti che tentano di liberarsi dalla presa, riesce a spacciare la sua roba pericolosissima poco prima che il turista metta piede sul traghetto. Giornata è fatta.
Finalmente arriva la sera. Prima o poi scatterà l’ora x del Grande Casino, sono impaziente di mettere alla prova la parola degli amici. Appena sbarcato, però, ho notato che c’è un commissariato di polizia grande come una casa, alloggiato appunto in una casa, che come tale è stabile che più stabile non si può: non mi pare plausibile che all’ora di chiusura dei negozi anche i tutori dell’ordine e delle mance tirino giù la serranda, prendano il traghetto e se ne vadano a Dakar.
Ceno, mi libero di un paio di scocciatori a caccia di zii che regalino birre, il tempo passa, non accade nulla. Verso le dieci l’ultimo ristorante, quello per turisti giapponesi con conti in valute forti e camerieri in costume da carnevale, chiude i battenti. Non rimane che l’albergo, chiamiamolo così. Dov’è la festa?®
La festa sembra essere in camera, purtroppo non la mia. Nella mia festeggiano solo le zanzare e le mosche - quelle che non dovevano volare -, mentre in quella di fianco, separata dal mio letto tramite una porta di carta velina, pare che stiano sgozzando dei maiali. Rumori di mobili trascinati, tonfi che ricordano martellate pneumatiche sui muri, cigolii di molle da materasso arrugginite, vetri frantumati, porte e finestre che sbattono, gente che molto probabilmente si sbatte, colpi di tosse catarrosi e risate scroscianti. Musica di uno stereo sullo sfondo: reggae o tamburi, non distinguo bene. Forse è reggae su una base di tamburi.
Provo a leggere, a mettere il mio mini walkman al massimo, a infilarmi i tappi di cera sino all’esofago, ad addormentarmi. Niente da fare, la cinghialaia confinante continua imperterrita a grufolare per un’altra ora buona. Poi, finalmente, il terremoto, con qualche scossetta e colpetto di assestamento, si calma.
La mattina presto vengo svegliato dalla stessa selva oscura di rumori, se possibile raddoppiata. Esco avvolto in un asciugamano e in un bozzolo di bava verde di bile, con il viso ancora piagato dal cuscino e gli occhi appiccicati. Sto andando a tirare il proprietario giù dal letto per sottolineargli come quello sia un letamaio, altroché un albergo ‘tranquillo e silenzioso’. Nemmeno a casa mia, dove la donnetta in similpelle del carabiniere di sotto passa la vita a trascinare mobili per sconfiggere gli incredibili quintali di polvere che, secondo lei, si annidano quotidianamente nelle trincee dell’appartamento, c’è un inferno tale.
Come metto il naso fuori dalla porta vedo la babbiona francese, oggi avvolta in sete arancioni svolazzanti, che si accompagna a due rastafari. Il primo ha un materasso di gommapiuma lercia arrotolato sotto un’ascella e lo sguardo di chi si è fumato un ballino di yamba, l’altro tiene in mano una bottiglia di vino rosso semivuota e mi fa la V di peace con due dita. In faccia stampato un sorriso da prendere a picconate.
«Ehi, ma qui la festa la fanno solo le turisex oltre i cinquanta?», chiedo indispettito e invidioso al gerente, mentre con i bagagli mi dirigo al traghetto.
«Da quando sull’isola c’è la polizia la festa si fa esclusivamente il sabato sera. Solo un po’ di disco-reggae e di djembe. Pensi di tornare sabato?»
Me ne vado senza rispondere, come ho già detto l’età, anziché portarmi consiglio, mi sta trasformando in un nazista intollerante nei confronti dei diversi e dei tonti.
Amici consiglieri e guide. Due categorie da prendere con le pinze.







Taxi-brousse I: Dakar-Saint-Louis
Lasciare Dakar, dopo un po’, diventa un’esigenza. Nonostante il fascino della capitale e dei dintorni, il resto del paese, con le sue spiagge, i suoi parchi nazionali e la rigogliosa Casamance, chiama. Il mezzo più economico e diffuso per viaggiare è il taxi-brousse, auto a sette posti non sempre nuova di fabbrica. La gare routière di Dakar è un Inferno in Terra: piazzisti di sedili scalmanati che guadagnano spiccioli per ogni passeggero caricato sul primo mezzo in partenza, venditori randagi che cercano di rifilarmi tutti i tipi di merci ipotizzabili, taxi collettivi e minibus spetazzanti, pollame assortito, gente in camicia ben stirata e ventiquattrore che cerca di raggiungere il villaggio natio.
«Saint-Louis? Vieni con me.»
Faccio appena in tempo a entrare in questa babele che un agente fondiario di sedili mi ha già infilato a forza in una Passat bianca parcheggiata davanti a una drogheria, a un centinaio di metri dall’autostazione. Il mezzo è diretto verso l’ex capitale del Senegal. Saint-Louis, con la sua isola fluviale dall’architettura coloniale e l’atmosfera decadente, irresistibile richiamo per un numero crescente di visitatori, sarà la prima tappa dell’itinerario. Il taxi è abusivo: così l’autista evita di pagare la tangente alla cooperativa e i passeggeri risparmiano qualche CFA.
«Quando parte? Dove sono gli altri passeggeri? Non ho ancora pranzato, dove posso mangiare qualcosa? Chi siamo? Dove andiamo? Che cosa vogliamo?»
A volte rappresento egregiamente l’italiano da esportazione, munifico di domande a mitraglia e rompimarroni.
«Parte fra poco. Vado a raccattare gli altri passeggeri, poi salpiamo. Per mangiare puoi fare un salto là...»
Il piazzasedili mi indica un punto imprecisato fra una pompa di benzina, una merceria e un vigile che tenta invano di regolare il casino infernale che gli hanno rifilato per incrocio. Mi carico il bagaglio sulle spalle e vado a caccia di qualcosa da mettere sotto i denti. Perlustro in lungo e in largo l’incrocio, ma tra bidoni di kerosene trisunti, mendicanti, storpi e mendicanti storpi trisunti al semaforo, benzinai solo bisunti, venditori di rasoi e di specchi apparentemente non unti, laggiù non c’è nulla di commestibile. Sudando e sbuffando ritorno all’auto.
Fa un caldo allucinante e sono ancora il primo e unico passeggero, mi sa che dovrò aspettare ore prima che l’auto si riempia. Conto solo quattro posti per i passeggeri, uno di fianco all’autista e tre dietro. Chissà che qui non funzioni come in Madagascar, dove bisogna sempre moltiplicare per due + bagagli il numero di passeggeri effettivi rispetto a quelli per cui l’auto è, sarebbe omologata. Nell’Île ‘Rouge’ giri con il cambio infilato nel tenue o con il busto fuori dal finestrino, tipo Luna Rossa. Qui spero che le cose vadano meglio.
Nell’auto è seduto un tipo vestito interamente di bianco, boubou - il tunicone tradizionale - fino alle caviglie e papalina da musulmano sulla zucca. Dall’assenza di bagagli e dallo sguardo padronale capisco che è l’autista.
«Lei è lo chauffeur
«Sì, benvenuto sul mio taxi. Come ti chiami?»
«Pietro.»
«Come?»
«P-I-E-T-R-O. Pierre, in francese. Ma sono italiano.»
«Ah, l’Italia, che paese di viaggiatori! Marco Polo, Cristoforo Colombo, Andy Luotto...»
Amin, così si chiama, ha uno sguardo vispo e una cultura sopra la media. È anche logorroico terminale, me ne accorgo subito.
Dopo un po’, per fortuna, arriva il secondo passeggero. Il galoppino lo deposita nella Passat e corre di nuovo verso l’autostazione, a caccia.
Il mio compagno di viaggio è un ragazzone dall’aria un po’ fessa e troppo per bene. È di Saint-Louis e si è laureato da poco in geologia.
«È facile trovare lavoro come geologo qui?», gli domando.
«All’estero, all’estero. Qui...»
Alla snocciolata arrivano gli altri passeggeri, prima un tipo alto e taciturno, poi uno più largo che alto, non giovanissimo, con bambina. Dove la infileranno? Faranno leva sulla mia pietà da turista e me la depositeranno sulle ginocchia, nel posto davanti che già da tempo ho provveduto ad accaparrarmi? No, per fortuna la incastrano fra le gambe del nonno - credo che sia quello il grado di parentela - e il tunnel del cambio. Anche se non parlo wolof, la lingua di Dakar e del Nord, capisco che ciò che esce dalle bocche degli altri due passeggeri potrebbe corrispondere a un ‘ma dove minchia la vuole mettere?’
Incastrata la bimba, l’equipaggio è pronto, si parte. Si partirebbe, cioè, se solo l’auto si accendesse. I due sbuffatori, le ali che stanno dietro, scendono e spingono assieme al piazzista, grondante sudore ma felice per aver incassato il suo percento.
«Come mai non partiamo dall’autostazione?», chiedo ingenuamente, domanda da toubab.
«Dalla gare routière è più complicato - mi spiega il geologo, dopo essere rientrato nell’auto -: gli autisti pagano una tassa, dunque il biglietto sarebbe più caro, e inoltre ti farebbero pagare il trasporto del bagaglio.»
«L’abusivismo è l’unica soluzione per i viaggiatori che vogliono risparmiare - precisa l’autista -, oltre che per chi vuole lavorare.»
Su mia specifica clausola contrattuale stipulata prima di partire, Amin si ferma al primo ristorantino libanese che vende chawarma. Scendo al volo, pensando di essere l’unico passeggero rompiscatole con l’eccentrica richiesta di mangiare qualcosa all’ora di pranzo, ma vengo seguito a ruota dal resto dell’equipaggio. Chawarma per tutti (non pago io).
La Coca che, per esigenza di trasporto, il libanese mi ha versato in un sacchettino di cellofan - il ‘vuoto’ qui è denaro contante -, me la rovescio per metà sulle ginocchia mentre la Passat procede a sobbalzi - la già vista accensione a spinta.
Uscire da Dakar è un’impresa. Il viale che immette sulla bella strada per Saint-Louis è intasato come i nostri viali alle sei di pomeriggio, solo che qui è l’una e mezza e sull’asfalto ci saranno quarantacinque gradi. L’ingorgo è permanente fino all’ultima casa della periferia.
«È tutta così fino a Saint-Louis?»
La mia domanda fa ridere tutti, eccetto la bambina che si è sciolta dal sonno e dal calore nella nicchia in cui l’hanno incastonata.
«È vero che la Torre di Pisa sta cadendo? E soprattutto: è vero che quella zona è ricca di energia?»
L’autista sta impostando il dialogo su questioni mistiche, so già dove andrà a parare.
«Mah, sì, forse prima o poi cadrà. Per quanto riguarda l’energia non saprei. Certo che in Italia le antenne per i cellulari e le antenne vaticane di energia ne emanano parecchia.»
«Tu credi in Dio? O sei uno di quelli che non hanno un Dio?»
Lo sapevo.
«Ehm, mah, dunque, in realtà sono... a-ateo. Nel mio paese sono molti, soprattutto i giovani, a non credere.»
Dieci secondi di silenzio nell’auto, si sente solo il rumore del traffico che viene da fuori. Smorfia da preictus dell’autista.
«Ma come?? Deve essere duro non credere in nulla... Ma allora, in che cosa credi?»
«A dire il vero sto benissimo. E se proprio devo credere in qualcosa, beh, credo in me, nella scienza e nell’intelligenza. Nella gentilezza e nella buona educazione.»
«Ma tu sei un frutto di Dio, Tutto ciò che ti muove è una Sua opera.»
«Peut être...»
«In Senegal tutti crediamo in Dio. Io stesso sono un marabout - santo/evangelista/stregone musulmano; ma a giudicare da come evade le tasse non si direbbe - e credo che non avere una fede sia tristissimo. Sono anche filosofo, autista e meccanico. È bello essere tante cose al tempo stesso.»
In effetti Amin tiene un rosario sul cruscotto e ogni tanto lo sgrana con una specie di tic nervoso che a tratti gli impedisce di tenere il volante come dovrebbe.
«Vuol dire che non credi nemmeno nella reincarnazione? Io stesso, ne sono certo, ho già vissuto cinque vite.»
«Mah, non ho mai conosciuto personalmente qualcuno, a parte te, che si sia reincarnato.»
«Significa che non puoi credere in ciò che non conosci?»
«E-SAT-TO!»
«Ma allora come consideri le persone che credono? Come una specie di drogati che si rifugiano dietro qualcosa che esiste solo nella loro mente?»
«Non so. Forse. Mah. Chissà.»
L’inquisizione sembra terminata, la querelle pare archiviata - per il momento -, se Dio e/o Allah vogliono procediamo.
Amin ha un modo di guidare tutto suo. La sua logorrea ha trasformato il viaggio in una specie di gita turistica a mio personalissimo uso e consumo: per quanto ‘diverso’ e lontano anni luce da lui gli devo stare simpatico e fa di tutto, anche troppo, per farmi sentire a mio agio.
«Vedi quello là? È un baobab. E quello un deposito di fosfati. E quella una venditrice di foglie per infusi. E ...»
Da dietro provengono mugugni. È il nonno che protesta, e forse non ha tutti i torti. Perché l’autista anziché parlare non si dà da fare con l’acceleratore?
Anche quando si concentra sulla guida, Amin sembra soffrire di fiacca tremenda. Rispetta scrupolosamente la linea delle carreggiate, manco fossimo in Austria: se c’è quella continua non sorpassa il camion davanti - che va a stracci bruciati e non fa più dei 25 km/h -, nemmeno morto. Forse teme di incappare in qualche blocco della polizia, avido di mance, soprattutto di quelle estorte agli abusivi che non rispettano la segnaletica. Quando, però, decide che è giunta l’ora di sorpassare - la linea è spezzata e all’orizzonte non si vede anima viva -, lo fa pestando sull’acceleratore come un dannato, quasi fino a fondere il motore.
Forse Amin non ci vede un granché, oppure ha i nervi un po’ scossi. Comunque sia la sua guida è tutto un alternare di frecce, colpi di clacson, sfanalate a quelli che provengono in senso contrario. Sembra un aereo che deve fare un atterraggio di emergenza sull’autostrada. La ciliegina sulla torta, fra una sgranata di rosario e una strombazzata, è il suo secondo tic: quando incrociamo qualcuno che viene in senso opposto o avvista un ipotetico pericolo - bambino aspirante suicida, ubriaco che zigzaga sul ciglio della strada, ciclista con il baricentro sfasato -, Amin drizza un indice dal volante verso il parabrezza, puntandolo come un siluro in direzione del nemico per dirgli: ‘Fai attenzione, spostati, sto arrivando!’
Nell’insieme, l’autista pare uno schizofrenico, e mi verrebbe voglia di proporgli di sedersi al mio posto e di cedermi il volante, se solo avessi la patente internazionale e conoscessi la strada. Sono stupito, comunque, di come quest’ultima sia perfetta, sembra di essere in Svezia.
«Tutti i presidenti del dopo-indipendenza sono nati in paesi collegati da questa strada», mi spiega Amin. Capisco, i nostri onorevoli costruiscono strade e ospedali per i rispettivi collegi elettorali/amici costruttori, perché non dovrebbero farlo i loro...
Rufisque, uno dei quattro insediamenti ‘storici’ francesi - assieme a Dakar, Saint-Louis e Gorée - che ora stiamo attraversando, sembra una piccola città caotica come tante, almeno vista dal finestrino.
«Guarda, che roba! - mi fa Amin, sdegnato per il malcostume che impera nel suo paese - Il commissariato di polizia e, di fianco, i tassisti abusivi. Un po’ come me. Cioè, senza il po’.»
Risate generali.
Il calore sembra sciogliere l’asfalto e l’auto. All’improvviso: BLUORK! La bambina, caduta in catalessi dopo il chawarma, ha deciso di riversarlo, senza concedere un ultimatum, sulle ginocchia dei tre passeggeri che stanno alle mie spalle. È esplosa in una vomitata nottambula a centottanta gradi, senza dare via di scampo ai vicini. Si è fatta i pantaloni del nonno, del geologo e del tipo silenzioso, ora non più tanto silenzioso. Nell’aria si diffonde un aroma rancido e strangolante.
«Fermati, è meglio», suggerisco all’autista. Non vorrei che gli altri viaggiatori, trovando ispirazione nel sottofondo olfattivo, decidessero di imitare la bimba. Magari sulla mia nuca.
Amin mi guarda dubbioso, forse, di solito, quando un passeggero dei suoi rigurgita il pasto lui tira dritto fino a destinazione. Al primo slargo mette la freccia, allunga l’indice verso una capra lì parcheggiata e si ferma. Tutti puliscono i pantaloni come possono, il geologo con un silenzio da Sir. La bimba prende una boccata d’aria, le do una mentina Fisherman’s di quelle che spezzano i polmoni e rinfrescano l’atmosfera - una a lei e una a tutti gli altri -, Amin pulisce l’auto e, tutti giù a spingere, si riparte.
L’autista apre il cruscotto, sposta il Corano e afferra un bottiglione extralarge di profumo annacquato che sparge ai quattro venti.
«Senti che buono!», me lo dà da annusare. Odora di coloranti, sapori artificiali, metanolo e diossina, ma è MOLTO meglio del parfàm di ragù vecchio sparso sulla tappezzeria. Me ne passo una doppia ditata sotto le narici. E, visto che ci sono, faccio fare un giro anche alle ascelle.
Dopo una decina di camion tallonati, profondamente annusati e timidamente superati, facciamo una sosta in un villaggio di quattro case e due somari. Nell’abbeveratoio con il logo della Coca-Cola che si affaccia sulla strada languono quattro spagnoli, il loro taxi-brousse si è smontato lungo il cammino e attendono pazientemente i rinforzi.
Il nonno compra una Malta alla bimba. Si tratta di una specie di birra scura analcolica, molto dolce. Non mi pare la bevanda più adatta a una che si è appena vomitata l’anima, ma i nonni sono sempre saggi e i turisti solo poveri ficcanaso che non si fanno mai i fatti loro.
Come rientriamo in auto Amin impreca contro la cintura di sicurezza che non ne vuole sapere di allacciarsi. Visto il tema, dico la mia:
«A Napoli, nel Sud dell’Italia, quando fu reso obbligatorio l’uso delle cinture di sicurezza qualcuno inventò magliette con le cinture dipinte, per fare fessi i vigili.»
Mezz’ora cronometrata di risate, preceduta da cinque secondi di incredulo silenzio.
Fino a Saint-Louis, durante l’ultimo quarto del tragitto, cala il silenzio. Amin ormai ci ha cotti tutti a suon di chiacchiere, mi ronzano le orecchie e di dietro sono sprofondati nel sonno più tombale. Io sono semisveglio, ma fingo di dormire, almeno con la palpebra sinistra, quella più a rischio di cicaleccio. L’autista ora è silenzioso e va come un folle, la didascalia senza sosta delle prime tre ore di viaggio gli ha fatto accumulare un bel ritardo sulla tabella di marcia, e pure lui se ne deve essere accorto. Il contachilometri è esploso nella notte dei tempi, ma la Passat deve fare i centocinquanta su ruote con la convergenza sbrindellata.
Ristorante Casa Italia, da Ugo, recita un enorme cartello tappezzato di disegni che ritraggono spaghetti e pizze all’entrata di Louga, città poco a sud di Saint-Louis.
Al capolinea tutti scendono, compresa la bambina che, finalmente, ricomincia a sorridere. Il geologo ha le mani sudatissime e se le asciuga stringendo calorosamente le mie, il nonno mi dice che le mie mentine erano eccellenti, forse ne vuole un’altra, l’uomo silenzioso si defila zitto zitto, senza salutare.
Per pochi franchi in più Amin mi porta alla guest-house La Louisiane, all’estremità settentrionale dell’isola collegata alla ‘terraferma’ da un grande ponte metallico, costruito in origine per attraversare il Danubio e trasportato fin qui nel 1897. Il tramonto, i balconcini in ferro battuto di alcune case, i muri giallo ocra scrostati e i nomi che fanno di tutto per ricordare la Louisiana mi danno un magico benvenuto.
«Ah, le Saint-Louisienne, che donne! Quando ero qui nell’89 facevo fuoco e fiamme...», mi confessa Amin, con convinzione tutta musulmana.
Le uniche fiamme che voglio fare, ora, sono quelle dello scaldabagno. Devo tirarmi via di dosso quattro ore di tubi di scappamento, vomiti, profumi cancerogeni, Coca-Cola, sudore e chiacchiere rintronanti.




 
Saint-Louis
Strano posto Saint-Louis. Il mix di architettura ottocentesca - una via di mezzo tra l’omonima città gringa, il Mediterraneo e l’Africa -, di atmosfera decadente, di musica - qui ogni maggio si tiene una delle più importanti rassegne africane di jazz - e di viaggiatori giunti da ogni parte del globo ne fanno un luogo unico sul mappamondo. Arrivarci nel tardo pomeriggio, quando la luce si ingiallisce e le ombre si allungano, può regalare un caldo abbraccio a chi la visita per la prima volta.
Saint-Louis sembra crogiolarsi nella propria fama di città colta e gaudente, ricca di fascino e di storia - fu il primo insediamento francese in Africa e capitale del Senegal fino al 1958 -, anche se, dopotutto, è piccola e non ha grossi monumenti o attrattive. Il suo punto forte è l’atmosfera che ammalia chiunque la visiti, anche il turista più con la puzza sotto il naso. Di puzza, certo, a Saint-Louis, ce n’è parecchia. Basta fare una passeggiata sulle sponde del fiume Senegal, tra i cumuli di immondizie sparsi in ogni dove a fermentare sotto il sole. Eppure il fetore, condito da gatti randagi che sembrano scuoiati vivi - tanto profonde sono le dermatiti -, da un’acqua beige che non ricorda le fonti d’alta montagna, dalle nuvolette di smog dei minibus che marciano a carbone, nell’insieme costituisce la giusta cornice di una città fatta di case dall’intonaco scrostato, dai colori che sembrano voler imitare le dune della Mauritania a breve distanza, della gente che, nonostante i turisti abbondino, non si è ancora abituata agli stranieri.
«Perché fai questo? Non riesco a capire, davvero...»
Una donna con il tunicone svolazzante mi passa di fianco e mi getta addosso questa domanda, con autentica incredulità, mentre sto scattando qualche foto all’Avenue Dodds, la lunga strada sterrata che fa da spina dorsale alla Langue de Barbarie, la stretta penisola che separa l’Atlantico dall’isola di Saint-Louis. La via è un’accozzaglia di venditori ambulanti, calessi, gente che viene e va, palme, case cotte dal sole. Molto fotogenica, ma come spiegare la bellezza fotografica di quel posto a una donna che, molto probabilmente, ci ha passato la vita? Per lei, forse, quella strada è solo fango, polvere e cacca di cavallo, e io un alieno che spreca il suo tempo e i suoi soldi in attività assolutamente prive di senso. Se poi le raccontassi che per quella foto, nel caso riuscissi a venderla, mi pa-ghe-reb-be-ro almeno 25.000 CFA, credo che collasserebbe.
Andare su e giù per le vie a scacchiera che formano l’isola - una specie di chiglia di nave ancorata in mezzo al fiume -, in fondo, è l’unica attività realmente stimolante, anche se alcuni toubab marci amano Saint-Louis per le sue donne da discoteca e i turisti in gregge la sfruttano come base da cui partire, tutti vestiti alla Indiana Jones, per avventurose escursioni nel deserto e nei parchi nazionali della regione. Spesso, qua e là si vedono sfrecciare i camion a cinque stelle delle agenzie turistiche, carichi di turisti tutti uguali, diretti chissà dove. Nei loro completini sahariani sono così simili tra loro, direi quasi privi di volto. Mi ricordano i soldatini Airfix dell’Africa Korps con cui giocavo da bambino. I camion che usano, senz’altro, sono usciti da quelle scatole ambitissime che mi facevo regalare a ogni scusa plausibile (compleanni, comunione, un salto dal dentista).
Ma torniamo alla ‘nave’. Il mio alberghetto infestato dalle zanzare, La Louisiane, si trova all’estremità settentrionale dell’isola, dunque la prua del bastimento, anche se osservata da vicino questa zona sembrerebbe più una poppa. La via, infatti, è desolata, il vecchio casinò che faceva casino su un pontile di legno a due passi è stato disintegrato da qualche tifone e il grosso dell’attività, si fa per dire, sembra concentrato a sud, dalle parti delle immondizie. A poppa l’unico momento di brio sembrano regalarlo le soirée dell’Alliance Française, comunque troppo toubab per la maggior parte degli abitanti di Saint-Louis.
Poppa o prua, la nave si offre ai camminatori senza celare troppi misteri: le sue vie sono abbastanza larghe per infilare il naso qua e là e, in cambio, essere squadrati da chi ci vive. Di seccatori molesti non ce ne sono molti, anzi pochini, perlopiù radunati nei punti strategici ad alta concentrazione turistica: di fronte all’Hôtel de la Résidence e a quello de la Poste - i più blasonati -, oppure nei dintorni della pasticceria Aux Delices du Fleuve, un angolino in cui ingolfarsi di splendidi bignè bianchi che, da soli, valgono un viaggio fino a Saint-Louis (e, forse, fino in Senegal). Le richieste degli imprenditori di se stessi sono sempre quelle, qualche CFA, un salto alla bottega del mio amico, una guida, ecc. Ma, sarà che anche i cacciatori di toubab sono cotti dal sole, qui davvero forte, e il loro animo imprenditoriale si spegne in fretta, dopo il primo paio di non, merci.
Il sole, dicevo, è molto forte e senz’altro deve aver dato alla testa del tipo che mi ha quasi afferrato per un braccio e trascinato dentro una moschea, all’ora della preghiera. Io passavo di lì, lui pure, e a giudicare dagli occhi fuori dalle orbite o si è ingurgitato una dozzina di Gazelle o, appunto, le radiazioni solari gli hanno cotto il cervello. Deve essere l’Osama locale e si sarà domandato perché lui dovesse andare a pregare Allah e io no, quindi ha pensato bene di portarmi a male parole e molta veemenza sulla via di Dio. L’ho dribblato, d’altronde lo sanno che i toubab sono maestri del calcio - le maglie di Del Piero che circolano qua e là non fanno che confermarmelo -, e non si sarà offeso più di tanto se ho declinato la sua generosa offerta schivandolo con movenze anguillesche.






Molto, ma molto più gentile, è Monsieur Bara Tall, un nome di battesimo che in Italia, paese nel quale ha vissuto e lavorato per anni, deve aver sollevato non poche inquietudini. Pensate a un carabiniere/poliziotto che lo ferma per un controllo di documenti/permesso di soggiorno, e questi che alla domanda nome? gli risponde Bara. Non avrei voluto essere nei suoi panni. Come recita il biglietto da visita che mi ha allungato, Bara è un ‘mercante di oggetti d’arte’ e ha una boutique presso l’Hôtel Cap Saint-Louis, il luogo più chic e dunque amato dai questuanti a caccia di turisti fuori dalla ‘nave’, nei pressi della spiaggia sulla Langue de Barbarie. Mi ha abbordato con tatto per vendermi un po’ delle sue mercanzie, ma come sente che sono un giornalista rimpacchetta il campionario e mi regala un braccialetto. Da bravo commerciante capisce che con me vale più il marketing - il mio Verbo gli porterà clienti - che non la vendita diretta. La sua gentilezza mi fa rivalutare i troppi preconcetti sui vucumprà.
Molto, ma molto meno gentile di Bara, è un tipo dallo sguardo incarognito che mi ha seguito per tre isolati, dopo che ho osato scattare una foto al Bamba disegnato sulla facciata della casa di una vicina (dunque a lui che gliene frega?). Il mio scatto innocente, mica ci ho sputato in faccia al Bamba, lo ha colto con la coda dell’occhio mentre si stava sgocciolando l’inguine a una decina di metri di distanza - le strade, qui, sono una grande toilette -, e deve aver trovato la mia azione altamente provocatoria. Sicuramente un’ottima scusa per estorcermi un pranzo o una birra. Ma il mio passo è più veloce del suo, e poi per sgocciolare ci ha messo mezz’ora, per cui l’ho seminato tra gli improperi (suoi). Così la prossima volta impara a urinare per strada.






