mercoledì 28 marzo 2012

CUORE MATTO







CUORE MATTO
Sistole in movimento

di Pietro Scòzzari





Perché


Uno - No money, no honey
Due - Amore familiare
Tre - Amore proibito
Quattro - Caccole di passione
Cinque - Luna di miele
Sei - Modelle e tucani
Sette - Irene
Otto - Catena di montaggio
Nove - Wolf
Dieci - Urla boscimane
Undici - L'ora del tè
Dodici - Succhiaseppie


Glossario e ‘gergario’




Perché
Fino a qualche anno fa ero un essere umano normale. Mi innamoravo a ogni morte di papa, venivo travolto dagli eventi, ne uscivo a pezzettini, ricominciavo daccapo. Come tutti, più o meno.
Negli ultimi anni, però, le cose sono cambiate. Sarà che i compleanni si accumulano, che ho passato troppo tempo in Brasile - terra in cui cinque sensi non bastano -, oppure che sono stato plagiato da una cara zia che vive di pane e sentimento. Comunque siano andate le cose, la dura realtà odierna è che sto vivendo una vita da Harmony. Mi innamoro mediamente tre volte al dì, dopo i pasti. Con tutte le conseguenze del caso, solitamente disastrose. Spero che prima o poi mi passi, forse riuscirò ad avere una vita più tranquilla e felice. Per il momento, però, mi basta un battito di ciglia, un ancheggiamento più roteante della media, una pelle con sfumature vagamente fuori dalla tavolozza italiana standard. E perdo la testa. Più passa il tempo, più - ho notato - vengo calamitato dalle donne esotiche, quelle di casa mia mi perdoneranno (non ho preconcetti in materia). Deve essere perché sono da sempre un esterofilo, ma mi basta che una abbia un taglio di occhi non omologato, un braccino storto, un apparecchio fra i denti, parli una lingua marziana e\o sia gialla\verde\viola, e comincio a viaggiare con la mente. Il cuore mi balla un samba, la sudorazione si apre come un rubinetto spannato, sento che gli occhi mi diventano liquidi e promettono cose sozze. Non ci posso fare nulla, è più forte di me. Sono un abatantuono contro il mio volere.
Ecco dunque questo mio Cuore matto, compendio e diario di memorie di diversi anni registrate in quattro continenti, seguendo le montagne russe delle mie sistole & diastole.
Se appartenete a quella razza di lettori che ama catalogare tutto, vi facilito il compito preannunciandovi che tra le mani avete un libro dedicato al turismo sensuale. Ingredienti di base: un cuore estremamente sensibile al fascino femminile e una buona serie di biglietti aerei.
Spero che, oltre a farvi quattro risate, a fine lettura vi permetterà di darmi qualche saggio consiglio su come darmi una calmata. Prima che un infarto mi fulmini.








