mercoledì 28 marzo 2012

TROPICO BANANA





TROPICO BANANA

Italianos da Cuba al Brasile


di Pietro Scòzzari




Tropico Banana è una canzone demenziale dei Chiclete com Banana, band che fa musica carnevalesca (ma non solo) niente male, di Salvador de Bahia, Brasile. È anche uno dei leitmotiv di Angeli, forse il miglior vignettista brasiliano: paulista di origine italiana, ha disegnato storie memorabili tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta su Chiclete com Banana (a fantasia di nomi i ragazzi sono solo apparentemente limitati), rivista di fumetti ‘underground’ sino a qualche anno fa straletta e amata dalla suburra più coatta, illuminata e metropolitana del Brasile, oltre che da me. Un po’ il Frigidaire brasiliano, evaporato nel panorama editoriale come quest’ultimo, Chiclete com Banana ha dato voce alle menti più folli della scrittura e del disegno, non solo satirici, di quel Paese Dorato.
Nelle vicende dei tanti personaggi di Angeli, oggi in parte trasmigrati su internet o su alcuni quotidiani - Os Skrotinhos, gemelli sporcaccioni che aprono bocca solo per dire maialate; Bob Cuspe, tardopunk che sputa sonori scaracchi in faccia a ciò che odia (tutto e tutti); Rê Bordosa, sbevazzona bukowskiana; Walter Ego, narciso intellettualoide che passa la vita a dialogare con lo specchio in bagno; Bibelô, classico macho cafone, tutto fischi alle bunde di passaggio, stuzzicadenti tra gli incisivi e grattate alle parti basse; Rhalah Rikota, guru fintoindiano che pensa solo all’intimo donna delle discepole e alla pienezza del suo stomaco -, uno dei motivi ricorrenti è spesso quello di appartenere tutti, sebbene attori di un presepio metropolitano, a un immaginario Tropico Banana: un grande paese immaginario vittima dello sfruttamento, prima di tutto economico, poi anche sessual-vacanziero, dei potenti del mondo (multinazionali straniere e ricchi fazendeiros locali in prima linea). Un po’ una Repubblica delle Banane, la stessa di cui Woody Allen si elegge presidente rivoluzionario e che fluttua come spauracchio tra le menti latinoamericane più attente di ciò che non vorrebbero fosse il loro paese.
Gli italiani, sicuramente, hanno una forte responsabilità nel contribuire all’effettiva esistenza di questa repubblica immaginaria: sia in America Latina, dove le affinità culturali e linguistiche sono maggiori, sia nel resto del ‘terzo mondo’, dove l’arroganza da membro del G8 e il business invadente dei tour operator la dicono lunga sul processo di omologazione globale, a Nostra Santa Immagine & Somiglianza.
Da qui il sottotitolo, Italianos da Cuba al Brasile. I due paesi non sono stati scelti perché più ‘bananiferi’ di altri (fate un salto nel Salvador o nel Paraguay, o magari anche solo a San Marino, e di banane ne vedrete a pacchi), ma per altri due motivi, molto precisi. Innanzitutto perché frequentati da orde di nostri compatrioti/e (oranghi/e), in gran parte filosofi dell’avventura erogena, possibilmente abbronzata e a prezzo da 3x2. E poi, soprattutto, perché hanno molte caratteristiche in comune: la religione (santería a Cuba e candomblé in Brasile, figlie degli stessi schiavi e degli stessi re africani trasformati in dèi/santi), l’amore per la musica che fa muovere le anche e gli ormoni, la gioia di vivere nonostante le mille magagne di economie surreali, una forte sensualità spruzzata nell’etere senza preoccuparsi dei danni al buco dell’ozono e quasi istituzionalizzata, certa architettura popolare (casette con facciate che sono la traduzione della fantasia matta di entrambi i popoli: ingressi triangolari, tinte che vanno dal viola fosforescente all’oro, cornicioni con greche, ecc.) e, più in generale, una fratellanza spirituale, intangibile ma fortemente percettibile nell’aria: all’Avana come a Rio, a Santiago come a Salvador.
Lo scopo di questo libro, dunque, oltre a quello principale di farmi lievitare il conto bancario e allargare il numero delle ammiratrici, vorrebbe essere quello di descrivere/trasmettere, attraverso brevi flash di esperienze (tutte, lo giuro, verissime), due realtà per molti aspetti simili - ma anche molto distanti - unite (non sempre) da quell’anello di congiunzione che è il turista/viaggiatore/curiosone/abatantuono italiano (ma non solo: può anche essere spagnolo o nordamericano, l’approccio con il ‘Sud’, quasi sempre, è il medesimo). Sicuramente molto più per criticare le nostre, di magagne, poi, eventualmente, le loro. Il lettore attento, al di là della superficiale e apparente pennellata di sarcasmo antiterzomondista (facciamoci due risate sulle miserie del Sud, poi, magari, riflettiamoci sul serio, passando prima attraverso le nostre: meglio che piangere immediatamente lacrime buoniste, per poi rifilare diete liofilizzate o costumi da bagno ai terremotati o ai profughi dei Balcani, lasciandoli a marcire nei container), saprà scorgere che la verità vera, quella su cui riflettere, non sia perché al tropico crescano le banane - i conquistadores ce l’hanno insegnato a machetate mezzo millennio fa -, ma perché un occidentale, sempre più solo potenzialmente ricco anche di cultura e di storia, debba sorbirsi ore di volo per coltivare i bananeti della propria sfiga.



Avviso ai consumatori
Questo libro, in parte, può essere meglio apprezzato (o detestato) da chi già conosce i paesi in questione. Solo chi già c’è stato, infatti, potrà riconoscere, più rapidamente di altri, punti di riferimento e atmosfere, a volte, celati fra le righe. Per chi non ha mai visitato il Tropico Banana, invece, questa lettura offrirà una prima infarinatura di taglio, ce l’ho messa tutta, ben lontano dai cliché patinati dei dépliant turistici.
I fatti narrati vanno storicizzati, congelati nel periodo cui si riferiscono: il 1999 (anno di grandi cambiamenti) per la parte cubana, l’ultimo decennio del Novecento per quella brasiliana. Tentare di estendere e adattare le situazioni descritte a un periodo successivo, in paesi così suscettibili alle trasformazioni, sarebbe una forzatura falsante.
Ai lettori la parte ‘brasiliana’ potrà apparire meno compatta di quella ‘cubana’. Ciò è dovuto al fatto che è stata scritta a più riprese e ambientata a diverse latitudini (il Brasile è un luogo dell’anima), in cinque lunghi anni attraversati da fasi pre/durante/post-matrimoniali dell’autore-protagonista (muà), con conseguenti rapporti mutevoli nei confronti del, continuiamo pure a chiamarlo così, ‘gentil’ sesso. Il taglio che ne risulta, dunque, è volutamente frammentario: brevi flash che, spero, riescano a comunicare emozioni e a dare un’idea - anche senza seguire un principio di omogeneità tematica e anche a chi non c’è mai stato - del País Maravilhoso.

Ringraziamenti
A Zio (Filippo), per parte della parte do Brasil; ad Àgnel, compagno di merende cubane; a Valeria, maestrina di Vigevano cui devo i primi (secondi) rudimenti dell’ABC.



 

PARTE PRIMA

J&J
Jineteros, Jineteras (e molti Tarzan)
Dollari e italiani a Cuba







Il Cocodrilo verde
Da qualche anno, non sazio di direttori perennemente in riunione, segretarie-filtro dalle maglie strettissime, photo editor meteopatici, per vendere le mie foto di viaggio alle riviste non mi limito più a scrivere testi in rima che le accompagnino, didascalie accuratissime, informazioni pratiche da agenzia turistica. Per non parlare dei costi delle attrezzature fotografiche, della fifa dell’aereo, delle galline negli autobus e di qualche pulce nei materassi. Mi sono anche dovuto mettere a scrivere intere guide di viaggio, tomi sottoretribuiti che mi succhiano energie e gradi della vista: i mesi passati sul computer non corrispondono esattamente all’immagine romantica, chatwiniana-marcopolista che il lettore, idealizzando, si fa del fotogiornalista di viaggio.
La guida, oltre che una fonte minima di guadagno (le royalties sono un’elemosina, se si considerano il tempo e le spese sostenute), è però un buon biglietto da visita, molto tangibile, del che cosa faccio. Non per darmi un ruolo elitario nell’universo (un filo di narcisismo è innegabile, comunque presente dal momento in cui Io salgo in cattedra e scrivo, qualunque cosa, per gli altri), ma per offrire un curriculum sotto forma di oggetto sfogliabile, annusabile, incendiabile, da usare per tavoli zoppi, ecc., che ti faccia ricordare tra le orde infide della concorrenza.
Il mio viaggio a Cuba è impostato all’ombra di una ‘missione’, di uno scopo produttivo-indagativo che va oltre il puro divertimento e la curiosità da turista-viaggiatore (dibattito annoso, quest’ultimo, sul quale non ci provo nemmeno di lontano a disquisire): mi trovo lì per scrivere una guida, per un altro editore, da cui deriva indirettamente la prima parte di questo libro. Non sono un turista ‘mordi-e-fuggi’, sessuale o per caso, né un viaggiatore no limits che fa suo punto di orgoglio quello di vivere a Cuba con cento lire al giorno, né un crociato contro queste o altre categorie. L’unica etichetta che mi sento di attribuirmi è quella di extranjero dotato di una certa curiosità ficcanaso, finalizzata a partorire un oggetto che farà condividere, o meno, il mio modo di conoscere quel luogo.
Il risultato cartaceo del mio viaggio (la guida), inoltre, scopo nobile, permetterà a una serie di persone - affittacamere, ristoratori, autisti - di avere un miglioramento economico nella lotta quotidiana per la ricerca del dollaro, moneta a Cuba più importante, se possibile, che altrove. L’economia pazzoide del paese, infatti, dà allo straniero minimamente dotato di Lincoln, Franklin e Washington un piedistallo, un divario rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione locale che, se diffuso in tutti i paesi poveri del globo, a Cuba assume una dimensione unica: fatta di piccole sfumature, di apparentemente insignificanti particolari quotidiani, in realtà molto illuminanti per capire l’anima più intima dell’Isla Grande. Da qui il sottotitolo Dollari e italiani a Cuba, entrambi piloni della vita e dell’economia cubana (i primi sicuramente più dei secondi), dunque tema conduttore degli episodi narrati.
La mia, dal punto di vista dei cubani, è una posizione privilegiata: oltre che portatore di dollari in quanto turista straniero, rappresento una persona potenzialmente pericolosa/redditizia. Importante, direi, se la parola non mi facesse paura e non mi ricordasse qualche politico o salottiero televisivo. Il potere di dire «questo posto è meglio di quello», di infierire piccole, meschine vendette sulla nuca di chi mi ha trattato male con cani isterici in casa, guida da assassino o truffe e piatti velenosi, inquieta non solo le mie vittime, ma anche me stesso.
Altro fattore importante di questa mia ‘diversità’ rispetto alla maggioranza dei visitatori - sottolineata solo perché condiziona i fatti narrati - è che, somaticamente, a volte sono passabile per cubano, almeno finché non apro bocca. I lineamenti latini di un europeo sono facilmente confondibili nella società cubana, meticcia per costituzione. Ciò può essere fonte di una buona serie di equivoci: se in certe occasioni sono ‘animale raro’ in quanto straniero, altre, magari quando mi aspetto di essere trattato, appunto, da animale raro, l’essere confuso per cubano può dare origine a situazioni buffe e assurde.
Tutto questo sproloquio introduttivo dovrebbe servire a giustificare, nel corso della lettura del libro, il rapporto leggermente distaccato, rispetto agli altri visitatori stranieri, nei confronti della realtà cubana: a far meglio capire al lettore certi atteggiamenti dei cubani e alcune situazioni descritte.
Comprendere Cuba e i cubani, in fondo, anche dopo un lungo periodo, è molto difficile, se non impossibile: le situazioni surreali si succedono continuamente, e anche dopo più viaggi nell’isola, se se ne sono imparati certi meccanismi pratici, altri, mentali, non vengono quasi mai capiti sino in fondo. Forse solo in Brasile, e non sempre, si possono respirare situazioni così a metà strada fra il sogno e la realtà. Ci si creano delle convinzioni, ma potete star certi che al viaggio successivo saranno regolarmente smentite. In questo, forse, più che per qualsiasi altro aspetto geografico, politico o culturale, Cuba è un luogo unico sul mappamondo.
Capire gli italiani a Cuba, presenza massiccia, quasi neocoloniale, è un po’ meno difficile. In Italia, nelle agenzie di viaggio, ci si vergogna a prenotare un volo per Cuba, e all’atto della prenotazione si sussurra, con un filo di voce, il nome dell’isola: si viene immediatamente identificati, dalle gentili impiegate scosciate, come turisex. Le orde migratorie dei nostri turisti sessuali (ieri prettamente maschili, oggi anche femminili), si dirigano a Cuba, in Kenya o in Thailandia, più o meno hanno sempre le stesse caratteristiche ed esigenze (amanti a buon mercato, essere considerati dei dongiovanni - anche se grazie ai dollari, ma l’importante è non dirselo -, pasta al dente). Questa, però, non è la sede per una condanna dei mali e dei vizi del ricco Occidente, né delle miserie del Sud del mondo. Tanto meno di chi scuoce la pasta. Occorrerebbero analisi approfondite, un libro a sé, sul perché e il percome devo prendere un aereo e farmi qualche migliaio di chilometri per trovare una fidanzata; sul perché e il percome la mia vicina di porta debba prendere un aereo e farsi qualche migliaio di chilometri per trovare un fidanzato; sul perché e il percome io e la mia vicina non ci fidanziamo (risparmiando, tra l’altro). Troppo facile condannare una jinetera (“fantina”, “cavalcatrice” dei turisti) cubana, troppo facile condannare un nostro turisex. Le due macchine, evidentemente, funzionano male, gli ingranaggi non collimano alla perfezione, scricchiolano. Puntare il dito contro le vittime di uno o più sistemi imperfetti non aggiusta il guasto alla fonte.
Altro motivo conduttore di questo libro, dunque, è lo scottante rapporto con il sesso mercenario, da viaggio, così importante per chiunque, premeditatamente o meno, si rechi a Cuba (le eccezioni, attorno all’uno per mille, confermano la regola). La scelta del tema è ancor più dovuta se si considerano i recenti stravolgimenti - fondamentali per i visitatori stranieri - nel rapporto fra i turisti e tutto ciò che illegalmente ha a che fare con loro: le nuove leggi imposte da Castro (contro la prostituzione, i ruffiani, gli spacciatori, gli abusivi di ogni genere) stanno stravolgendo un sistema ormai consolidato. Generazioni non più sorrette dall’economia sovietica, in parte abituate a vendersi al migliore offerente, si sono ritrovate, da un giorno all’altro, senza un’occupazione né un’alternativa, se non la galera. Anche il turista più superficiale, quando mette il naso fuori dal villaggio tutto-compreso, percepisce che a Cuba le cose stanno cambiando (sono mai state veramente stabili?), e non solo nei rapporti con il sesso.
La scomparsa del dio Fidel, prima o poi, renderà inevitabile un ulteriore cambiamento, traumatico o meno, comunque profondo. Allora, ancora una volta, il popolo cubano, apparentemente passivo rispetto alla staticità istituzionale delle cose, si adatterà camaleonticamente al nuovo status, nel bene o nel male, secondo l’abitudine interiore al surrealismo del Cocodrilo Verde.





Insegnare la salsa stanca
Ernesto ciondola di fronte al Cabaret Nacional, una fresca sera di marzo. Dentro mi sono appena sorbito uno spettacolo sul quale Fellini avrebbe potuto ricamare almeno cinque film e un paio di documentari. Ballerine in là con gli anni, cellulite sotto riflettori impietosi e calze a rete rammendate troppe volte. Vecchie cantanti leopardate con acconciature da telenovela e trucchi pesantissimi, colanti. Il mago dallo sguardo ammiccante. Un’orchestrina tutta trombe squillanti che, grazie al tavolo in prima fila, mi ha disintegrato i timpani. Tutto questo ben di dio per soli tre dollari.
All’uscita cerco di riprendermi, mi ronzano le orecchie e sento, sì, devono essere proprio loro, una famiglia di elefanti che mi corre dentro. Per risvegliare i sensi ovattati mi bevo una Malta, bibita zuccherosa che a Cuba bevono solo i bimbi, le educande e i turisti eccentrici.
Dall’altra parte della strada sento quattro occhi puntati addosso. Sono quelli di un giovane mulatto, con una faccia poco rassicurante e diversi tatuaggi sulle braccia - il più appariscente è un diavolo con forcone, roba da integralisti metallari -, e quelli di una ragazza, carina quanto troppo giovane. Sono seduti su dei gradini e mi stanno studiando. Guardo qua e là, facendo finta di niente. Ormai sono abituato ai J&J, i jineteros e le jineteras.
I primi, detti anche pingueros, per chi non lo sapesse, sono una specie di camaleonti truffaldini tuttofare che si industriano, giorno e notte, per spillare qualche dollaro agli stranieri. Non necessariamente cattivi o violenti: la stracciolata economia cubana, i troppi influssi occidentali e l’irruenza giovanile li spingono ad agire contro la legge. Un lavoro ‘normale’, quando e se si trova, rende dai sette dollari in su (poco in su) al mese, cifra con la quale non si arriva mai al 31, nemmeno con la libreta, la discendente cubana della nostra tessera annonaria. Pertanto sviluppano la fantasia e la capacità imprenditoriale di rifilarti tutto ciò che sia possibile rifilare, purché en divisa, in dollari: ragazze/i, droga, taxi abusivi, casas particuláres (camere in affitto), paladáres (ristorantini privati), guide della città, puros (sigari) fasulli o trafugati dalle manifatture statali, monete o banconote con il Che a qualche dollaro, quando in realtà valgono pochi centesimi. Se avete qualche altra idea o esigenza potete star tranquilli che vi risolveranno il problema. Con una commissione, claro.
Le jineteras, invece, si occupano solo del ramo sessuale. Come dice il nome, ‘cavalcano’ i turisti. A volte sono aiutate nel lavoro da una sottocategoria specializzata di jineteros, i cosiddetti chulos: ruffiani che le scortano, presentandole al cliente straniero come cugine o sorelle. A volte, in realtà, ne sono i mariti.
All’inizio del 1999, inasprendo radicalmente un clima inaugurato un paio di anni prima, Fidel Castro diede un deciso ALT! a tutto questo commercio illegale. Stanco di vedere dipinta l’isola della Revolución come un bordello a cielo aperto dai media occidentali, e memore del fattaccio di Guanábo dell’autunno 1998 (allora, nella spiaggia/colonia italiana furono uccisi due turisti italiani), il líder máximo inaugurò e applicò una serie di leggi durissime contro tutto ciò che, illegalmente, aveva a che fare con il turismo. In un discorso dei suoi alla televisione, oro colato per i cubani, disse, più o meno così: «Basta donne che si vendono per un paio di scarpe, basta jineteras, basta chulos!». Sulla Granma, il quotidiano del Partito Comunista Cubano, furono pubblicate a puntate le nuove leggi (di protezione dell’indipendenza nazionale e dell’economia di Cuba), davvero impressionanti.
Oggi una ragazza che si vende a uno straniero, dopo un primo richiamo, un secondo breve assaggio di ciò che le può capitare (una multa di circa 50$, un taglio di capelli da lager e una settimana di vacanze spesate a Villa Delicia, una galera alla periferia dell’Avana che di dolce ha solo il nome), la terza volta che viene beccata può subire una condanna, realmente applicata, che arriva ai vent’anni. Lo stesso vale per tutto ciò che le ruota attorno: gli affittacamere che permettono alle jineteras di entrare con i turisti sono accusati di sfruttamento della prostituzione e viene loro tolta la licenza. Dei ruffiani è probabile che, una volta in galera, sia buttata via la chiave, mentre per gli spacciatori si può arrivare, in casi particolari, addirittura alla pena di morte. All’Avana ora regna una specie di coprifuoco e tutte le vie del Vedado, del Centro, della Città Vecchia e di Miramar - le zone più frequentate dai turisti - sono pattugliate da poliziotti che vigilano a ogni incrocio. Collegati tra loro da un auricolare, rendono L’Avana una delle città più sicure al mondo, senz’altro la capitale più tranquilla (apparentemente) dell’intera America Latina.
Questo clima poliziesco ha stravolto il modo di vivere di parte delle ultime generazioni, almeno di quelle abituate a campare esclusivamente con le risorse date loro da madre natura. Chi, prima, si vendeva ai turisti con la più assoluta disinvoltura, e finiva con l’essere invidiata/o dai vicini per la quantità di dollari che portava a casa, oggi continua a fare lo stesso mestiere - non ne conosce altri, il mercato non offre alternative altrettanto remunerative -, ma deve agire di nascosto, usare stratagemmi da perseguitato politico per non farsi arrestare. L’aspetto tragicomico, in tutto ciò, è che se i cubani vengono pesantemente stangati per ogni reato commesso, piccolo o grande che sia, gli stranieri, a meno che non commettano qualche strage a mezzogiorno nella piazza principale, rappresentano una specie di casta intoccabile. Ambasciatori del dollaro, di cui tanto il governo ha bisogno, gli extrajeros possono fare, più o meno, ciò che vogliono.
Dipinto lo sfondo, ecco gli attori.
 «Senti, vieni qua, per favore.»
Il senti, in italiano, è ormai entrato nel vocabolario cubano. Tutti i J&J lo usano per chiamare un interlocutore al 99% delle probabilità italiano (zaino Invicta, cappello ggiovane da pescatore, basetta mefistofelica, pizzetto alla Italo Balbo, se carabinieri; scarpe Superga e in bikini all’entrata di una chiesa, se donne). A volte questo/a, magari, è tedesco/a, ma non importa: lo/la chiamano con il senti, ugualmente.
La fanciulla sorridente sembra indicarmi. Mi guardo attorno. Sì, parla proprio con me. Attraverso la strada, sono incuriosito. Sono ben educato, rispondo sempre al richiamo della foresta. E voglio sentire quale scusa si inventeranno questa volta per spillarmi qualche dollaro.
«Dici a me?»
«Sì proprio a te. Come ti chiami? Di dove sei?»
«Pietro, Pedro. Italiano, lo sai già. E tu? Anzi, e voi?»
«Io mi chiamo Daimí.»
«Io Ernesto. Mucho gusto. Che fai? Vai da qualche parte?»
Ernesto parla un ottimo italiano. Non ci provo nemmeno a combattere con il mio spagnolo.
«Come mai parli l’italiano così bene?»
«Vivo a Roma, sono qua in vacanza, per un breve periodo, poi tornerò là. Allora, che fai?»
«Non so, conoscete qualche altro posto interessante, qui vicino?»
«Il Palermo, è dietro l’angolo. Fanno musica dal vivo, e non è niente male.»
Mentre parliamo osservo Daimí, che non ha smesso di sorridere. Mi sembra molto, troppo giovane. Pelle bianca, capelli biondi a caschetto, braccia esili piuttosto pelosette.
«Scusa, ma quanti anni hai?»
«Diciotto. Vuoi vedere il carnét?»
«No, non importa...»
Se si trovano in giro i sigari falsi, che ci vuole a falsificare una carta d’identità? Avrà anche diciott’anni, ma ne dimostra non più di sedici. Scatta il panico. Già vedo i titoli della Granma:
Pedofilo italiano arrestato
Le sorrido, ma cancello al volo dalla mente ogni pensiero birichino che potevo essermi fatto.
«Va bene, andiamo al Palermo. Ma ognuno paga per sé, ok?»
«Io ho i soldi, ma Daimí no. Costa solo 5$, puoi pagarle l’entrata?».
Di solito sono contrario a questo genere di contratto, le discoteche hanno le entrate intasate di fanciulle in fila mentre aspettano un turista qualsiasi che paghi loro l’ingresso. Non voglio essere l’ennesimo gonzo, però stasera non so dove andare. Ernesto e Daimí conoscono i locali.
«Va bene, andiamo.»
Prima di incamminarci un poliziotto di ronda ci passa davanti e, con il dito, fa un gesto a Ernesto, come a dire “sta attento!”. Il mio nuovo amico è conosciuto dalle forze dell’ordine.
«Noi andiamo avanti, e tu ci segui a una certa distanza. D’accordo?»
Così impongono le nuove leggi di Fidel: una cubana o un cubano che non siano guide turistiche ufficiali non possono accompagnare gli stranieri per strada, altrimenti vengono fermati dalla polizia che ne controlla scrupolosamente le generalità. Una seccatura interminabile, da evitare.
All’entrata del Palermo, situato nell’angolo più buio e losco di tutto il centro, forse di tutta Cuba, domina un Buddha butterato di duecento chili che cola appollaiato su uno sgabello. Dev’essere in acciaio temperato, lo sgabello. Buddha, invece, dev’essere di stracchino e, come ogni cosa lì nei paraggi, ha un’aria poco rassicurante. Il ghigno che emette mentre riceve i 5$+5 è tutto fuorché tranquillizzante. Con una mano, una specie di pala da pizzaiolo, scosta seccato la pancia dalla porta per farci entrare.
Dentro è buio pesto e sul palco imperversa un’orchestra di salsa, uno dei generi che più detesto. C’è di peggio, siamo d’accordo, ma da quando ‘sta roba ha dilagato sul mercato italiano assieme ai suoi cugini di campagna (merengue e cretini simili), divenendo una specie di ballo del quaquà di massa per casalinghe insoddisfatte, mi esce dai pantaloni. Dal momento che è entrata nel business e muove miliardi, ovviamente i cubani ci marciano un bel po’ con questi complessini tutti uguali: cantanti pacchiani con vocine in falsetto, ritmi trascinanti per i primi due minuti e sfinenti dal terzo in poi, volume sempre oltre la barriera del suono. E poi, io, le anche, non le so mica muovere come loro, vivessi qui per cent’anni. La vecchia Trova e la vera musica tradizionale cubana, tipo Chan Chan, bisogna andarle a scovare nelle rare sale apposite, grandi come sgabuzzini e spesso intasate di turisti. Oppure vedersi un film di Wim Wenders, con tutti i postumi che ciò può comportare.
Ordino una Tropicola, sostituto antiyankee della Coca. Quest’ultima, peraltro, arriva nell’isola, nonostante il blocco economico, via Messico. Il surrogato, invece, è così buono che alcuni turisti lo chiamano Tropimierda, e l’orrendo chinotto, in confronto, è il nettare degli dèi.
Ernesto tira fuori dalla maglia una bottiglia di rum intonsa, imboscata prima di entrare. Qui la pagherebbe il doppio, e parte in quarta con l’alcol, diluendo la Cola che mi ha chiesto di offrirgli.
Daimí è strana, a giudicare dalla luce degli occhi. Alterna momenti di sorriso rilassato a lampi di tristezza profonda. Questo moto ondivago è ripreso nelle sue domande, alternate a lunghi momenti di silenzio. L’alcol, in compenso, lubrifica la lingua di Ernesto, che sembra un fiume in piena.
«Che cosa fai, in Italia?», gli chiedo.
«Insegno salsa a Roma da diversi anni, ma non ne posso più. Tutte quelle vecchie... Però Roma è una città bellissima, non la cambio con nessun’altra.»
«Ma, allora che ci fai qui?»
«Vedi, ho dovuto sposare, come investimento, una cinquantaduenne, ricca. Io ne ho trenta. Ogni volta che devo fare l’amore con lei mi viene da vomitare. Chiudo gli occhi e penso che abbia vent’anni. Poi mi ubriaco. Adesso sono ricco e pieno di ‘amici’ che cercano di spillarmi un po’ di soldi. Sono riuscito a venire qua con un bel gruzzolo e, con la scusa che avevo nostalgia dei miei, è già un mese e mezzo che non la vedo. Lei mi telefona in continuazione, per sapere quando torno. Non so più che scusa inventare per rimanere e farmi mandare dei soldi...»
«Dille che sei stato ricoverato, o che hai una zia morente» suggerisco.
«Buona idea, farò così!»
Ernesto, ormai borracho marcio, dopo avermi fatto notare che veste jeans Verace, prova tangibile di ricchezza acquisita, si perde tra gli umpappà della salsa. Rimango con Daimí, seduto al bar. Molto meglio.
Che la diciottenne sedicenne sia un po’ picchiatella ne ho già quasi la certezza: il fatto che, con uno scatto improvviso, tiri violentemente la lattina vuota di Tropicola sulla schiena del barista, me lo conferma.
Scagliata la prima pietra, ritrae la mano e osserva noncurante l’orchestra. Rimango inebetito a rimirare l’ira del barista, ovviamente rivolta a me, l’unico del locale che lo sta osservando. Come a dire, ti è piaciuto? Ne vuoi un’altra? Piena?
«Sei scemo? O ubriaco?», mi fa, avvicinandosi con aria minacciosa. Non riesco a togliermi dalla faccia un sorriso a metà strada fra il panico, lo sbigottimento e la voglia di rotolarmi a terra dal ridere. Sicuramente pensa che sia stato io a lanciargli la lattina di Tropicola, bibita con la quale, nonostante gli ingredienti velenosi, è davvero impossibile ubriacarsi.
«Mi scusi, ma io non c’entro», provo a dirgli. Anch’io mi metto a guardare l’orchestrina, l’ultima cosa al mondo che vorrei osservare. Dopo il barista.
Il tipo boffonchia qualcosa di brutto contro i turisti imbecilli ubriachi drogati rompicogl ma non mi macella, come sarebbe giusto che fosse in qualsiasi altro bar del mondo. La solita intoccabilità cubana degli stranieri, specie di razzismo al contrario, tutto da discutere.
«Pedro, perché non compri un po’ di coca? Costa solo 20$ al grammo. Possiamo andarcela a tirare da me, se vuoi...»
Ernesto, sussurrandomi la nuova proposta commerciale all’orecchio, questa volta non parla della Tropicola. Ha un alito al rum molto pesante e barcolla.
Finalmente ho capito il mio ruolo cardine nel corso della serata, oltre al motivo per cui una persona apparentemente normale, da un momento all’altro, prende a lattinate le schiene dei baristi. Sono la banca per le necessità tossicomani dei due. Daimí, sicuramente neofita del genere, ma già bella in là, serve da esca per i turisti, Ernesto è il Grande Consumatore.
«Ragazzi, grazie davvero per la bella serata. Mi è venuto un attacco improvviso di mal di testa. Devo aver bevuto troppa Malta.»
Italiano pedofilo e cocainomane arrestato. Condannato a vent’anni
Il titolo della Granma si è allargato.
«Ci vediamo domani davanti al Nacional. Buona notte.»
Mi alzo e me ne vado. Sono a Cuba per Alte Missioni, non per guai orrendi.
Rivedo Ernesto, sempre sui gradini nei pressi del Nacional, una quindicina di giorni dopo. È dimagrito mostruosamente, e di Daimí nemmeno l’ombra.
«Come stai? E Daimí?»
«Senti, non ne parliamo. Ero fidanzato con sua sorella, una bionda bellissima, e quella cretina è andata a dirle che abbiamo fatto del sesso. La mia ragazza le ha creduto e mi ha lasciato. Adesso, ogni volta che vedo una bionda per strada, oltre a un certo attizzamento, mi viene da piangere...»
«E tua moglie? Non dovevi tornare in Italia?»
«La polizia mi ha sequestrato il passaporto italiano, con la scusa che ho oltrepassato di due giorni il limite massimo di permanenza a Cuba. Per ridarmelo mi hanno chiesto 2000$, ti rendi conto? Dove li trovo? Passo le giornate a sniffare, guarda come sono dimagrito» si alza e tirando la cinghia dei pantaloni mi fa vedere che lì dentro di Ernesti ce ne starebbero due. La matematica, per non scomodare la logica, direbbe che se la polvere, anziché infilarsela su per il naso, la vendesse potrebbe trovare i soldi e lasciare il paese, ma non voglio annoiare il mio amico con pensieri così banali e borghesi, da ragioniere.
«Sono tre giorni che non mangio. Oggi ho beccato degli americani e abbiamo passato il giorno a tirare, ma nello stomaco non ho messo niente. Ci andiamo a bere un mojito al Palermo?» «No, grazie, sono molto stanco e sto andando in albergo. In bocca al lupo, ci vediamo.» Il mojito, lo so, finirei col pagarlo io. Per non parlare delle noccioline.
Rivedo Ernesto per l’ultima volta qualche giorno dopo, sempre nei paraggi del Nacional. È appoggiato a una panchina, mezzo gobbo, mentre vaneggia deliri alla Scarface, quando stanno arrivando i colombiani a presentargli il conto: tutto solo, barcolla in mezzo alla strada. I vestiti sono pressoché vuoti, e un poliziotto lo guarda con aria disgustata. Probabilmente nei prossimi cinque minuti lo porterà dentro. Imbocco la prima traversa e schivo ciò che non voglio vedere.




Vamos a la disco
La maggior parte dei turisti italiani di sesso oranghide che visita Cuba, molto probabilmente, non ha mai messo piede in una discoteca del Bel Paese. Giunto nell’isola caraibica, però, si trasforma camaleonticamente in Fred Astaire. Anche se dotato di gambe insensibili a qualsiasi ritmo, in pratica due piloni di cemento armato, pancia che sposta pericolosamente il baricentro e anche paralizzate, l’italiano medio non si perde una discoteca che sia una. È la prima cosa che cerca non appena arriva in città, con le valigie ancora in mano domanda ¿Donde está la disco?, poi, forse, si procura un albergo e un ristorante.
Ormai lo avrete capito, l’italiano (ma anche lo spagnolo, il canadese, ecc.) non è che abbia la smania di mettere alla prova il suo corso invernale di salsa seguito nel circolo sociale sotto casa, ma è a caccia di chicas. La discoteca - quelle poche non chiuse dal repulisti castrista -, in effetti, dopo l’applicazione delle leggi antiprostituzione, è l’ultima spiaggia per il turisex, che non può più contare sugli approcci spudorati dei bei tempi che furono, in spiaggia o in strada, alla luce del sole. In molti locali, però, la polizia ha iniziato a controllare ossessivamente le ragazze che vi lavorano: la richiesta del carnét, la carta d’identità, è capillare e costante, e quelle trovate ‘fuori zona’ - venute da un’altra regione dell’isola dove il controllo poliziesco è maggiore o il flusso turistico minore - vengono portate al commissariato per accertamenti. Al settecentesimo controllo diverse ragazze si stancano delle mille difficoltà della professione e tornano al paese di origine, provando a reinventarsi dal nulla un mestiere qualsiasi.
L’aspetto interessante è che agli stranieri che frequentano i postriboli non viene torto un capello: né chiesti i documenti né detto alcunché di monito, a meno che non si accompagnino a dodicenni che dimostrino dieci anni o intervengano a far valere i diritti del/la loro accompagnatore/trice, tronfi del dollaro e della loro apparente invulnerabilità nei confronti delle leggi cubane.
L’approccio in discoteca segue un excursus sempre uguale, un rituale inossidabile nel tempo.
Entra il lui, mediamente sulla cinquantina, pancia che gli apre la porta, pelata da francescano, ditocce grasse con i capelli, sguardo acquoso e per nulla da francescano. È arrivato Giovanni Travolto (dalla propria sfiga), il padrone della disco, magnanimo di sguardi da scanner nel primo minuto per individuare in fretta che cosa offre la ditta stasera. Controlla la quantità/qualità dei sorrisi che immediatamente gli vengono profusi dalle fantine in cerca di cavaliere dotato di portafogli. A volte ne invita un paio dall’esterno, le quali attendono pazientemente lo zio di turno che paghi l’ingresso e tutto il resto. In certe occasioni, addirittura, l’italiano deve pagare l’entrata anche a un cubano, perché la legge proibisce l’ingresso a una cubana priva di accompagnatore compatriota. Ci si può ritrovare, dunque, a pagare il biglietto per un’intera comitiva.
Dentro impazza la musica più commerciale (Back Street Boys, Cher, robe così), intervallata alle hit del momento di salsa, allo storico brano Chupa el pirulí (che tradotto letteralmente vorrebbe dire ‘succhia il ...’, ma che nel 1999 cantavano anche i bambini negli asili) e a qualche pezzo di Giovannotto, Ragazzotto o Pava Rotto. Una clientela, una faccia, un sound.
«Olelé, olalá, faccela vedè, faccela toccà...», in romanesco nella disco.
L’autore del proclama non è Guido Cavalcanti, ma il dj cubano che, formatosi alla raffinata scuola italiana di Ostia Mare, fa sentire a casa loro i Sigg. avventori con questo manifesto politico urlato al microfono, tra un pezzo e l’altro. La prima volta che senti strepitare questo ritornello da stadio/caserma ti fai una grossa risata mista a incredulità. La seconda, dopo cinque minuti, dici vabbè, abbiamo capito. La terza e la quarta inizi a vedere se in giro qualcuno ha per caso dimenticato un machete o una tanica di benzina.
L’italiano ordina qualcosa da bere, si siede per un momento al tavolo o al bar e, tra un sorso e l’altro, scruta il parterre con aria di chi sa, tutto. Quando è lei a inaugurare l’approccio la scusa è, nonostante il terzo millennio, la globalizzazione e gli x-file, ancora quella di quando leggevo Il Tromba: hai da accendere? hai una sigaretta? che ora è? Fantasia a pacchi, insomma.
Se Cacciatore è l’uomo con i peli sul petto, invece, lo vedrete prima o poi, rotto il ghiaccio a suon d’alcol, buttarsi in pista, a traino della pancia. Il movimento non va oltre l’ondulazione da hula-hop delle rotule, ma l’enorme fascino emanato da un’interpretazione così sensuale e frenetica ha successo: in breve una ragazza si avvicina e, davvero casualmente, ve lo giuro facendomi il segno della croce sul cuore, lo sfiora ripetutamente. Lo sfioramento in breve si trasforma in abrasione da carta vetro supergrossa, quella che si usa per la muffa sulle chiglie dei transatlantici, con le natiche di lei che fagocitano il basso inguine di lui. Così per lunghi minuti, fintanto che il ballerino, con la fronte imperlata di sudore alcolico e l’ascella che gronda spuma di cerveza Cristal, afferra con le mani le anche di lei, nella celeberrima posizione ovina sarda. Da lì all’amplesso la strada è brevissima, qualcuno a secco da un po’ e con l’ormone ebbro probabilmente eiacula nei pantaloni, ma le formalità vanno rispettate, quello è un luogo di classe, per chi ci avete preso, e nessuno si tira giù pantaloni e/o mutande in pubblico. Seguono contrattazioni/inviti classici, arcinoti su tutti i viali del tramonto e le pagine specializzate dei quotidiani di mezzo mondo. Non occorre approfondire.
Dall’universale (filosofico) al personale. A volte, nelle discoteche cubane si incontrano jineteras cui andrebbe fatto un monumento per la strategia di vendita o la gestione clienti. Una sera mi trovavo nella velenosa discoteca di Baracoa, aria condizionata e soppalco di fumo da sigarette da blocco polmonare e, scusate non è per vantarmi, mi avvicinai/venni avvicinato (non ricordo bene chi partì per primo) dalla ragazza più carina del locale. Anima e corpo nerissimi, leopardata, sorriso a sessantanove denti, sinuosità da capogiro. Il sogno standard del turisex. Soliti riti, vecchie storie: strofinamenti, complimenti, sei o sette birre pagate + stecca di sigarette a lei e alle sue tre amiche, bello italiano, sudorini, fantasie erotiche a tons. L’uomo non è di legno.
A un certo punto, quando le gambe iniziarono a cigolare per gli scossamenti musicali, per non parlare dello spostamento del baricentro tutto ad altezza subombelicale, e si poté iniziare a ipotizzare con un certo margine di probabilità un’escalation materassesca, la panterona mi fece:
«Senti, scusa, mi aspetteresti? Sai, mi scappa la cacca, devo andare a casa. Qui non c’è nemmeno la carta igienica. Vado, faccio e torno. Non ti muovere, mi raccomando.»
Sarà per l’educazione che ho ricevuto dalle orsoline, ma rimasi inebetito e balbuziente.
«N-no, no, vai pu-pure, non ti preoccupare, ti aspetto qui.»
Ce l’avrà, l’acqua, a casa, mi chiesi. Se le laverà le mani. Mah.
Poi, però, mi vergognai delle mie stesse domande.
Ovviamente madame non tornò, e quando la rividi nello stesso luogo un paio di sere dopo mi disse «non ti sarai mica offeso, eh?»
Figuriamoci se mi offendo perché una, dopo che si è bevuta le mie dieci birre, deve andare in bagno avendo la delicatezza di snocciolarmi, prima, il menù della toilette.
Torniamo all’universale. Soprattutto a Pinar del Río i nostri compatrioti si sono beccati l’esilarante nomignolo di ‘Tarzan’ dai jineteros che passano le giornate andando a caccia di turisti. Il termine deriverebbe dalla nostra peculiare predilezione per le jineteras di colore più brutte (monos, ‘scimmie’). Basta che sia nera che ci innamoriamo. La cosa buffa è che il nomignolo è stato inventato dai jineteros di colore, gli stessi che con la mona in questione (Trieste non c’entra) non ci andrebbero neanche per dollari fruscianti. Sono disposti a scarrozzarvi per l’intera città dall’alba al tramonto per un paio di dollari, ma con quella NO, nemmeno morti. Noi sì.
Il paradiso del turisex italiano a Cuba, il topòvzetop, almeno fino a qualche anno fa, non erano le iperaffollate Avana o Varadero, troppo ovvie. Il meglio dell’affluenza di squali azzurri si mostrava nella sua più alta espressione a Guanábo, piccola e graziosa cittadina di mare delle Playas del Este, alla periferia orientale della capitale. Lì, almeno sino a poco tempo fa, lo spettacolo di coppie improbabili era la costante del panorama. Di recente, però, il repulisti di Castro si è esteso anche là, e le spiagge sono costantemente pattugliate da poliziotti che richiedono i documenti ai tanti passeggiatori/trici non in cerca di abbronzatura.
Guanábo, poche migliaia di anime, sino a qualche anno fa si era trasformata in una specie di colonia italiana, molto amata, quanto una nota cucina. Come a Goa, le spiagge a est erano territorio dei padani, quelle a ovest monopolio dei terroni. La ridente cittadina vantava una comunità italiana di diverse migliaia di unità, quasi quanti gli abitanti locali, in costante aumento. Prima ragione del flusso turistico erano le jineteras, lì più abbondanti che altrove. Gli italiani del posto, infatti, si erano costruito una specie di eden a base di donne a costo bassissimo, bella spiaggia, sole tutto l’anno, alloggi a prezzi adeguati, discoteche-troiai, un’infinità di ristorantini con pasta davvero al dente, spagnolo parlato solo quando proprio ne avevi molta voglia. Tuttavia, con i nostri compaesani iniziarono ad arrivare altri vizi (soprattutto droga), e nell’autunno del 1998 questa specie di Sodoma & Gomorra Made in Italy è balzata sulla scena internazionale in seguito all’omicidio di due turisti italiani a scopo di rapina. In un luogo così piccolo ben due omicidi erano decisamente troppi. Da allora Castro ha iniziato a stangare.
Oggi Guanábo è il fantasma, ripulito e ordinato, di quello che era un tempo. Alcuni nostalgici italiani, numerosi, la frequentano ancora, almeno per un piatto di spaghetti come De Cecco comanda e sospirando ogni volta che ricordano il bel tempo andato. La polizia, nel frattempo, vigila.




Ruote proibite
Cuba, oltre che per il rum e i sigari, più un’altra serie di amenità, è nota per le máquinas, vetuste automobili prerivoluzionarie degli anni Cinquanta, spesso in piedi per miracolo: bellissime Chevrolet, Dodge, Ford, Chrisler e Buick, colorate, scrostate e rappezzate milioni di miliardi di volte. Visto l’embargo e il tramontare dei modelli, in questi decenni i cubani si sono dovuti inventare, ricostruire dal nulla i pezzi di ricambio, non sempre con risultati efficaci. Viaggiare su queste auto, spesso adibite a taxi collettivi urbani o per le lunghe distanze (colectivos), offre un salto nel passato oltre che, a volte, una prova del nove sulle vostre capacità e cognizioni in maniera di bricolage, applicazioni tecniche, pazienza e abc della meccanica. Non è da escludere, infatti, che durante il viaggio possano rompersi o smontarsi: nel caso dovrete scendere e dare una mano, almeno per spingere.
Il recente ‘giro di vite’ imposto dal regime, però, ci ha precluso, almeno dal punto di vista ufficiale, la possibilità di viaggiare con questi mezzi. Gli stranieri, secondo la nuova legge contro l’abusivismo, dovrebbero utilizzare sempre e solo i costosi taxi delle compagnie più care (auto giapponesi o coreane, dotate di tassametro in dollari e aria condizionata), i cui introiti finiscono direttamente nelle casse dello stato. In realtà, però, se si dovessero usare questi mezzi sulle tratte lunghe, il costo del viaggio supererebbe di un bel po’ quello di un passaggio aereo: ben pochi, dunque, sono i turisti che si possono permettere i taxi di questo genere.
Viste le carenze degli autobus e dei treni (il film Lista d’attesa insegna), e i costi eccessivi dei mezzi ‘leciti’, diversi viaggiatori sono pressoché costretti a utilizzare i taxi collettivi o, almeno, a provarci. Gli autisti corrono grossi rischi a trasportarli - forti multe e, in certi casi, il sequestro della targa -, ma diversi tra loro offrono ugualmente il servizio, pur di guadagnare qualche dollaro. In realtà, se si eccettua qualche autista particulár sponsorizzato da un jinetero a caccia di turisti, attualmente sono semmai gli stranieri a dover convincere l’autista a prenderli a bordo: quasi tutti, almeno alla prima richiesta, risponderanno che non possono caricare ‘merce pericolosa’. Alla richiesta di un passaggio può capitare di sentirsi dare una risposta del tipo:
«Voi stranieri ora siete più pericolosi della marijuana.»
Se accettano di prendervi a bordo, i tassisti per le lunghe distanze vi richiederanno due condizioni: che paghiate, in dollari, ben più di un passeggero cubano (una tratta che un cubano paga 1$ a voi può costarne 10 o 15), che viaggiate nascosto tra gli altri (scordatevi il posto davanti, quello di fianco all’autista) e che vi fingiate muto in caso di blocco stradale della polizia. I viaggiatori che hanno una fisionomia latina sono avvantaggiati, in quanto passabili per cubani. In questo caso può capitare di viaggiare spacciandosi per cubani, addirittura con lo stesso autista e con i passeggeri: basta limitarsi a pronunciare correttamente in spagnolo (con accento cubano, strascicando le parole e togliendo tutte le esse) la destinazione, intrufolarsi tra i passeggeri, sfoggiare uno sguardo distratto e annoiato come di chi fa quel viaggio cinque volte al giorno, tenere la bocca chiusa e pagare quando richiesto. È un caso raro, ma può capitare.
Altri mezzi che fungono da taxi collettivi sono specie di vecchi pickups con un vano posteriore coperto, dove possono viaggiare circa una decina di persone schiacciate e sedute su panche. Questi mezzi sono quelli in cui è più facile nascondersi e giocare al cubano. In tal caso, inoltre, pagherete in pesos, risparmiando parecchio. In caso contrario, ben più frequente, la cifra che sborserete sarà spropositata rispetto alle tariffe per i cubani, ma molto inferiore alla multa che l’autista, se colto sul fatto, dovrà pagare (solitamente dai 75$ in su). La matematica direbbe che i 5-10$ che vi vengono estorti sul costo del viaggio - tutto dipende dalla capacità contrattuale - non coprono una multa di questa entità, e che sarebbe più giusto pagare come un cubano (un cliente in più è sempre un cliente in più) e, nel caso l’autista venga multato, sia il corpo del reato (il turista, l’unico che ha i mezzi per farlo) a pagare la multa. In realtà, ovviamente, nessuno straniero accetta tale rischio, lasciato in toto sulle tasche bucate dell’autista.
A volte, vista la maggior convenienza a trasportare un cliente straniero, l’autista che sta per partire col taxi già pieno può arrivare ad applicare la pratica, poco improntata al galateo, di far scendere un passeggero cubano - magari una donna anziana, che aspetterà il taxi successivo - e caricare il portatore di valuta pregiata appena arrivato in autostazione.
Spesso, una volta giunti a destinazione, gli stranieri vengono scaricati alle porte della città o a breve distanza dall’autostazione: gli autisti temono controlli all’interno del perimetro urbano e non lasciano i passeggeri ‘pericolosi’ all’indirizzo richiesto. Da lì dovranno prendere un mezzo locale - tipo bici-taxi, altrettanto off limits per gli stranieri - per farsi portare all’indirizzo finale. Questi ultimi mezzi incredibili (spettacolari quelli dotati di stereo e casse acustiche sempre a manetta), di recente, sono stati proibiti così come i taxi ‘non turistici’: non tanto per il santo principio rivoluzionario che proibirebbe lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (guidare questi trabiccoli spezza polpacci e schiena), quanto perché potete star certi che un conduttore di bici-taxi non pagherà mai un solo peso di tasse.
Per viaggiare con i mezzi ‘proibiti’, dunque, esiste un vero e proprio codice di comportamento da applicare dal momento in cui aprite la portiera ed entrate a quello in cui scenderete. I taxi più organizzati, soprattutto a Santiago - un po’ la Napoli cubana - viaggiano con i finestrini anneriti, così da non vedere chi c’è dentro, più una serie notevole di adesivi appiccicati sul parabrezza e ninnoli santi di varia natura (effigi della Madonna del Cobre, la patrona dell’isola; bandierine della squadra di baseball preferita; centrini di pizzo tessuti dalla moglie dell’autista): la speranza è che il poliziotto che incontrerete al primo blocco sia così fesso o distratto da non scorgere ciò che viaggia sul sedile posteriore.
Nei mezzi ‘non protetti’ - vetri trasparenti e pochi scudi visivi di arredamento interno -, il viaggiatore impara presto a fare piccoli gesti depistanti da evaso in fuga o da terrorista che ha appena messo la bomba. Proprio mentre l’autista curva a mezzo metro dallo sbirro che annusa l’aria o guarda un fondoschiena di passaggio vi verrà l’irresistibile voglia di grattarvi il naso, o la nuca, o un orecchio, girando la faccia dalla parte opposta. Tutto ciò va corroborato da un abbigliamento adeguato: niente magliette troppo nuove o sgargianti, smaccatamente da extranjero, né occhiali a specchio firmati o piercing: nessun cubano, gracias a Dios, è stato ancora contagiato dalla mania per gli articoli da ferramenta saldati in faccia.
A volte, purtroppo, tutto ciò non basta. Se incapperete in un blocco e il poliziotto aprirà la portiera per vedere chi c’è dentro, non servirà far finta di essere muti o macheteros delle campagne di Camagüey scesi in città. In un nanosecondo vi avrà riconosciuto almeno come tedesco e, preso da parte il tassista, gli avrà fatto valutare, per l’ultima volta in vita sua, la possibilità di gonfiare una camera d’aria da camion, mettersela attorno alla pancia, pregare la Virgen de la Caridad e sfidare squali, correnti risucchianti e guardia costiera tra la prima spiaggia che incontra e la Florida.
Alcuni tassisti, presa con filosofia la loro missione/condanna, fanno subito amicizia con i passeggeri, stabilendo un rapporto di complicità nel criticare le magagne del regime. Non che a casa nostra ne manchino, ma far capire che Cuba non è il peggior posto dell’universo a un ingegnere che per mettere assieme una sottospecie di stipendio si è adattato con la propria Lada a trasportare sconosciuti non sempre profumati e che trattano sempre sul prezzo non è facile.
«Pensavo che fossi spagnolo, dall’accento. Di spagnoli qui ne arrivano a frotte. Tutti maniaci sessuali.»
«Beh, anche noi italiani non scherziamo. Perché, che faccia ho?», ribatto al mio autista, un giorno all’Avana, mentre cerco di guardarmi allo specchietto retrovisore.
«Sì, però avete un altro stile (?). Una volta a bordo ho preso uno spagnolo invasato. Voleva assolutamente che gli trovassi una chica. Gli chiesi che cosa gli piacesse di più di Cuba, domanda ovvia, ma volevo sentire che cosa mi avrebbe detto.»
«¡Caraco! Se volevo delle chiese me ne andavo al Vaticano, mica a Cuba.», rispose l’ammazzatori.
Non tutti i tassisti, però, come in ogni angolo del globo, sono sempre il massimo della condiscendenza, onestà e simpatia. Alcuni andrebbero fucilati non tanto per i soldi incamerati abusivamente a danno della Revolución, problema etico in fondo tutto loro, quanto per la guida da otto volante e tagadà, tutta scatti, strombazzate, frenate antidigestive e, nei casi più hard, logorrea alcolica. Il rum, si sa, da queste parti è buono, ma non è detto che ciò vada riconfermato ogni istante mentre stringi un volante sull’autopista.
Altro capitolo interessante per quanto riguarda i mezzi di trasporto è quello relativo alle costosissime auto a noleggio (mai sotto i 65$ al giorno, se a benzina; il salario mensile medio di un cubano, va ricordato, è di 17$). Queste sembrano fatte apposta per confermare il mostruoso divario economico tra stranieri e cubani: nuove, scintillanti e veloci quelle dei turisti quanto vetuste, corrose e lumacose quelle della popolazione locale.
L’autostrada che attraversa l’isola, più o meno parallela alla vecchia e gloriosa Carretera Central, è un mostro di asfalto all’americana, con settecento corsie sempre deserte. Assolutamente spropositata rispetto al traffico - sarebbe più adatta a certi tratti della California o della Rimini-Riccione verso ferragosto -, è il teatro in cui si svolge la pacifica tragedia di due mondi a confronto. Il vecchio camion cubano di cinquant’anni arranca tra una nube nera di stracci bruciati ai venticinque all’ora su per un pendio appena pronunciato, mentre l’auto particulár Daewoo rosso corrida con targa nera e scritta turismo gli sfreccia di fianco ai centoventi, strombazzando e passandolo sulla destra. Il paese è a sinistra, ma la guida, in teoria, non dovrebbe essere quella anglosassone. Però, vista la lentezza dei mezzi e la loro rarefazione, il cubano ‘veloce’ (35 km/h), intravisto l’ostacolo all’orizzonte - circa 2 km più avanti - inizia il sorpasso di quello lento, mettendosi con un bel po’ di anticipo sulla sinistra. Il turista che arriva, in confronto, alla velocità della luce - schivando buche e autostoppisti suicidi, disperati per l’attesa e disposti a tutto pur di fermare un mezzo qualsiasi -, non può fare altro che suonare come un dannato e, vista l’assoluta assenza di reazione, sorpassarlo a destra. Dopo un po’ ci si abitua e si viaggia regolarmente a destra.
La vera vergogna, però, la si prova (bisognerebbe provarla) quando, sempre a bordo del vostro ultimo modello coreano con colori che mai un campo cubano ha visto, se non su un televisore sovietico andato a male, attraversate un villaggio di campagna situato lungo una via secondaria. È come sfilare in tailleur in una favela, o portare a spasso un barboncino appena uscito dal parrucchiere in mezzo a una gara di pitbull della camorra. Tutti gli occhi puntati addosso, alcuni (molti) con invidia, altri (pochissimi, una minoranza che ha i giorni contati) con disprezzo. Il vostro sguardo basso, a cercare il fazzoletto sul cruscotto, a sintonizzare la radio o a constatare che forse è giunta l’ora di svuotare il portacenere. Però, ‘sti coreani, chissà dove scelgono la tappezzeria. Che fastidio quella mosca sul parabrezza. Qualunque cosa, pur di non incrociare gli sguardi dei villici. Coscienza a pezzi, merito buddhista sottozero.
La vostra ricchezza, oltre a gonfiare direttamente le tasche delle compagnie di nolo e quelle, di rimando, dello stato, contribuisce anche indirettamente alla sopravvivenza di un sottobosco parassita (parcheggiatori abusivi in prima linea). A cominciare dal tipo con i baffi dell’aeroporto di Santiago, ho annotato nome e cognome, che mi ha noleggiato l’auto fregandomi sul pieno. Si è appena ritagliato un secondo stipendio facendomi pagare il pieno del serbatoio, quando questo in realtà è vuoto a metà. E poi lui la benzina la compra in nero, al 50% di quanto i turisti paghino la gasolina especial, quella fatta apposta per loro. Anche la benzina, infatti, che da noi è solo simbolo dell’avidità delle compagnie petrolifere, degli americani, della nostra incapacità di reazione come consumatori e delle tasse strangolatrici, a Cuba è lo specchio del Nord e del Sud del mondo.