Il difensore dei santini locali, non a caso, vive e fa acqua lungo la parte meridionale del Boulevard Abdoulaye Mar Diop, che del boulevard ha solo il nome. Qui, infatti, si concentrano i cumuli di immondizie più colossali, quelli da cinque gatti con la tigna per metro quadro. Un quartiere, la sua cittadinanza.
Altro bel point - come direbbe un surfista - alle quattro stagioni (sicuramente ai quattrocento aromi) è il tratto di spiaggia di Guet N’Dar, il villaggio dei pescatori sulla Langue de Barbarie. Passata la discoteca/scannatoio La Chaumière, oltre il ponte meridionale che collega l’isola alla ‘lingua’, si apre un immenso spiaggione costellato da un miliardo di piroghe, piroghieri/pescatori, bambini in fuga da scuola e tonnellate di immondizie. Tutto profuma di pesce secco. Qui, ogni tanto, le guide locali scortano i gruppi di turisti a fare qualche foto, ma ai toubab single, privi di guardaspalle con autorizzazione scritta, questa attività è resa impossibile dai Non! che gli arrivano da tutti gli occhi puntati addosso, una sorta di tutela nazionale del diritto d’autore.
Riassumendo: Saint-Louis, città degli odori - chiamarle puzze sa di neocolonialismo. Quelli dei ziliardi di pipistrelli che frullano i rami e fanno le pulizie di casa davanti all’ex palazzo del governatore; quello del DDT spruzzato ad ampie mani nella mia camera/vivaio di zanzare; quello dei pasticcini strabuoni e delle pizzette pure dell’Aux Delices du Fleuve; quello di diesel, nell’autostazione più incasinata d’Africa; quello delle capre, che attraversano come i bipedi il fiume sul ponte di ferro ottocentesco; quello dei cocomeri che si cuociono al sole del mercato della Langue de Barbarie; quello dell’alcol che impregna l’aria del Bar Ponty Village, presidiato giorno e notte da ubriaconi terminali; quello di carne di kebab, nell’aria territoriale dei ristorantini che scodellano deliziosi chawarma. Saint-Louis, una città per gli occhi e le narici.





 

Taxi-brousse II: Saint-Louis-Kaolack
La bibbia (Lonely Planet) descrive Kaolack come un centro ‘davvero africano’: zero turisti, altrettanti scocciatori venditutto, un alberghetto economico ‘dalla pulizia impeccabile’. Parto. O, almeno, ci provo.
Alla gare routière di Saint-Louis l’alba è passata da un pezzo. In viaggio mi impongo di non puntare mai sveglie e di fare sempre una colazione degna di tale nome, soprattutto prima di affrontare un taxi-brousse. Ciò, ovviamente, causa problemi. Per prendere uno di questi taxi collettivi, infatti, bisognerebbe sempre presentarsi in autostazione all’alba o giù di lì: dopo le corse scarseggiano, specie se si è diretti verso destinazioni a medio-lungo raggio. Sempre sulla guida australiana ho letto di un pazzo belga che voleva raggiungere l’estremo Est del paese e, presentatosi in autostazione, dovette attendere una giornata intera senza riuscire a partire. In una ventina d’ore trascorse a scacciare le mosche si era presentato un solo altro passeggero per la stessa destinazione. Il mattoide belga decise allora di partire a piedi il giorno dopo, in compagnia di un commerciante diretto verso la medesima città. I due percorsero settanta chilometri in salita, seguendo una mulattiera che nemmeno i muli osavano scalare.
Ho polpacci grossi, ma non sono belga e pure il mio bagaglio è grosso. Anche qui non riesco a rinunciare ai miei affetti personali: libri, musicassette brasiliane, pennello di cinghiale per la barba. Non ho più la mentalità e gli addominali definiti dei primi viaggi epici, quando accecavo ciclopi, tutto il guardaroba stava nel sacchetto della spesa e calcolavo cinquanta lire al giorno per le spese forti. Devo trovare qualcun altro che trasporti il mio sedere pesante e tutto il resto.
Come arrivo in autostazione vengo infilato nel primo e solo taxi diretto a Kaolack. Il sovrapprezzo per il bagaglio - una truffa autorizzata in voga ai danni dei toubab - è di 1000 CFA, e l’unico altro passeggero è un ragazzo che si è già assicurato il posto di fianco all’autista. Ha la faccia annoiata, forse sta aspettando da un paio di giorni, e passa il tempo alambiccando con una radiolina gracchiante che alterna pezzi di Youssou N’Dour ai lamenti di un muezzin. Mi accomodo e inizio a leggere Mali Blues, il libro di una scrittrice belga non pazza che parla anche del Senegal: l’attesa sarà lunga, mancano ancora cinque passeggeri. Leggere, però, non è un’impresa facile: ogni quindici secondi vengo interrotto da un ping-pong senza fine di mosche, mendicanti e venditori ambulanti. Nel particolare: bambini con le maglie di calcio di tutti gli Azzurri delle ultime tre Nazionali - Del Piero, Totti e Baggio i più gettonati -, un venditore di orologi da muro di plastica dorata, una donna storpia in carrozzina con bambino che le fa da motore, un cieco che mi intona una litania incomprensibile, vari ristoratori che mi propongono strane cose forse commestibili. Probabilmente qualcun altro, ora non ricordo.
Dopo mezz’ora di non, merci e di percheccazzo ho lasciato lo schiacciamosche a casa?? non è ancora arrivato un solo passeggero. Inizio a studiare la mappa del Senegal. Se quelli della Lonely Planet non se la sono inventata in sogno e la geometria non è diritto aziendale, a un primo sguardo, se prendo un taxi per Thiés - città che si trova a metà strada - e, di lì, un altro per Kaolack, forse ho maggiori probabilità di arrivare a destinazione prima del tramonto, che non aspettando passeggeri inesistenti. Sottopongo il mio progetto per un futuro migliore, con tanto di mappa e di dito indice piantati sotto il suo naso, al mio compagno di viaggio.
«Sì, hai ragione. Ma così è più caro.»
Credo che la differenza sia di pochi franchi, ma il concetto di poco, lo so, è tutto mio.
Scarico il bagaglio, l’autista - che ha appena perso un rarissimo cliente - fa una sceneggiata di disperazione e mi dirigo verso il suo concorrente diretto a Thiés. Il taxi è già semicompleto e lo chauffeur mi infila nel vano posteriore, dove in teoria c’è lo spazio per non più di due anche, ma in cui finiscono sempre per incastrarne tre. Come se non bastasse, il tetto è spiovente e, sebbene io sia poco più alto di Brontolo, la testa collima a pennello con la lamiera, ma solo se piego il collo ad angolo retto verso le ginocchia. Credo di poter resistere in questa posizione da Houdini per non più di un quarto d’ora, ma di fianco a me bisogna ficcare un altro passeggero e fino a Thiès ci vogliono circa due ore e mezza. Chiedo perdono, scavalco tutti gli altri passeggeri già incastonati al millimetro, scendo e riscarico il bagaglio.
Ipotizzo una terza soluzione, la famosa ultima spiaggia: prendere un taxi meno pieno - dove mi possa sedere senza spaccarmi il cranio - fino a Dakar, scendere a Thiés e di lì proseguire.
«Non è possibile, Monsieur, è proibito.»
«Come sarebbe proibito? Pago fino a Dakar, qual è il problema?»
«Non si può. No no no.»
Misteri d’Africa. Forse corporativismo di ferro tra gli autisti, si sono rotti le scatole della mia rompicoglionaggine da turista all’ora del tè e me la fanno pagare. È duro ammetterlo, ma hanno ragione.
Mi piazzo con il bagaglio in mezzo al fango dell’autostazione, aspetto che accada qualcosa. Tento di riflettere, trovare soluzioni, ma il caldo mi sta cuocendo il cervello e non aiuta. Se sei un turista e ti fermi in un luogo qualunque per un secondo più del normale con l’aria di chi aspetta il tram - dove non passa alcun tram -, prima o poi qualcosa/qualcuno senz’altro succederà/arriverà in tuo aiuto per cercare di guadagnare qualche soldino. Funziona quasi sempre, qui.
Mi piomba addosso un tipo con gli occhiali scuri. Non assomiglia granché all’infermierina ninfomane che sogno allevi le mie fatiche di viaggiatore, ma dalla parlantina sembra avere le idee chiare. In un primo momento lo scambio per uno dei centomila piazzaposti che vegetano in questo luogo ameno. Invece si rivela come uno dei passeggeri diretti a Thiés, dopo averlo scavalcato non me lo ricordavo: non ne può più di aspettare, nell’auto manca un solo passeggero, io, e se troviamo un compromesso partiamo subito.
«Non sono certo alto come un giocatore di basket, ma là dentro non ci entro, non ce la faccio a viaggiare così. O davanti o niente, mi dispiace.»
È uno sporco ricatto da ricco turista occidentale, la coscienza va in cantina, ma spero che capisca il mio problema. Sorride, forse ha capito. Forse, anzi sicuramente, pensa anche che sia un turista scemo, ma ciò che più mi importa, al momento, è che mi trovi una soluzione, possibilmente in fretta. All’orgoglio da viaggiatore ci penserò quando l’auto sarà partita, mi farò un rapido processo di coscienza e mi condannerò con tutte le attenuanti.
«Ci penso io.»
Sbraita qualcosa in wolof a una donna che occupa un posto nella seconda fila, quella centrale in cui tre passeggeri ci possono anche stare - gomito nell’ascella del vicino, ma siamo tutti fratelli -, e la retrocede senza troppi complimenti nello sgabuzzino, nel vano posteriore, dove sono sedute altre due donne. Maschi, si sa, i soliti prepotenti. Il mio merito buddhista è finito di colpo sotto zero e quando salgo faccio finta di non vedere/sentire il collettivo femminile che dal loggione mi regala frecciate inceneritrici a suon di sguardi al malocchio e brutte parole. A casa trafiggeranno bamboline di pezza con il mio profilo, ma il grand patron - titolo onorifico dato a tutti quelli che, come me, portano a spasso una pancetta rotonda e birrosa - si è accomodato, è stato promosso alla fila davanti, ed è ciò che conta. E poi non capisco il wolof, non lo sanno?
Se Allah vuole partiamo. Cala il silenzio generale, per l’intero viaggio: la logorrea di Amin, l’autista che mi ha portato fino a Saint-Louis, era eccezionale, in ogni senso. Il conduttore stavolta sembra muto e i passeggeri sono dotati della stessa dialettica. Le uniche chiacchiere di assestamento le scambio con il mio vicino - di dove sei, come ti chiami, Pietro, come? -. L’autista non stacca il piede dall’acceleratore fino al capolinea e nell’abitacolo sbrindellato del taxi - l’unico rumore lo fanno le lamiere e i finestrini che tremano, tintinnano, ragliano - non vola una mosca.
Noto che l’autista ha mani stranissime: enormi, sembrano allungate con una tortura medievale, quasi deformate a forza di impugnare il volante. L’osso del polso destro ha un bozzo inquietante, se lo è spaccato dopo un incidente? Distolgo lo sguardo.




Thiés sarebbe la seconda città del Senegal per dimensioni, ma non è certo una gran bellezza. La piazza centrale è desolata e spoglia, le vie larghe e alberate hanno ben poco da offrire al di fuori di un po’ d’ombra. L’autostazione è una specie di paesaggio postatomico - asfalto sciolto dal sole, bucce di banane in putrefazione, taxi pure, loculi con l’insegna restaurant che hanno solo baguette e biscotti. Si ricomincia: con il nuovo autista devo contrattare per il trasporto del bagaglio e lottare per un posto in cui riesca a respirare e, una volta arrivato a destinazione, non debba farmi operare di ernia al disco. Il taxi mi accoglie a braccia aperte ma, è ovvio, dobbiamo attendere ancora qualche passeggero. Ne approfitto per farmi un giro tra le bancarelle e cercare qualcosa di commestibile, menù a base di banane, Coca e ottimi biscotti turchi al cioccolato.
Il problema del numero di passeggeri stavolta viene risolto in fretta: l’autista ha riempito il bagagliaio e il tetto con molle da ammortizzatori pesanti e arrugginite come un mercantile naufragato da cinquant’anni. Il costo del trasporto di cotanta mercanzia pregiata compensa la carenza di clienti e, a volte Maometto è Grande, si viaggia larghi, in gran comodità: siamo solo in quattro. L’autista non vuole esagerare, caricando troppo l’auto la carrozzeria potrebbe divorziare dal motore.
Poco prima di partire, l’esperienza sugli autobus di seconda classe messicani mi fa correre a controllare in quali condizioni si trovi la mia sacca. Come avevo previsto, la base, che poggia sulle molle, è già marron di ruggine. Chiedo all’autista se può mettere un foglio di giornale sotto la valigia, ma qui la carta è preziosa e il giornale non lo legge quasi nessuno (costa), per cui vi distende due stracci neri da olio di motore, molto ma molto più sporchi delle molle. Dopo due minuti non ci sono più nemmeno quelli, qualcuno ha già provveduto a riprenderseli. Tutta una sceneggiata per tenere buonino il toubab.
Il mutismo del primo tratto viene ripreso in toto anche durante questa seconda tappa. Il mio vicino abbozza un protodiscorso di accoglienza del diverso, prima stupendosi del fatto che io vada a Kaolack per turismo, senza abitarvi o avere colà alte missioni commerciali; poi si presenta come rappresentante della Palmolive, ma nel mio francese miserrimo al primo colpo capisco che mi vuole rifilare delle saponette, per cui tronco rapidamente il colloquio. Lentamente, poi, il mio cervello elabora ciò che il tipo mi ha detto e mi rendo conto di essermi comportato da cafone. Ma il dialogo ormai è perso per sempre, e il saponaio passa il tempo a cincischiare con il cellulare - tutti i senegalesi di città sembrano averne uno - per vedere, ogni cinquanta metri, se c’è campo. Malattie solo occidentali, un tempo pensavo ingenuamente.
Alle mie spalle una specie di tuareg di due metri sonnecchia piegato in quattro nel vano posteriore, mentre un giovane dall’aspetto atletico, sarà la tuta Adidas che indossa, occupa il posto di fianco al guidatore e osserva fisso e muto l’orizzonte. L’unico rumore, piuttosto orrendo, è quello delle molle che deflagrano a ogni buca - praticamente tutte - e che l’autista tenta invano di schivare. Le strade alla ‘democristiana’, quelle dei presidenti, infatti terminano appena fuori Thiès. Il rumore da sfasciacarrozze copre persino la radio e ogni volta che sprofondiamo in un’impronta di meteorite gli ammortizzatori urlano vendetta, con didascalia dell’autista imprecante a seguire. Il panorama rurale, là fuori, consola e fa dimenticare il tormento acustico. Splendidi uccelli turchesi volteggiano nell’aria, mentre ogni cinquanta metri se ne vede uno, altrettanto bello ma più sfortunato, accuratamente spalmato sull’asfalto. A un certo punto ne scorgo uno piccolo, molto carino, mai visto prima, sul margine destro della carreggiata. Ha un becco grosso, simile a quello di un tucano, solo un po’ più uncinato. Il piumaggio è beige con striature, e dalle dimensioni e dal fare ingenuo - zampetta pericolosamente sull’asfalto con l’aria di chi si è perso o è caduto dal nido - giudico che sia un bebè. Un ornitologo occidentale potrebbe pagarlo qualche triliardo di dollari, ma qui non vale la gomma del copertone che servirà a piallarlo. Andiamo piano, l’autista lo schiverà senz’altro, ha tutto il tempo per farlo, così attento com’è a evitare gli ostacoli, mi dico.
CROCK!
Lo chauffeur, figlio di una passeggiatrice aidietica, non ha deviato di un micron la traiettoria dell’auto. Il rumore da grissino spappolato mi fa sentire come se mi avessero preso un femore e me l’avessero messo sotto un rullo compressore. Nodi allo stomaco.
«Merda!» urlo, con aria disgustata.
Solo il mio vicino, distratto per un attimo lo sguardo dal cellulare, mi osserva, stupito. Il merda italiano è troppo simile al merde francese per non essere capito. Ciò che molto probabilmente non capisce è perché me la prenda così per un uccello spappolato. In cielo ne volano e scagazzano altre migliaia e tutta la strada da Thiés a Kaolack ne è tappezzata.
Il ghigno di odio e di schifo che indosso per la stupidità bestia di alcuni subumani, molto più bestiali di tante bestie, me lo porto fino all’autostazione, che qui chiamano garage. Quando scendo - fra una bailamme di motorini Piaggio e di calessi - non saluto né ringrazio il conduttore, il mio animo ecosensibile non me lo permette. Gli auguro di spendere lo stipendio di tre mesi per riaggiustare i suoi ammortizzatori sfasciati. Vorrei solo un bazooka per pareggiare i conti fra Sora Natura e i tassisti ecoinsensibili. Lo spirito del mio autista sicuramente si reincarnerà sette volte sette in uno scarafaggio destinato a essere calpestato dai passanti, possibilmente dopo che sono passati sul prodotto interno lordo lasciato su un marciapiedi da un cane con la rogna e il cimurro. ‘Ecoterrorista specializzato in tassisti’, in questo momento vorrei che fosse l’epitaffio sulla mia tomba.
All’hotel ‘dalla pulizia impeccabile’, tanto per rilassarmi, mi attende una cappa di zanzare. Forse solo la febbre malarica mi farà dimenticare quell’uccellino meraviglioso.




Kaolack, ovvero i bastioni di Orione
Questa città con nome da merendina Kinder è, in effetti, come la descrive la Lonely Planet: ‘autentica’, nel senso di zero turisti e di casino autentico. La guida cita due alberghi economici: l’Adama Cise, indicato senza troppi giri di parole come bordello, in realtà è un albergo a ore che campa grazie al night-club a due passi e ai suoi clienti dal sentimento frettoloso. All’entrata mi attende un buttadentro dalla faccia tra il butterato e il liquefatto, mezzo sdentato e con gli occhi storti.
«Italiano. Di Palermo?»
Di turisex l’adone locale ne deve avere già macinati parecchi. A me interessa la camera, non le cameriere, né spiegargli la geografia. Al mio sbuffo di impazienza mi porta al galoppo al piano superiore, dove ci sono le stanze. L’aria è stagnante e un omone avvolto da un asciugamano nella sola parte inguinale è uscito dalla sua camera per vedere chi sta trascinando una carriola, il mio bagaglio, su per le scale.
«Vedi, che bella stanza? C’è perfino il bagno.»
Il cubicolo è rovente e di notte dev’essere la fureria principale per le zanzare di Kaolack. Il rumore che viene dalla strada e dai piani bassi, dove c’è un bar/ristorante, è allucinante, non oso immaginare come potrebbe essere quando l’albergo è completo di clienti all’opera. Altro che tappi di cera.
«Senta, Signor albergatore, adesso faccio un salto all’Etoile du Sine - l’altro alberghetto consigliato dalla guida -, poi, forse, torno.»
«Guarda che là le camere costano di più e sono assolutamente identiche a queste. Ti faccio uno sconto. Vedi, c’è anche l’armadio», il tipo sposta un panno sbrindellato e mi mostra quattro assi tarlate su cui giacciono un paio di confezioni di preservativi usati. Richiude in fretta.
«Vado e, magari, torno. Ok?»
L’Etolie du Sine, ovviamente, costa meno ed è meglio. Cioè, è il famoso ‘meno peggio’: le camere sono altrettanto roventi e nell’aria fluttuano nugoli di zanzare, ma almeno qui sembrano più ordinate, sanno mantenere la formazione di squadriglia, e il rumore che viene da fuori è sotto la barriera del suono.
«Sei solo? Com’è possibile? Non hai una fidanzata?»
La matrona che gestisce il cinque stalle, avvolta in un tunicone azzurro fosforescente, non riesce a credere che voglia una singola - qui tutti chiedono almeno una matrimoniale - e che intenda usarla come tale.
«Sì, solo. Uno. Non due. U-N-O.»
Il bagno è esterno, protetto da una porta metallica rumorosissima che si apre a combinazione. Se per sfiga rimani chiuso dentro è probabile che i pompieri ti recuperino dopo una settimana, ma solo se hanno il piede di porco e la fiamma ossidrica. Il caveau, inoltre, è il vivaio municipale delle zanzare, e per fare pipì apro la zip quanto basta, alternando le mani per scacciare gli insetti calamitati dalla punta del mio coso che cerco stoicamente di difendere. Il risultato è che innaffio più i pantaloni del centro del bersaglio. Provo a lavarmi le mani, effemminata abitudine occidentale. L’acqua non scende dal rubinetto.
«Madame, in bagno non c’è acqua!»
«Più tardi, più tardi. Verso le sette.» Madame me lo dice come se ciò fosse naturale. Cosa sei venuto a fare qui, a lavarti? A consumare acqua? In Africa?
Il viaggio in taxi-brousse mi ha incollato addosso almeno un chilo di polvere, ma il sole deve ancora tramontare, per cui rimando le abluzioni per forza maggiore ed esco a fare un po’ di foto con la luce migliore. Terapia zen, da usare nei momenti più duri.
La strada principale del paese, lungo la quale si trovano entrambi gli Hilton, è un vero casino di camion, taxi, motorini, polvere, animali, gente che dorme o prega sul marciapiedi, calessi trainati da muli incartapecoriti e presi a sonore cinghiate, venditori di cibo affumicato dai tubi di scappamento. Mi fermo a immortalare il cartello di un télécentre, uno dei miliardi di ufficietti telefonici privati diffusi ovunque in Senegal. È dipinto a mano ed è una vera opera d’arte.




«No! No! No!»
Qualcuno mi sta sgridando dall’altra parte della strada. A stento potrei capire se avesse qualcosa da dire il proprietario del posto telefonico o chi lo ha dipinto - sfruttato dai turisti con la mania della fotografia -, ma chi sbraita è un ragazzo dalla parte opposta della via, presumo legato al negoziante con un grado di parentela vicino al dieci sotto zero.
Faccio la foto, poi mi dirigo verso il tipo, che è attorniato da una decina di coetanei. Sdrammatizzo e innesco il sorriso migliore.
«Perché no???». Amo scatenare casini.
«Perché NO! Di dove sei, come ti chiami, Pietro, come, ecc.»
Buona parte del gruppo mi ha preso in simpatia, a forza di sorridere sento le estremità delle labbra che mi si stanno lacerando. Gli altri ragazzi vogliono che faccia loro una foto, ma il tutore del diritto d’autore altrui continua a dire NO!
«Insomma, chi sei, il comandante di tutto? Facciamo così, se loro vogliono la foto gliela faccio, ma a te no. Vabbene?»
«Eh, no. Cavolo, tu vieni qui, ci fai le foto e nemmeno ti conosco.»
In fondo non ha torto.
«Pietro, P-I-E-T-R-O, piacere. Ora mi conosci - rivedo la scena finale di Forrest Gump -. Posso fare la foto?», gli stringo la mano energicamente e sorrido. Finalmente si lascia andare.
«Per favore, dammi il tuo indirizzo, così poi te ne mando una copia.»
Sono uno sfruttatore bugiardo, lo so benissimo, ma in situazioni del genere mi ci sono trovato già troppe volte: o faccio così o niente foto.
Il giovane ora è addirittura entusiasta del fatto che lo riprenda e si mette in posa al centro del gruppo. Tutti i ragazzi, solo adesso lo noto, sembrano sponsorizzati dalla Piaggio. Ognuno ha un motorino Ciao, Sì o Bravo, così come chiunque altro in città. I meccanici sono aperti ventiquattrore e aggiustano e ricostruiscono solo roba che, almeno in origine, veniva da Pontedera. L’aspetto interessante è che nel resto del Senegal non si vede un’invasione toscana così capillare. Forse le due città sono gemellate, misteri tosco-africani. Mi sembra di essere tornato alla fine degli anni Settanta, quando la divisa dei picchiatelli imponeva capelli a caschetto, magliette Robe di Kappa a righe con colori che facevano a pugni, completo di jeans, espadrillas logore e Ciao smarmittato.
Altra cosa che noto è che tutti hanno i denti rossi.
«Betel?», domando.
«No, acqua salina. Noi di Kaolack siamo famosi per i denti rossi. Qui l’acqua è piena di sale e il risultato sono i denti rossi. Perché, non ti piacciono?»
I ragazzi mi lasciano fiduciosi il loro indirizzo affinché spedisca la foto. Gioventù ancora ricca di speranze nel futuro e nel prossimo. Naturalmente non lo farò mai, se dovessi spedire una foto a tutti quelli a cui lo stragiuro su mia madre e sulla mia collezione di carte telefoniche lavorerei in perdita.
Saluto i miei nuovi amici e vado a farmi un breve giro prima che il sole cali del tutto. In direzione del mercato bruciano montagne di immondizie fra cui razzolano cani impestati, polli spellati, gatti con la tigna, bambini ricoperti di stracci e fuliggine. I famosi bastioni di Orione in fiamme. Il supermercato indicato dalla guida - tutta quest’apocalisse visivo/olfattiva mi ha fatto venire una voglia tremenda di un luogo asettico o, almeno, di uno yogurt purificatore - in realtà si rivela un grande spaccio che di fermenti lattici non ha mai sentito parlare. Attirato da un televisore acceso mi rifugio al Blue Bird, il night-club/bar/ristorante che si trova di fronte allo scannatoio n°1 per palermitani che ho già visitato.
«Un chawarma e una Coca, per favore.»
La Coca arriva quasi subito, bella gelata. Mentre attendo l’involtino mi si avvicina un bambinetto ricoperto da riccioli, molesto come la morte. Senza mia autorizzazione scritta inizia a cincischiare con tutto ciò che ho appoggiato sul tavolo e il padre lo richiama con voce stanca. Dopo un bel bel po’ arriva il chawarma. Mangio prima le patatine - amo la separazione dei sapori e odio gli sbobboni unisex -, ma quando faccio per arrotolare la pita questa si sbriciola in cento pezzi. Il proprietario del ristorante, vedendomi sudare, me ne offre un’altra: accetto. Quando arriva, la Coca è rovente, il bambinetto è tornato all’attacco altre quattro volte, alla tv il patron passa da un canale all’altro in maniera schizofrenica, soffermandosi soprattutto su un programma francese di quiz a cui concorrono coppie di fidanzati imbecilli. La Madre di tutte le Fogne, mi consola saperlo, non è una prerogativa esclusiva della RAI/Mediaset. La merda è globalizzata, ce l’hanno pure i nostri vicini ghigliottinari.
Sono reduce da sei ore di stragi contro la natura in taxi-brousse, una non doccia, un interrogatorio da parte di sedici sedicenni, un aerosol imposto dai soliti bastioni di Orione che fumavano con un odore sempre più acre. La Coca è buona per fare il tè, la pita mi si sbriciola di nuovo tra le mani e il bimbo mi sbriciola l’intimo uomo. Forse sto per avere una crisi isterica. Se rimango qui ancora un minuto afferro il bambino, gli infilo il chawarma in gola tutto d’un pezzo e poi lo uso come un ariete contro il televisore. Più opere di pubblico interesse con un solo gesto politico, non sarebbe male. Spiegare il perché alla polizia, però, potrebbe risultare complicato. Mi rifugio in hotel, mi lavo velocemente - l’acqua è arrivata, ma devo fare a spadate con le zanzare -, mi avvolgo nella zanzariera e buonanotte.
Il mattino seguente faccio colazione nell’alberghetto. È inclusa nel prezzo, anche se l’ambiente è quello che è: un unico tavolino, lo stesso che durante il resto della giornata funge da reception e da panchina per vedere la tv, ricoperto da buste vuote di Nescafè e di latte in polvere, tovagliolini usati, tazze sporche. Il tavolo sembra bombardato dai resti delle colazioni di altre venticinque persone che nessuno provvede a sgombrare e il mio vicino, mentre mi chiede di dove sono-come mi chiamo-Pietro-come?, biascica orrendamente, la sua bocca fa il rumore di due meduse che si prendono a schiaffi. Il sapore della cioccolata spalmabile su cui mi sono avventato - una copia di ultima della Nutella, per pudore priva di ingredienti velenosissimi riportati sul barattolo -, unito al cickciack delle mucose del vicino, mi fa finire il nescafelatte in fretta. Il buongiorno si vede dal mattino, dicono le pubblicità da happy family.
In bagno riesco a malapena a lavarmi i denti - se facessi una toilette completa uscirei dal campo di concentramento per zanzare con almeno tre tipi di malaria -, poi mi tuffo in strada. A cinquanta metri dall’albergo vengo avvicinato da ‘Palermo’, il piazzacamere/Mister Kaolack di ieri. Seduto sul suo Ciao mi ricopre di sorrisi e di domande untuose, dalla parlantina potrebbe essere il frutto dell’amore tra Bruno Vespa e Gigi Marzullo. Ipnotizzandomi con le chiacchiere, mi infila di forza al polso destro un braccialetto osceno, lucido e luminoso come un faro: sembra quel ciarpame che si rifila ai turisti scemi in crociera sul Nilo.
«Italiano, guarda, è un vero affare. Appena 2500 CFA. Non vedi come ti sta bene?»
No, non vedo come mi sta bene. Me lo strappo al volo e lo aggancio alla forcella del motorino. Sta molto meglio a lei che non a me, e poi potrà servire da catarifrangente. Con il buio che c’è in giro di notte.
Il grande mercato, il secondo d’Africa per dimensioni dopo quello di Marrakesh, non è affatto invitante: il casino acustico-visivo che emana è mostruoso e le merci esposte - bidoni di latta, accessori di plastica, abbigliamento da mercatino rionale, robazza Made in China - non hanno alcunché di speciale. Davvero speciali, invece, sono le insegne dei barbieri - un miliardo circa -, tutte dipinte a mano e, a giudicare dal tratto, opera dello stesso disegnatore. Il motivo più ricorrente è un ciccione dalla faccia poco africana - sembra un lottatore mulatto statunitense di wrestling - con una capigliatura a pelle di zebra che fa molto tardo hip-hop. Forse nella realtà è l’eroe di qualche film di Bene vs male un tanto al chilo, oppure l’ultima guardia del corpo di Madonna o il protagonista di qualche scemeggiato libanese. Comunque sia, il suo volto è inquietante e la caricatura spettacolare: forse l’unica cosa davvero interessante di questa città assurda. Assieme alle bancarelle che vendono le maglie con i nomi dei calciatori più noti, veri simboli dell’idiozia globale da esportazione.
Faccio un salto al ‘miglior’ hotel di Kaolack, il Paris, ma la sua piscina è riservata ai clienti e di parigino ha solo i prezzi.
«Il gerente ora non c’è e non posso assumermi la responsabilità di farla accedere alla piscina, anche se paga, come non ospite.», mi fa la receptionist, sbrigativa. La gestione sovietica del luogo mi aumenta la depressione. Sto cercando un posto tranquillo dove non vedere immondizie e scrivere in pace, ma sembra che da queste parti scarseggino. Responsabilità? De che?
Sconsolato, torno verso il Blue Bird, anche se l’ipotesi di incappare nuovamente nel ragazzino importuno mi terrorizza. Comunque vada a finire, non ordinerò un chawarma.
Davanti a una banca c’è una statua molto bella - attrattiva n°2, l’ultima - che raffigura un guerriero africano, ma quando estraggo la Nikon e sto per scattare mi arriva l’ennesimo
«No! No! No!»
Questa volta il tutore del diritto d’autore nazionale è - presumo lo sia, anche se non ha alcuna uniforme - il guardiano/portinaio/scaldasedia della banca. Dentro di me lo maledico e riprendo la mia road to nowhere.
Nei pressi del mercato mi si incolla ai tacchi, con insistenza opprimente, l’ennesimo seguace di Baye Fall. Il sant’uomo che mi si è appiccicato addosso ha un’ostinazione questuante da testimone di Geova, vuole a tutti i costi salvarmi l’anima previa mia apertura di portafogli, e a scollarmelo di dosso ci metto parecchio. Il tipo segue i miei zigzag come un’ombra e non se ne va finché non inizio a cercare un poliziotto (inesistente) nei dintorni.
«Questa è Africa, il mio Paese. Se non vuoi parlare con me, perché non torni al tuo?»
La famosa ospitalità senegalese. D’altronde, spiegargli come abbia preso un costoso e rischioso aereo non esattamente per discorrere proprio con lui sarebbe troppo complicato. Per non parlare della differenza semantica che intercorre tra ‘paese’ e ‘continente’. Essendo uomo mistico mi vuole far sentire colpevole di peccato razziale, quando qui l’unico peccatore - le imputazioni potrebbero andare dallo scippo verbale allo stupro mentale - è lui. Ragionamenti annodati, da fighetto occidentale, meglio soprassedere e andare oltre.
L’ultima spiaggia è Le Brasero, un ristorantino all’angolo del Blue Bird che ieri sera non avevo notato quanto avrei dovuto. Dentro non è che la calma regni sovrana - un gruppo di turisti spagnoli vocianti sta pranzando rumorosamente -, non è lo scoglio su cui Byron si sarebbe ritirato a comporre appoggiandosi tre dita alla fronte, ma almeno riesco ad accucciarmi a un tavolino privo di seccatori. In breve mi rendo conto di come il ristorante sia il ghetto dei turisti di passaggio da Kaolack. Tutti i gruppi organizzati vi fanno una sosta per pranzare e il proprietario libanese, Monsieur Anouar, mentre si liscia le mani e conta gli zeri, si fa in quattro per trovare una sedia e un angolo di tavolo libero a ogni cliente. Monsieur Anouar parla solamente arabo, francese, inglese, spagnolo e wolof; i ristoratori, si sa, sono uomini del popolo, di culturina elementare. Spagnoli e francesi sono i suoi clienti più numerosi - ha contatti decennali con i tour operator di quei paesi -, ma alla spicciolata arrivano anche americani e giapponesi indipendenti. Un gruppetto di ragazzi/e francesi si fa notare grazie a un paio di cinghiali tarchiati di sesso maschile che si sono fatti delle treccine alla Bo Derek in qualche spiaggia del menga per turisti. Indossano la loro orrenda capigliatura con la massima nonchalance, senza rendersi minimamente conto di come siano ridicoli, almeno ai miei occhi. L’aspetto più interessante del quadro è che sono gli stessi, assieme a me, a ridere a crepapelle e a commentare a voce medio-alta e con sguardi schifatissimi le caviglie schifosissime e i piedi iperpelosi di una ragazza, forse di questo si tratta, statunitense che si è seduta al tavolo di fianco. La tipa fa parte di un gruppo di ‘volontari’, un esercito internèscional frutto di una moda politicamente corretta molto diffusa negli States e nell’Europa settentrionale: vado nel terzo mondo, lavoro sei mesi gratis al primo progetto caritatevole che mi offrono, faccio del bene agli straccioni e poi torno a casa con un curriculus o una parola strana giù di lì, con la coscienza a posto e con qualcosa da raccontare in inverno agli amici davanti al caminetto e a du’ birre. Non fa una grinza. Quasi.
Tutti gli americani del gruppo sono molto giovani e parecchio trasandati, il piercing è d’obbligo. La donna orso indossa la pelliccia che va dagli alluci all’attaccatura degli occhi con la massima naturalezza, non oso immaginare quale giungla nasconda sotto gli abiti, per non pensare mi concentro sul pollo che ho nel piatto. Da un cestino dell’asilo di plastica viola estrae una ventina di radici sporche di terra e le appoggia sul tavolo mostrandole al suo amico come se fossero trofei. Forse nella tana, durante il letargo, mamma orsa si nutre di quelle prelibatezze. Qui, in compenso, così come tutti i suoi compagni di avventura sociale, marcia come fosse acqua a birra Flag, più buona e costosa della proletaria Gazelle. I francesi orripilati buttano l’occhio alle caviglie e ai piedi - su cui corre una striscia orizzontale di pelo - dell’impellicciata una quindicina di volte, io faccio lo stesso, non riesco a distogliere lo sguardo ipnotizzato dalle sue caviglie e dai loro capelli. Probabilmente qualcuno mi sta osservando a sua volta, ma non lo vedo. Io, comunque, nei limiti del possibile, i peli li nascondo e i capelli li porto come Gesù e il barbiere della Sierra Leone me li hanno fatti.
Da una fessura della porta noto come tutti i venditori ambulanti e i mendicanti dell’universo si siano radunati all’entrata del locale. Gli spagnoli stanno comprando ogni minchiata in vendita: pantaloni coloratissimi importabili persino nelle discoteche più cretine di Ibiza e mandolini ricavati dalla noce di cocco sono gli articoli più razziati. Fra i venditori in prima linea spiccano il sempre-sulla-breccia Palermo - deve essere riuscito a piazzare almeno una decina dei suoi splendidi braccialetti - e una ragazza alta con una lunghissima capigliatura grigia (!) di origine petrolchimica. Sembra velluto da divano in trecce e le arriva alle ginocchia. Con il caldo che c’è, sotto quella parrucca XL da magistrato londinese settecentesco deve fare i vermi.
Come l’orda barbara castigliana sciama e torna ai bus full air conditioned, diretta verso qualche altro lager del tutto-compreso, inizio a respirare. Il rumore svanisce, i venditori pure. Appoggio la fronte sul pollice, l’indice e il medio, finalmente posso iniziare a scrivere.