Cuore matto










Uno
No money, no honey
Qualche anno fa un aereo della PAL, la Philippines Air Lines, si schiantò su una città delle Filippine, non ricordo quale ma, come direbbero gli americani, non è questo il punto. Se l’aereo fosse precipitato su una città italiana molto probabilmente sarebbe esploso su una pizzeria o su un parcheggio di motorini, mentre nelle Filippine disintegrò un locale-simbolo di quel simpatico paese: un go-go bar, in altre parole uno scannatoio per turisti stranieri e per qualche raro indigeno con i soldi e il concetto della famiglia poco radicato. Un bar fumoso pieno di luci colorate e musicazza assordante nel quale le ‘ballerine’ in bikini e zeppe si avvinghiano pigramente attorno a un tubo metallico di chiara rimembranza fallica, in attesa che l’avventore, dopo cinque o sei birre e un accurato esame della merce esposta, paghi la barfine al\la papa\mama san e ‘liberi’ la ragazza, destinazione camera d’albergo o motel. In fretta, su.
Qualsiasi paese di piccola\media grandezza della provincia filippina, infatti, non appena assapora una minima crescita del giro di affari, si munisce, oltre che di alberghi e supermercati, anche di luoghi’ di piacere’. Nel 1989 trascorsi due mesi e mezzo a Manila e dintorni e, anche se nei settanta e passa giorni colà spesi non piantai le radici esclusivamente nei go-go bar, conservo simpatici ricordi di quella location e dell’atmosfera che aleggiava sul tutto. Ermita e Malate, i due quartieri ‘a luci rosse’ (il secondo, con un nome così, che cos’altro poteva essere), e le loro vie più infuocate, Mabini e M. H. Del Pilar Street, oggi sono stati ‘ripuliti’ da qualche sindaco\militare maniaco dell’ordine, con la conseguente diaspora a trecentosessanta gradi della manovalanza che campava di sentimenti a tassametro: non solo le ragazze, ma anche ruffiani, baristi, buttafuori\dentro, alberghetti a ore, medici specializzati in malattie veneree, tassisti, ecc. Il famoso indotto, insomma.
In onore ai tempi d’oro del turismo sessuale - nel 1989 a Manila girava la voce che l’unico caso di AIDS di tutto l’arcipelago fosse dovuto a una professionista brasiliana che lavorava con i Berlusca locali; tempi di cieco ottimismo - voglio qui immortalare, se non su dieci tavole di pietra almeno su dieci pagine di libro, diversi aneddoti succosi (così spero che sembrino anche a voi; per me, senz’altro, lo furono).
“Che fine avevi fatto, Franco?”
“Infarto. Ci sono rimasto sotto mentre trombavo. Ho avuto un paio di giorni di convalescenza, ma ora rieccomi in piedi.”
Franco, in effetti, è bianco come un cadavere e sudaticcio, più del solito. Anche in queste condizioni barcollanti, però, quando lo incontro durante la processione dei flagellanti a San Fernando Pampanga, in occasione delle crocifissioni della Settimana Santa, tiene per mano Teresa, la sua fidanzata filippina ventisettenne. Franco è un mio vicino di camera al Liberty Motel, locale tristemente famoso di Angeles City, città-bordello all’epoca sede di un’enorme base aerea statunitense. Lì uno dei suoi aviatori più depravati stuprò a morte una ragazza dei go-go bar con una bottiglia, infettandola irreversibilmente, nella maledetta stanza diciannove. Ora le ragazze non ci vogliono più mettere piede, tutte le altre vanno bene fuorché quella: si dice che porti male e che il fantasma della fanciulla circoli incazzato fra le pareti.
Franco è un professore di russo all’Università Cattolica di Milano di oltre sessant’anni, e ogni sei mesi si prende un’aspettativa altrettanto lunga (sei mesi, non sessant’anni) per andare a svernare al tropico e avere rapporti non solo platonici con l’altro sesso.
“Sono vecchio, con la panza e la pelata, però il circuito occhi-cervello-uccello mi funziona ancora come quando ero un ragazzino. In Italia le donne mi guardano come se fossi trasparente, e se oso fare un complimento le più gentili mi sputano sugli occhiali. Le altre chiamano i carabinieri.”
Non posso contraddirlo, anche se non è certo l’Amore tanto abusato a San Remo ad animare Teresa. A giudicare dalla quantità di frappè e pranzi e cene che questa consuma, infatti, Franco deve sborsare per il viaggio come se in famiglia fossero in tre. Però, così, e anche se Teresa non è proprio freschissima - dentino d’oro, pelle che ha già visto molte lune e molti clienti -, riesce a regalarsi qualche momento di oblio e piacere. Non gli si può dar troppo torto, non più di tanto. Teresa è maggiorenne e vaccinata, Franco forse farà i conti con la propria coscienza, qua o lassù, prima o poi.