Bulla
Più si viaggia nel ‘terzo mondo’ più, al ritorno a casa, già in aeroporto, sarete feriti dal silenzio tombale del ‘primo’. Passare un paio di mesi in Asia, in Africa o in America Latina fa disabituare al bisbiglìo ovattato di casa nostra, rispetto ai tuoni, bombe e granate di casa loro. L’America Centrale e, in particolare Cuba, non sono gli ultimi in classifica di questo panorama chiassoso. Basta confrontare il volume degli annunci all’aeroporto dell’Avana, ben oltre la barriera del suono, con quelli di una qualsiasi sgangherata stazione ferroviaria italiana: i primi vincono a tavolino 10 a 1.
Riguardo a questo tema, le camere delle casas particuláres cubane hanno, in generale, una sola pecca, decisamente insopportabile se si rimane nell’isola per lunghi periodi: la bulla, pronunciato buia, il rumore orrendo. I cubani, vista la carenza di molte cose, amano la quantità, sotto qualunque forma si presenti: cibo, beni di consumo, volume. Chi dialoga non parla né scambia opinioni, semplicemente urla in faccia all’interlocutore, anche se gli sta semplicemente domandando come stai? La musica e la televisione vengono sempre ascoltate a quello che sembra essere il massimo volume consentito dalle casse acustiche subito prima dello sbrindellamento della membrana. In una casa particulár può capitare quasi sempre di ritrovare almeno uno, o più combinazioni, dei seguenti ingredienti velenosi: vicini vocianti; vicini che litigano; vicini musicisti; vicini che s/montano un cancello con il trapano; passanti che urlano, prossimi a impugnare un machete, per questioni di pelota; cani isterici che abbaiano alle mosche; galli e galline insonni; maiali grufolanti; televisione al massimo volume durante la novela e gli incontri di baseball; radio o stereo prossimi alla deflagrazione; venditori ambulanti che si presentano all’alba per piazzare qualcosa; telefoni trillanti in piena notte; altri ospiti in dolce e rumorosa compagnia; treni, camion e autobus a breve distanza dai muri; discoteche di fianco/sotto/sopra uno dei vostri muri; il bar di lato che tenta di far esplodere le casse acustiche per attirare clienti. Tanto rumore per nulla.
A tutto ciò si può rimediare (solo parzialmente) con la diplomatica dichiarazione di intolleranza nei confronti del rumore gratuito al vostro affittuario nel momento di accettare la camera. Altrimenti trovate un vero albergo, non sempre più silenzioso.
Un debole alleato nell’impari lotta contro il maleducato e plebeo mondo dei rumori può essere il viscido ma superutile tappo di cera, da conficcare giù per i canali auricolari tanto più il nemico avanza. Le controindicazioni di questi piccoli amici inizialmente rosa porcellino, poi - man mano che il tempo passa e i cotton fioc finiscono - sempre più nerastri, possono essere otiti più o meno dolorose, unite a una crescente assuefazione: ci si sensibilizza a dormire solo con i tappi, e dopo un certo periodo non si riesce più a farne a meno. Ti sveglia il canto degli uccellini, se sei rimasto senza.
Oltre ad arricchire le case farmaceutiche, queste preziose palline hanno la pecca di affievolire solo i rumorini di sottofondo, ma non quelli forti e improvvisi, tipo il vicino di camera che bestemmia dopo aver sfondato il letto a colpi di reni o il pazzoide con la tv accesa durante la finalissima di qualchecosa.
Tanto più un viaggio dura, tanto più aumenta l’isterismo provocato da elementi ricorrenti di disturbo, rumore tra i primi in classifica. Se rimani un paio di mesi a Cuba non potrai, prima o poi, evitare di scegliere i luoghi in cui alloggiare non più in base al prezzo/panorama sul mare/numero di topi, quanto ai decibel che stimerai, a prima vista, di dover subire. Villa Soroa, magnifico albergo tra le foreste di Pinar del Río, ad esempio, sarebbe ipoteticamente ciò che, a colpo d’occhio, potrebbe rappresentare un buen retiro per chi ha i nervi scossi dai troppi vicini con la mania del bricolage/galli/maiali/fanatici di pelota e novelas già incontrati sul duro cammino dell’esistenza. Le cabañas, una di fianco all’altra, sono disposte su più livelli, tra alberi sui cui rami cinguetta e fischia di tutto, a parte i treni. Finalmente un po’ di immersione totale nella natura. L’unica strada corre a ridosso del complesso, ma sì e no passa un’auto o un camion ogni mezz’ora. Si possono sopportare.
Anche in un luogo così, però, c’è chi riesce a massacrare i timpani e altri importanti organi vitali. Le camere sono attaccate l’una all’altra, per cui se il tuo destino è maledetto puoi star sicuro che in quella di fianco avranno senz’altro sistemato un subumano che la televisione la ascolta fino a far crepare i muri. Chiedi allora alla reception di poterti trasferire in un’altra camera. Non si preoccupi. Ne abbiamo una, davvero ottima e silenziosa, vicino alla piscina.
Va bene. Impacchetti il bagaglio, il cui contenuto avevi appena sparpagliato, e raggiungi la cabaña dalla parte opposta dell’albergo. Hai appeso le camiciole preferite, quelle con i draghi rossi, alle grucce nell’armadio, fatto una doccia dopo la sudata del trasloco, e ti sei buttato sul letto. Finalmente stai iniziando a rilassarti dopo la voglia di pulizia etnica da poco scemata.
Tuoni e fulmini giungono dall’esterno. Il barista ha acceso a manetta la televisione per la gioia dei clienti/spettatori. Cioè lui.
Il giorno dopo pensi che sia saggio trasferirti. La tappa successiva è Viñales, paesino che, così ti hanno giurato, è assolutamente tranquillo. Paesaggi bucolici tra le colline, zero inquinamento. Grotte, fiumi sotterranei, contadini con carretti trainati dai buoi. La città e i suoi rumori sono, dovrebbero essere, lontani.
Appena arrivato noti la quantità impressionante di casas particuláres. Tutte carine, pulite e in legno. Tutte con proprietarie simpatiche e sorridenti. Tutte con ogni animale da zoo, cortile, concorso canino/felino/ippico e presepio che si possa immaginare. Mancano solo giraffe e ippopotami, peraltro non così rumorosi come un gallo cubano o un perro con ansie da vigilante. Girando qua e là con la valigia in spalla sei così stizzito che a ogni casa particulár successiva non dici nemmeno Buenos dias, vuoi solo sapere quanti, quali è perché animali avete voi, maledetti adoratori pagani degli dèi Casino Infernale, Suburra Timpanica e Apocalisse Acustica.
Inferocito dopo la decima affittuaria che alla tua domanda, avete galli?, ti ha risposto no, a cui è seguito un bel chicchirichì, accompagnato dalla didascalia non è nostro, è del vicino, sei in down di kerosene per lanciafiamme e ti aggiri con le pupille rosse fuoco per le due vie del paese in cerca di una scheda telefonica per chiamare uno dei pochi, costosissimi alberghi della zona. Nonostante abbia pochi soldi in tasca, hai deciso che stanotte dormirai senz’altro in un hotel, non importa se dissanguerai il tuo budget, ciò che è fondamentale sono dieci ore di sonno filato senza fattori di disturbo ingiustificato. Non lo sapevano, da queste parti, che saresti arrivato?
Di schede, però, sembra non averne nessuno, anche perché i telefoni scarseggiano. Ne vedi uno davanti all’ufficio postale. Entri nel correo e chiedi se hanno una tarjeta. Un’impiegata bionda ossigenata e vaporosa, una specie di Barbie allargata di origini africane, visto il bagaglio sulle spalle, ti domanda se per caso stai cercando una camera.
«Claro, pero sin gallos ni perros» rispondi, a pezzi.
«Io ho una casa senza galli né cani.»
Esistono posti così a Cuba? Ormai disperavi. Chissà quali altri atroci fonti di rumore ci potranno essere. Chiarisci subito le clausole del contratto, anche le postille piccole piccole.
«Senti, vorrei passare qui almeno due o tre notti, ma ho bisogno di dormire. È l’unica cosa che chiedo. Hai un letto con un tetto sopra e i materassi alle pareti?»
Vieni preso per manina, come si fa con gli ebefrenici, e condotto all’ultimo piano di un condominio. La voce della bionda è calda e rassicurante, il suo sorriso molto di più. Poverino, si sta dicendo, guarda come si riducono in Europa a forza di lavorare e comprare auto.
La camera, in effetti, sembra silenziosa. In casa vivono solo il padre e la madre della ragazza e, a parte le schifose sigarette Populár del proprietario, non sembra che ci siano grossi elementi di disturbo.
Va bene, rimani.
Le giornata trascorre piacevolmente, tra pedalate verso le grotte e camminate a vedere il gigantesco murale che decora una parete rocciosa nei dintorni. Il pittore, senz’altro un megalomane, si è limitato a dipingere un’intera montagna, raffigurando la sua idea di mondo preistorico. Chissà se i dinosauri facevano tanto baccano, strano, è l’unica cosa che riesci a pensare mentre li osservi a mento all’insù.
La sera, quando torni a casa, stanco e con la giusta esigenza di riposarti dieci minuti dopo la doccia, hai pedalato come un povero ciclista privo i sostanze antisportive, inizia la via crucis. Vicini vocianti che portano i saluti. La bionda che arriva con la figlioletta di due anni e inizia a ballare in salotto al suono di Chupa el pirulí, emanato a manetta dalla radio. Sedie trascinate. Ciabatte sciabattate. Vicini che bussano per chiedere un martello. Magari anche un paio di chiodi. Mezzo limone? Un pugno di sale?
Dopo cena comincia la sessione hard. Quella del tardo pomeriggio era solo il riscaldamento, l’aperitivo. Il tipo di sotto sta montando un’inferriata antiladro col trapano e la sega circolare. Una scrofa di mille chili grufola e spetazza nel cortile. All’ora della novela arrivano quindici inquilini tvprivi e, tutti insieme appassionatamente, si sistemano in circolo in salotto, con il catodo a volume preesplosivo e un paio di bottiglie di Bacardí al centro. Un cane isterico alla catena, ad almeno trecento metri in linea d’aria, ma perfettamente sintonizzato sulle tue frequenze, urla la propria solitudine nella notte.
Dopo esserti infilato i tappi sino alla terza falange, ormai sei alle nocche, lentamente e con sveglie a cadenze orarie, fai finta di dormire. Tutti si calmeranno, prima o poi, ti dici sbavando fiele verde sul cuscino, tutti si calmeranno, tutti si calmeranno...
Bumbumbum. Guardi l’orologio, sono le sei e mezza del mattino. Che cos’è sto casino?
«¿Huevos
Un venditore ambulante, di quelli porta-a-porta, che Satana se li porti, sta proponendo alla proprietaria i caldi frutti della natura appena espulsi dagli ani delle sue galline.
Dopo colazione riparti. Le uova le hai sempre trovate pesanti, appena sveglio. Ogni volta che ne mangi uno ti viene in mente lo sfintere della gallina che si allarga come una camera d’aria dal gommista. Non sai com’è, ma improvvisamente ti passa l’appetito.





Las Tunas
Las Tunas (‘le tonne’?), capoluogo dell’omonima provincia centrale di Cuba, è il classico luogo in cui un turista ‘normale’ non metterebbe mai piede, se non di passaggio o per sbaglio.
Dovendo completare la mia guida mi servono almeno un paio di foto, non di più, di questo luogo dimenticato da dio. Anche girando su e giù cento volte lungo le due vie principali, però, faccio molta fatica a trovare qualche scorcio degno di essere immortalato. La piazza principale - tutti i centri, di solito, dovrebbero averne una - è un’accozzaglia di busti e placche dedicati a qualche eroe locale, piuttosto insignificanti e infotografabili. L’elemento forse più interessante, surreale e abbastanza eccentrico, è un grande kalašnikov in pietra su un’aiuola, un monumento a qualche lotta rivoluzionaria. Non posso però elevarlo a rango di Torre di Pisa di questa città agricola, mi serve qualcosa di più ‘ad ampio raggio’.
Scoraggiato dall’assenza di muse ispiratrici, accantono momentaneamente il dovere per accontentare le giuste richieste dello stomaco. La voce espagueti sul menù della Bodeguita, clone locale assai meno rinomato dell’omonima trappola per turisti avanera, è una calamita irresistibile per il mio stomaco tossico in scimmia costante da pasta, sia che mi trovi in Cambogia o nel Malawi.
Il ristorantino è decisamente chic rispetto al resto della città, e come mi siedo colgo una parlata nota. Due italiani al tavolo di fianco, con rispettive jineteras mangianti d’ordinanza. Cavolo, non abbiamo proprio confini, noi Azzurri, quando andiamo in giro per il mondo a spargere il bene. Mi perdo nella lettura del menù, divoro la boloñesa non proprio bolognese e faccio finta di non sentire gli orrori in italospagnolo che giungono dai vicini.
Mentre arrotolo gli spaghetti scorgo sulla strada, piazzata davanti all’uscita più prossima, una ragazza in bicicletta piuttosto carina che, così mi sembra, mi sta osservando con un sorriso a cento denti. Mi giro a controllare, forse sta sorridendo ai Tarzan alle mie spalle. No, guarda proprio me. Ora, anzi, ha iniziato persino a gesticolare.
«¿De donde eres?», mi urla dal marciapiedi, senza troppi scrupoli per i cento occhi puntati addosso.
Le faccio un silenzioso gesto di saluto che vale anche come «lascia perdere, non vedi che ho impegni più impellenti?». Svio lo sguardo e termino gli spaghetti. Faccio finta di non vederla, leggo gli ingredienti della Coca-Cola, ma continuo a sentire il suo sguardo pesante addosso fino a quando pago il conto.
«Allora, di dove sei?», mi domanda la vedetta prussiana all’uscita. Ha presidiato il cliente sino alla fine.
Vista da vicino la ciclista non è male, anche se ha un aspetto leggermente troppo vissuto. Sembra passata sotto un treno, potrebbe dire uno scrittore cinico.
«Italiano, come tutti qui. Come ti chiami?»
«Gabriela. E tu?»
«Pietro. Pedro
«Dove vai?»
«Senti, adesso devo andare a fare un po’ di foto. Magari ci vediamo stasera in giro.» Ora tocca al dovere.
«Va bene, d’accordo!»
Proseguo la mia missione impossibile, aiutato anche da un temporale più simile a un urugano che mi confina per un’ora buona sotto il portico del museo municipale. È strano, anche lì continuo a sentirmi uno sguardo puntato addosso. In effetti mi accorgo di una ragazzina, non avrà più di sedici anni, che mi scruta ammiccante dal portico prospiciente. L’avevo già notata all’entrata della Bodeguita, e ora non mi toglie gli occhi di dosso. Sono sicuro che basterebbe un minimo accenno di sorriso e sfiderebbe il ciclone per raggiungermi. Ma se Gabriela sembrava passata sotto il La Habana-Santiago, questa pare lisciata da una schiacciasassi e macinata da una betoniera. E poi non è maggiorenne nemmeno con la fantasia più spinta.
Finita la pioggia riprendo il giro, su e giù sotto i portici della via principale, e la ragazzina mi segue, imperturbabile ai miei sguardi bovini e indifferenti. Riesco di scollarmela dai tacchi solo verso sera.
Oggi è il 14 febbraio, giorno di San Valentino, e alla sera la città è in festa. La via principale è stata pedonalizzata per l’occasione, affollata di coppiette con l’abito buono, venditori ambulanti di panini velenosi, impianti stereo a volume da atterraggio di 747. I lui regalano mazzi di fiori rossi alle lei. La birra scorre a fiumi, il rum a oceani.
Mi siedo su una panchina e dopo qualche minuto spunta Gabriela, quasi irriconoscibile: è tutta tirata, molto più attraente che all’incontro precedente. Ha un bel vestito bianco, che contrasta piacevolmente con l’abbronzatura. Ciao, che bello rivederti, che cosa fai, ecc.
Con un po’ di chiacchiere riesce a trascinarmi in discoteca, pago io, è chiaro, a lei e a un cubano lì fuori. Qui le ragazze, secondo la legge del Massimo Incasso della discoteca, possono entrare accompagnate solo da un partner cubano. Il cubanissimo 2x3, secondo l’ottica ribaltata delle selvagge regole capitaliste da supermercato.
Dentro è Sodoma, Gomorra, Babele e Suburra, con decine di italiani in camicino stirato e ragazze in zeppe e minigonna da viale. Il repulisti di Castro alle tonne non è ancora arrivato, decisamente.
La gran parte dei turisti viene dalla spiaggia di Santa Lucía, ed è in missione trombereccia. Oltre che dai pizzetti e dalle basette a stalattite gli Azzurri si riconoscono dai braccialetti colorati da lager del villaggio vacanze. Hanno quasi tutti lo sguardo liquido e cotto, molti, pigramente, attendono ai tavoli che qualche ragazza si faccia avanti. Il turisex che si rispetti, anche se paga, vuole sentirsi conquistato. E conquistare, possibilmente senza muovere le chiappe dalla sedia.
Sulla pista impazza di tutto, addirittura roba pericolosissima come Mastini e Ragazzotti, veleno che a casa mia non ballerei nemmeno se mi ricoprissero d’oro o mi puntassero un bazooka alla schiena. Qui, perso nell’estasi tropicale, faccio finta che siano due osceni cantanti di salsa e mi perdo nel, chiamiamolo così, ritmo. Al centro della pista è cementato un pilonetto di Ferrara, un omarino sui cinquantacinque con panza e pelata, non più elevato di un metro e sessanta. A casa sua il massimo che potrebbe concludere sarebbe di andare a intasare i viali di Bulàgna il sabato sera e tirare su qualche nigeriana, ma qui è circondato da due mustang inzoccolite, una nera fuori e dentro, l’altra bionda fuori e nerissima dentro. Alte il doppio di coso, sinuosissime per quanto lui pare una colata di calcestruzzo, esagitate di brutto al ritmo della musica e con le pupille che luccicano fatturati in valute forti. Lui le abbraccia entrambe all’altezza delle anche (le sue ascelle) con ghigno da padrone. A casa pane ferrarese, bici e cappellacci; qui donne di ogni colore e misura. Il mondo è bello perché vario.
Gabriela deve aver frequentato la stessa scuola delle due educande e si dimena, tanto per rimanere in provincia, al pari di un’anguilla di Comacchio, strofinando il suo didietro sul mio davanti, come da copione in ogni discoteca cubana che non marci a boleros. Mi sento un po’ ferrarese anch’io. Strana sensazione, per goderla avrei potuto fare poche decine di chilometri, e invece mi sono sorbito dieci ore di aereo e sei di fuso orario. Si sa che noi italiani siamo complicati.
Mentre balliamo Gabriela ringhia a due lavoratrici che mi si sono avvicinate troppo e che mi stanno sorridendo. Sta tutelando l’investimento. L’osso.
La serata, sarebbe ipocrita negarlo, dopo tutto questo sfrega sfrega ha la prevedibile escalation di perdizione, e siccome il mio albergo è off limits per accompagnatrici casuali non unite dal sacro vincolo del matrimonio, almeno con me, perché non andiamo da te?, le propongo.
«È un po’ complicato, vivo con mia madre, una rompiscatole terminale, e i vicini sono tutti portinaie e informatori della polizia, se mi vedono portare uno straniero a casa ho i minuti contati. Mmm, lasciami pensare. Ma sì, dài, troverò una soluzione, la convincerò.»
Gabriela vive all’estremità opposta della via principale rispetto alla discoteca, e per arrivare da lei dobbiamo attraversare ancora una volta tutta l’apocalisse alcolica e pedonalizzata di San Valentino. Un tipo sbraita al microfono insulsità dedicate al santo degli innamorati, e una mi colpisce particolarmente:
«Le donne senza compagno alzino la mano!»
Una foresta di braccia si leva verso l’alto. Sono esterrefatto. In Italia nessuna avrebbe alzato il braccio. Gli uomini, beh, quelli sì. Miriadi di braccia.
PIF! PAF! PUM!
Due tipi si stanno prendendo a pugni qualche metro più avanti. O meglio, è uno che sta prendendo a cazzotti la faccia dell’altro, che subisce e basta. Sono entrambi ubriachi marci e dal dialogo etilico si capta che sono cari amici. Per qualche oscura questione, però, stanno litigando e le frasi che si scambiano sono del genere
«PUM! Scusa, socio, sai, ma te lo meriti. Paf! Sciaf!»
«Ahi, cogno, che male. Perché? Che t’ho fatto?»
«Nulla, fratello, però te lo meriti. Pim, pum, pam...»
Strana, stranissima Cuba.
La casa di Gabriela è una catapecchia di cartone e lamiera intanata in una viuzza buia buia. Sono le due e mezza del mattino e suo figlio, non più di sette anni, è ancora lì che guarda ipnotizzato il gracchio del televisore acceso a fine trasmissioni (schermo bianchi a puntini neri, audio da spumante stappato). Sapevo che ai cubani la tv piacesse tanto, ma non fino a questo punto.
Non vedo camere in cui sia possibile anche solo sedersi: tutte sono occupate da qualcuno che ronfa, peta o sonnecchia.
«Gabriela, dove ci mettiamo?»
«Un momento, non ti preoccupare.». I soliti italiani smaniosi.
Sento che si inoltra nelle viscere della casa. Rumore di mobili spostati, sventramento di letti da cui qualcuno si alza smadonnando. Sta togliendo il materasso a qualcuno che ci dormiva sopra. Segue un vociare acido dal fondo. È la madre di Gabriela, inviperita, che inizia a sbraitare una serie di «No, sei matta» e di «Vuoi che ci arrestino tutti». Capisco, finalmente, di essere di troppo.
Nel frattempo, come se non bastasse il casino che ha provocato, Gabriela ha avuto la saggia idea di cambiarsi, togliendosi il travestimento della festa e mettendosi gli abiti caserecci, quelli di tutti i giorni. Nonostante sia buio nero noto che si è trasformata di colpo in una donna completamente diversa, sciatta come una casalinga media, nana (si è tolta le zeppe) e priva di forme degne di tale nome. Il vestito, forse, era imbottito di cotone. Con i capelli raccolti alla schiava sembra più vecchia di quindici anni: ora, forse, dimostra la sua vera età. Ogni fantasia erogena, grazie anche agli ostacoli logistici, è evaporata. Vado a dormire da solo, molto meglio.
Il giorno seguente Gabriela mi aspetta fuori dall’albergo con la solita bicicletta, subito dopo colazione. È in abiti borghesi, domestici, ormai l’ho già vista così e il fascino del primo momento se n’è andato per sempre. Accantonato ogni pensiero birichino, dirigo l’energia in esubero verso il secondo - nella scala dei miei valori - degli appetiti, quello culinario.
«Hai un posto in cui cucinare? Potrei fare un buon piatto di pasta...»
In teoria dovrei già sapere la risposta, ma quando si tratta di derivati del grano non capisco più niente, divento sordo e cieco, e mi lascio andare alla libidine più incontrollata, senza prendere in considerazione tutte le malattie terribili che circolano oggigiorno.
«A casa mia, come hai visto, è impossibile. Però potremmo andare dalla mia amica Clara.»
Raggiungiamo il supermercato migliore della città, dove riesco a reperire solo un bidone di chorizo asturiano che faccia vagamente sognare la salsiccia bulagnese. La latta costa più di sei pranzi alla Bodeguita, però vogliamo mettere il gusto del fai-da-te?
Al supermercato incoccio nell’ennesimo italiano in basette e ciabatte. Da ciò che boffonchia al suo amico cubano capisco che è stato accalappiato dalla sorella di quest’ultimo, e ora sta facendo la spesa per tutta la famiglia. Anche lui è incavolato per l’irreperibilità di molte cose, nonostante qui tutto si paghi il triplo e in dollari.
Per trovare gli ingredienti che mancano ci giriamo altri cinque negozi più il mercato ortofrutticolo municipale, alla periferia della città. Alla fine, tra bici-taxi e ingredienti, ho speso come dieci pranzi alla Bodeguita, però vogl- vabbè.
In un negozio Gabriela mi fa notare come sia esposto un intruglio fucsia fosforescente che lei adora. Secondo quanto scritto sull’etichetta sarebbe rum petrolchimico alla fragola, ma mi rifiuto di regalarglielo, e non perché sia tirchio. Semplicemente non voglio promuovere la diffusione del cancro alla mammella.
Carichi di cibi strani facciamo irruzione nella casa di Clara, in tutto uguale a quella di Gabriela, ma più democratica. Ci vivono almeno in dieci e tutti si abboffano con la delizia esotica (due chili di maccheroni con peperoni, formaggio e chorizo, un piatto mai ipotizzato prima, forse nemmeno da me).
«Grazie, italiano. Davvero buono!»
Gabriela conserva gli avanzi della cofana in una terrina ermetica, da portare al figlio.
Alla sera ci attende il bis in discoteca, ma i bis hanno sempre il sapore della pasta riscaldata. Ferrara la vedi una volta, poi, per un po’, hai fatto il pieno. L’assurda relazione con la mia accompagnatrice, inoltre, inizia a farsi opprimente.
Prima di entrare nel tempio della perdizione ci fermiamo a bere qualcosa in una taverna a breve distanza e dividiamo il tavolo con due orsi canadesi in là con gli anni e con le birre. Parlano solo inglese, sono parecchio attizzati dalle giovani del luogo, ma le barriere linguistiche per loro sono invalicabili.
Mentre chiacchieriamo ci raggiungono altre due jineteras, conoscenti di Gabriela. Annusano al volo le prede, ma non parlano inglese. Mi tocca lavorare come ruffiano-interprete, nell’ottica della pace tra i popoli. Passo dieci minuti a tradurre, almeno sino a quando un canadese non offre un bidone di rum verde alla menta, cugino di quello alla fragola, alle ragazze. Da quel momento in poi l’alcol radioattivo abbatte ogni forma di incomunicabilità. Con la scusa stravecchia di andare in bagno scappo dal locale e dalle tonne. Per sempre.



Particulár
«¿Casa particulár
Due facce losche mi guardano attraverso il finestrino sbrindellato di una Lada bianca tenuta insieme con lo spago. È il tipo butterato che sta al volante che mi fa la proposta. Veste Ray Ban califani poco rassicuranti e mi ha visto da lontano, nonostante le lenti affumicate, mentre con i bagagli aspettavo un taxi nei paraggi dell’autostazione dell’Avana.
«Sì, ma dipende da quanto costa.»
«Barato».
Salgo. Questa è una delle parole spagnole che preferisco.
«È tranquilla? Cani? Galli? Maiali??»
«No te preocupe. È molto silenziosa. Massima privacy. Hai le tue chiavi, puoi andare e venire quando vuoi, e sei praticamente solo. C’è la cucina e puoi anche farti da mangiare. Tutto questo per soli 20$ al giorno.»
«Facciamo quindici.»
«Ok.»
«Piacere - l’autista mi dà la mano -, mi chiamo Jorge. La casa è di Natália, mia futura suocera. Puoi fidarti.»
L’appartamento è situato all’ultimo piano di una palazzina scrostata del Vedado, non lontano dall’enorme cimitero Colón. Per farsi aprire bisogna urlare e strombazzare dalla strada: nonostante la promessa di matrimonio, Jorge non ha ancora le chiavi di casa.
Dopo essersi affacciata al balcone, una mulatta grassoccia sulla cinquantina avvolta in colorati abiti africani e con un fazzoletto annodato sulla testa, una specie di Mamy di Via col vento, scende sballonzolando le trippe e ci apre.
«Mucho gusto
«Encantado
L’appartamento è carino, abbastanza grande, molto pulito. Tutto ha un certo stile Aiazzone, sia nella scelta del mobilio sia in quella della plastica che ricopre ogni cosa. Forse da queste parti abbonda la polvere, oppure la proprietaria vuole conservare più a lungo possibile l’arredamento. Il divano e le poltrone, però, sono in similpelle bianca, e si sporcano solo a guardarli. Sul mobile della tv fanno la loro bella figura un impianto stereo e un videoregistratore - veri simboli di lusso per i cubani - nuovi di zecca e incellofanati. Qua e là feriscono il cuore ninnoli e soprammobili vari in puro stile albanese, con leggeri influssi macedoni, probabilmente vanto della padrona, che deve aver speso ogni risparmio per fregiarsi di cotanta beltade: vasetti laccati fintoming, un posacenere mastodontico in quarzo di bottiglia verde trasparente, un paio di quadri/arazzi (quadrazzi) con scene bucoliche da alpeggio svizzero, un’oca-portaombrelli di ceramica a grandezza naturale.
Natália è tutta sorrisi, mi mostra la camera, pulitissima e con un fornito campionario di sorpresine Kinder su entrambi i comodini. Un collezionista avrebbe già la bava alla bocca e le mani sudate. Probabilmente gliene sottrarrò un paio prima di andarmene, un amico di Bologna me li ricetterà a peso d’oro.
In casa c’è anche Mariela, sua figlia. La copia in giovane della madre, carina quanto fidanzatissima con Jorge, che mi sta già guardando male (lui). Deve aver notato la luce spermogena nei miei occhi e, molto probabilmente, si sta chiedendo se ha davvero fatto bene a portarmi lì, nonostante la commissione.
«Se hai bisogno di un autista particulár ricordati che sono sempre a tua disposizione per soli 20$ al giorno.»
«Ok, Jorge, ne terrò conto.»
Alla sera Natália mi prepara una cenetta niente male, è un’ottima cuoca. Volendo essere rompiscatole e puntigliosi, però, dovrebbe rivedere il suo approccio con le bevande: fa abbondante uso di bibite coloratissime ai quattro sapori artificiali, supercancerogene, di quelle in polvere che, allungate con un ettolitro d’acqua, ci vai avanti per un mese. Strani colori, incredibili sapori. Forse le hanno lasciate qui i sovietici prima di andarsene.
«Sai, sono un’attrice piuttosto famosa di novelas, ti farò vedere delle foto. In questo periodo presento tre volte alla settimana uno spettacolo all’Hotel Copacabana, e se vuoi andare gratis al Tropicana basta che me lo dici con un po’ di anticipo: là mi conoscono tutti e, magari, una sera ci andiamo assieme.»
«Va bene, grazie, una sera di queste ne approfitterò senz’altro.»
Odio il cabaret, puttanata per americani rintronati, ma non è il momento adatto per sottolinearlo.
«Sei italiano, eh? Ah, gli italiani...» «In che senso, buenos o malos
«In genere ottimi, anche se pensano solo alle donne. Oggi portare una jinetera in casa è diventato pericolosissimo, ma in passato ho dovuto adattarmi ad affittare la casa come se fosse un motel, soprattutto per voi. Una volta sono arrivati quattro ragazzi, due per stanza. Uno era handicappato, poverino, e non aveva mai avuto una donna. Era solo leso di mente, ma per il resto funzionava benissimo, un vero montone. I suoi amici, una sera, gli hanno portato una fantina e il ragazzo si è chiuso in camera per tre giorni a fare l’amore, senza fermarsi. Mi ha sfondato le assi del letto, e non ti dico in che condizioni la chica se n’è andata. Zoppicava.»
La mattina seguente, mentre faccio colazione - papaya, hot dog, caffè, succhi fosforescenti - qualcuno urla da fuori la porta. È il campanello, Natália apre.
Italianas. Due, una carina, l’altra meno. Riconosco l’accento di casa, sòccia, che coincidenza.
«Buenos dias Señora. Por favor, ¿tiene dos habitaciónes
«No, ne ho una sola, con letto matrimoniale. Ma quanti siete?»
Benigni e Troisi.
«Quattro».
«Quattro? E dove sono gli altri?»
«Eccoli...»
Dalle scale, all’improvviso, fanno timidamente capolino sullo stipite della porta due negroni blu di tre metri ciascuno. Sembrano reduci dell’NBA, ma sicuramente l’unico sport che praticano è il lancio del martello all’italiana. Non so perché, ma improvvisamente, come per un tic nervoso, mi tiro i braghini da sotto il tavolo e osservo il mio martelletto d’ordinanza, non più lungo di quelli che si mettono sugli autobus in caso di incendio. Il loro, in confronto, dev’essere come quello di Thor x3.
A Natália si drizzano capelli e capezzoli. Emette un singulto a metà strada fra la sorpresa e lo spavento.
«No, no, no. Non se ne parla nemmeno! Volete che mi arrestino e mi tolgano la licenza?»
I due cavalieri hanno facce per bene, dentatura dritta e smagliante, coda spazzolata di recente, camicie stirate e orologi di classe. Sicuramente se la passano bene rispetto ai più e non combinerebbero casini, al massimo qualche altra rete di letto sfondata. Eppure Natália non ne vuole sapere, anche perché le reti costano.
«Italiani(e), eh?...», dico con aria maliziosa, appena se ne sono andati.
«Figurati, ci sono abituata. E poi non siete i peggiori.»
«Perché, chi raschia il fondo del barile?», la mia curiosità è al massimo.
«Españoles. Quelli sì, che sono il peggio.»
«Perché?»
«Non solo hanno la vostra stessa malattia, ma in più sono dotati di un’arroganza rara e antica, coloniale. Pensa che una volta avevo la casa piena di spagnoli e uno di questi, una bella notte mi sveglia alle due. Sai che cosa voleva? Un succhino, Natália, por favor...»
Incosciente, oltre che rompicoglioni. Quella di bere materiale radioattivo alle due del mattino, d’altronde, può essere una richiesta legittima per chi si nutre di chorizo e paellas.
«Comunque, ‘ste due italiane, sono belle fuori di testa. Hai visto che negri?», mi fa la negra, la stessa che proprio ieri mi aveva tenuto un comizio infuocato sul razzismo a Cuba: su come, nonostante il socialismo, lei, mulatta, si sentisse ghettizzata. Dev’essere perché il nero dei due montatori tendeva al blu antracite, mentre il suo solo al café con leche. Misteri cubani, incomprensibili per un bianchetto padano come me.
Alla sera, dopo una giornata a spasso per l’Avana Vecchia, torno bello stanco. La casa mi è stata venduta per tranquilla e silenziosa, privacy a pacchi. Dopo la doccia mi stendo, ma non faccio in tempo a contare i nanetti Kinder del primo comodino che un vicino pianista, alle primissime armi, attacca aborti di Per Elisa. Mi rigiro nel letto incellofanato dicendomi/gli cose brutte, la plastica scricchiola. Segue boato dal salotto. È iniziata la novela. Tutta la famiglia la sta seguendo a volume esplosivo, abbronzandosi la faccia a 10 cm dallo schermo. Stanno trasmettendo una cazzata a base di pirati girata in ‘Oriente’ con quattro pesos da Tele Turquino, una tv di Santiago. Fondali di cartone dipinti con i piedi e finti indios arruolati negli zuccherifici. I tre sono ipnotizzati e apparentemente incoscienti di tutto ciò che al di fuori dello schermo. Sono regrediti a uno stato afono prefetale. Potrei saccheggiare il frigo o il comodino-cassaforte di Natália e nessuno se ne accorgerebbe.
Evviva la privacy, praticamente solo... Non voglio rompere le scatole, mi rivesto ed esco, anche se sarebbe un sacrosanto diritto del consumatore quello di sfondare a calci il televisore. Il famoso controllo sulla qualità.
Al mio rientro - mi sono mangiato un pollo fritto in attesa che la novela finisse - Natália è sola in casa e russa come un polifemo sul divano. Infilo i tappi di cera e, dopo aver contato tre volte tre i nanetti, riesco finalmente ad addormentarmi.
La mattina seguente decido di accettare l’offerta di Jorge. Devo andare a Batabanó, sulla costa meridionale, per prendere l’aliscafo diretto all’Isla de la Juventud. Di sprecare mezza giornata ad aspettare un autobus non ne ho voglia e lui, me l’ha ripetuto cento volte, è più che disponibile.
Congedatomi da Natália e dai nanetti (Brontolo e Pisolo, i miei preferiti, vengono con me, a Bulàgna li aspettano con ansia), parto a bordo della Lada massacrata, nascosto tra Mariela e un quarto passeggero sconosciuto, un amico di Jorge lì solo per far numero e nascondermi agli occhi dei poliziotti. La guida è da doporapina, come quando si sono lasciati tre carabinieri a sgocciolare sangue sugli scalini della banca.
«Sai, ora faccio l’autista, ma prima ero un poliziotto», mi fa Jorge. I conti tornano.
«E come mai non lo sei più?»
«Mah, sai, ho fatto un po’ di casino. Mi hanno accusato di corruzione, in realtà non avevo fatto nulla, ed essendo il figlio di un pezzo grosso della polizia si sono limitati a darmi sei mesi di ‘aspettativa’. Alla fine della vacanza, però, puoi star certo che non rientrerò nel corpo: salario da fame e rischi che ti taglino la gola ogni giorno.»
Questa l’ho già sentita da qualche parte.
BUM! SBRADABLAM!!!
Un copertone, ricoperto quindici volte, esplode per la sedicesima a venti metri da casa. Il viaggio è iniziato bene.
Dopo aver sostituito la gomma, Jorge fa il giro dell’oca nella periferia industriale: non vuole incappare nelle ronde degli ex colleghi e schiva le strade più battute. Si perde tra i campi di canna da zucchero e, dopo due ore, finalmente, arriviamo a Batabanó.
All’imbarco dell’aliscafo ci congediamo, e lo splendido sorriso di Mariela accompagna il ghigno di gelosia e stanchezza di Jorge.