Taxi-brousse III: Kaolack-Ziguinchor
Viaggio tranquillo, duro, lungo e faticoso come sempre, ben poco da segnalare. Autista silenzioso ed equipaggio muto, taxi-brousse quasi decente, troppi chilometri. La strada taglia perpendicolarmente la parte centrale della Gambia e sulle mappe hanno il coraggio di chiamarla highway, autostrada. In realtà non ci sono caselli né autogrill con i napoletani che fanno il gioco delle tre carte, ma solo un paio di posti di frontiera nei quali i doganieri, strangolati dalla noia, timbrano i passaporti sbuffando. Il visto turistico ‘di passaggio’, on transit, va sfruttato entro breve, quindi non c’è tempo per fermarsi lungo il cammino a svolgere attività turistiche: in questo caso andrebbe acquistato il visto, quello vero e costoso. L’inglese strascicato è la lingua ufficiale di questa fettina di terra schiacciata tra le fauci del Senegal e i turisti, in stragrande maggioranza inglesi, si concentrano nei resort della costa: all’interno zero toubab. Se le buche senegalesi nell’asfalto mi sembravano enormi, quelle gambiane sono crateri dopo che si è schiantato il meteorite, passato il ciclone e shakerato il terremoto. Mi ero fatto l’idea che la Gambia fosse più ricca del Senegal, forse è così nella regione costiera, ma lungo il breve tratto di strada che affetta in due il paese si ha l’impressione di passare dal terzo al quarto mondo. La strada, un centimetro dopo il cartello Welcome to Gambia, è tarlata e tarmata, i villaggi che si attraversano sono più incasinati delle autostazioni senegalesi e la gente sembra tirare parecchio la cinghia. I blocchi di controllo dei militari non si contano, ma la vera rottura di scatole è il traghetto che attraversa il fiume Gambia: può capitare, a me è capitato, di doverlo aspettare per ore.
La zona dell’imbarco, qualche centinaio di metri di asfalto circondati da baracche e bancarelle che vendono di tutto - panini ripieni di cose incredibili, bicchieri di Nescafè, pezzi di carne dai colori irreali -, è delimitata da un cancellone attraverso il quale passa solo chi ha pagato. Un tagliando rosa è la prova dello sborsamento di 200 CFA e va conservato fino al cancello che sta sulla sponda opposta, altrimenti, se lo perdi, rischi di trascorrere il resto della vita fra queste baracche.
Visto il gran tempo a disposizione, vagabondo tra i ristorantini, di fronte alla caserma che si affaccia sull’imbarco. L’acqua del fiume è in putrefazione e i rifiuti galleggiano dappertutto, però i bambini ci sguazzano come fosse un torrente di montagna. Tra i miliardi di merci esposte sulle bancarelle ai quaranta gradi del sole mi cade l’occhio su un pa-net-to-ne, sì, avete capito bene, un panettone, quello con l’uvetta e gli schifosissimi canditi. La marca è Bauducco, produto brasileiro. Natale si avvicina anche qua, l’industria di São Paulo non è fiessa, la globalizzazione non è acqua fresca.
Arriva il traghetto, in pratica l’Arca di Noè. L’unica differenza, forse, è che è avvolto da una nube di scarichi alla nafta e che gli animali più grandi, gli elefanti, sono autocisterne enormi stracolme di benzina. Quando salgono, con i passeggeri già a bordo, aspetto il botto: ottani+ondeggiamento+caloredellamadonna, di solito, sono gli ingredienti ideali per una bella strage. Il traghetto sembra tenere, tutto il carico è a bordo, si può partire. Siedo su una panca, sono l’unico bianco del mazzo e mi sento (ho) tutti gli occhi puntati addosso.
«Regalami l’acqua», mi ordina una donna, senza distogliere lo sguardo dal fondo di bottiglia di acqua minerale rovente che tengo fra le mani. Perché dovrei? E poi, me lo hanno insegnato dalle orsoline, non rispondo mai a chi non usa i per favore/piacere. Toubab formale e insensibile, rispondo no.
Lo sbarco è Babele dopo il crollo della torre, l’abbassamento del pontile dell’Arca dopo il diluvio universale. Il traghetto non ha ancora terminato di calare la passerella metallica che il pueblo già inizia a caracollarsi fuori, non importa se il dislivello tra il molo e la pedana è di trenta centimetri e sotto c’è una pozzanghera profonda e nera come uno stagno. Tutti girano in ciabatte o scalzi, per cui non hanno troppi problemi a fare il pediluvio non richiesto. Io, fighetto primomondista, vesto rigorosamente Nike™ e sfrutto i bambini orientali che la compagnia paga tre centesimi a semestre, dunque non posso immergermi nel brodo primordiale, ne risentirebbe la mia immagine, il mio look. Da piccolo ho visto molti western, ho una solida cultura di diligenze, per cui salto al volo sulla groppa di un pickup e, imitato al volo da un paio di agghindati in pantaloni lunghi, scavalco l’orrore.
Dall’altra parte, oltre il cancello-muro di Berlino, mi attende il taxi-brousse. Manco solo io, tutti gli altri sono già a bordo, e l’autista mi osserva con aria sconsolata.
«Toubab, dove cavolo eri finito??»




Ziguinchor
Dopo un viaggio sfiancante vengo raccolto di forza da due peones dell’autostazione e introdotto in un taxi. I due mi seguono.
«Chez Clarà»
Questo alberghetto è consigliato dalla solita Lonely Planet ma, una volta arrivato, si rivela chiuso sprangato dalla notte dei tempi.
«Lo stanno ristrutturando. Se te l’avessimo detto alla gare routière non ci avresti creduto e non saresti venuto con noi. Avresti pensato che ti volevamo portare altrove...»
Il ragionamento non fa una grinza. In mezzo secondo mi sarei convinto, come sta realmente accadendo, che i due tipi loschi mi avrebbero trascinato da qualche altra parte per intascare la commissione.
«Va bene, va bene. Allora, dove andiamo?»
«Casafrique. È nuovo, sicuro, pulito e costa poco.»
Il tipo che mi siede di fianco, mentre parla - di dove sei, come ti chiami, Pietro, come? -, mi dà dei colpetti sul braccio. Odio quelli che, quando parlano, ti toccano. Se poi sputacchiano... Inoltre i due mi sembrano belli ubriachi. In comune hanno pupille giallorosse iniettate di sangue, oltre allo stesso cappellino americano scemo, lo stesso orecchino e gli stessi dreadlock.
Casafrique, in effetti, è una pensioncina piuttosto carina. Il personale è gentile e le camere, pulite oltre la media, sono quasi tutte occupate da turisex francesi, rumorosi negli atti dell’amore ma con un bell’accento. Faccio in fretta amicizia con Lay, in arte ‘Babba’, strano nome. Vegeta a Casafrique e sembra che vi lavori, ma non è detto. Dove ci sono turisti c’è sempre un’umanità inclassificabile che gli rotea attorno, satelliti di natura varia e dall’occupazione ignota. Lay è l’ennesimo aspirante rastafari, i suoi dreadlock sono appena agli inizi di carriera, e ha molta meno violenza nella gestualità e sicuramente molto meno alcol nel sangue rispetto ai suoi due compari.
«Vuoi venire a una festa? Si balla secondo la tradizione e non è una cretinata per turisti.»
«Quando? Come? Dove?»
Sono stanco stracciato, ma può essere una buona occasione per fare un po’ di foto. Il mio lavoro in Senegal si sta dimostrando parecchio difficile, un’occasione per fare foto ‘autentiche’ non va sprecata.
A me e Lay si associa Rob, uno dei due galoppini che mi hanno scortato fin qua, l’altro si è dileguato per impegni precedentemente presi dopo aver intascato il suo percento di spettanza sulla mia camera. Seguo i due tra i campi di Santhiaba, il quartiere periferico in cui si trova Casafrique. Rob, ora più gentile e sorridente, ma pur sempre sbronzo, tiene su una spalla uno stereo enorme da cui Alpha Blondie ulula l’orgoglio africano al massimo volume.
Lungo il tragitto incontriamo un centinaio di parenti/amici/conoscenti, e a tutti va stretta la mano e regalato un Ça va? Quella dello stringimani quasi ossessivo è un’abitudine molto africana, così come il Ça va? ripetuto quindici volte con l’interlocutore, in un continuo ping-pong verbale molte volte generato da una scarsa conoscenza del francese - soprattutto da parte dei turisti non francofoni - o dalla mancanza di idee su cui sviluppare la conversazione. Antonella, un’amica bolognese che vive in Senegal, mi dice che tutte le volte che torna in Italia per abitudine inizia a stringere le mani a chiunque, postini o negozianti che siano, aggiungendo una serie parossistica di Come va? Alcuni la osservano incuriositi.
Giunti a destinazione mi fa male il polso. Ci sediamo alla base di un albero dove una decina di persone tracanna ettolitri di bunuk, il vino di palma che tutti estraggono da queste parti. Costa poco ed è biancastro come l’orzata, ma la gradazione alcolica non è la stessa.
Babba mi offre un po’ di vino e mi presenta a tutti, ma pochi sembrano lieti della mia presenza. Tra questi c’è Juliette, ragazza dal bel nome che non corrisponde a un involucro altrettanto seducente. Calza assurde ciabatte invernali di velluto marron e dall’espressione che ha in volto si dev’essere ingurgitata un paio di damigiane di sbobbone bianco.
«Italiano. Mafioso. Si vede che sei mafioso, si capisce dal taglio verticale tra le sopracciglia.»
Questa non l’avevo ancora sentita. Qualunque sia la sua autorevole fonte, mi comunica questa verità psicosomatica con un sorriso piuttosto equivoco, sta giocando con me. Sarà il vino, ma la ragazza non la smette di parlare, e lo fa avvicinando sempre più la faccia alla mia. L’alito non profuma di rose rosse a maggio e le parte persino uno sputtacchio bianco, di quelli alla Bossi, che mi arriva in viso. Faccio finta di niente, il galateo lo impone, e poi lei manco se n’è accorta.
Ci metto un po’ a capirlo, ma alla fine ci arrivo. La ‘festa’ è questa, vino non-stop, fino a stramazzare per terra. Danze tradizionali zero.
Rob, piegato in due su un tronco, nei momenti di lucidità in cui si riprende dagli effetti del bunuk prende in braccio la figlioletta di pochi mesi.




«È la mia prima figlia e sono molto felice. Non avresti 5000 CFA da prestarmi? Li do alla madre, le servono per la bambina. Non ho soldi qui con me, ma più tardi, quando torno a Casafrique, te li restituisco.»
Mentre apro il portafogli e gli allungo la banconota so benissimo che non la rivedrò mai più. Finalmente capisco il motivo della mia partecipazione all’evento e mi sento gli occhi di tutti puntati addosso, silenzio di sottofondo. Sfido me stesso, però, a mettere Rob alla prova. Lavora per l’albergo, so dove andarlo a riacciuffare in caso di latitanza. E poi voglio capire fino a che punto può esistere l’amicizia disinteressata fra un toubab e un Rob. Il tutto per soli otto euro, posso rischiare.
«Babba, scusa, ma ora sto iniziando a sentire la stanchezza del viaggio. Torno in albergo a farmi una doccia e un pisolino.»
«Vuoi che ti accompagni? Ti faccio un massaggio...»
«No, grazie, mi massaggio da solo», declino l’offerta di Juliette. Massaggio con alitosi allo sputacchio, sai che spasso.
Al tramonto i due nuovi ‘amici’ mi vengono a tirare giù dal letto. Dopo la ‘festa’ si sono ripuliti, indossano camicie stirate e sembrano aver diluito l’alcol nel sangue. Il programma prevede una cenetta in un ristorantino economico girato l’angolo e, a seguire, un passaggio dalla discoteca Kathmandu, la più animata di Ziguinchor. Come ci sediamo per mangiare inizio a sentire puzza di pago tutto io.
«Scusate, ragazzi, una sola domanda, prima di ordinare: dove sono i miei 5000 CFA? Rob, non dovevi restituirmeli appena tornato in albergo?»
Facce impietrite, sguardi che vagano dalle parti del soffitto a osservare i gechi.
«Hai ragione, scusa. Ora vado a prenderli.»
Rob si alza e se ne va. Passano le decine di minuti, non torna.
«Ora vado a denunciarlo, ti saluto.»
Babba prova a fermarmi con tutte le parole dell’alfabeto, ma l’incazzatura che mi è montata, soprattutto per la mia imbecillaggine autolesiva, non ha orecchie per le sue scuse insostenibili.
A Casafrique, non appena chiedo del commissariato di polizia, un ragazzone ben vestito si alza in piedi di colpo, con i capelli dritti.
«Perché? Che cos’è successo?»





Si chiama Ansou, è il proprietario dell’albergo. Gli racconto la storiella e, con grande gentilezza - è nel suo interesse, non intende sputtanare l’hotel che sta ancora finendo di pagare -, mi porta in auto al commissariato. Lì facciamo la denuncia, davanti a un poliziotto che tra il divertito e l’incredulo mi sottolinea quanto io sia fesso. Lo so, ma non gli posso dire che il ‘pacco’ subìto alla luce del sole, cosciente e premeditato, è stata una mia consapevole esca per mettere a prova i rapporti umani. Lo potrebbe prendere come un gesto di sfida razziale.
«Qui si muore di fame!»
Un tipo che sta in gabbia, piuttosto malconcio e reduce da una sbronza e/o da un pestaggio, lancia questa morale della favola da dietro le sbarre, dopo aver sentito le mie parole. Non capisco se si riferisca al fatto che i secondini lo tengono a stecchetto per punizione o se, più in generale, ha voluto proclamare un aforisma filosofico per meglio delineare il quadro al turista cretino.
Firmata la denuncia, come ‘risarcimento’ morale Ansou mi offre una cena sciogli-incazzatura al ristorantino di fronte al distributore Shell, un posto molto amato dalle professioniste a caccia di toubab che offrano garanzie di tre pasti al dì e un vestitino ogni tanto. Mi rendo presto conto di come Ansou sia gentile e simpatico, molto oltre la media, soprattutto se prendo come termine di paragone i miei amici rastafari. Ha modi garbati, non certo per tenersi buono il cliente turlupinato da uno dei suoi galoppini, ed è decisamente un bel ragazzo, alto e con lineamenti delicati, fare da principe. Con le turisex europee deve avere un successo enorme.
«La mia fidanzata è di Reunion, ma vive a Bruxelles. Viene ogni anno e stiamo costruendo una bella casa vicino a Kafountine. È stata Miss Qualchecosa a un concorso di bellezza, poco tempo fa.»
Non ho dubbi, ciò che mi dice dev’essere senz’altro vero.
Ansou suona le tastiere elettroniche e, ogni sera verso il tramonto, si chiude in garage assieme a una decina di scalmanati a fare baccano.
«L’anno scorso dovevo andare a Rimini per un tour di musica senegalese. Però, purtroppo, non ci hanno dato il visto e siamo stati solo in Francia e in Germania.» Romagnoli, sciocchini, si meritano solo le torme di russi e i pantani dell’anima.
Per digerire il pollo e provare a dimenticare i debitori fraudolenti ci facciamo il giro delle discoteche (due) di Ziguinchor, rigorosamente dopo la mezzanotte, prima sarebbero vuote. Il Bombolong, locale che prende nome da uno strumento musicale - una specie di grande tronco d’albero suonato come un tamtam - è quello più amato dai turisex: più che una discoteca sembra un bordello. Dentro è zeppo di spagnoli, un gruppo che alloggia in un albergo a due passi. L’aria è pesante di ascella e come mi avvicino al bar a ordinare qualcosa vengo avvinghiato da due lavoratrici a tassametro. La loro tenacia mi ricorda le piovre e la più intraprendente è alta il doppio di me. Ha una capigliatura ridicola, una specie di parrucca da magistrato inglese al contrario, in orizzontale, sulla fronte.
Fuggo nell’angolo più buio della sala, a bermi una Coca con Ansou e a godermi lo spettacolo. Sembra di essere a teatro. Un ciccione forse tedesco, ricoperto come un uovo di Pasqua da un abito colorato africano che fa molto pigiama, è avvolto dalla lavoratrice più appariscente del locale. Alta il triplo di lui e larga un quinto, ha i capelli stirati e dai lineamenti sembra un travestito. In un lento appassionato lui, madido di sudore birroso, le abbraccia le natiche tenendo il mento appiccicoso incastonato fra le sue clavicole, lei contraccambia con moine da cubista innamorata. Dopo un po’ i due escono e prendono un taxi, io e Ansou li seguiamo con uno sguardo.
Improvvisamente sento un odore molto pesante, come intensità ben oltre l’eau de ascèl che pervade la discoteca. Biogas? Ansou?? Non mi pare il tipo. Aguzzo la vista nel buio pesto e dilato le narici per capire da dove provenga lo schifo. Mi sembra che la fogna corra lungo il divanetto di velluto rosso liso su cui siedo. Poi le vedo.
Due cacche, belle grosse, in stereofonia simmetrica alla mia sinistra e alla mia destra. Il regalo di un cliente affezionato che ha particolarmente apprezzato il locale. L’Orrore, avrebbe detto il colonnello Kurtz. Mi alzo di colpo, sai mai che ce ne sia un’altra sotto il mio sedere. Per fortuna non c’è. Sfioro uno dei due omaggi con un mignolo, se non tocco non credo. Odoro: è proprio quella. Vado in bagno, mi lavo il mignolo, comunico la presenza dei cadeaux atipici al barista. Si scatena il casino: i baristi corrono verso il divano, lo sventrano, lo lavano smadonnando in diola - la lingua della Casamance - sotto gli occhi allibiti dei clienti.
Proseguiamo verso il Kathmandu, l’altra discoteca. Spero che l’arredamento sia migliore. Dentro la clientela è più locale, io sono l’unico bianco e nessuna piovra mi salta addosso. La musica è una figata e le ragazze, apparentemente tarantolate, sono impegnate a ballare freneticamente, hanno di meglio da fare che abbordare il primo bianchetto che passa. La pista è piena e l’età media è inferiore rispetto a quella del cesso pubblico precedentemente annusato. L’odore acre di ascella, in compenso, è dieci volte tanto, forse anche grazie alle note di Youssou N’Dour, che fanno scalmanare i presenti.
Improvvisamente, nel cortile scoppia una rissa. Tra un vociare assordante qualcuno picchia qualcun altro, circondato da un capannello di ragazzi. È venerdì sera, credo che il combattimento fra galli faccia parte del solito programma, dev’essere incluso nel biglietto. Qualche maglia del Milan pesta uno dell’Inter - tutti si devono fornire dallo stesso stilista -, ma un collaborazionista della Lazio lo estrae a forza dagli ultras inferociti e, coperto da uno della Fiorentina, lo porta fuori. Va bene, quest’ultimo spettacolo mi basta, posso andare a letto.
Al rientro trovo Babba che mi sta aspettando davanti alla televisione gracchiante a fine trasmissioni. Ha l’aria preoccupata.
«Scusa, sai, ma quel cretino di Rob ha detto che andava a prendere i soldi ed è scomparso. Ecco, ti do questi - inizia a riempirmi le mani di banconote di piccolo taglio e di monete -, ma lascia stare la polizia, per favore...»
Conto i soldi.
«Ehi, questi sono solo 4500. Dove sono gli altri? O tutti, fino all’ultimo franco, o niente. E poi l’ho già denunciato.»
Glieli restituisco e vado a dormire.
La mattina seguente Babba mi attende nel giardinetto di Casafrique. Sembra aver davvero preso a cuore la questione del suo amico latitante.
«Ecco, guarda, i tuoi soldi...»
Mi snocciola 4900 CFA. Sorvolo sui cento mancanti - circa quindici centesimi d’euro, ma fanno arrabbiare lo stesso -, non ne posso più di questo tormentone deprimente. Lo saluto e torno al commissariato per ritirare la denuncia. Il poliziotto sbuffa mentre gli faccio tirare due righe con la penna sul quadernone delle denuncie. Oltre che per fesso mi deve aver inquadrato come seccatore semiprofessionista di tutori dell’ordine.
Vado a fare colazione al Bar Shell. Anche qui, come al Bombolong, sembra di essere al cinema. Il bar è un viavai di personaggi che paiono usciti da un reportage sul turismo sessuale, tanto sono perfetti nella loro pacchianeria. Tutti i toubab hanno lo sguardo acquoso da alcolizzato, chi il tatuaggio da caserma sbiadito sull’avambraccio, chi un orecchino troppo démodé, quarantenni andati a male con inizio di cirrosi e forse di qualcosa di peggio. I più sono accompagnati dalla fidanzatina famelica, e chi è single ha uno sguardo cacciatore che promette bocche da sfamare.
A un certo punto, da un taxi scende la coppia dell’anno e si dirige verso il locale. Lui è un grassone largo il doppio di quello di ieri sera e alto la metà, avvolto in un completino hawaiano bermuda/camicia con palme su base turchese. Con calvizie terminale, enormi polpacci bianchissimi e sudorazione da fontana spanata. Deve avere sessant’anni abbondanti, almeno centoventi chili e una bella collezione di malattie veneree.
La sua fidanzata di oggi sembra raccolta da un viale, con zeppe che esaltano la già naturale altezza - doppia di quella del nonno sponsor -, anello al naso molto tardoeuropeo, cappellino da pescatore ggiovane pure, abito attillato sulle natiche e sguardo a forma di S con due barrette. Lui si trascina nel locale ansimando visibilmente, la pancia e il calore, oltre a una fidanzata così, devono essere faticosi da portare a spasso. In seguito, indagando tra le voci di corridoio, vengo a sapere che il ciccio è un belga in viaggio con la moglie, la quale viene regolarmente lasciata nella camera d’albergo con qualche scusa orrenda, sempre diversa, a fare la guardia alle valige mentre lui va in giro per discoteche & scannatoi. La moglie lo insegue, ma non riesce mai a beccarlo.
In giro per il mondo di turisex ne ho visti davvero tanti, dai vecchi pedofili di Manila e Pattaya ai neoconquistadores dell’Avana e di Rio, ma roba così mai. Qui siamo al raschio del barile, i rappresentanti del mondo toubab sono tutti brutti, sdentati, grassi, oppure hanno qualcosa di indefinito che sa di galeotto appena uscito dal padiglione di isolamento e che deve recuperare il tempo perduto. Soprattutto belgi e francesi che, per pigrizia linguistica, viaggiano solo nelle ex colonie a caccia di amicizie inghiottenti. Uomini e donne di poche esigenze, ma forti e chiare.
Mentre osservo questo teatrino comunico la mia tristezza moralista ad Ansou.
«L’Africa è povera, non c’è lavoro. E non è detto che queste donne siano tutte prostitute. Magari cercano semplicemente un europeo che le faccia cambiare vita, che le porti via di qui»,  ribatte.
Chi, di sicuro, a casa sua non vuole portare nessuna, è un tal Guy, olandese pluripensionato che alloggia al Perroquet, un alberghetto carino sul lungofiume. Non spiccica una parola di francese, ma ogni sera tira su almeno una ragazza diversa. A detta del marinaio che ho ingaggiato per fare il classico giro per turisti nella zona - in piroga fino all’Isola degli Uccelli e a un paio di villaggi della Casamance settentrionale -, Guy dovrebbe venire con noi. Quando il barista del Perroquet, l’essere con la faccia più tonda che abbia mai visto - una specie di cartone animato vivente -, va a bussare alla sua porta, Guy farfuglia che non ce la fa a tirare su le chiappe dal letto. Ieri sera ha fatto troppa festa, e senza balli tradizionali. La battuta di pesca che aveva in mente è rimandata a data da definire. Parto da solo, che forse è meglio.