Altro compagno di investigazioni, questa volta con il cuore più in ordine - anche perché di anni ne ha solo quaranta -, è Kirk, simpaticissimo tassista di Santa Barbara, California. Anche lui in aspettativa. A questo proposito, mi piacerebbe avere tra le mani i dati della Farnesina su quanti italiani vegetino al tropico ‘in aspettativa’, sarebbe illuminante. Come quel romano con i baffi, impiegato a tempo perso in qualche ministero della capitale, che qualche anno fa incontrai a Krabi, in Thailandia. In una capanna sotto una palma e con una spiaggia mozzafiato davanti e, soprattutto, con un’olandese tutta bionda e tutta mozzafiato, con la metà dei suoi anni, sotto lo stesso tetto. Che qualcuno mi dia un’aspettativa, presto. Chiuso l’inciso.
Kirk, a differenza dei suoi connazionali che si trascinano su e giù per i bar di Angeles City, non è un militare con il culone e il taglio di capelli da marine. Indossa ricciolini biondi e un sorriso smagliante, ha una cultura un ziliardo di volte superiore ai John e alle Jane di stanza e sa osservare con sarcastico distacco i suoi compatrioti.
“Hey, guarda là” - un pomeriggio mi indica una piccola farmacia a due passi dalla base militare.
Un cinghialone biondo, accompagnato da un commilitone altrettanto sb\tronzo, sta cercando di spiegare alla farmacista inglesepriva che vuole, vorrebbe, dei preservativi. Questa non capisce, lui appoggia la bottiglia di Carlsberg da asporto sul bancone e mette le mani a mezz’aria come se stesse accarezzando la punta di una bomba intelligente, a mo’ di cupola. Poi inizia ad andare su è giù, vorticosamente.
La donna, finalmente, capisce.
Kirk è schifato dai rambi locali, ma l’atmosfera mostruosamente kitsch del luogo - negozietti con quadri che ritraggono John Wayne vestito da cowboy e magliette con spiritosissime scritte del tipo It’s cheaper to pay a barfine than alimony (liberamente traducibile con ‘Costa meno pagare una zoccola che gli alimenti’) - lo attrae magicamente, almeno quanto me. Il fascino dell’orrido, a volte, può essere incommensurabile.
Il suo sport preferito, una specie di sfida con se stesso, è quello di riuscire a raccattare qualche ragazza con la sola seduzione della chiacchiera (zero dollari), forte della sua ‘diversità’ di turista\non militare. In effetti, le donne di Angeles sono abituate ad avere a che fare solo ed esclusivamente con facoceri in divisa e portafogli sbrindellato, per cui tutto ciò che esuli dal déjà vu suscita il loro interesse. A volte qualcuna ci casca, rapita dall’innegabile fascino gatto&volpesco del mio amico.
 “Odio le belle ragazze, le Barbie da copertina. Mi hanno veramente stufato. Al contrario mi fanno impazzire le orientali bruttine, possibilmente piccoline e con gli occhiali.”
Fino al giorno in cui ho sentito Kirk proclamare questa frase ho insistito con la mia instancabile ricerca della bellezza sui troppo ovvi binari dei canoni classici, tipo modella anoressica con la puzza sotto il naso. Da allora, però, ho iniziato a valutare, con forza sempre crescente, il bello che si nasconde nel chiletto di troppo (finalmente qualcosa da stringere), nella statura da riforma nell’esercito (donna nana...), l’occhiale, l'apparecchio per raddrizzare i denti. Richiuso l’inciso.
Seguendo questo personalissimo manifesto antropologico, l’idolo Kirk è riuscito, in pratica, a rapire con le chiacchiere una mondina di Batad, uno spettacolare villaggio sperduto del nord di Luzon (tutti quelli che sono andati a scuola nelle Filippine, forse unica eccezione le farmaciste di Angeles, parlano un buon inglese sin dall’infanzia). La ragazza, piccolina e di bellezza non immediatamente riconoscibile, non aveva mai messo piede e zappa fuori dalla risaia, ma quel gran genio del mio amico è riuscito a convincerla di seguirlo in quel casino orrendo che è Manila. Il famoso potere della parola, quella che fa separare le acque e attraversare gli oceani a piedi. La stessa che un pomeriggio, dopo una parlantina di almeno un’ora, gli permette di farsi accompagnare gratis in camera da una professionista da catena da montaggio di Angeles. La manovale fa lavoretti sotto la scala che dalla strada porta al piano superiore di un affollato go-go bar. Come campionario, oltre a se stessa, offre una lingua vorticosa che fa saettare, sembra una via di mezzo fra un drago e una medusa, a ogni militare che sale\scende la suddetta scala. Uno su due non riesce a resistere a tale proposta commerciale, e nell’ora trascorsa assieme a noi divagando in pettegolezzi ha chiesto scusa almeno sei volte a Kirk.