¿Hablas español?
A Batabanó la sala d’attesa della kometa, l’idrovolante per l’Isla de la Juventud, è stracolma di passeggeri. L’imbarcazione ha avuto un guasto e la partenza è stata posticipata di appena tre ore. Nell’etere imperversano le note di uno stereo di qualche viaggiatore che ha deciso di allietarci tutti, al massimo volume, con le sue orride scelte musicali.
Gli unici stranieri, oltre me, sono due cicci biondicci di stazza medio-grossa che confabulano in inglese in un angolo, presidiando due zaini enormi. Quando viene dato l’annuncio del ritardo, esclusivamente in spagnolo, i due hanno un’espressione interdetta. Non hanno capito un’acca del cubano stretto con intermezzo musicale.
«They said the boat will leave two hours later», spiego loro.
«Ah, grazie! Di dove sei?»
«Italia. E voi?»
«Sudafrica.»
«Cavolo, credo siate gli unici sudafricani che ho incontrato in anni di America Latina...»
«Sì, in effetti non siamo in tanti da queste parti.»
Steve e Alan sono simpatici, birraioli - mi offrono subito una Cristal per contraccambiare il servizio di interprete - e non parlano una parola di spagnolo. Sono in vacanza a Cuba per quindici giorni e, chissà per quale strano motivo, dopo L’Avana anziché spararsi al volo a Varadero, come fa il 101% dei turisti, hanno scelto di venire qui.
L’aliscafo che sostituisce la kometa ci mette un bel po’ a coprire la traversata e arriviamo a Nueva Gerona, il capoluogo dell’isola, in piena notte. Nonostante l’ora, al molo incappiamo in un jinetero disposto a trovarci un alloggio. Si chiama Jorge, parla un inglese molto migliore del mio ed è uno strano miscuglio di razze, una specie di mulatto austroungarico. Pelle caffelatte, occhi chiari, fisico da surfista.
A Gerona le casas particuláres abbondano come funghi, eppure oggi sono tutte strapiene. È alta stagione e, anche se questa non è una delle mete turistiche ‘classiche’ di Cuba, per i miei gusti di turisti ce ne sono anche troppi.
I due sudafricani vengono subito inchiappettati da un affittacamere, che non ha stanze da darci ma spaccia loro due schifose cene a 12$ cada, a Cuba più o meno una rapina. Io e Jorge lasciamo momentaneamente i bagagli nella casa particulár e andiamo a caccia di materassi con un soffitto sopra.
Jorge riesce a infilare i due in una casa con quindici cani che latrano ininterrottamente. Non ci starei nemmeno se mi dessero 100$ a notte, però loro hanno fatto il servizio militare (in Sudafrica), io sono stato riformato per crisi depressive. A me tocca una simpatica cameretta tappezzata di zanzare subito girato l’angolo, ma fuori dalla frequenza degli ululati. Riusciamo, così, a rimanere vicini e ognuno con la propria privacy.
Jorge mi conferma ciò che avevo letto sulle guide. L’isola, I-love-youth, così come la chiama con un gioco di parole, è stata per anni meta di studenti da mezzo mondo socialista o da paesi del ‘terzo mondo’ - in particolar modo africani - con cui Cuba aveva rapporti di favore. Vi venivano a studiare ragazzi russi, angolani, mozambicani, e le scuole in cui i cubani univano lo studio al lavoro nei campi - principalmente la coltivazione di agrumi - erano assai diffuse. Lingue come l’inglese, il russo e il portoghese, di conseguenza, erano abbastanza comuni, e gli abitanti sono stati contagiati da uno spirito ‘ggiovane’, rimasto ancor oggi. Da lì il nome Isla de la Juventud, adottato a partire dal 1978. Con il nuovo millennio le ondate di studen-lavoratori si sono notevolmente ridotte, ma qua e là si vedono ancora diversi negroni angolani o dello Zimbawe, vestiti come marziani. Zeppe da Spice Girls e giubbotti di pelle nera stratardopunk.
Nonostante sia notte inoltrata e siamo a pezzi, dopo una doccia rigeneratrice facciamo un salto fuori. Durante la caccia alle camere abbiamo captato un bel movimento di baretti e gente allegra nella via principale. L’ultimo locale aperto è il Patio, dove imperversa la salsa più pura, il mio genere preferito. Dentro c’è un’accozzaglia di pizzetti & basette e jineteras, e dopo un paio di birre siamo lessi. Qui, terra di frontiera, sembra che il repulisti di Castro non sia ancora arrivato, e nell’aria si respira libertà di azione.
La mattina seguente, mentre faccio colazione, conosco il mio coinquilino, quello con cui sono obbligato a dividere gli aromi del bagno. È un arzillo vecchietto inglese, sponsorizzante fidanzata locale. Lei ha la metà dei suoi anni e lui va matto per la salsa. La notte prima, in effetti, lo avevo intravisto mentre zampettava sulla pista, e ora è già qui di nuovo che mi fa una mossetta d’anche, mentre mi infilo una papaya in gola. Richard, così si chiama, ha sessantacinque anni e viene all’Isla ogni primavera. Da come me lo racconta la sua compagna - anche lui non spiccica una parola di spagnolo -, però, non sembra molto felice (lei).
Passo la giornata con i sudafricani a visitare prima l’assurdo Presidio Modelo, poi la spiaggia di Bibijagua. L’ex galera, ora trasformata in una location ideale per un rave, oltre che in museo, ospitò Castro e soci prima della Revolución. I bambini giocano a pelota nei grandi cilindri che costituivano le ali della prigione, enormi alveari in cui i galeotti, soprattutto oppositori politici, erano ammassati l’uno sull’altro. Il dittatore Batista copiò pari pari il disegno della galera da una dell’Illinois, e oggi tutte le porte , finestre e sbarre sono state tolte e riciclate.
Alan e Steve destano molta curiosità tra i cubani. Innanzitutto perché nell’isola di sudafricani non se ne vedono mai, e poi perché durante l’apartheid le truppe di Castro le diedero di santa ragione ai soldati di Johannesburg che, appoggiati dagli USA, avevano invaso l’Angola. Sono ben pochi, dunque, quelli che visitano per turismo un ex paese nemico da cui le hanno buscate (americani in gita a Saigon). Tutti i cubani che incontrano, però, li trattano con gentilezza e curiosità, senz’alcun rancore internazionalista.
La spiaggia è deserta, per i locali è inverno - in realtà fa un caldo bestia - e l’acqua è ‘troppo fredda’, avercela in Padania. Sulla sabbia nera siamo solo noi tre, e l’albergo che costeggia la strada è vuoto.
Mentre mi perdo nel torpore da sole tropicale vengo improvvisamente svegliato da un tipo che si è seduto a dieci centimetri dal mio telo e mi sta sottoponendo a un interrogatorio:
«Di dove sei? Che fai qui? Mi chiamo Raúl. Sono sempre vissuto qui. Ah, che fortuna, voi stranieri, potete viaggiare, andare dove volete, muovervi come vi pare. Noi, invece, sempre e solo qui. Ma prima o poi le cose cambieranno, eh sì, devono cambiare. Italia? Che bello! Il papa, la Ferrari, la moda...»
Dopo un quarto d’ora di monologo devo interrompere Logorrea, mi fischiano le orecchie e inizio a notare un certo arrossamento nell’interno coscia. Forse l’acqua salata del mare.
Ferrari? Papa??
Annoiati dal nulla che ci circonda, e temendo di subire altre nuove amicizie, facciamo dietrofront in città. Alan e Steve, però, prima di affrontare il viaggio, non possono fare a meno di scolarsi una bella bottiglia di Bacardí, allungato con Tropicola.
«Vi piace bere, eh, ragazzi?»
La pancetta burrosa che portano a spasso è già una risposta.
Di ritorno a casa il sonnellino postspiaggia è impossibile, alla tv del salotto imperversa una partita di pelota a volume deflagrante, l’inglese è già ubriaco e canta l’ultima hit di salsa sotto la doccia con accento cockney. È meglio che vada a farmi due passi.
Al ristorantino Rumbos, l’unico sempre aperto lungo la via principale, conosco Mylady, nome vomitoso eppur vero. A Cuba, come in Brasile, la fantasia contadina nel scegliere i nomi non ha davvero confini. Mylady ha lineamenti travesti e, sebbene sia chiaramente una jinetera, sembra dedicarsi alla professione con distacco e pacatezza, senza quell’aggressività tipica di molte colleghe. Mi sta già simpatica.
Alla sera andiamo tutti assieme alla discoteca Gaviota, un antro buio e fumoso reso ancor più inospitale dal gelo dell’aria condizionata unito agli effluvi del sudore birroso che esce dai pori di tutti. La musica, però, non è male, e i sudafricani tirano su un paio di fidanzate. Alan dà il via a una relazione tra sordomuti con una fanciulla carina che sembra avere quindici anni, anche se il carnét afferma che ne ha diciannove. Per abbordarla chiede aiuto a me e a Mylady e, dopo circa mezz’ora di telefono senza fili e dimenamenti in pista, riesce ad allungarle il primo bacio. Steve è meno intraprendente e ci mette almeno un’ora per farsi accalappiare da una professionista con la faccia da libera professionista. Si chiama Julia ed è di Las Tunas. Ahi, di nuovo le tonne.
La serata termina come da copione e i due ragazzi, nonostante per risparmiare dividano lo stesso materasso matrimoniale della stessa camera, forse anche lo stesso cuscino, si spera non la stessa fidanzata, riescono a concludere in maniera turisticamente poco corretta la notte. Alan sul divanetto, Steve sul materasso. Naja sudafricana, tempra i più duri..
La mattina dopo la minorenne-maggiorenne, inventatasi jinetera per l’occasione - Alan aveva talmente insistito, e poi ha un figlio da mantenere -, non ha potuto rifiutare la vorticosa somma di 5$ che il suo nuovo ragazzo le ha elargito a prestazione conclusa. ‘Per il taxi’, si è soliti dire in tali circostanze. Julia, invece, che ha già i calli del mestiere, non lascia la preda, e gli offre una piena ventiquattrore di lezioni di spagnolo. I due si trancano in camera ed escono solo il giorno successivo.
Me ne vado con Alan a vedere la finale di baseball tra la squadra dell’Isla e quella di Pinar del Río, il piccolo stadio è gonfio di gente invasata e vince la squadra locale. Credo di non aver mai visto un casino tale in vita mia. Il concerto dei Dire Straits all’antistadio di Bologna quando ero piccolino, dove un’orda popolare di portoghesi travolse quattro carabinieri messi lì per punizione a fare da cancello, fu senz’altro più ordinato e composto. Concerto svizzero.
Alan va avanti a birre, ne trangugia una dietro l’altra, non so come faccia. Io alla seconda a stomaco vuoto sono già su Marte e sogno un letto, lui mi chiede impassibile se mi piace Laura Pausini (cazzo, anche in Sudafrica?!) e mi conferma che adora Monica Bellucci (gli si può dar torto, anche se lui non l’ha mai sentita parlare?).
Alla sera siamo di nuovo al Rumbos, il centro dell’azione, oltre che dello spaccio legalizzato di polli fritti. Lì incontro Aldo, coltivatore diretto di Ascoli Piceno, così si presenta. Ha una pelata da leucemia, accento da coltivatore diretto di Ascoli Piceno, sguardo da matto e logorrea terminale. Tutti io, li becco.
«Bella l’Isla, eh? Io, in realtà, preferisco Cienfuegos. Lì sì che ci si diverte. Un sacco di ragazze, costano poco ed è tranquillo. Qui, dopo un po’, è noioso, però con 15$ e un profumo a botta te la cavi.»
«E allora come mai sei venuto qua?»
«Me ne avevano parlato bene, in effetti non è male, ma è un po’ troppo tranquillo per i miei gusti. Anni fa andavo sempre in Venezuela, ma ormai Caracas è diventata pericolosissima. Non puoi più girare per strada con un paio di scarpe come queste - mi indica le sue Nike che costano come due anni di salario di un professore cubano - che ti puntano un coltello alla gola. Non ci metto più piede.» Bel gioco di parole, anche se non sembra essersene accorto.
Improvvisamente sentiamo un gran baccano alle nostre spalle. Un protettore sta discutendo con una jinetera per questioni finanziarie, forse si tratta di blue chips, una volta tanto non per affari di pelota. Di colpo le molla un ceffone che rimbomba nella piazzetta. Le rondini garriscono e le foglie tremule cadono, ma non è autunno.
«Fermo! Che fai?»
 scoli Piceno gli salta addosso, bloccandogli le mani. Il chulo è nero, incazzato nero e alto circa due metri, ma Aldo, essendo pazzo e abituato a roteare vanghe giù al bar del paese, non teme di affrontarlo. Il cubano lo respinge con uno scatto controllato, non vuole far scoppiare una rissa. Nonostante qui la polizia sia più permissiva che altrove, non è permesso picchiare le proprie ragazze e i turisti.
Sono sorpreso dalla galanteria di A.P.
«Le donne non si picchiano, mai, per nessun motivo!», sbraita in italospagnolo al pappa manesco, in un impeto di cavalleria rustica.
Mentre l’ira sbolle ci sediamo su un muretto e ci raggiunge un tal Kurt, tedesco di Hannover, cinquantenne con faccia trentenne, tutto boccoli biondi e viso leccatino. Una catena d’oro a maglie superlarghe risplende sotto la camicia turchese stiratissima, impeccabile. Sembra un rappresentante di cassette porno, robe tedesche, con i cani lupo. Ogni sera, prima di uscire, deve passare almeno un’ora a prepararsi davanti allo specchio. E, prima di andare a dormire, si deve spalmare le creme della giovinezza. Da grande vorrei essere come lui.
«I tempi d’oro sono finiti - mi esterna nel suo spagnolo con forte accento tognino -, fino a qualche anno fa sì che ci si divertiva. Ti sedevi in un posto come questo e dopo mezzo minuto c’erano cinque ragazze, giovani e carine, che ti abbordavano e che volevano fare l’amore con te per il puro gusto di stare con uno straniero. Non le dovevi nemmeno pagare, al massimo qualche regalino, ed era fatta. Oggi hanno paura della polizia, se ti avvicinano è perché vogliono solo tagli grossi, e poi guarda qua - mi indica la piazzetta e le sue frequentatrici -, bella roba, eh?...»
Prima di andare a letto i sudafricani passano dalla biglietteria del porto a comprare il passaggio della kometa per il giorno successivo e a informarsi sugli orari. Dopo pochi minuti li vedo tornare scoraggiati e incavolati.
«Che cosa succede?»
«Vorremmo andarcene da quest’isola, ma alla biglietteria nessuno parla inglese e la tipa che sta allo sportello è odiosa.»
Li riaccompagno al molo per aiutarli. L’impiegata, in effetti, sarebbe da strangolare. Non ha il minimo concetto di gentilezza e a dire una parola che sia una in inglese - o, almeno, a parlare lentamente in uno spagnolo comprensibile - non ci prova nemmeno. A ogni modo riesco a comunicare ai due che l’idrovolante parte alle sette del mattino e alle tredici. Per prendere il primo dovranno presentarsi alle sei e chiedere al capitano se ci sono posti, la prevendita non è ammessa e i passaggi vengono venduti solo all’istante. Dovranno svegliarsi all’alba.
«Ok, molte grazie, Luigi.»
Insistono a chiamarmi così, anche se sanno benissimo che il mio nome è Pietro. Pensano che Luigi sia più italiano, più a livello.
Alla sera Mylady, che ha un nome non a caso, amo le donne pulite, si fa una doccia prima di dormire. Il vecchiaccio inglese, tornato a casa venti secondi dopo che lei si è asseragliata in bagno, inizia a battere forte alla porta urlando cose da hooligan. Al Patio si è bevuto una cassa di birra e ora deve scaricarla veloce veloce, questioni di prostata.
«Fai in fretta!», le consiglio urlando dalla camera. I soldati della Regina, si sa, non hanno pietà per i meticci.
La mattina dopo l’antico ci tiene il muso e la sua ragazza ci prende da parte:
«Non ne posso più, lo odio. Questa, lo giuro, è l’ultima volta che gli faccio da bambinaia. Il prossimo anno, se sarà ancora vivo, se ne troverà un’altra.»
Sono le dieci e Alan e Steve, che già dovrebbero essere nei pressi di Batabanó, si presentano a fare colazione.
«Che cosa ci fate qui??»
«Quel bastardo del comandante non ci ha fatti salire a bordo. Ha detto che l’idrovolante era già strapieno, e ci tocca aspettare quello dell’una. Alan ha cercato di salire a tutti i costi sulla kometa, poi, quando il capitano si è opposto e ha cercato di bloccarlo, quasi lo butta in acqua...»
Mi sono perso una bella scena.
«Vogliamo andarcene da quest’isola del menga, ma sembra impossibile. Abbiamo solo due settimane e non vorremmo passarle confinati qui. E poi quella gran vacca di Julia s’è fregata i miei occhiali da 200$. Le avevo dato quindici dollari per la notte, come mi aveva suggerito il tuo amico contadino, però sembra che non le siano bastati. Forse perché mi sono rifiutato di comprarle anche un profumo. Comunque sia, ieri mi ha chiesto gli occhiali in prestito per un momento, ed è scomparsa. Ti lascio il mio indirizzo. Se la vedi dille che... Ok, vabbè, lasciamo stare, sono scemo e me lo merito. Comunque, per favore, dille che la denuncio, tanto per farle prendere un po’ di paura.»
Alle due del pomeriggio, finalmente, i ragazzi riescono a ripartire, stremati e inaciditi. Per chi no abla Español e compra occhiali da 200$ l’America Latina, a volte, può essere molto dura.




Il meglio e il peggio
Lo mejor
Dopo un mese e mezzo di casas particuláres condite da galli e cani, zanzare e televisori tuonanti, la sorpresa di Cienfuegos è davvero degna di tale nome. Mai vista una camera così impeccabile: pulizia svizzera, ordine nazionalsocialista, cucina italiana, vista spettacolare sulla piazza principale, prezzo ragionevole. Che cosa volere di più da una vita da turista a Cuba?
Il materasso, a due piazze, sembra appena uscito dalla fabbrica. I due saponcini, in bagno, sono sigillati e profumano di rose rosse a maggio. Il rotolo della carta igienica è intonso e gli armadi possono ospitare con la massima libertà di movimenti tutto il mio corredo di nozze. Non una zanzara né un pelo intimo di qualche ospite precedente sulle lenzuola.
Ad ambientarmi ci metto almeno mezz’ora: non sono abituato a tanta coincidenza tra la mia curva della domanda e la loro dell’offerta. Se avessi più tempo, più soldi e qualche buon motivo per rimanere a lungo a Cienfuegos sicuramente pianterei le tende qui.
Tutto risplende di luce propria anche perché sono reduce da una casa particulár di Ciego de Ávila in cui l’unico elemento comune con questa è che entrambe si affacciano sulla piazza centrale. Là, in compenso, il letto sembrava sfatto da un mese, tant’è che mi sto ancora grattando le caviglie e i piedi da qualche orrore della pelle salito su dalle viscere delle lenzuola. La proprietaria aveva cercato di rifilarmi nel pacchetto camera+colazione anche una cugina inaffrontabile, butterata e con l’alitosi. L’ultima mattina, poi, dalla serranda in lamiera disintegrata che mi aveva venduto per finestra erano giunte urla boscimane: all’alba ero stato svegliato da impellenti questioni di pelota, di utilità vitale per il bene della Nazione, sbraitate da un branco di gorilla scesi in città.
Qui, invece, l’unica entità strana è un anziano che razzola per casa e che sembra scrutarmi in continuazione con la coda dell’occhio. È vestito in linea con l’arredamento: polo azzurra stirata, braghini Sergio Tacchini pure, riporto spalmato con rullo da imbianchino. Sembra un pensionato tedesco in vacanza a Viserbella.
«Lei è italiano, eh?» si decide a domandarmi, dopo mezz’ora di studio.
«Sì, di Bulàgna. E lei?»
«Di Ciàpani.»
«È qui da molto tempo?»
«Tre anni. Non di seguito, è chiaro. Sono tre anni che ci torniamo, io e mia moglie, quando da noi fa freddo.»
Non sapevo che in Sicilia potesse fare freddo.
«Le piace così tanto?», mi/gli chiedo: Cienfuegos non ha spiagge in città, il centro è carino, ma non è certo Varadero o L’Avana.
«Sì, perché è un posto tranquillo e qui ho lentamente costruito un habitat a mia misura.»
«In che senso? È il proprietario della casa?»
«No, ma è un po’ come se lo fossi. Conosco la padrona da molto tempo e, un po’ per volta, sono riuscito a migliorarla, lei e tutta la sua famiglia, nell’approccio con i turisti. Vede, prima qui era una topaia come quasi tutte le altre, ma poi le ho insegnato ciò che piace agli stranieri. Ogni anno dall’Italia le porto cose che qui non si trovano nemmeno a pagarle a peso d’oro. Inoltre le do piccoli consigli su come migliorare il servizio - la pasta va cotta al dente, la musica dello stereo e il volume della tv mai troppo alti - e le compro un mazzetto di fiori freschi, non di plastica come si trovano in ogni casa cubana, da mettere sul tavolo tutti i giorni. E poi, importantissimo, il bagno: che cosa controlla un turista europeo, soprattutto se italiano, non appena entra in una camera in affitto? Non gli importa tanto del letto, ciò che più gli interessa è il bagno, se è pulito, in ordine.»
Il decalogo da scuola alberghiera/dieci comandamenti della cooperazione internazionale va avanti per lunghi minuti, da solo. Fingo di essere interessato, ammirato da tanta applicazione nello spargere il bene e il punto di vista italico pel mondo.
«Guardi!»
Mosè mi apre un cassetto del mobile che sostiene lo stereo. Ci infilo il naso dentro, che cosa ci sarà? Pepite?
Decine di musicassette, al novanta percento sbobba sanremese, tutte in ordine maniacale, divise per autore e periodo, con i titoli in linea e per sfumatura arcobalenica di colore, rigorosamente orizzontali. Non una sottosopra.
«Le piace molto Cuba?» gli faccio, tanto per uscire dal vicolo cieco delle sue manie italiote.
«Sì, la amo.»
«E i cubani?»
«Sono molto simpatici. Però, se devo essere sincero, in tanto tempo non posso ancora dire di avere un amico vero, qui. È molto facile fare amicizia se sei seduto al bar e paghi da bere. Poi, però, quando smetti di pagare e scavi a fondo, si rivelano sempre amicizie superficiali, interessate. Il primo anno, stimolato dalle nuove leggi semiliberiste per l’incentivo agli investimenti stranieri, cercai di avviare un’attività qui. Alla fine tutto andò a rotoli: la gente si fregava i materiali e la burocrazia succhiava soldi a spron battuto. Ho abbandonato l’impresa, dopo averci perso un bel po’ di soldi.»
A cena mangio in casa, le promesse di pasta al dente mi hanno sempre ammaliato. Per l’occasione spunta anche la moglie del Saggio, una bionda simpatica e sorridente. Simpatica soprattutto perché mi prepara spaghetti alla pummarola come il sole di Sicilia comanda. Mentre li succhio avidamente l’Esperto riparte in quarta:
«In Italia ho sempre votato a sinistra, Risfondazione. Oggi, però, sono molto deluso, il governo di D’Alema è più a destra di quello di Berluscone.»
Se ne potrebbe discutere.
«E che cosa ne pensa del regime di Castro?»
«Mah, a volte mi sembra fantascienza. Soprattutto le ultime leggi contro le attività illegali connesse al turismo. Fidel si dovrebbe baciare i gomiti e le mani per le prostitute, sono loro che hanno tenuto in piedi l’economia dopo che i russi se ne sono andati. Durante il periodo especial, se non ci fossero state le jineteras e i loro clienti italiani, tutti i cubani sarebbero emigrati a Miami, e a Cuba ci sarebbe rimasta solo la famiglia di Castro e gli americani di Guantánamo. Qualcuno, un giorno, dovrà erigere un monumento alla jinetera, negra, grande e bene in vista, magari all’entrata dell’aeroporto dell’Avana...»
La pummarola lubrifica e addolcisce i pensieri. Lo lascio straparlare.
«Quest’anno mi ha raggiunto anche mio figghio, dopo che gli avevo fatto una testa così su Cuba. Appena arrivato gli ho dato tutti i consigli necessari per divertirsi al meglio, sui posti in cui andare, su come comportarsi. Strano, ma non si è divertito...»
Strano.
«Eppure credo di essere un bravo consigliere. Pensi che quando la signora stava ancora imparando a gestire la casa fece una cretinata paurosa. Arrivarono quattro o cinque ragazzi italiani, qui per ciombàre, chiaro. Li alloggiò nelle camere migliori, gli preparò un ottimo pesce fritto e alla sera, per completare, sa che cosa fece? Gli propose la nipote, un mostro inguardabile! Ma sei matta?, le dissi, devi sempre offrire il meglio, non l’hai capito? La mandai a cercare la jinetera più bella della città. È così che si conserva la clientela, no?»
Non lo so, non ho risposte che vadano oltre il sorriso silenzioso, alla cinese. Le mie filosofie non superano concetti quali mare, sole e palme ok, freddo, lavoro e fatica schifo. So solo che qui il materasso è comodo e la pasta ottima. Tutto il resto è bricolage.




Lo peor
Quasi dappertutto, a Cuba, c’è sempre qualcuno che, non appena ti nota gonfio di bagagli e con la faccia da portafogli, ti si attacca alle caviglie per portarti in qualche casa particulár di fiducia e guadagnare una commissione sulla tua diaria. La provincia di Matanzas fa eccezione a questa regola: i turisti sono obbligati, nella pratica, ad alloggiare nei costosi alberghi di Varadero, mentre nel resto del territorio le casas particuláres sono proibite o introvabili.
Cárdenas, cittadina di medie dimensioni a breve distanza da Varadero che, per qualche oscurissima ragione ho deciso di visitare, sono ancora qui che mi chiedo perché, conferma la regola. Per arrivarci mi sono finto cubano e, alle porte di Varadero, ho fermato un taxi per indigeni limitandomi a pronunciare Cárdenas attraverso il finestrino. L’autista non mi ha riconosciuto come straniero, mi ha tirato su per pochi pesos e, quando si è finalmente accorto di avere a bordo merce proibita, mi ha vomitato fuori dall’auto a qualche isolato dalla piazza principale.
Ormai mi sono girato in lungo e in largo tutte le vie del centro con bagagli che pesano come incudini sulle spalle, ma di camere in affitto né di jineteros, anche chiedendo in giro, non si vede manco l’ombra. L’unica opzione, ultimo erede di una breve sfilza di alloggi indicati dalla Lonely Planet di qualche anno fa, e nel frattempo evaporati, è lo storico Hotel Santo Domingo. Qui, di fianco alla cattedrale e alla più antica statua di Colombo del continente americano, fu issata per la prima volta la bandiera cubana durante i primi scontri delle guerre d’indipendenza.
L’entrata dell’albergo, un edificio alto che ricorda come struttura quella di un fienile, è scura come la notte che si avvicina. Una specie di caverna con gli orsi dentro. I baffi dell’impiegata alla reception, più scuri e folti di quelli di un D’Alema messicano, luccicano nella penombra come un faro nel buio. Brillantina fosforescente?
«Buona sera. Quant’è una camera?»
La tipa, più un paio di testimoni affossate in un divano sbranato dai topi, mi guardano strano e con sospetto. In questa città, impestata da una ciminiera più grande di quelle della Montedison e con tutte le fognature esplose, i turisti, miliardi come mosche a Varadero, non ci passano mai la notte, se non qualche turisex in luna di miele lontano dagli occhi indiscreti e polizieschi della più nota spiaggia cubana.
«Venticinque dolori.»
«Eh? Così tanto?»
Mi sembra un’esagerazione, almeno a giudicare dalle voragini nel divano e dalle croste di sporcizia sul banco della reception.
«Posso vedere la camera?»
«Claro», mi fa Massimo, sbuffando.
Baffa si trascina su per le scale sciabattando e mi fa vedere un’habitación. La porta sembra sfondata da un carro armato e il letto, certamente, è stato sfondato da un carro armato. Forse la Baia dei Porci, almeno una sua scaramuccia minore, è stata combattuta qua. La finestra, sbrindellata come una cassaforte fatta esplodere con la dinamite, si affaccia sulla strada, da cui risalgono rumori e odori in ordine sparso. Nuvolette fitte fitte di zanzare ronzano di ammirazione per i quadri di cartone con baite svizzere e grattacieli newyorkesi che decorano, tra un buco e l’altro, l’intonaco arancione. Il bagno è una selva oscura con un secchio pieno d’acqua stagnante e un paio di pesci rossi dentro. La scelta è obbligata, o questo covo delle BR o l’albero di ceiba di fianco alla chiesa.
«Ok, ma venticinque dollari sono troppi», reclamo, consapevole dei miei diritti sindacali.
«D’accordo, quindici. Ma questa, sappilo, è la suite.»
Cazzo, che suite.
Sparpaglio il contenuto dei bagagli e, stanco e sudato, mi pregusto la doccia. Sudo con piacere, tanto so che di lì a poco rinascerò come cervo a primavera.
Girando i rubinetti non scende alcunché, se non un ragnetto disturbato dal terremoto che ho provocato. Faccio pipì e il water si comporta come cugina doccia. Famiglia maleducata. Provo ad accendere la luce, nessun segno di vita. Bestemmie a seguire, tante ma tante.
Scendo sbavando slaim verde, ho già aperto i bagagli e non ho nessunissima voglia di rimpacchettarli.
«¿No hay agua? ¿¿Ni luz??»
«C’è l’apagón, non te n’eri accorto? Finché non arriva l’energia elettrica la pompa dell’acqua non funziona. Dovrai aspettare che torni la corrente in tutta la città.»
Salvador Dalí mi comunica tutto ciò con tono burocratico, illuminata a tratti da una candela.
«Quanto bisogna aspettare?»
«No se
Per calmare i fumi decido di uscire a mangiare qualcosa. Nel frattempo, mi giuro, sicuramente l’energia e l’acqua torneranno.
È scesa la notte e l’intera Cárdenas è al buio. Il ristorante al pianterreno del fienile ha un paio di candele accese su alcuni tavoli, prezzi da giapponesi e cibo finito da una stagione. L’unico faro è l’insegna dell’inossidabile El Rápido, il fast food diffuso in tutta Cuba dove un pollo fritto non te lo nega nessuno e si paga in dollari. Lo stomaco mi trascina lì, anche se di polli surgelati agli estrogeni carbonizzati nel forno a microonde non ne posso più.
«¿Hay pollo
«Hay. Ma non c’è l’elettricità, la stiamo aspettando...»
Mi siedo, espero. Passo il tempo a contare le formiche volanti, miliardi, che si ostinano a suicidarsi contro le insegne luminose. A proposito, con quale energia funzionano le insegne luminose? Perché i forni no e il logo della Tropischifa sì? Qualche tecnico può spiegarmelo?
Dopo mezz’ora di inutile attesa mi piombano addosso due bambini di strada, mi hanno preso per la loro banca e vorrebbero fare un prelievo. Varadero e le sue cinque stelle sono troppo vicini.
Torno alla cassa, con l’aria di uno che sta morendo di fame e chiede aiuto. Datemi un pezzo di pane raffermo. Dei pop-corn. O almeno accendete la luce.
«Perché non vai all’altro Rápido, alla fine della strada? Lì hanno un generatore...»
Eccheccazz..., non potevi dirmelo prima.
L’altro sì che è un Rápido di classe. Polli a pacchi, panini, pizze, dolcetti, bibite cancerogene. Spendo e spando. Più per rabbia che per fame.
Il resto della città è avvolto dal coprifuoco e sulla via del ritorno, come se non fosse abbastanza buio, vengo definitivamente accecato da una nuvola di formiche volanti che mi si conficca cattiva nelle pupille. Sudore, buio, occhi pieni di zampe, lacrime e alette che si dibattono impazzite. Gesù che piange sangue sulla croce. Un antipasto dell’Apocalisse. La fine di Tutte Le Cose me la immagino così.
Torno in cascina solo quando, scrostato il fango dagli occhi, inizio a vedere le prime luci accendersi qua e là nelle case. E non sono candele. Divoro le scale tre alla volta e mi fiondo in camera, ho un ragù alto due dita di smog e polvere e sudore e coleotteri da scrostarmi di dosso. Formiche agonizzanti al posto delle sopracciglia.
Accendo la luce, funziona, e apro i rubinetti.
Niente agua.
Rotolo giù dalle scale, eiettando fiele radioattivo.
«Massimo, ma come, non avevi detto che appena l’energia sarebbe arrivata la pompa dell’acqua avrebbe ripreso a funzionare?»
«È che ci vuole del tempo prima che la pompa riempia il tank dell’acqua. Almeno un’ora.»
Le strapperei i baffi, uno a uno. E poi glieli riattaccherei. E poi li ristrapperei. E poi.
«Nemmeno in Africa ho visto un albergo cosi!»
Sono bravo. Da bravo italiano mi limito a reclamare istericamente, anziché strangolare il primo che passa.
«Ah, voi turisti, che arroganza...! ¡Ni en Africa! Qui siamo a Cuba, dove c’è l’embargo, sai che cos’è?», mi fa una vocina che viene dal divano. È di una ragazza che ha ascoltato la discussione e, Indignata per la mia arroganza occidentale, mi vuole far sentire un ricco capitalista globalizzato sfruttatore delle masse e delle istanze del terzo mondo.
«E come pensi che potremmo avere l’energia?»
«Beh, El Rápido, ad esempio, ha un generatore...»
«Grazie, lì si paga in dollari!»
«Perché, io qui con che cosa pago, conchiglie?»
Stizzita e priva di risposte la tipa si alza e se ne va. Non vuole ricoprire di insulti l’unico cliente pagante en divisa. Il suo orgoglio rivoluzionario, però, è profondamente offeso.
Torno in stalla. La doccia non funziona. Mi tiro addosso il secchio d’acqua, a giudicare dall’odore deve aver iniziato a marcire almeno una settimana fa. Scusate, pesci, mors vostra doccia mia.
Appendo la mia zanzariera al letto, spingo i tappi di cera fino in gola e mi addormento immaginando di essere all’Holyday Inn. Nel sogno sciolgo lentamente in bocca il cioccolatino che l’addetta alle camere ha lasciato sul cuscino prima di rimboccarmi le coperte e darmi un bacino.




Varadero
Teresa è tanta e lavora alla biglietteria en divisa dell’autostazione dell’Avana. Vende i biglietti ai turisti ipnotizzata dai due televisori, in stereofonia, che circondano l’entrata dell’ufficio. Quando strappa i biglietti dal blocchetto manco ti guarda, si limita a dirti quant’è, persa tra le battute degli attori della novela. Il volume, come al solito, è da Shuttle che decolla.
Nella sala d’attesa incontro Carmine, un tipo tutto basette, canotta a righe e accento di Benevento.
«Sono indeciso. Ho già comprato il biglietto per Varadero, però qui all’Avana ho una fidanzata, e là nessuna. Se ci vado, magari, mi annoio...»
«Perché non fai un salto là, vedi com’è, e se ti stanchi torni al volo. Magari la ritrovi.»
Non ci vuole certo la laurea per dare consigli come questo. I carmine del mondo, però, hanno bisogno di sicurezze di questo genere.
«Hai ragione.»
L’autobus della Víazul arriva con mezz’ora di ritardo, strapieno. Nonostante sia l’unica compagnia cubana dotata di computer sono riusciti a vendere un biglietto in più rispetto alla capienza. Carmine non aspettava scusa migliore per rimanere a terra.
Non ho fidanzate che mi mancheranno, per cui il posto è mio. Mi siedo di fianco all’autista, sul seggiolino solo in teoria riservato al bigliettaio (che si fa il viaggio in piedi), alla base di un enorme parabrezza costellato di adesivi, santini, gagliardetti di pelota, madonnine del Cobre e miliardi di altri ninnoli che coprono la vista. Dal fondo del bus giungono urla selvagge, grida da stadio. Probabilmente un tutsi e un hutu stanno discutendo per questioni di eredità.
«Aleeeeè, forza Roma aleeeè...»
Romani romanisti. Con pizzetto, basette a punta, canottiere con tucani, collane e bracciali d’oro, jineteras sdentate sul libro spese. Emettono un baccano da Curva Sud. Mi faccio piccolo piccolo sul seggiolino e all’autista sottolineo che sono svizzero, Canton Ticino. Italia? Che cos’è?
I cinque-sei abatantuoni tuonano senza sosta, coprendo addirittura il volume della musicassetta di salsa che l’autista ha messo su per combattere le urla oranghe. I Van Van di solito coprono anche i boati delle scimmie in calore, ma questa volta nulla possono contro l’orda barbara della Magliana.
Non soddisfatti, i boys accendono il loro megastereo, a manetta. Erpes Ragazzotti miagola orrori troppo noti e troppo romaneschi per il Caribe. Speravo, invano, che prendendo un aereo diretto verso l’altra parte del globo mi sarei salvato. Pura illusione, la peste è globale, Ebola in confronto un’influenza di passaggio.
Alla sosta di metà strada i dieghi scendono sciabattando e dandosi un paio di assestamenti alle parti basse, sono diretti all’orinatoio e stanno preparando le chiavi inglesi. Sono seguiti a ruota dall’harem personale e da tre uomini alti e biondi, sicuramente scandinavi. Schifati come solo l’abitante di un fiordo, abituato al silenzio delle onde e dell’eremitaggio, disturbato al più dai peti delle balene, può essere dopo aver incocciato contro la Curva Sud.
«Where are you from?», chiedo loro.
«Sweden. And you
«Per mia disgrazia provengo dal paese che concede lo stesso passaporto di quelli lì - indico le basette come si fa al vigile con la zingara che ti ha appena letto la mano e il contenuto del portafogli - però non sono come loro.»
Risate e un paio di birre.
Visto che si trova sul cammino, mi faccio lasciare - unico passeggero dell’intero autobus - a Matanzas, capitale della provincia. La solita missione fotografica.
Per ore cerco una camera seguendo un jinetero disastroso. Sicuramente non è iscritto all’albo. Sono carico di bagagli come un mulo, eppure lui riesce a camminare da un’affittacamere all’altra, tutte già strapiene, a metà della mia velocità. Dopo un po’ lo smollo e faccio da me, che faccio per tre. Riesco a scovare uno sgabuzzino illegale che dev’essere la garçonnière del figlio della proprietaria, una vecchina secca secca con un gatto sempre attaccato alle caviglie. Le pareti sono ricoperte di carlebruni e claudieschiffer di carta, su un muro risplende un calendario di tre anni prima con un’olga nuda almeno norvegese, e la luce è rossa con sfumature porno. Il bagno è interamente occupato da secchi, bidoni di kerosene riciclati colmi d’acqua e buchi per lo scolo. Per una notte ce la dovrei fare a sopravvivere, anche se in gioventù non mi sono temprato servendo la Patria.
La mattina seguente arrivo all’autostazione di Varadero. Uno dei pochi jineteros scampati alle purghe castriste mi porta da Xiomena, orchessa butterata che mi vorrebbe affittare un garage con materasso sbrindellato da alcuni riminesi al prezzo di una suite dell’Inter-Continental. Mi rivolgo immediatamente alla concorrenza, richiedendo come unico requisito il si-len-zio, assoluto.
«Sì, non ti preoccupare, qui è silenziosissimo.»
Adoro mettere alla prova la parola delle affittacamere, di regola bugiardissima, e alla sera assaggio il materasso, una volta tanto senza spingere i tappi di cera fino in gola. La camera sembra ben sigillata, però da una strana porticina, modello John Malkovich®, la cui pericolosità ho sottovalutato al momento dell’acquisto, provengono muggiti da materasso, vocine, gridolini, scartocciamenti. Vicini sporcaccioni. Li zittisco con uno shhh! dei miei, a tutta forza, e la foresta si calma.
La mattina seguente sono curioso di vedere che faccia hanno amanti così anarchici, e mentre faccio il bucato dalla porta confinante escono un cinquantenne con riccioli da toupet e un baldo giovane con baffetto cubano d’ordinanza.
«È un maricón italiano», mi conferma bisbigliando la proprietaria, «il suo fidanzato è pianista.»
«Ma non è proibito portare jineteros nelle camere?»
La mia domanda vorrebbe essere «perché non vanno a inchiapparsi rumorosamente altrove», ma non sarebbe da gentleman formularla così. Uso, come si dice nei libri di grammatica, una perifrasi.
«In teoria sì, però la polizia sembra particolarmente accanita solo contro le jineteras, non con i jineteros.»
Strana, Cuba, non faccio che ripetermelo. Il socialismo dovrebbe garantire pari opportunità.
Alla sera mi trascino su e giù per la Calle 13, quella che, nel periodo di Sodoma e Gonorrea, era considerata la via più ‘calda’ di Varadero. Dei bei tempi d’oro rimangono solo i fantasmi: parecchi stranieri con la panza e la pelata persi nello sguardo liquido delle troppe birre e delle zero ragazze, qualche jinetero che prova a rifilarti puros impuri, le ultimissime mercenarie nascoste tra gli alberi come bertucce ricercate dai leoni.
È all’entrata della Pachanga, la discoteca più malfamata dei dintorni, pressoché vuota, che conosco Lily. Bionda e piccola com’è sembra una danese in miniatura, questo dev’essere il mio periodo scandinavo.
«Lavoro per il DTI (Dipartimento Tecnico di Investigazione), ormai le ragazze rimaste a Varadero che vogliono lavorare devono informare la polizia su ogni attività illegale dei loro clienti. Ma non ti spaventare, non dirò nulla di compromettente su di te.»
«Chi spii?»
«Soprattutto terroristi, stranieri al soldo della CIA con la fissa di metter bombe negli alberghi, narcotrafficanti, merde così. Hai bombe? Sacchi di coca?»
Lily vive in una catapecchia con le pareti di lamiera circondata da galline, tacchini, piccioni e gatti. Questi ultimi cercano continuamente di sbranare tutto il reparto volatili dello zoo. All’interno sciami di zanzare giocano a Fokker contro B52, e un cagnolino minuscolo zampetta tra i vestiti appallottolati di Lily.
«Si chiama Bambina - in italiano nella topaia - e ha appena quaranta giorni.»
La proprietaria le affitta la camera un tanto al mese, ma quando Lily raccatta un cliente questo deve pagare 10$ di una tantum alla tenutaria.
«Ho vent’anni e l’anno scorso mi sono sposata. Ho una figlia piccola, che vive con il padre e mia suocera. A fare la moglie non sono durata più di sei mesi, mi piace troppo la vita di qua. Ieri sera ho bevuto un ettolitro di rum e ho vomitato l’anima.»
Con un dito mi indica l’angolo più buio della stanza. Resti di cena e di succhi gastrici. Meglio non indagare.





Il giorno seguente lo passiamo in spiaggia, tra le acque turchesi che tanto fanno impazzire i nostri.
«Vedi quello?», mi indica un gallo da spiaggia che zampetta tra la sabbia tutto tronfio, a petto in fuori e sguardo spermatico in ogni dove.
«È sempre a caccia di qualche straniera. Che paghi, ovviamente.»
In effetti, nel giro di quindici secondi, Banderas è già lì che fa le smorfiette a un paio di treccine italiane in vacanza che, almeno inizialmente, ricambiano. Dopo mezzo minuto, come da curriculum, Gallo inizia a regalare i primi pizzicotti e carezze e le due, sicuramente di Milano, anche se è esattamente quello il motivo per cui hanno preso un aereo, gli mettono il broncio e gli fanno capire che non è gradito. Se ne va. Strani meccanismi femminili occidentali. Contorti, masochisti. Suicidi, italiani.
Dopo un po’ ci raggiunge un torello baffuto con catena da Harley Davidson d’oro al collo. È un amico di Lily, tal John, canadese di Cioronto. In inglese mi racconta la sua bella avventura di Varadero:
«Mary, l’amica del cuore della tua fidanzata (?), è una vera zoccola, stai attento. Appena arrivato me ne sono innamorato, le ho addirittura chiesto di sposarmi e regalato un anello d’oro, di quelli grandi. Sai, lei, che cos’ha fatto? Un giorno mi ha rubato una catena d’oro, un orologio ed è scappata. Adesso dev’essere in qualche buco di paese della provincia, imboscata in attesa che qualcuno, non faccio nomi, da qui le comunichi che sono partito. Non male, eh?»
«Perché non la denunci?»
«Perché, nonostante tutto, la amo. Sono scemo, eh?»
«No, figurati, ti capisco.»
Io, per fare una proposta di matrimonio, ci ho messo tre anni, lui tre ore. Maniaci dell’oro e delle mogli. Arabi.
La Pachanga è l’habitat preferito di Lily e, nonostante abbia già accalappiato un accompagnatore ufficiale (me), alla sera insiste per frequentare il posto di lavoro. Vecchie abitudini, assuefazione da ufficio.
Mentre beviamo una piña colada mi presenta le colleghe, tutte piuttosto incinghialite: devono spendere tutto quello che guadagnano in fagioli e pezzi di cioccolato. È presto e i primi clienti iniziano ad arrivare, le ragazze si scaldano. Entrano due tedeschi, pelati e grossi come scaricatori di Amburgo. Hanno facce e abbigliamento da ispettori Derrick, gli manca solo il cane lupo commissario e pluridecorato al guinzaglio. Parlano esclusivamente in tognino stretto e, dopo aver pagato un paio di mojitos alle due più intraprendenti che cercano di conquistarli, impresa facilissima, le barriere linguistiche impediscono evoluzioni materassesche. Escono, indispettiti per il fatto che le scimmie non parlino tedesco.
Cinque secondi dopo entra uno che sembra il figlio dei due, pelato e con un lungo spolverino nero morte addosso.
«Belfagor!», fanno le ragazze in coro, tra lo spaventato e il divertito.
Il suo sguardo è decisamente spermatico, sa esattamente che cosa vuole e perché è lì. Uomo di polso. Zero capelli e guardaroba da rifare, ma che sicurezza nello sguardo, che disinvoltura. Inquadra al volo Lily, lei ricambia.
Non saluto e me ne vado. So già come andrà a finire. Fin da piccolo non mi è mai piaciuto combattere i fantasmi neri e pelati.



Storie di polli
Avete deciso, dopo la diossina di Bruxelles, di non mangiare più carne di pollo finché camperete? Fate un viaggio a Cuba.
Se non amate il pesce, i molluschi e i crostacei, e dunque avete qualche problema sociale come me, non esiste destinazione migliore per togliere definitivamente anche il pollo dal vostro menù. Se poi, addirittura, avete la pretesa di viaggiare con pochi soldi e per un periodo piuttosto lungo, potete essere certi della riuscita dell’esperimento. A Cuba, infatti, a meno che non alloggiate nei mega alberghi per branchi di canadesi e italiani, con buffet ributtanti ogni ben di dio, per strada troverete ben poco da mettere sotto i denti. No hay comida, è la risposta che vi sentirete dare, tre volte su quattro, se andrete a caccia di un pranzo o di una cena dopo le 13 o le 21. La maggior parte dei ristorantini statali finisce il cibo in fretta e, in certi capoluoghi della provincia, può capitare di dover tribolare non poco per mangiare una porcheria cualquiera. Città come Santa Clara, Bayamo, Manzanillo, non certo piccoli villaggi di pescatori spazzati ogni anno dall’uragano, dopo le ore canoniche vi lasciano a stomaco vuoto. A volte, addirittura, può succedere che, attirati dalla scritta restaurante e spinti dai crampi alle viscere, vi buttiate nel primo locale aperto che incontrate, ma il massimo che riusciate infilare in bocca siano ron e cigarros.
Il meglio in assoluto, quando si trovano, sono (sarebbero) i cosiddetti mini-restaurantes, ristorantini per max 12 coperti dove quasi sempre si può pagare in pesos, risparmiando parecchio. I famosi paladáres sono un’altra storia: lì si paga in dollari, a volte nemmeno poco, e vi si possono reperire merci ‘proibite’ - almeno secondo la licenza del proprietario - come carni rosse, aragoste, gamberi, addirittura tartaruga. E non è detto che si mangi meglio.
Nei mini-restaurantes, però, a volte può mancare la privacy: visto il numero limitato di posti può capitare che vi si chieda gentilmente di dividere il tavolo con qualche altro cliente. È questa un’ottima occasione per conoscere meglio i cubani. A Camagüey, una sera, divisi il tavolo con Raúl, baffutissimo macho elettricista, e María, segretaria timida e silenziosa. Quando mi chiesero che cosa facessi in Italia, e gli raccontai delle mie troppe attività (fotografo, imbrattatore di fogli, cane da guardia per gruppi di turisti all’estero), non ce ne fu una che riuscissero a comprendere sino in fondo, almeno come tali ‘lavori’ potessero produrre denaro sonante. Raúl, che aveva capito tutto, cercava di spiegare a María che andavo a fare le foto ai pellegrini a San Pietro, anzi, no, ai matrimoni e ai battesimi. Che scrivevo per i quotidiani. Che portavo i turisti a visitare musei e monumenti. E io giù a spiegare che non era esattamente così, ma dai loro claro capii che non avevano capito. A Cuba, un po’ come tutte le ‘libere’ professioni, il mio lavoro era similfantascienza, difficile da inquadrare.
I mini-restaurantes, inoltre, possono offrire sorprese amare. Il costo dei piatti sul menù è quasi sempre riportato in pesos ($ con una gambetta), ma se volete pagare in moneda nacional dovete sempre specificarlo al cameriere prima di sedervi. Altrimenti può capitare che, dopo i rumori della digestione, vi troviate a pagare in dollari, secondo l’irreale parità 1 dollaro = 1 peso (in realtà per fare un dollaro ci vogliono venti pesos). Il pranzo/cena, dunque, può costarvi venti volte il valore reale.
A Cienfuegos c’è un postaccio del genere, una vera trappola per turisti, appena mi viene in mente il nome ve lo dico. Dentro c’è uno splendido arredamento coloniale, azulejos sulle pareti, tovaglioli di tela quasi puliti e piatti in ceramica. Cibo pochetto, attorno al nulla. Se avete la stravagante esigenza di mettere un po’ di olio sulla bistecchina, o un cucchiaino di zucchero in più nel caffè, la cameriera tira fuori l’oliera o la zuccheriera - solo su richiesta ufficiale - da un enorme mobile-cassaforte in legno scuro, vi versa le gocce (una ad una, con le sue mani) o il cucchiaino e prontamente, correndo, rimette il tutto al sicuro. Doppia mandata. E cercate di non avere ripensamenti, a forza di girarci le chiavi dentro le serrature si possono rompere. Totale dell’abbuffata (una bistecca sottile con tre fagioli, quattro chicchi di riso e due gocce d’olio, una birra, un caffè con un cucchiaino e mezzo di zucchero)? Dieci dollari yanqui. In realtà costerebbe dieci pesos, mezzo dollaro, ma non avete firmato il contratto all’entrata. Protestare non serve. Ancora qui?
Altro inconveniente che può capitare nell’affrontare un mini-restaurante può essere quello della lista d’attesa. Sì, avete capito bene. Come sugli aerei più economici a Capodanno o nel famoso film. Nei ristorantini più popolari, quelli con il cibo migliore e abbondante a prezzo semipolitico, infatti, può succedere, seppur di rado, di dover annotare il proprio nome su un quaderno all’entrata. La cameriera fa l’appello per ordine di arrivo, e i clienti vengono fatti accomodare in sequenza. Questa pratica, vista da qui, fa molto ristorante chic di Manhattan, ma all’atto pratico si tratta di ben altro.
In quasi tutti i centri medio-grandi, però, c’è la famosa ultima spiaggia. Non è vero, come dicono gli americani, laidi gorgonzola obesi ingolfati dai cheese burger, che a Cuba si muore di fame. Sto parlando della catena di fast food El Rápido, dove, pagando esclusivamente in dollari (poco, ma solo per le tasche dei turisti), qualcosa da mangiare c’è sempre. Panini gommosi, pizze bambina (mignon) di caucciù, pollo fritto, patatine, bibite, dolcetti vari (tanti o pochi, a seconda della grandezza della filiale). A volte no hay panini né pizze, ma un pollo frito, surgelato dall’era glaciale, probabilmente una coscia di Tyrannosaurus rex, sul fondo del congelatore c’è sempre.
Tutto ciò che lì si mastica di caldo è stato preparato qualche anno prima e viene infilato nel forno a microonde, gassato e servito. Il risultato è quello che è, per sapere se moriremo tutti di cancro da cellulari, da antenne vaticane e da forni di questo tipo bisognerà aspettare, la ricerca ce lo dirà solo tra qualche anno; per il momento, però, lo stomaco si riempie. Nelle filiali più al passo con la globalizzazione ti vengono dati persino tovagliolini (uno) e forchette di plastica che lasciano tutte le punte conficcate nella carne e nelle gengive, mentre in quelle più basic mani e via andare. Per un dollaro e mezzo che cosa vuoi di più?
In certe città, poi, essendo El Rápido l’unico luogo in cui circolano i dollari, questi fast food sono diventati anche la calamita dei jinetes, lì a caccia di clienti. I nostri turisex, di conseguenza, li pattugliano costantemente, consumando grandi quantità di polli. Gli Azzurri masticano e sognano cosce.