Younouss, il piroghiere che è riuscito ad agganciarmi, ha modi di fare spicci. Durante i primi venti minuti di navigazione prova a vendermi/propormi di tutto, vuole integrare il già pattuito:
«Vuoi comprare una tenda da campeggio?»
«No, che ci faccio? Dormo sempre in hotel.»
«Se vuoi ti porto fino alla regione dei Bassari - circa venti anni luce e un miliardo di buche a est -. Domani ci porto Guy.»
«No, grazie. Troppo lontano. Troppo costoso. Troppa fatica. L’olandese tromba troppo.»
«Vuoi fare foto migliori agli uccelli? Basta che mi paghi di più. Sai, tutto questo accendi e spegni del motore fa consumare benzina...»
«No, grazie. Così è sufficiente.»
«Non hai un orologio come il tuo per me? Il mio si è rotto.»
«No.»
Quando, finalmente, comprende che da me non guadagnerà un solo CFA oltre la cifra pattuita, si chiude nel silenzio e si concentra sulla navigazione.
Il primo villaggio che visito è Djilapao, quattro capanne, un grande baobab e due tori che mi vogliono caricare, il tutto radunato attorno alla famosa case à étages, un’abitazione con i muri di fango a un piano, una rarità da queste parti. La sua peculiarità, oltre alla struttura, è data dalle magnifiche sculture che il proprietario, un signore magro magro con la mano che stringo (ça va?) tutta ossa, ha inciso sulle pareti. Le figure colorate sono assolutamente fantasiose.
«Purtroppo sta crollando tutto, vedi?», mi fa notare una voragine sulla parete orientale. L’ultima pioggia, peraltro una ogni morte di papa, ha fatto crollare mezza parete.
Ripartiamo alla volta di Affiniam, un altro villaggio della Casamance settentrionale. All’approdo Younouss stacca il serbatoio della benzina dalla piroga e lo nasconde all’interno di un capanno privo di serratura.
«Non te la frega nessuno?»
«Qui non ci sono ladri, non siamo a Dakar.»
Mi viene da pensare che se davvero non ci fossero ladri potrebbe tranquillamente lasciare il serbatoio sulla piroga, ma non dico nulla, non voglio fare la solita figura del polemico.
«E poi vedi quello? - indica un bastone con uno strano pendaglio a campanelle appoggiato alla parete del deposito - È un feticcio antiladri.»






Insomma, i ladri ci sono o no?
Mentre mi incamminano verso il villaggio faccio il pensierino di prelevare il feticcio sulla via del ritorno. Potrei metterlo sotto casa, così la prossima volta non dovrò sborsare 120 euro per il blocco a sterzo del motorino seviziato. Non vorrei, però, che portasse sfiga. Lascio stare.
Affiniam è un villaggio molto più grande di Djilapao, ha tre scuole e circa tremila anime, anche se non si notano. Le case sono sparpagliate fra la vegetazione che ricopre ogni cosa e sembra che ci vivano solo quattro gatti.
«Una coppia di svizzeri sta costruendo una casa qui», mi fa Younouss.
«Qui?»
Svizzeri, strana gente. Dev’essere lo stress dovuto alle file per versare tutti quei soldi in banca e a tutta quella pessima cioccolata da mangiare che, a un certo punto della vita, impone a due bianchi che più bianchi non si può di abbandonare ogni legame con gli orologi e costruirsi una capanna nell’ombelico della giungla africana. Li invidio un po’, è già da troppo tempo che ho perso tale amore per il tropico a tutti i costi. A volte vorrei tornare indietro, all’età epica dell’innocenza.
Pranziamo nel campement del villaggio, una forma di alloggio diffusa in tutta la Casamance. Essenziali come struttura - camere fresche con letti di gommapiuma e zanzariere - e servizi - acqua corrente, luce delle candele, pasti a prezzi semipolitici -, i campement rappresentano una formula intelligente ed equa per alloggiare i viaggiatori privi di grosse puzze sotto il naso. Una specie di ostelli, puliti e dignitosi, ‘all’africana’. Costruiti rispettando l’architettura tradizionale con materiali reperibili sul posto - paglia, fango, sabbia, tronchi e foglie di palma -, i campement permettono di investire i ricavi in opere di utilità pubblica per la comunità locale. Il campement di Affiniam è particolarmente bello, tant’è che ai semplici visitatori che non vi alloggiano né vi consumano i pasti viene richiesta una piccola tassa d’ingresso. La sua struttura è à impluvium, circolare, con un patio rotondo i cui tetti di paglia e lamiera convogliano al centro l’acqua per la raccolta. Le camere, con le pareti di sabbia pressata, formano l’anello più esterno. Ognuna, molto fresca, ha un simbolo zoomorfo inciso sulla soglia, e una piccola croce stilizzata, ritagliata nella lamiera della tettoia, protegge il luogo dagli spiriti malvagi.
Clementíne, la bravissima cuoca, ci scodella una cofana di thieb yape, piatto squisito a base di riso passato nella salsa di pomodoro, pezzetti di carne e patata dolce. Tutti facciamo il bis, servito in bei piatti di legno.
Dopo l’abbuffata scatta la sonnolenza generale, il calore e il pranzo ci hanno cotti, e ci stravacchiamo sui letti di gommapiuma all’aperto. Sarebbe incantevole riuscire a schiacciare un pisolino, se solo i due avventori dall’altra parte del patio non chiacchierassero a volume da deflagrazione, aiutati da innumerevoli birre Gazelle. Uno dei due, come se non bastasse, è balbuziente, per cui grida raffiche di ripetizioni al vicino, che è ad appena venti centimetri di distanza. Io sono a venti metri, ma è come se fossi al loro tavolo. Le miriadi di insetti che mi ronzano nelle orecchie - seppure senza pungere - prima di intanarsi nel miliardo di buchi che hanno scavato nei muri del campement, fanno da complemento alla balbuzie etilica. Mi giro sul materasso centocinquanta volte prima di decidere che non c’è nulla da fare, il mio destino è di rimanere sveglio. Meglio bermi un paio di bicchierini di delizioso tè senegalese, a vedersi una specie di minestrone di verdure, forte e denso come un espresso. Li offre Nàis, la guida/scultore/barista/tuttofare del villaggio. La sua chiacchiera senza tregua con Younouss mi ha dato il colpo di grazia, per cui tanto vale svegliarsi del tutto e ripartire.
Sulla via del ritorno incontriamo una folla di bambini che, oltre a chiedermi le solite bonbon, che non ho, sono lieti di posare per una foto. Il più grande, avrà dieci anni, al momento dello scatto si tira giù al volo i bermuda e impugna l'uccello con una posa oscena. Il risultato, forse, è la foto più schifosa della mia carriera.



 




Taxi-brousse IV: Ziguinchor-Bissau
«Dakar?»
Tutti gli spacciatori di sedili dell’autostazione di Ziguinchor, vedendomi arrivare, sono certi che voglia raggiungere la capitale.
«No, Bissau.»
«Bissau? Quella là...»
Mi indicano una Peugeot 504 che sta in piedi per miracolo, già semipiena.
In tempi normali i turisti diretti verso la Guinea-Bissau sono pochini, ma in questi ultimi giorni sono una vera mosca bianca. Da circa quattro giorni, infatti, là è scoppiato l’ennesimo colpo di stato grazie al solito generale picchiatello con il ticchio di prendere il potere a quello che, nello stesso modo, lo aveva preso a un altro prima di lui. Elezioni. Che cosa sono. A che cosa servono.
Il golpe, però, questa volta è fallito, il generale ribelle si è dato alla macchia, i battaglioni dell’esercito a lui fedeli, l’intera opposizione politica e qualche giornalista sono finiti al cimitero o in galera. La frontiera con il Senegal è rimasta chiusa per qualche giorno, ma al consolato di Ziguinchor mi hanno giurato sullo stipendio che la Guinea-Bissau ora è tranquilla, vi regna la pace, le frontiere sono riaperte. Non si preoccupi.
Faccio il visto e le corna, poi parto.
Alla gare routière insceno il solito rito da toubab con la puzza sotto il naso. Sono rimasti solo due posti nel deretano dell’auto, dico che lì non ci vado, aspetto il prossimo, mi faccio desiderare. Con flemma inglese mi siedo su una panchina ricoperta da piastrelle da bagno pubblico a leggere. Fingo di non sentire gli occhi dell’intera autostazione puntati addosso e mi immergo nella lettura più profonda. Ogni tanto (venti secondi) vengo interrotto dal bambino (una dozzina) che mi chiede l’elemosina, dal venditore/rice (due dozzine) di qualcosa, dal vicino (uno, ma è sufficiente) che mi studia mentre con una mano fa la pulizie di pasqua ai piedi.
Dopo mezz’ora arriva il penultimo passeggero: per partire ne manca uno solo. Io.
«Ti puoi sedere davanti, va bene?»
Un intermediario - forse un subaffittuario di sedili - è sceso alle mie condizioni, ho vinto, ho conquistato il posto buono ma mi sento il solito laido colonizzatore.
L’autista deve avere sedici anni e indossa la maglietta dell’Inter di Ronaldo, oltre a un’ascella impestante che in dieci secondi ha impregnato la carrozzeria dell’auto. Il mio finestrino è bloccato, la maniglia non esiste più da un pezzo, è meglio che mi abitui all’aroma in fretta. Strappo con le dita un po’ di scotch annerente dal bordo superiore del finestrino. Se non posso respirare almeno proverò a guardare fuori, immaginando l’aria profumata di liquirizia che si respira nei campi. Alle dieci e mezza si parte.
«Quante ore ci vogliono per arrivare?»
Gli altri passeggeri si fanno una risata.
«Mah, chi lo sa. Dipende dal traghetto. Forse sei», mi risponde quello più diplomatico.
Il mio vicino di gomito e dermatiti contagiose ha una radiolina che gracchia e non capta niente, oltre a una sudorazione analoga a quella del conducente. Democrazia olfattiva, fragranza collettiva. Il taxi-brousse, d’altronde, una volta che ci sei dentro è una grande famiglia. Tre uomini tutti nella stessa barca, si diceva una volta nei romanzi inglesi.
Dopo pochi chilometri incappiamo nel primo blocco militare. Però, che velocità, siamo già in dogana, mi dico.
«Ispezione bagagli», mi traduce l’autista, «bisogna scendere.»
Un soldato ordina di aprire il bagagliaio e di tirare giù le valige. Esige da tutti, toubab compreso, chi sono per sentirmi diverso, di vedere quali incredibili merci proibite stiamo trasportando. Anch’io devo eseguire gli ordini, inizio a sbuffare e mi fa richiudere la sacca dopo un’ispezione più che sommaria.
«Lungo la strada ci sono un’infinità di blocchi come questo», mi sottolinea Ronaldo, come a dire «ti conviene lasciare la valigia senza lucchetto e abituarti in fretta al su e giù. Possibilmente senza protestare.»
Prima della frontiera, in effetti, di blocchi ce ne sono altri due. Senz’altro devono essere tutti utilissimi, almeno nella mente dello stratega militare che lotta contro il narcotraffico e il terrorismo e il Male. Controllo documenti, si procede.
Poco più avanti, dopo un breve tratto di terra di nessuno, siamo in Guinea-Bissau, lo capisco dai cartelli in portoghese. La dogana è costituita da una panchina di bambù sulla quale devo riaprire, per la quarta volta, il bagaglio sotto gli occhi di un militare e mostrargli i chili di eroina, le dozzine di bombe a mano e i sacchetti pieni di occhi di bambino che, come sempre, mi porto dietro. Il milite sembra uscito da uno di quei reportage di guerra che, ogni tanto, si vedono in tv, quelli in cui un branco di rambi impazziti, ognuno con una divisa diversa dall’altra ricoperta da feticci tribali, spara colpi di kalašnikov nell’aria e strabuzza gli occhi iniettati di sangue guardando la telecamera (tipo Maradona ai suoi ultimi mondiali). Di questo soldato non vedo gli occhi, un paio di occhiali a specchio alla Shwarzenagger li nasconde, ma potrei scommettere che ha le pupille rosse a strisce arancioni. La tuta mimetica nazi e il basco rosso sono gli stessi usati dai pazzi che, una volta al mese dopo i pasti, si scannano a vicenda in Sierra Leone o in Liberia. A due passi da qui.
Al controllo passaporti un impiegato sonnacchioso annota i miei dati su un quaderno d’altri tempi e d’altre cartolerie.
«Professione?»
«Guida turistica.» È la scusa innocua che uso sempre nei posti in cui i fotogiornalisti sono benvenuti come gli iettatori.
«Turista, allora...», e così scrive. In effetti, da queste parti, la condizione di turista potrebbe anche essere una professione.
Lasciata la dogana, il primo blocco è a trecento metri. Non ci posso credere: abbiamo appena passato la frontiera, che è a vista d’occhio. Se avessimo caricato clandestini o carri armati avrebbero potuto vederci senza sforzo, ma l’ennesimo soldato fa questione di fermarci e ricontrollare i bagagli. Va bene, è tutta ginnastica, mi dico, aiuta a tirare giù la panza. A casa pago fior di quattrini per i campi da basket e da squash, qui è gratis e profuma di avventura.
Da qui al traghetto che collega São Vicente a Joalanda - la grande incognita per quanto riguarda i tempi del viaggio - conto altri sette controlli. Ormai mi metto a ridere ogni volta che all’orizzonte scorgo un bidone di kerosene in mezzo alla strada, segnale della rompitura d’anima in arrivo. Pure i miei compagni di viaggio sono contagiati dal riso, anche se se lo tolgono al volo appena vedono le pupille del militare di turno. Io mi sto godendo tutto questo sbattimento per hobby & diporto, una tantum; loro, pendolari dell’emigrazione coatta, fanno questo giro al setaccio troppo spesso e senza grossi divertimenti. Però due risate, soprattutto per scaricare i nervi, se le fanno anche loro. Sono gratis.
Arriviamo a São Vicente, quattro baracche tra le immondizie e sotto il sole rovente, proprio quando il traghetto, già stracolmo, sta partendo verso la sponda opposta del fiume. Ronaldo conversa con il direttore del traffico fluviale e sbuffa.
«Che c’è?», gli domando.
«Può essere che ci tocchi aspettare due ore o forse più, il traghetto è quasi senza carburante. L’unica speranza è che torni indietro in fretta per caricare quei due camion.» Mi indica due bestioni che, a colpo d’occhio, sono lunghi il doppio del traghetto.
Il sole picchia forte ed è quasi ora di pranzo. Mi rifugio sotto una capanna e chiedo che cosa c’è da mangiare.
«Galinha
«Acquistata.»
Mi siedo e mangio un ciotolone di riso bianco su cui svetta un pezzettino microscopico di gallina, tutto pelle, ossa e cartilagine. Sento i ragazzini che mi circondano parlare in crioulo, un delirio di lingua derivata dall’unione del portoghese medievale con le lingue locali, il tutto frullato ed espulso via bocca. Lo parlano anche a Capo Verde e assomiglia alla lingua usata nei bar di Guerre Stellari o di Blade Runner. Il mio portoghese brasiliano da spiaggia qui è lontano anni luce. Lo capiscono, ma li fa sorridere.
Mi appisolo su una panca mentre un bambino tormenta rumorosamente una lattina vuota di Coca-Cola con un bastone. Poi, all’improvviso, tuona il ruggito salvifico di uno dei camion che ha acceso il motore: si parte.
All’attracco è arrivato il traghetto che rigurgita orde di persone e mezzi, si sale a bordo solo una volta svuotato. Quando arrivano i due camion - i pedoni sono già a bordo, secondo un collaudato sistema di sicurezza locale - sembra che la chiatta affondi, tutto si muove come durante un terremoto e mi guardo attorno per trovare un punto verso cui, in caso di affondamento, saltare senza affogare o essere schiacciato dalle lamiere. Ma la bagnarola pare reggere, si va.
Una donna sul lato opposto al mio piange, sbraita e si dispera. Non capisco quale sia il motivo, ma i bambini che vendono arachidi e dolcetti la osservano ridacchiando. Forse non le è successo nulla di tragico, oppure si tratta della nota sensibilità dei venditori ambulanti.
Il romantico panorama fra le mangrovie è allietato dai miei vicini che, uomini e donne a turno, si avvicinano al bordo del traghetto per depositare enormi scaracchi nell’acqua. Alcune donne sono giovani e carine, ma grazie a questa toilette deflagrante perdono ogni sfumatura di sensualità. Almeno ai miei occhi viziati di europeo tirato su a cerette, fazzoletti da naso e mani sulla bocca durante gli sbadigli.
Mentre stiamo per sbarcare non riesco a distogliere lo sguardo dalla spilla di un militare che sembra uscito da un film di Chuck Norris. Mandibole tese, braccia muscolose da cui affiorano vene grosse come grissini, divisa attillata e basco rosso come il sangue dei nemici. La spilla ipnotica dorata ritrae il profilo di Lenin. Mi viene istintivo guardare l’orologio, confermarmi che sì, siamo nel Duemila e rotti, trovare buffo che ci sia ancora chi va in giro con simboli come questo. Ma, in fondo, non più dei matti degli stadi o dei grandi fratelli scemi.
Sbarchiamo a Joalanda e i camion si fanno largo fra la gente invasata sgassando fragorosamente, mentre i taxi-brousse accostano sul lato destro della carreggiata in attesa dei relativi passeggeri.
«Alt! Ferma! Accosta!»
Un militare con la pancia di fuori, la camicia slacciata e la patta dei pantaloni mezza aperta sbraita con aria furibonda a Ronaldo di accostare e di spegnere il motore.
«Perché? Che cosa ho fatto?»
«Accosta e zitto. Documenti.»
Ci fermiamo, scendiamo ancora una volta dall’auto. Ronaldo va a confabulare con lo scimmione in divisa.
«Insomma, che cosa c’è che non va?»
«Mi sei passato con una ruota sullo stivale, non te ne sei accorto, cretino? Tu, adesso, non parti più.»
L’orango è fuori di sé e rotea minaccioso il kalašnikov su una spalla. Inizio a pensare che a Bissau non ci arriverò e, più in generale, ipotizzo di non arrivare più da nessuna parte. Bruttino, però, come capolinea ‘sta Joalanda, nonostante il nome da bordello. Speravo di vedere la mia ultima alba in un luogo romantico come la Polinesia o Rio de Janeiro, e invece...
Scimmione n°1 è coadiuvato da scimmietta n°2, un ragazzino con la divisa più a posto, almeno ha la patta allacciata: vista l’ira del primo, solo lui, più calmo e dallo sguardo meno da bue pazzo, può essere la nostra salvezza.
«Che cos’è successo?», gli domando gentilmente. Recito la parte del turista bianco scemo che non ha capito la situazione. Da quando, nel 1998, il presidente della Guinea-Bissau, ‘Nino’ Vieira chiese aiuto ai soldati senegalesi per sedare un golpe ai suoi danni, e questi lo sedarono saccheggiando il paese, i vicini di frontiera non sono particolarmente amati dai guineani: lo so benissimo, ma fingo di essere appena sbarcato dalla Luna. Mentre attendo la risposta con aria ebete ordino un Nescafè, tanto per sottolineare la mia estraneità al teatrino. Conto sul fatto che Gianni e Pinotto non vogliano dare spettacolo di macellazione davanti agli occhi allibiti di uno straniero.
«Il tuo autista ha quasi investito il sergente e non gli ha nemmeno chiesto scusa.»
Il ragionamento, se corrispondesse alla verità storica, non farebbe una piega. In effetti Ronaldo, stupidino che non è altro, insiste nel dire che non ha fatto nulla, ma non fa il minimo sforzo per chiedere scusa. Nella sua ottusità da autista interista che non si lava le ascelle si è impuntato sull’orgoglio della Verità vera e non capisce che gli converrebbe ammettere una colpa, anche se, in realtà, colpe non ce ne sono.
Il mio piano, per fortuna, funziona. N°2 va da n°1 che, con gli occhi gialli di rabbia, e forse di birra, gli passa, quasi buttandoglieli, i documenti dell’autista. Vedo che i due mi guardano con la coda dell’occhio mentre parlottano. Il ragazzino consegna i documenti a Ronaldo e, se il Dio delle scimmie vuole, si riparte.
Cinquanta metri dopo c’è l’ennesimo controllo dei bagagli. Ormai questo viaggio è diventato surreale, fantascienza, Guerre Stellari e Blade Runner, appunto. Si continua per inerzia, tutto è diventato un film, un gioco. Trascino tronfiando il mio bagaglio fino alla base di un albero gigantesco dove tre scimmie con il basco rosso sbucciano banane e analizzano scrupolosamente le mie merci proibite. Forse vogliono fare la spesa, gratis.
«Apri! Apri! Fammi vedere!», mi sbraita quello con la faccia di chi si è bevuto più birre di tutti.
Gli faccio vedere il contenuto del beauty-case, le musicassette (che cosa sono?), le macchine fotografiche (servono per girare dei film?), cercando con gentilezza di togliere queste ultime dalle mani del macaco più pericoloso, quello che ha già iniziato a manipolarle con la delicatezza di un autogrù. Quest’ultima perquisizione mi ha fatto capire, se non c’ero ancora arrivato, come controlli del genere non servano affatto a scoprire merci illegali o ribelli, quanto a dimostrare, con il massimo dell’arroganza e della violenza mentale possibili, l’onnipotenza della soldataglia nei confronti dei civili.
Ripartiti, da Joalanda a Bissau conto altri cinque blocchi. Pochi, in fondo, e solo perché Ronaldo ha imboccato una ‘scorciatoia’ antisbirri tutta buche.
L’ingresso in città, con la sua calma irreale, sei ore dopo la partenza, è una specie di sbarco sulla Terra Promessa. Arrivato all’autostazione non mi inginocchio e bacio l’asfalto solo perché non sarebbe un gesto originale. Potrebbero scambiarmi per qualcun altro.





 
Bissau, città fantasma
Sopravvissuto a circa un miliardo di blocchi stradali, arrivo finalmente nella capitale di questo paese dimenticato da dio. L’autista del mio taxi-brousse, Ronaldo ascella-pesante, mi lascia all’autostazione che si trova davanti al mercato Bandim, il più animato - per usare un eufemismo, in realtà è un vero casino - della città. Disteso lungo l’Avenida de 14 Novembro, il mercato si perde all’orizzonte in un’accozzaglia infinita di tendoni e bancarelle, venditori di reti da letti, piazzisti nigeriani di orripilanti farmaci e amuleti naturali - testine di coccodrillo, corna, pelli di felini -, barbieri. I taxi sono bianchi e azzurri e vengono conservati molto meglio che in Senegal. Alcune Mercedes - ce ne sono a bizzeffe - sembrano appena uscite di fabbrica, tale è la maniacalità con cui i proprietari le conservano. Quella in cui entro profuma di arbe magique, un aroma che mi ero completamente dimenticato viaggiando sui taxi senegalesi, in gran parte semidistrutti e maleodoranti.
L’autista mi deposita alla Pensão Central, una bella casa di legno bianca e verde di due piani. La proprietaria, Dona Berta, è un’anziana portoghese qui da sempre. Minata da un’infezione alle gambe, trascorre le giornate incastrata su una sedia a sbraitare ordini a Jorge, il cameriere tuttofare. Dona Berta, inossidabile ai colpi di stato e ai mille problemi di questo paese in cui ha scelto di vivere, è seguita come un’ombra da un cagnolino con gli occhi di fuori.
La camera che mi dà è enorme, ma nel bagno comune - l’unico di tutta la pensione - si va avanti a secchiate d’acqua, portate a mano in grandi bidoni di plastica dagli sguatteri. La luce, quando c’è - solo durante la cena e per il tempo di lavarsi i denti prima di andare a letto -, è alimentata per pochissime ore da un generatore rumoroso e puzzolente. Per il resto della notte si gira a tentoni, cercando di non sbattere la faccia contro i muri e l’armadio, o con le candele. La Pensão Central, peraltro, è uno dei pochi luoghi benedetti di questa città dotati di generatore: i più, anche all’ora di cena, stanno al buio o marciano a candele e lampade di kerosene.






L’atmosfera di Bissau, me ne sono accorto già durante il breve giro in taxi, è surreale. Regna un silenzio strano, per strada c’è poca gente è il traffico è costituito quasi interamente dai taxi e dai fuoristrada luccicanti di tutti gli enti di cooperazione del creato: ONU, FAO, UNICEF, PAM, COOP, CONAD, ecc. Nelle vie, nonostante io sia visibilmente un turista - elemento più unico che raro -, nessuno mi disturba, nemmeno quando passo davanti alle bancarelle di artigianato senegalese nei pressi del mercato centrale. Al più divento l’oggetto del timido approccio di qualche bambino, in fuga al primo accenno di rifiuto. Mica male, dopo le orde di rompiscatole ossessionanti del paese confinante.
Sono venuto fin qua da Ziguinchor per ficcare il naso. Travestito da turista con il pallino della fotografia, voglio seguire la vicenda delirante di Ansumane Mané, capo di Stato Maggiore ed eroe della guerra di indipendenza dal Portogallo che, qualche giorno fa, ha tentato di prendere il potere con le armi per la terza volta. La prima era stata all’inizio degli anni Ottanta, quando aveva scippato il potere con la forza al presidente di origine capoverdiana Luis Cabral, passandolo nelle mani di João Bernardo ‘Nino’ Vieira. Da quest’ultimo, sempre con le armi, Mané aveva ripreso il testimone con un golpe nel giugno del 1998: domino all’africana, per intenderci. Al secondo putsch seguirono undici mesi di guerra, prima solo nella capitale Bissau, poi anche nelle campagne. Il paese fu messo a ferro e fuoco, e la guerra civile si concluse grazie all’opera di mediazione di diverse organizzazioni dell’area portoghese, in particolare dell’Africa Occidentale.