“Vado, faccio veloce e torno, ok?”
I clienti escono soddisfatti dal sottoscala, cosa che scatena la curiosità di Kirk.
A volte, però, capita che il mio amico tassista si imbatta in qualche ragazza scarsa in rudimenti inglesi, probabilmente strappata dalle campagne in età scolastica e buttata a lavorare in un go-go bar dalla famiglia, con la connivenza dei papponi. Queste ragazze, solitamente, quando arrivano i clienti recitano tutte il medesimo copione, avvicinandosi e rivolgendo loro domande-tipo, sempre uguali: “What’s your name\Where do you come from\How long in Philippines???”, alle quali qualsiasi risposta va benissimo. Alla ragazza non gliene può importare di meno e prima o poi nel corso della serata, fingendo di essere realmente interessata a conoscere il cliente, le ripete almeno tre o quattro volte, essendosi già stradimenticata di tutto ciò che è stato detto. In questi casi Kirk, non senza una certa arroganza tipicamente americana, ama infierire, sbizzarrendosi con le domande più cretine.
 “Do you swallow?”
 “Yes, yes, my name is Lina and I’m twenty.”
Cose così.
Le parrucchiere, è noto, sono donne democratiche e sportive, che sanno riconoscere i sentimenti ed essere generose con il popolo al momento opportuno. Non ho mai capito perché, deve essere per la noia di otto ore passate a rimestare nella forfora altrui e ad annusare coloranti cancerosi, però uno dei cliché della nostra cultura - emiliana e, più in generale, italiana -, veri come tutti i cliché, è che chi traffica con phon e bigodini, una volta uscito dal salone, ama trafficare con pompe e pompini. È con queste convinzioni che Kirk (un gemellaggio tra Emilia e California?) un pomeriggio mi trascina in un salone di parrucchiere di Angeles. Il posto sembra una via di mezzo tra un alveare e un go-go bar, lo potremmo chiamare zoccoleto senza troppi timori di smentita. Le estetiste ci tempestano di domande e occhi dolci, e Kirk si innamora in mezzo minuto della più giovane e carina. Ha un ciuffo ridicolo a banana sulla fronte e veste pantacalze turchesi attillatissime. Kirk ci mette altro mezzo minuto a convincerla di seguirlo al Liberty Motel - “No, non ti preoccupare, non sto alla diciannove” -, anche perché a quest’ora nel salone di clienti non ce ne sono.
Rivedo il mio amico nel tardo pomeriggio.
“Allora com’è andata?”, sono viscidamente curioso.
“Paz-ze-sco! Come siamo entrati in camera la tipa mi ha detto che voleva il mio fresh milk, la finezza non è per tutti, ma ho comunque apprezzato il messaggio onirico, in quanto mosso da buoni sentimenti. Al mio yes, all you want è corsa alla reception e dopo un paio di minuti è tornata con un secchio pieno di ghiaccio, ma senza bottiglia di champagne. Si è infilata due o tre cubetti in bocca e ha iniziato a tritarli come una schiacciasassi, poi mi ha regalato quello che ha chiamato, te lo giuro schiattassi in questo esatto momento, un Manila on the rocks. Esaltante, sono rimasto muto per la gioia, la novità e il freddo, che sballo... Quando ha finito mi ha chiesto se volevo provare anche il Colgate job, ma ho temuto che il dentifricio mi infiammasse le mucose, per cui ho declinato gentilmente l’offerta. Fuck me, then, mi ha ordinato la tritaghiaccio e, per riconoscenza, ma anche perché ero ancora attizzato da tutta quella fresca scoperta, mi sono fatto sotto. Le ho tolto lentamente il pantacalze ma, quando sono arrivato alle ginocchia, l’Orrore, nel senso più apocalypsenowiano del termine. La ragazza ha qualche malattia orrenda, per cui dalle rotule in giù le gambe sono nere come la pece, fino alle dita dei piedi. Maschera il tutto con collant chiari, ma visto da vicino lo spettacolo era così schifoso che tutte le viscere mi sono rientrate nella loro custodia naturale, i peli di sopra e di sotto mi si sono rizzati a istrice e sono retrocesso di almeno mezzo metro dal letto. Come la tipa ha capito che manco morto avrei infilato il mio coso in quel budino nero ha iniziato a strillare, mi ha dato del baclà, frocio che vuole solo essere succhiato, e non se n’è andata finché non le ho allungato, contro i miei più saldi princìpi, cento pesos. Sono rimasto mezz’ora seduto a fumare e a fissare la parete e il mio uccello, imprecando e sperando di non essermi beccato la peste. Però, con il ghiaccio, che artista...”

