mercoledì 28 marzo 2012

TROPICO BANANA



TROPICO BANANA

Italianos da Cuba al Brasile


Tropico Banana è una canzone demenziale dei Chiclete com Banana, band che fa musica carnevalesca (ma non solo) niente male, di Salvador de Bahia, Brasile. È anche uno dei leitmotiv di Angeli, forse il miglior vignettista brasiliano: paulista di origine italiana, ha disegnato storie memorabili tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta su Chiclete com Banana (a fantasia di nomi i ragazzi sono solo apparentemente limitati), rivista di fumetti ‘underground’ sino a qualche anno fa straletta e amata dalla suburra più coatta, illuminata e metropolitana del Brasile, oltre che da me. Un po’ il Frigidaire brasiliano, evaporato nel panorama editoriale come quest’ultimo, Chiclete com Banana ha dato voce alle menti più folli della scrittura e del disegno, non solo satirici, di quel Paese Dorato.
Nelle vicende dei tanti personaggi di Angeli, oggi in parte trasmigrati su internet o su alcuni quotidiani - Os Skrotinhos, gemelli sporcaccioni che aprono bocca solo per dire maialate; Bob Cuspe, tardopunk che sputa sonori scaracchi in faccia a ciò che odia (tutto e tutti); Rê Bordosa, sbevazzona bukowskiana; Walter Ego, narciso intellettualoide che passa la vita a dialogare con lo specchio in bagno; Bibelô, classico macho cafone, tutto fischi alle bunde di passaggio, stuzzicadenti tra gli incisivi e grattate alle parti basse; Rhalah Rikota, guru fintoindiano che pensa solo all’intimo donna delle discepole e alla pienezza del suo stomaco -, uno dei motivi ricorrenti è spesso quello di appartenere tutti, sebbene attori di un presepio metropolitano, a un immaginario Tropico Banana: un grande paese immaginario vittima dello sfruttamento, prima di tutto economico, poi anche sessual-vacanziero, dei potenti del mondo (multinazionali straniere e ricchi fazendeiros locali in prima linea). Un po’ una Repubblica delle Banane, la stessa di cui Woody Allen si elegge presidente rivoluzionario e che fluttua come spauracchio tra le menti latinoamericane più attente di ciò che non vorrebbero fosse il loro paese.
Gli italiani, sicuramente, hanno una forte responsabilità nel contribuire all’effettiva esistenza di questa repubblica immaginaria: sia in America Latina, dove le affinità culturali e linguistiche sono maggiori, sia nel resto del ‘terzo mondo’, dove l’arroganza da membro del G8 e il business invadente dei tour operator la dicono lunga sul processo di omologazione globale, a Nostra Santa Immagine & Somiglianza.
Da qui il sottotitolo, Italianos da Cuba al Brasile. I due paesi non sono stati scelti perché più ‘bananiferi’ di altri (fate un salto nel Salvador o nel Paraguay, o magari anche solo a San Marino, e di banane ne vedrete a pacchi), ma per altri due motivi, molto precisi. Innanzitutto perché frequentati da orde di nostri compatrioti/e (oranghi/e), in gran parte filosofi dell’avventura erogena, possibilmente abbronzata e a prezzo da 3x2. E poi, soprattutto, perché hanno molte caratteristiche in comune: la religione (santería a Cuba e candomblé in Brasile, figlie degli stessi schiavi e degli stessi re africani trasformati in dèi/santi), l’amore per la musica che fa muovere le anche e gli ormoni, la gioia di vivere nonostante le mille magagne di economie surreali, una forte sensualità spruzzata nell’etere senza preoccuparsi dei danni al buco dell’ozono e quasi istituzionalizzata, certa architettura popolare (casette con facciate che sono la traduzione della fantasia matta di entrambi i popoli: ingressi triangolari, tinte che vanno dal viola fosforescente all’oro, cornicioni con greche, ecc.) e, più in generale, una fratellanza spirituale, intangibile ma fortemente percettibile nell’aria: all’Avana come a Rio, a Santiago come a Salvador.
Lo scopo di questo libro, dunque, oltre a quello principale di farmi lievitare il conto bancario e allargare il numero delle ammiratrici, vorrebbe essere quello di descrivere/trasmettere, attraverso brevi flash di esperienze (tutte, lo giuro, verissime), due realtà per molti aspetti simili - ma anche molto distanti - unite (non sempre) da quell’anello di congiunzione che è il turista/viaggiatore/curiosone/abatantuono italiano (ma non solo: può anche essere spagnolo o nordamericano, l’approccio con il ‘Sud’, quasi sempre, è il medesimo). Sicuramente molto più per criticare le nostre, di magagne, poi, eventualmente, le loro. Il lettore attento, al di là della superficiale e apparente pennellata di sarcasmo antiterzomondista (facciamoci due risate sulle miserie del Sud, poi, magari, riflettiamoci sul serio, passando prima attraverso le nostre: meglio che piangere immediatamente lacrime buoniste, per poi rifilare diete liofilizzate o costumi da bagno ai terremotati o ai profughi dei Balcani, lasciandoli a marcire nei container), saprà scorgere che la verità vera, quella su cui riflettere, non sia perché al tropico crescano le banane - i conquistadores ce l’hanno insegnato a machetate mezzo millennio fa -, ma perché un occidentale, sempre più solo potenzialmente ricco anche di cultura e di storia, debba sorbirsi ore di volo per coltivare i bananeti della propria sfiga.

Avviso ai consumatori
Questo libro, in parte, può essere meglio apprezzato (o detestato) da chi già conosce i paesi in questione. Solo chi già c’è stato, infatti, potrà riconoscere, più rapidamente di altri, punti di riferimento e atmosfere, a volte, celati fra le righe. Per chi non ha mai visitato il Tropico Banana, invece, questa lettura offrirà una prima infarinatura di taglio, ce l’ho messa tutta, ben lontano dai cliché patinati dei dépliant turistici.
I fatti narrati vanno storicizzati, congelati nel periodo cui si riferiscono: il 1999 (anno di grandi cambiamenti) per la parte cubana, l’ultimo decennio del Novecento per quella brasiliana. Tentare di estendere e adattare le situazioni descritte a un periodo successivo, in paesi così suscettibili alle trasformazioni, sarebbe una forzatura falsante.
Ai lettori la parte ‘brasiliana’ potrà apparire meno compatta di quella ‘cubana’. Ciò è dovuto al fatto che è stata scritta a più riprese e ambientata a diverse latitudini (il Brasile è un luogo dell’anima), in cinque lunghi anni attraversati da fasi pre/durante/post-matrimoniali dell’autore-protagonista (muà), con conseguenti rapporti mutevoli nei confronti del, continuiamo pure a chiamarlo così, ‘gentil’ sesso. Il taglio che ne risulta, dunque, è volutamente frammentario: brevi flash che, spero, riescano a comunicare emozioni e a dare un’idea - anche senza seguire un principio di omogeneità tematica e anche a chi non c’è mai stato - del País Maravilhoso.

Ringraziamenti
A Zio (Filippo), per parte della parte do Brasil; ad Àgnel, compagno di merende cubane; a Valeria, maestrina di Vigevano cui devo i primi (secondi) rudimenti dell’ABC.


A BREVE IN AMAZONIA




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