Musulmano e di etnia mandingo - avversa a quella dei balantes, cui appartiene il presidente Kumba Yala e che controlla i posti chiave dello stato e delle forze armate -, Mané sostiene da sempre la guerriglia indipendentista della vicina Casamance, dove i primi scontri iniziarono nel 1982. Per i ribelli del Sud del Senegal Mané è il leader, il capo carismatico che può aiutarli con le armi e i rifugi oltre frontiera. La parte dell’esercito governativo rimasta leale al presidente, però, ha avuto la meglio e il brigadeiro - così è soprannominato Mané - si è dato alla macchia assieme a qualche fedelissimo. Per questo motivo le strade che portano in Senegal sono pattugliate in maniera ossessiva dai militari e in città regna una quiete da dopo la tempesta.
La mattina seguente provo inutilmente a cercare un quotidiano locale. L’unico simulacro di edicola, nella Praça Che Guevara - che del rivoluzionario cubargentino ha solo il nome, ma nessun busto o effigie che lo ritragga -, ha solo pochi giornali stranieri, ma nulla stampato in loco. Vende copie seminuove del Washington Post, arrivate fin lì chissà come, e diversi giornali portoghesi di società, costume e chiacchiere di portineria: quanto il primo ministro ha buttato nelle roulette dell’Estoril, il bouquet dell’infanta di Spagna, l’ultimo gruppo di fado, una nuova ricetta per il bacalhau.
«I quotidiani locali li vendono gli strilloni, può essere che più tardi arrivi la nuova edizione», mi consiglia l’edicolante. La sua baracchina di legno si trova all’entrata del Casinò Le Galeon, dotato di slot-machine e amenità affini. Mai visto un casinò tanto fuori luogo. Nella piazza si aggirano bambini che provano a vendere arachidi o a lustrare le scarpe ai clienti della Gelateria Baiana, un bar frequentato soprattutto nel tardo pomeriggio dai portoghesi o dal popolo dei fuoristrada, bianchi con camicie stirate e auto air conditioned da nababbi, sponsorizzati dalle nostre tasse e donazioni. Il poco che in città funziona sembra si debba a loro e le magliette delle Nazioni Unite e della FAO, indossate dai bambini quanto dagli adulti, si sprecano. Uno striscione appeso al centro della piazza ricorda che oggi è la giornata mondiale di lotta all’AIDS, malattia in vorticosa ascesa in Guinea-Bissau. Alla base degli edifici uno stuolo di venditori ambulanti fa da tappeto ai marciapiedi. Una roulette e un black-jack, qui, sono in fondo come i fuoristrada impeccabili che sfrecciano in ogni direzione: fantascienza, gocce di primo mondo versate in un minestrone di terzo tendente al quarto. Schiaffi in faccia alla quotidianità dei più.
Rimando l’aggiornamento sui fatti di cronaca al tramonto, quando usciranno i giornali. Per il momento raggiungo l’altra, unica piazza della città, quella dedicata agli Eroi Nazionali. Anche qui la desolazione è struggente, la piazza sembra lo scheletro di una scenografia di un film di Chuck Norris dopo la battaglia finale. Al centro svetta un grande monumento fallico dal forte sapore sovietico, un po’ per le linee della statua che ne segue il profilo, ma soprattutto per la stella che svetta sulla cima. Alle spalle si intravede un edificio fantasma, con il tetto sventrato. Sulla Lonely Planet leggo che è, era il palazzo presidenziale, proibito fotografare. Le voragini nel tetto sanno tanto di bombe e quasi mai do retta alle guide. Estraggo le Nikon, fotografo abbondantemente, nessuno mi dice niente. La devastazione deve risalire alla guerra civile del 1998 e da allora, evidentemente, il presidente alloggia altrove.






Continuo il giro turistico, ma c’è ben poco da vedere. La piccola zona portoghese, con case coloniali carine e decadenti nei pressi del porto, è affascinante, ma in un quarto d’ora ho già percorso in lungo e in largo tutte le viuzze. L’atmosfera che colgo - un ‘centro’ che si riconosce a fatica come tale, un silenzio inquietante lungo gli ampi viali, tracce di distruzione e abbandono qua e là, ogni tanto un’auto con la carrozzeria sforacchiata dalle pallottole e ‘tappata’ da una saldatura come una carie -, in generale, mi ricorda Managua o mi fa immaginare come potrebbe essere Luanda.
Rientro per pranzo alla pensione, il cui ristorante è uno dei più economici della città. Bissau è cara, nei minimarket l’uva costa il triplo che in Italia e una camera d’albergo molto semplice non la paghi meno di 25.000 CFA, circa quaranta euro. Dona Berta propone ai suoi ospiti o ai semplici avventori un pranzo in puro stile portoghese - sopa, zuppone con pasta scotta ma delizioso, piatto ‘forte’ e frutta - per 4000 CFA, cifra imbattibile nei pochi ristoranti sparsi per la città.
Su un tavolo, finalmente, trovo una copia del Banobero, un giornale locale, vecchio di diversi giorni. Le sue dodici pagine sono infarcite di articoli improntati al buon senso e al disastro economico/organizzativo che strangola il paese: la mega retata della polizia che ha dato un bel giro di vite ai ladruncoli locali e ha messo tutti calmini; l’arresto di un paio di tipi che si fumavano tranquillamente un cannone in casa loro; la carenza di passaporti da dare ai cittadini; la mancanza cronica di luce e di acqua corrente. Nella copia che ho trovato, però, non si parla ancora degli eventi del tentato golpe, iniziato qualche giorno dopo.
In tutto l’albergo gli unici clienti siamo io e tre portoghesi, riservati e poco socievoli come molti dei loro compatrioti e, in particolar modo, specializzati nell’asserragliarsi nel bagno sempre un secondo prima di me. Ogni volta che mi fregano mi sforzo per farmi venire in mente una fra le tante barzellette sui portuga che ho imparato in Brasile. Me le racconto e rido da solo.
Nel pomeriggio esco di nuovo e mi chiudo a riccio su un computer del centro internet a due passi dalla pensione. Sì, a Bissau non c’è la luce né l’acqua corrente, ma due centri internet lavorano a pieno ritmo con gli studenti che se lo possono permettere e con gli stranieri - diversi portoghesi, qualche brasiliano, sparuti americani, francesi e italiani - degli enti di cooperazione.
All’uscita incappo in uno strillone, è arrivato il giornale fresco. Il Banobero è filogovernativo e in apertura riporta come Mané sia ancora in fuga e nessuno sappia dove sia nascosto. Si presume che abbia trovato rifugio in una zona remota del paese, ma non ci sono prove certe del suo passaggio.






Come cala il buio andare in giro si fa difficile. Per raggiungere i ristoranti bisogna attraversare strade talmente scure che se non hai un radar, un sonar e la topografia della città inseriti nel cervello rischi di finire in una buca. Io ci riesco perfettamente all’entrata del ristorante Tropico, circondato da una specie di fossato medievale - mancano solo i coccodrilli e l’olio bollente -, invisibile ai più. Non mi spacco un femore per puro miracolo e interpreto la caduta come un segnale premonitore: meglio evitare il ristorante, il cibo potrebbe essere cattivo o il conto troppo salato. Torno verso la pensione e passo di fianco a un negozio di elettrodomestici chiuso - la gente fa la fila davanti alle vetrine per vedere la tv, seppur priva di audio -, poi di fronte all’unico cinema della città. Al pomeriggio ha proiettato La maschera di Zorro, stasera alle dieci e mezza è previsto un film porno d’antiquariato, almeno a giudicare dal cartellone.
Preferisco lo zuppone della pensione, è caldo e riempie lo stomaco senza svuotare il portafogli. Dà una sensazione di sicurezza. Poi ho una mezz’oretta di luce in cui battere i portoghesi sul traguardo della sala de banho, tendere la zanzariera e leggere qualcosa. Quando il baccano da trattore del generatore termina la luce se ne va, segnale che non c’è altro da fare se non dormire.
La mattina successiva vado al Banco de Totto, conviene (converrebbe) cambiare i miei soldi in CFA qui piuttosto che in Senegal, il cambio è migliore. Il principale istituto bancario del paese è appena fallito e la BAO, la banca dall’altra parte della strada, è mal vista dai risparmiatori: costituita con dubbi capitali indiani, potrebbe fallire da un giorno all’altro. La Totto avrebbe una bella atmosfera da banchetta di paesino portoghese degli anni Cinquanta, se non fosse che gli impiegati hanno una lentezza indecente e i clienti, sbuffanti come ciminiere, si accumulano in una fila che continua fino in strada. Il cassiere prova a rifilarmi un sacchetto della spesa pieno di mazzette di banconote da 500 CFA, mi servirà uno zaino solo per trasportarle. Mentre sto in fila faccio la conoscenza di un oriundo italiano, qui da vent’anni.
«Quando arrivai con mio padre negli anni Settanta a Bissau non c’era nulla. Pane, benzina, acqua, elettricità mancavano tutti, a turno, per periodi di tre mesi. Oggi la città non è certo diventata New York, ma a confronto di quegli anni... Ieri, però, il console francese mi ha chiesto se da casa mia gli potevo portare qualche catino d’acqua, al consolato non arrivava più.
Questo è un paese con un’attrazione fatale per l’anarchia, non si può contare su un governo. È estremamente facile che domani non ci sia più, e la speranza nel futuro è attorno allo zero. Le aziende che investono in Guinea-Bissau devono essere completamente autosufficienti, altrimenti falliscono sul nascere. Io ho il mio aereo, sennò non saprei come fare. Dopo il colpo di testa di quel pazzo di Mané l’aeroporto, l’unico del paese, è chiuso da una settimana. Riaprirà solo domani e c’è la gente che si pesta i piedi per smammare».
Dopo l’avventura bancaria decido di fare un salto al grande mercato in periferia. La vera città africana è qui: accozzaglia di merci, persone, odori, rumori, colori. Groviglio di taxi e minibus, cani randagi, gente con le maglie delle squadre di calcio francesi e italiane, Milan e Inter in prima linea. Sono l’unico bianco a perdita d’occhio, in giro non si vedono nemmeno i turisex così frequenti in Senegal. Occhi puntati addosso, la vera attrazione sono io. La zona portoghese del porto ora mi sembra parte di un altro stato.
Poco oltre il centro culturale brasiliano - quando ci passo davanti butto un occhio dentro, sperando che una garota de Ipanema mi offra una caipirinha a passo di samba, ma vedo solo facce di studentelli locali, affatto allegre - fuma un cumulo impressionante di immondizie e alcuni bambini e cani le rimescolano in cerca di qualcosa di commestibile. Nel resto della città, però, le immondizie sono meno abbondanti che in Senegal, forse perché ogni tanto c’è un bidone per la raccolta e la gente lo usa, oppure anche perché qui c’è meno da consumare.






Torno in centro, attraversando belle viuzze con villette un po’ decadenti che ieri il buio della notte mi aveva nascosto. Sento vagamente il ricordo del Brasile, potrei essere in un quartiere residenziale di qualche capitale del Nord-est o del Mato Grosso. Il silenzio, però, torna a essere inquietante, per nulla brasiliano. Incontro un altro strillone. L’edizione odierna del giornale fa un riassunto degli eventi del golpe, giorno per giorno, ma di Mané ancora nessuna traccia.
Alla sera, dopo la zuppona e il telegiornale da Lisbona, in tv arriva la notizia shock. Il telegiornale locale comunica che il brigadeiro Ansumane Mané è stato ucciso dalle truppe governative nel pomeriggio in un villaggio della regione nord-orientale. Tra i camerieri, Dona Berta e i pochi clienti della pensione cala un silenzio di ghiaccio. La lettrice, visibilmente emozionata, mentre dà la notizia sembra più paralizzata del fondale pastello che ha alle spalle. Prima di trasmettere le immagini girate sul posto dell’ultima battaglia, però, il tg passa una conferenza stampa data dal presidente della repubblica a una dozzina di giornalisti. Kumba Yala, il presidente, si presenta con la sua consueta ‘uniforme’: giacca, cravatta e cuffia da montagna rossa. Quando la vedo ci metto un po’ a convincermi che quello sia il presidente; poi, quando mi rendo conto che lo è sul serio, trattengo a stento le risate, non vorrei che qualcuno dei presenti si offendesse. Un cameriere mi rivela come il presidente tenga sempre, in qualsiasi circostanza, quel ridicolo cappello sulla testa. Servirebbe, secondo le sue parole, a difenderlo dalla cattiva sorte: sotto, infatti, nasconde un grisgris, un feticcio fatto di corno di capra e altre schifezze, utile a scongiurare gli spiriti maligni. Quando, tempo fa, è andato in visita diplomatica in Senegal, se lo è tolto di fronte a una platea di giornalisti impiccioni che volevano assolutamente sapere il perché di quel buffo copricapo: in quell’occasione svelò il segreto del suo amuleto.
Il monologo del primo cittadino alla tv va avanti per un bel po’. Fra l’imbestialito e il diplomatico, Yala spiega la sua versione dei fatti, giustificando la fine atroce di uno dei ‘pezzi grossi’ dell’esercito in un portoghese incredibile. Poi arrivano le immagini, dure da dimenticare. Tre corpi giacciono sul fondo di un camion militare scoperto e la telecamera indugia su uno in particolare, quello di Mané. Cerco di riconoscerlo dalle foto che ho visto sui giornali, ma il volto è irriconoscibile. Un quarto superiore del cranio è sparito, probabilmente grazie a uno o più colpi di machete. Il resto del viso è una poltiglia di denti, occhi e grumi di sangue, amalgamato in un polpettone di elementi poco distinguibili. I due fedelissimi che lo hanno appoggiato fino all’ultimo non se la sono cavata meglio. Poi la telecamera scende verso il ventre del generale. Si sofferma sulla pancia scoperta a inquadrare i numerosi feticci che teneva avvolti alle anche, una serie di fili colorati e perline che evidentemente sono serviti a ben poco. La bestialità maggiore, però, traspare dalle grida di euforia degli individui che circondano i cadaveri. Soldati e semplici civili, abitanti del villaggio, urlano elettrici e si dimenavano di gioia folle, gridando verso la telecamera e facendo smorfie invasate da manicomio criminale. Roba da accapponare la pelle.
L’inquadratura torna improvvisamente in studio sulla lettrice, la quale viene sorpresa, per una frazione di secondo, mentre si copre gli occhi per non vedere l’orrore. Segue l’incontro stampa dato dalla ministra dell’Interno, che di fronte all’opinione pubblica nazionale e internazionale assicura i diritti legali - processi giusti e avvocati di ufficio a chi non può permettersi liberi professionisti - ai detenuti dell’opposizione.
Chiuso l’argomento, ancora intontito dalla crudezza delle immagini, vado a letto. Il generatore si spegne e mi sto per addormentare, quando in strada inizia il carnevale in chiave postbellica: fuochi d’artificio e colpi di kalašnikov segnano la fine di un incubo. In un primo momento non capisco se i botti siano il segnale di una ripresa dei combattimenti - gli ultimi seguaci di Mané in libertà con qualche arma fra le mani che tentano il tutto per tutto - o l’inizio di una festa. Esco in balcone a vedere e sento di nuovo la pelle d’oca mentre osservo i traccianti rossi e le raffiche che partono da più punti della città. Nel buio i cani abbaiano e i pipistrelli volano come impazziti.




 

Taxi-brousse V: Bissau-Ziguinchor
Il ritorno alla ‘civiltà’ senegalese si preannuncia bene. Arrivato alla paragem - l’autostazione - di Bissau sono terzo su sette, posto finestrino, il taxi-brousse è incredibilmente nuovo fiammante - con tanto di finestrini ad apertura elettronica FUN-ZIO-NAN-TE - e gli altri quattro passeggeri arrivano in fretta. Tre arabetti infilati in un colpo solo nel vano posteriore e, grazie a me, un omaccione della Svizzera tedesca, Thomas, polsi grossi e pelosi come le mie cosce. Per una volta tanto lavoro io come piazzista di sedili: qui non ci sono altri stranieri e lo vedo da lontano mentre lo stanno spingendo a calci dentro un autobus per il trasporto delle galline.
«Monsieur? Va anche lei a Ziguinchor?», mentre gli rivolgo questa domanda provo la sensazione che si deve avere, almeno i primi tempi, a rompere l’anima a uno sconosciuto per fargli fare qualcosa di utile (a te).
«Sì.»
«Perché non prende il mio stesso taxi? È più comodo e ci dovrebbe mettere meno.»
«Costa molto di più?»
«Appena 1000 CFA.»
«Ok.»
Non chiedo la commissione sul biglietto al direttore del traffico dell’autostazione, anche se mi spetterebbe di diritto. Non si è mai visto un toubab che porta via il lavoro a un africano, nella sua autostazione. Se lo facessi, come minimo, mi prenderebbero a pietrate.
«Però devo assolutamente avere un posto con il finestrino. Ho il mal di testa...»
Nonostante la stazza, ‘sto Thomas soffre delle mie stesse meschinità da bianco, le riconosco al volo. Datemi il posto migliore o pesto i piedi per terra e chiamo la mamma.
I tre arabetti sono vestiti in puro stile intifada: completini con gilè di pelle marron cacca su magliette giallorosse, pantaloni di tuta da tennis, calzini grigi con losanghe verde pisello, uno calza stivaletti di plastica nera lucida in similpitone. I due meno giovani sono butterati fino alle ginocchia e passano il tempo a parlare a volume deflagrante per tutta la durata del viaggio. Logorrea araba, non occorre approfondire.
La grande incognita di questa tratta - si parla di riportare le chiappe a casa (si fa per dire, Ziguinchor) dopo la totale incertezza di incolumità - è vedere quali siano le conseguenze della morte di Mané. Hanno chiuso le frontiere con il triplo catenaccio? Arriverò fino alla dogana senegalese e mi rimanderanno al mittente? I pochi scalmanati rimasti fedeli all’ex generale avranno deciso di concludere la carriera con atti kamikaze, diretti soprattutto contro le giugulari dei turisti (in particolare italiani e svizzero-tedeschi)? Si vedrà strada facendo. Comunque, la presenza nello stesso taxi di un altro bianco, seppure con il mal di testa, ma con i polsi privi di osteoporosi, mi dà un generico senso di sicurezza.
Il nostro autista è un tipo dall’età indecifrabile e dagli occhi minuscoli, un po’ troppo vicini fra loro, impossibile immaginare che cosa pensi. La sua peculiarità è una salivazione particolarmente accentuata, oltre allo scaccolamento intensivo delle narici - alle ‘turca’ o manuale, a seconda delle circostanze e del vento -, standard a queste latitudini. A ogni chilometro lo chauffeur sente la necessità intima di depositare sonori scaracchi sull’asfalto, previo raschiamento di gola a dieci decibel, con un getto da fontana di Piazza Navona. Potrebbe concorrere a una gara di salto in lungo per sputi, magari anche tripli, sono certo che vincerebbe contro ogni sfidante. I momenti più topici della sua attività gutturale si manifestano quando riesce a depositare palle di catarro verde, una specie di uova al tegamino, a friggere sull’asfalto rovente. Per fortuna ha l’accortezza di evitarmi il sottovento da finestrino - deve avere anni di esperienza alle spalle, cioè numerosi passeggeri sputazzati e incazzati -, ma un frutto acerbo del suo io particolarmente riuscito mi fa venire i conati e sento la colazione che mi torna all’altezza del pomo d’Adamo. Mele verdi, il serpente, lo shampoo Campus, il verde della foresta che attraversiamo e dei calzini arabi: tutto sembra idealmente connesso. Bossi ci sguazzerebbe, forse.
Nonostante, da vero ‘esperto’, abbia preannunciato a Thomas che la strada sarà interrotta ogni cinquanta metri da blocchi militari - gli stessi in cui sono incappato all’andata: lo svizzero viene dalla Guinea francofona, dunque non ha ancora avuto il piacere di fare questa strada -, in realtà i controlli sono del tutto scomparsi. Incredibile ma vero, si viaggia senza rotture di scatole né scimmie in divisa.
In realtà, però, se i militari sono rientrati nelle caserme o sugli alberi, rimangono i poliziotti; e com’è nel loro DNA hanno la missione di massacrare l’anima a chi passa. Ci fermano un paio di volte, quanto basta, e ogni ALT! corrisponde a un’odissea di sfinimenti. Prima un bambino in divisa, dopo averci accolto con tanto di bom dia e saluto militare, fa provare la sicurezza tecnica del taxi all’autista: freni, luci, tergicristalli. Tutto ciò è profondamente tragicomico, in un paese in cui non sai se alla sera avrai ancora le chiappe attaccate alle gambe un quattordicenne travestito da ninja controlla le frecce. In questa zona dell’universo, per inciso, nessuno le usa mai, servono solo a consumare batteria, polpastrelli e lampadine.
Al secondo blocco ci ferma uno sbirro logorroico, dall’euforia che ha in corpo sembra che si sia appena tirato quattro di righe di coca. La sequenza dei fatti sarebbe spassosa, se fuori non ci fossero quaranta gradi e nell’auto non ci fossi io. Quando il tutore della legge virtuale ci impone di fermarci l’autista frena e, non appena spegne il motore, seduto al posto di guida proietta con precisione chirurgica un litro di sputo sull’asfalto, a circa dieci centimetri dai piedi del poliziotto. Quest’ultimo non fa una piega - ve la immaginate una scena analoga con un carabiniere o una Uno bianca? Finireste ammanettati allo specchietto con cinque manganellate sulla nuca -, ma gli chiede i documenti, come da routine. Dopo una rapida scorsa alle scartoffie, nota che il visto del tassista è scaduto da oltre una settimana. Tormentone verbale, tira-e-molla di documenti, multa, si riparte.
Arriviamo al traghetto di Joalanda e ormai mi sento a casa. Sulla piattaforma di attracco due italiani di mezza età in divisa da anni Ottanta, Lacoste & Timberland, confabulano su questioni commerciali, devono essere gli ennesimi industrialotti padani che, con la scusa della cooperazione per aiutare i poverini del mondo, sono qui per pagarsi i mattoni delle ville a Porto Cervo e il silicone delle mogli. Li ignoro.
L’assenza di militari lungo la strada mi ha dato una vaga sensazione di invincibilità, tanto da farmi sentire libero di scattare un paio di foto al traghetto che sta arrivando dall’altra sponda a passo d’uomo.




MINCHIA, NON LO AVESSI MAI FATTO
L’orango dell’andata, quello dello stivale investito e oltraggiato dall’auto odorosa di Ronaldo, mi si piazza improvvisamente davanti, minaccioso, kalašnikov in mano. Con le pupille fuori dalle orbite mi sbraita orrori in crioulo, di cui non capisco un ão. Capisco, però, come non sia consigliabile andare in giro a fare foto come nulla fosse nei ‘punti strategici’ di un paese il giorno dopo che è uscito dalla guerra. Fin lì, ma solo adesso, ci arrivo persino io.
Avevo intravisto lo scimmione mentre razzolava con la solita aria imbestialita da capobranco fra i passeggeri in attesa, ma ero certo che non avrebbe detto nulla. Ho estratto le macchine e scattato con tutta la calma del mondo, davanti a tutti, con il sorriso inebetito da turista stampato sulla faccia. E poi non l’ho mica immortalato mentre per risparmiare munizioni faceva saltare il cranio con una sola pallottola a tre bambini messi in fila, senz’altro il suo sport domenicale preferito. Ho fotografato un tratto di fiume con un traghetto pulcioso e arrugginito che lo attraversa. Sicuramente spionaggio di ultima generazione, nell’epoca dei satelliti e di internet.
Le mie spiegazioni in portoghese non lo convincono. Prima indica furioso la mia borsa con le macchine, poi mi sequestra una Nikon - per fortuna la vecchia FM a prova di schiacciasassi - e mi ordina di seguirlo. Non riesco a distogliere lo sguardo dalla macchina che gli penzola pericolosamente da un’ascella, le voglio bene come a una figlia. Le suderà addosso? Senza smettere di sbraitare - deve recitare la sua parte per il centinaio (almeno) di occhi puntati addosso - mi porta sotto una tettoia di cellofan nero - mi vorrà infilare la canna del kalašnikov in luoghi non nominabili in un libro di viaggio perbene? -, dove il suo Superiore sta elargendo galanterie a una venditrice di pesce fritto ricoperto dalle mosche.
Il superiore, per fortuna, comprende il mio portoghese - benedico il mio amado Brasil - e, questo è ciò che più importa, dimostra un atteggiamento completamente rilassato e pacifico. Sarà che al momento ha di meglio da fare con la venditrice di pesce, ma accetta di buon grado le mie spiegazioni - turista, foto souvenir - con un sorriso. Addirittura si presenta - «Muito prazer, Antônio» -, mi stringe la mano, dice qualcosa a orango, che mi allunga la Nikon con uno stupido sorriso scolpito sulla faccia prognata. La sua autorità nei suoi cinquanta metri quadrati di territorio è stata rispettata, la sceneggiata davanti agli spettatori ha avuto successo, e ciò è fondamentale, anche se magari non ha ottenuto il riscatto che si aspettava per il rilascio della macchina.
«Non vuoi comprare un pesce da offrire al comandante?», mi propone con velocità commerciale fulminea la spacciatrice di epatite fritta.
Ringrazio con dieci obrigado e sorrisi, elargiti a destra e a manca, ma fuggo dalla venditrice di morte e dal mio angelo custode. Per oggi ho avuto anche troppo a che fare con i militari.
Come salgo sul traghetto, ringraziando i miei santi, tutti i passeggeri mi fanno domande sull’accaduto. La macchina? Quanto hai dovuto pagare? Che cosa ti ha detto/fatto/infilato? Hai mangiato del pesce? Che ore sono?
Riacceso il motore e arrivati senza ulteriori rogne all’ufficio passaporti della Guinea-Bissau - qualche chilometro più avanti - un tipo alto sbraita contro gli impiegati:
«I’m gonna fuck this man! I’m Gambian
Thomas gli chiede che cosa stia succedendo.
«Gliel’ho detto a quel cretino che sono della Gambia, ho il passaporto, ma non mi vuole credere!»
Il tipo è decisamente risentito, per usare un eufemismo. Una guida senegalese mi aveva detto che i gambiani sono parecchio complessati per il fatto di vivere in un paese a forma di grissino inglobato in uno più grande che li fagocita al novanta per cento.
«Il Senegal è la testa, la Gambia la lingua», così mi aveva spiegato l’antropologo da bar.
Dopo altri cento sputi, finalmente, arriviamo in frontiera. Il controllo dei bagagli - apri-e-chiudi quattro volte - è estenuante, e sul lato senegalese il militare che dorme con la testa appoggiata su un tavolino circondato da galline e papere ha appena fatto il bucato. I suoi pantaloni ‘borghesi’ pendono ad asciugare dal cannone di un carro armato parcheggiato nel cortile della dogana.
«Professione?»
«Guida turistica.»
«Ok. Turista.»
Sono in Senegal, dopo cinque ore e mezza di viaggio. Pregusto già la doccia di Ziguinchor, di farmi la barba con la luce e di vedermi riflesso in uno specchio, da più angolazioni e punti di vista, un vero lusso borghese, dopo tre giorni di secchi e candele. Eppure, per fare gli ultimi, pochissimi chilometri, ci mettiamo un’altra ora. I tre blocchi che seguono prevedono altrettante perquisizioni dei bagagli e controlli dei documenti. All’ultimo posto di polizia l’assicurazione dell’auto su cui viaggio si rivela scaduta da sempre, il militare che se ne accorge pare non ci voglia più fare ripartire. Il nostro autista, uno sfacelo di sputi e documenti scaduti, tenta di trovare mille scuse, ma può ingranare la marcia solo quando il soldato si rende conto che sul taxi ci sono due stranieri a pezzi.
A un passo dalle prime case di Ziguinchor il controllore del traffico, una specie di portinaio della città incaricato di riscuotere le gabelle municipali, si imbufalisce con l’autista perché non ha i documenti dell’auto, sequestratigli cinquanta metri prima dal militare. È in arrivo un’altra mezz’ora di menate burocratiche.
Non ne posso più. Scarico i bagagli e prendo il primo taxi municipale che passa. Di taxi-brousse, per oggi, basta. Bei finestrini con il comando elettronico, però.