¿Soy cubano?
Se avete una fisionomia vagamente latina e la mania di viaggiare con vestiti da barricata (quelli che alla fine del viaggio saranno destinati alla Caritas o alla lucidatura dei mobili), può capitare che a Cuba veniate scambiati, almeno a prima vista - fino a quando non proverete a dire qualcosa in spagnolo -, per cubani. Oltre che motivo di orgoglio per i viaggiatori non per caso, questo fatto può dare origine a equivoci esilaranti. Scomodi o tragicomici, a volte.
Può succedere, ad esempio, che se vi siete abituati a scacciare i jinetes dai vostri dollari come vespe cui avete distrutto il nido, in tali circostanze, magari proprio quando avreste bisogno di loro - magari siete appena arrivati in una città sconosciuta carichi di bagagli e cercate un alloggio -, non si presenti nessuno in vostro aiuto. Non siete stati individuati come mosca bianca tra la massa, e i cubani una camera se la trovano da soli.
Altro esempio può essere quello di (non) ottenere un passaggio: se vi sistemate in mezzo all’autopista con i bagagli e i vestiti più da straniero che avete nel guardaroba - magliette con Michael Jackson, camicie Verace o scarpe fosforescenti da ciclista - può capitare che qualcuno, incuriosito dalla vostra ‘diversità’ e assetato di voglia di chiacchierare con un non cubano, vi prenda a bordo. Se, al contrario, penserà che siete cubano, rischierete quasi sicuramente di passare la notte raggomitolato sotto un viadotto.
Nel dubbio (siete o non siete cubano/a?), il jinete ha sempre l’arma segreta con cui smascherarvi. Basta una domandina innocua, tratta dal repertorio classico internazionale da militare in libera uscita: che ora è? hai una sigaretta? sai a che ora passa l’autobus per? dov’è la calle xzy??
Se non vi fingerete muto - in tal caso avrete ancora qualche secondo di anonimato -, sarete smascherati al primo accenno di risposta. A seguire le rituali evoluzioni dell’approccio commerciale.
Il file che ora è?, in particolare, è interessante. Soprattutto a Cuba, in spagnolo si usa la parola pico per dire ‘mezzo’, anziché il più castigliano medio. Il termine pico, letteralmente, corrisponderebbe a una piccola frazione in più (meno del 50% dell’unità), tipo e un po’, ma nell’isola, essendo la puntualità un’opinione, si arrotonda sempre per eccesso alla metà superiore. Le dieci e mezza, dunque, sono las diez y pico, un giorno e mezzo un día y pico, ecc.
Volete far andare giù di testa un/a jinetero/a che per abbordarvi ha usato l’espediente di domandarvi l’ora? Rispondetegli, se riconosciuto/a al volo come tale (infierire su chi davvero vuole sapere che ora è saprebbe di arroganza neocolonialista), che sono le pico y pico. Non vuol dire nulla e, dopo un primo momento di intontimento, schiumerà bile verde. O soffocherà dal ridere.
Una sera mi trovo a passeggiare nei dintorni della malfamata Calle 13, a Varadero. Sul muretto della piazzetta degli artigiani staziona un manipolo di jinetes in attesa di stranieri da mungere. Li vedo, mi vedono. Ho già pronte tutte le risposte del repertorio, le ripasso mentalmente mentre mi avvicino.
«Por favor, ¿que horas son?», mi fa un ciccetto nero. Dalla faccia jinetero alla massima potenza.
Guardo l’orologio.
«Las diez y pico
Sono pochi gli stranieri che usano il pico. L’ho fregato, non mi ha ancora smascherato. L’ho capito dalla smorfia di sorpresa. Ma i dubbi (certezze) gli sono rimasti.
«Vuoi comprare dei sigari?»
«Ehi, ma non volevi sapere che ora è...?», gli domando leggermente alterato.
Seguono due lunghi secondi e pico di silenzio. Innesta il sorriso.
«Sì, scusa...»
«È un informatore della polizia», mi confida un’amica il giorno seguente, quando lo incontriamo di nuovo. «Tira pacchi ai turisti e, per continuare l’attività, lavora anche per il DTI.»
Avere una fisionomia latina, a volte, proprio grazie agli equivoci che può causare, può far comprendere come il regime soffi forte sul collo delle persone. Da ‘turista’, troppo spesso, si vive in un limbo artificiale obnubilante, fette di prosciutto sugli occhi; da cubano si fanno i conti con la dura realtà.
Una sera sto aspettando un taxi che mi porti a Matanzas, all’uscita dell’autostazione dell’Avana. Tra i piedi ho le mie due sacche da viaggio, belle colorate, e indosso una maglietta tutta buchi con il logo di Superman. Anche un bambino, penso, capirebbe che sono un turista straniero. Solo un extranjero può portare una maglia così imbecille.
Di fianco ho una famiglia di grassoni (chi ha detto che a Cuba si muore di fame?) che, come me, aspetta un colectivo per Matanzas. Mamma ciccia ha uno spacchevole mal di testa e, quando andrò in paradiso mi alloggeranno nel girone dei Generosi, le regalo le ultime gocce di una boccetta di Novalgina scaduta che ho nel bagaglio. Il mio alambiccare con i bagagli desta la curiosità sospettosa di un poliziotto che si trascina lì attorno. In mezzo secondo mi si piazza davanti e con aria annoiata ma autoritaria mi ordina, a voce alta:
«Compañero, apri i bagagli. Ispezione.»
Lo guardo parecchio interdetto. In quanto straniero mi sono abituato all’apparente intoccabilità di cui godiamo. Mai un controllo di documenti o altre rotture di scatole, così comuni in altri luoghi dell’America Latina. Che cosa vuole da me? Pensa che sia uno straniero bombarolo assoldato dalla CIA? Un narcotrafficante? Che abbia le valigie piene di fegati di bambini? Sono arrogantemente incredulo.
«Devo aprirle? Tutte e due?»
«Sì.»
Il suo sguardo è serio e assente, l’ordine secco.
Mentre smadonno cose bulagnesi, tiro fuori dalle tasche le chiavi dei lucchettini e gli apro la prima sacca. Mutande e calzini sporchi in ouverture. Tutti gli occhi dei quindici cubani lì attorno seguono la pantomima con finta noncuranza.
«Fate così con tutti gli stranieri?», gli domando a voce alta.
Il due di coppe realizza, solo ora, che non sono cubano. Si paralizza per una frazione di secondo. Ictus da risveglio improvviso, dev’essere questo il termine scientifico.
Ormai, però, ha dato il via a una Pratica di Importanza Vitale per la Nazione, per di più sotto lo sguardo attento di numerosi testimoni: non può tornare indietro.
Tace, non risponde alla domanda, fingendosi concentrato nell’Atto Dovuto. Eppure ho usato il mio migliore spagnolo. Infila mezza mano nella sacca, centrifuga velocemente la biancheria come si fa con il minestrone perché non si attacchi alla pentola, annusata l’eau de savage richiude al volo ed estrae la mano, come si fa dopo che l’hai infilata nel minestrone rovente per recuperare il cucchiaio che ti è caduto dentro.
«Tutto regolare. Puoi andare», mi fa con aria sicura e autorità da caserma.
Rimango lì, l’unico che se ne va è lui, fischiettando e continuando a far finta di niente. Normale routine, di controlli così ne faccio mille al giorno. Dentro, però, ne sono più che certo, si sta chiedendo «sono cieco e scemo o scemo e cieco?»
Appena gira l’angolo metà dei cubani scoppia a ridere, gli altri guardano il cielo chiedendosi se domani pioverà.



Siboney
Ai tempi d’oro del turismo sessuale la spiaggia di Siboney era una delle più amate dagli italiani. Situata a breve distanza da Santiago, con mare calmo e pulito - ideale per sguazzare -, casas particuláres economiche e molto tolleranti in termini di privacy, numerose jineteras in trasferta dal capoluogo e a caccia di clienti: questi gli ingredienti vincenti.
«Sono qui da due mesi e non ci penso nemmeno a spostarmi.»
Gino è un Buddha attorno ai cinquanta con pancia birrosa che ciondola su una sedia a dondolo tutto il giorno, su e giù, giù e su, guardando l’orizzonte dalla veranda della sua casa particulár. In effetti non sembra spostarsi un granché dalla posizione del fiore di luppolo.
«Sono di Pescara e vengo sempre qua, ormai mi conoscono. Il proprietario mi fa un prezzo speciale e posso usare la cucina, così mi ingurgito tutta la pasta che voglio. Gli ho anche insegnato a fare il caffè come Illy comanda. Ne vuoi uno?»
«Sì, grazie.»
Ho sempre un’attrazione masochista per gli italiani esternatori, i Cossiga tropicali. Sono morbosamente attratto dalle filosofie spicciole, voglio vedere fino a che punto osano arrivare.
«Prima stavo a Santo Domingo, ma ora è diventato un Far West. Italiani che girano con la pistola. Bordelli carissimi, per turisti americani. Gran brutta onda».
«E allora ti sei trasferito a Cuba?»
«Sì, ci vengo ogni anno, qui c’è maggiore libertà ed è più tranquillo. Anche se le cose, almeno per quanto riguarda la ‘libertà’, la nostra, stanno cambiando parecchio. Sembra che Castro voglia dare un freno a tutto il movimento. Non hai qualche libro in italiano da cambiare? Te ne posso dare uno di Wilbur Smith, l’ho appena finito.»
«No, mi dispiace.»
Odio i libri da supermercato, quelli con la copertina grossa. Letture pescaresi. Salvo solo D’Annunzio, e solamente perché amava i piedi e le ascelle delle donne. E ogni tanto riusciva a farsi un pompino da solo.
Trovo una camera da Doña Chiquitica, alla fine della strada principale: è ad appena cinque minuti a piedi dalla spiaggia, eppure quei pigroni dei gini preferiscono alloggiare attaccati all’arena, dove i taxi e i camion collettivi sgassano e strombazzano, pur di non fare un passo in più del necessario. Il figlio di Chiquitica, ‘Fofito’ (‘tenerino’), è un negrone di due metri, magro magro, tutto sorrisi a cento denti e un paio di voragini nella Lacoste turca rammendata troppe volte. Di tenero deve avere ben poco, soprattutto dai braghini in giù.
«¿Queres jugar?», «Vuoi giocare?», mi fa senza distogliere lo sguardo dal televisore, mentre sfracella marziani a un videogame di primissima generazione.
«Volentieri, quando hai finito. Qual è il tuo record?»
«Alto.»
«Per forza, ci passa il giorno e la notte», commenta Chiquitica, con sdegno materno.
La spiaggia non è niente male, anche se i cubani l’hanno presa per un immondezzaio. Lattine di Tropicola rotolano fra le onde. Un adolescente, per divertirsi, passa il tempo a spaccare bottiglie di birra tra i sassi del bagnasciuga. Ottima cura per i calli.
Diversi italiani imperversano qua e là, tra le jineteras che li hanno raccattati alla discoteca La Iris, a Santiago, e quelle stanziali. Alcuni hanno il ghigno dei padroni stampato sul volto, tutti la pancetta e la pelata standard.
«¿Vamos magnar
Questo splendido esemplare raro di esperanto tropicale con accento di Padova mi fa girare le orecchie, al volo: voglio vedere che faccia ha un padano capace di tanto.
Cinquanta e dintorni, toupé ricciolino, panza Moretti con smagliature abbronzate solo sugli strati esterni. È l’ora di pranzo e sta facendo un referendum fra tutte le ragazze della spiaggia, invitandole a mangiare. Dopo il caffè, oviamente, pagheranno il conto, ognuno a modo suo. Lui pretenderà dolce e digestivo. Una che accetta il galante invito sembra trovarla sempre: l’inguine ha le sue esigenze, lo stomaco pure.
Metto una cassetta di Manu Chao nel walkman con piccole casse acustiche esterne, sono democratico, e le parole di Clandestino hanno un potere calamitante molto più forte degli inviti della Scuola di Sant’Antonio diretti alle masticande.
«¿Que musica es esta?», mi domandano tre fanciulle contemporaneamente. Forse è il potere della musica, quella buona.
Alina, Francisca e Juana sono di Santiago, giovani e carine. Visibilmente a caccia di clienti. Juana ha un visino volgare volgare, se questo non fosse un libro per bene direi da scannatoio. Le manca un incisivo e le pupille emettono stelline luccicanti a forma di dollaro. Per chi mi ha preso? Un texano?
Alina, invece, ha lineamenti delicati e raffinati. Bianchetta, ha un ciuffo attraente, anch’esso bianco, che spicca fra i capelli castani. Interessante, raro.
«Di dove sei?»
«Italiano.»
Ecc., ecc.
Dopo un po’ ci sediamo a un tavolino dell’unica discoteca/bar di Siboney, pago io, come sempre. Le chiacchiere seguono il solito percorso. Il fatto che parli uno spagnolo un micron sopra la media degli stranieri che vegetano da queste parti le desta curiosità:
«Sei un professore?»
«No, ho solo viaggiato in altri paesi dell’America Latina.»
«E hai già avuto molte fidanzate cubane?»
Mi piacciono le donne che vanno subito al punto, senza troppi giochi di testa annodati, carotine solo fatte vedere e bastonate morali calate sulla nuca. Roba da italiane.
«No, non molte. È che non amo pagarle, non sono uno di quei bisonti che vengono qui in vacanza inguinale.»
«E che ci fai, allora?»
«Fotografo, scrivo. È il mio lavoro. Pochi soldi, ma a volte riesco anche a divertirmi.»
«Tu sabes demasiado. Sai troppo. Camaján».
«Chi, io? Sì e no so che cosa farò stasera...»
«E che cosa farai?»
«Beh, mi piacerebbe rivederti...»
«Va bene. Dove? Qui?»
«Ok alle nove?»
«Está bien. Nos vemos a las nueve, aquí
Alle nove, e pure alle dieci, ovviamente Alina non si presenta all’appuntamento. Di turisti ‘alternativi’, senza dollari fruscianti nel portafogli, qui nessuno sa che cosa farsene.




Watanga
Watanga è nera con smagliature blu e ha un modo di parlare buffo, con una esse strascicata più unica che rara.
«¿Queres masaje
«No, muchas gracias
Nonostante rifiuti gentilmente il suo massaggio - non amo dare spettacoli da turisex, soprattutto in una spiaggia affollata all’ora di punta - diventiamo presto ottimi amici. Watanga, oltre a un nome incredibile, ha un sorriso molto affabile, ventun anni e cento denti smaglianti in avorio puro del Benin. Al collo porta qualche inquietante feticcio della santería, che per scaramanzia non guardo per più di due secondi di seguito.
«Di dove sei?», le chiedo.
«Dell’Avana.»
«E che cosa ci fai a Siboney, dall’altra parte dell’isola?»
«Lavoro. Nella capitale non si può più andare in giro con uno straniero. Se mi becca la polizia è capace di tagliarmi i capelli a zero e darmi vent’anni di galera. Qui, per ora, è più calmo. Domani, però, tornerò all’Avana, in treno. Sono almeno quindici ore interminabili, ma devo assolutamente andare: ho un figlio piccolo che mi aspetta da giorni, oltre a quasi tutta la famiglia.»
Prima di andarsene mi lascia l’indirizzo, strano come il suo nome:
edificio tal dei tali, calle San Rafael, Centro Habana, tel. xzy, dove si cuciono le borse, risponde Ana dalle alle, chiedere di Watanga
Il biglietto che mi lascia sembra una mappa del tesoro, e dopo circa un mese, quando torno all’Avana, decido di mettere alla prova le mie capacità investigative. Telefono dalle alle a ‘sta tal Ana, dove si cuciono le borse, evidentemente un laboratorio di riparatutto situato di fianco alla casa di Watanga, priva di telefono, e chiedo della mia amica:
«Un momento, por favor», la voce che mi risponde è annoiatissima.
Dopo qualche minuto arriva Watanga, trafelata.
«Dove sei? Al Vedado? Dammi un’ora e ti raggiungo!»
La proprietaria della casa particulár in cui alloggio trasecola quando vede ciò che vede. Watanga è arrivata vestita a festa, indossa un abito bianchissimo da santería su pelle nera antracite, cappello di paglia con nastri e fiori di tutti i colori dell’arcobaleno, scarpe con zeppa tetraplegica: il cliché della jinetera, visibile senza cannocchiale a chilometri di distanza. Sembra la protagonista di un film sulla prostituzione che si appresta a girare una delle scene più problematiche.
«Non di giorno! Incontratevi in strada o al cinema, ma non qui da me. Se la vedono i vicini sono capaci di denunciarmi alla polizia, e possono togliermi la licenza!»
Il sorriso di Watanga, smagliante come sempre, è a tratti smorzato da una guancia gonfia, tenuta con una mano.
«Ho una carie che mi sta facendo impazzire! Mi accompagni dal dentista? C’è una clinica qui di fianco e se mi vedono arrivare con te, che sei straniero, mi trattano meglio...»
Dentista? Chi paga? Sono già preoccupato e conto i pesos nel portafogli.
«D’accordo, andiamo.»
La clinica è un viavai di gente e la fila d’attesa dell’ambulatorio odontoiatrico molto lunga. A differenza che da noi, però, non ci sono file da fare prima per dissanguarti con pagamenti di ticket vari: ti ammali, entri, presenti la carta d’identità, possibilmente la tua, se sopravvivi aspetti, se ti va bene torni a casa guarito e con gli stessi soldi di quando eri arrivato. Tiro un sospiro di sollievo. A questo punto, viste le condizioni, magari mi faccio dare una controllatina anch’io.
Un ciccione con una maglietta XXL stretta di tre misure domanda chi è l’ultimo, pratica abituale nell’affrontare le file interminabili che si fanno per prendere un autobus. Ciccio fuma nervosamente sigarette Populár pestilenziali, ma nessuno gli dice niente. Il tonnellaggio della chiatta incute rispetto.
Tutti i pazienti hanno un’aria dolorante e terrorizzata, però attendono stoicamente, da veri rivoluzionari, il loro turno. Watanga è a pezzi e si accascia sulle mie ginocchia, mentre conta i secondi che mancano alla fine della sofferenza.
Dopo un bel po’ il medico la chiama. L’intervento dura due minuti scarsi. La mia amica esce dall’ambulatorio barcollando, ma contenta. Il viso, però, è piagato dal dolore. Non ho ben capito in che modo la mia presenza sia servita a ottenere un trattamento migliore, il maniscalco mi pare abbia operato alla carlona, con o senza extranjero. Forse Watanga voleva solo un po’ di compagnia.
«Tutto bene?»
«Ahi, che male! Niente anestesia, che male bestia...»
«Come niente anestesia?? Perché?»
«Costa.»
Taccio, è meglio.
Dopo mezz’ora Watanga sta decisamente meglio e dimostra di aver ripreso l’energia di sempre. Spesso questa si trasforma in logorrea e, nonostante la mandibola sia ancora dolorante, le esse si succedono incessantemente, facendomi ronzare le orecchie.
«Stasera ti faccio vedere dove vivo, così conoscerai un po’ di vera Cuba. Non quella dei CD alla moda.»
«D’accordo, volentieri.»
Dopo un pollo fritto con patatine da Burgui e una malta Mayabe ci infiliamo in un edificio col cancello sorvegliato da una specie di vigilante; l’unica cosa che ha del vigilante è il ghigno.
All’interno si apre un grande salone su due piani, e decine di sfollati si dividono lo spazio in ‘camere’ dalle pareti di cartone e panni stesi a mo’ di tenda. Al centro della sala spicca una grande presa di corrente da cui penzolano decine di fili annodati fra loro, una specie di totem elettrico, e una ragazza va su e giù rumorosamente da una scala buia trascinando secchi d’acqua.
«La nostra casa è crollata due anni fa e Fidel ci ha alloggiati provvisoriamente qui. Ci avevano promesso che al massimo in cinque-sei mesi avremmo avutto un alloggio vero, ma ormai ci siamo abituati all’idea che i mesi diventeranno anni.»
«Ma che cos’era questo edificio prima, una fabbrica?»
«Un cinema. Sono state tolte le sedie e ne abbiamo ricavato una cinquantina di camere. Questa è la mia, vedi?»
Scostando un telo mi fa vedere un materasso con un comodino trasformato in altare su cui giacciono inanimate alcune immagini sacre della santería. Riconosco una cartolina con la Vergine del Cobre, posta di fianco ad alcune foto di turisti.
«Questo è Carlos, il mio fidanzato spagnolo. Ci siamo conosciuti l’anno scorso a Guanábo e ha promesso, prima o poi, di portarmi a Madrid. A maggio dovrebbe tornare, non vedo l’ora...»
Watanga mi presenta parte della famiglia: la madre, una negrona con uno strano cappellaccio di pelle nera sadomaso, stile Hell’s Angels; il figlio Ramón, tre anni, una pila impazzita che gioca con i soldatini sul letto, salta, urla, si tuffa di testa dal materasso al pavimento. Dopo un minuto sono anch’io lì a fare pum pum con i suoi soldatini, mi ha già adottato e coinvolto nella Terza guerra mondiale.
E poi due cugine, una alta e apparentemente tirata su a vitamine da astronauta, ossa grosse ricche di calcio e muscoli da palestra, tenuti tonici dal su e giù di secchi d’acqua tra la camera da letto e la cantina-bagno. Sembra il sogno tropicale di ogni turisex che si rispetti, e forse è una campionessa di basket. Da vecchia sicuramente non soffrirà di osteoporosi. L’altra è piccolina e ha uno sguardo triste, non deve avere più di sedici anni, ma sta già allattando la figlioletta, nata da un paio di mesi. Lo sprint e l’amore che ci mette sono gli stessi che si usano, di solito, per lavare i calzini sporchi.
Ramón si è stancato dei soldatini e va nell’appartamento vicino, dove prende per mano una bimbetta col pannolone che deve avere la metà dei suoi anni e me la porta.
«È Juanita, la sua fidanzata», mi spiega Watanga.
«Vuoi un frullato di zapote? È molto buono»
«Sì, grazie.»
Accetto volentieri, sorpreso dalla sua generosità. Da parte di chi ha così poco anche un semplice frappé è un regalo molto esoso.
La cugina cavallona cincischia con un frullatore rumorosissimo su un bancone, mentre Watanga accende uno stereo portatile a manetta. Alla radio imperversa un brano di salsa che fa un baccano d’inferno e provoca proteste indecifrabili da parte di qualcuno raggomitolato sotto una coperta, su una brandina dall’altra parte del salone.
«Ah, quella vecchia! Rompe sempre le scatole. Vuole solo dormire e si lamenta di ogni cosa. Sta antipatica a tutti, qui.»
Provate a mettere una cassetta di salsa mentre dormo, e vedrete che simpatia che emano.
Il frullato è ottimo e faccio il bis. La cugina triste, dopo aver finito di allattare, va in bagno per farsi una doccia. L’acqua manca, come in quasi tutta l’Avana Vecchia, almeno in quella non riservata ai turisti, e a trasportare secchi, anche lei, si è temprata il fisico. Braccia forti, sguardo duro, cattiveria tanta.
Il giorno dopo Watanga mi invita a vedere la novela dalla sua amica del cuore. Prima la passo a prendere da casa e sono un po’ titubante mentre, steso sul materasso mentre aspetto che si faccia bella, all’improvviso entra un poliziotto in divisa che innesta un monologo su questo e su quello. Nei monologhi, è risaputo, non c’è bisogno di grandi risposte, ma tiro fuori comunque il mio migliore spagnolo per dargli i classici sí, claro, así es, ¿verdad? di conferma. Watanga, con la coda dell’occhio, fa cenno di non preoccuparmi.
«È un amico», mi bisbiglia all’orecchio, «Puoi rimanere, senza problemi.»
Watanga, se possibile, ha di nuovo mal di denti, addirittura più del giorno prima. Questa volta, però, si tratta di una scheggia d’osso che le si è conficcata in una gengiva mentre azzannava un panino alla carne di rinoceronte da cinque pesos.
L’amica si chiama Teresa ed è sordomuta. Ogni tanto, così come Watanga, frequenta il Bar Palermo a caccia di turisti, e i dialoghi con i clienti sono quello che sono. In tutto ciò l’aspetto più tragicomico è che al Palermo, un salone di quattro metri per cinque, di ragazze sordomute ce ne sono ben due, ovviamente in acerrima concorrenza.
Teresa abita nella mezza porzione di casa rimasta in piedi per miracolo dopo il crollo, la stessa in cui viveva Watanga. La luce non c’è, i tre piani di scale sono illuminati da stracci imbevuti di kerosene che arde sui gradini, uno per ogni rampa. Beirut negli anni Ottanta. L’unica cosa che pare funzionare è il televisore in bianco e nero, acceso a volume fortissimo, distorto nonostante un terzo degli spettatori non senta un bel nulla, e un altro terzo (io) sia poco concentrato sulla fiction. Le ragazze sono ipnotizzate dallo schermo e dopo cinque minuti inizio a rigirarmi nervosamente sulla poltrona, divorato dalle zanzare. Trovo una scusa e porgo i saluti.
Il giorno seguente vado a salutare Watanga prima di ripartire. È piuttosto triste, oltre che semiaddormentata.
«Che cos’hai fatto, ieri, dopo la novela?», le domando.
«Non avevo sonno e sono andato alla discoteca del Morro. M’è andata più che bene: ho trovato un messicano che mi ha dato cento dollari per una sveltina. Turisti così non capitano tutti i giorni...»
«E allora che cos’è quella faccia triste?»
«È morta una mia cara amica, l’ho saputo da un paio d’ore.»
«Cavolo, che cosa le è successo?»
«Mah, si era beccata un’infezione, e per pigrizia non è andata abbastanza dal medico. Così l’infezione è peggiorata, e ora non c’è più...»
Mi sorge un dubbio atroce.
«Non è che l’infezione di cui parli, per caso, sia l’AIDS?»
«Sì, un nome così. Poverina...»
Brividi su e giù per la schiena.
Prima di salutarla le lascio l’indirizzo e un piccolo regalino. Entusiasta, per contraccambiare, si risveglia del tutto e mi fa un breve rito propiziatorio di santería.
«Non ho nulla da regalarti, però questo ti servirà.»
Prende una banconota finta da centouno dollari, trovata in chissà quale Monopoli cubano, vi avvolge una moneta da un peso con José Martí e la scritta Patria o muerte, la cosparge di polvere bianca di cascarilla e benedisce il malloppo con boccate di sigaro, una sul denaro e una sulle effigi dell’altarino. Strani giri circolari di fumo attorno alle statuette e al gruzzolo.
«Serve per la buona sorte e per i soldi.»
Ringrazio, ho bisogno di entrambi, ma sono strangolato dai dubbi (non sarà pericoloso? porterà sfiga? in quanti sono, in giro, ad avere ‘infezioni’???).
Saluto e me ne vado, un po’ scosso.
La banconota l’ho ancora a casa, tra una statuetta di Iemanjá, un Preto Velho, una Figa e un Buddha brasiliani, nel mio peji personale. Da quando l’ho messa lì non l’ho più toccata, nemmeno per togliere la polvere dal mobile.











PARTE SECONDA


DELIRIUM BRASILIENSIS







Meu Brasil, non solo AIDS & favelas
Basta! Non ne posso più di ‘speciali’ che parlano solo degli orrori del Brasile, di meninos de rua (quando i ‘giornalisti’, ignoranti come capre, hanno almeno l’accortezza di citarli in portoghese, e non niños de rua, come sempre fanno, in spagnolo - o, peggio, in portospagnolo, meniños de rua), di favelas, di droga, di squadroni della morte, di AIDS, di prostituzione, di turismo sessuale, di senza terra e di distruzione della foresta amazzonica. Tutti problemi verissimi e allucinanti che un giornalista degno di tale nome deve certamente evidenziare e divulgare: con la lontana utopia, se non di debellarli, almeno di smuovere le coscienze. Ma è mai possibile che, quando si parla di Brasile, si affrontino solo questi argomenti? O, dall’altra parte della barricata, quando si vuole descrivere il Brasile ‘positivo’, ci si ricordi solo del carnevale e del calcio?
Tutti lo sanno che in gran parte dell’America Latina il controllo delle nascite è ancora fantascienza, la miseria e i salari minimi da fame endemici - grazie al liberismo più sfrenato -, il mercato del sesso e della droga enormi, la devastazione del ‘polmone del mondo’ un problema anche nostro. Perché, però, quando si vuole descrivere una realtà esterna e lontana, se ne mettono in luce sempre e solo gli aspetti negativi? Sarebbe come se, all’estero, si parlasse dell’Italia esclusivamente in occasione di morti ammazzati dalla mafia e dall’eroina, di corruzione e di immigrazione disperata: tutti aspetti della nostra società veri ma, fortunatamente, non unici. La realtà è che il ‘Primo Mondo’, vincente in quanto tale, riesce a vendere all’estero anche i lati - per i più - positivi (l’Italia, purtroppo, della moda e delle belle auto, ma anche, per fortuna, della storia e della cucina), cosa quasi impossibile per un qualsiasi paese africano, asiatico o latinoamericano. Che cosa sa, l’italiano medio, dell’atmosfera gioiosa che circonda la feijoada del venerdì in una famiglia carioca? Qual è l’italiano medio che sa che cos’è una feijoada? Di quei paesi non si può, né si deve, parlare in termini positivi - se non per vendere i pacchetti dei tour operator, a suon di samba, natiche e spiagge -: bisogna sempre e solo descrivere la sfiga tremenda.
Non riesco a capire, ad esempio, perché nei nostri telegiornali rosa vengano spacciati impunemente come notizie - soprattutto a fronte di un canone - lo share dei programmi della stessa emittente o gli ultimi amplessi di Principi & Principesse, lasciando alla pagina degli esteri uno spazio infinitesimo. Per sapere che cos’è successo dall’altra parte della terra - notizie VERE - compratevi un satellite, collegatevi a Internet o trovate un giornalaio che abbia qualche quotidiano straniero. La tv di stato - e, a ruota, la concorrenza - pensa che sia più importante descrivervi in dettaglio quante, per quante volte e quali dita del piede dx sono state succhiate a Sarah dal magnate texano, piuttosto che dirvi che cosa stia succedendo, ad esempio, in Nepal (sarebbe interessante fare un’inchiesta per vedere quanti italiani costanzodipendenti, nonostante la culturina media da quiz largamente diffusa, sappiano esattamente dov’è il Nepal. E non ho detto Lesotho o Sikkim).
Chi si occupa superficialmente di Brasile, a parte il solito Minà, ne dimentica regolarmente gli aspetti positivi come, ad esempio, l’ottimismo nonostante tutto (in Italia andato a farsi benedire già da un pezzo), anche da parte di chi è miserabile e favelado. Perché non parlare, una volta tanto, di qualche ottimo musicista, là famoso e qui semisconosciuto (per esempio Tom Zé, Fernanda Abreu, Gabriel o Pensador, Adriana Calcanhotto, Lenine, Marina Lima; la lista potrebbe andare avanti all’infinito), e invece insistere con gli insulsi piagnistei sanremesi o l’ultimo ombretto di Maronna? Possibile che le case discografiche debbano imporci la loro immondizia condominiale, e che noi dobbiamo ingoiarla per i loro tornaconti?
Perché parlare di sesso solo in termini di pedofilia e di turismo maniacale e non, per una volta, anche come gioia di vivere, di attitudine naturale che, con le dovute precauzioni, può solo dare piacere e aiutare a vivere meglio? In questo caso il ringraziamento va a Chiesa & Famiglia.
Sembra che l’Occidente si dimentichi di questi (e di altri) aspetti della vita per invidia, conscio della propria perdita costante di energia vitale, nel nome della Massima Produttività Globalizzante. Tace su chi ancora ne ha da vendere e dirotta verso le tematiche che lo assillano istericamente: la sicurezza, il lavoro, il successo, il denaro, le chiavi-in-mano. Il risultato è quello di un’Italia sempre più triste e frustrata, fighetta e scalatrice di posizioni nella luccicante graduatoria dei G8. Con il Mercedes, ma anche con un’aridità interiore mostruosa.
Il lavaggio del cervello attuato dai nostri media fa sì che i turisti italiani, non appena giungono in Brasile, con la testa infarcita di cazzate e di luoghi comuni, si facciano prendere da una pietà lacrimosa davvero stucchevole, manifestata a suon di poverino e che pena ogni volta che intravedono una favela o un bambino di strada dal finestrino del loro bus air conditioned. Le guide locali vengono colte dai crampi allo stomaco, questa pietà regalata da chi non sa un menga del loro paese li fa sbavare fiele, ma per dovere professionale e per la mancia a fine escursione tentano di spiegare, invano, come tali fasce emarginate della società da telenovela siano, a loro volta, una (sotto)società con valori culturali propri - la musica e gli splendidi testi di Bezerra da Silva, i balli funky del fine settimana, un gergo che fa rotolare a terra dal ridere -, altrettanto rispettabili. Come il problema sia innanzitutto politico ed economico - da noi la riforma agraria fu fatta all’epoca di Giolitti, in Brasile, forse, arriverà verso il Tremila -, ma il turista medio non vuol certo ascoltare questioni politiche durante il tutto-organizzato a cinque stelle, quando fa il Brasile in quindici giorni e aggiunge un’altra bandierina sul mappamondo dei paesi collezionati. Nel frattempo, con la miseria, c’è chi mette a posto la coscienza e/o fa buoni affari: adozioni a distanza, preti e laici che si spurgano col volontariato nelle comunità di bambini abbandonati, entrambe - in fondo - forme di elemosina che non contribuiscono certo a sviluppare una coscienza sociale, un movimento politico che cambi una situazione terriera medievale. E poi c’è, addirittura, il Favela Tour, una specie di gita ai quartieri spagnoli per americani, dove finalmente il turista, piegato dal peso delle videocamere, può liberare sfilze di poverini! Però, in fondo, come sono simpatici e carini, anche se così poveri. Pagando, e questo è il bello, almeno per chi organizza il tour della sfiga.
Quello che il nostro giornalista medio non coglie, cieco e prevenuto com’è, povero asino senza carota, è che i bambini abbandonati in Brasile sono migliaia perché regnano l’ignoranza, l’oligarchia economica e il latifondo, ma ANCHE perché la gente non ha ancora perso del tutto la naturale necessità di fare figli, caratteristica già cromosomica nelle varie Padanie del mondo. Le favelas esistono perché la ristretta cerchia di ricconi e burattini che sono in politica è manovrata ANCHE dalla nostre multinazionali e dai nostri magnati (chi mangia gli hamburger e la mucca non pazza ricavati dai bovini delle fazendas? Chi importa il legname pregiato dall’Amazzonia? Chi trasferisce fabbriche in Brasile per sfruttare costi di produzione minori?). La droga e le puttane - e, di conseguenza, l’AIDS - là proliferano grazie ANCHE alla forte domanda dei nostri turisti, in fuga da un’Italia sempre più fredda e carente di sesso, bigottta e imborghesita. La comunicazione da noi ormai avviene solo via modem, e se osi guardare per più di due secondi una donna che incontri per strada ti va bene se non ti becchi uno scaracchio tra gli occhi.
La foresta amazzonica è sì in forte pericolo, ma chi ha iniziato a inquinare il mondo con ciminiere e tubi di scappamento? Forse non c’erano anche in Italia, anni luce fa, foreste, animali, mari e fiumi puliti? Solo perché oggi una (piccola) parte di noi è consapevole dei danni provocati all’ambiente dai nostri predecessori (per non parlare di quelli attuali, nel nome della Massima Occupazione: alta velocità, condoni edilizi, incentivi alla rottamazione), possiamo ipocritamente permetterci di criticare se altri stanno dando il colpo di grazia al pianeta? Chi sottolinea questi aspetti sui nostri media?
La morale della favola non può che essere la seguente: quando la cacca è nostra, e il cancro ai polmoni o alla pelle è Made in Italy, non va nominata, perché Santa. Dà occupazione, tredicesima, pensioni. Esporta. Quando, invece, la producono gli altri - a meno che non ci sia di mezzo lo zampino di qualche Azzurro, in tal caso Produttivo e Benedetto -, bisogna dar fiato alle trombe, battere sul tamburo e puntare l’indice. Viva la nobile informazione italiana!


QUESTIONI DI FILOSOFIA

Maleducazione
Di ritorno dal primo viaggio in Brasile, quando ancora avevo il cervello ottenebrato dalle spiagge e dalle bunde tropicali, non riuscivo a distinguere chiaramente i vari ceti locali, culturali ed economici. Vedevo gli abitanti del ‘País do futuro’ come un’entità unica, bella e positiva in ogni sua sfaccettatura. Non mi ero ancora reso conto dei diversi livelli di razzismo e fighetteria, assai profondi e presenti anche nella società brasiliana, seppur molto meno evidenti che da noi.
Le prime puzze di questo genere le annusai una sera, proprio nella mia città. Recatomi da un amico, ebbi l’occasione di conoscere Roberta, la sua bellissima fidanzata paulista (oggi non più sua, ma purtroppo decaduta). Nata a ‘Sampa’, cuore economico e culturale del Brasile, si era trasferita da adolescente con la famiglia in Italia, e faceva ritorno al paese di origine solo occasionalmente, per brevi, asettiche vacanze.
«Come mai vivi qui, non hai nostalgia del Brasile?», le domandai subito.
«Neanche un po’», mi rispose acidamente.
«Come mai? - ero allibito - Io lo trovo meraviglioso, nonostante i mille problemi... Là esistono ancora cose che qui sono andate a farsi benedire da tempo, come la semplicità e l’allegria delle persone, la voglia di fare nuove conoscenze.»
Mi sembrava di essere un missionario comboniano. O Gianni Minà da giovane. La mia oleografia da dépliant di agenzia, tuttavia, non l’aveva convinta.
«Sì, in parte è vero, però ci sono altri mille fattori negativi, a causa dei quali preferisco di gran lunga l’Italia.»
Non riuscii a credere alle mie orecchie. Come poteva, un essere umano, preferire il paese di Ambra, di Pippo, di Giucas e di Arraffa a quello di Jorge Amado e di Sonia Braga? (Ancora non sapevo che, anche in Brasile, c’erano Ambre e Pippi, Giucas e Arraffe, seppur con nomi esotici come Xuxa e Angelica, Faustão e Silvio Santos).
«Per esempio? Che cosa ti dà più fastidio del Brasile?», le domandai, curiosissimo e fatuo.
«I camerieri. Sono estremamente maleducati: i piatti, anziché porgerteli, te li tirano.»
È pazza, mi dissi. Come si fa a odiare un paese come il Brasile (che non è il Marocco o l’Albania), solo perché i camerieri ti servono male? In Italia come ti servono? Bene? E poi anche qui ci sono maleducazione e volgarità a sfare, basti pensare ai salumai modenesi col Mercedes, o alle Golf bianche targate Macerata.
Arrivai alla conclusione che Roberta era una povera fighessa con la puzza sotto il naso, esponente di quella insopportabile élite paulista che nelle novelas fa sognare milioni di favelados coi loro fuoristrada statunitensi, i salotti rosa con il pianoforte a coda e le frangette scolpite a banana. Un’imbecille, bella senz’anima. E la archiviai.
Poco tempo dopo questo incontro casalingo mi capitò una situazione analoga. Mi trovavo a Bagan, la spettacolare zona archeologica nel nord della Birmania. Alloggiavo in un alberghetto dove mai avrei pensato di incontrare qualche brasiliano. Una mattina andai nel giardino per fare colazione, dove due fidanzatini, una fanciulla sulla ventina e un orco cinquantenne grasso e sudaticcio, masticavano a quattro ganasce.
«Where are you from?», domandai loro, tra un sorso di caffè e l’altro.
«Italy - rispose lui -, Brazil - disse lei.»
Tutte le volte che, da un/a brasiliano/a, sento pronunciare il nome del suo paese con la Z - propria della lingua inglese -, anziché con la S, mi si drizzano i capelli di sotto. So già che è uno poveretto/a filogringo, che ha rinnegato tutto ciò che gli ricorda la puzza di casa ma che adora qualsiasi schifezza, purché estrangeira.
«Cavolo, qui incontro solo italiani», feci a lui nella mia lingua. «E você é de onde, paulista?», domandai alla ragazza. Sul registro delle presenze di un altro albergo avevo visto la firma di una brasiliana di São Paulo e pensavo che fosse lei (la Birmania non è certo la meta più battuta dai brasiliani).
«Sim, sou de São Paulo... Mas você também é brasileiro?», mi domandò esterrefatta.
Da questo momento la chiacchierata proseguì esclusivamente in italiano, sia perché ciccio non capiva nulla di portoghese, nonostante stesse con la paulista da anni e fosse andato in Brasile più volte, sia perché lei era una di quelle cretine che avevano rinnegato tutto - lingua inclusa - del loro bellissimo paese, pur di odorare e adorare il Primeiro Mundo.
I due abitavano a Torino da anni, città spassosissima dov’è rifugiata una folta comunità brasiliana, e lei detestava il Brasile.
«Perché non ti piace, che cosa ti disturba del tuo paese?», le domandai, conoscendo già la risposta.
«Troppa delinquenza e violenza. A São Paulo non puoi andare in giro con un orologio al polso che, dopo un quarto d’ora, qualcuno te l’ha già rubato.»
A me, gringo con la faccia da gringo, che in Brasile ci avevo passato due anni, dormendo in favela e battendomi in ciabatte i peggiori quartieri delle principali metropoli, nessuno mi aveva mai derubato. Sicuramente avevo avuto fortuna, ma evitando di comportarmi da gringo l’avevo sempre fatta franca. E sicuramente non ero soggiogato dalla paranoia cromosomica dei paulisti. Avevo assistito o sentito narrare di cose orrende, certo, ma, nove volte su dieci, la vittima aveva sempre, in qualche modo, ‘provocato’ il desiderio di furto, rapina, omicidio da parte del ladrone; o aveva fattori fisici (capelli da svedese, due metri di altezza, abbigliamento da turista a Disneyland), troppo da gringo, che attiravano come calamite i benefattori. Io, che in Brasile avevo viaggiato sempre da pezzente, non usavo l’orologio - domandavo l’ora a chi passava -, e al più ero stato truffato di 30$ da un ‘amico’ la prima settimana del mio primissimo viaggio, quando ancora non parlavo una parola di portoghese.
E la camorra, i vecchietti con il giornale a Porta Portese, i maghi televisivi, Maniero e la Uno bianca che cos’erano? I bambini sciolti nell’acido dai mafiosi? Roba di Marte?
«Mah, a me non è mai capitato niente, anche perché vado in giro, quando la situazione lo richiede, come uno straccione», le dissi, polemico.
«Sì, ma non è nemmeno giusto andare in giro così. Qualche lusso nella vita, ogni tanto, ci vuole.»
Non ci fu nulla da fare, non servì sottolineare come, a mio parere, fosse meglio andare in giro senza orologio ma conoscere gente aperta, sorridente e simpatica, più disposta di qualsiasi italiano a fare amicizia, piuttosto che sentirsi ‘lussuosi’. E poi vogliamo mettere da un lato il sole, le spiagge, i ‘fili dentali’, il pesce con farofa, la follia dichiarata delle mille feste, l’allegria nonostante tutto, e dall’altro il freddo porco nove mesi all’anno, il lavoro cattivo undici, le donne che ti guardano come fossi trasparente, il ragù (vabbé, qui vinciamo noi), la noia stronza del sabato sera, la tristezza occidentale nonostante il benessere?
«Ho delle cassette di musica brasiliana con me, le vuoi ascoltare?», le domandai, in un ultimo, estremo tentativo di riavvicinamento ideologico e di risveglio della sua saudade.
«No, grazie, non mi interessa», mi rispose l’odiosetta, acida come se le avessi chiesto soldi in prestito.
Certi aspetti del Brasile, lentamente, in seguito, funzionarono da concime nel mio cervello - già, forse, in putrefazione. Durante i viaggi successivi e con l’incedere della vecchiaia iniziai a capire come la maleducazione, là come qua, unita all’insicurezza determinata dalla violenza, potesse causare un elemento di forte disturbo per un brasiliano (o italiano) minimamente sensibile: tanto da fargli prendere la decisione di trasferirsi nel cosiddetto ‘Primo Mondo’. Né più né meno dello stress da lavoro di un bancario milanese o di un operaio napoletano, decisi a trasferirsi ai tropici per trascorrere una vita meno ‘seria’ ma più felice.
Soprattutto a Salvador de Bahia (e un po’ in tutto il Nord/Nord-est), la forte maleducazione e lo scarso rispetto della persona possono indurre a dubitare della validità di una vita trascorsa a schivare pirati della strada che girano di notte a fari spenti e manate sul didietro durante il carnevale. In questa Napoli del Brasile - secondo lo stupido stereotipo per il quale São Paulo, razionale e lavoratrice, corrisponderebbe a Milano, e Rio de Janeiro, pigra e arrogante, a Roma (ma il mare di Ostia è un’altra cosa) -, fino a qualche anno fa le immondizie tappezzavano il panorama, i passaggi pedonali erano specchi per le allodole, di notte se eri troppo bianco facevi bene a rimanere a casa, e in tasca ti conveniva portare al massimo i soldi per l’autobus. Oggi la situazione è decisamente migliorata, una maggiore ricchezza diffusa sembra aver influito un po’ su tutti gli strati sociali e sulla nettezza urbana, anche se il Nord-est non si è ancora trasformato nel Sussex.
Allora, iniziai anch’io a irritarmi quelle volte che, secondo un’usanza diffusa in tutto il Brasile, quando in un autobus il passeggero seduto vicino al finestrino vuole scendere, quello che gli siede accanto non si alza per farlo passare, ma fa la tremenda fatica di roteare deretano e gambe di novanta gradi verso il corridoio. Chi deve scendere è costretto a camminargli addosso, strofinandogli le chiappe odorose sul naso.
Quando, agli inizi, io - educato dalle orsoline - mi alzavo per far scendere il vicino, tutto l’autobus si girava a guardarmi come un alieno: non si usava. Era un po’ come invitare per il tè il ladro che ti ha appena rapinato: un eccesso di gentilezza, roba da viados. Poi ho imparato anch’io a roteare le gambe e ad annusare gli odori del vicino.
Una volta rimasi scioccato per la reazione isterica di una donna carioca che, a bordo di un autobus, sfidando una faccia da galera e il proprio destino, iniziò a lanciare improperi al suo vicino di sedile solo perché questo stava a gambe divaricate - consuetudine comune in Brasile -, costringendola ad appiattirsi contro la carrozzeria per evitare il contatto non richiesto. Sbraitò come impazzita, e il neguinho noncurante si limitò ad alzare il pollice.
Parecchio Brasile dopo, cambiai opinione, almeno in parte. Dopo una prima fase di infatuazione da turista, quando tutto va bene sempre e comunque (perché così diverso ed esotico...), immergendomi nella realtà quotidiana (Bevilacqua/Vespa®), parlando meglio la lingua, o avendo la sfortuna di dovermi rivolgere a un ospedale pubblico, da bravo cittadino europeo, e/o come un sulista, arrivai a essere più intollerante. Forse non con la stessa veemenza di un isterico paulista dei quartieri alti, ma certamente con un notevole cambiamento di rotta rispetto ai primi tempi. Capii in che modo l’anarchia dichiarata possa rendere affascinante una città come Salvador - con il suo folclore fatto di miseria e spensieratezza - e come col tempo, quasi inevitabilmente, questa stessa anarchia possa apparire come una forma di insopportabile maleducazione. Perfino o soprattutto nei camerieri. Forse, anch’io, un giorno, avrò bisogno di lussi e di piatti ben serviti. Speriamo di no.