 


Casamance
La vociazza squillante di Augustin Diatta, proprietario dell’omonima agenzia di viaggi di Ziguinchor, mi ferisce i timpani non appena infilo mezzo piede dentro la sua tana. Sul primo momento penso che sia un fattorino di passaggio, un patron non può certo urlare così con i clienti, e mi dirigo verso la segretaria, una simpatica cicciottella molto gentile. Come Augustin capta che sono un fotogiornalista italiano in Missione abbandona i suoi clienti senegalesi e abbassa la voce:
«Lei è italiano? Vuole scrivere un libro sul Senegal? Benissimo! È da tempo che aspettiamo gli italiani.»
In effetti, viaggiando in questo paese, mi sorprende abbastanza quanti pochi pizzetti & basette abbia incontrato fino a oggi. Di solito abbondiamo più della gramigna, in ogni campo dell’universo. Qui, però, gli Azzurri sembrano concentrati solo nei ghetti di Saly e di Cap Skiring, e di viaggiatori fai-da-te italiani in giro non se ne vedono.
Dal 1982, infatti, nella bella regione della Casamance i diola di Ziguinchor hanno iniziato a sparacchiarsi con i wolof di Dakar, e da allora il tormentone non è finito. Le motivazioni sono svariate e vanno dalle molte differenze etniche (linguistiche, somatiche, caratteriali, religiose) a quelle socioeconomiche (sfruttamento delle risorse e dintorni). L’esercito della capitale è intervenuto in forze, ha istituito blocchi stradali ogni tot metri, i morti si sono contati da entrambe le parti, gli ultimi presidenti hanno apparecchiato con il coltello per il pesce tavole rotonde per trovare una soluzione, ma ben poco sembra essere cambiato. La guerriglia diola è combattuta da partigiani incazzosi che odiano Dakar e che usano le scorribande piratesche come arma di protesta e sopravvivenza. Si dice che si autofinanzino con la vendita della marijuana, ma questa ‘notizia’ sa molto di titolo da quotidiano padano, dunque merita la giusta credibilità. Il turismo, visto il panorama di pallottole & coltelli, in questi decenni ha boicottato la zona, la quale avrebbe un potenziale molto maggiore dell’arido Nord: spiagge e foreste, ottime infrastrutture turistiche già presenti ma sottosfruttate, un ecosistema molto ricco potrebbero attirare i turisti come mosche. Se solo ogni tanto, qua e là, qualche testa calda non continuasse a combinare casini.
«È tutto calmo, in Casamance. Sono i giornalisti di Dakar che dipingono questa zona come un campo di battaglia, solo per invidia del turismo che siamo in grado di richiamare. La realtà è ben altra.»
Augustin decide di confermarmi questa sua teoria: mi offre un passaggio sul suo pickup attraverso la Casamance meridionale, gratis. Quest’ultima parola ha un fascino irresistibile e, soprattutto, mi evita, almeno per un po’, i soliti riti alle autostazioni, a caccia di taxi-brousse sbrindellati e lumacosi. Augustin è proprietario anche di un albergo, l’unico degno di tale nome, all’Île de Carabane, e un salto al suo possedimento n°2 è un’ottima scusa per aggregarmi e mettere il naso anche in questa fettina di mondo.
La strada che da Ziguinchor porta a Cap Skiring, la ‘Porto Cervo’ senegalese sull’Atlantico, in effetti potrebbe essere ribattezzata la ‘via della guerriglia’. È lungo questa arteria, la principale della Casamance meridionale, che in questi anni i ribelli hanno fatto festa. L’esercito regolare presidia ogni punto strategico, preceduto da bidoni di kerosene vuoti e vigilato dai soliti rambi in divisa e occhiali neri. Augustin sembra conoscerli tutti, urla ça va? dal finestrino a sergenti e soldati semplici disintegrandomi le orecchie, forse si fa su-e-giù per questa strada sette volte alla settimana e ormai lo salutano anche le scimmie dagli alberi. Deve aver imparato a farsi amare così alla scuola di turismo che ha frequentato in Svizzera qualche anno fa. Per essere ancora più stimato e democratico - da queste parti, con la tensione che si respira nell’aria, ce n’è bisogno -, Augustin carica sul didietro del pickup tutti gli autostoppisti che ne compilino apposita domanda.
La strada è in condizioni discrete, anche se qua e là bisogna zigzagare parecchio tra le buche. Pioggia e non bombe, spero. Lungo il cammino Augustin si ferma in due campement ‘di fiducia’, i proprietari sono suoi amici ed entrambi, imbucati in posti sperduti fuori da ogni rotta turistica, hanno senz’altro bisogno di un po’ di marketing. Il primo è il Campement des Bolongs (ecco il marketing) e si trova poco prima di Oussouye, lungo una bella spiaggia sui canali - i bolong, appunto. È circondato da un piccolo villaggio ricoperto dalla vegetazione e potrebbe essere il rifugio ideale per un eremita o per una coppietta in luna di miele con zero ansie discotecare. Il campement, in realtà, ha ben poco della struttura tradizionale dei suoi colleghi: il pazzoide che l’ha costruito ha tirato su un vero e proprio albergo, con camere in cemento divorate dalla muffa. Non vedo un solo cliente da qui all’orizzonte e mi domando come facciano a campare. Mi viene un attacco di depressione e chiedo ad Augustin di accelerare i tempi.
Il secondo campement, l’Emanaye, si trova nella frazione omonima di Oussouye, ed è nuovo di zecca. Il proprietario sta finendo di costruirlo e ha avuto la decenza di riprendere la struttura tradizionale, con qualche ‘chicca’ che non guasta: due piani collegati da uno scalone quasi ottocentesco, bella vista sui campi, camere freschissime, un ricco orticello dove cresce ogni ben di dio, due bambini gentili e simpatici.
Arrivati a Cap Skiring - un’accozzaglia di ristorantini, alberghetti, discoteche e, soprattutto, negozi che vendono artigianato a prezzi dieci volte superiori al dovuto -, mi faccio lasciare all’Auberge le Palmier. Il proprietario è un francese di mezz’età e i suoi clienti sono tutti francesi di mezza età. Tra questi noto anche il ciccio belga di Ziguinchor, il maniaco delle discoteche e delle ballerine. Al momento si è ripulito, veste un completino quasi decoroso, nei limiti di un belga, ed è accompagnato dalla moglie simbolica che, di solito, chiude in camera assieme alla valigia.
Le Palmier ha ottime camerette, fresche e pulite. A voler essere puntigliosi, però, il proprietario avrebbe dovuto mettere dei materassi alle pareti, per insonorizzarle. La sua clientela di mezza età, infatti, deve aver scambiato l’hotel per un motel, e ci passa il giorno e la notte a trombare rumorosamente con le mercenarie raccattate nelle discoteche a due passi. Queste hanno un terzo dei loro anni e un milionesimo dei loro conti bancari, e regalano un sorriso imprenditoriale a qualunque toubab si avvicini al bar dell’albergo.
Lascio Augustin a svolgere la sua infaticabile opera di PR e mi vado a fare un giro in spiaggia e in paese. La prima è tappezzata di piroghe e piroghieri, tutti disponibili a chiedermi qualche CFA di diritti d’autore se fotografo la loro piroga. Uno, addirittura, mi chiede se dall’Italia posso regalargli e spedirgli una macchina fotografica con un buon flash. Fa i matrimoni e gli serve assolutamente, mi spiega.
Il paese ha ben poco da offrire, se non negozietti che vomitano ogni manufatto dell’artigianato africano, da Tunisi a Città del Capo. Il tutto, un tempo, più o meno verso l’epoca di Adamo, Eva e il Serpente, non esisteva. A Cap Skiring c’era solo un bel villaggio di pescatori fotografi, poi sono arrivati i grandi alberghi, cinque o sei, frequentati soprattutto dai francesi e dagli italiani.
«Ehi, ma non mi avevi detto che di italiani qui non se ne vedono?», chiedo ad Augustin di ritorno dai suoi giri.
«A Cap Skiring arrivano, ma in gruppo e solo in certi periodi dell’anno. Sempre meno e, comunque, quasi mai si spingono verso l’interno.»
Di italiano, mica tanto casualmente, ne incontro uno. Si chiama Giulio ed è il proprietario del ristorante La Terrazza, l’unico con un aspetto attraente lungo la via principale di questa San Marino africana. Lo stomaco e la monomaniacalità culinaria mi hanno trascinato lì dentro, ma non me ne pento. I suoi piatti sono deliziosi, la moglie di Dakar è strasimpatica e parla un ottimo toscano, la cognata è bella che ammazza, e Giulio ha una vita che sembra un’odissea. In un quarto d’ora me ne snocciola i fatti salienti:
«In Italia ero un manager ai quattro formaggi, tutto doppiopetto e ventiquattrore, poi, un bel giorno, una specie di aneurisma al cervello mi ha schiantato a terra, lasciandomi in stato vegetativo e su una carrozzella per un sacco di tempo. Lentamente ho iniziato a fare terapia e i miei amici, vedendomi in quello stato catatonico, hanno fatto una colletta e mi hanno portato in Senegal: dovevo rinascere. E così, lentamente, è andata. Ho vissuto a Saly per qualche anno, quando il posto aveva ancora qualche parvenza di bellezza, poi ho conosciuto mia moglie e ho messo su famiglia. Un passo per volta ho riacquistato l’uso della parola e la capacità di leggere e scrivere. Quando Saly si è trasformata in un cesso sono venuto qui, all’inizio del boom turistico di questa zona. Ora me la passo bene, ho messo su il ristorante e una panetteria, ogni giorno sforno baguette fresche che vanno a ruba. Ho una vita felice, ho realmente ricominciato a vivere e molto lo devo a loro», Giulio mi indica i due figli, due mulattini prodigi della natura e della bellezza che hanno ingaggiato una battaglia a pietrate con qualche monello di strada. La ghiaia finisce sui miei spaghetti al ragù.
«E i casini con i separatisti?»
«Lasciamo stare, per favore. Mi hanno lasciato in mutande già due volte, lungo i settanta chilometri che collegano Ziguinchor a Cap Skiring. Nel 1999 hanno fermato una corriera di turisti francesi e hanno ammazzato sotto i loro occhi l’autista e il suo aiutante. Un Napoleone è sceso a ‘difenderli’ (a chiacchiere) e in cambio lo hanno legnato a sangue. Di conseguenza i tour operator italiani e francesi ora boicottano l’interno del Senegal, limitandosi ai villaggi-vacanze della costa. Gli unici che si addentrano sono gli spagnoli. Sono abituati a prendere i tori per le corna, si sa. Ma questa situazione, prima o poi, dovrà finire, lo spero. La gente è stanca.»
Alla sera non posso non fare il bis di carboidrati al dente, lo stomaco è uno dei miei motori principali e La Terrazza un benzinaio di fiducia. Giulio non c’è, sta impastando il pane, e a fine abbuffata mi fermo a fare qualche chiacchiera con la moglie. Ci mettiamo a osservare il viavai della discoteca prospiciente, dalle undici in poi un vero troiaio, tanto per rimanere in ambiente toscano, a base di turisti con la pelata e la panza, malandrini saprofiti dei medesimi e, appunto, troie. Lo spettacolo è quasi meglio del cinema e del teatro messi assieme.
«L’età media del turismo, qui, è di cinquant’anni», mi fa la moglie di Giulio. Osserviamo i nonnini in amore e ridiamo.







Il giorno seguente riparto con Augustin. La prima tappa è il villaggio di Elinkine, dal quale salpa la lancia a motore per l’isola di Carabane. I venti chilometri che la separano da Oussouye sono un vero disastro di buche, forse uno dei peggiori del Senegal, e anche stavolta il mio autista dà passaggi a tutti quelli che glielo chiedono. Le donne, specie se giovani e carine, devono avere un trattamento di riguardo, per cui Augustin me ne piazza una di fianco, tra me e la portiera. La ragazza, avvolta in vestiti svolazzanti fucsia fosforescente e verde smeraldo, si chiama Nené - è un nome d’arte, all’anagrafe sarebbe Coumba -, è la maestra dell’asilo di Carabane e sta tornando da Oussouye, dov’è andata a vedere se c’era corrispondenza al fermo posta. Come sale, tempo tre buche, e mi caracolla addosso. Soffre di mal d’auto e si riprende solo una volta giunti a destinazione.
Da Elinkine, dove si distende una bella spiaggia con le palme, partono le barchette e la traversata è un vero piacere. La luce si sta abbassando ed è magica sulle acque del delta del fiume Casamance. Carabane, già allo sbarco, si rivela per quello che è, una piccola oasi di tranquillità. L’unico edificio ‘alto’ è l’albergo di Augustin, il più vecchio dell’isola - è stato ricavato da un’antica missione - e l’unico a un piano. Le sue camere sono fresche e pulitissime, ma rimando le delizie del materasso al dopo cena, il tramonto è troppo bello e non lo posso perdere. Mi faccio un giro sulla spiaggia principale. Il posto è splendido, il più carino di tutto il Senegal visto fino a oggi, soprattutto per la gente. Qui le persone sono discrete e gentili, nessuno zombie mi assale per vendermi qualcosa a tutti i costi. Al più un paio di artigiani mi propongono i loro batik fatti a mano, senza insistenza eccessiva e... in spagnolo. Qui la lingua di Cervantes e di Julio Iglesias e famiglia ha attecchito particolarmente, e non a causa di una nave di missionari castigliani naufragati qualche secolo fa. La contaminazione linguistica si deve ai gruppi di turisti spagnoli, i più assidui frequentatori dell’isola, grazie ai contatti di Augustin con la terra del chorizo e delle ballerine estradate. I trecentocinquanta abitanti locali, dunque, sono quasi tutti convinti che i toubab parlino spagnolo, e ti rivolgono la parola a suon di ¡Hola! e ¿Que tal?
La contaminazione culturale, espressione che già a parole mi fa venire l’orticaria, è un dato di fatto tangibile all’Hôtel Carabane. Mentre mi sto godendo lo splendido silenzio del posto ecco che un vociare orrendo disintegra l’atmosfera idilliaca. ¡Españoles!, circa mezzo ziliardo, di ritorno dall’escursione ‘classica’ - quella all’isola dei feticceri (feticisti saprebbe di maniaci dei piedi o delle fruste), dove qualche stregone inscena riti a tassametro per i toubab.
«Augustin, e questi chimminchia sono??»
«Clienti paganti.» Taccio: fino a qui non ho dovuto aprire il portafogli, meglio continuare su questa ottima strada.
Non so se è per lo spirito di arrogante complicità che, di solito, si sviluppa nelle mandrie del tutto-compreso, oppure per le dozzine di bottiglie di cervezas che gli spagnoli si sono trangugiati, ma i ragazzi fanno un casino che sembrano tre e a forza di docce, tutti nello stesso minuto, si sono ciucciati l’intera riserva d’acqua dell’hotel, che rimane a secco tra le bestemmie ispaniche regalate ai quattro venti.
A cena i clienti paganti non cambiano di una virgola il loro atteggiamento da conquistadores, l’unica differenza rispetto al loro D-Day di mezz’ora prima è che allora avevano addosso i salvagente, ora vestono abiti lunghi e indossano gioiellame assortito, manco dovessero andare a una sfilata di moda. Il tasso alcolico è sempre alto e il volume delle chiacchiere, beh, quello... Li osservo, seduto a tavola, e mangio in silenzio, odiando i selvaggi come un lord inglese.
Detesto i turisti, soprattutto da quando, occasionalmente, ne porto branchi in giro per il mondo. Quand’è che si decideranno a darmi il potere e potrò decidere, in base alle facce e a un breve test di quattro-cinque domandine semplici semplici, a chi concedere il passaporto e il permesso di andare a inquinare con la propria persona il resto del globo?
La mattina dopo, prima di ripartire per Ziguinchor, completo il giro dell’isola. Sarà per il contrasto con i cabrones spagnoli, ma le mie idee di ieri su Carabane e sulla sua gente le ritrovo confermate in pieno. Tutti salutano gentilmente, non urlano, sono poveri ma con grande dignità. Il posto è un piccolo paradiso, uno di quelli in cui innamorarsi di qcuna/uno, mandare a quel paese la Patria, fare sei o sette figli, campare di pesca e/o vendendo artigianato ai turisti imbecilli. Spagnoli, di preferenza.
Durante i miei quattro passi mi scontro con l’imponenza di una chiesa bretone ottocentesca, l’unico ‘monumento’ dell’isola. Ancora attiva e frequentata, è attigua all’asilo di Nenè, la quale mi vede vagabondare e mi invita a conoscere i ‘suoi’ bambini. L’impatto è esaltante. Magari perché non entro in un asilo dall’età dell’asilo, magari per gli occhioni di Nenè. Oppure, molto più probabilmente, perché qui, finalmente, trovo un’Africa autentica, priva di barricate e di preconcetti. Per i bambini non sono toubab, ma solo Grande, e la loro spontaneità è uno dei momenti più alti, dal punto di vista umano, dell’intero viaggio. Con loro passo l’intera mattina, gioco, disegno, faccio qualche foto, e mi ronzano le orecchie per il baccano che esserini così piccoli riescono a fare. Uno indossa la maglia della Lazio, al posto del grembiule d’ordinanza. Stronza contaminazione - globale e, se non bastasse, pure calcistica -, ancora una volta.







Me ne vado dall’asilo più giovane di dieci anni e torno all’albergo, dove Augustin sta girando in tondo, come posseduto, fra le rovine di un palazzo d’altri tempi. Sembra un gallo che fa la guardia al pollaio. L’aia è ciò che resta di una stazione commerciale ottocentesca che il mio amico imprenditore, sempre e solo concentrato su come da A si possa ottenere B (dove B vale almeno il doppio di A), vuole trasformare in un museo dedicato alla Casamance. Giriamo per mezz’ora tra i muri crollati e mi illustra come, prima o poi, trasformerà quella camera in una sala per le piroghe, quell’altra nella sezione della caccia e la pesca, ecc. Gli do qualche consiglio da toubab che di musei ne ha già macinati parecchi, e lui annota nel cervello con avidità. Ho trovato il modo per ripagare la sua generosità spaccatimpani.







Taxi-brousse VI: Ziguinchor-Kafountine
Mi sono tirato sul dal letto sapendo che mi aspetta una giornata dura. Il tratto fra Bignona e Dioloulou, circa metà della strada fra Ziguinchor e Kafountine, è un campo di battaglia dopo il passaggio dei panzer e della contraerea. Due vegliardi francesi amanti delle giovani senegalesi che ho incontrato la settimana scorsa ci hanno messo dieci ore per coprire quel tragitto. Facendo colazione all’hotel Ndaary-Khassoum, un nome facile facile alla portata di tutti i toubab - ma mai quanto il concorrente Kadiandoumagne -, ho spalmato sulla baguette doppia razione di burro e tripla di marmellata: mi attende una lunga centrifuga e ho bisogno di sinergie.
All’autostazione i soliti riti, oggi se possibile più incarogniti del solito. Dapprima il piazzista di turno cerca di appiopparmi a un car, un minibus bianco che va direttamente a Kafountine, partenza non appena pieno, arrivo solo Allah sa quando. Sono in Africa per farmi male, ma non troppo e non tutto d’un colpo.
«Qual è il taxi-brousse per Bignona?»
L’alternativa alla stia per galline su ruote è quella di prendere l’ennesimo Peugeot per il primo tratto, quello di strada ‘buona’, e poi di cambiarlo con un altro che copra il secondo.
«Quello. Compra il biglietto. 2000 CFA.»
Il posto ‘migliore’ rimasto è in seconda fila, schiacciato fra i due tipi che stanno ai finestrini e che godono del lusso della respirazione.
«No. Aspetto il prossimo.» Toubab, ormai lo sapete.
Come mi siedo a leggere di fianco al solito tipo che si scaccola i piedi con aria noncurante - dev’essere un must di ogni autostazione che si rispetti - e faccio finta di non vedere/sentire tutto ciò che mi circonda, mi rendo conto di aver scatenato un bell’inferno. Nessuno tra i viaggiatori ‘privilegiati’, almeno stavolta, mi vuole cedere il suo posto con il finestrino, e ciò è motivo di liti e discussioni a non finire tra i clienti e i piazzisti. Il mio bluff da turista viziato oggi non ha funzionato, mi tocca sul serio attendere il taxi successivo. Ogni tanto Allah vede e provvede.
Su questo taxi, un modello 505 in buone condizioni - ma con il solito contachilometri deflorato -, conquisto il posto di fianco all’autista.
«Hai vinto tu...», mi fa l’agente immobiliare del garage, con rassegnazione. Trono sotto il sedere e coscienza sotto le scarpe, ancora una volta.
Mentre attendo che l’auto si riempia vengo assalito da un manipolo di questuanti. Fingo di leggere un libro, tentando di ignorare, e soprattutto di essere ignorato, dalle orde di mendicanti e di venditori ambulanti.
«Buongiorno, Monsieur. Mi scusi, non mi potrebbe prestare 1000 CFA per...»
«No.»
«Ah, non vuole nemmeno sentire i miei problemi. Almeno mi dica che ore sono...»
«No.»
«Banane?»
«Mmh.»
«Occhiali?»
Mi giro dall’altra parte.
«Allah è al bar
Un bambino mi sembra cantare questo ritornello, mentre si appende con due mani alla fessura di finestrino che ho lasciato aperta per respirare. Mi rigiro, ma non basta. La sua voce è squillante, insistente, e si lamenta intonando questioni mistiche per ricevere, in cambio del servizio (?), un’offerta/riscatto per le orecchie. Aumento il volume dell’autoradio, dalla quale escono litanie peggiori di quelle del bambino. Però quelle della radio, almeno, sembrano una mia scelta.
L’autista è un omino basso di poche parole e ancor meno sorrisi. Ogni volta che entra in auto, ruminando il bastoncino pulisci-denti che tutti gli abitanti di questa zona hanno come appendice naturale della bocca, ne approfitta per aumentare il volume della radio. Come esce lo abbasso. Lui entra e lo rialza.
A forza di ping-pong radiofonico raggiungiamo la cabalistica e magica cifra di sette passeggeri: si parte, finalmente. All’uscita dell’autostazione un cieco arpiona un finestrino e ricomincia con la solita solfa di Allah. L’autista ingrana la prima e se lo trascina dietro per un po’, con una mano che stringe la maniglia della mia portiera.
Raggiungiamo lo snodo stradale di Bignona in un attimo, la strada è in buone condizioni ed è circondata dalla vegetazione dalla quale, ogni tanto, salta fuori una scimmia a caccia di cibo. Lo chauffeur si rivela particolarmente abile in due attività: lo scaracchio al volo dal finestrino e l’aumento costante del volume della radio, per ascoltare monologhi in wolof stretto e zero musica.
Duemila CFA per raggiungere Bignona, che è a due passi da Ziguinchor, mi sembrano tanti. In effetti il taxi nemmeno si ferma alla gare routière della cittadina e tira dritto. Rimango in silenzio, fingendo di sapere perfettamente dove stiamo andando. Non voglio fare la figura del turista scemo che è salito su un’auto, pagando, senza avere idea di dove vada.
Come inizia la strada semidistrutta capisco di essere diretto a Dioloulou, capolinea probabile di questo campo minato a una distanza tutta da scoprire. L’autista guida in silenzio ed è così assorto nello sputo e nella sintonizzazione del muezzin con il mal di stomaco - per combattere il rumore delle ruote che sprofondano nelle buche - che ne centra una su una. Cane che si morde la coda, circolo vizioso. Il calore è bestiale, la radio peggio - nelle orecchie mi infilo tappi di carta di giornale con gesti teatrali, ma il conduttore non sembra voler notare che il volume è assordante -, dai finestrini entrano turbini di polvere rossa e dopo una ventina di chilometri di montagne russe la colazione mi è tornata all’altezza del naso.
Cinquanta chilometri e un triliardo di buche oltre Bignona arriviamo a Dioloulou, anche se non me ne accorgo subito. Il rintronamento da tagadà è totale, mi sento come se fossi appena uscito da una centrifuga per capi resistenti e mi rendo conto di avere raggiunto il mio probabile, secondo capolinea, solo all’uscita della città. Ho talmente idealizzato questo piccolo centro abitato che mi immagino una specie di New York. In realtà, quando ci arriviamo, è talmente minuscolo che manco me ne accorgo. Mi sembra di aver visto la freccia per Kafountine un paio di chilometri prima.
«Kafountine è di qua?», indico l’orizzonte. Toubab stolto che è su un taxi e non sa perché.
«No. Gambia.»
Minchia.
«Ma io devo andare a Kafountine. Non lo sapeva?»
«No.»
«E adesso come faccio?»
«Al prossimo villaggio, a dieci chilometri, prendi un altro mezzo e torni a Dioloulou.»
Silenzio, è meglio tacere.
Il ‘villaggio’ è il posto di frontiera, dove nessun taxi, almeno per il momento, va dove vorrei che andasse. Siamo in pieno ramadan e sul retro dell’‘autostazione’ - una tettoia di due metri che copre un banco da scuola elementare bisunto - c’è una piccola moschea dalla quale provengono ululati rituali. Un tipo si lava i piedi con l’acqua contenuta in una tanica da asporto, seduto sulla stessa barra di cemento su cui mi sono adagiato. Devo spostare il bagaglio per evitargli abluzioni, seppur benedette.
Mi perdo a osservare lo spettacolo regalato da un paio di donne la cui unica attività, oltre la respirazione, sembra essere l’evacuazione orale. La prima con sonore scatarrate e raschi di gola da vero uomo camionista, la seconda con millimetrici e silenziosissimi sputi a getto da siringa, proiettati con precisione da cobra fra gli incisivi. Nemmeno a dodici anni, nelle gare di rutti, peti & scaracchi con gli amichetti, riuscivo a fare evoluzioni così perfette.
«Dove posso mangiare qualcosa?», domando al tipo che vende i biglietti dei taxi.
«Che cosa vorresti mangiare?»
«Mah, carne, riso...»
«No, niente, tutto finito. Forse riesci a trovare qualche biscotto. È Ramadan.»
Ritorno a sedere sul pilone-vasca da bagno.
Dopo una ventina di pagine di libro e una decina di individui che mi chiedono di dove sono/dove vado, si concretizza l’ipotesi di un passaggio (a pagamento) fino a Dioloulou. Il ‘posto a sedere’ sarebbe lo spigolo di una panca, venticinque centimetri quadrati sul retro di un minibus a tenuta stagna stipato di donne e bambini, il tutto tenuto chiuso dalla portiera compressa sulla mia spalla sinistra. I bambini biascicano e sbavano biscottini sbriciolosi e manioca bollita, le madri pure. La Signora dello scaracchio da lama riversa con costanza svizzera liquami orali nel micron di carrozzeria rimasto libero tra il mio piede sinistro e la portiera. Mentre eiacula con gli incisivi tiene in braccio un bambino la cui maglietta ritrae Ronaldo con la divisa della seleção e la scritta INTERMILAN - Foodboll Legend. L’ano del bus è rovente, i finestrini sono bloccati, e i dieci chilometri di strada bombardata fino a Dioloulou mi fanno tornare la nausea, anche perché, senza espressa richiesta, sto facendo il ramadan e lo stomaco è annodato. La ciliegina sulla torta è il blocco di polizia, dove ho un bel da spiegare che non sto entrando in Senegal dalla Gambia («Benvenuto in Casamance»). Il doganiere mi timbra comunque il passaporto, così, tanto per ricordo.
Ricomincio a respirare non appena scorgo la prima casa di Dioloulou. Scendo dallo stramaledetto car imprecando l’inimprecabile e mi dirigo al garage locale. Altra tettoia, altro tavolo tutto tarli e olio da motore - la biglietteria. Il generale dell’‘autostazione’ - un pollaio con un’auto in attesa di clienti - mi chiede 8000 CFA, praticamente il costo di un passaggio fino alla Luna, per concedermi un taxi-brousse tutto per me fino a Kafountine. Di altri pellegrini con cui dividere la spesa in giro non se ne vede nemmeno l’ombra. Mi indigno e mi siedo sulle radicione di un albero grande come un condominio, aspettando che qualcuno accorra a farmi un’offerta migliore. Nessuno accorre.
Arriva, invece, un altro schifoso minibus bianco, proveniente da Bignona e diretto a Kafountine. Dev’essere lo stesso che avrei potuto/dovuto prendere all’autostazione di Ziguinchor. Provo a entrarci, ma il mafioso che controlla il traffico del pollaio - un coso di un metro e venti tutto occhi fuori dalle orbite e zero collo - mi si para davanti impedendomi di salire.
«Non puoi prendere questo mezzo.»
«Perché?»
«Perché no.»
Grande risposta, degna di un genio. L’autobus riparte.
«Dov’è la polizia?», gli chiedo minaccioso.
«Là», mi indica la gendarmerie, strangolato dalle risa.
Con flemma inglese, bagagli sulle spalle, raggiungo la caserma. Spiego l’accaduto allo sbirro di guardia.
«Non ci posso fare nulla, Monsieur. Lo chef del traffico è lui e può fare ciò che vuole. Non ci occupiamo di queste quisquilie.»
Mi chiedo di che cosa si occupino, se non di masticare bastoni, sputare e grattarsi le parti intime. In uniforme, questo forse fa la differenza.
Torno sconsolato alla mia radice d’albero, almeno quella non me l’ha portata via nessuno. Vesto il ghigno di chi è perfettamente padrone della situazione, che tiene tutto sotto controllo e che tra due minuti, tre al massimo, farà vedere a ogni essere respirante nei dieci chilometri quadrati circostanti chi è che comanda. Dal pollaio odo un vociare ilare, sono diventato l’argomento più spassoso della giornata.
L’italiano è mafioso, si sa, ed è giunto il momento di sfruttare l’ultima carta, quella che precede di un passo il farsi prendere da una crisi isterica e mettersi a urlare al vento. Apro il bagaglio e dall’agenda estraggo l’indirizzo di Monsieur Manga, un conoscente di Augustin.
«Per qualsiasi problema a Dioloulou puoi contattarlo, ti aiuterà senz’altro», così mi aveva detto il mio amico adrenalinico poco prima che lasciassi Ziguinchor.
La parrocchia in cui lavora - Monsieur Manga è un prete cattolico - si trova di fronte alla gendarmeria e faccio fare un altro giro ai bagagli.
Manga non ha molto a che spartire con i fumetti giapponesi: è un religioso giovane e alto, piegato a letto dal mal di testa, una conseguenza della malaria. La malattia, però, non gli impedisce di accogliermi con sorrisi e grande gentilezza, nonostante stesse dormendo e io l’abbia tirato giù dal materasso. Si infila un cappellino americano verde fosforescente - «Ho un’emicrania tremenda, questo mi protegge dal sole» - e mi porta all’autostazione. Mi offre persino una Coca-Cola e va a parlare con un amico tassista, irriconoscibile ai miei occhi come tale.
«Vanno bene 2500 CFA fino a Kafountine?»
Potere dei padrini. Sono senza parole, nemmeno il figlio del controllore del traffico locale pagherebbe così poco.
Butto il bagaglio dentro l’auto, si parte subito, è un’occasione da non perdere. Ringrazio Manga con cento merci e, ancora una volta, mi convinco che la mafia non sia un sistema da scartare sempre a priori.
Mentre parto sento addosso gli occhi dell’intero pollaio, primi fra tutti quelli del nano-due di coppe che mi aveva impedito di ripartire. Provo un orgasmo molto intimo, che non esterno perché sarò anche toubab, ma non figlio di passeggiatrice (come lui). La vendetta, però, i best-seller religiosi la possono mettere come vogliono, ha il sapore del panettone a Natale.
Gli ultimi venticinque chilometri sono un vero disastro, assolutamente uguali ai cinquanta - più dieci x 2 in omaggio - che li hanno preceduti. L’odore del mare che si avvicina, però, tiene alto l’ottimismo.
«Il prossimo anno faranno la strada nuova», mi giura sull’auto il tassista. Viene da Touba, la città santa del Senegal - quella in cui è sepolto Bamba, il Jimmy Carter mistico, l’imperatore delle arachidi benedette da Maometto -, e ogni tre chilometri si deve fermare a riempire d’acqua di pozzo il radiatore fumante.
«Quest’anno gli autisti di tutta la regione sono scesi in sciopero e hanno istituito diversi blocchi stradali. Il governo ci ha promesso l’asfalto.»
È bello pensare positivo, mi dico sempre.
Nei dintorni di Abené, un villaggio con una spiaggia amena, incappiamo in un nugolo di persone che bloccano la strada. Casino, gente che va e viene, un camion parcheggiato in maniera strana fuori dalla carreggiata. Non mi pare un incidente, sembrerebbe più il picchetto di uno sciopero (Asfalto o muerte?) o la processione di un funerale. La strada è dritta e il traffico inesistente, impossibile spataccarsi, anche volendosi suicidare. Il traffico è quello di ferragosto in città, ma un tipo è riuscito comunque a schiantare il camion contro l’unico albero da qui al Sudafrica. Poteri della meccanica e del bunuk, il vino di palma che tutti estraggono e ingurgitano. L’autista del camion e il copilota sono in stato di shock, uno si è sbucciato ogni protuberanza e sbrodola sangue dalle ginocchia e dalle dita. Li carichiamo in auto per portarli all’‘ospedale’ di Kafountine, un paio di case chiuse sprangate con disegni di denti e il simbolo della croce rossa dipinti sulle pareti. Turista bianco generoso e cooperativo con le istanze del terzo mondo, la coscienza, già nera per i troppi posti finestrino usurpati, riacquista qualche sfumatura di candore. Raggiungo il grigio topo.
Durante il tragitto l’autista tempesta di domande da portinaio i due infranti, vuole sapere come abbiano fatto a farsi così tanto dolore con così poche armi a disposizione. Io ho la stessa domanda che mi ronza nelle orecchie, ma mi rendo conto che i due vogliono tutto - un ospedale, un letto, un’infermiera caritatevole, una doccia, un cerotto - fuorché un’inquisizione. Almeno non ora.
Passato il centro medico e qualche chilometro di sentiero di sabbia, l’autista mi lascia allo splendido albergo di Eric e Antonella. Un paradiso in terra in cui dimenticare le ultime sette ore di Africa nera che più nera non si può, a suon di spaghetti e di letti iperconfortevoli.
 





Kafountine
Il villaggio ‘Esperanto’ - così Antonella ed Eric hanno chiamato la loro creatura - non ha nulla del villaggio-vacanze (branchi in bermuda, zuffe per il buffet, braccialetti numerati da lager, ecc.): è una succursale terrena del paradiso in quanto a comodità e piacere per gli occhi, oltre che una voliera a cielo aperto, ideale per gli amanti del birdwatching (‘guardare gli uccelli’ farebbe maniaco con l’impermeabile). I bungalow - pochi, quanti bastano - sono immersi in una specie di orto botanico con i colori dell’arcobaleno e la spiaggia è a pochi passi. L’Esperanto è l’ultimo complesso di alloggi del lungo arenile di Kafountine. Il paese si trova a qualche chilometro e in questi anni è diventato un po’ l’oasi senegalese per i viaggiatori internèscionalfreak con pochi soldi e meno pretese. Yamba buona, molto mare, musica e festicciole al suono degli stramaledetti djembe, addirittura un’edizione annuale del carnevale. Sarà perché è l’ultimo villaggio, quello più distante dal paese, ma all’Esperanto c’è un’atmosfera rilassata che nei campement concorrenti è evaporata da tempo. Kafountine, però, è troppo vicino alla Gambia, paese che sembra usare questo villaggio come discarica dei malandrini di produzione nazionale indesiderati. Camminando lungo la spiaggia i toubab vengono spesso avvicinati e importunati da omoni di due metri con lo sguardo strafottente e cattivo. Ti/mi rivolgono la parola in un inglese strascicato di cui si capisce ben poco e l’unico modo per schivarli è guardarli come se fossero trasparenti. Vogliono vendere il loro raccolto di yamba, vogliono che gli paghi qualche birra, se sei toubab di genere femminile si propongono come cavalieri di una notte o di un quarto d’ora, vedi tu. Tuttofare, si direbbe in un’agenzia per il massimo impiego.
Questa fetenzia umana, come dicevo, è di importazione, mentre i nativi di Kafountine sono ben diversi. Decisamente più onesti, simpatici e dignitosi, a fatica tollerano questi invasori mica tanto silenziosi. Esempi di ‘belle persone’, invece, sono i ragazzi che lavorano all’Esperanto, sempre carini e gentili, anche se si devono fare qualche chilometro in bicicletta, all’alba e al tramonto, su un sentiero di sabbia, per venire a lavorare. Da noi il sindacato avrebbe scatenato un casino, ma qui siamo in Africa e già avere un lavoro, onesto e adeguatamente retribuito, è un lusso su cui c’è ben poco da sindacare.
Gaetan, ad esempio, un rasta in miniatura con il sorriso perennemente stampato sul volto, è un maestro nel preparare deliziosi succhi di bissap, un estratto purpureo dell’ibisco che, allungato con l’acqua e servito freddo, ritempra da ogni arsura tropicale. La cucina è un altro punto forte del posto, a volte qualcuno arriva qui per passare un paio di giorni e finisce con lo starci un mese o due, cullato dagli spaghetti o dal barracuda alla griglia. Letti stracomodi, aria pulita, pappa buona, natura a volonté: un bel mix cui è difficile rinunciare, specie se alle spalle hai undici mesi di lavoro odioso o qualche taxi-brousse di troppo.
La spiaggia è dominata dal relitto di un mercantile cinese arrugginito contro il quale si infrangono i cavalloni e attraverso cui tramonta il sole. Un oggetto quasi pittorico, se non fosse il prodotto di una moda marcia diffusa tra i paesi (tra gli armatori, per la precisione) di mezzo globo: abbandonare le proprie immondizie su qualche spiaggia africana dopo l’uso costa molto meno che rottamarle in patria. La ferraglia, però, sembra essersi perfettamente inserita nell’ecosistema, tant’è che gli uccelli la usano come trespolo e toilette, i pesci sguazzano nelle sue viscere, i molluschi ci tirano su casa incollandosi alle pareti. In Brasile, dall’altra parte dell’oceano, hanno addirittura preso ad affondare le vecchie navi di proposito, per trasformarle in ‘sculture acquatiche’ che attirano i pesci e i sub (ma non fatelo sapere agli armatori).
Altro spettacolo quasi naturale, gratuito e molto bucolico, è il rientro delle mandrie, poco prima del tramonto. Convogliati da qualche mandriano armato di bastone, i bovini procedono a passo d’uomo prima tra i campi e la foresta che si trovano alle spalle dell’Esperanto, poi lungo la spiaggia fino a Kafountine, dove c’è il recinto. Dopo il loro passaggio la spiaggia è un’autostrada di cacche, ma essendo composte principalmente di erba si seccano in fretta e, dopo un po’, si possono usare come frisbee, sassi piatti da far saltare sulle onde, combustibile per un barbecue, ecc.
Una delle attività principali dei nativi - rigorosamente uomini - è l’estrazione del bunuk. Tutti hanno una capacità quasi scimmiesca di arrampicarsi fin sul campanile delle palme, aiutati da piedi cingolati e da un grande cinturone fatto di corda e foglia di palma. Giunti alla base dei rami, incidono i punti strategici ai quali agganciano bottiglie di plastica trasparenti, quelle dell’acqua minerale consumata dai toubab, qui un piccolo tesoro che non viene mai sprecato. La palma, così, piange un liquido biancastro che viene raccolto abbondantemente - circa venti litri al giorno per ogni vinaio - nelle bottiglie e che può essere bevuto direttamente dal produttore al consumatore. DOC, direbbero nelle cantine fighette europee. In mezzo, però, ci finisce di tutto - da qui, forse, la mancata attribuzione del marchio di tutela -, dalle formiche alle mosche, terra, ruggine, ragni, polvere, erba, qualche pelo dell’estrattore. Questi, però, sono tutti frutti di Sora Natura, proteine, per cui, se si hanno i peli dentro al petto necessari per berlo, di solito non si muore di epatite o di tifo. Al più ci si prende una bella sbronza, soprattutto dopo la seconda bottiglia. Le donne del villaggio, invece, lavorano in gran parte come mondine nelle risaie a breve distanza dall’abitato, e osservarle mentre raccolgono le pianticelle di riso, avvolte nei parei coloratissimi, è un vero spettacolo. I colori, soprattutto durante la stagione del raccolto, quando le piante diventano gialle e i camaleonti pure, sono così forti da offrire un effetto stupefacente, quasi lisergico.




Ma torniamo all’Esperanto. La natura è esuberante anche dentro i suoi confini, non solo all’esterno. Il suo rappresentante più ‘domestico’ è Bubù, la scimmia di Antonella ed Eric che, che per motivi di sicurezza (morsi, casino anarchico ogni volta che viene slegata), i due tengono ancorata con una catena alla propria casetta. È l’attrazione principale dei visitatori, almeno di quelli meno schifiltosi - quelli più scappano alla prima effusione dell’esuberante Bubù.
Meno domestici sono i serpenti di due metri che, ogni tanto, fanno capolino tra i bungalow. Bolon, il vero tuttofare del posto, è un artista nel prenderli a legnate ogni volta che una delle impiegate inizia a urlare istericamente ai quattro venti. Bolon arriva di corsa con un bastone di tre metri e con un colpo degno di Bruce Lee assesta una legnata fra capo e collo al boa o al viperone di turno che ha deciso di portare i propri omaggi alla Spett. Clientela.
Un giorno sento Bolon che armeggia rumorosamente nel mio bungalow. Che cosa sta facendo, un prelievo forzato al mio portafogli?
«Serpente. Ti è entrato in camera. Quella sciocchina della ragazza che fa le camere deve aver lasciato la porta aperta mentre riassettava.»
L’Esperanto, dunque, è per gli amanti della natura, in senso ampio.
«Non avete mai avuto problemi con i clienti italiani? Di solito sono i più stracciacippa sulle questioni animali/insetti ecc.», un giorno chiedo (domanda retorica). E sfondo la famosa porta aperta.
«Tempo fa abbiamo avuto una coppietta stronza di Monza in luna di miele, arrivata qui chissà come/perché. Forse pensavano di andare al Club Med, dove ogni mattino danno il napalm per disinfestare la zona dalle bestie e dai cannibali. Fatto sta che dopo il primo ragno che hanno visto sono andati avanti per due settimane a massacrarci l’anima con le domande più imbecilli. Tutto li spaventava, non andavano nemmeno in paese perché avevano paura dei negri, e si sono piazzati qua a fare il conto alla rovescia su quanti giorni mancassero al rientro. Sono sopravvissuti a suon di Settimane Enigmistiche e domande cretine (Ma come fate a vivere qui? Non vi manca l’Italia? Che rapporto avete con gli uomini di colore? E le malattie? E le bestie? E le bestie malate? Ecc. ecc.).
Siamo in bassa stagione e al momento gli unici clienti oltre me sono due begli, una coppietta di mezz’età apparentemente muta, forse una fortuna. Sarà per il lungo viaggio che hanno affrontato per arrivare fin qui, ma non spiccicano una parola. Nei periodi di bassa stagione è naturale che proprietari e clienti partigiani impegnino i tempi morti nelle chiacchiere di condominio dirette a ricoprire di fango i clienti non partigiani, per cui stabiliamo una serie di ipotesi sul loro mutismo: sono molto timidi e riservati; sono schifati e odiano gli italiani; sono belgi e i francesi hanno perfettamente ragione con tutte le loro barzellette; sono reduci da una vacanza in un reparto per psicolabili; sono impietriti dalla fauna, bipede, volatile e quadrupede che li circonda. Queste, e altre ipotesi che ora non ricordo intervallate dalle risate, ci aiutano ad ammazzare il tempo. L’unica volta che i belgi aprono bocca è per un piatto di pasta con gli zucchini fatto come De Cecco comanda: complimenti, al dente!, in italiano nel ristorante. Poteri della cucina, quella buona, che ridà la parola ai muti.
Antonella ed Eric sono due classici prodotti della fuga occidentale di fine millennio. Entrambi con un robusto c. v. alle spalle - molto studio, troppo lavoro -, un giorno hanno scoperto la bellezza di Kafountine, se ne sono innamorati e hanno fatto il Grande Salto. Salvatores non ha vinto l’Oscar sul nulla, anche se in giro c’è chi dice il contrario. Con enormi fatiche, bei tagli al passato e molto buon gusto hanno tirato su la baracca, si sono integrati fra la comunità locale - nei limiti concessi a un toubab - e usano il diola che conoscono ogni volta che se ne presenti l’occasione. Pubblicano articoli interessanti su Le Baladin (Il Cantastorie), il giornaletto stampato in loco, ed Eric al mercato sembra una vera massaia africana, abile com’è a contrattare mezz’ora per una patata. Gli manca solo una tovaglia multicolor arrotolata sui fianchi. I turisti, di conseguenza, per invidia inconscia mascherata da incomprensione/avversione per una scelta così radicale, amano tempestarli di domande - sempre le stesse -, con i loro mille perché, archiviandoli alla fine come ‘disadattati’ in Italia. Antonella ed Eric rispondono all’inquisizione con il sorriso sulle labbra, i Clienti hanno sempre ragione. Ma non sanno che per loro essere ‘disadattati in Italia (o in Francia, o dovunque nel Primo Mondo)’ è un grande complimento.
Come terapia pomeridiana di disintossicazione da taxi-brousse mi sono imposto una bella camminata fino a Kafountine (downtown), via spiaggia. Dopo qualche centinaio di metri incappo in un rasta molesto che, non appena mi vede arrivare all’orizzonte, si passa i pesci che tiene fra le mani sul palmo di una sola, e con l’altro mi piomba addosso per stringere la mia.
«Ça va
Perché dovrei insaporire le mie macchine fotografiche con l’eau de poisson? Nikon al branzino? Rifiuto la stretta.
«Ehi, mon ami, questa è l’Africa, non l’Europa! Se non vuoi avere un rapporto con la gente del posto, perché non te ne rimani a casa tua? A Parigi?»
Non solo mi vuole far passare per razzista, ma pure per francese - anzi, parigino - stronzo. Tecnica già vista troppe volte, in Giamaica ne abusano, vado oltre.
Mi fermo al campement La Nature, l’unico che abbia un computer collegato a internet di tutta la zona. Devo consultare la posta elettronica e René, il proprietario dell’azienda, è l’unico che mi può aiutare. I prezzi che applica sono da giapponesi ricchi, ma René e la sua baracca di giapponese non hanno proprio nulla. Il luogo è un antro tardofreak di amache, corde, piante, murales, clienti scoppiati, odore di yamba, ragazzini urlanti che giocano a calcio balilla, rumore di djembe sul sottofondo. Non ci alloggerei nemmeno se mi pagassero bene. Il proprietario si firma come René Nature su Le Baladin. ‘Natura’ gode fama di grande poeta e di sommo intellettuale tra la comunità locale, e così me lo aspettavo. All’atto pratico, però, incappo in un rasta di mezza età corroso dalla sporcizia e dagli acidi. Non parla, ma emette singulti, con lo sguardo che rimbalza dal Senegal a Marte ogni dieci secondi e con un sorriso beota sui quattro denti gialli che gli restano. Di francese gli è rimasta solo la R che capto qua e là tra i rumori gutturali, e le tariffe borghesi che applica poco si addicono alla sua personcina, sono poco in pendant. Quel briciolo di lucidità e di neuroni che forse gli sono rimasti, però, li utilizza per il max profitto del suo computer portatile.
Gli chiedo di collegarmi a Hotmail, e la cosa in sé non mi pare particolarmente esilarante. René, però, la deve trovare mostruosamente ilare, e viene colto da una ridarella senza ritorno, quasi epilettica. Hotmail, hahahahaha. Io non rido un granché, anche perché il suo modem del menga, si dev’essere fatto un trip pure lui, non riesce a collegarsi una volta che sia una. Ogni volta che il collegamento cade il poeta naturalista riprende a ridere, e a me girano occidentalmente i cojones. Au revoir.
Il tratto di spiaggia più vicina al paese - quest’ultimo si trova a due chilometri verso l’interno - è il clone delle ‘spiagge dei pescatori/piroghieri’ che ho già affrontato in altri luoghi ameni - da Saint-Louis a Cap Skiring - ma, se possibile, all’ennesima potenza. Di fare una foto non se ne parla nemmeno, come proverei anche solo a far scorrere la zip della borsa mi piomberebbero addosso almeno dieci pescatori a esigere gabelle minacciandomi con ami da squalo o martelli da pesce martello, quindi mi dimentico la professione e vado oltre. I dubbi mi vengono confermati da un antipatico cartello piantato a breve distanza, ‘proibito fotografare’. Di fronte agli occhi ho una splendida risaia con la luce gialla del tardo pomeriggio, varrebbe almeno un intero rullo di scatti. Alle mie spalle, però, c’è una piccola caserma, per cui tutta la zona è off limits agli obiettivi. Le risaie, d’altronde, si sa, sono note infrastrutture di preminente importanza strategica.
In paese mi fermo a un télécentre e l’impiegata vuole a tutti i costi il mio numero di casa.
«Così tra due settimane, quando sarai in Italia, ti chiamerò. Ti darò il mio numero, metterò giù e tu, poi, mi richiamerai subito. Va bene?»
«Senz’altro!». Le do il mio numero, quello di tre case fa.
Di ritorno all’Esperanto, alla sera, piomba nel ristorante un vecchio amico giovane di Antonella ed Eric. È più nero di Zorro e ha un atelier di orridi batik che rifila a badilate ai clienti tedeschi. Gente che va in giro con quei calzini può solo comprare batik così. Ma non è questo il punto. Il punto è che il tipo, l’ennesimo rasta in uniforme da Bob Marley, si è sposato per investimento con una vegliarda del Lussemburgo, paese dal quale è appena tornato (circa un quarto d’ora fa).
«L’Europa fa schifo, gli europei peggio. Tutti razzisti fino al midollo. Mi trattano da negro, non ci torno più.»
In Lus-sem-bur-go?