Essere o non essere gringo?
In tutta l’America Latina è diffuso il nomignolo gringo per indicare gli stranieri. È un cugino dell’asiatico Joe, del keniota Johnny e del malgascio vazaha, la targa che, affibbiataci al varcare delle frontiere, erige il muro tra noi e loro. Il termine sembra derivare dall’espressione spagnola hablar en griego, ‘parlare in greco’, per indicare qualcosa di incomprensibile e culturalmente distante anni luce. Secondo un’altra interpretazione, invece, deriverebbe da green, verde, come il colore delle divise dai soldati statunitensi che combatterono in Messico.
All’interno della stessa America Latina si possono fare delle distinzioni. Se, ad esempio, in Centro America gringos sono solo i nordamericani, soprattutto gli statunitensi (i canadesi già stanno più simpatici), in Sud America siamo tutti gringos, europei inclusi. In Messico, non appena si viene notati per le differenze somatiche e linguistiche, scatta immediatamente il marchio di pinche gringo (gringo del cazzo, in pratica); ma, se ci si prende la briga di sottolineare come, invece, siamo Azzurri - o di altri colori, purché non a stelle e strisce -, l’interlocutore ci aprirà le braccia in segno di amicizia e fratellanza. Più giù, oltre Panamá, questa cortina protettiva, per qualche oscuro motivo geopolitico, sembra scomparire e, addirittura, viene estesa agli stessi sudamericani in qualche modo - culturalmente o somaticamente - simili ai veri gringos. Argentini, cileni e uruguaiani, gli ‘inglesi’ del Sud America, con la stessa puzza sotto il naso degli occidentali, si ritrovano addosso questo odiosetto marchio di fabbrica, regalato loro dagli abitanti degli altri stati latinoamericani. Brasiliani e argentini, non a caso, si amano come cane e gatto.
In Brasile, paese sconfinato e multietnico, questa distinzione tra i lati della barricata viene estesa anche alla sua stessa popolazione. Gringo, ad esempio, oltre a un qualsiasi straniero, è anche un biondo abitante del Santa Catarina, di origini tognine, che si ritrovi a viaggiare nella nera Bahia, così come un gaúcho (del Rio Grande do Sul) che visiti il sertão del Ceará. Ma non è finita qui. Gringo è anche uno status economico, usato per definire l’élite paulista che può permettersi lussi impensabili per un abitante del Piauí o del Tocantinis. Le sottoclassi, dunque, sembrano non avere mai fine e le differenze - reali o presunte - tra gli stessi brasiliani compongono un collage di piccoli razzismi che, per fortuna, non hanno ancora dato vita a Padanie tropicali. Comunque, nell’estremo Sud, bianco e ricco, da decenni serpeggia un moto separatista dal povero Nord, visto come un pozzo succhiatasse senza fondo, e c’è chi addirittura auspica la divisione e il ritorno alla monarchia.
Se, però, da un lato esiste una dichiarata avversione contro ciò che è gringo (straniero, esterno, diverso), dall’altro, a volte, la società brasiliana si imbeve inconsciamente di cultura d’importazione come una spugna. Un aspetto che ci riguarda direttamente, ad esempio, è la buffa moda dell’italianità, alimentata da ore e ore di telenovelas nelle quali i ricchi paulisti, che fanno sognare i favelados con ville e abiti che mai sfioreranno, recitano battute in azzurro, fanno vacanze a Roma e hanno cognomi tipo Esposito o Boninsegna. Le battute, magari, sono sgrammaticate, l’accento è pauroso, ma qual è il teledipendente che se ne accorgerà e reclamerà alla Globo?
Terra Nostra, la recente novela di Rede Globo, ha tenuto incollati i telespettatori brasiliani, dai trenta ai cinquanta milioni ogni sera, per otto mesi. Il suo successo è stato di tali proporzioni che Retequattro l’ha ritrasmessa, e in Brasile circolano salsa di pomodoro, vino e pasta di marca Terra Nostra. Brevi battute in italiano, assimilate qua e là dalle vicende dei due protagonisti - amore mio, capisco, arrivederci, ecc. -, ora fanno parte dell’intercalare comune del colosso sudamericano, e le scuole d’italiano, soprattutto a São Paulo, hanno avuto un’impennata di iscrizioni. Giuliana e Matteo, i nomi dei protagonisti - lei lombarda, lui siciliano - , sono tra i più gettonati fra i neonati.
Alle novelas italiote si accompagnano miriadi di ristoranti e pizzerie, e andarvi a spendere un bel po’ di reais, non importa se la vera cucina italiana è altra, fa molto societé. Nelle cantinas di Bexiga (‘vescica’), il quartiere italiano ‘in’ di São Paulo, si sprecano i piatti di ragù con i funghi, le pizze col ketchup, le paste al dente buone per saldare dentiere, e se osate sottolineare all’acrobatico cuoco come il ragù si faccia col ragù, la pizza con la pummarola e non con quella bava dolciastra, come la pasta al dente debba spaccare i denti e non incollarli, vi prenderanno per un rompiscatole pazzo, provocatore e ignorante. Gringo. D’altronde, da ristoranti o bar chiamati Frateli d’Itália (le doppie, si sa, sono l’incubo dei brasiliani), Poderoso Chefão (‘Potente Padrino mafioso’) o Gelatti d’Autore, non ci si può aspettare altro che folclore a base di cappelli da alpini e mandolini alle pareti, e un conto salato. Accordare i mandolini, si sa, oggigiorno costa.
Un’altra parentesi dolorosa va aperta a proposito della, oddio, musica azzurra. Qui la questione si fa dura. La moda dell’italianità, grazie a qualche imperscrutabile disegno divino, ha fatto sì che, negli ultimissimi anni, le nostre immondizie venissero scaricate anche nel paese di Jorge Ben e Chico Buarque. Insomma, è mai possibile che uno prenda un costosissimo aereo, faccia un volo transoceanico, si sogni di potersi finalmente riempire i timpani solo con Caetani e Marise, e si ritrovi a subire, passando di fronte a un negozio di dischi, i ragli vomitosi di Eros Ramasóci, Súchero e Laura Pausini? Perché Oxalá, Oxumaré, Xangó, Iemanjá, perché siete così cattivi?
Due brevi episodi per approfondire il file musica. Mi trovo nella Paraíba, il tenue del Brasile, zero turisti. È domenica sera e l’unico ristorante rimasto aperto di João Pessoa, la capitale, è un self-service dal quale escono miliardi di decibel distorti: uno schifoso gruppo tipo piano bar sta deliziando qualche cliente ubriaco che ormai rantola sotto i tavoli. Anche i cantanti, per rigurgitare quella roba lì, devono essersi scolata qualche cassa di Antârctica. Mi ripeto che mai entrerò in un tale inferno ma, dopo essermi fatto su e giù cento volte tutte le vie del centro, e con lo stomaco che ulula, vengo trascinato dentro dall’esofago. Ho lasciato i tappi di cera in albergo. Sul vassoio infilo le prime cose che trovo, gli avanzi rinsecchiti della giornata, e li inghiotto al volo. I timpani stanno esplodendo. Il proprietario ha avuto la geniale idea di rivolgere una cassa acustica grande come un monolocale verso la strada e l’altra verso l’interno, per la delizia degli avventori. Sto per tuffarmi sul doce de leite quando da uno dei tavoli si alza un personaggetto a metà strada tra Merola e Merolone, in versione tropicale: riccio, sudato, ubriaco, camicia bianca a strisce rosse col pelo di fuori, crocefissi, bracciali e anelli d’oro. Impugna il microfono e, diamine, canta. Urla. Ci metto un po’ a capire che cosa stia farfugliando, i miei timpani ritirati in clausura ronzano parecchio:
«O sole mio...»
Mio dio, perché?
Questa hit da emigranti l’avevo già dovuta sentire da un cantante ambulante, nero come il carbone, che la sbraitava, chitarra alla mano, tra gli sdrai di Copacabana più battuti dagli italiani, quelli di fronte all’Hotel Othon e alla discoteca-bordello Help! Ma mai avrei pensato di riascoltarla, così massacrata, ma forse questa è la fine che si merita, nel Brasile meno turistico che esista. D’altronde, perché stupirsi? Non vi siete mai scontrati con una lambada o una macarena a un Festival dell’Unità?
Il giorno dopo prendo l’autobus per Campina Grande, centro rurale della provincia dove la parola ‘turista’ non sanno nemmeno che cosa voglia dire, se non durante l’apocalittica e orgiastica festa di São João. Il loro ufficio di informazioni turistiche, segnalato su alcune guide, è stato cassato per mancanza di materia prima.
Sto attraversando una regione bellissima, circondata da fazendas infinite dove gli unici esseri che respirano sono i passeggeri del bus, le mucche e gli aironi che spulciano le mosche dalle groppe dei bovini. Estasiato dall’ambientazione bucolica, decido di accostarvi una colonna sonora adeguata. Un bel forró di Luís Gonzaga, magari. Sintonizzo la radio del mio walkman sulla prima emittente locale. Mi arriva una melodia strana, insolita per questa latitudine, cantata in una lingua parecchio esotica. Sul momento credo che si tratti di portoghese del Portogallo, diverso da quello del Brasile come l’inglese americano lo è da quello della Regina. Dopo un po’ inizio a urlare. Tarantella. Aquí!
In Brasile ben più invadente della cultura da emigrante italiano è quella nordamericana, nonostante i più dichiarino, ma solo a parole, di odiarla. Miami e Disneyland, ad esempio, sono tra le destinazioni più sfruttate dai turisti brasiliani che possono permettersi una vacanza all’estero, spesso ignorando il resto del loro bellissimo paese. Enormi shopping-centre punteggiano ogni città degna di tale nome e, soprattutto nel Nord più povero, vengono fatti costruire dai governatori come opere ‘per il bene comune’ (tipo ospedali o scuole), ovviamente in periodi preelettorali. I fuoristrada made in Usa, poi, si sprecano, soprattutto dopo le liberalizzazioni alle importazioni avviate dal corrottissimo ex presidente Collor. Anche nel paese di Jorge Amado, inoltre, abbondano i telefoni cellulari, là simbolo di ricchezza proprio come da noi durante i primi tempi. In Brasile, però, a volte, stridono paurosamente, soprattutto quando usati nei piccoli centri rurali da strani personaggi che devono comunicare impellenti e improrogabili comunicati stampa. Ordinare un chilo di tabacco? Due di fagioli? E, soprattutto, perché non farlo con i telefoni normali che, fra l’altro, funzionano benissimo?
Tra le ultime follie - ogni anno sembra scoppiarne una, e non uso la parola moda perché mi fa atavicamente schifo - c’è quella dei barboncini. Sì, avete capito bene, barboncini, quelli ricciolini e pelosetti. Verso la metà degli anni Novanta dev’essere stata trasmessa una telenovela in cui qualche ricco paulista ne aveva uno (io me la sono persa ma, massaie azzurre, non temete: prima o poi il Grande Padrone ve la regalerà), e oggi se ne contano più dei meninos de rua. Anche nel Nord-est, nei luoghi più impensabili, ogni tanto spunta un Fuffi bianco come una nuvola, così squisito e vaporoso, al guinzaglio di qualche padronessa. Il bello è che, fino a qualche anno prima, quasi nessuno usava i cani come animali domestici, se non le ricche famiglie del Sud. Nel Nord-est i cani finivano tutti spiaccicati sotto i camion o, in casi hard, giù per qualche stomaco.
Un ultimo capitolo per quanto riguarda le americanate va dedicato al gergo di strada. Qualsiasi brasiliano gesticolante che si rispetti, o gringo che non voglia apparire come tale, non usa mai l’indice e il pollice a cerchio per dire ‘okay’. In Brasile questa è un’offesa, e il cerchio suddetto corrisponde geometricamente allo sfintere, per cui un tale gesto equivale a mandare l’interlocutore a prenderlo proprio lì. L’ok di consenso, semmai, si fa sempre con il pollice alzato, alla Fonzie. In alternativa, i più giovani usano anche un gesto da surfista (carioca e, alla lontana, californiano): quello del pugno chiuso con il pollice e il mignolo distesi, corrispondenti al gringhissimo hang loose. Anche il presidente della repubblica usa il pollicione (forse non durante gli incontri ufficiali con altri presidenti), e la sua utilità viene insegnata sin dall’infanzia. Io ne imparai l’uso semiautomatico fin dai primi giorni trascorsi in Brasile. Mi trovavo in un paesino della Bahia, seduto al tavolino di un bar. I gestori avevano un figlio molto piccolo, che camminava appena. Alzatosi in piedi sul marciapiedi dove giocava a quattro zampe, iniziò a spingersi verso l’entrata del locale. Di fronte all’ingresso stazionava sonnolento un grosso cagnone (non un barboncino), di quella razza collaudata che in Brasile è nota come vira-lata (‘gira barattoli’, bastardo), tutto pulci, mosche, croste e zero pedigree. L’animale, vedendo il bambino dirigersi verso di sé, si alzò di scatto, lasciandolo passare. Il fanciullo, che ancora non proferiva parola, lo ringraziò silenziosamente facendo scattare il pollice. Da allora ringrazio così anche in Italia. Qualcuno, a volte, mi guarda strano. Forse pensa che non mi perda una puntata di Happy Days.






Ruote (che andrebbero proibite)


Nuovi orizzonti?
A grandi linee gli autobus brasiliani si dividono in due categorie. La prima è quelli dei bus a lunga percorrenza, interstatali, ottimi ed efficienti. Simili ai Greyhound statunitensi, coprono distanze infinite con soste obbligatorie ogni tot ore, passeggeri solo a sedere, ampi spazi per distendere le gambe, bagno in fondo a sinistra. Averceli in Italia.
Poi ci sono quelli regionali, solitamente affollati, con ubriachi che ti si siedono/stendono addosso, galline e sacchi di fagioli, gente che esce dai finestrini, lamiere arrugginite, peti a sfare. Come molti altri autobus latinoamericani sono dotati del loro bravo guidatore folle e suicida, più colonna sonora obbligatoria, pompata a forza nei timpani dei Sigg.ri passeggeri.
Raramente le grandi compagnie, quelle che gestiscono gli autobus di lunga percorrenza, fanno schifo. Tutte, più o meno, garantiscono una certa sicurezza e puntualità. Ma, ovviamente, esistono le eccezioni: la Novo Horizonte sarebbe una delle poche compagnie brasiliane che andrebbero soppresse per legge, se nel frattempo non è fallita.
È Natale, mi trovo a Rio con Chicca, fedele compagna di viaggio, e vogliamo raggiungere Salvador de Bahia. Purtroppo non abbiamo acquistato i biglietti con il dovuto anticipo - in questo periodo l’intero Brasile, più di centocinquanta milioni di anime, si mette in viaggio -, e le code alle autostazioni sono inverosimili. Posti liberi, inoltre, non ce ne sono più da un pezzo. Gli aerei, costosissimi, sono prenotati già da mesi. Che fare?
Vista la nostra aria dubbiosa e macinata, si avvicina un individuo che, losco losco, ci propone, quasi di nascosto, come se fosse mezzo chilo di cocaina, due biglietti per Salvador con la sconosciuta compagnia Novo Horizonte. Un vero affare, fidatevi, li ho acquistati tempo fa, ma adesso non posso più viaggiare, ho altri impegni.
Diffidentissimi, ci rechiamo tutti assieme allo sportello della compagnia, un metro cubo imbucato nell’angolino più oscuro dell’autostazione, tra il bagno e il bidone dei rifiuti. L’impiegato conferma la validità dei biglietti, e noi li compriamo, pagandoli secondo la tariffa ufficiale.
Alla sera si parte e l’autobus arriva da São Paulo già stracarico di gente, in gran parte operai baiani di ritorno al paesello natio per le vacanze natalizie. C’è subito da imbestialirsi, nei posti assegnati si sono sedute intere famiglie, e tra gli impiegati della compagnia si diffonde il panico. Gli operai, già ubriachi ed euforici per il ritorno a casa dopo un anno o più di frusta e catene in una qualche tremenda industria paulista, fanno un baccano insopportabile.
Con un’ora di ritardo, gli impiegati riescono ad assegnare i posti a tutti, la matematica trionfa sull’anarchia. Il viaggio dovrebbe durare venticinque ore. Numerosi sono gli autisti che si danno il turno lungo il percorso, tutti in età pensionabile e con le mani tremolanti. Il primo, un vecchietto cieco, a momenti si schianta già all’uscita dall’autostazione dopo mezzo minuto di viaggio, non rispettando uno stop.
Lasciando Rio scoppia un nubifragio, e la tortuosa strada collinare che passa per Petrópolis è liscia come un’anguilla.
Il viaggio è un incubo, i nostri occhi rimangono spalancati per ore e ore, vogliamo vedere la morte in faccia, non siamo vigliacchi. D’altronde, anche volendo, è estremamente difficile addormentarsi: sigarette a finestrini sigillati, piedi puzzolenti in faccia, scoregge in sfavore di vento, stereo con musica baiana al massimo, urla nelle orecchie alimentate da bottiglie e bottiglie e bottiglie di cachaça, adrenalina elargita gratuitamente dal conduttore miope, ci tengono svegli come cento righe di coca.
Il viaggio è a tappe e, invece di una sosta almeno ogni quattro ore, come stabilito per legge, la Novo Horizonte ne fa una ogni otto. Bisogni fisiologici e fame vanno repressi pensando ad altro: visto il ritardo che i guidatori hanno accumulato, non c’è tempo da perdere con quisquilie come toilettes, panini e bottiglie d’acqua. Avete pagato per viaggiare o per andare al bar?
In piena notte l’autista, semiaddormentato, investe un ciclista in piena campagna. Me ne accorgo perché sento un rumore di lamiere strisciare contro la carrozzeria, seguito da un «Vai tomar no cú, filho da puta!». Sono l’unico che se n’è accorto (oltre, forse, all’autista). Il guidatore, zitto zitto, ingrana la prima, accelera e se ne va. Nessuno osa reclamare, a parte l’investito, tutti dormono o se ne sbattono, e il motorista prosegue per la sua road to nowhere.
Il pomeriggio seguente, dopo la foratura di rito, bisogna scaricare un passeggero in un paese della provincia. Il suo bagaglio è costituito da un motorino intriso d’olio, completamente riversato sulle valigie: nel motore non ne è rimasta una sola goccia. Come se non bastasse, il ciclomotore si è anche incastrato, e bisogna scendere in quindici per estrarlo a calci, nero come la pece, dal bagagliaio. La mia borsa, ci avrei giurato, è la più ricoperta di orrore.
Finalmente, dopo trenta ore che sono sembrate sessanta, arriviamo a Salvador. Nessuno, nemmeno due bambini accompagnati da una suora, concede il suo obrigado di rito, con il quale, solitamente, si ringrazia l’autista a viaggio terminato.


Le giardiniere lasciatele ai giardinieri
Tutti i giorni aspetto alla stessa fermata la maledetta jardineira, un autobus che percorre il litorale urbano di Fortaleza, attraversando le spiagge più turistiche fino a raggiungere quella periferica do Futuro, tranquilla e riservata. La ‘giardiniera’ dovrebbe essere un bus fatto apposta per i turisti: al posto della carrozzeria, sulle fiancate, sono state montate ampie vetrate, attraverso le quali si dovrebbe vedere il panorama. Nella pratica, invece, non si vede alcunché, sia perché qualche genio dei trasporti ha dipinto la parte superiore delle vetrate di verde (chi sta in piedi non coglie nulla, se non le ascelle odorose del vicino), sia perché gli autisti guidano così velocemente che, non appena sali a bordo, pensi prima a salvare l’anima, poi, eventualmente, ad ammirare il paesaggio.
Verso sera, non ho ben capito perché, la compagnia ha affidato uno dei pochi turni a un guidatore semiorbo, già parecchio in là con l’età, il quale, dieci volte su dieci, si ferma per farti salire trenta metri oltre la fermata: anche se ti sei piazzato in mezzo alla strada a sbracciarti e urlare come un ossesso, per fargli notare che esisti e che ti piacerebbe, se non è troppo disturbo, salire.
Il vecchio motorista ha un paio di occhiali con la tripla lente, più spessa di un fondo di damigiana, e le mani gli tremano sul volante, strumento già di per sé debilitato dalle numerose buche ingoiate quotidianamente.
Dal centro a Iracema, la spiaggia in cui inizia il lungo litorale, c’è un notevole dislivello di altitudine fra le strade principali, collegate da una viuzza semiperpendicolare (circa 60° di pendenza). Ogni volta che la ‘giardiniera’, a tutta velocità, infila questa stradina scoscesa è come tuffarsi dalle montagne russe: lo stomaco ti va in gola, le mani afferrano tutto ciò che sembra ben piantato, e i peli dell’interno coscia, se non ti sono già caduti per lo spavento, ti si rizzano a porcospino.
Stasera, dopo mezz’ora che lo aspettavo, arriva finalmente l’autobus, con il suo puntuale ritardo. Cavolo, lo guida il vecchio. Ma non ho voglia di aspettare un’altra mezz’ora: faccio le corna, mi tocco e salgo.
Non mi sono ancora seduto che il folle si è già fiondato giù per la discesa, e quasi mi accoppo nel tentativo di trovare uno spazio su cui appoggiare il sedere. Come sempre tutti i passeggeri, dopo questa discesa percorsa alla velocità della luce, ringraziano Gesù, fanno un sorriso, un sospiro di sollievo, un peto.
Imboccato il lungomare, il nonvedente pesta sull’acceleratore, nonostante la strada sia male illuminata. Come se non bastasse, l’asfalto semiliquefatto dal calore della giornata ha trasformato il manto stradale in una specie di mare con i cavalloni, e la ‘giardiniera’ ondeggia tra i flutti. Sembra un grillo in un campo di girasoli.
A un certo punto, un autobus che ci precede mostra chiaramente l’intenzione di accostare sulla destra, per fermarsi: il suo autista ha persino avuto la sensibilità, più unica che rara da queste parti, di mettere la freccia. Dal retro, invece, proviene a vele spiegate un altro autobus, seguito a ruota da un’auto. Entrambi i veicoli, con la velocità assurda propria di chiunque in Brasile abbia un mezzo a motore sotto le natiche, ci sorpassano sulla sinistra, anche se invadono la corsia opposta: l’autobus davanti, la macchina dietro. La linea che delimita la carreggiata è, sarebbe, continua e doppia.
A questo punto un essere umano penserebbe che il nostro autista debba fermarsi, aspettando che il bus di fronte riparta o, almeno, rallentare. Ma l’accecato dalla mano tremolante no, lui non decelera di un solo metro all’ora: DEVE proseguire per la SUA strada.
«Ehi, maccheccazzofa?», è la domanda che ogni passeggero rivolge al vicino.
La volpe della strada si accorge dell’autobus che sta davanti quando gli siamo ad appena un metro, quindi inchioda, sterzando improvvisamente sulla sinistra. La ‘giardiniera’ va a spataccarsi, non troppo forte, sul retro del bus situato davanti, e si incastra nella portiera dell’auto che ci stava sorpassando sulla sinistra. Il bus che ci sorpassava a tutta velocità ce la fa a schivarci, per un soffio. Tutti i passeggeri della ‘giardiniera’ vengono catapultati verso il posto di guida, e qualche donna lancia urletti isterici seguiti da rottura delle acque e/o blocco mestruale. Gli uomini, invece, scoppiano in un giustificatissimo e macho:
«Motorista, pezzodimerdavaffanculo!».
Nessuno sembra essersi fatto male, se non qualche graffietto e una buona scarica di adrenalina in corpo. È costata appena un real. E pensare che alcuni turisti vanno nella favela e pagano ben di più, per trovare un po’ di sostanze proibite.
L’autista è profondamente costernato, non gli tornano i conti:
«Ma come, stavo guidando così bene, come sempre, e sono andato a spataccarmi? Com’è possibile?»
Il personaggio più incredibile, che con un solo, semplice gesto mi ricorda immediatamente che sono in Brasile, e non in Italia, è il guidatore dell’auto. L’autista del bus ha rischiato di ucciderlo e gli ha sfasciato la macchina, ma questo, quando scende dall’auto, non lo prende a bastonate né gli scarica un revolver in faccia, come accadrebbe sotto casa nostra. Con il solito pollice alzato, alla Fonzie, gli domanda se sta bene, o se si è fatto male.


Motorista, filho da puta 2
I tassisti brasiliani, come tutti i loro colleghi del resto del mondo, si possono dividere in due categorie: quelli quasi onesti e quelli meno.
Arrivato con Chicca all’autostazione di Fortaleza, dopo una notte di viaggio insonne - le flautolenze dei campagnoli diretti in città ci hanno tenuto costantemente svegli -, abbiamo urgente bisogno di un taxi. Siamo sfiniti di stanchezza e vorremmo ispezionare due o tre pousadas, situate in zone diverse della città, per scegliere la migliore. Gli autobus, con i bagagli enormi che ci portiamo appresso, sono inaffrontabili.
Contrattiamo una cifra forfettaria con mezza dozzina di avvoltoi che aspettano i polli come noi all’uscita della rodoviária. Stabilita la cifra, saliamo sulla Passat di un simpatico e arzillo signore, prossimo alla pensione. Prima di salire, com’è giusto che sia, ci allunga un fogliettino della sua cooperativa, che servirebbe ai clienti per evitare le truffe. Vi sono indicate, ben chiaramente, le fasce orarie (quelle notturne) e il giorno (la domenica) nei quali si applica la bandeira 2, la tariffa notturna, più costosa. Lo leggiamo sommariamente e iniziamo la corsa.
«Ah, italiani! Per anni ho lavorato insieme ad alcuni di voi, in una fabbrica di São Paulo. Erano di Venezia», ecc. Le solite chiacchiere per intrattenere i passeggeri e scaricare la noia.
La pousada che vorremmo raggiungere è piuttosto distante dall’autostazione, so benissimo che la strada è lunga, ma il motorista - così almeno mi sembra - inizia a tergiversare un po’ troppo ai semafori, rallenta più del necessario a ogni curva e si sdilinquisce in chiacchiere inutili. Gradirei che premesse sull’acceleratore, non vorrei regalargli uno stipendio per la sua parlantina amabile. Ricontrollo, per puro scrupolo, il foglietto della cooperativa. Se ho ancora le idee chiare  mi sembra di ricordare che oggi è sabato, mattina, per cui il guidatore dovrebbe applicare la tariffa semplice, la bandeira 1. Sul tassametro, però, spicca un bel due, chiarissimo come il sole che splende in spiaggia.
«Com’è che stiamo correndo a bandeira 2?», gli domando curioso.
«Beh, siamo a Natale, ed è periodo di elezioni. Il governatore, che vuole essere rieletto, ha concesso ai tassisti, suoi probabili rielettori, l’applicazione della fascia notturna per tutta la durata delle feste natalizie...», mi risponde il figlio di puta, con la faccia tosta e la naturalezza più innocente dell’universo. Gli autisti votano; e i passeggeri?
Questa scusa orrenda l’ha recitata in maniera talmente convincente, e poi siamo così rintronati dal viaggio che, almeno all’inizio, ci crediamo e lasciamo perdere. Arrivati al primo hotel, però, do nuovamente uno sguardo al foglietto e, visto che non sono analfabeta, ne deduco che ci sta stupendamente fottendo.
«Va bene, scendiamo qui», lo paghiamo e se ne va.
Da quel giorno, tutte le volte che ripassa di fronte all’autostazione, Chicca sputa per terra. Donna di classe, l’ho sposata per questo.







Linee impazzite
Dall’arrivo di Cabral (1500) il Brasile non ha fatto eccezione rispetto alle altre colonie europee disseminate nei quattro angoli del globo: ordini religiosi assatanati di conquista spirituale, semiannientamento degli indios, sfruttamento selvaggio del territorio, imitazione di culture esterne - la ‘madrepatria’ prima fra tutte. Anche l’architettura seguì influssi e mode importati, almeno agli inizi. Il glorioso periodo barocco, ad esempio, contemporaneo al boom dell’oro nel Minas Gerais - la regione più ricca di miniere -, ricalcò stili e temi propri della Lisbona imperiale. Aleijadinho (Antônio Francisco Lisboa, detto ‘zoppetto’: reso storpio dalla lebbra, scolpì capolavori legandosi gli scalpelli ai moncherini), il maestro indiscusso che dettò scuola a Ouro Preto e Congonhas do Campo, a São João del Rei e Sabará, fu l’artista brasiliano che meglio seppe riportare gli influssi architettonici dell’epoca, tutti strettamente connessi al cattolicesimo del Vecchio Continente.
Già nel periodo coloniale, tuttavia, erano comparsi i primi segni di un gusto propriamente brasiliano, basato su quella che, ancor oggi, può essere considerata la maggiore risorsa del colosso sudamericano: la sconfinata fantasia della sua gente, l’estro visionario e surreale che, negli anni Sessanta, avrebbe portato a quell’allucinazione vivente che è Brasilia.
A Salvador de Bahia, capitale del paese dal 1549 al 1763, ad esempio, basta osservare i ricchi intarsi della chiesa di São Francisco (XVIII sec.), la più opulenta della città: angeli superdotati o gravidi e cherubini dal ghigno satanico fanno capolino qua e là tra gli arabeschi in legno bagnati nell’oro, una specie di vendetta degli schiavi africani, ai quali i padroni avevano imposto la costruzione della chiesa.
Passato il boom dell’oro, furono altre le voci dell’economia - tutte strettamente connesse alle risorse naturali - che generarono le grandi ricchezze necessarie per alimentare l’evoluzione architettonica: il caffè (a São Paulo) e il caucciù (a Manaus). Man mano che i ricchi fazendeiros e coronéis - i famosi ‘colonnelli’ di Amado - accumulavano cospicui capitali, i palazzi del potere e le sontuose ville private riflettevano nuove gerarchie e nuove mode. Lo stile eclettico, anch’esso giunto dall’Europa, fece il suo massiccio ingresso in Brasile e influenzò, per un lungo periodo, l’architettura dei grandi e dei piccoli centri. Il recupero degli stili del passato - caratteristica, questa, propria dell’estilo eclético -, attraverso la loro reciproca contaminazione e con echi esotici, dominò, sino alla comparsa dell’art nouveau, le linee degli edifici più importanti delle città: stazioni ferroviarie, chiese, palazzi pubblici e privati.
Anche le piccole casette unifamiliari dei centri emergenti, non necessariamente appartenenti ai ceti superiori, si arricchirono allora con elementi architettonici piuttosto raffinati (balconcini, fregi, statue sui cornicioni, stucchi e lampioncini ottocenteschi), sintomi di un gusto assai diffuso ma ancora di chiara impronta europea. Simbolo per eccellenza di quel periodo è il Teatro Amazonas di Manaus (1896), costruito in Inghilterra e trasportato smontato nel cuore dell’Amazzonia. In stile rinascimentale italiano, fu disegnato da Domenico de Angelis e venne decorato con cristalli di Murano e marmi di Verona: materiali e stili sicuramente poco attinenti all’ambiente circostante ma, per quel periodo, sinonimo della massima raffinatezza.
Il primo grande salto rispetto al passato, di rottura con la tradizione, si ebbe nel 1925, con l’esposizione Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes a Parigi: nasceva allora l’Art Decò, la moda internazionale che avrebbe dettato il nuovo gusto in ogni angolo della terra, dall’ancien quartier di Hanoi a Manhattan. Anche il Brasile e la sua nuova capitale - Rio de Janeiro, rimasta tale fino al 1960 - accolsero a braccia aperte il giovane vento modernista, applicato nell’architettura attraverso palazzi dalle forme simmetriche e aerodinamiche. I materiali usati, tutti rigorosamente massicci (cemento armato), furono alleggeriti con disegni geometrici che riportavano al Cubismo e all’Espressionismo, a un modo forte (stimolato dalla nuova energia dell’era industriale) ma delicato al tempo stesso di concepire la vita. Ecco, allora, che i palazzi di Copacabana - il quartiere chic della città brasiliana più bohemienne dell’epoca -, di Santos, o del centro di Fortaleza, seppure imponenti e tendenti al grattacielo, venivano alleggeriti con curve e smussature, balconcini intarsiati e decorazioni floreali.
Rio, più di ogni altro luogo in Brasile, è senz’altro la città che conserva il maggior patrimonio decò - e forse nel mondo, dopo la Francia e gli USA. Anche il Cristo Redentore (1931), opera dello scultore francese Paul Landowski e oggi simbolo della città, non si sottrasse allo stile dell’epoca: la mole dei suoi trenta metri di altezza venne alleggerita con le tante pieghe della tunica.
Fu proprio con l’Art Decò, lo stile del potere internazionale degli anni Trenta, che Rio - e con essa tutti i centri di provincia che ne imitarono le linee architettoniche - iniziò a verticalizzarsi, come a preannunciare un futuro fatto di città-calamita per i diseredati delle campagne (con il conseguente fenomeno delle favelas) e di giganteschi condomìni di lusso - la moda dell’élite odierna.
Anche la contaminazione brasiliana del decò francese, tuttavia, si fece sentire con i suoi influssi decisamente locali: decorazioni ispirate alla flora e alla fauna tropicali, palazzi battezzati con nomi delle lingue indigene, disegni rifacenti all’antica cultura marajoara - l’arte, soprattutto della ceramica, diffusa nel bacino amazzonico. L’Art Decò, però, non fu una moda effimera e passeggera, grazie alla sua solidità e alla sua diffusione capillare. Ancor oggi, in diverse città di ogni dimensione, interi quartieri ispirati a quello stile pulsano di vita. A Rio, dove tale patrimonio è più appariscente, un’intelligente amministrazione locale sta addirittura cercando di valorizzare questo spicchio di storia, tramite restauri e dibattiti sull’attualità del decò.
La seconda rivoluzione architettonica che il Novecento vide può essere ricondotta a un nome per tutti: Oscar Niemeyer. Il disegnatore di Brasilia - e di tanti altri importanti edifici sparsi per il mondo (ad esempio il Palazzo Mondadori di Segrate) -, caposcuola di una corrente di pensiero nata con Le Corbusier, seppe rompere definitivamente con il passato. Nelle linee della nuova capitale - inaugurata nel 1960 e inventata dal nulla nella desolata pianura del Goiás - non c’è alcuna traccia della storia, e il barocco dell’Aleijadinho appare distante anni luce, sepolto.
Il Movimento moderno, di cui Niemeyer è stato il caposcuola, affondò le sue radici in due fonti ispiratrici principali: da un lato l’illimitata fantasia, ancora una volta, del popolo brasiliano; dall’altro un pensiero politico - Niemeyer non ha mai perso occasione per esternare il proprio credo comunista - che ha costituito, almeno in linea teorica, il vero cemento e fondamenta di ogni suo edificio.
«L’architettura è il riflesso della società in cui si vive, è una conseguenza del progresso tecnico e sociale. Soltanto quando la società cambierà e il problema collettivo prenderà il sopravvento sul problema individuale, allora anche l’architettura cambierà».
Queste le parole di Niemeyer, autore del Sambódromo - luogo originariamente destinato al divertimento del popolo, oggi monopolizzato dalle facoltose élite che si possono permettere l’affitto dei camerini - e di Brasilia - divenuta vivibile solo per chi ha una bella villa sul lago: i ceti più poveri, gli stessi che la costruirono, sono stati spinti nelle città-satellite, a cinquanta chilometri dal centro.
Al di là del successo o meno, pratico e politico, degli intenti del maestro del Movimento moderno e degli altri ‘demiurghi urbani’ - tra cui Lucio Costa -, Brasilia e il suo modello sono entrati nella storia: le loro linee, folli e razionali al tempo stesso, sono ancor oggi un esempio seguito da numerose scuole di architetti e disegnatori.
Il ‘dopo-Brasilia’ è cosa dei giorni nostri. Come una specie di prodotto delle due esperienze di rottura precedenti (il Decò e il Movimento moderno), la rivoluzione in corso è quella che vede contrapporsi - così come nell’economia, anche nell’architettura - due mondi totalmente opposti, ma che aspirano allo stesso modello. Le grandi città brasiliane del Duemila vanno sempre più verso una tendenza bipolare, fatta di baraccopoli da un lato, e di alti condomìni di lusso, per chi non può permettersi una villa unifamiliare, dall’altro. La tendenza è ancora una volta diretta alla verticalizzazione, ma oggi con un maggiore lusso (all’americana’) e con una ricercata riservatezza. Il condomínio fechado, il condominio chiuso, ‘privato’, è il sogno della borghesia brasiliana e l’oggetto principale del forte boom edilizio di questi anni. Il futuro delle città sembra improntato a imitare un’unica, grande Miami, fatta di grattacieli per i ricchi e di shopping-centres per tutti - per chi può, a fare le compere; per chi non può, a respirare una gratuita boccata d’aria da ‘primo mondo’ e a sognare situazioni da telenovela. In alcune città del Nord e del Nord-est - le zone più depresse del paese -, addirittura, lo shopping-centre è divenuto, in questi ultimissimi anni, un’istituzione ‘sociale’, né più né meno di una scuola o un ospedale. I governatori locali, vanitosi come ogni politico che si rispetti, non tardano, una volta ultimati i lavori di costruzione, a marchiare con il loro nome su una placca metallica l’opera di bene pubblico che hanno donato alla popolazione...
Se questa tendenza decisamente americanizzata - ma pratica e inarrestabile - riguarda soprattutto i ceti medio-alti, ben altra, e senza dubbio più interessante, è l’architettura popolare brasiliana del Duemila. I ceti più bassi, quelli che non potendo attingere al conto bancario ripescano nella solita fantasia - l’unico forziere inestinguibile a disposizione - l’energia necessaria per rendere l’esistenza meno amara, sono da considerarsi i veri geni del momento: almeno per quanto riguarda l’architettura e la sua originalità. Oggi l’autentico stile ‘brasiliano’, se ne esiste uno, attuale e popolare, si ritrova proprio nelle abitazioni delle famiglie meno benestanti, situate appena un gradino sopra alle baracche di lamiera e cartone delle favelas. Favorite da una legislazione minima e di rado presa sul serio - i piani regolatori che tendono all’uniformità del paesaggio sono un lusso dei pochi paesi occidentali non massacrati dalle bustarelle dei costruttori -, le famiglie povere brasiliane sembrano avere la più totale libertà nella scelta di planimetrie e linee, di decorazioni e forme, di tinte e rifiniture. Tutto il Nord e il Nord-est, così come gran parte delle province centrali, sono caratterizzate da minuscole abitazioni unifamiliari dalle forme più bizzarre. Facciate che riprendono tutte le linee ipotizzabili o meno della geometria, figure teoricamente poco adatte alla vita domestica (trapezi, triangoli, greche, ovali), sono assai spesso l’anticamera a planimetrie semplici e tradizionali (puri parallelepipedi che fanno da coda alle folle facciate); una cosciente e anarchica dichiarazione di sfida, molto brasiliana, a tutto ciò che è regola e imposizione: la regola, semmai, è data proprio dall’assenza di dogmi.
Del tutto poco convenzionali, almeno ai nostri occhi, sono inoltre le tinte e le decorazioni usate per abbellire queste facciate: colori che in Europa potrebbero essere facilmente considerati un insulto al buon gusto, ma che nel Brasile surreale e tropicale, colorato come la natura e sregolato come il carnevale, si inseriscono perfettamente nell’ambiente circostante. Pareti gialle e viola, rosso fuoco o nere a strisce dorate; ma anche facciate ricoperte da piastrelle, non sempre necessariamente dello stesso tipo, e che in Occidente verrebbero concepite esclusivamente per tappezzare un bagno pubblico. Questo, e altro, rappresentano il gradevole kitsch brasiliano del Duemila: una vera, continua sorpresa per l’occhio - una casa non è mai uguale a quella del vicino -, e uno stimolo a non considerare lo shopping-center come la migliore succursale del Paradiso in terra.



LOUCOS

Paulinho
Paratí (Rio de Janeiro) - Arrivo in questa antica e leccatina cittadina coloniale verso le due e mezza del pomeriggio, con una fame allucinante. Il viaggio in bus, tra buche, curve e deliri gay di un biondo altoatesino con fidanzato carioca mulatto («Mi ami? Ma quanto mi ami?»), mi hanno fatto venire una voragine nello stomaco.
Trovato alloggio nella pousada meno costosa, vado a caccia di cibo. Purtroppo, però, tutti i ristoranti sono troppo cari per le mie ragnatele, o chiusi, e non mi resta che affidarmi ai consigli del primo passante:
«Vai da Paulinho, subito dopo il ponte. Costa poco ed è sempre aperto.»
Il ristorante è carino e gli unici clienti, oltre a me, sono una coppietta di fidanzatini paulisti. Loro ordinano un guaraná, io un prato feito e una coca.
Il tipo che ha preso le ordinazioni, tal Paulinho, ha uno sguardo perso nel vuoto e un rivoletto di sangue che gli scende da una narice. Non ci faccio caso più di tanto, sarà una piccola emorragia per il forte calore. O ha sbattuto la faccia contro una porta. Paulinho sbraita alla cuoca, un’ippopotama, la mia ordinazione, e vado a sedermi.
Il tempo passa, Paulinho razzola qua e là per il locale, sempre più con lo sguardo verso Marte e, dopo un po’, si dirige al registratore di cassa. In silenzio la apre, estrae banconote e monete, le conta.
Poi scoppia il casino.
Improvvisamente, con uno stizzo d’ira, getta le monete a terra, richiude la cassa, la stacca dal bancone e la scaraventa sul pavimento. Schegge, transistors e fili dappertutto. Poi passa alle sedie e ai tavoli: fa a pezzi qualsiasi cosa, piatti, bicchieri, tovaglie, vetrate. Non soddisfatto prende una scopa, e col manico inizia a distruggere le tegole del soffitto. Una ad una, coscienziosissimo, maniacale.
Comincio a farmela addosso, potrebbe prendersela con me dopo che avrà finito con i piani alti. I fidanzati sono già sgattaiolati fuori, io li seguo a ruota. L’intero paese si è svegliato dal pisolino pomeridiano grazie al baccano di Paulinho, e tutti sono accorsi a vedere che minchia sta succedendo. Anche la cuoca è rotolata fuori, gridando più per stupore che per paura. Nessuno, però, osa avvicinarsi a Paulinho, i suoi occhi fuori dalle orbite intimoriscono anche i suoi amici. La coca, quella boliviana, senza bolle ma con sassi, unita agli scarsi guadagni deve aver provocato una miscela esplosiva nel suo cervello. Essendo il padrone del ristorante, può farne quello che vuole, anche distruggerlo.








Scambio di persona
Marajó (Pará) - Mortalmente annoiato per la solitudine, arrivo nella bella e deserta spiaggia di Pesqueiro, una delle più gettonate di quest’isola abitata da molti bufali d’acqua e da pochi esseri umani. Sono l’unico in tutta la spiaggia, qui i ristoranti lavorano solo durante i fine settimana, e i camerieri del solo locale aperto, a grande fatica e con enorme fastidio, mi friggono un pesce alla bruttodio. Per punirli della loro altezzosità, quando hanno finito, gliene faccio friggere un altro. Non so che cosa ci abbiano messo dentro, ma la loro farina di manioca è gialla fosforescente e ha il sapore dell’olio da motore. Forse è olio da motore. Non importa, ho fame.
Dopo un po’, all’orizzonte appare una donna sulla quarantina, sola quanto me. Si siede al mio tavolo, è simpatica, logorroica, e col mio portoghese alle prime armi faccio parecchia fatica a starle dietro. Mi vengono in testa anche un paio di cattivi pensieri, ma non è ricotta fresca. Inoltre è un po’ ubriaca. Riesco a resistere a pensieri che prendano in considerazione applicazioni tecniche di heavy petting. Alla fine del pomeriggio, rintronato dalle sue chiacchiere, la saluto, prendo un autobus e torno nel capoluogo.
La noia strangolante di una notte insonne passata a schiacciare zanzare sui muri e a sognare donne femminili inesistenti mi fa risvegliare, il mattino successivo, un po’ turbato. Sono parecchio più attizzato di ieri, e sono solo le nove e mezza. Vado all’ufficio postale e sulla porta incontro, o almeno mi sembra, la stessa donna della spiaggia.
«Oi, tudo bem?», le domando.
«Tudo bem!», mi risponde, con un sorrisino incerto sulla bocca, forse a causa della mia pronuncia impastata. Non ho ancora preso il caffè.
Nel mio portoghese stentato e cappuccinoprivo le vaneggio uno pseudodiscorso, ho voglia di attaccare bottone e, soprattutto, di far festa. La pace dei sensi del giorno prima è svaporata, adesso mi elettrizza ogni mammifero apparentemente vivo. Imbastisco il monologo sui punti salienti (pochini) già sviscerati il giorno prima, lei mi osserva in silenzio e con uno sguardo incerto. Sembra aver capito ciò che le ho detto e mi dà appuntamento in un’altra spiaggia, poco distante.
Tempo mezz’ora e sono lì, di nuovo su una distesa di sabbia deserta. Questa volta ad attendermi ci sono ben tre donne - questo sì che è un Paese serio -, stese sul bagnasciuga con il loro bel filo dentale che scompare tra le natiche: la tipa e due amiche. Mi dirigo immediatamente verso di loro ma, scambiate un paio di parole con la mia ‘amica’, finalmente risvegliato del tutto, mi rendo improvvisamente conto, imbarazzatissimo, che si tratta di un’altra persona: la stessa dell’ufficio postale, ma non quella del giorno precedente. Che figura, mi deve aver preso per un bagnino dongiovanni...
Mi prende un attacco di timidezza misto a vergogna, e mi congedo dalle tre con una scusa improvvisa, fuggendo a stendere il mio asciugamano un centinaio di metri più in là. Dopo un po’ la donna mi raggiunge, con un sorrisino piuttosto eloquente, e mi domanda:
«Você é francês
La mia R moscia mi fa sempre scambiare per un omosensuale francese. Reagisco bruscamente, sottolineando la mia (migliore) italianità: ma lo faccio così acidamente che la tipa mi saluta e se ne va. Sono proprio un imbecille, era persino più carina di quella di ieri. Come se non bastasse, mi vado a distruggere un piede contro uno scoglio tagliente. Dio vede e provvede.
La notte, stanco dell’astinenza e della mia goffaggine, riprendo la nave per Belém e, al porto d’imbarco, rincontro la donna del primo giorno, la logorroica terminale. Ancor più ubriaca, nemmeno si ricorda di me né mi riconosce. Meglio così. Presa una pillola contro il mal di mare, mi anestetizzo e dimentico gli abbagli e le zanzare di Marajó.







La pazza d’oltremare
Bulàgna - Fin da quando scambiavo un Bettega per due Rivera, e potevo arrivare a massacrare il compagno di banco per un Mazzola, ho coltivato numerose manie da collezionista: fumetti, francobolli, soldatini, dischi di Toto Cotugno, giornali porno. L’ultima merce per la quale mi sto dissanguando sono le carte telefoniche, oggi una droga internazionale che intossica maniaci di ogni età, latitudine e portafogli, dal Giappone al Cile. Passo i momenti vuoti delle mie giornate a pattugliare le cabine telefoniche e i bidoncini delle immondizie, così come battaglioni di pensionati e ragazzini, a caccia di schede lasciate lì per me. Su Internet si trovano migliaia di pagine di collezionisti specializzati in questo campo e nei quattro angoli del globo circolano liste di scambisti, una specie di catena di Sant’Antonio che diffonde il virus.
Da tempo corrispondo con swappers di diversi paesi, ma prediligo gli scambi con il Brasile, mio paese di adozione e, particolare non indifferente, uno degli ultimi della terra che accetti le carte italiane, tra le più schifose del globo: vogliamo mettere con quelle tipo Anal Sex americane o la serie ‘Occhi degli attori nel cinema messicano’?
Per avviare gli scambi con il País Tropical qualche tempo fa feci pubblicare un annuncio su un paio di giornali di São Paulo e di Belo Horizonte, cui seguirono diverse risposte. Tra queste, un bel giorno, mi arrivò una specie di proposta di matrimonio da una facocera del litorale paulista. Questo particolare faunistico lo ricordo chiaramente perché, oltre ad avermi inviato quattro pagine di deliri di autopresentazione (ho quindici fratelli e ventun’anni, studio pedagogia, mi piacciono Roberto Carlos, Leandro & Leonardo, Eros Ramasoci), senza il minimo accenno a un cartão telefonico che fosse uno, Katia, così si chiamava la rinoceronta, mi aveva mandato una sua foto. Occhialuta, nera di pelle e in controluce, dalla sagoma si capiva che era più larga che alta, una specie di budinone al cioccolato in cerca di sicurezze da marito primomondista. Sono certo che alla sua seconda lettera, se mai le avessi risposto, mi avrebbe spedito la lista degli invitati al ricevimento.
Risolsi il problema perché Chicca, mia gelosissima consorte, non appena lesse la lettera mi vomitò addosso un:
«Ehi, machiccazzo è ‘sta troia negra? Te la fai anche con le cinghiale per lettera adesso? Dove l’hai conosciuta questa vacca impestata??»
Non voleva credermi, non l’avevo mai vista prima, né l’avrei mai vista dopo. Per volere quasi unanime del focolare domestico non le risposi.
Dopo qualche settimana, archiviata Katia per l’eternità, mi scrisse Andrea, impiegata di Santos in un’azienda di insaccati. La sua lettera era molto più decente: oltre a presentare sé e la sua famiglia, parlava anche di schede, particolare per me non irrilevante. Accettai quindi lo scambio, e le inviai una prima spedizione di carte telefoniche.
Nella lettera di risposta, molto calorosa, mi allegò anche la foto della figlia, una bimba di tre-quattro anni molto carina. La ringraziai, le feci i complimenti per la marmocchia e, molto diplomaticamente - senza volgarità o porcherie varie -, le scrissi, a titolo di autopresentazione, che ero sposato con Chicca, donna gelosissima e censuratrice di corrispondenza, la quale pensava avessi una novela in corso con lei. Una battutina da due soldi, innocua ma utile a evitare eventuali implicazioni di bigamia (l’esperienza di Katia insegnava), detta, lo giuro, senz’alcuna forma di cattiveria o di malizia.
Aspettai la risposta per settimane, invano. Convinto che i postini ladroni - tanto brasiliani quanto italiani - si fossero fregati le mie schede, le scrissi nuovamente, avvertendola che le avevo già risposto e inviato le schede da un pezzo. Dov’erano le sue?
Questa volta la sua lettera arrivò, ma, quando la aprii, dovetti rileggerla quindici volte per credere a ciò che aveva scritto. Purtroppo, nell’ira del momento, la gettai nelle immondizie, anche se oggi me ne pento: avrei potuto venderla a peso d’oro all’archivio di qualche ospedale psichiatrico o, almeno, appenderla in bagno. Il testo, per quello che ricordo, recitava pressappoco così:
«Esimio Signore, no, nessun postino ha rubato la Sua lettera, così gentile e raffinata. Semplicemente ho deciso di non risponderti a causa delle volgarità che vi erano contenute. Cosa credi, che ti abbia scritto per qualche secondo fine? Puoi tranquillizzare tua moglie, tra noi non c’è - né ci sarà mai - alcuna novela. È incredibile come voi italiani ci sfruttiate. Per noi, d’altronde, che viviamo in un Paese meraviglioso, l’Italia è solo lo stivale della pizza e della mafia, e non sopportiamo la vostra arroganza. Per quanto riguarda lo scambio di schede, non so che cosa farmene delle tue: mi sto già corrispondendo con Inga, amica tedesca gentilissima, e ci scambiamo 200 pezzi alla volta senz’alcun problema. La prossima volta è meglio che tu scriva solo a uomini. Restituiscimi la foto di mia figlia. Addio.». Il vai tomar no cú non c’era, ma tra le righe lo si leggeva forte e chiaro.
Ero allibito. Nella lettera che le avevo scritto non c’era alcuna volgarità del tipo «mandami una ciocca della gnocca», «quanto vuoi per tua figlia?», o «perché non mi mandi una foto tua, nuda?» Quest’ultima richiesta l’avevo scritta, sul serio, qualche anno prima, a una grafomane che avevo conosciuto su un bemo in Indonesia, per troncare la sua corrispondenza asfissiante. Forse, al più, il mio portoghese basico non aveva colto quelle microscopiche sfumature che fanno da confine tra la formalità e l’informalità, proprie di ogni lingua - ad esempio la differenza tra il ciao e il buongiorno per uno straniero in Italia. Non una sola parolaccia, né un termine da bar o caserma, neppure da bar della caserma, né un’allusione lontanamente birichina a evoluzioni materassesche della nostra corrispondenza. Una specie di letterina a Babbo Natale, innocente e gentile come mai ne avevo scritte prima di allora.
La foto della figlia, ovviamente, diventò un puzzle nel cestino della spazzatura, e così la sua paurosa lettera, dopo, è chiaro, averla fatta leggere, quindici volte, alla tigre di casa. Le mie schede, è inutile sottolinearlo, la gran vacca se le era tenute.
Da quel giorno mi sono reso conto di come l’isterismo, per le persone dotate di sensibilità molto marcata - a causa dello stress da lavoro imbecille o di problemi personali -, possa raggiungere i massimi livelli anche in un paese rilassato e tropicale, almeno secondo i nostri cliché da turista, come il Brasile. Non occorre, cioè, lavorare a un reparto presse di Torino, per essere gli unici detentori mondiali dell’ipersensibilità incazzosa.







La Valle dell’Alba
Lo spiritismo, grazie alla diffusione delle teorie elaborate dal francese Allan Kardec nella seconda metà dell’Ottocento, ha attecchito e proliferato soprattutto in Brasile. Gli spiritisti brasiliani, fermamente convinti della possibilità di un contatto fra le anime dei morti e i vivi, così come della reincarnazione, sono numerosissimi e alcuni godono di una certa fama. Il caso più eclatante, qualche tempo fa, è stato quello di Rubens Faría, spiritista carioca che ‘opera’ quotidianamente, con sessioni singole o di massa di ‘chirurgia medianica’. Diversi vip brasiliani sono passati per le sue mani, si dice, con successo. Faría nel 1999 fu accusato dalla polizia per una sfilza di reati: omicidio, evasione fiscale, riciclaggio di denaro sporco e ciarlataneria.
Il Vale do Amanhecer (Valle dell’Alba) è la maggiore comunità spiritica del Brasile, situata alla periferia di Planaltina, città satellite a circa 45 km da Brasilia. In questa pianura del Distrito Federal, Neiva Chaves Zelay, ex camionista, nel 1969 fondò una piccola comunità che battezzò con il nome di ‘Valle dell’Alba’. Così Tia (‘zia’) Neiva - questo fu il soprannome con il quale la fondatrice volle essere chiamata -, dotata di poteri di chiaroveggenza, trasformò un suo vecchio e ambizioso sogno in realtà: riunire in un unico luogo tutte le religioni in vista della nascita di una nuova civiltà, coincidente con la venuta del nuovo millennio. La comunità, di recente, ha preso il nome di Olorúm, il dio creatore supremo del candomblé.
Il Brasile, sin dall’arrivo degli schiavi africani, è stato uno dei paesi in cui la commistione di credo religiosi si è resa più evidente. Tia Neiva, però, andò ben oltre il sincretismo afrobrasiliano. Nel Vale, infatti, l’ex camionista volle unire il cattolicesimo al buddhismo, l’induismo ai riti aztechi, la religione degli indiani nordamericani all’ebraismo, i culti africani al musulmanesimo, quelli degli egizi al pantheon di divinità degli antichi greci, le credenze degli incas a quelle dei troiani e dei gitani. Il cemento che teneva salde tutte queste dottrine, secondo la fondatrice e i suoi seguaci, era il contatto con gli spiriti dei morti e, addirittura, con gli extraterrestri.