Taxi-brousse VII: Kafountine-Rufisque
Sveglia alle otto, in teoria vorrei raggiungere Saly entro notte. Dopo la cura del sonno, dei bagni e della pasta cucinata con le mie mani, mi sento sufficientemente corazzato per affrontare la lunga e faticosa via del ritorno. La strada fa il giro dell’oca per aggirare la bella zona di canali del delta del Sine-Saloum, una specie di seconda Casamance, almeno come ecosistema - ma con meno turisti -, subito sopra la Gambia. Il grande dubbio è se devo pagare il visto di quest’ultima, piuttosto costoso. Passerò da Banjul, la capitale, e voci di corridoio - una guida di Ziguinchor, l’omino con le mani più piccole e sudate che abbia mai asciugato con le mie - mi hanno riferito che, nonostante ufficialmente gli italiani non lo debbano pagare (solo agli amati francesi sarebbe riservata questa attenzione), i doganieri, corrotti fino al midollo, esigono la gabella da parte di qualunque toubab. La Lonely Planet afferma che, come rappresentante del Paese di Raffa & Pippo, devo pagare: il costo dovrebbe essere di oltre trenta euro. Una vaga speranza per un ‘trattamento di riguardo’ sarebbe (era) offerta dal mio ‘padrino’, il santo Monsieur Manga, il prete di Dioloulou, se non fosse che ieri sera, quando l’ho chiamato al telefono, mi ha mandato, liturgicamente parlando, a quel paese. Mi ha aspettato tutta la mattina di sabato - in precedenza eravamo rimasti d’accordo che sarei arrivato alla sua parrocchia quel giorno - proprio per accompagnarmi in frontiera, dove ha ‘amici’ e avrebbe potuto farmi ottenere uno sconto. I bungalow di Antonella ed Eric, però, si sono rivelati così confortevoli che la pigrizia ha avuto il sopravvento e ho rimandato la partenza senza avvisarlo in tempo.
«Non ti preoccupare, anche se non lo chiami non sarà in ansia. Non è mica europeo», così Antonella mi aveva trovato un alibi per prendermela comoda.
«Oggi parto, domani pure. Facciamo la prossima volta. Facciamo in paradiso», così, invece, mi ha liquidato velocemente Mr. Manga al telefono, con il fare classico, tardodemocristiano, dei preti.
Parto da Kafountine, dunque, senza avere le idee chiare per quanto riguarda le materie burocratiche, né sapere esattamente quale itinerario seguire per schivare gli avidi doganieri: dipende anche dai mezzi di trasporto disponibili. Quello che dovrebbe partire per primo dal mercato di carote e cipolle di Kafountine è un 4x4 Land Rover verde tarlato, presagio di strade da Camel Trophy, in ipotesi mezzo riservato a non più di dieci passeggeri. È diretto a Brikama, un grosso centro della Gambia, non lontano da Banjul. Il Land Rover ha prezzo politico; sono il secondo passeggero in attesa, dunque ho diritto a un posto con il finestrino; se raggiungo ‘sta Brikama direttamente mi evito lo sbattimento di cambiare mezzo in frontiera. Troppi buoni motivi per non comprare il biglietto.
L’auto si riempie solo alle dieci e mezza, grazie a due toubab di genere femminile che tappano i due ultimi buchi rimasti sul retro. Parlano una lingua del Nord di Marte - potrebbe essere fiammingo o svedese, mi sembra di captare la parola Ericsson a ogni virgola - e vestono tardofreak. La più anziana è avvolta in una tovaglia da trattoria rosa, la più giovane e carina - occhi da iceberg - veste la ferramenta classica dei ggiovani moderni odierni del giorno d’oggi, anelli sparsi in ordine sparso tra faccia e piedi su completino africano per turisti. I toubab, quando vanno all’estero sentono sempre il bisogno intimo di travestirsi da indigeni terzomondisti, si vogliono sentire - secondo un processo mentale eticamente corretto, ma all’atto pratico/estetico assolutamente ridicolo e pacchiano - africani, asiatici o latinoamericani, a seconda delle latitudini in cui si trovano. Tedesche in sari e anello al naso a Varanasi, italiane con treccine a Malindi, giapponesi camuffati da quetzal a Panajachel. Io, purtroppo, tra questa umanité rischio spesso di passare per un bancario in vacanza, non amo le ferramenta se non quando devo fare il duplicato di una chiave e porto sempre i soliti quattro stracci, qui come là. Tutto ciò non per scelte stilistiche deviate, vecchiume interiore e/o per orgoglio nazional/razziale, ma perché sono quasi convinto che sono e sempre resterò un toubab, un gringo, un joe. Italiano mafioso e mangiaspaghetti, nella fattispecie. Chiuso il proclama.
Si parte e poco fuori da Kafountine lasciamo la strada ‘asfaltata’ buona, si fa per dire, e ci tuffiamo su una pista sterrata. Ho voluto a tutti i costi il posto finestrino, ora mi becco in faccia i rovi finestrino, ma almeno respiro. A ogni incrocio l’autista raccatta nuovi clienti, e tutte le volte che ci fermiamo il passeggero che occupa il posto davanti - solo in teoria il migliore -, un ragazzone gambiano che porta un anello a forma di coltello sacrificale azteco, scende e dà due boccate nervose a una sigaretta. Dotato di faccia da segabambini, bofonchia cose brutte e gambiane e lancia occhiate inceneritrici a ogni nuovo inquilino che gli sale sulle ginocchia. Prima arriva una bambina, poi si aggiunge un orco in mutande, machete e taniche bisunte. Il tutto si ritrova al posto guida, con l’autista che tiene una tanica incastrata sotto l’ascella destra per riuscire a ingranare le marce, impresa già difficile dal momento che la leva del cambio è un’asta di ferro priva di pomello.
Io, invece, ho ricevuto in regalo un’altra donna, oltre a quella che già c’era alla partenza, al mio fianco. Non posso fare a meno di osservarla mentre biascica il solito bastone a penzoloni sulla bocca, mezza aperta.
La frontiera senegalese non esiste, ma quella gambiana è riverniciata di fresco: strascichi dell’Impero, forse. Una casetta ben intonacata e una scritta in inglese mi fanno capire che siamo già in Gambia e che il Senegal, lungo questa strada dimenticata da dio e da Dakar, non ha voluto nemmeno investire nei quattro mattoni necessari per costruire un posto di frontiera, seppur simbolico.
Un doganiere in tenuta da basket mi ispeziona sommariamente il bagaglio:
«Sei un medico?»
Il beauty-case con i medicinali e gli articoli da toilette, non particolarmente grande per le mie abitudini ma qui una vera farmacia ambulante, gli ha fatto sorgere questo dubbio.
Attraversando i villaggi si capisce subito di essere in un altro paese. Tutti i bambini vanno a scuola con divise decorose, forse un altro imprinting della regina, e alcune bambine musulmane indossano uno strano velo a cilindro diverso da quello usato in Senegal. Questa è una strada secondaria, il passaggio di toubab è quello che è, per cui i bambini sono particolarmente incuriositi dai bianchi, siamo un’attrazione e ci piantano gli occhi addosso come non ero abituato a sentire da tempo. Sui visi delle persone, negli sguardi e nei movimenti colgo una maggiore gentilezza, forse retaggio dell’educazione anglosassone; ma magari è solo un’impressione.
Arriviamo a Brikama, un vero casino di casupole, persone e mezzi. Lungo la strada per l’autostazione immortalo con gli occhi le spettacolari insegne dipinte a mano dei barbieri e dei saloni di moda last fashion - così intitolano i cartelli di questi sgabuzzini di compensato e lamiere con un paio di Singer di antiquariato e qualche metro di stoffa -: ritraggono modelle iperkitsch, roba da film di kung fu Made in Hong Kong.
L’autostazione, qui bus station, è un inferno di minibus pestilenziali, cambiavalute ossessivi, piazzisti di sedili disposti a vendere la madre per infilare un passeggero in più sul primo mezzo in partenza.
È ora di pranzo e lo stomaco reclama, ma continuo a dimenticare che è ramadan e che anche qui credono in Maometto e nei suoi diktat. I ristorantini che si proclamano tali sono del tutto sprovvisti di cibo e l’unico che è in grado di scodellarmi un piatto di riso e carne - affogata in un sugo sbrodoloso con roba nera che galleggia su cui è meglio non indagare -, sporchi infedeli che non sono altro, lo trovo grazie al piazzasedili che mi si è incollato addosso come un’ombra.
La caccia del pranzo mi ha fatto perdere di vista le finlandesi, che devono essere già partite per la capitale. A pagare una Coca ci metto mezz’ora: qui tutti fanno i conti in ‘dollari’, così chiamano il loro dalasi, la valuta che la Gambia si ostina a usare nonostante sia circondata al novantacinque percento da paesi che da anni marciano a CFA. Non ho ‘dollari’ e il calcolo in CFA coinvolge un’équipe di contabili confusionari.
Per prendere il bus che va a Banjul mi tocca recitare la solita sceneggiata da ballerino di danza classica, datemi un finestrino o aspetto il prossimo. Mi viene dato il finestrino, ma pure un bambino-bigliettaio che mi si siede addosso, così imparo. La strada per Banjul, sebbene sia tutta buche, è breve, per cui riesco a sopportare il continuo cadermi addosso dell’esattore. Deve riscuotere l’importo dai passeggeri e per farlo mi minaccia con una dermatite enorme e purulenta che gli cola da un gomito. Trascorro il viaggio a schivarlo come durante un allenamento di pugilato, richiamato qua e là ancora una volta dalle incredibili insegne dei ‘saloni’ di moda e da quelle dei barbieri.
A Banjul si respira una bella atmosfera da ex colonia britannica: architettura, cartelli in inglese, un certo ordine e pulizia lungo le vie principali. Il tutto mi ricorda vagamente il Belize. Passiamo davanti a un monumento delirante che può essere solo africano: un colossale arco di trionfo in marmo bianco scintillante, preceduto da una rotonda al cui centro svetta la grande statua dorata che ritrae Generale con Bambino dalle proporzioni sballate. Lo scultore non era certo un genio delle misure, arti e teste sembrano appartenere a figure in scala diversa, ma l’oro che ricopre ogni cosa fa molto ‘lusso’ e le finezze artistiche sono solo roba per toubab effemminati. Sulla guida leggo che l’arco di trionfo si chiama Arch 22 ed è stato costruito per commemorare il colpo di stato del 22 luglio 1994. Africani e sudamericani maniaci del golpe, vecchio cliché da europei che non fa che trovare riconferme, anche se in materiali nobili come il marmo e l’oro.
L’autobus mi lascia, ultimo fra i passeggeri, in una piazzetta imprecisata. L’unico fattore che la contraddistingue è il casino orrendo di persone che la popolano, tutte apparentemente decise a prendere d’assalto il mio autobus non appena questo si ferma. Ho sì e no il tempo di scendere e recuperare la sacca prima di essere travolto e calpestato dall’orda famelica di sedili.
Su indicazione di un poliziotto mi tuffo in un taxi che mi porta all’imbarco per Barra, località sulla sponda opposta del fiume Gambia, da cui prendere l’ennesimo mezzo diretto verso nord. L’ingresso al molo passa attraverso un tunnel di bancarelle, cambiavalute e cacciatori di portafogli. Il premio per essere riuscito a oltrepassare tutti questi ostacoli è la mano grassoccia penzolante della bigliettaia, piegata ad angolo retto sulla grata che separa il suo antro ragnateloso dalle torme di rompiscatole con l’eccentrica esigenza di comprare il traghetto. Con l’altra mano la balena si gratta i rotoli di panza e ascella che colano sulla sedia. La devo chiamare tre volte, con vocine e fischi, prima che smetta di chiacchierare con qualche altro bradipo là dentro. Pago, mi tira il resto che cade per terra, a fatica mi biascica un sorry di circostanza, poi riprende la posa del grizzly in letargo.
La sala d’attesa è semivuota, il traghetto è appena partito e il prossimo salperà tra almeno un’ora e mezza. Metto la retromarcia e mi vado a bere un caffè. Al bar incontro di nuovo le finlandesi, qui per girare un documentario sulla vita dei bambini nei villaggi senegalesi. La più vecchia, la meno giovane, è scrittrice, sceneggiatrice, registra e disegnatrice, mentre la meno vecchia, più giovane, è solo fotografa e architetta. Facciamo un breve giro nel mercato a due passi e tutti, a parte i ladri, ci dicono di stare attenti alle mani voraci in cerca di portafogli. I negozi, in gran parte di proprietà di libanesi, vendono soprattutto belle stoffe e abiti più economici che in Senegal. Il viavai di clienti senegalesi, di conseguenza, è costante, e gli arabetti non contrattano manco morti. Prezzi fissi, finalmente.
Torno nella sala d’attesa, ora piena come uno stadio durante una finale. Mi rifugio nell’angolo più appartato, a prova di gente che mi caracolli addosso e ottimo checkpoint per osservare il movimento globale. Entra ed esce tutto il campionario del genere umano. Un tipo sudato dall’aria imbestialita, in ciabatte e occhiali neri, va e viene trasportando a fatica sacche su sacche piene di chissà cosa. Non ha la minima grazia e carica minaccioso come un ariete ogni ostacolo umano che gli si pari davanti. Trascina i sacchi pestando e mandando a quel paese tutti, si deve sentire il re del posto. Una madre emette con costanza da cucù fiotti di sputo tra le gambe dei passeggeri, precisi e fini come quelli di un cobra. Quando scaracchia sfiora di due millimetri la testa della bambina che tiene in braccio, la quale non fa una piega. Sulla panca alle sue spalle è seduto un ragazzo molto cool e firmato: canottiera Kalvin Klein, jeans larghi di dodici misure, Nike da rapper, occhiali neri all’iperdesign. La radio cinese in bachelite che tiene accesa a volume assordante incollata alle orecchie, però, fa molto Africa e toglie punti al suo look da ghetto parigino. Una venditrice di ghiaccio con un catino in mano che deve pesare cinquanta chili mi osserva come a dire «Non è che per caso vuoi una barra di mezzo metro di ghiaccio?». La sputacchiera ambulante ora si è distesa e pare addormentata. La bambina piange a dirotto, ma la madre la ignora e, incredibilmente, riesce a dormire con tutto quel baccano a dieci centimetri dalle orecchie. Nel giardinetto che si apre su un fianco della sala spicca una coppia di toubab orrendi, devono essere scarti di fabbrica tedeschi o americani. Lei è di una bruttezza rara, ma in quanto bionda qui sfila come una principessa, avvolta in un batik che fa molto etnico-internèscional. Ha le ossa grosse da bisonte e il naso da pugile, ma la pelle bianca e i peli gialli sono una calamita irresistibile per gli occhi allocchi di tutti gli uomini presenti.
Alle quattro e mezza, con trenta minuti di ritardo sulla tabella di marcia, i cancelli della gabbia dei leoni sembrano aprirsi. Al primo cenno di varco tutti corrono ad accalcarsi verso la grata come se dovessero conquistare il posto migliore, che in realtà non esiste - c’è spazio per tutti -, vecchia abitudine da stadio.
«Ti conviene metterti in fila, altrimenti non troverai posto», mi consiglia un tipo losco sbucato da chissà dove.
Per mezzo secondo penso che abbia ragione e faccio per alzarmi, ma ragionando il minimo indispensabile mi dico che un traghetto non è un aereo e che c’è sempre posto. Ne deduco che il tipo vuole sfilarmi il portafogli mentre mi accalco in quel groviglio di gente sudata e di bagagli. Lo faccio passare, aspetto.
Come volevasi dimostrare, sul traghetto c’è posto per tutti. A me, in particolare, è andata bene, le due finlandesi mi hanno tenuto un posto - mezzo metro quadrato di lamiera - sul ponte più alto, da cui fare buone fotografie. Come estraggo la Nikon dalla borsa un tipo che mi siede a fianco si entusiasma e mi fa vedere con orgoglio il cartellino di fotografo fatto con i trasferibili e il marchio Kodak.
«Sono un professionista», declama mentre mi fa vedere la sua macchina. Per rincarare la dose mi allunga il lavoro della giornata, due buste piene di fotografie. Ritraggono alcune squadre di calcio e una specie di orgia tra amici (se fossero nemici non orgerebbero, no?), tutti insieme appassionatamente su un letto, vestiti ma in pose poco chiare. Chiare, invece, sono le mutande di una tipa che, abbracciata a due ragazzoni, regala un ghigno molto equivoco all’obiettivo, tenendo il didietro in primo piano. Tutte le stampe hanno una forte dominante rossa da sviluppo iperutilizzato o da pellicola cotta dal calore, il fuoco e le inquadrature sono quelle che sono, il flash una specie di lanciafiamme che ha incenerito ombre e spessori.
«Belle! Buon lavoro.», non posso non dirgli dopo aver osservato tutte le sue foto. Doppio giro a quella con la signorina in mutande e sorriso.
Cavolo, se questo è un fotografo professionista potrei trasferirmi a Banjul, specializzarmi in biancheria intima e, forse, sarebbe la volta buona in cui farei i Soldi.
Un’altra differenza che colgo rispetto al Senegal è che qui, sia io sia le finlandesi sia la toubab con i baffi, possiamo fotografare a volontà, nessuno dice niente. Là, appena tiri fuori la macchina dalla custodia, arriva qualcuno a esigere gabelle o a vietarti la ripresa in nome di qualche fantomatica tutela del Diritto d’Immagine Nazionale, Benigni e Troisi in frontiera. Qui nessuno vuole fiorini o CFA, al massimo ci osserva annoiato o si gira dall’altra parte.
La traversata dura appena venti minuti e allo sbarco di Barra l’orda umana che abbandona il traghetto, nonostante scalpiti, sembra non procedere. Qualche genio ha pensato di scatenare una minirissa proprio davanti alla bocca della nave e fa da tappo al flusso di carne pazza.
Sbarchiamo verso le cinque del pomeriggio e Saly è ancora dalle parti di Giove. Non so bene dove dormirò, spero non tra le zanzare di Kaolack.
Un ragazzino ci trascina verso un minibus, mezzo n°5 di questa odissea, e ci butta a spintoni nei primi tre posti disponibili. L’autostazione è ancora una volta una succursale dell’inferno ed Helena, la finlandese dagli occhi di ghiaccio, compra e inizia a ingurgitare una bibita siriana a base di (ispirata al) succo di mela. La quantità di zucchero è impressionante e la lattina vola dal finestrino alla prima curva. Il bus ha gli ammortizzatori sbrindellati e ogni buca lo fa deflagrare, i timpani piangono.
Alla frontiera i ragazzini circolano armati di carriole, utili a trasportare i bagagli dei viaggiatori fiacchi. Mentre il doganiere mi timbra il passaporto noto sulla sua scrivania una scheda telefonica della Gambia, potrebbe essere un pezzo unico nella mia ricca collezione.
«È già usata? Se non le serve più, Sir, potrebbe darmela per la mia collezione, Sir
«Mmh, sì, certo. Ma che cosa te ne fai?»
«Collezione. La conservo, assieme ad altri miliardi di esemplari di diversi paesi.»
«Sì, ma per che cosa?»
Il dialogo surreale va avanti per minuti e quando lascio il posto di frontiera, trofeo in tasca, il doganiere non si è affatto convinto che gli abbia detto la verità. Ci deve essere qualcosa sotto, un motivo oscuro per cui un toubab conservi una scheda usata. Difficile spiegare il concetto di collezione priva di scopi di lucro a un africano medio, specie se poliziotto. Mi torna in mente l’aneddoto di mio zio che, in viaggio in Ghana in anni in cui il turismo era fantascienza, incappò in un tipo che non riusciva a catalogare la parola turismo. Per lui viaggiare voleva solo dire fatiche e spese, dove stava il divertimento?
A breve distanza di carriola alcuni taxi fanno la spola fino alla frontiera senegalese, poco oltre la terra di nessuno. Come arrivano al parcheggio, però, i mezzi vengono immediatamente presi d’assalto dai locali assatanati, mentre gli educati e un po’ ebeti toubab restano con i bagagli in mano ad aspettare il prossimo. Il prossimo arriva e riparte con qualcun altro a bordo.
«Perché non prendiamo quello?», mi fa Antonia, la finlandese più stagionata, indicandomi un somaro che traina un carretto ricoperto d’acqua. Dev’essere servito a trasportare barre di ghiaccio.
Non vorrei metterci una settimana per percorrere un chilometro, né fare un bidè con i vestiti addosso, per cui tiro fuori le unghie e requisisco a ringhiate il primo taxi che arriva, un R4 guidato da un rastafari adrenalinico con l’occhio matto. Tra sgommate, piroette e testacoda - almeno servono a tenerci svegli dopo il rintronamento delle dieci ore di viaggio già accumulate - ci porta alla frontiera e all’autostazione senegalese in tempo record.
Corse dirette per Saly, ovviamente, non esistono. Sono già le sei e mezza e l’unico mezzo - l’ultimo, insha’allah - in partenza è un taxi-brousse per Dakar sul quale sono rimasti solo i tre posti nel piloro, vista panoramica su nuche & bagagliaio. Si preannunciano cinque-sei ore di viaggio, al buio, lungo strade che presumo costellate di buche.
«No, mi dispiace, lì dietro non mi posso sedere. Se lo faccio vomito.»
L’operetta da bianco molle va avanti un quarto d’ora, nessuno dei passeggeri che ha conquistato un finestrino è disposto a retrocedere nel bagagliaio per far posto a un toubab delicatino e viziato. Tutti, però, vogliono partire al più presto, devono essere lì in attesa da ore e, come sempre, non si parte finché l’auto non è al completo. I buoni attori, però, sanno bluffare al momento giusto e fingo di non avere fretta, aspetterò il prossimo, magari dormirò lì, che ore sono, mah, chissà, vedremo...
Dopo un po’ di accese trattative fra piazzasedili, autista, passeggeri e semplici passanti sfaccendati, il passeggero che se ne sta(va) comodamente spaparanzato sul trono di fianco all’autista viene scardinato a male parole dal sedile per reucci, il quale mi viene ceduto purché non rompa ulteriormente le scatole e mi decida a partire. Il tipo mi fulmina con lo sguardo, prova a estorcermi 1000 CFA per il ‘servizio’, poi si acquatta in silenzio tra le finlandesi (poteva andargli peggio), maledicendomi nei secoli dei secoli. Stupidino, almeno cinque ore gratis di sfregamenti di ginocchia con le toubab, da cosa può nascere cosa.
Stavolta con la sceneggiata ho proprio esagerato - qualcuno tra la folla mi ha dato del grave, pazzo - e la coscienza mi è finita sotto i copertoni del taxi, ma credo davvero che se avessi viaggiato incastrato là dietro avrei finito con il rimettere tutti i miei peccati sulle gambe delle finlandesi, maleodorante manovra non certo improntata al galateo e alla fratellanza europea.
Finalmente si parte. Imbocchiamo quasi subito una pista di sabbia molto piacevole, tra villaggi da cartolina cresciuti all’ombra di baobab alti come condomìni, con il sole che tramonta. Mi godo lo spettacolo anche forse - e soprattutto - perché ho il posto a sedere migliore. Altrimenti non credo che riuscirei a cogliere molta poesia in tutto questo.
Come il sole si infossa oltre la linea dell’orizzonte inizio a sentire un rumore di scartocciamento provenire dalla fila di sedili posteriore, seguito da un insistente ritmo da picchio. Una donna sta facendo acqua per tutti, prendendo a colpi di chiave un grosso pezzo di ghiaccio che tiene avvolto in un panno. Il ramadan per oggi è terminato, finalmente si può bere e mangiare e l’autista le passa una chiave inglese per meglio sbattacchiare la granita.
Dopo un miliardo di buche facciamo una breve sosta su un marciapiedi della sempre orrenda Kaolack. Mentre ingurgito una baguette ripiena di carne piccante e patatine fritte non riesco a distogliere gli occhi da un barbone impazzito. È giovane, ricoperto di stracci unti e parla da solo. Con timore allunga una monetina alla venditrice di panini che, in cambio, gli dà una tazza di caffè. Mi sento impotente, vorrei fare qualcosa, ma qualunque cosa facessi puzzerebbe di elemosina e non servirebbe a nulla. Non curerei la sua follia, la sua miseria, quella del continente in cui, per volere di qualcun altro, è nato e sopravvive.
Da Kaolack a Rufisque la strada migliora e l’unico inconveniente è il sistema folle di guida della gente. Chi viene in senso contrario sembra fare a gara per abbagliarci al meglio, accendendo i fari alti proprio quando si trova a cinque metri da noi. Non so come l’autista riesca a evitare il frontale.
Verso mezzanotte raggiungiamo Rufisque, dove le finlandesi hanno affittato una casa e mi ospitano. Helena e Antonia, nonostante la loro patina di viaggiatrici-vere-con-i-peli-sul-petto, scendono al volo dal taxi e corrono, come impazzite, al Select, un minimarket iperfornito, oasi asettica di Primo Mondo abbinata ai distributori Shell. Istericamente comprano di tutto - Emmental, Camembert, olive importate, spaghetti veraci - manco domani scoppiasse la Terza guerra mondiale. I vichinghi li sapevo affamati, ma non li facevo così chic.
 




Dakar, capolinea
Lasciate Odina e Valalla nel loro buen retiro - la vecchia iniziava già a farmi gli occhi dolci, la giovane dormiva tutto il giorno, ma non con me -, trasloco a Dakar, tra un po’ mi parte l’aereo e devo sbrigare le ultime faccende. Innanzitutto lo shopping prenatalizio, di affrontare le orde di intossicati da consumismo leccavetrine nelle resse della mia città non ne voglio neanche sentir parlare. Meglio sfidare i commercianti africani. Forse.
Prima dell’ardua missione trovo alloggio all’Hôtel Continental, una stamberga leggermente più di classe rispetto al vecchio e sbrindellato Provençal dell’arrivo. L’unico fattore altamente rompicoglionativo è un mendicante cieco che, armato di microfono, amplificatore e cassa acustica da trio elétrico brasiliano, urla litanie mussulmane ai quattro venti, proprio sotto la mia finestra. Ripete sempre la stessa frase, roba tipo Allah è grande, dall’alba al tramonto, senza mai prendere respiro o fare una breve pausa pranzo. Vegeta su un marciapiedi che funge anche da posto di lavoro per svariati venditori ambulanti, e ogni tanto qualche passante gli elargisce una monetina. Io gli elargirei quattro manganellate, ma questa è casa sua, non mia. E questo libro non vorrebbe essere Mein Kampf.
Il mattino seguente mi spingo fino al mercato della Medina. Voglio acquistare un baule, capiente e leggero, possibilmente fatto con le lattine delle bibite o della conserva di pomodoro riciclate, in cui infilare tutto l’artigianato che devo comprare per intasare gli alberi di Natale di amici e parenti. Ne trovo uno spettacolare fatto con le lattine di tonno, prezzo ridicolo, peso irrilevante e apparenza di robustezza. Acquistato.
Nello stesso mercato un venditore di stoffe si innamora di me e vuole sapere a tutti i costi quale sia il mio albergo, il numero di stanza, l’ora in cui mi può venire a trovare. Scappo. Le tappe successive sono al mercato Kermel, dove affronto i soliti riti - sei il primo cliente di oggi, ecc. - ma questa volta riparto a mani gonfie di sacchi e sacchetti (contrattazioni estenuanti, forse erano meglio le vetrine del centro a Bologna, almeno hanno i prezzi fissi), e a quello di Sandaga. In quest’ultimo vengo tallonato ossessivamente da un ragazzotto che non mi lascia finché non è riuscito a portarmi al negozio di fiducia e a farmi comprare qualche chilometro di stoffe, tutte bellissime.
Stipato il baule, esaurita la lista della spesa, pacata ogni generosità natalizia, chiudo il cassone a tripla mandata e lo lascio al comodo deposito bagagli dell’aeroporto. Di lì a N’Gor, di nuovo tra le braccia grassocce di Carlà, il passo è breve.
Prima dell’aereo mi rimangono due obiettivi, poi posso considerare chiuso il cerchio: una bella dormita/mangiata da Carlà e un salto a Saly, tanto per vedere com’è - ma ho già molti presentimenti - e potermi dire ho fatto anche questa.
Da Carla o Carlà, pronunciatela come volete, anche perché è modenese-milanese e non parigina, l’accoglienza è sempre calda, anche perché ho prenotato. Riesco a strapparle la stessa camera dell’andata, quella con il terrazzino sulla baia, una vera figata da cui andarsene è farsi violenza. Dopo una doccia mi stendo sul lettone, faccio per innescare una dormita di due giorni e...
TUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUM
che minchia è ‘sto rumore orrendo??
Scendo al pianterreno, chiedo schiarimenti e giustificazioni scritte.
«Scuola di djembe per giapponesi. Vengono qui dal Giappone, appositamente. Passano la giornata, dall’alba al tramonto, a sbucciarsi le mani sui tamburi. L’idea è di un imbecille di Dakar che ha affittato una casa, l’ha riempita di giappi e di tamburi, e ora fa baccano e fattura in valute forti. Abbiamo fatto una petizione fra tutti gli abitanti di N’Gor, nessuno sopporta quel casino, sveglia i bambini e fa scappare i turisti isterici come te. Durerà ancora poco. Forse anche tu.»
Il sonno mi è passato, i nervi sono a fior di pelle, meglio fare un salto a Saly. È a soli ottanta chilometri e, almeno, faccio qualcosa di utile. Dopo un mese e mezzo di taxi-brousse ero convinto di meritarmi il sonno dei giusti ma, evidentemente, Lassù mi hanno riservato altri disegni.
All’autostazione di Dakar, a questo punto vale la pena di farsi male sino in fondo, affronto le orde già note. Mi buttano in un taxi-brousse bianco, ma mancano ancora alcuni passeggeri. L’equipaggio è al completo quando due individui, un lui e una lei toubab, vengono messi a tappare il bagagliaio. Veneti, oddio.
Non posso fingermi senegalese, mi tocca dire che sono italiano. I due sono di Verona, la città dei nazi e dei tossici, e anche se non sono nazi tossici hanno tutte le stimmate dell’italiano (padano) medio cretino. Lui ha fatto questo e quello, nel senso che ha viaggiato in questo e in quel paese. È la saccenza in persona, anche se non sa un cazzo, però l’importante oggigiorno è avere delle convinzioni. Lei è più discreta e sa stare al suo posticino, non si allarga con troppe esternazioni. Il suo modo di esprimersi, però, tutto frasi fatte e modi di dire, dev’essere il frutto di chi passa la vita incollato alla tv, parla che sembra Costanzo (o sua moglie). I due sono sposati, ma lei tornerà in patria prima di lui - per impegni di lavoro -, mentre lui rimarrà qui a far festa con le negre per un altro mesetto. Conosco gli italiani e la loro luce negli occhi, non mi servono dichiarazioni scritte in merito.
A Saly li abbandono in un alberghetto in cui hanno deciso di trascorrere un paio di notti, io mi faccio un lungo giro in spiaggia e in un istante capisco come il posto sia decisamente osceno. Mentre mi trascino tra gli ombrelloni zeppi di italiani, francesi e spagnoli annoiati e con la Settimana Enigmistica (o l’omologa francese/spagnola, la Semana Enigmistiqua, boh?) tra le mani, mi rileggo cento volte cento un articoletto idiota che più idiota non si può, ritagliato da una rivista italiana di Donne per le Donne. Ecco un breve estratto:

Dell’Africa. Su una spiaggia sempre in musica.

Un modo insolito di conoscere il Senegal...: ascoltare quello che scorre nelle vene della gente: la musica (doppi doppi punti). Perché comprendere quel suono vuol dire decifrare il ritmo della loro vita. Fin dal risveglio donne, uomini e bambini hanno nei gesti quotidiani un modo sensuale di muoversi, sensuale e armonico, che è già una danza. È la musica vitale ritmata dal djambé (AAAAARRRRGGGGGHHHH!!!, e poi, semmai, djEmbé), tamburo che mentre si percuote si danza (si danza il tamburo?), in un ipnotico duetto di mani e piedi che coinvolge tutte le fibre muscolari, soprattutto quelle del cuore (chi l’ha scritto, la moglie di Merola?). Il djambé (e ridàiie) ha ormai affascinato molti giovani occidentali che vengono a studiarlo sul posto (li mortacci loro) dai maestri senegalesi (figli di passeggiatrici). E a casa loro (speriamo non i cinghiali, già rumorosissimi anche senza tamburi, che si sono installati da me al piano di sotto). È un viaggio a Saly Portdual, villaggio a un’ora da Dakar: semplici casette in terra, un pozzo per tutti, senza acqua corrente e tutti (ripetizione) in una stanza. La spiaggia davanti e qualche piroga sul blu dell’oceano. Una vita semplice ma con un’atmosfera autentica (una vita con un’atmosfera?) che prima è ospitalità e poi appartenenza. È un’isola genuina della Petite Côte, una lunga serie di spiagge superbe...

L’articolo, chiamiamolo così, è corredato da una foto in cui due senegalesi mascherati da tipici-negri (costumino che fa tanto Africa) sbattacchiano a quadruple mani su due djEmbé XXL, e la didascalia ha il coraggio di dire: Sulla spiaggia di Saly Portudal le tradizioni dei Mandingo resistono al turismo di massa.
Tutto questo delirio deve essere il frutto del ciclo mestruale, forse della menopausa dell’autrice (nome top secret, tanto sulle riviste da parrucchiere tutti/e scrivono così). Semplici casette in terra, un pozzo per tutti, senza acqua corrente e tutti in una stanza? Una vita semplice ma con un’atmosfera autentica? Isola genuina? Ma cosa siamo, impazziti??
Io, qui, anziché casette in terra, con il pozzo, la candela e la monostanza, vedo solo resort in cemento armato con la piscina in riva al mare, bungalow a cinque stelle, stanze da nababbi e acqua minerale a scialare. Le uniche catapecchie sono quelle del villaggio dei pescatori, subito oltre il Muro di Berlino invisibile che separa l’ultimo villaggio-vacanze dalla suburra coatta di immondizie e pesci secchi. Come oltrepassi la frontiera vieni assalito da mille questuanti che ti vogliono noleggiare la piroga, il djembé, forse la moglie. Vita semplice con un’atmosfera autentica? Qui di genuino c’è solo l’argent, il resto è tutto bricolage. Effetti del casco per la messa in piega, molto probabilmente. O la marchetta di una redattrice per ripagare qualche giorno gratis di tutto-compreso.
Il Senegal, un paese, i suoi tamburi.
L’Italia, un paese, le sue riviste di moda.





Glossario e ‘gergario’
bacalhau (portoghese): baccalà
Bamba: Amadou Bamba, capo e fondatore della confraternita Mouridiya (vedi mourides)
bissap: fiore e pianta (ibisco) da cui si estrae un succo purpureo che, allungato con acqua e servito freddo, dà una bibita deliziosa
bolong: canale navigabile dalle piccole imbarcazioni, diffuso soprattutto in Casamance; letteralmente, in lingua mandinka (etnia della Gambia e del Senegal), significa ‘fiume’
boubou: abito tradizionale (sia maschile sia femminile), lunga tunica leggera e fresca
brigadeiro (portoghese): generale di brigata
bunuk (diola): vino di palma, di colore biancastro
campement: struttura economica per ospitare i turisti, molto diffusa in Casamance; spesso riprende forme architettoniche tradizionali, in terra battuta, con camere e servizi molto essenziali
car: minibus
CFA: franco dell’Africa Occidentale, la moneta utilizzata in Senegal, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Benin, Mali, Niger e Togo
chawarma: involtino di pita (una specie di piadina libanese) solitamente servita con carne cotta alla griglia, patatine fritte, verdure e salsa di ceci
crioulo: lingua parlata in Guinea-Bissau e a Capo Verde, un misto di antico portoghese e dialetti africani
diola: lingua ed etnia dominante della Casamance
djembe: tamburo molto diffuso (e molto rumoroso) in Senegal
garage: autostazione
gare routière: idem
Gazelle: la marca di birra senegalese più popolare
grisgris (o grigri): feticcio o amuleto che si porta addosso - appeso al collo, ai polsi, alle braccia, attorno all’addome, alle caviglie o sotto il cappello - per difendersi dagli spiriti malvagi e dal diavolo; nei paesi musulmani, di solito, è costituito da un astuccio di cuoio o di argento che racchiude versetti del Corano
insha’allah (arabo): se Dio vuole
kebab (arabo): carne di montone
marabout: santone (o santo), evangelista musulmano
mourides: gli elementi più importanti della fratellanza islamica senegalese
paragem: autostazione (Guinea-Bissau)
pita: involtino simile alla piadina, di origine libanese
Ramadan: mese di digiuno totale (ma dopo il calare del sole si può bere e mangiare) e di astinenza da ogni tipo di divertimento diurno (fumo, sesso, ecc.) per i musulmani
taxi-brousse: il mezzo di trasporto collettivo più diffuso nell’Africa francofona (bush taxi in quella anglofona), solitamente grandi Peugeot (504) a sette posti
télécentre: piccolo ufficio telefonico privato, molto diffuso in Senegal
tiéboudienne: piatto nazionale senegalese, a base di riso al forno con una densa salsa di pesce e verdure
toubab: ‘bianco’, in lingua wolof; termine usato principalmente in Senegal, Gambia e Mali
trio elétrico: grande camion che trasporta ballerini, cantanti e gigantesche casse acustiche, usato durante il Carnevale e altre feste in Brasile
wolof: lingua ed etnia dominante del Senegal centrosettentrionale, presente anche in Gambia
yamba: marijuana
yassa: salsa per condire il pollo (ma anche il pesce o la carne rossa), a base di cipolla e limone


































































































































































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