Tia Neiva, originaria dello stato nordestino del Sergipe, morì nel 1985. Prima di fondare il Vale, e con esso l’Ordine Spiritualista Cristiano, la chiaroveggente aveva già istituito un’altra comunità - quella della Setta Bianca, nei pressi di Alexania, nello stato del Goiás -, ma fu la Valle dell’Alba a darle fama e ad attirare persone da tutto il Brasile e dall’estero: nella comunità, ad esempio, vive anche un anziano napoletano, arrivato molti anni fa.
Certo che per chi viene da fuori, soprattutto se straniero e poco ferrato in questioni di spiritismo, l’impatto con il Vale è piuttosto difficoltoso. È troppo facile bollare il tutto come una congregazione di pazzi fanatici, che vivono su un altro pianeta e trascorrono l’esistenza in un perenne carnevale mistico. Una permanenza minimamente prolungata nella comunità a contatto con la gentilezza e la simpatia dei suoi membri, però, può far presto riconsiderare l’intera situazione come ‘possibile’, anche per i visitatori più scettici e agnostici. Nella Valle dell’Alba, ad esempio, si usa un linguaggio del tutto particolare, che fa riferimento a entità a metà strada fra il misticismo e il sovrannaturale, non comprensibili ai più. Gli abiti dei seguaci, molto colorati, riportano fedelmente le tante posizioni gerarchiche della comunità, una per ogni ruolo specifico (il medium, la guida, il maestro, ecc.): un intreccio di ruoli decifrabile solo da chi vi partecipa. I riti, poi, almeno a prima vista, possono apparire del tutto assurdi, ricchi come sono di punti di riferimento - divinità, termini linguistici, gesti - assolutamente lontani dalla quotidianità che convive a pochi chilometri di distanza. Ciò che si scorge immediatamente, però, anche da parte di chi è del tutto digiuno da questioni di occultismo, è la forte volontà di seguire un percorso comune, un chiaro desiderio di vivere in un modo diverso, sentito con autentica passione da parte dei membri della comunità. D’altronde, ciò viene detto chiaramente anche in un libretto venduto nella libreria della comunità, che così recita:
«L’idea più semplice e più vicina alla realtà che si può avere della Valle dell’Alba è che si tratti di un gruppo di uomini, di persone comuni che cercano un sollievo per le proprie sofferenze, e decidono di lavorare per se stessi e per il prossimo, accettando gli insegnamenti da Gesù ed elaborando la dottrina dell’Alba...»
In effetti, la maggior parte dei fedeli è giunto nella comunità in seguito a traumi o disavventure personali, e quasi tutti hanno un livello culturale piuttosto semplice, con qualche eccezione rappresentata da plurilaureati alla ricerca di nuove verità.
Il Vale, nonostante l’apparente isolamento dal resto del mondo - in termini culturali, ma anche di abbigliamento e linguaggio -, è aperto a tutti i tipi di visitatori (semplici curiosi, aspiranti fedeli, studiosi di materie religiose, turisti, giornalisti), coadiuvati da una guida locale che li aiuta a capire qualcosa dell’intricata dottrina di Tia Neiva e a conoscere la comunità. Fra i termini fondamentali usati nel Vale, ad esempio, spiccano il concetto di incarnazione: un medium, anello di congiunzione tra morti e vivi, si dice ‘incarnato’ quando lo spirito di un defunto si è impossessato di lui al termine di una cerimonia apposita. Viceversa, un medium è ‘disincarnato’ quando lo spirito ha lasciato il suo corpo, rendendolo nuovamente pronto e disponibile ad accogliere altri spiriti. Il passaggio tra uno status e l’altro è regolato da un’insolita condizione: per ‘disincarnarsi’ un medium deve raccogliere su un quaderno apposito almeno duemila firme, procedura lenta e impegnativa. Questa mole di autografi, tuttavia, non necessariamente deve venire da duemila persone differenti: la stessa può firmare più volte. Ecco, dunque, che nel Vale capita spesso di vedere i membri della comunità - ma anche i visitatori - firmare come forsennati, passando lunghi minuti a consumare inchiostro su pagine e pagine di quaderno. Una volta raggiunta la quota stabilita, il medium partecipa alla cerimonia di libertação (liberazione), al termine della quale lo spirito può finalmente abbandonarlo.
Un altro rito - forse il più spettacolare - della giornata nella Valle dell’Alba è quello che si tiene quotidianamente nel circuito dell’Estrela Cadente, un percorso a forma di stella situato su una sponda del laghetto dedicato a Yemanjá. È questa la cerimonia opposta a quella di libertação, durante la quale, cioè, gli spiriti vengono incorporati nei medium. Tutto si svolge nel giro di venti minuti, durante le prime ore del pomeriggio. Nel Solar dos Mediuns - questo il nome della cerimonia - si segue una prima fase, detta ‘concentrazione’ (riunione), che dà inizio alla ‘Giornata’ (l’insieme delle cerimonie quotidiane): i partecipanti, divisi in Maestri Sole (indottrinatori) e Maestri Luna (‘positivi’ o ‘negativi’; entrambe le categorie sono composte sia da uomini sia da donne), si riuniscono in coppie miste - almeno quattordici - presso il ‘Radar di Comando’, un palco dal quale il ‘Comandante’ dà il via al rito. I Maestri Sole salgono lungo una scalinata e prendono per mano - sfiorando appena i polpastrelli - il corrispettivo Maestro Luna, ridiscendendo quindi lungo lo stesso percorso dopo essere passati attorno al ‘Radar’. Questa fase è detta ‘coronazione’ e ad essa segue una seconda processione, questa volta alle spalle di una piccola cascata artificiale, presso la quale si esegue la ‘preparazione’ (spirituale) alla base di un grande triangolo simbolico e di un’enorme effigie di Yemanjá. Oltrepassato il Comandante, le coppie scendono lungo un’altra scalinata, in direzione della ‘Stella’. Qui si dispongono sugli esquifes (‘feretri’, anche se delle tombe ricordano solo la forma), banchi di pietra di colore giallo. Il Maestro Sole rimane in piedi sul ‘feretro’, mentre il Maestro Luna si siede su una piccola panca a lato. Il Comandante, quindi, ordina la ‘preparazione’ e tutti i partecipanti al rito formano una catena umana, dandosi la mano. Solo allora i Maestri Sole si distendono sugli esquifes, accompagnati da un canto che servirebbe a evocare gli spiriti e a incorporarli in quelli Luna, durante la fase detta ‘consegna all’Alto Piano’. A questo punto, la Stella Cadente, il circuito rituale, viene considerata ‘impregnata’ grazie all’energia che vi è circolata e al buon esito del rito. Tutto si conclude con un Salve Deus! di commiato e i partecipanti, dopo aver lasciato l’Estrela, fanno ritorno alle proprie abitazioni, molte delle quali situate nell’area interna del Vale.
L’aver ‘incorporato’ gli spiriti è un passaggio necessario per poter ricevere, successivamente, i fedeli - numerosi, provenienti da tutta la regione - giunti nella comunità per colloquiare con i propri morti, cui chiedono consigli e benedizioni, scongiurando i malocchi e fugando le proprie paure. Questa fase di consultazione si svolge in un’ala apposita del tempio del Vale, un edificio ricco di effigi sacre e anch’esso, così come la Stella Cadente, attraversato da un percorso rituale.
Queste cerimonie, basate sul principio del carma - reincarnazione e trasmigrazione delle anime - e a prima vista assurde, possono trovare una spiegazione nelle stesse parole di Tia Neiva. Secondo la fondatrice, infatti, il rito dell’Estrela è necessario per la «... disintegrazione di energie caricate negativamente, e per gli spiriti che non sarebbero in grado di incorporarsi attraverso un semplice processo medianico».
Se questo riferimento può apparire troppo evanescente agli scettici, ecco come Tia Neiva giustificava, nella pratica realtà, questo rituale:
«Come complemento, vengono manipolate energie dei Piani Superiori, controllate a beneficio delle comunità, soprattutto ospedali, case e sedi amministrative del Governo».
Chiaro, no?






Capoeira
Salvador (Bahia) - La capoeira è una lotta/danza acrobatica che fu importata in Brasile dagli schiavi africani e che oggi è diffusa in tutto il paese. Mescolando ritmi musicali di più continenti ad arti marziali, i neri in schiavitù elaborarono una forma di intrattenimento per il pubblico e una nuova disciplina sportiva, usata, molto spesso, anche come arma di difesa e di rapina. Nel secolo scorso i capoeristas erano considerati delinquenti, e la loro disciplina veniva punita, quando esercitata pubblicamente, dalla polizia.
Oggi la capoeira si è trasformata - soprattutto nella sua città natale, Salvador - in uno spettacolino a pagamento per turisti, una specie di tarantella & mandolini a uso e consumo del folclore da esportazione, svuotata in gran parte di contenuti culturali. I capoeristas formano una roda (cerchio d’incontro, una specie di ring all’aria aperta e senza confini), e gli spettatori assistono. A Salvador i gringos sono bene accetti tra il pubblico, anche perché, a fine roda, viene chiesta (imposta) una contribuição, un contributo in denaro, pena la morte in diretta. Presentarsi con una macchina o una videocamera alle sessioni di capoeira presso il Mercado Modelo, un ghetto per turisti che si affaccia sulla Bahia de Todos os Santos, equivale a farsi rapinare. Anche se volete semplicemente assistere agli incontri senza riprenderli, sarete obbligati - dopo numerose minacce, verbali e fisiche - a sborsare quattrini. La situazione è tale che oggi è paradossalmente più facile assistere gratis e senza seccature a una roda di capoeira in un altro stato della confederazione, magari nel ricco e bianco Sud, piuttosto che nella Bahia, sua patria d’origine.
Sono anni che vorrei fare delle foto decenti a un incontro di capoeira, ma mi sono sempre trovato di fronte atleti che, non appena vedevano la Nikon, mi piombavano addosso minacciosi, a mano tesa ed eloquente. Di conseguenza, mi sono sempre rifiutato di fare foto, odio i tassametri.
Sto passeggiando lungo l’affollata spiaggia di Itapoã, nei pressi dell’aeroporto di Salvador. È domenica e tutti i baiani sono in spiaggia a starnazzare nell’acqua. Sul lungomare, in un tratto del marciapiedi, si sta svolgendo uno spettacolo pubblico di capoeira. Molti atleti sono bambini e il loro allenatore è un istruttore alto due metri, nero blu, pupille gialle, tutto muscoli. La scusa ufficiale della roda è la raccolta di fondi per gli abusati meninos de rua. L’incontro è appassionante, la luce ottima, per cui, lentamente e senza nasconderla a nessuno, estraggo la macchina fotografica dallo zainetto. Faccio in modo che tutti i maestri, che lottano o semplicemente assistono, mi vedano chiaramente, e nessuno si fa avanti per reclamare i ‘diritti’. Conscio della situazione, e viste le numerose esperienze precedenti, aspetto un bel po’ prima di iniziare a scattare. Attendo che qualcuno si faccia avanti, a batter cassa. Nessuno, però, si fa vivo, per cui scatto, indisturbato, una decina di foto. Terminato lo spettacolo, ripongo al rallentatore la macchina nello zainetto e comincio, senza fretta, a incamminarmi. Ma, tempo due secondi e, dalle mie spalle, come un’ombra, arriva l’Orco nero. Cavolo, so già come andrà a finire.
Mi parla riservatamente all’ombra di un grosso albero, forse per non farsi vedere dalle ronde di poliziotti che passano di lì.
«Stiamo raccogliendo fondi per i bambini di strada, la nostra Arte è al servizio della società, ho visto che hai fatto delle foto, potresti contribuire, eccetera eccetera, blablabla.»
La solita menata, vecchie bugie, ripetute con la stessa cantilena imparata a memoria. L’ho già sentita almeno cento volte. Se gli do un real, tempo due secondi, e il maestro l’avrà sicuramente investito in una birra gelata, da spartirsi con i soci.
«Mi dispiace, non credo che sia giusto - cerco gentilmente di spiegargli -, lo spettacolo era su una via pubblica, aperto a tutti. E poi perché qualcuno non mi ha chiesto i soldi prima che scattassi le foto, ma solo dopo?»
Mentre parlo tremo, se vuole può spezzarmi un braccio col solo sguardo.
«Ah, ho capito, siete molto esperti Voi, adesso sapremo come comportarci con Voi, quando venite qua, nel Nostro Paese...»
Come a dire “Voi gringos”, dall’altra parte della barricata, del mondo, ricchi e ad anni luce da noi... Il suo tono di voce non ha più quella gentilezza rituale della prima richiesta. Se ne va.
Intravedo, però, con la coda dell’occhio, Orco che confabula con i suoi allievi/scagnozzi più cresciutelli, altri mostri di muscoli e statura, additandomi e scomparendo nel nulla. Lui, maestro e titolare della palestra, non si può sporcare le mani in prima persona, gli farebbero chiudere bottega.
Tempo mezzo secondo e uno sgherro, un torello tutto muscoli, basso come me ma largo il triplo, mi raggiunge e mi blocca. Mi ripete le stesse parole del padrone, ma con fare più minaccioso. La mia risposta è la stessa - aumentano solo i tremolii del tono di voce e delle rotule -, non è che nel frattempo abbia iniziato a pensare che, per davvero, i miei quattrini finiranno nelle casse di un’associazione di beneficenza.
Il torello infuriato, improvvisamente, mi dà una forte spinta a due mani sul petto, facendomi quasi cadere o volare fino in mare.
«Vattene, e non ti far più vedere nei pressi della roda!», mi sbraita minaccioso, con gli occhi fuori dalle orbite.
Oggi il mio Brasile, che tanto amo, vale un po’ meno.







Lunga vita al Capitano Thomás!
Trancoso (Bahia) - Per una volta ho deciso di mettermi gratis nei panni della guida turistica. Per il Brasil, questo e altro. Un gruppo di amici bulagnesi mi ha raggiunto fin qua, desiderosi di conoscere il loro primo Brasile. Sono arrivati carichi di bagagli, gonfi di vaccini e con i portafogli sbrindellati. Comprano tutti i souvenir più orrendi, con i quali intaseranno il salotto, dando da mangiare a decine di famiglie di venditori ambulanti. Mi sento un benefattore e inizio ad accarezzare l’idea di andare a riscuotere il mio dovuto percento dai negozianti.
Il paese in questo periodo è strapieno, e - visto il nostro numero da piccolo battaglione di boy-scouts: otto adulti, un bambino e il suo gigantesco carrozzino - non ci resta che trovare alloggio su una spiaggia isolata. L’unica pousada vuota, che ci accoglie a braccia spalancate, è quella del Capitão Thomás: quattro camere matrimoniali terribilmente allineate e uguali, una specie di kibbutz.
Di fianco alle celle svetta la costruzione del proprietario che, quando arriviamo (mezzogiorno), sta ancora dormendo. Ci accoglie Daniel, l’impiegato tuttofare - receptionist, cuoco, autista, muratore, guardiano. Vive qui, in una casetta che il proprietario, tal Thomás dello stato di Santa Catarina, gli ha riservato. Con Daniel vivono la moglie più uno stuolo imprecisato di figli. Ogni tanto ne sbuca uno nuovo dai cespugli.
La nostra mascotte è il piccolo e simpatico Federico, un ometto di tre anni che, quando è stanco di camminare, inizia a frignare fintanto che il padre, prontamente, lo traina sul carrozzino (sulle strade di sabbia, impresa niente facile).
Verso l’una, quando tutti stanno sguazzando nel laghetto vicino, il bravo Capitano Thomás si sveglia.
«Bom dia, tudo bem? Bemvindos!», ci accoglie calorosamente, con un grande sorriso ancora deformato dal sonno.
«Bom dia, tudo bem. Obrigado.», gli rispondo.
Sono l’unico che parli portoghese, gli altri fanno sorrisi e scuotono la testa in segno di buongiorno. Giapponesi.
Thomás è un interessante signore sulla cinquantina portata egregiamente, nonostante i capelli bianchi. Fisico asciutto e bruciato dal sole, occhi azzurrissimi, sguardo magnetico, voce sensuale. Se fossi parrucchiera me ne innamorerei.
Il Capitano capisce in fretta che sono l’unico col quale riuscirà a parlare e appare subito interessato a conversare, forse per la solitudine che può provare in un luogo così isolato. Da quando sono lì, tuttavia, non faccio che domandarmi come mai in paese tutte le pousadas siano stracolme, mentre questa, situata su un pezzo di spiaggia da dépliant, sia deserta.
«Ah, italiani! Adoro l’Italia, ci sono stato qualche anno fa, allora feci un giro in moto dal Nord al Sud, e non vedo l’ora di ritornarci. E poi le italiane... ah! Mamma mia!»
L’ultimo sospiro allude a cose turche (italiane) che suscitano la mia curiosità portinaia. Ma non faccio in tempo a chiedere che Thomás già si risponde.
«Tempo fa ho avuto un’italiana, una delle poche donne che raggiungono l’orgasmo con la vulva. La sua vagina riusciva a muoversi come un muscolo, succhiandomi o pau. Che meraviglia!», e mi fa il gesto con la mano che si apre e si chiude a pugno, come una medusa in mezzo ai cavalloni.
«Un dottore mi ha spiegato che tale capacità, un raro ben di dio, è riservata solo a una donna su diverse migliaia, un vero tesoro dell’anatomia, del tantra e dell’aerobica!»
È sorprendente come, nonostante Thomás sia visibilmente di origini tedesche, dunque potenzialmente freddo, si apra così rapidamente con degli estranei che ha conosciuto da venti secondi, descrivendo particolari intimi che un qualsiasi italiano non frequentatore di bar o di caserme racconterebbe all’amico del cuore solo dopo anni di merende fatte assieme sulle colline toscane.
I miei amici premono perché li porti a una spiaggia un po’ distante, smaniano per fare cose, e mi fanno segno di tagliar corto. Sto per uscire dal cancello della pousada quando Thomás mi blocca nuovamente a suon di chiacchiere. I sintomi della sua logorrea parossistica iniziano ad apparirmi evidenti.
«Sai - mi dice serissimo, mentre sto con un piede fuori dal cancello e l’altro dentro - in vita mia ho fatto un sacco di film porno. Alcuni sono stati ambientati qui, e a volte mi è capitato di rivedermi, a distanza di tempo, inserito in qualche film di sexo explicito senza che lo sapessi. La mafia che manovra questo mercato mi aveva filmato di nascosto e poi, in fase di montaggio, aveva inserito gli spezzoni in film che hanno girato mezzo mondo.»
Le orecchie mi iniziano a fischiare, ma la storia diventa interessante.
«Mia madre, quella gran figlia di puttana, è lei che manovra il mercato, e ogni tanto sono stato ripreso assieme a mia moglie, mentre facciamo del sesso, per poi rivedermi su qualche cassetta. Anche parecchi italiani sono venuti qua a girare. Mi ricordo la scena di una donna che si masturba in una delle vostre camere...».
«Cavolo, che storia! Potresti addirittura scrivere un libro», provo a ribattere.
«Eh, sì... E poi, sai, ho chiesto un indennizzo enorme alla mafia dei film, diverse decine di migliaia di dollari, sto ancora agendo legalmente, ma loro mi vogliono dare solo poche briciole, una miseria...»
Il disco, piuttosto sconnesso, pare non fermarsi più. ‘Sto Thomás inizia a sembrarmi un po’ strano. Ma arrivano i nostri, mi prendono per un braccio, mi trascinano via.
Quando riferisco il succo del nostro dialogo cala il silenzio fra i presenti, seguito da una sola tremula domanda:
«Pietro, ma dove ci hai portato?»
Non ho risposte.
Verso sera, tornati alla pousada, comincia uno strano concerto. All’interno della sua villetta Thomás ha acceso diverse luci psichedeliche rosse e verdi, e lo stereo è a un volume assordante. Ogni tanto si sentono forti mugolii strozzati, specie di ahrf, ahrf da karateka.
Machemminchia sta facendo, è la domanda di tutti. Ginnastica? Trombando? Squartando un asino? Una pippa??
Il fedele Daniel, lasciato libero dal padrone per una mezz’oretta d’aria, viene a illustrarci la situazione.
«Sapete, poveretto, è pazzo. Di notte fuma tonnellate di crack e va giù di testa. Le storie dei film porno sono tutte balle, e ha la mania di persecuzione che qualcuno venga qui a filmarlo di nascosto. Quando non si droga è la persona più meravigliosa del mondo, ma quando fuma parte col cervello...»
«È pericoloso?», dice il gruppo all’unisono.
«Ogni tanto tira fuori una pistola, cerco sempre di nasconderla sotto terra o dietro qualche cespuglio, ma poi lui la trova. Non vi preoccupate, però, fino a oggi non ha mai sparato a nessuno. Tempo mezz’ora, verrà qui a chiedermi che vada in paese a cercargli una donna. Tutte le sere è la solita rottura di scatole.»
Il gruppo, me compreso, è allibito, e nel tempo di lavarci i denti e sistemare la zanzariera, siamo già tutti a letto a porta sprangata.
Il giorno dopo ci svegliamo presto, così da schivare i deliri di Thomás, che ha fatto festa fino a notte fonda e si sveglierà sicuramente nel primo pomeriggio. Con gli uomini del gruppo e Daniel andiamo a piedi in paese a fare un po’ di compere, mentre le donnette rimangono vicine al focolare, in compagnia di Federico, a fare la calza.
Come torniamo le girls ci accolgono tra urletti e peti scoppiettanti, tutte agitate, sbracciandosi. Sono viola a righe bianche in volto, e anche un po’ sudaticcie.
«Che cosa c’è, il pazzo vi ha molestate?»
«N-no - mi risponde una -, c’è una biscia schifosa! Eravamo spaparanzate in spiaggia e Federico giocava sulla sabbia quando, all’improvviso, il bimbo ci ha chiamate: «Zie, il bruco!»
«Ma dov’è andato a finire?»
(il gruppo parla assieme e facciamo sempre le stesse domande: proveniamo dallo stesso background socioculturale, pregno di valori omologati e uniformizzanti, sintomo di un malessere diffuso e di un’apatia generalizzata - Alberoni®©™).
«Là, là, ziii», fa Federico, indicando un cespuglio col ditoccio.
Daniel, imbracciata una mazza da rissa al porto tra marinai malesi, balza oltre la staccionata come si fa nelle pubblicità degli oli vegetali e, individuato il mostro xyz, lo fa secco con quattro legnate e un colpo di judo. Adesso è tutto una z.
«Caralho, era un cascavél, altro che biscia!» dice Daniel, col bastone insanguinato e un ghigno assassino sul labbro superiore.
«E che minchia è un cascavél??», fa il coretto dell’Antoniano.
«Il serpente più velenoso che esista in questa zona.»
Sulle tempie dei genitori di Federico scorre una gocciolina di sudore, la madre in particolare si fa pallida. Si coglie persino uno strano rumodore di biogas.
«Oi gente, tudo bem
Come se il bruco non fosse bastato, si è svegliato Thomás, che ci raggiunge per, indovinate un po’, fare due chiacchiere. Il fuggi-fuggi è generale, tutti si rintanano con le scuse più disparate nelle camere (vado in bagno, vado a dormire, vado a vedere se è arrivato un fax, ecc.), e l’unico fesso che rimane a noleggiare le orecchie sono io.
«Ho notato che siete pieni di videocamere, non è che siete venuti qua per filmarmi? Oggi ho visto uno che mi filmava da dietro il canneto - e me lo indica -, quella puta di mia madre non la smette mai di mandare gente...»
«Ma no, Thomás, siamo qui solo in vacanza, le videocamere le usano i miei amici per immortalare il paesaggio. Sai, vivono in un condominio grigio di venticinque piani, posti così non ne hanno mai visti», rispondo.
Noto però che il suo modo di parlare, sempre col sorriso sulla bocca, si è indurito rispetto al primo approccio. Ora, tra una parola e l’altra, il Capitano è scosso da piccoli fremiti, ansima, e gli occhi sembrano leggermente impazziti, ognuno per conto suo. Taglio corto e m’imbosco anch’io.
Finita la cena - per fortuna Thomás ha avuto il pudore di non autoinvitarsi - inizia la sessione notturna di Music & Lights: luci lisergiche, spasmi a raglio d’asino preso a machetate, urletti che Thomás si autolancia tra le pareti domestiche. Stasera, però, il volume della musica sembra ancora più alto di ieri, se possibile.
«Se continua così dovrò chiamare sua madre per l’ennesima volta, affinché arrivi in fretta da Curitiba, in aereo. È già stato internato diverse volte, speriamo che questa gli passi in fretta...», mugola rassegnato Daniel. Sua moglie, intanto, trema.
La profonda quiete interiore del padrone di casa certo non aiuta la nostra chiacchiera digestiva prenotturna, al chiar di luna su un’amaca e con ‘na chitara tra le mani. L’ansia tossica, generata dal suo cervello spappolato, si è trasmessa a tutti noi, e come inizia la discoteca ci coglie un profondo desiderio di autoprotezione, di voglia di rinchiuderci nella tana, a nanna. Per fortuna le porte sembrano di legno robusto, e i cardini non sono di zucchero filato.
Il concerto di Thomás continua tra le sue mura domestiche - e nei cinquanta chilometri attorno - fino alle due-tre di notte, ora che il gruppo raggiunge completamente sveglio, in attesa che il Capitano sfondi la porta di una delle camere a colpi di revolver o, ancor peggio, li inviti alla festa. Così, tanto per socializzare.
Attorno alle quattro, stanco probabilmente di ululare da solo, Thomás pensa bene di venirlo a fare di fronte alle nostre camere, in compagnia. Daniel, che di notte lavora anche come guardiano, si deve sorbire, così come noi, i monologhi deliranti del datore di lavoro. Film porno e videocamere, guarda caso, i temi affrontati durante il convegno. Tra un intervento e l’altro il Capitano urla:
«Italiani, mafiosi!», forse solo perché non partecipiamo attivamente, con domande, alzate di mano e interventi costruttivi, al dibattito.
Raggiunte le cinque del mattino senza essersi ancora prosciugata l’ugola né evaporato il crack, Thomás decide che è giunta l’ora - ha un rapporto con gli orologi tutto suo - di andare in paese a caccia di suicide. Accende il dune-buggy con un boato e inizia a piroettare a mezzo metro dalle camere, sgassando in circolo sulla sabbia per un quarto d’ora buono. Nemmeno i tappi di cera possono tanto. Ci svegliamo tutti di colpo, come se un boeing ci fosse atterrato ai piedi del letto.
Il sorgere del sole e la colazione - tutti lo speriamo - dovrebbero coincidere col down da crack, così da mandare finalmente Thomás nel mondo nei sogni e concederci almeno un caffè in santa pace.
«Oi, Pedro. Tudo bem? Porque você não fala comigo?» - sempre sveglio, sempre sulla breccia - mi fa il pazzoide mentre cerco di masticare la mia fetta di ananas. Sono molto, troppo educato, e non gli dico perché non desidero parlare con lui. Potrebbe disseppellire l’ascia di guerra a canne mozze da qualche buca.
Ingoiata la colazione a mo’ di imbuto, il gruppo vacanze decide che la pousada del Capitão Thomás ha già dato. Appallottoliamo i vestiti nelle valigie in fretta e furia, ma nemmeno questa chiara attività, unita alle nostre bestemmie urlate da ogni camera per tutta la notte, fanno desistere Thomás dalla sua tempesta di rompimenti di cazzo.
 «Pedro, perché non mi ascolti?»
Alla ventesima domanda consecutiva, sempre così variegata e fattami dentro la MIA camera mentre impacchetto le valige, chiudo con un gesto di stizza la porta in faccia al padrone di casa.
«Sem vergonha! Mi chiudi persino la porta in faccia! Ahrf, Ahrf...»
A giudicare dalle sue parole, Thomás sembra più una fidanzatina abbandonata dopo le prime rose, che un signore cinquantenne col cervello spappolato dal crack e dal sole.
Il sempre sull’attenti Daniel chiama prontamente, così come lo abbiamo scongiurato durante la spassosissima colazione, un amico con un enorme pickup giapponese, che giunge in pochi ma eterni minuti per portarci su Marte. O comunque via da lì.
Come lo vediamo all’orizzonte gli corriamo incontro, seppure carichi di valigie, carrozzine, braccioli e souvenir. Paghiamo il conto a Daniel di nascosto («Se Thomás vede i soldi se li va a spendere tutti e subito in crack», ci confida), forzando il sorriso sulla bocca, salutiamo e, addirittura, ringraziamo il Capitano.
«Fate buon viaggio e, la prossima volta che passate di qua, ricordatevi che vi aspetto!», riesce a dirci Thomás, tranquillo come un sasso.
«Certamente, non mancheremo», fa il coro.
All’autista do quattro scudisciate sulle gambe coi braccioli affinché pesti sull’acceleratore, rapidinho.






LÀ E AQUÍ

Garibaldi do Brasil





«Ostia Madona!»
Questa esclamazione da altà società mi fa girare improvvisamente la testa mentre sto affondando i denti in un panino al bar della rodoviária, l’autostazione, a Garibaldi, circa trentamila abitanti di cui ventisettemila oriundi italiani, nelle campagne del Rio Grande do Sul, la zona economicamente più sviluppata del paese sudamericano. L’autore dell’esclamazione è un ragazzo che parla con un coetaneo. Anche il resto del dialogo si svolge in un dialetto imbastardito, un misto di trevigiano, vicentino o bellunese mescolato al portoghese: sono o non sono in Brasile?. I volti delle persone qui ricordano decisamente quelli veneti, di neri o mulatti non si vede nemmeno l’ombra, e i giovani parlano in dialetto veneto del secolo passato, di cui non capisco quasi nulla. Chiedo informazioni per trovare un albergo, ma nessuno mi comprende: parlo italiano, e qui la lingua ufficiale è il veneto; il portoghese viene dopo. Il proprietario dell’Hotel Treviso, diffidentissimo, la tira lunga per un quarto d’ora, per poi confessare che non mi vuole dare una stanza: sono straniero, parlo una lingua troppo diversa, qui i turisti nessuno li ha mai visti, sono tutti a Copacabana. Trovato finalmente un alloggio, mi aggiro per il paese, lungo strade curate, tra il verde, fra belle dimore come quella della famiglia Peterlongo - una delle ‘fondatrici’ della città -, oppure il museo municipale - ex sede della Società Italiana di Mutuo Soccorso che oggi ospita l’archivio storico. Poveracci e mendicanti non si vedono, tutti sono ben vestiti e sembrano concentrati nelle proprie occupazioni. Il panorama umano, rispetto al Nord-est, è ben diverso.
Il giorno seguente ho la fortuna di conoscere l’unico ‘italiano d’Italia’, Franco, un cremonese trapiantato a Garibaldi dieci anni fa. Ha deciso - mi racconta - di vivere qui, in questo luogo sperduto, da quando in Italia il governo aveva deciso di tassare perfino l’ombra del tendone che copriva la vetrina del suo negozio di articoli per campeggio.
«Qui, di tasse, zero. Ma se non conosci qualcuno è praticamente impossibile riuscire a parlare con le persone, tanto sono diffidenti», mi spiega, aiutandomi a contattare alcune famiglie di discendenti italiani. Lui stesso ha dovuto fare una fatica incredibile, i primi tempi, per farsi accettare dalla comunità, nonostante fosse italiano e avesse una zia che da sempre viveva qui. Oggi Franco è presidente di un’associazione Italia-Brasile locale che dovrebbe rinsaldare i rapporti tra i due paesi e favorire la conservazione delle tradizioni italiane. In questo senso, si sta dando da fare per insegnare la lingua italiana ‘vera’, sconosciuta ai più: impresa benemerita, se si pensa che in alcuni villaggi del Rio Grande do Sul il veneto-portoghese viene insegnato ai bambini nelle scuole. Nel gennaio del 2001 la Regione Trentino Alto Adige ha consegnato al governo brasiliano una petizione per la salvaguardia del taliàn, la lingua ‘ufficiale’ di queste zone, un mix di dialetti dell’Italia settentrionale - soprattutto lombardo e trentino, ma con elementi tedeschi - e il portoghese, definita ‘l’utima lingua neolatina’. Sempre nel 2001 sono stati commemorati i 126 anni dell’immigrazione italiana, e per l’occasione il governo dello stato del Rio Grande do Sul ha fatto una legge per decretare il 20 maggio Giorno dell’Etnia Italiana: sui dieci milioni di abitanti della regione ben tre sono di origine italiana.
Tutto cominciò il 15 novembre 1875, quando Cirillo Zamboni, trentatré anni, arrivò con la sua famiglia in una località che si chiamava Conde d’Eu. Fu il primo di una corrente migratoria italiana, proveniente soprattutto dalle province di Treviso, Vicenza, Belluno, Cremona e Bergamo. Massiccia fu anche l’immigrazione tedesca. Italiani e tedeschi fondarono nuclei agricoli autonomi, separati dai distretti lusitani e costituiti da piccole proprietà in cui lavorava l’intera famiglia. L’isolamento dei nostri connazionali di allora fu molto accentuato sia a causa delle distanze sia per la natura del terreno, in pratica ricoperto da foreste vergini sino al loro arrivo. Sviluppatasi lentamente, la colonia di Conte d’Eu si separò da quella di Estrela Geral - l’attuale Buarque de Macedo - e, il 31 ottobre del 1900, fu ribattezzata Garibaldi.
Oggi, a più di un secolo dall’arrivo di Cirillo Zamboni, gli italiani si sono perfettamente integrati in questa regione così lontana e hanno conservato memorie ferme nel tempo, tradizioni, nostalgie, cucina, anche se la pasta la chiamano massa, alla portoghese. La lingua, rimasta a lungo pura, ha subito contaminazioni minime. La messa, per esempio, in certe zone viene ancora celebrata in veneto, e circola un texto oficiál italiáno, il cui titolo è Cossita Prega i Taliàni. Vi si legge, nel capitolo Liturgia della parola:
«Adesso lezemo un toco del secondo capitolo dei Ati dei Apòstoli, che mostra come vivea i primi cristiàni e zera più meno cozi che i vivea anca i nòstri papà e mame, nòni e none, nel comincio dela imigrassione».
Gli italiani che oggi abitano il Rio Grande do Sul, però, ci somigliano poco. A Garibaldi e dintorni tutto sembra essersi fermato a una semplicità bucolica di altri tempi, ben distante dalla berlusconica vita di casa nostra. L’italiano del Brasile del Sud sembra rimasto a una lentezza di immaginazione e a un modo di vivere più vicini a quelli di una società agraria, basata sulla consuetudine. Tutti, o quasi, coltivano l’uva, da cui ricavano vino e spumante; i più intraprendenti e modernisti hanno aperto un bar o un ristorante. Pochi sono quelli che hanno avuto la possibilità di recarsi, almeno una volta, in Italia. Tutti dicono che vorrebbero conoscere il loro paese di origine, ma alcuni tra quelli che hanno avuto questo privilegio ne sono rimasti delusi. Uno di essi è andato a Venezia, città natale dei nonni, e ha raccontato della strana sensazione provata:
«Parlavo il dialetto che ho appreso qui dai miei. Mi capivano, ma mi chiedevano da dove arrivassi».
Renato, conduttore di Radio Viva, emittente di Bento Gonçalves, è rimasto ancor più sconsolato:
«Troppa frenesia lavorativa e molta freddezza da parte della gente, che immaginavo più cordiale ed estroversa, come quella del Brasile».
Ogni domenica, dalle 6 alle 10, Renato conduce una trasmissione di musica italiana: Ricchi e Poveri, Albano e Romina, Pupo, Peppino di Capri e Fred Bongusto sono i più gettonati. Lucio Dalla e Vasco Rossi, invece, non piacciono, dagli ascoltatori vengono considerati troppo rockettari e americanizzati. A Radio Garibaldi, dove invece sono stato intervistato quale esempio di italiano doc, la mia lingua, così ‘esotica’, ha suscitato molta curiosità fra gli ascoltatori.
Garibaldi è una località che si scopre solo per caso. Ho saputo della sua esistenza buttando l’occhio sull’etichetta di una bottiglia di vino in un ristorante della Bahia. C’era l’effigie dell’Eroe dei Due Mondi, il suo nome a grandi lettere, e la scritta Vinho tinto de mesa, produzido e engarrafado pela Cooperativa Vinicola Garibaldi Ltda. Seguiva l’indirizzo. Garibaldi è, infatti, al primo posto nella produzione brasiliana di uva e vino e viene considerata la capitale nazionale dello spumante (ne produce il 96%). Le sue trenta cantine sono aperte ai visitatori, cui viene illustrato il processo di lavorazione e, naturalmente, offerti deliziosi assaggi. A Bento Gonçalves, non lontano da Garibaldi, è in costruzione un albergo in cui gli ospiti potranno fare il bagno nel vino. A Veranopolis, 38 km da Bento Gonçalves, si dice che la vita sia più lunga perché i suoi abitanti, al 90% di origine italiana, bevono molto vino rosso, il quale conterrebbe una sostanza che fa ringiovanire le cellule.
Oltre l’uva, in zona si coltivano frumento, patate, mais e soia. Molto sviluppata è anche l’avicoltura. Non manca quindi la materia prima per la cucina italiana, cui si aggiungono piatti brasiliani, come il bauru (panino con bistecca, formaggio, prosciutto e pomodoro), il churrasco (lo spiedo di carne, diffusissimo tra i gaúchos) e l’espeto cozido (spiedino più piccolo). I posti d’onore a tavola, però, spettano alla polenta, ai bìgoli, ai tortellini, ai polli, al bollito di manzo, al formaio e alle insalate di antica memoria. Sono queste le portate che arricchiscono le mense delle grandi feste, come, ad esempio, quella dell’inaugurazione della vendemmia (in gennaio) a Pinto Bandeira - un paesino non lontano da Bento Gonçalves -, un’occasione allegra per mangiare, bere, cantare in coro, ballare, giocare a briscola o a morra ed eleggere la Regina della Vendemmia per l’anno in corso.
Superato il momento iniziale di diffidenza nei miei confronti, sono stato trattato quasi come un ambasciatore, o un inviato di fama mondiale. Molti gli inviti a pranzo e a cena da parte di famiglie di discendenti italiani, curiose di conoscerne uno di nuovo stampo:
«El vegna a zena a casa nostra. Ghe preparemo ‘na bela massa suta e un galeto con radiche e cegole».
E molte le domande sull’Italia del giorno d’oggi: come sono il costo della vita e l’inflazione (incubo di tutti i brasiliani)? E come si mangia, e le donne, e la lingua? Quanto tempo ho impiegato a venire in nave - come i loro nonni (!!)?
A Bento Gonçalves c’è un interessante museo dell’immigrazione italiana. Fra i milletrecento oggetti esposti (e tremila foto), colpisce l’attenzione un nostalgico manoscritto sulla cucina, la cosina veneta, in cui si legge, fra l’altro:
«Intorno al fogolaro se fà ‘l filò: le donne le cosisse, le fà tressa, i òmi, i giuga le carte, i se la conta, e i putéi, intanto che i magna pignòi, mandolin e patate dolce, i scolta quel che i più véci i dize. E così se mantien la tradicion e la cultura».
E ancora: «Quando me ricordo de le vécie cosine me vien in ment le magnade de oséi co’l lardo, de formai vecio, de codeghin fat de pochi dì, de maiale arosto, de galina al tòcio, de radìci co’ la panceta e ‘na béla polenta morbida e molesina. E, par parar zo tùta sta stravaganza, do o trè bicieròti de vin ròs de quel da’l ciòdo».
A Bento Gonçalves, di recente, è stato costruito lo shopping-center América, le cui strutture riprendono quelle dei palazzi di Venezia, in onore agli immigrati veneti che costruirono la città. In effetti, anche durante la Festa della Vendemmia, il Festival Coloniale Italiano, la Fenavinho di Bento Gonçalves o la Fenachamp di Garibaldi (in onore allo spumante, in un parco appositamente costruito), sembra di essere nelle campagne venete, piene di volti nostrani: come quello della Signora Miolo, che vive in un’antica casa di legno - molto diffuse nel Rio Grande do Sul - e produce pane e formaggio; oppure come quello di tia (zia) Cecilia, che mi ha preparato una polenta di primissima qualità. Sono queste le persone che, oggi, vogliono essere italiane. La nostra legge concede la cittadinanza a tutti coloro che sono in grado di provare un’origine italiana, anche da avi di lontanissimo grado, a differenza dalla legge brasiliana, che la riconosce solo a chi è nato sul suolo nazionale. Il risultato di queste regole è una corsa frenetica alla ricerca di antichi documenti di immigrazione, spesso firmati con eloquenti croci, che testimoniano il ceto sociale della maggioranza degli immigrati italiani: contadini, fuggiti da terre sterili e da un paese in crisi.
L’italianità in Brasile - ma anche nel resto del Sud America - è un fattore di moda, soprattutto fra il ceto medio, spesso esaltato dalle telenovelas di produzione paulista o carioca, in cui i personaggi hanno nomi e cognomi italiani. I primi leggendari immigrati italiani - come nella recente novela di Rede Globo Terra Nostra - vengono dipinti quali figure eroiche, fuggiti, per forza di cose, da terre improduttive e catapultati dall’altra parte del globo, in un mondo straniero ma dotato di terreni fertilissimi e prodigiosi che offrirono loro grandi quantità di cibo - seppur poco denaro. Terra Nostra ha tenuto incollati i telespettatori brasiliani, dai trenta ai cinquanta milioni ogni sera, per otto mesi. Il suo successo è stato di tali proporzioni che la nostra (dell’Unto) Retequattro l’ha ritrasmessa, e in Brasile ora circolano salsa di pomodoro, vino e pasta di marca Terra Nostra. Brevi battute in italiano (amore mio, capisco, arrivederci, ecc.), assimilate qua e là dalle vicende dei due protagonisti, ora fanno parte dell’intercalare comune del colosso sudamericano e le scuole di italiano, soprattutto a São Paulo, hanno avuto un’impennata di iscrizioni.
Visitando i centri dei dintorni di Garibaldi - tra cui Nova Padua, Nova Bassano, Nova Milano, Nova Bréscia, Nova Roma do Sul, Caravágio, Imigrante, São Francisco de Assis, São João do Polêsine - si vedono altri segni di italianità: monumenti a Giuseppe Garibaldi, all’immigrato italiano con la zappa in spalla, targhe in bronzo, come quella del Memorial da Colónia Italiána e quella che indica il luogo in cui se acamparam os primeiros imigrantes italiános. Tutti simboli del lavoro svolto da una civiltà contadina che vive tra la soddisfazione di ciò che ha costruito, l’orgoglio nazionale, la vaga nostalgia di un Veneto lontano. Nutrita di polenta, di ballate popolari, di vecchie fotografie stinte dal tempo alle pareti, di ringraziamenti «al Signor, perché Te ghà assistio ai nostri genitòri, quando i zé vegnisti in qua del l’Italia».






Isole tropicali
Rio de Janeiro - Maria è un’amica mulatta che vive a Copacabana, ma non appartiene alla truppa di mercenarie che si dondolano lungo l’Avenida Atlântica a caccia di gringos: è una persona onesta e generosa, con una figlia ‘perbene’, che lavora e studia più che a Tokyo e a Oxford. Mi ha ospitato numerose volte a casa sua, senza volere in cambio un real né altro: il suo puro spirito di ospitalità, disinteressato, ha fatto nascere tra noi una profonda amicizia.
Maria arrotonda le scarse entrate offrendo servizi di varia natura ai turisti italiani. Nel suo condominio, infatti, un’agenzia immobiliare affitta alcuni appartamenti ai luigi che desiderano passare un certo tempo a ‘Copa’, ma non in hotel. Tramite contatti in Italia, Maria fa da intermediaria tra i pizzetti all’Italo Balbo e l’immobiliare. Il suo guadagno è una cresta sull’affitto, tanto maggiore quanto sono l’imbecillaggine e la punta delle basette dei clienti. Maria, però, non si limita a questo servizio. Spesso, chi arriva fin qui - in genere operai in ferie per quindici giorni, durante i quali esigono solo di chiudersi in camera a fare cose brutte a qualche mulatta -, non ha alcuna voglia di sbattersi per le necessità basiche: fare la spesa, cambiare i dollari, persino andare all’ufficio postale a spedire le cartoline. Maria si occupa di tutte queste esigenze faticosissime, imponendo un balzello su ogni prestazione.
Un altro suo stratagemma per tirare a campa’, stanca com’è di vedere questi papponi manovrare con noncuranza grandi quantità di denaro, è quello di portare il suo gregge di babbei alle cosiddette ‘Isole Tropicali’, facendo anche in questo caso la cresta sulla tariffa delle agenzie turistiche. È questa una delle escursioni più sceme e gettonate dai turisti privi di fantasia che sbarcano a Rio, assieme al Favela Tour, un tuffo nel Brasile vero organizzato alla favela-così-colorata-così-viva-così-tipica che un tour operator carioca appioppa ai gonzi (English, French, Spanish and Italian spoken). La miseria come spettacolo.
Un giorno Maria, che ha per le mani quattro bresciani - tutti basette scolpite col laser e stivali a punta, Bossi nel cuore e speranza di negre nelle mutande -, decide di invitarmi, tanto pagano loro, alle maledette Isole Tropicali. So già quale orrore mi aspetta, ma se è gratis, e se pagano dei bresciani, mi dico sempre, perché no?
L’autobus porta la mandria a un’ottantina di chilometri da Rio, fino a un porticciolo dal quale si prende una bella e affollata barca a vela. La nostra guida è un peruviano che parla un bell’italiano da gay, ossessionando tutti con mille spiegazioni, anche sul perché quella mosca vola e si appoggia ai finestrini o quel gabbiano scagazza in mare. Ho lasciato i tappi di cera a casa, cretino che sono.
Come il gregge scende dal bus c’è un tritaturisti che, macchina fotografica alla mano, ci ritrae tutti, al volo, uno per uno. Ha il motore incorporato nella mano. Odio queste porcate da giapponesi a Venezia, e quando sta a me scendere, corro e lo frego. Il suo otturatore è partito in ritardo. Perbacco, come godo.
Sulla barca, stipata di carne bianca, il peruviano da macellare sfinisce tutti: anche quando ancoriamo in una baia con un metro di fondale:
«Attenti a fare il bagno, potreste affogare!»
Il clou dell’escursione è il buffet stile Club Merd. Ognuno si serve da solo, sennò che buffet sarebbe, ma in uno spazio piuttosto ristretto si sono concentrate, tutte alla stessa ora, decine di gruppi partiti con escursioni diverse. La caccia alla tartina assume in fretta i connotati di una lotta per la vita, con gente grassa in braghini che infila la forchetta nel piatto del vicino e con accenni di rissa per i pezzi di pollo migliori. Anche se è una condanna gratuita, inizio a pensare che forse era meglio se stavo a casa a leggere il giornale o a schiacciare gli scarafaggi nella doccia.
A ravvivare la giornata, per fortuna, ci pensa un’amica di Maria. È una simpatica grassona che si è portata dietro la figlia diciassettenne per presentarmela. La ragazza, poverina, è da mesi che non trova un fidanzatino, e sento odore di complotto. Juliana, però, è bruttina forte, e trovo più interessante concentrarmi sulle cosce di pollo, che finiscono non appena i camerieri ne portano alcuni bidoni pieni.
L’amica di Maria, come la figlia, non deve battere chiodo da tempo, e ha abbordato un turista statunitense di colore, fesso come tutti gli abitanti di Gringolandia. È incredibile l’abisso tra un nero brasiliano e uno Made in USA. Se esternamente i due sono assolutamente identici - stessi cappellini e maglie colorate, stesse Nike -, come aprono bocca, immediatamente, il brasiliano conquista le platee per simpatia e intelligenza, mentre il gringo le tramortisce a suon di insulsi e gratuiti yeah!
L’amico della ciccia è appunto uno di quei cretini tutti modi-di-dire e dollari in tasca. Come se non bastasse, è ubriaco fradicio, e i suoi deliri da brother attecchiscono ben poco da queste parti. La grassarda, tuttavia, sicuramente bisognosa di affetto longilineo, ha iniziato a bere brutalmente assieme a lui, e farfuglia quelle tre parole in croce d’angloportoghese che conosce. La sua pronuncia, orribile, le fa uscire di bocca, anche grazie all’effetto della cachaça, bestialità e idiozie a getto continuo:
«Oh yes, me too been to USA, in Miami. Very good, caralho!», e su il pollice alzato, alla Fonzie.
Gringo nero si alza per andare a urinare, deve scaricare la cisterna d’alcol che ha in corpo. La gorda, lasciata sola, purtroppo riprende il discorso con me, chiedendomi che cosa ne pensi di Rio. Con lo stesso pathos di quando si chiede «pioverà oggi?»
«Mah, mi piace molto, anche se detesto le orde di stranieri che vengono qua a zoccole e che, non appena tornati a casa loro, vanno in giro a sbandierare come tutte le brasiliane siano puttane, magari avendo passato il loro tempo solo fra i tavolini dell’HELP!...»
Sarà per il mio portoghese incerto, o per l’alcool che la balena ha ingurgitato, ma l’amica di Maria deve aver capito una parola su tre di quelle che ho detto, ovviamente solo quelle brutte e in ordine capovolto, fraintendendo completamente la mia critica costruttiva:
«Come osi dire che mia figlia è una puttana?», sbraita con la bava alla bocca, ribaltando un bicchiere di cachaça sul tavolo. Avete mai visto un cinghiale ubriaco? Ecco, quello.
C’è voluta mezz’ora di spiegazioni - il tempo necessario affinché l’effetto dell’alcol svanisse -, mie e di Maria, per calmarla e spiegarle ciò che realmente intendevo dire.
Sulla via del ritorno, all’entrata dell’autobus, il fotografo da catena di montaggio consegna ai partecipanti del magnifico tour del menga i portachiavi con l’immagine scattata qualche ora prima.
«E il mio dov’è?», gli chiedo, stizzito.







Gigliola
Porto Velho (Rondônia) - Al personale dell’Hotel Ouro Fino darei l’Oscar per la Simpatia e l’Ospitalità. L’Ouro Fino non è un albergo a cinque stelle, ma una bettola per cercatori d’oro venuti in città a vendersi il raccolto, quel poco che ne è rimasto dopo le spese indispensabili, lavoratrici a tassametro e cachaça. Qui i turisti stranieri capitano raramente, lo stato di Rondônia è considerata solo come un ostacolo tra l’Amazzonia e il Pantanal: ci si ferma esclusivamente tra un autobus e l’altro, aspettando una coincidenza per il giorno seguente.
«Azzu-urro? Cavolo, abbiamo avuto una coppia di italiani, qualche mese fa. Due rompiscatole incredibili, a lui non andava bene niente, il calore eccessivo delle stanze, le zanzare, la tv accesa, i vicini di camera che facevano all’amore. Quando sono partiti abbiamo fatto festa. Sei della stessa razza?»
Così mi accoglie David, figlio maggiore di una famiglia infinita che gestisce l’albergo. Il padre, Israel, ha deciso di dare ai suoi centosettantacinque figli solo nomi ebrei.
«Anch’io, come tutti da queste parti, facevo il garimpeiro, sino a qualche anno fa, ma poi i giacimenti si sono esauriti e l’oro è evaporato. Ho aperto l’albergo per campare», mi dice Israel, con una barbetta da attore di film porno svedese che gli copre un’enorme bruciatura sul mento. Forse ai tempi d’oro si radeva col mercurio.
All’Ouro Fino è ospitato anche un simpatico ciccione dell’Amazonas: qui praticamente nessuno è indigeno, sono tutti immigrati da altre regioni. Sebbene dalla tenuta in maglietta e ciabatte non si direbbe, è un finanziere e si sta prendendo qualche giorno di vacanza. Mi racconta come una volta abbia costretto l’equipaggio di una lurida imbarcazione peruviana, che arrivava in Brasile via fiume, a lavare tutta la barca, marinai inclusi.
«Dio santo, ma i peruviani ce l’hanno l’acqua, a casa loro?»
Ciccio è malato di donne e viaggia con una ventiquattr’ore zeppa di giornali porno. Sbavando acqua ne sfoglia uno e dice, sfiorando con i polpastrelli grassocci le cosce di carta di un’australiana, laureata in filosofia e senza peli:
«Vedi, vedi?».
Vedo, vedo, però non so che farci. Mi sta simpatica, ma non la conosco.
Il finanziere, convinto di aver trovato un socio in affari, mi porta a pranzo in un ristorantino economico nei pressi dell’hotel:
«Vedrai che cameriera...»
In effetti cameriera è un bel tocco, ma alla cassa c’è fidanzato, che al nostro secondo prato feito consecutivo inizia a guardarci malissimo. Cambiamo ristorante. Il riso era scotto e la farofa troppo secca.
Israel, che ha alcuni cd di musica brasiliana niente male, un pomeriggio mi invita a casa sua, per farmeli piratare. All’entrata un incrocio rabido tra un dobermann e un pitbull sbranacristiani vorrebbe maciullarmi, e a malapena obbedisce al padrone. La mia salvezza è che la belva è legata a una catena da ancora di transatlantico, forse una piccola attenzione di Israel dopo che il suo terminator si è spolpato qualche bambino del quartiere. Da queste parti i ladri abbondano come i sassi, e simili antifurto hanno grande successo.
«Hi man, what’s up?», mi fa un negrone all’entrata. Sorride a cento denti e mi stringe la mano.
Israel sta ospitando un giamaicano disoccupato, senza un soldo e sicuramente scampato a qualche orribile casino nella terra dei cannoni, di Jah e dei big bamboos. Questi gli paga l’affitto con lezioni d’inglese (caraibico, tutto un programma): Israel è amante delle lingue estere, così si vende al pubblico, anche se in realtà è uno zuccone e ha zero capacità di apprendimento. Al terzo scambio di battute in inglese, richieste da lui stesso, infatti, è già lì che si legge un quotidiano locale, fa troppa fatica a spingere col cervello.
All’entrata della casa svetta imponente una biblioteca di libri sull’ebraismo, tutti lussuosamente rilegati e intonsi, che Israel non ha mai letto, nemmeno uno. Li ha acquistati per corrispondenza, roba tipo Scuola Radio Elettra, e sono lì solo per impressionare i rari ospiti.
Una sera, stanco di andare su e giù per questa città insulsa e annoiato dalla tv lobotomizzante, mi faccio convincere da Israel, circondato dalla moglie e da un codazzo di figli - David, Sara, Ester, Mosè -, a dar loro lezioni di italiano.
 «Por favor, Pedro, por favor...»
Il proprietario dell’albergo è iperorganizzato, ha addirittura una cassetta di ‘musica’ azzurra (Orietta Berti, Iva Zanicchi, Rita Pavone, Arraffa Carrà, cose così), e mi chiede se gli traduco e gli trascrivo i testi su un quaderno.
«Tá bom, vamo aí...»
Non ho di meglio da fare - in realtà qualsiasi cosa sarebbe meglio, però, ogni tanto, amo mentirmi -, e poi loro sembrano così interessati che non posso tirarmi indietro: anche se accettando la coscienza mi rimorderà per il resto del mese. Mi sento un narcotrafficante internazionale, spacciatore di roba velenosissima, peggio della ya ba thailandese. Accendo il registratore e stento a credere alle mie orecchie.
Non ho l’età, non ho l’etaaà per amareee...
Voci dall’oltretomba. Gigliola Cinquetti.
Non ero ancora nato quando questa qui piangeva orrori, e ora mi tocca ascoltarla nell’intestino del Brasile, a un oceano e più di distanza.
Avrei dovuto fare il professore anziché il pescivendolo e, infatti, sono bravissimo nella lezione. Mi riduco non solo a trascrivere in stampatello, prima in italiano e quindi in portoghese, il testo su un quaderno, ma incido persino la mia voce, ripetendo le stesse frasi pornografiche, su un nastro:
«Non-ho-l’età-per-amare. Não-tenho-a-edade-para-amar».
Israel e famiglia hanno teste di legno, e il nome della cantante, Sgighliolha Çincheci, scioglilingua riservato ai discendenti degli etruschi, non riescono proprio a pronunciarlo, nonostante cento tentativi, tra una risata e l’altra. Provate a dire cinquecentocinquantacinque, Ha, ha, ha!!!...
Ma non è finita. Israel ha estrapolato questo urlo di dolore da qualche vomitosa collezione degli anni Cinquanta-Sessanta, sostanze stupefacenti piazzate soprattutto fra gli emigranti italiani del Sud del Brasile, nostalgici di un passato strasepolto. Tra i brani ‘scelti’ non possono mancare Zanni Morandi e Raimmondo Vianello, e io giù, con i crampi allo stomaco, a fare il karaoke e tradurre cose intraducibili (l’Arte, si sa, non usa il linguaggio della massa). Vado avanti per ore, forse sto iniziando a prenderci anche un certo gusto kamikaze, almeno fintanto che a tutta la famiglia non ronzano le orecchie, e a me tuona la ritirata una coscienza musicale alimentata con anni di ‘ascolti intelligenti’.
Siamo i vatussi...
Mi mangerei le mani se, il giorno dopo che sono partito, Israel e prole si ricordavano una sola parola di italiano.



Bulàgna-Milano
Alla stazione ferroviaria di BU sento parlare tre brasiliani che, come me, stanno consultando il tabellone delle partenze.
«Brasileiros?», attacco discorso.
Da queste parti i brasiliani sono una rarità, perlopiù donne segregate in casa a cinghiate dalla gelosia dei mariti italiani, e le occasioni per parlare la lingua assai scarse.
I tre sono paulisti in viaggio d’affari, qui per visitare la fiera del pellame pazzo, e stanno prendendo il treno per Milão. Ognuno con la sua bella ventiquattrore, rappresentano i diversi ceti del Brasile: il baffuto padrone della piccola industria paulista, arrivato e annoiato come chiunque coi soldi; l’ingegnere, intelligente e scattante, ma con la testa quadrata, cultura da Reader’s Digest; il bravo operaio che, grazie alla propria Efficienza e Attaccamento al Lavoro, si è meritato la trasferta premio dall’altra parte del globo, assieme al suo magnanimo padrão.
Il più simpatico è sicuramente l’operaio, quello più disposto a chiacchierare su argomenti qualsiasi che esulino dal lavoro, con vero interesse e senza formalità cretine.
«Sono un crente (una peste evangelica made in USA, diffusa come una piaga in tutto il Brasile), e ho molta fede - mi dice -, ma ho l’impressione che qui in Italia, nel regno del Papa, non tutti lo siano. È vero?», mi domanda curioso.
«Beh, sì, molti giovani, come me, sono atei.»
«Mi era parso di capirlo, almeno dalle numerose parolacce che ho sentito qua e là.»
«Tipo?»
«Casso, figha, estronso, putana
I brasiliani in Italia sudano parecchio con le doppie e le zeta.
«Abbiamo molto di peggio», gli faccio notare. Amo spacciare kultura.
«Lo so, ho sentito anche delle parole orribili contro la religione, ma non oso ripeterle, e poi non le ricordo...», mi fa l’operaio, con curiosità maliziosissima. In realtà vorrebbe che gliele insegnassi tutte, dalla A alla Z, ma non me lo chiede esplicitamente, da bravo cristiano: sarebbe un peccato, e andrebbe all’Inferno. Io, sperò, empre disposto a trasmettere la conoscenza e a favorire la comunicazione tra i popoli, non esito a fare da professore e tradurre:
«Porco XZY, que sería ‘XWYZ é um porco’».
Nella carrozza cala il gelo e sul volto dell’operaio, colpevole di aver stuzzicato l’argomento, il colore viola prende il posto della carnagione bianca. In Brasile la bestemmia non è contemplata: non esiste. Il peggior assassino-figlio-di-vacca, dopo che ti ha infilato nel didietro un tubo di nitroglicerina, e prima di strangolarti e buttarti in un altoforno, al massimo ti sussurra l’equivalente di un vaffanculo. La sfera religiosa non viene mai intaccata dal gergo di strada, anche il più vomitoso: l’entità superiore è troppo sacra e al di sopra di tutti per essere offesa.
Ma in questa testa di operaio, crente e pieno di fede, si sono accesi strani relé di complicità e, soprattutto, la voglia di raccontare immondi peccati passati, risalenti al periodo preconversione. Anche perché gli altri due, un po’ meno religiosi, hanno iniziato a prenderlo per i fondelli.
«Avevo una fidanzata e la portavo al cinema. Al buio, facevamo cose inenarrabili...», ci confessa, con la bava alla bocca e le guance infuocate di sporcizia interiore.
Chissà che cose.
Il perbenismo brasiliano, d’altronde, ha dell’incredibile. Il topless, ad esempio, nel País Tropical è prerogativa solo delle professioniste a timer e di qualche ricca figlia-di-papà appena tornata da Bali, e non una provocazione di massa, come da noi. Il leggendario fío denatal, lo striminzito bikini monomolecolare che viene fagocitato dalle natiche, suscitando erezioni costanti a chi sta dietro, invece, è indossato con la più assoluta disinvoltura, fin dall’età dell’asilo. Qualche anno fa, quando il TG della Globo doveva citare il nostro simpatico Buscetta, lo pronunciava Buschetta: ‘Buscetta’ assomigliava troppo a buceta, da sempre l’optional femminile più amato dai brasiliani, dopo la bunda.
Alla stazione centrale di Milano, fra tossici e valigie di cartone dal Sud, ci congediamo. Rincontro i tre un quarto d’ora dopo, dev’essere un segno del destino, nello stesso vagone del metrò - della mètro, come dicono nella città da bere -, affollatissimo.
Le nostre chiacchiere procedono, sempre in portoghese: tanto qui, tra mille idiomi, nessuno presta attenzione a quello che diciamo. Il milanese viene costantemente coperto dal tagalog o dallo spagnolo. Milano sì che è una città cosopolita.
A un certo punto, tra le tante teste che occupano la carrozza, vado a sbattere contro un paio di occhi azzurri accecanti e un viso da angelo. Alta, di carnagione bianchissima, non può che essere una delle solite modelle americane o tedesche che razzolano qua e là tra le redazioni di riviste di moda e gli studi fotografici, una vera manna per gli occhi di un campagnolo come me.
«Ah, questa città è una delizia - spiego all’amico operaio, con aria di professore -, quando cammini per strada ti capita di incontrare donne bellissime. Guarda che modella, que gata...», e gli indico con lo sguardo la dea, parlando incurante a voce alta.
«Você é brasileiro?», mi risponde Venere sorridendo, con accento paulista.
Bella figura. Tra un miliardo di persone su questo grigio metrò dovevo andare a sbattere proprio contro una brasiliana.
«Não, sou daqui mesmo», «No, sono di qua» le rispondo, verde a righe gialle. In faccia mi manca solo la scritta Ordem e Progreso.
Assieme all’operaio cado nel silenzio più totale, guardo la pubblicità affissa nel vagone per non sbattere di nuovo contro quei due fari azzurri. Mmm, interessanti i corsi accelerati di inglese in quarantott’ore. Quanto manca a Farmagosta.
Il crente è più rosso di me e mi bisbiglia in un orecchio, sempre con la solita aria di peccatore colpevole:
«Cavolo, ma è brasiliana!»
Bravo, grazie. Però, che spirito di osservazione, adesso.
Alla fermata successiva l’Angelo del metrò è sceso, inghiottita da un fiume di mille altri corpi. Io dovevo scendere più avanti. Sono ancora qui che mi mangio le mani per non averle detto, sai mai si volesse iscrivere all’università, che a casa mia, a Bologna, ho una stanza libera. Cucino bene, non fumo il cancro di Stato, mi lavo i denti almeno tre volte al giorno e non russo a bocca piena.








Abacaxi di guerra
Pochi sanno che, durante l’ultima guerra, oltre venticinquemila soldati brasiliani parteciparono al conflitto in Italia, a fianco degli Alleati. In quel periodo il Brasile era governato dalla dittatura populista di Getúlio Vargas che, per un lungo periodo a partire dall’inizio della guerra, aveva voluto mantenere una posizione di neutralità, allineandosi agli altri stati sudamericani. Se, in un primo momento, sembrava che Vargas avrebbe appoggiato Hitler e Mussolini a causa delle forti pressioni esercitate dalle popolose comunità tedesche e italiane del Sud (São Paulo, Santa Catarina, Paraná, Rio Grande do Sul), nel 1942 il Brasile prese una decisione radicale: ruppe le relazioni diplomatiche con i paesi dell’Asse e, dopo aver subito da questi l’affondamento di alcune navi mercantili, dichiarò guerra all’Italia e alla Germania. Con questa mossa, il Brasile di Vargas aprì le braccia alle sovvenzioni statunitensi che, da tempo, attendevano l’appoggio bellico del paese, in cambio dei finanziamenti per lo sviluppo dell’industria siderurgica nazionale e di patti di assistenza militare. In Brasile, però, i nazifascisti delle nostre comunità del Sud cercarono di minare l’alleanza con gli USA: a tal fine istituirono la Quinta Colonna, una struttura spionistica che raggiunse i massimi livelli del potere. Vargas si trovò costretto a spingere alle dimissioni Francisco Campos, ‘padre’ della Costituzione, e Filinto Müller, capo della polizia, entrambi simpatizzanti dell’Asse.
La partecipazione effettiva dei soldati brasiliani, tuttavia, si ebbe solo due anni più tardi: le permanenti influenze delle comunità italiane e tedesche ritardarono l’azione bellica. Le truppe della FEB - Força Expedicionária Brasileira, oltre 25.000 uomini, di cui circa 15.000 effettivamente attivi nel conflitto - sbarcarono a Napoli con un primo scaglione di 5000 uomini a partire dal luglio del 1944 e risalirono la penisola per concentrarsi nella zona dell’Appennino Tosco-Emiliano. Comandati dal generale Mascarenhas de Moraes, i soldati brasiliani portarono con sé, oltre a chitarre e derrate alimentari tropicali, anche qualche aereo, i P47 Thunderbolt, i primi aerei sudamericani a volare e combattere sui campi di battaglia dell’Europa.
Le truppe brasiliane, però, non erano affatto preparate a un conflitto di tale portata: di estrazione sociale piuttosto bassa e variegata - disoccupati, piccoli commercianti, contadini, alcuni ex galeotti -, i militari sudamericani non avevano alcuna tradizione bellica, non avendo mai partecipato a spedizioni d’oltremare: erano abituati perlopiù al controllo delle piccole scaramucce di frontiera con i paesi confinanti. I loro ufficiali, addestrati alla scuola francese, non avevano la preparazione adeguata al conflitto e, ‘accettati’ come piccolo contingente di rinforzo dai colleghi statunitensi, dovettero azzerare tutta la loro preparazione militare e ricominciare daccapo, secondo la tradizione americana. Mal equipaggiati e totalmente impreparati all’impervio clima appenninico - molti non avevano mai visto la neve prima di allora e si ammalarono di polmonite o di pleurite -, furono vestiti da capo a piedi dall’esercito statunitense. Quasi tutto - armi, abiti, accessori - era made in USA e gran parte delle attrezzature date loro, in realtà, si rivelarono rimanenze di magazzino degli americani. Mascarenhas de Moraes litigò con i vertici militari statunitensi: secondo gli accordi, questi avrebbero dovuto fornire i nuovi fucili Garand M1 alle truppe di fanteria, ma nei magazzini trovarono solo vetusti M 1903.
Oltre a queste difficoltà tecniche, si aggiunsero problemi di natura caratteriale: i brasiliani, popolo gioioso e poco portato alle guerre, erano arrivati all’altro capo del mondo per lottare, ma senza una vera motivazione ideologica - le idee aberranti del nazifascismo erano note a ben pochi soldati -, e molti si ritrovarono con un fucile in mano solo per rispettare gli ordini: i tedeschi erano, ufficialmente, i nemici, e come tali andavano combattuti. La loro avventura bellica, dunque, apparve improvvisata; non per questo, però, gli uomini della FEB - soprannominati ‘pracinhas’ (da praça, arruolamento nell’esercito, truppa) - mancarono di combattere con grande dignità, perdendo anche numerosi soldati sul campo.
 La prima battaglia che i brasiliani dovettero affrontare fu quella del piccolo Monte Castello (887 m), un’altura situata al confine tra il territorio bolognese e quello modenese: in pratica uno sbarramento naturale - dunque di importanza strategica - fra la valle del Reno e quella del Panaro. Già gli americani avevano tentato di conquistare il monte, dov’era dislocato un piccolo e agguerrito contingente tedesco, ma senza successo. I brasiliani riuscirono a espugnare l’altura solo dopo alcuni attacchi, durante i quali subirono gravi perdite - così come un contingente sudafricano alleato -, circa un terzo di quelle totali nel corso della partecipazione al conflitto. Solo dopo l’impiego degli aerei in dotazione riuscirono a conquistare le postazioni tedesche. Questa prima vittoria - considerata però di scarsa importanza dagli Alleati -, per gli uomini del generale Mascarenhas e per la stampa brasiliana divenne immediatamente ‘il più alto esempio dell’eroismo dei nostri soldati’ e il Monte Castello, ignoto ai più - è così piccolo da non essere nemmeno segnato sulle cartine -, divenne il monte più importante d’Italia per le forze armate brasiliane. Le poste brasiliane, addirittura, gli hanno dedicato una serie di francobolli.
Durante la permanenza in questo territorio, i soldati brasiliani ricevettero un aiuto fondamentale dai partigiani, esperti conoscitori della zona. Alcuni, anche se ammaliati dalla simpatia di questi esotici e strani sconosciuti venuti a morire per una causa estranea a migliaia di chilometri da casa, ebbero tuttavia a ridire sulla loro scarsa preparazione bellica: poca attitudine alla lotta, improvvisazione eccessiva - in un’occasione andarono in perlustrazione di notte, a pochi metri dalle linee tedesche, con le lanterne accese -, scarsa disciplina.
Nei rapporti con l’esigua popolazione rimasta in loco - chi non combatteva con i partigiani o con l’RSI o era saltato sulle mine tedesche o era fuggito in zone più sicure -, i brasiliani stabilirono un ottimo rapporto, nonostante i non pochi problemi di lingua (con gli americani comunicavano in un italiano incerto). I ragazzini di allora, divenuti oggi pensionati, si ricordano ancora dell’abacaxi (ananas) in latta e del mingau - una specie di crema densa, fatta con la farina di grano e manioca -, dolci irreperibili in quel periodo se non dalle mani dei soldati brasiliani. Molti di questi, infatti, furono ospitati nelle abitazioni dei civili, soprattutto durante l’inverno.
 Alla presa di Monte Castello seguì una seconda tappa, non meno importante: la conquista della città di Montese, situata a circa 8 km dall’altura. Base dei tedeschi, dopo lo sfollamento Montese si era trasformata in una città fantasma. L’attacco avvenne il 14 aprile - inizialmente era stato programmato per il giorno precedente, ma il numero tredici era considerato di cattivo auspicio - e la presa del paese non fu facile. Appoggiati dai carri armati statunitensi, i brasiliani fecero diversi assalti e incontrarono una forte resistenza. Anche in questo caso, tuttavia, i tedeschi non erano numerosi, ma ben appostati - alcuni in trincee naturali nei boschi che ancor oggi circondano la cittadina - e ottimamente equipaggiati. I brasiliani, dunque, soffrirono ulteriori perdite, nonostante l’intenso bombardamento sulla città: in pochi giorni di combattimento la FEB perse tanti uomini quanti quelli caduti sul Monte Castello. Furono catturati diversi tedeschi, mentre l’artiglieria nazista, ritiratasi dal luogo, continuò a bombardare ininterrottamente, per giorni, il paese. Anche la vecchia torre del castello, situata sulla cima più alta, in parte venne fatta a pezzi dai bombardamenti.
Quando i brasiliani entrarono a Montese la città, in pratica, era ridotta a un colabrodo. Qualsiasi edificio - tra i pochi rimasti anche parzialmente in piedi, appena il 40% di quelli originari - era traforato da una miriade di pallottole delle mitragliatici tedesche (le MG34) e alleate.
Il conflitto, per quanto riguarda il contingente brasiliano, proseguì su altre alture della zona e, successivamente, in direzione di Piacenza e Alessandria. Di lì, infine, alcuni gruppi raggiunsero le truppe francesi sul passo di Susa. Nel corso di questo itinerario, la FEB riuscì, non senza un colpo di fortuna, a bloccare la strada ad alcuni reparti tedeschi incalzati, sul versante opposto, dai partigiani. Tra Collecchio e Fornovo, i brasiliani riuscirono a catturare numerosi uomini delle truppe tedesche e dell’RSI, fra cui anche qualche generale.
Terminata la guerra, il Brasile poté fare il triste bilancio della propria partecipazione al conflitto: in 239 giorni di battaglia, dei suoi 25.334 uomini 457 erano caduti, 16 dispersi, oltre 2700 feriti e 35 erano stati fatti prigionieri; in compenso, però, erano riusciti a catturare oltre 20.000 tedeschi.
Tornati a casa, sebbene non accolti con grandi onori - in quel periodo il Brasile viveva un periodo di transizione che, di lì a poco, avrebbe portato al golpe -, i pracinhas non dimenticarono l’Italia e, in particolare, Montese e Monte Castello. Una cinquantina di questi uomini si sposarono, successivamente, con donne italiane conosciute durante la loro permanenza. I morti vennero seppelliti inizialmente nel cimitero del Monumento Votivo Militare Brasiliano di Pistoia, ma nel 1960 i resti furono traslati al memoriale militare (Monumento Nacional aos mortos da Segunda guerra mundial) della Praia do Flamenco, a Rio de Janeiro. A Pistoia oggi rimangono solo le spoglie di Fredolino Chimango, l’ultimo soldato brasiliano trovato sotto terra a Montese, nel 1967.
 Fortaleza, capitale del Ceará dalla quale erano giunti numerosi soldati della FEB, volle intitolare due interi quartieri ai luoghi divenuti famosi, nell’immaginario brasiliano, durante la guerra: Montese e Monte Castelo (con una sola elle). Fortaleza e Montese, inoltre, sono legate da un ‘Patto di Amicizia’ ufficiale. Montese, a sua volta, non ha dimenticato i suoi simpatici e un po’ impacciati amici brasiliani: al Brasile ha dedicato una piazza, un giardino e un largo - probabilmente è l’unica cittadina al mondo ad avere ben tre luoghi dedicati al paese tropicale -, e in quest’ultimo spiazzo ha eretto il Monumento al Soldato Brasiliano dove, ogni 25 aprile, accorpando la Liberazione italiana a quella di Montese, si commemorano i caduti e si celebra la ricorrenza della presa della città con un corteo. Alla cerimonia partecipano le autorità locali, gli addetti militari all’ambasciata brasiliana e qualche anziano reduce. Ogni anno, inoltre, arriva qualche comitiva di reduci, venuti a visitare, dopo oltre cinquant’anni, i luoghi in cui, per uno strano caso della vita, in gioventù si trovarono a combattere. In paese tutti, ad esempio, si ricordano di un ex soldato, oggi ingegnere, arrivato qualche anno fa: non appena rivide la casa in cui si era rifugiato dopo essere stato ferito, si mise a piangere come un bambino. Lì aveva rincontrato la ‘Mama’ che, in quell’occasione, gli aveva regalato un uovo. Non si era mai dimenticato di quell’uovo.
Da qualche anno il comune di Montese ha dedicato parte del suo museo storico alle tristi vicende della Linea Gotica: all’interno, oltre alle testimonianze di altre epoche, è riservato un ampio spazio relativo al periodo della partecipazione bellica brasiliana. Ospitato in sei sale della Rocca, il museo espone foto, documenti e reperti. Anche il vicino comune di Gaggio Montano, che vide il passaggio dei soldati brasiliani, ha voluto ricordare i pracinhas con un cippo alle pendici del Monte Belvedere. Nel 1995, Walter Bellisi, un giornalista di Montese, ha pubblicato un interessantissimo libro sulla partecipazione dei soldati brasiliani (Arrivano i nostri, Golinelli Editore), arricchito da una folta documentazione fotografica dell’epoca.





Dieci minuti con Dio
Di dèi ne ho pochini, tutti più o meno connessi alla sfera musicale/letteraria e concentrati in quel Paradiso Terreno noto ai comuni mortali con il nome di Brasil(e). Per quanto riguarda l’ambrosia da orecchie, volendo distinguere tra i sessi, il mio Dio si chiama Caetano Veloso, la mia Dea Marisa Monte. Vivi, in carne, ossa, vite spericolate (ma non modenesi), molto sentimento, sensualità propagata diffusamente dopo aver pronunciato la prima sillaba, ambigue voci di condominio sui loro gusti sessuali, timidezza che sa di autenticità, stile di vita raffinato - non solo nelle griffe degli abiti - senza, però, aver dimenticato le radici popolari.
A dire il vero, questi idoli rappresentano la Qualità, da sempre nemica della quantità. Di conseguenza, come a ogni latitudine, i loro dischi in Brasile vendono bene, ma mai quanto quelli delle ‘duple caipira’ (‘burine’), le coppiette di agricoltori tuffatisi nel lucroso business della musica per pura speculazione (un CD rende più di una cassa di pomodori). Il mercato, dunque, anche nel Paese della Musica, è dominato dagli orrori dei vari Gianni & Pinotto con il cappello da cowboy e le vocine in falsetto, del rumore un tanto al chilo, mentre i Grandi producono nettare per un’élite piuttosto ristretta - altrimenti che élite sarebbe. Però, come sempre, l’aura che si crea attorno ai simboli dell’élite prende puzze di snobismo, per cui Caetano & Marisa (e qualcun altro) sono sì riconosciuti come valenti artisti dal popolino con le orecchie sporche, ma pochi comprano i loro dischi. De Andrè e Battiato vs Ragazzotti e Menopausini, sapete di che cosa parlo.
Alla fine degli anni Ottanta il fenomeno Veloso esplose all’estero (forse più che in patria). Crebbe lentamente, in realtà, ma con costanza: tanto da portarlo, oggi, almeno una volta all’anno a esibirsi sui nostri palchi, a dedicare brani alla famiglia Fellini e a Michelangelo Antonioni, a farlo cantare in italiano e a essere ospite degli eventi musicali più prestigiosi. Anche in Brasile, nel frattempo, la sua popolarità è fortemente cresciuta, ma Caetano continua a essere stupidamente catalogato come un musicista dell’intellighenzia intellettualoide e fighetta.
Nel 1992, quando venne al Parco Nord di Bologna, a vederlo, applaudirlo, masturbarci eravano sì e no una cinquantina, di cui quaranta brasiliani trapiantati nella città dei tortellini. Io in prima fila, a fotografare sotto il palco e a sculettare tra un click e l’altro. Ero talmente intontito dalla gioia e dall’estasi che le foto mi vennero mosse e sfocate: Dio, d’altronde, è Uno, Trino e trasparente, e non si fotografa, le pellicole non riescono a catturare la Sua Immagine da ectoplasma. La mia missione, però, era molto più alta di un semplice concerto scroccato all’ufficio stampa con la scusa delle foto: dovevo (volevo) intervistarLo. La gloriosa testata per la quale mi ero autodato l’incarico era Frigidaire, sulla quale all’epoca scivevo un ampio ventaglio di vaccate. Me ne ero portata dietro una copia su cui era pubblicato un mio servizio sugli scempi delle macellerie del terzo mondo (maiali squartati, anatre sgozzate, occhi di bue venduti come biglie, cavie alla griglia, ecc.), non certo il migliore biglietto da visita, ma era l’unica copia doppia che ero riuscito a trovare in casa.
Con il cuore in gola, a fine concerto, mi intrufolai tra i camerini, forte del mio pass e, soprattutto, della mia convinzione da fan. Mi sentivo una quattordicenne mestruata che aveva appena annusato i Duran Duran, ma mi era rimasto quel minimo di lucidità indispensabile per ricordarmi che C.V. non era Simon Le Bon. Usando la copia di Frigidaire arrotolata a mo’ di sfollagente, mi aprii un varco tra gli ostacoli che mi dividevano dall’Altissimo, prima fra tutti la seconda (in senso cronologico) moglie del suddetto, una giovane paulista, bella figa quanto isterica:
«Solo dieci minuti, d’accordo? Caetano è stanco e senza voce, non può affaticarsi troppo. Tá bom
Dissi OK alla moglie-infermiera-manager, in quel momento avrei detto/fatto qualsiasi cosa a qualunque moglie, pur di passare.
Improvvisamente mi ritrovai in uno sgabuzzino con Dio, e quasi sbattei la mia faccia contro la Sua. Il Parco Nord non concedeva i camerini rococò di cento metri quadrati dei socialisti cocainomani del Piccolo Teatro Piccolo (ma con grandi camerini), e l’arredamento era quello che era: uno specchio e una panca da spogliatoio da stadio (girone C). Egli era nudo dal torace in su, vestiva solo i pantaloni e stava cercando di prendere respiro dopo lo spettacolo: in quel momento soffriva un abbassamento della voce ed era agli sgoccioli. Mi impressionò la sua magrezza: Dio non aveva il torace di un nuotatore? Comunque, se fossi stato anche un pochino busone, lo avrei voluto baciare. Con la lingua.
Ci sedemmo sulla panca, Gli diedi la copia di Frigidaire, Lui mi disse di conoscere la rivista (l’innata e bugiarda gentilezza degli Dèi), io accesi un piccolo registratore portatile che mi aveva prestato un’amica.
Fino ad allora sapevo parlare portoghese egregiamente, mi ricordavo il mio nome e sarei stato in grado di dire per quale motivo mi trovavo lì. Come si trattò di pronunciare la prima parola, però, mi bloccai irreversibilmente. Dalla mia bocca uscirono solo balbuzie incomprensibili, il Lei (o Senhor) che per correttezza avrei dovuto usare divenne automaticamente un tu (você), la sudorazione andò a massimo regime, le gambe iniziarono a tremarmi. Avete mai provato a parlare al Signore, guardandoLo negli occhi, a dieci centimetri dalla Sua faccia?
Vista la mia alta professionalità, ma anche perché ero quasi convinto che non ce l’avrei mai fatta ad avvicinarLo, non mi ero nemmeno preparato una minima scaletta di domande. E, anche se l’avessi compilata, in quel momento non sarei stato in grado di leggerla. Tutto ciò che ricordo di quell’intervista delirante sono due o tre domande, e le relative risposte:
A) Vista la particolare situazione economica e politica del Brasile (era l’epoca del corrottissimo Collor, del cruzeiro che domani diventava cruzado e dopodomani cruzado novo) chi pensi che potrebbe rappresentare al meglio il Paese?
- Leonel Brizola (in quel periodo governatore di Rio, noto tra i giovani soprattutto per la figlia cocainomane, tant’è che ancor oggi a Rio la coca la chiamano Brizola) è un politico in gamba, l’unico conosciuto internazionalmente. Probabilmente voterei per lui.
B) Sei baiano, ma ci sono altre parti del Brasile che ami?
- Io amo tutto il Brasile, ho una casa a Rio e una moglie di São Paulo. Non mi sento legato a una zona in particolare.
C) Progetti discografici?
- Tra un po’ dovrebbe uscire un disco che ho inciso in collaborazione con la mia amica Gal Costa.
I dieci minuti si bruciarono troppo in fretta, le domande che ero riuscito a infilare - le prime che mi erano venute in mente - erano un coacervo di banalità, persino Minà avrebbe fatto di meglio, le gambe e la voce non smettevano di tremarmi. Non Gli feci nemmeno una foto, tanto ero in fattanza da divinità. Gli strinsi la mano (con il Parkinson), Gli regalai la copia di Frigidaire, uscii dal camerino con il sorriso stampato da orecchio a orecchio, volando a cinquanta centimetri dal suolo. Vidi la moglie inacidita (forse avevo sforato di mezzo minuto), e non la salutai.
All’uscita, quando cominciai a riprendere i sensi, riavvolsi il nastro e provai ad ascoltare ciò che avevo registrato. Il registratore non aveva funzionato, forse le pile erano scariche, oppure il nastro di quarta mano che avevo usato era marcio. La Voce era perduta per sempre. È noto, d’altronde, come nessun negozio di dischi venda CD con la voce di Dio, se non dei suoi piccoli, megalomani rappresentanti terreni.
Arrivato a casa, ripresomi dall’overdose di adrenalina, ora trasformatasi più in una sequela di bestemmie contro la tecnologia e la mia inettitudine professionale, iniziai a sbattacchiare le battute del nostro dialogo su una vecchia Olivetti priva di memoria (ecco perché tutto ciò che ricordo di quell’intervista sono solo tre righe). Imbustai le cartelle, vi allegai un paio di foto - quelle meno sfocate - e spedii il tutto a Frigidaire. L’intervista non fu mai pubblicata, anche perché non arrivò mai in redazione. Nelle stramaledette Poste Italiane l’ultimo segnale della volontà di Dio?







Un’ora con Dio
Ed eccoci a Dio 2, Jorge Amado. Il 14 gennaio del 1994, sempre con la scusa di Frigidaire (su cui fu pubblicata, quella volta nessun postino figlio di passeggiatrice se la fregò) e dopo una telefonata balbuziente (per l’emozione) con lo scrittore in persona, riuscii a strappargli un’intervista, A CASA SUA. Allora ero più abile nell’uso dei mezzi tecnologici - rispetto alla tragedia con Veloso -, per cui sono riuscito a memorizzare e salvare il testo dell’intervista. Quel giorno trascorsi un’ora indimenticabile nella casa-giardino del mio Eroe di carta, con la moglie Zélia (anche lei scrittrice, di origine italiana) e ci bevemmo persino un guaraná. Dal SUO bicchiere, dal SUO frigo. Riuscii a essere più professionale: nonostante l’emozione, annotai tutto su un taccuino e usai persino il Lei. È stato, senz’altro, uno dei momenti più belli della mia vita.

Bacalhau (Baccalà) mi accoglie al numero 33 di Rua Alagoinhas, a Salvador de Bahia, ringhiandomi ferocemente dai suoi trenta centimetri di altezza. Bacalhau è il cane di Jorge Amado, il più famoso scrittore baiano, in patria e all’estero. Agli ordini del suo padrone, ‘baca’ si tranquillizza e, dopo un bicchiere di guaraná, ci lascia cominciare l’intervista.
  D.- Che cosa pensa della vasta opera di ristrutturazione che si sta effettuando nel Pelourinho (il centro storico di Salvador)?
  R.- Sono totalmente favorevole. Come saprà, ho vissuto in quella zona per un certo periodo, dal 1926, quando avevo quattordici anni. Abitavo in una casa che oggi è stata trasformata nell’Hotel do Pelourinho. Allora il ‘Pelò’ aveva un’estensione doppia di quella odierna. La città aveva una popolazione di quattrocentomila abitanti. Poi è cresciuta, in maniera totalmente assurda, non prevedibile, senz’alcuna forma di pianificazione. Il ‘Pelò’ è sempre stata una zona di emarginazione, dove si potevano trovare le prostitute più a buon mercato. Il governo locale, di conseguenza, non si era mai interessato alla conservazione di questa zona, lasciandola andare completamente in malora. I muri delle case marcivano e gli unici tentativi di preservazione, mal riusciti, erano quelli di dare, ogni tanto, una mano di tinta agli edifici. Ovviamente non durava, e le case erano sempre più decadenti.
Da quell’epoca la popolazione di Salvador è quintuplicata, e le agenzie immobiliari hanno devastato il panorama. Basti pensare al tratto che congiunge la piazza di Campo Grande alla spiaggia della Barra. Allora, lì, c’erano solo belle villette di un piano. Arrivando via mare, dalla Bahia de Todos os Santos, si vedeva un presepio: oggi si vede un obbrobrio, composto da grattacieli e condomìni di lusso. Il Pelourinho veniva lasciato marcire dagli agenti immobiliari, che così potevano ricostruire sulle rovine e ottenere il lucro più immediato. Al governo, locale, regionale e nazionale, non gliene fregava niente. Il livello culturale dell’élite che poteva fare qualcosa era assai basso, c’era una totale mancanza di coscienza del potenziale valore culturale, turistico ed economico di questa zona antica, un tempo luogo di punizione degli schiavi.
Con la crescita della città, un tempo bellissima, oggi trasformata in campo di lavoro e in teatro di miseria, si è iniziato a pensare di rivitalizzare la zona. Quando il ‘Pelò’ è stato dichiarato ‘patrimonio storico dell’umanità’, già rappresentava da lungo tempo il maggiore valore monumentale del popolo baiano. Inizialmente, dunque, si voleva - in maniera totalmente demagogica - preservare la zona, mantenendo lo stesso tipo di persone che vi abitavano. Ciò, ovviamente, non poteva funzionare. Il restauro di oggi è opera esclusiva dello stato della Bahia - nessun aiuto a livello nazionale -, ed era da lungo tempo che molti lo aspettavano.
  D.- Perché si è ritardato così tanto?
  R.- Perché in Brasile non esiste una cultura politica. La nostra élite politica è una merda, una porcaria. Nulla viene fatto come andrebbe fatto. Per tutto quel periodo il Pelourinho è stato una facile preda della lotta immobiliare. Inoltre, sono sempre mancati i soldi per attuare un’opera di tali dimensioni. Il restauro di oggi è opera del governo baiano che, finalmente, ha osato sfidare la demagogia. Si sta cercando, credo con successo, di trasformare la vita degradante in vita vera e propria.
  D.- Ma non pensa che l’arrivo in massa dei turisti, e con loro delle amenità relative (ristoranti, negozi, ecc..), in una zona sino a ieri evitata perché considerata pericolosa, distrugga la magica atmosfera di Sudore, uno dei suoi romanzi più importanti?
  R.- Certamente. Ma se con ciò si guadagnano anche migliori condizioni di vita per chi vi abita, creando posti di lavoro, preferisco le pizzerie e i bar alla miseria. Ciò comporta una perdita di ciò che si aveva, ma è un processo inevitabile.
  D.- Ritiene, dunque, che Salvador sia molto peggiorata rispetto al periodo in cui lei era giovane?
  R.- Nonostante tutto, Salvador è ancora una città molto bella. Il suo maggiore pregio sta senz’altro nel suo popolo, ammirevole per la capacità di allegria, di sincerità e di vitalità con cui affronta le miserie dell’esistenza. Tali doti derivano dalla nostra origine, dalla nostra mescolanza. Siamo latini quanto africani. Deriviamo da un’unione tra gli schiavi, gli indios e i colonizzatori portoghesi. La nostra è una cultura mestiça, il cui massimo esempio può essere visto durante la Lavagem do Bonfim, la festa religiosa più importante del calendario baiano. È questa la maggior espressione, a livello mondiale, di cerimonia feticista. È la manifestazione di candomblé che meglio rappresenta la nostra città. Ricorda la prigionia, la liberazione e il bagno che ricevette Oxalá, l’orixá corrispondente nel cattolicesimo al Senhor do Bonfim, il patrono della città. Il sincretismo tra i riti africani e quelli cattolici nacque proprio durante il periodo della schiavitù. Fin da allora la linea più ortodossa e reazionaria del cattolicesimo ha combattuto il sincretismo, arrivando persino a proibire la processione della Lavagem. Quando ero piccolo mi ricordo che il ‘lavaggio’ - vero e proprio, con secchi di acqua profumata e ramazza, a simboleggiare il bagno di Oxalá - veniva fatto dentro la chiesa. Oggi, per il volere reazionario dell’élite ecclesiastica, si fa solo fuori, sulla scalinata di accesso: è questo l’estremo tentativo di una difesa razzista, da parte della Chiesa, della ‘purezza’ religiosa.
In questa bellissima città, però, per fortuna, nessuno è ‘puro’, nemmeno i neri. Sono disposto a pagare una fortuna a qualsiasi baiano, nerissimo di pelle che, presentandosi come discendente puro degli schiavi africani, mi mostri un albero genealogico che non includa un incrocio con qualche altra razza. Gli schiavi africani, provenienti da diversi paesi ed etnie del continente nero, venivano venduti al mercato di Salvador. Già all’atto dell’acquisto il fazendeiro faceva molta attenzione a comprarne non più di uno della stessa etnia o luogo di origine, evitando aggregazioni pericolose. Così nacque il candomblé, quale frutto di una continua contaminazione, assai diverso da quello africano di oggi. Il nostro è piuttosto simile alla santería cubana, ma Cuba è un’isola piccola, mentre il Brasile è un semicontinente di oltre centocinquanta milioni di anime.
  D.- E tra le altre feste popolari, al di là di quelle religiose, quali sono quelle che più rappresentano l’’anima’ brasiliana?
  R.- Nos somos o País do Carnaval. Il Carnevale è la vera festa della cultura popolare. A Rio de Janeiro è uno spettacolo raffinato e stupefacente. Quello della Bahia è il più popolare, il più vicino ai ceti bassi della società, e anche il più autenticamente vissuto. Molto bello è anche quello pernambucano, di Recife e di Olinda, piuttosto simile a quello portoghese. Ciò che è interessante, è vedere come per gli occidentali che arrivano in Brasile per la prima volta, pieni di preconcetti e di idee importate da casa, si accorgono che il Carnevale, così come il Brasile in generale, non sia esattamente ciò che si aspettavano, ma qualcosa di più profondo. L’ho notato anche quando Lina Wertmüller venne qui e mi contattò per fare un film sull’argomento. Arrivò con una sua idea del Carnevale, che non corrispondeva esattamente alla realtà, e presto si ricredette.
  D.- Vedendo la situazione attuale del Brasile, qual è, secondo lei, il maggiore problema del paese? E quali le cause?
  R.- La fame, senz’altro. Ma è demagogico e cieco chi cerca di lottare solo contro di essa, come se fosse l’unico problema, tralasciando gli altri. Non bastano le ‘ceste basiche’ (scatole di alimenti di base, concesse dal governo alle famiglie più indigenti - nda) e piatti di cibo pieni oggi. Credo che tutti i problemi dovrebbero venire affrontati, nel miglior modo possibile, non appena se ne presenti l’occasione. L’origine di tutti i mali brasiliani è, senz’altro, il latifondo. Non è possibile che ancor oggi, alle soglie del Duemila, esistano terre sconfinate, grandi come paesi, nelle mani di pochi uomini. È una situazione da Medio Evo. La gente che fugge dalla miseria del sertão o della provincia, e si rifugia nelle città, pur vivendo da miserabile, facendo lavori umilianti e sottopagati, ne ricava comunque un grande salto di qualità agli occhi dei suoi compaesani, rimasti a lottare contro la siccità e la carenza di lavoro. L’unica soluzione non può che essere una spartizione delle terre.
  D.- Rileggendo i suoi libri scritti nel periodo di maggior impegno politico (come Os Subterraneos da Liberdade), e dopo la disgregazione dei regimi comunisti, pensa che rimangano validi certi princìpi di giustizia sociale?
  R.- Oggi assistiamo alla caduta delle dittature comuniste, e non alla scarsa validità degli ideali che le hanno erette. In Cina il socialismo reale è ancora un dato di fatto, ma viene imposto dall’alto. Per di più non è un socialismo vero e proprio, la contaminazione capitalistica è altamente presente anche là. A Cuba si tenta di sopravvivere, ma l’apertura verso l’Occidente appare inevitabile. In Corea del Nord esiste una specie di adorazione religiosa per il leader comunista, che viene considerato un semidio. Ciò che tutti abbiamo visto, attraverso i media, accadere in URSS, ha rappresentato la caduta di un regime dittatoriale, non l’annullamento del socialismo come valore. Non ha rappresentato l’ultimo, estremo combattimento tra capitalismo e socialismo. Le idee rimangono: molti, ancora, in ogni angolo della terra, hanno una forte saudade di quei valori. Tutti sono d’accordo sul fatto che la dittatura sia finita, che non sia la giusta via per ottenere la giustizia sociale. Ma il sogno di una società più equa, in cui nessuno sia miserabile, continua. Tutti devono avere il diritto di mangiare e lavorare; solo che nelle dittature di stampo sovietico ti veniva imposto quel dato lavoro, per cui, nella pratica, non esisteva libertà. E, anche se a stomaco pieno, la mancanza di libertà non viene accettata da nessuno.
Il socialismo continuerà, perché il capitalismo è una porcaria. L’unica caratteristica buona del sistema capitalista è che, per funzionare, deve poggiare sulla democrazia. Purtroppo si basa anche sul lucro, per cui ne derivano guerre e razzismo. Si sono combattute le dittature per avere la democrazia, e non per abbattere valori di equità sociale.
  D.- In Occidente i giornalisti, quando parlano del Brasile, sembrano metterne in luce solo gli aspetti negativi (favelas, bambini abbandonati, violenza, ecc..); oppure, se parlano di quelli positivi, lo fanno solo in termini di propaganda turistica. Non pensa che ci siano anche altri argomenti positivi di cui parlare?
  R.- È assolutamente vero. Ma anche qui, in Brasile, è così. Basta leggere il giornale, o guardare la tv. Si vedono solo storie allucinanti di violenza o di atrocità. E sono tutte vere, e, come tali, non vanno nascoste. Ma esiste anche un altro lato, totalmente positivo, fatto di creatività, di allegria, di gioia di vivere, di cui nessuno parla. Questo avviene anche qui: non c’è, nei media, al lato delle notizie ‘cattive’, anche una proposta alternativa di quelle ‘buone’, dal momento che chi manovra i mezzi di comunicazione non ha alcun interesse a diffonderle. La notizia atroce suscita la curiosità del lettore-telespettatore ignorante, e fa vendere di più. Ma sono ottimista, nonostante ciò: credo ancora nei buoni e semplici sentimenti del popolo, che nulla hanno a che vedere con la schifosa élite che ci governa.
  D.- Nel panorama politico brasiliano odierno, quali vie di uscita vede alla crisi?
  R.- In pratica non vedo alcun partito politico che possa risolvere i mille problemi del Brasile. Vedo alcuni uomini degni, e altri indegni. Lula, il leader del PT (Partido dos Trabalhadores, di sinistra) è un’ottima persona, ingiustamente accusato di ignoranza e di mancanza di titoli. Ebbene, io vedo proprio in questa mancanza di titoli il suo pregio: è uno che viene dal basso, dal popolo, che sa come stanno le cose. Ma la mia paura, nel votarlo - così come farlo per altri -, è che con Lula potrebbe succedere esattamente lo stesso che è accaduto ai suoi predecessori: cadere nella corruzione. Il potere è il peggiore dei mali, che può dare alla testa di chiunque.
Come scrittore non sono candidato a un bel nulla, e posso permettermi di dire apertamente ciò che penso. Le mie due grandi paure, oggi, sono la corruzione e la demagogia. La ‘classe’ - se così vogliamo chiamarla - che più è degna di rappresentare il volere del popolo, è quella degli artisti, degli scrittori, dei musicisti. Tutti costoro sono molto più rispettati dal popolo, in termini di fiducia, che non un qualsiasi politico. In essi la gente crede più che in qualsiasi partito o simbolo. Caetano Veloso, leader del tropicalismo e il più importante cantante baiano vivente, per esempio, ha una visione ottima, che corrisponde in toto alla mia, di ciò che dovrebbe e potrebbe essere la società brasiliana.
Non esiste più una differenza enorme tra i partiti, quanto tra gli uomini. Alla mia età non classifico più le persone in base al partito cui appartengono , ma per ciò che fanno. In questo senso appoggio Lula, come uomo, competente, e non come leader di un partito. Lui non vuole il potere per trarne vantaggi personali, come la maggior parte dei politici ha fatto sino a oggi. Lui lo vuole per attuare riforme realmente utili alla popolazione. Nonostante rischi l’ubriacatura del potere.
  D.- Programmi letterari per il futuro?
  R.- La mia salute debilitata non mi permette di scrivere quanto vorrei. Comunque, nonostante le difficoltà (medici, visite, ecc.), in Italia e in Francia sta uscendo un mio libro inedito, rimasto a lungo bloccato e non pubblicato in Brasile, sul Sud della Bahia. In Brasile, invece, sta per uscire il mio ultimo romanzo, A descoberta da América pelos Turcos.








STRANI STRANIERI

Franco, il rastamerdo
Conde (Bahia) - Franco arrivò qui, anni fa, in carretto dal Sud del Brasile. Aveva percorso diverse migliaia di chilometri a bordo del suo trabiccolo da circo, trainato da un mulo incartapecorito: uno di quei mezzi usati dalle compagnie teatrali nel Medio Evo che, ormai, non esistono più da secoli, nemmeno in Brasile. Arrivò nel piccolo villaggio baiano seguendo un itinerario che, anno dopo anno, risaliva verso Nord lungo l’infinita costa brasiliana. Per strada aveva perso uno dei figli, arrotato da un’auto mentre scendeva dall’autobus.
Al suo primo apparire all’orizzonte, i pescatori di Conde rimasero a bocca aperta. Un ronzino trotterellante portava sulla schiena un orco biondo dai capelli tutti appiccicati, vagamente simili a quelli di un rastafari. Solo che le sue treccine non erano studiatissimi dreadlocks ggiovani, né quelle ben curate di un giamaicano: sembravano piuttosto annodate e incollate fra loro, pesticciate da un vendemmiatore e cosparse di fuliggine. Franco era arrivato in spiaggia, carico della sua panza, così italica nonostante il look freak-internèscional, per vendere braccialetti e collanine orribili ai turisti.
«Oi, tudo bem? Quer comprar
Già con questa breve frase si tradiva. Franco, in effetti, era di Trento, e si sentiva. Erano anni che non tornava in Italia, ne era fuggito il giorno prima di presentarsi in caserma. La sua famiglia - almeno quella che si era portato dietro - era piuttosto numerosa, ma il ‘pezzo forte’ era la moglie, anch’essa una trentina sulla trentina. Tatiana non passava inosservata. I suoi capelli, lunghi fino al sedere e incollati fra loro come un’enorme, schifosa coda di castoro, avevano destato il ribrezzo di tutta la comunità di pescatori, abituati sì a dare il colpo di grazia ai polipi a morsi nella nuca e dita negli occhi, ma che mai avevano visto una donna così orrenda. E da queste parti sono di bocca larga, spalancata.
Tatiana andava in giro a dire che era italiana, ma nessun brasiliano le voleva credere: là i nostri compatrioti erano solo fighetti di prima classe, attentissimi all’aspetto fisico, all’alito e all’abbigliamento. Una gringa così malandata non l’avevano mai vista prima.
Anche lei si trascinava qua e là tentando di vendere il loro obbrobrioso artigianato, ma quasi nessuno glielo comprava, per timore di toccare le sue cose schifose e di beccarsi qualche dermatite. Chi acquistava lo faceva in fretta, senza magari osservare attentamente il materiale, prontamente infilato in un sacchetto di plastica o in borsa: l’importante era pagare e scavarsela di torno in fretta.
Il ribrezzo non era provocato solo dalla visione dei capelli immondi, ma anche dai denti neri e putrefatti che, al primo sorriso, ti colpivano - assieme all’alito pestilenziale - come un pugno negli occhi. Tataiana, infatti, prodiga di baci a destra e sinistra, nel nome di una fratellanza e un amore generalizzato tardohippy, aveva finito con lo schifare persino gli altri pochi italiani che vivevano a Conde. Primo fra tutti Paolo, fighetto bulagnese soprannominato Malindi, grazie al suo spirito coloniale di imprenditore e al suo incredibile, quasi socialista attaccamento al denaro. Camicino da bancario e Timberland ai piedi, Paolo insisteva nel presentarsi in maniera impeccabile tra i pescatori della comunità, ma, al grido di arriva Tatiana!, il virtussino scappava, si rintanava in casa, non voleva saperne dei suoi baci odorosi di carie stappate.
Franco arrivò a Conde con un figlio mentalmente ritardato, ma biondissimo e con un faccino molto carino. Il bimbo non riusciva ancora a camminare, nonostante avesse già cinque anni. Il suo ritardo mentale, molti maligni suggerivano, era dovuto all’assurdo modo di vivere dei genitori. Franco e Tatiana erano convinti che i metodi tradizionali occidentali di educazione - scuola, famiglia, salute, religione - fossero completamente sbagliati.
«I nostri bambini li alleviamo noi, non li mandiamo a nessuna scuola del cazzo, che gli inquina la mente. Alla loro testa ci pensiamo noi!»
Sarà, forse i due erano riusciti a trasmettere grandi culture ai loro figlioletti, ma è certo che, a un’età in cui solitamente tutti i bambini almeno comunicano con la bocca, i loro figli non spiccicavano una parola, ed esternavano i loro pensieri solo a gesti, scurezze e mugugni tribali.
Anche l’igiene, per Franco e Tatiana, era un’opinione. Se loro non si lavavano mai con saponi o porcherie simili, prodotti cancerosi di un Occidente capitalista e sfruttatore, nemmeno i figli dovevano farlo. Il risultato era che i bimbi andavano in giro con i colori di un mulatto, nonostante fossero biondi come uno svedese e di origini austroungariche.
«Attento che non ti pisci addosso!», mi fece Tatiana un giorno mentre, attraversando tutti assieme un laghetto su una barchetta, le presi in braccio - tenendolo per i mignoli, e non per mancanza di affetto - il figlio minore.
Il colpo di grazia, che fece immediatamente capire a tutti come i due fossero totalmente andati a male, fu quando Franco e Tatiana persero un altro figlio a causa di un attacco di meningite. Il bimbo più piccolo, riccamente alimentato con una dieta a base di soli cibi naturali (riso integrale scondito e basta, tutti i santi giorni del calendario), venne ‘curato’ ai primi sintomi della terribile malattia con ottimi e naturalissimi fanghi. Medicine chimiche e ospedali, considerati un venefico artificio, non vennero nemmeno presi in considerazione. Il bimbo morì dopo un paio di giorni.
Oggi Franco e Tatiana sopravvivono, con gli ultimi due figli rimasti, fintanto che la peste e il colera non se li inghiottiranno, grazie alle seguenti voci (non necessariamente in quest’ordine):
- produzione di mozzarelle (chi le compra e le mangia è cieco o non si rende conto dei rischi che corre);
- vendita del vomitoso artigianato (quando beccano qualche fiesso);
- servizi fotografici di Franco (si è comperato una compattina e, con questa, ritrae i matrimoni dei pescatori, vendendo loro le foto a caro prezzo o in cambio di qualche pesce);
- occasionali vaglia postali del fratello di lui (primissima voce del fatturato).
Gli italiani trapiantati a Conde, tutti ormai ex amici, a stento riescono a rivolgere loro la parola, quando li incontrano. Tra un po’ di tempo, è assai probabile, Franco e Tatiana rimetteranno in moto carretto e asinello.






Al ladro!
Quasi tutti gli italiani che sono stati in Brasile, prima o poi, hanno subito un furto. Le eccezioni confermano la regola. Di storie orribili ne ho sentite un’infinità, da gente che si è fatta strappare l’orologino dell’uovo di pasqua mentre camminava a quello che si è fatto insabbiare (letteralmente) tutto, mutande luride comprese, mentre faceva il bagno a Copacabana. A me, sarò benedetto da Oxalá, o forse è perché fisicamente assomiglio a Barrichello, non è mai capitato nulla, in anni di Bràs. Questioni di sfiga, probabilmente. Baixo astral, la chiamano i brasiliani.
Alcuni italiani in particolare, colpiti da questo tentativo internazionale di livellamento delle economie e di azzeramento del debito estero, difficilmente li dimenticherò. Il primo lo incontrai nel ’90 all’aeroporto di Toronto, sulla via del ritorno. Erano numerosi gli italiani che venivano dal Brasile, e ognuno raccontava le proprie esperienze. Il tipo in questione era un cicciottello occhialuto e odiosetto, che faceva sfoggio del suo ottimo portoghese imparato - così sosteneva, ma senz’alcuna prova notarile - in un solo mese. Era dieci volte meglio del mio, imparato in sei. Saputello amava il Brasile, era al suo primo viaggio, e si stava portando a casa, come souvenir, una zoccola da boate per gringhi raccolta da qualche parte. Presto si sarebbero sposati. A giudicare dagli abiti non sembrava il solito pappone italiano che va in Brasile a fare la bella vita ma, così diceva, era riuscito a farsi rapinare più volte nel giro del suo striminzito mese, sempre a Salvador. Mentre lo raccontava, ne sembrava quasi fiero, una medaglia per ogni rapina:
«La volta peggiore è stata quando, essendomi ammalato, ho dovuto ritirare 500$ tutti assieme, lo stesso giorno.»
Per me era una cifra abnorme, io ne cambiavo cinquanta alla volta: allora il Brasile non era ancora caro come oggi. E poi che cosa se ne fa di 500$ uno che deve starsene buonino a letto con la febbre? Non me la raccontava tutta. Forse era lo stipendio della fidanza.
«Non stavo bene, e nessuno poteva incassarli al mio posto. Una mattina mi sono recato alla centrale del Banco do Brasil, nella città bassa. Intascati i cruzeiros, sulla porta d’uscita, dove stazionavano i vigilantes armati, mi si è fatto incontro un ladrone che, puntandomi una pistola alla gola, me li ha fottuti tutti. Nessun vigilante è intervenuto, si vede che aveva altro da vigilare, in quel momento.»
Sicuramente qualche malandrino all’interno della banca aveva informato un complice che aspettava il pollo con il malloppo all’uscita.
Nello stesso aeroporto incontrai anche un personaggio barbuto, una specie di Rambo nostrano che ritornava dal Perù, dove allevava anaconda in uno sperduto villaggio amazzonico.
«A me il Brasile fa schifo. È troppo americanizzato», proclamò davanti a una platea di integralisti filobrasiliani (io il leader).
«Ma quale zona del Brasile hai conosciuto?», gli domandai, curioso e esterrefatto, dopo mesi passati fra spiagge deserte e villaggi nella foresta dimenticati da dio. Zero americani.
«L’aeroporto internazionale di Rio!», fu la sua profonda risposta.
Altro personaggio indimenticabile è Olaf, ligure di origine olandese, dai capelli più biondi di un norvegese. Lo incontrai a Lençois, nella Chapada Diamantina, Bahia. Era stato rapinato tre volte in un mese. Non ci potevo quasi credere, e gli domandai come fosse accaduto:
«È il mio aspetto che mi frega, sono troppo biondo e alto. Mi è sempre successo in qualche grande città, prima a Rio, poi a São Paulo, quindi a Recife. In autobus o per strada attiro immediatamente l’attenzione e, come apro bocca, sono finito. Tutti mi individuano immediatamente come un gringo e, per ben tre volte, mi sono trovato con un coltello puntato in faccia o le mani in tasca. Domani mi compro il cappellino del Banco Nacional, quello di Senna, così almeno mi copro i capelli. E se non basta me li farò tingere.»
Non sempre gli italiani sono le calamite preferite dai ladroni: anche il resto del mondo viene adeguatamente preso in considerazione. Incontrai Michael, capellone californiano, a Canoa Quebrada, nel Ceará. Studente universitario a Milano, parlava un ottimo italiano, e mi raccontò il suo welcome brasiliano:
«Dopo aver letto sulla Lonely Planet che Rio era pericolosissima, dagli States sono sceso direttamente a Salvador (posto invece tranquillissimo). Il primo giorno, appena arrivato, senza parlare una parola di portoghese, sono andato in taxi fino a uno degli alberghi più economici consigliati, nel Terreiro de Jesus, di fianco alla chiesa di São Francisco.»
In quella piazza, tra poliziotti di pattuglia e agenzie funerarie che esponevano bare viola e cambiavano dollari, allora - prima delle disinfestazioni col napalm e del maquillage da imbianchino al Pelourinho degli ultimi anni - vivevano eserciti di truffatori, tagliagole, maestri del travellers’ cheque falso e rapinatori.
«Lasciato il bagaglio in camera, scesi a fare due passi. Immediatamente feci amicizia con un tipo simpaticissimo, che mi portò in giro e a conoscere la famiglia, a casa sua. In camera aveva un poster di Rambo e, dopo avermi presentato la vecchia madre e i fratelli, mi puntò un revolver sul pomo d’adamo. Con me non avevo soldi e dovetti portarlo all’hotel, dove conservavo i pezzi forti. Il portiere non disse una parola - se la faceva addosso pure lui - e, dopo essere saliti in camera, gli consegnai trecento dollari, tutti i contanti che avevo. Mica male, per una giornata di lavoro.»




Sou brasileiro?
Foz do Iguaçú (Paraná) - È il mio compleanno e mi trovo, solo soletto, all’Hotel Pieta (il nome, lo giuro, non l’ho inventato) di questa squallida città alle soglie delle bellissime e ultrafamose cascate. L’albergo è di proprietà di un laido obeso argentino - qui i maradona possiedono tutto -, e alla tv il telegiornale è in spagnolo con accento porteño.
Al Pieta ci sono arrivato assieme a un’australiana anfetaminica incontrata sull’autobus. In ben due settimane voleva farsi Brasile, Argentina e Perù.
«Stanotte sto qui, e domani vado a Buenos Aires. Il giorno dopo volerò a Lima.»
Viaggiatrice che ama approfondire le culture straniere.
L’hotel è gestito da Joana, una serva baffuta, magra e alta, e da Calypso, torello nero angolano, simpatico e terribilmente esperto di tutto. Manovra col pensiero e con il membro rabdomante l’intenso giro di gringhe di questa città che, visto l’elevato afflusso turistico, ha visto crescere, nel giro di cinque anni, il numero degli alberghi da cinquanta a duecentosettanta.
«Ah, Pedro, sapessi, in quella pousada lì accanto ci sono due danesi da urlo...», mi confida amichevolmente, con colpetti di gomito e aria di complicità.
«In Angola si muore di mine e di fame, ma qui, in pochi anni, ho fatto i soldi. Tra gringos, droghe e zoccole c’è da guadagnare bene...»
Bene, almeno non mi ha incluso tra i gringos.
La mia stamberga è una scatola rovente con un lettino grande come una culla di topo. Ci sto il minimo possibile, ma la città, oltre alle cascate e a qualche costosissimo bordello per argentini, ha ben poco da offrire. Mentre mi rigiro come una salsiccia, annoiato sul lettino incandescente, non credo alle mie orecchie, arriva un vociare femminile noto, emiliano, brutalmente pieno di ESSE schifoshe, dalla camera accanto. È da un po’ di tempo che non uccido la mia lingua, ne sento la mancanza e, senza secondi scopi (lo stragiuro), apro l’uscio: da vero portinaio, controllo chi è arrivato.
Il buon Calypso è riuscito, con la sua solita tattica da piazzista di scope elettriche, ad agganciare cinque turiste italiane in un colpo solo e a portarle all’hotel, beccandosi la commissione sulla loro diaria. Purtroppo sono cinque bidoni adiposi, e vanno in giro con obbrobriosi fazzoletti Moschifo in testa e zaini Invicta fosforescenti sulla groppa burrosa. La mia voglia di parlare, però, è superiore all’odio per il trend e per il colesterolo, e domando gentilmente, quando ancora si stanno togliendo gli zaini e saggiando la bontà della camera:
«Da dove venite?», anche se lo so benissimo, le S a tagliatella sono più eloquenti di un certificato di nascita.
Le fanciulle, stanche dal viaggio e ossessionate dalle chiacchiere delle decine di ragazzini che aspettano i turisti alle fermate dei bus per piazzare loro una camera nella lingua di origine (le sanno tutte, persino l’ebraico), mi prendono per l’ennesimo brasiliano che le vuole abbordare:
«Eh, sì, italiano», mi fa una, da sotto il suo fazzoletto imbecille, come a dire «il solito rompiscatole brasiliano in cerca di roba straniera...»
Cavolo, sono proprio acide, e quindi continuo questo dialogo surreale in portoghese, dicendo loro una cretinata qualsiasi, tipo «Eta porra, sua gorda feia!...». Devono essere in Brasile per la prima volta, e da pochi giorni, tant’è che non capiscono una parola che sia una dei miei improperi («Cazz..., brutta cicciona!...»). Meglio così.
«Ao ao maramao», mi fa il verso la più disponibile allo scambio di opinioni e al dialogo tra i popoli, imitando quello che ho detto e nel portoghese del papa.
«Vai tomar no cú», le rispondo con il sorriso sulla bocca.
Stizzito, me ne vado.
Dopo mezz’ora rivedo gli ippopotami in piscina, mentre si lavano il sudore e la puzza del viaggio nel cloro comune. Come passo davanti si zittiscono, qualcuno dell’albergo deve aver confidato loro che sono realmente italiano e si devono sentire, almeno lo spero, un po’ in colpa. Ma sono talmente idiote e burine che nemmeno mi chiedono conferma o si scusano.
Non che adori le feste di compleanno, per forza con le candeline e lo spumante, ma mi avrebbe fatto sentire un po’ più a casa scambiare qualche parola nella mia lingua. Per festeggiare, non mi resta che passare la serata in compagnia di Calypso, cento birre, e un batistuta con i capelli fino ai gomiti, qui a caccia di donne, come tutti.

Marbella - Diversi anni dopo il Pieta mi trovo in questa amena località spagnola, in missione speciale. Sono qui nelle vesti di accompagnatore turistico e sto scarrozzando un gruppo di circa quaranta fantozzi in vacanza premio nella Costa del Sol. Quale sia il premio, a parte alloggiare gratuitamente in un mega albergo e usufruire dei mille servizi, non l’ho ben capito. Questo tratto di costa spagnola, come molti altri, è stato massacrato dalle villette a schiera costruite con i soldi della mafia italiana e russa. Casalecchio di Reno è più bella. Rinascimentale, in confronto.
La missione ‘speciale’, in realtà, non è tanto quella di fare il cane da guardia per i villeggianti (a che ora si mangia? che cosa prevede l’animazione? posso telefonare col cellulare in Italia? Ve li darei io l’animazione e i cellulari, ve li darei), quanto un compito ‘accessorio’, decisamente particolare. È la prima volta che mi viene fatta una richiesta del genere, tra le tante domande deliranti che mi sono sentito rivolgere in anni di onorata carriera (ci sono i canguri in Egitto? il formulario della dogana mi richiede la Visa - il visto -, ma ho solo la Diner’s...; robe così, italiani in vacanza, si sa).
Nel gruppo c’è Davide di Trapani, un ragazzo handicappato rimasto leso dopo un incidente pauroso in auto. Uscito dal coma è rimasto visibilmente scosso, ha problemi di deambulazione e il volto semideformato dalla botta subita. Tuttavia, il Signore, non sazio, ha voluto infierire ancora un po’: Davide è lucido e la zona bassa gli funziona benissimo, anche troppo.
A casa sua, inutile sottolinearlo più di tanto, non tocca una donna che sia una da qualche anno luce. Già fanno fatica quelli ‘normali’, figuriamoci lui. La sua famiglia, però, troppo borghese per pagargli una mercenaria tra le tante degli annunci economici dei giornali (chissà cosa direbbero i vicini se la vedessero entrare in casa con gli abiti da lavoro), considera il viaggio all’estero come una fuga, lontano da occhi indiscreti, dove tutto è permesso. Salvatores da condominio trapanese. Incapace di provvedere da sé, si vergogna persino di chiedermi direttamente il favore, per cui manda un emissario di corte.
«Pietro, non riusciresti a trovare una donna per Davide? Il padre è disposto a pagare qualsiasi cifra (a lei; e a me?). Il ragazzo non tromba da anni».
«D’accordo, stasera farò una ricerca di mercato e ti farò sapere».
Marbella in quanto a costumi sessuali non è Ryad, anche se l’alto numero di emiri arabi che la frequentano farebbe pensare il contrario, e i bordelli sono tollerati come le tabaccherie da noi. Ce ne sono per tutti i gusti e tutte le tasche. Lungo le viuzze con i bar affollati di inglesi ubriachi di notte si pestano i piedi le Svetlane e le Irine, bionde platinate e dalla pelle bianco chernobyl, a caccia di Mohammed e di Alì col pene a forma di petroldollaro.
Dal momento che babbo può spendere, e che amo gli ambienti teatrali, decido di cominciare dalla serie A.
«Putero. El mejor
Il tassista mi guarda strano. È abituato ai maniaci italiani. Raramente, però, sono così espliciti. Di solito fanno più giri di parole, o fingono di non parlare spagnolo.
Lungo la strada della perdizione passiamo davanti alla megavilla dello sceicco dell’Arabia Saudita. Il benzinaio si è comprato con i nostri soldi un’intera montagna, e la porzione di prato all’inglese che costeggia la strada nazionale, oltre il campo da golf, è finemente decorata con una scimitarra fatta di lampadine colorate lunga cinquanta metri. Quando lo sceicco arriva in città per le vacanze estive, così raccontano le portinaie e gli organi di stampa locali, una quarantina di Mercedes provvede ai bagagli. Lui arriva in elicottero, vuole viaggiare leggero.
Lo scannatoio a cinque stelle in cui mi lascia il tassista mi lascia a bocca aperta, leggermente ricoperta di bava. In vita mia di zoccolai ne ho visti parecchi, ma come questo mai. Colonne con capitelli corinzi, moquette fin sui soffitti, putti di gesso sui corrimano, ruffiani buttadentro in smoking, cantante di Liverpool al pianobar. Il grande edificio si estende su due piani tutti riccioli rococò dorati e scalinate alla Via col vento. Butto l’occhio dentro una camera: so benissimo che per le mie tasche è irraggiungibile, però, chissà, se mai un giorno trovassi anch’io il petrolio in giardino...
In una nicchia su una parete, di fianco al letto a tre piazze e mezza, mi fa l’occhiolino una grande maschera di Tutankamon, copia identica ma in cartongesso di quella conservata al Cairo. Che spettacolo, che cultura. España. Olé. Dimentico persino la corrida e Natalia Estrada.
Sui sofà di velluto fucsia brillano ragazze spettacolari di ogni colore, girocoscia, profumo e altezza. Tutte in tagliere. Nel locale è rappresentato quasi l’intero universo: tutte le ex repubbliche sovietiche, Brasile, Colombia, Ecuador. Giochi senza frontiere, manca solo Milly Carlucci.
Avvicino la più carina.
«Buenas noches. ¿De donde eres
«Brasil. Rio de Janeiro
È splendida e me ne sono già innamorato, la noleggerei tutta per me, ma per avere un’ora del suo tempo, chiamiamolo così, non basterebbe quello che guadagno in una settimana. La tariffa oraria, infatti, mi comunica, è di cinquecento dollari, lì o in albergo. Me ne vado come un cane bastonato. Né io né babbo trapanese possiamo certo permetterci cifre così. Saluto Tutankamon sperando, nella prossima vita, di rinascere almeno texano.
«Ahora uno barato, por favor
Con il tassista ho abbassato brutalmente le pretese. Ho già capito come funzionano le cose da queste parti.
Dalle stelle alle stalle. Il postribolo di serie Z in cui m’infilo sembra uscito da un romanzo di pirati, ma mi fa sentire decisamente più a mio agio rispetto all’Holiday Inn di prima. Le luci sono basse e da luna park, con sfumature che vanno dal rosso lampone al viola prugna mestruata. Illuminazione ideale, certamente studiata, per nascondere l’incedere del tempo sui volti delle girls.
Il centro della sala è occupato da un biliardo stracciato bombardato zoppo al quale stanno giocando due ragazze, nella posizione popolarmente chiamata ‘pecorina da stecca’, la stessa che mi ha fatto amare e imparare questo gioco nelle Filippine. Tutte le lavoratrici, circa una dozzina, sono in bikini e zeppe, il mio abito da sera preferito. Nessuna splende di bellezza folgorante, come nel dopolavoro per arabi, però per Davide, a secco da troppo tempo, vanno più che bene.
Mi informo sulla tariffa, decisamente più a portata di marinaio. Cinquanta sacchi per un lavoretto veloce veloce negli sgabuzzini con secchio sul retro, trecento per una visita diplomatica in trasferta.
Dato che ci sono cerco d’ingaggiare la più carina. Se io fossi Davide, quale vorrei? L’America Latina è rappresentata al completo, il locale sembra il Mercosur della marchetta. Una colombiana fintobionda è molto interessante ma forse troppo giovane per il committente, potrebbe venirgli un colpo appena la vede: ne serve una con più calli, disponibile per la difficile missione e che non lo turbi troppo. Non voglio clienti infartati.
Una messicana ha un viso molto bello, ma dall’ombelico in giù è un cinghiale non depilato. Non vorrei mai offendere un siciliano, chissà cosa mi potrebbe capitare, poi.
Al biliardo scorgo un’altra bionda innaturale niente male, carina e che dai movimenti dimostra di sapere il fatto suo. Esperta e attraente quanto basta. Mi avvicino.
«Olá, ¿quetal? ¿De donde eres
«Brasil»
«Opa! E de onde?», le domando, questa volta in portoghese.
«Mas..., Goiânia. Você é brasileiro
«Não, sou italiano, mas falo um pouco a sua lingua
Mi guarda incredula.
«Sì, figurati, italiano. E parli così il portoghese...»
«Te lo giuro, sono italiano.»
Sono tre anni e mezzo che non torno in Brasile e sto perdendo l’uso del portoghese, eppure le prime battute, stando a quello che mi dice, mi sono uscite con una pronuncia perfetta. Bravo, mi dico.
La tipa, nonostante mi sia fatto il segno della croce, insiste a non credermi, e per dimostrarle che non racconto balle le faccio vedere la carta d’identità. Purtroppo è l’unico documento che ho con me, il passaporto l’ho lasciato in albergo.
«Eh, sì, questa non vale niente. Qualsiasi brasiliano con la residenza in Europa la può avere...»
«Ti rigiuro che sono italiano. Parlo così perché ho passato un certo periodo nel tuo paese, ma sono I-TA-LIA-NO. Pizza, Ferrari, papa, mafia. Hai presente?»
Ora cerco di parlare più sbagliato possibile, infilando qualche errore tra le parole e usando un accento strano. Tutto ciò serve solo a farle dire:
«Ah, sì, ora capisco. Sei portoghese.»
La bionda mi guarda con aria di chi ha finalmente smascherato l’assassino dell’Orient Express. Volevo fare il furbo ma mi ha beccato. Chi penso d’essere, uno sfaccendato che per noia va a rompere l’anima a chi sta lavorando? Che cosa voglio ancora? Perché non vado a farmi un giro? Non vedo che deve mettere la otto in buca??
Lascio perdere, i muli mi sono sempre piaciuti solo nei presepi e nei film hard zoologici. È inutile discuterci più di tanto. Se insisti scalciano.
La ragazza mi ha fatto talmente innervosire che decido di andarmene. La missione mi ha logorato, occhi e interno coscia. A babbo Trapani dirò che stasera non sono riuscito a trovare nulla di adeguato, tutte troppo esose o con sintomi da malattia del legionario: così avrò la scusa per farmi un secondo giro, domani.
«Obrigado pela confiança!», «Grazie per la fiducia!»
Così saluto la brasiliana prima di andarmene. Lei contraccambia con un sorriso incerto. Come a dire, bravo, furbetto, vattene, e lasciami lavorare in pace. Il dubbio che scorgo sul suo volto, però, mi manda in visibilio.







Babbo Natale
Jericoacoara (Ceará) - Papai Noel (Babbo Natale) era un anziano e ricco signore che doveva le sue fortune a un grande albergo in Spagna, di cui era proprietario. Il soprannome gli fu dato dalla popolazione di questa arida zona costiera di uno degli stati più poveri del Nord-est a causa della sua generosità, e il vecchietto lo adottò con piacere. Tant’è che lui stesso voleva essere chiamato così, pochi sapevano il suo vero nome, e andava in giro in fuoristrada col logo Papai Noel appiccicato sulle portiere.
Arrivato tra le splendide dune di Jericoacoara qualche anno prima, Babbo Natale acquistò un vasto appezzamento di terra, ai margini del villaggio di pescatori, pagandolo (si dice) 160.000$, cifra con la quale, nel misero stato nordestino, allora, prima del successivo miglioramento dell’economia, si poteva comprare mezza regione. Qui un pescatore guadagnava mediamente 30$ al mese, quando gli andava molto bene.
L’appezzamento acquistato era, in pratica, l’unico con un po’ di verde - Jericoacoara giace su bellissime dune semiprive di vegetazione -, e lì Papai Noel impiantò un’azienda agricola, enorme, moderna, tutta tecnologia e buona volontà, piantando alberi assolutamente fuori luogo - piante che hanno bisogno di grandi quantità d’acqua, in una zona semidesertica - e assoldando decine di ragazzini come lavoranti.
Tutti, ovviamente, erano desiderosi di lavorare per Lui: lì la terra è poverissima e le possibilità di lavoro, per il figlio di un pescatore, pressoché nulle: coltivazione della manioca, del caju, o la pesca. Qualsiasi ragazzino desiderava prestare servizio per Papai Noel, nonostante la serpeggiante fofoca (chiacchiere di paese) lo dipingesse come pedofilo. Si mormorava anche che Babbo Natale fosse uno degli spagnoli proprietari del famigerato Bateau Mouche, l’imbarcazione che qualche anno prima, a Capodanno, era andata a picco nella baia di Rio con tutto il suo carico umano eccessivo, tra cui numerosi italiani, provocando una strage.
Come se la terra di Jericoacoara non fosse sufficiente, il ‘benefattore del sertão’ comprò anche un enorme latifondo nell’attigua Jijoca, il municipio cui Jericoacoara fa capo. Qui, con la connivenza del prefetto (un altro spagnolo, padrone di tutto nei dintorni), recintò ettari su ettari di terreno, in una regione nella quale fino ad allora il filo spinato era sconosciuto e la proprietà sempre rispettata dalla semplice consuetudine.
Non sazio del filo spinato e dei ragazzini armati con cani da guardia assassini, Papai Noel in seguito sostituì la recinzione con una specie di muraglia cinese, in mattoni, lunga chilometri e chilometri, per meglio delimitare le sue terre. Su queste, inoltre, fece piantare tanti bei cartelli con la scritta adquirido por Papai Noel, comprato da Babbo Natale, per rendere ben chiara la situazione ai vicini, sempre più lontani.
Sui suoi latifondi piantò centinaia di alberi di acaju, l’unica pianta che riesca a crescere in questo clima e che produce frutti da cui si ricavano succhi, vino e anacardi. Per irrorare le piantagioni lo spagnolo utilizzava una potente pompa - sorvegliata giorno e notte dai suoi ragazzini e dai cani -, una specie di idrovora che quotidianamente succhiava migliaia di litri d’acqua dal lago attiguo, in via di prosciugamento.
I bambini che lavoravano per Papai Noel, oltre a regalargli dubbie pratiche digestive, avevano diverse funzioni: guidavano - non importa se minorenni - il suo fuoristrada o i suoi trattori con aria di chi è arrivato, sgommando e alzando polvere in faccia ai loro ex amici - fino a ieri compagni di giochi, ora poveri subordinati; coltivavano le sue terre; si occupavano del reperimento della preziosissima acqua e dell’allevamento del bestiame. Attorno a Papai Noel, inoltre, gravitava un’umanità parassita di adulti, che ne ciucciava i soldi con la scusa degli impieghi più disparati: per esempio Gustavo, ex segretario personale venezuelano, scappato un bel giorno con la macchina e la cassa del ‘filantropo’.
Qualche tempo fa il Babbo Natale del sertão è schiattato. E pure il sindaco spagnolo amico suo ci ha  lasciato la piel, con il viagra. Olorum, si sa, non è cieco.







Giovanni, ahrf, ahrf
Bulàgna - Giovanni lo conosco fin dai primi anni del liceo. Capello sempre paurosamente unto, mascella tesa alla Braccio di Ferro, fare da bulletto spaccatutto. Rissoso e viscido, è uno di quei teorici che applicano con generosità il motto cazzo e cazzotti nei rapporti col gentil sesso. A dire il vero, più i secondi che il primo, soprattutto con Katia, la sua ex fidanzata. Spesso lei rimaneva a casa per qualche giorno, dandosi per ammalata a scuola e con gli amici. Non voleva far vedere i lividi e gli occhi pesti accumulati durante i romantici fine settimana.
Nel corso del loro idillio pluriennale, Giovanni trovava con cadenza scientifica una scusa per trascorrere vacanze culturali in Thailandia. Senza di lei, è ovvio.
Un anno, dopo mille pianti, Katia riuscì a convincerlo a portarla con sé, e i due passarono un paio di settimane alle Maldive. Al ritorno, oltre ai lividi mascherati dall’abbronzatura, lei aveva un album pieno di foto con lui in posa plastica in spiaggia, in tanga leopardato e ghigno da culturista, dall’alto imponente dei suoi centosessanta centimetri scarsi.
Sia io sia Giovanni, per un puro caso della vita, facemmo il nostro primo viaggio in Brasile nello stesso periodo. Per qualche problema di natura economica, però, fortuna volle che non riuscimmo a partire assieme, come avevamo pianificato. Io, in realtà, non ne volevo sapere di viaggiare con lui: ho sempre odiato gli amici con i tanga leopardati, ma non avevo mai avuto il coraggio di dirglielo apertamente. Le amiche, vabbè, quelle sono un’altra cosa.
Entrambi passammo sei mesi in Brasile. Un giorno quasi ci incrociammo a Olinda, nel Pernambuco ma, anche quella volta, il destino mi fu propizio, e lo mancai a un appuntamento vagante che avrebbe potuto malauguratamente unire il nostro cammino.
Tornato a Bulàgna, un bel giorno mi arrivò, puntuale come la morte, la sua telefonata.
«Olá Pedro, ¿tudo bien? ¿Quetal hirmano
Ci avrei scommesso, del Brasile non aveva capito un beato nulla. Nonostante ci avesse passato sei mesi, tempo sufficiente a un sordomuto per imparare a memoria almeno quelle quattro frasi basilari in portoghese, Giovanni era tornato a casa con un bel dizionario di portospagnolo tra le orecchie. Per lui il paese del samba, delle meninas e delle praias era ancora el paìs delLA samba, delle chicas e delle playas, alla spagnola. In mezzo anno non era riuscito a capire che il Sud America dell’area castigliana, da lui visitato in precedenza, e il Brasile, portoghesizzato, appartenevano a due galassie diverse.
«Oi, meu irmão, tudo bem?, semmai», gli risposi già mezzo incarognito, e con fare da professorino saputello, dall’altra parte della cornetta.
Ai secondi di silenzio e al raschio di gola che seguirono, necessari per capire e digerire quanto non avesse capito (nada de nada), scattò implacabile l’invito che mi aspettavo da giorni. Sapevo, anche se con lui non ne avevo mai parlato direttamente, che in Brasile c’era andato solo ed esclusivamente a trombare. Non vedeva l’ora, dunque, di raccontarmi per filo e per segno ogni singolo approccio, amplesso e 69 che si era fatto, come è buona tradizione al Bar dei Cacciatori e al Rotary. Sicuramente, nel farlo, mi avrebbe anche dato qualche gomitatina di complicità, strizzandomi l’occhio. Strangolerei quelli che, mentre parlano, ti toccano.
Inutile sottolineare come non ne volessi sapere di tali rimembranze, e mi stavo già rassegnando a una serata idiota passata ad ascoltare le sue farneticazioni tropicanali, quando un lampo di genio mi folgorò.
«Perché non vieni con me stasera da Flavia, un’amica brasiliana? Mi ero già messo d’accordo con lei per vederla, e così possiamo chiacchierare là...»
Centro. La parola brasiliana per chi non usa mai lo shampoo è come il parmigiano per i topi. Poi, e questo Giovanni non lo sapeva, Flavia non era una di quelle sbrindellate a contasecondi che, senz’altro, aveva incontrato sul cammino, bensì una donna colta e intelligente, trapiantata in Italia da più di dieci anni, sposata, con figli, lavoratrice, comunista e Donna per le Donne. Presidentessa della sezione locale dell’ALTS (Associazione Lotta al Turismo Sessuale). Assolutamente integrata nella città dei sindaci macellai, delle 3T e del ragù come dio comanda. Aveva persino imparato a intercalare in dialetto bulagnese il suo buon italiano senza doppie. Nulla di peggio, dunque, per un bavoso come lui.
«Va benissimo, d’accordo! Está bien». C’era cascato. Chissà dove pensava che lo portassi (in un casino pieno di mulatte, sicuramente).
Quando lo vidi notai che i capelli erano sempre più unti.
«Todo bien, Pedro?». E dàie, nemmeno la mia lezioncina acida al telefono era servita. Insisteva con lo spagnolo. Forse è la corazza di unto tra i capelli e la materia grigia che in questo tipo di umanità non permette l’assorbimento delle idee. Misteri della tricologia.
Con me, per infierire ulteriormente, avevo portato Chicca, fidanzata e futura moglie azzurra, bionda e telespettarice appassionata di Harem, la trasmissione di noi donne per le donne. Difficilmente, dunque, Giovanni, avrebbe potuto raccontarmi TUTTO, anche se, dalla quantità di bava che gli colava dalla bocca, si capiva benissimo che non vedeva l’ora di farlo. Tutte le volte che Chicca leccava una vetrina, mentre camminavamo verso casa di Flavia, Unto non perdeva occasione per mandarmi un sorrisino di complicità, ammiccamenti, ahrf ahrf, preludi di discorsi vaginali presto troncati.
Arrivati da Flavia ammutolì. In casa c’era la vecchia mamma di lei, i bambini, il marito. Tutti gentili e cordiali, ci offrirono del vino. Con loro ero solito parlare in portoghese, quello vero.
Giovanni, glielo si poteva leggere tra le poche pieghe del cervello, era terribilmente deluso. Non eravamo in uno scannatoio pieno di Isaure mulatte in fío dental, non gli avevano offerto cachaça, non si parlava portuñol. Tutti avevano i capelli puliti e profumati di rose. Nessuno era in tanga.
Con Flavia, tanto per sparare sulla Croce Rossa, mi misi a guardare le sue foto di famiglia, così pudiche e lontane da quelle che Giovanni aveva ancora stampate sul cervelluccello. Era così disperato che si mise a guardare La Ruota della Fortuna.
Dopo un po’, sfinito dalla mancanza di discorsi incentrati su motel, piranhas e bundas, se ne andò. Gli era venuto, così disse, un attacco di emicrania. Forse il vino cattivo.
Da allora l’ho rivisto una sola volta, incontrato per caso in un bar. Per fortuna, in quell’occasione, si è limitato, con un sorriso distaccato e formale, a dirmi che aveva scoperto Panamá, secondo lui un vero paradiso.
È da quando mi hanno battezzato nell’acqua santa che non sopporto quelli con i capelli unti.



Bulàgna-Puerco Escondido, 1996/2001









Glossario/gergario
Legenda:
(Sp.) - spagnolo
(Po.) - portoghese
(Cu.) - a Cuba
(Br.) - in Brasile

Abacaxi: ananas (Po.)
Apagón: black-out, solitamente ciclico, applicato a Cuba al fine di risparmiare energia (soprattutto durante il período especial)
Antârctica: una delle birre brasiliane più diffuse
Autopista: autostrada (Sp.)
Azulejos: piastrelle di ceramica del periodo coloniale, solitamente bianche con decorazioni blu (Sp./Po.)
Barato: economico, poco dispendioso (Sp./Po.)
Bemo: specie di Ape-car usato in Indonesia come taxi
Big bamboo: sinonimo di ‘grande pene’, una delle maggiori attrattive della Giamaica per le turiste sessuali occidentali
Boate: discoteca (Po.)
Bolero: ritmo cubano, nato a Santiago alla fine dell’Ottocento
Borracho: ubriaco (Sp.)
Buceta: figa (Br.)
Bulla: rumore, baccano (gallicismo, gergale, Sp.)
Bunda: sedere, deretano (Po.)
Cabaña: bungalow (Cu.)
Cachaça: distillato della canna da zucchero (Br.)
Caju: acagiù, mogano, albero assai diffuso nel Nord-est del Brasile e utilizzato soprattutto per il frutto omonimo, dal cui apice si ricavano gli anacardi
Calle: via, strada (Sp.)
Camaján: lett. ‘esperto’, ‘colui che sa’: straniero che a Cuba non paga le jineteras, abitueé dell’ambiente della prostituzione
Candomblé: religione sincretica afrobrasiliana
Capoeira: lotta-danza acrobatica brasiliana, inventata dagli schiavi africani
Capoerista: lottatore-ballerino di capoeira
Caraco: esclamazione poco raffinata, tipicamente spagnola
Caralho: cazzo (Po.)
Cascarilla: polvere bianca rituale della santería, usata per cospargere banconote, palme dei piedi o delle mani; in Africa è ricavata dalle zanne di elefante, a Cuba dall’igname polverizzato
Ceiba: albero assai diffuso a Cuba, ritenuto sacro per la santería
Cerveza: birra (Sp.)
Chica: ragazza (Sp.); in certi contesti sinonimo di jinetera
Chorizo: salsiccia spagnola
Chulo: ruffiano, pappone (Cu.); accompagna la jinetera presentandola allo straniero come cugina o sorella: a volte, in realtà, ne è il marito
Cocodrilo Verde: soprannome di Cuba, derivato da un verso del poeta Nicolás Guillén; ‘coccodrillo’ perché la forma dell’isola ricorda, appunto, quella di un coccodrillo
Colectivo: taxi collettivo, da dividere tra più passeggeri (Cu.)
Compañero/a: compagno/a, secondo la terminologia socialista; così molti cubani si chiamano rivolgendosi l’un l’altro
Coño: figa (!), esclamazione volgare (Sp.)
Conquistador: primo colonizzatore armato spagnolo dell’America Latina, sterminatore di indios e avido di tesori
Correo: posta, ufficio postale (Sp.)
Crente: credente, fedele di una dottrina evangelica molto diffusa in Brasile, di importazione nordamericana
Cruzeiro: vecchia moneta brasiliana
Cualquiera: qualsiasi (Sp.)
Divisa: dollari americani (Sp./Cu.)
Doce de leite: popolare dolce brasiliano (ma anche argentino - Dulce de leche) a base di latte condensato
Doña: signora, padrona (Sp.)
DTI: Dipartimento Tecnico di Investigazione, organo poliziesco cubano
Embargo: il blocco economico contro Cuba, decretato e applicato dagli USA fin dal 1961
Favela: bidonville delle periferie brasiliane
Favelado: abitante di favela
Farofa: farina di manioca fritta assieme a uova, pancetta, peperoni, cipolla e altri ingredienti - a volte, nei piatti più ricercati, uva passa
Fazenda: grande proprietà terriera brasiliana, latifondo
Fazendeiro: proprietario di una fazenda
Figa: portafortuna del candomblé brasiliano, diffuso soprattutto nella Bahia; si tratta di una mano nera di legno chiusa a pugno da cui spunta il pollice, racchiuso tra l’indice e il medio
Fío dental: ‘filo dentale’, lo striminzito bikini brasiliano
Forró: popolare ritmo e ballo del Nord-est del Brasile, simile al nostro ‘liscio’
Garimpeiro: cercatore d’oro (Po.)
Gaúcho: abitante dello stato meridionale brasiliano del Rio Grande do Sul
Globo: la più importante emittente televisiva (Rede Globo) brasiliana
Gorda: grassa (Sp./Po.)
Gringo: straniero, bianco (Sp./Po.); in America Centrale solitamente si riferisce solo ai nordamericani, mentre in Sud America vale per tutti i bianchi. Il termine sembra derivare dallo spagnolo hablar en griego (‘parlare in greco’, per definire qualcosa di incomprensibile e culturalmente molto lontano); secondo un’altra interpretazione, invece, deriverebbe da green, verde, come il colore delle divise dai soldati statunitensi che combatterono in Messico. Questo termine è poco usato a Cuba, ma molto in Brasile, anche fra gli stessi brasiliani (i ‘ricchi’ bianchi del Sud sono gringos per quelli del Nord)
Guaraná: Paullinia cupana, pianta medicinale brasiliana da cui si ricava, tra l’altro, una delle bibite analcoliche più diffuse in Brasile
Habitación: camera (Sp.)
Iemanjá (Yemayá Cu.): dea del mare nel candomblé brasiliano (della santería a Cuba); nel cattolicesimo corrisponde alla Madonna
Jah: Dio, nella religione rastafari della Giamaica
Jinetera: lett. ‘cavalcatrice’, ‘fantina’, prostituta che va con gli stranieri (Cu.)
Jinetero (o pinguero): tuttofare illegale a caccia di dollari (Cu.): ruffiano, ‘guida’ per trovare una casa particulár, un paladár o un taxi, sigari, banconote o monete con Che Guevara da rivendere a caro prezzo
Jinetes o J&J: jineteros & jineteras (Cu.)
Kometa: idrovolante per l’Isla de la Juventud (Cu.)
Libreta (de abastecimento): tessera di razionamento che dovrebbe garantire i generi di prima necessità alla popolazione a prezzo politico (Cu.)
Louco: pazzo, folle (Po.)
Machetero: bracciante agricolo, solitamente impiegato nella raccolta della canna da zucchero (Cu.)
Malta: bibita dolciastra analcolica diffusa a Cuba e in diversi paesi latinoamericani
Máquina: auto del periodo prerivoluzionario, solitamente di fabbricazione statunitense, ancor oggi usata come taxi (Cu.)
Marica o Maricón: gay (gergale, dispregiativo, Sp.)
Menina: bambina; ragazza (Po./Br.)
Menino de rua (Niño de la calle, Sp.): bambino di strada (Po.)
Mercosur: alleanza economica tra alcuni paesi del Sud America
Moneda nacional: pesos cubani
Motorista: autista, guidatore (Po./Br.)
Neguinho/a: lett. ‘negretto/a’, più in generale ‘tipo/a’, con una certa valenza dispregiativa (Br.)
Novela: telenovela (Sp. e Po.)
Obrigado: grazie (Po.)
Olorum: orixá supremo, creatore di tutte le cose (Br.)
Ônibus: autobus (soprattutto se di lunga distanza, Br.)
Ordem e progresso: ‘Ordine e progresso’, il motto riportato sul globo al centro della bandiera brasiliana
Oriente: l’Est di Cuba
Orisha: santo sincretico della santería (orixá nel candomblé)
Oxalá: orixá del potere e dell’iniziativa; nel cattolicesimo corrisponde a Gesù (Br.)
Oxumaré: orixá dell’arcobaleno, figlio di Yemanjá; nel cattolicesimo corrisponde a San Bartolomeo (Br.)
Padrão: padrone (Po.)
Paladár: ristorantino familiare cubano a gestione privata; non può servire più di dodici clienti contemporaneamente e ha diverse limitazioni per quanto riguarda i piatti offerti - solitamente proibizione di servire carni pregiate e crostacei
Particulár: privato, solitamente riferito a un’habitación o a un taxi (Sp./Cu.)
Patria o muerte: motto indipendentista cubano, recuperato dai rivoluzionari castristi
Peji: altarino, tavolino riservato alle effigi sacre del candomblé (Br.)
Pelota: baseball (Cu.)
Pelourinho: zona del centro storico di Salvador de Bahia (Brasile); in origine era la colonna alla quale venivano legati gli schiavi, per essere puniti pubblicamente
Período especial: il quinquennio di austerity decretato da Fidel Castro dopo l’abbandono economico dei sovietici, in seguito alla caduta del Muro di Berlino
Perro: cane (Sp.)
Pico: mezza/o, metà di un’unità (Sp.)
Piel: pelle (Sp.)
Pinguero: vedi jinetero
Piranha: pesce vorace di alcuni fiumi brasiliani; prostituta, vorace di dollari (gergale, Br.)
Playa: spiaggia (Sp.)
Porteño: argentino di Buenos Aires (Sp.)
Portuñol: mix di portoghese e spagnolo, parlato solitamente dagli stranieri (soprattutto Br.)
Pousada: alberghetto, pensione (Po.)
Pracinhas: soldati brasiliani che combatterono in Italia durante la Seconda guerra mondiale
Praia: spiaggia (Po.)
Prato feito: piatto basico ed economico brasiliano, solitamente composto da riso, fagioli neri, farofa, pasta, carne o pesce
Preto Velho: figura classica del candomblé, raffigurante un/a anziano/a schiavo/a di colore, sacerdote/ssa saggio/a, soltamente seduto/a
Puro: sigaro (Sp./Cu.)
Puta: puttana (Sp./Po.)
Rapidinho: veloce (Po./Br.)
Real: moneta brasiliana
Roda (de capoeira): sessione, incontro di capoeira (Br.)
Rodoviária: autostazione (Po./Br.)
Salsa: musica cubana e dell’area caraibica
Sampa: São Paulo, così spesso chiamata, da una nota canzone di Caetano Veloso
Santería: l’insieme dei culti religiosi sincretici afrocubani, corrispondente al candomblé brasiliano
Saudade: nostalgia (Po.)
Sertão: zona desertica del Nord-est del Brasile
Socio: modo comune di chiamare un amico con cui si sta parlando (Cu.)
Solteiro: scapolo (Po.)
Sulista: abitante del Sud del Brasile
Swapper: scambista, collezionista che fa scambi (Inglese)
Tarjeta: tessera (telefonica o di altro genere), biglietto (Sp.)
Tarzan: turista italiano, indicato a Cuba con questo termine gergale dai jineteros (soprattutto a Pinar del Río), in quanto ‘predilige le jineteras di colore più brutte (monos, ‘scimmie’)’
Tia: zia (Sp./Po.)
Trova: musica tradizionale cubana nata nel Settecento quale fusione di ritmi spagnoli, africani e franco-haitiani
Van Van: popolare gruppo musicale cubano di salsa
Vedado: quartiere dell’Avana
Vergine del Cobre: l’immagine sacra più amata dai cubani, rappresentata da una madonna nera conservata nella Basilica del Cobre, a breve distanza da Santiago
Viado: termine dispregiativo per indicare un travestito (Br.); lett.: ‘cervo’ (da veado)
Xangó: orixá delle tempeste e del fuoco, dell’ordine e della giustizia sociale; nel cattolicesimo corrisponde a diversi santi (Br.)
Ya ba: pasticca allucinogena thailandese, droga potentissima
Yanqui: yankee, statunitense (Sp./Cu.)
Yemanjá (Iemanjá Cu.): orixá del mare (Br.)
Zapote: anona, frutto tropicale diffuso a Cuba


c'est moi...
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Il mio Brasile su






























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