Io e Kirk, non sazi dell’hard di Angeles City, ci trasferiamo per un fine settimana a Olongapo, città sede di una gigantesca base della marina statunitense. Dagli aviatori siamo passati ai marinai, l’hard più hard che ci sia. Oggi, dopo che le basi sono state abbandonate dagli americani nel 1992, Olongapo sopravvive grazie alle attività del porto, ma allora... La città era una Angeles moltiplicata per dieci, bar, zoccole e tutto il resto. “Per favore, chiedi al tuo amico se vuole che gli faccia un pompino.”
La richiedente, questa volta senza secchi di ghiaccio tra le mani, è una simpatica figliola che incrociamo all’interno di una jeepney, il taxi collettivo usato nelle Filippine. Il potenziale fornitore sarei io, ma non so per quale imperscrutabile motivo (vergogna? se sì, dove?), la ragazza - short labiali, labbra a canotto e cuffie da walkman sulle orecchie - usa Kirk come intermediario. Non osa farmi la proposta direttamente. Il risultato, comunque, è che sono ancora con i bagagli in mano: prima una camera, una doccia e un pranzo. Poi, eventualmente, bisogna vedere le condizioni, il resto.
Olongapo sembra uscita da un film, e il suo hard è così hard che né io né Kirk ce la sentiamo di agire da attori. Ci limitiamo a essere spettatori, il set è già così riccamente affollato che il solo fatto di essere lì e di non beccarci lo scolo o una bottigliata sulla nuca da qualche marinaio ubriaco ci basta. In ordine alfabetico, la città è (era) un’accozzaglia di:
animali da go-go bar
butterflies (professioniste free-lance)
cameriere svogliate e maleducate, in puro American style
dementi in libera uscita a bordo di Harley Davidson fosforescenti
elementi da prendere, chiudere in gattabuia e buttare la chiave
figa, di tutte le misure, età, prezzi e profumi
go-go bar
health centres’ (massaggiatoi)
ignoranti di tutte le razze
jeepneys scoreggianti
karateka da marciapiedi del sabato sera
locali di quarta categoria sotto zero
medici specializzati in veneral diseases
negroni musulmani seguaci di Malcom X (nelle ore di libera uscita)
orifizi esplosi con la dinamite
polizia militare con il manganello pronto
qualunquisti
ruffiani
stivali di pitone per texani
tatuatori specializzati in draghi e sirene
ubriachi molesti
venditori ambulanti di magliette e cappellini con scritte da\per soldati americani (tipo I love U no shit, but buy your own fuckin drink)
wanted a go-go dancers (cartelli all’entrata degli scannatoi)
x gente da gasare
yeah! (dappertutto)
zoccolame, vario e assortito

Reggiamo a tutto ciò meno di ventiquattrore, anche perché la prima e unica notte che vi passiamo, girovagando per le buie viuzze periferiche, un travestito abborda Kirk e con una carezza fulminea gli fotte l’orologio con l’agenda elettronica sulla quale il mio amico aveva annotato tutti gli indirizzi degli ultimi cinque anni. Bestemmia cose americane fino alla porta dell’albergo e il giorno dopo, quando riprendiamo l’autobus per Manila, non ha ancora smesso.
Postscriptum: dimenticavo qualche slogan da maglietta e\o cappellino; eccolo, per chi volesse approfondire l’argomento (la sintassi è quella che è, ma le frasi sono ricche di colore):

1)  Please, Lord, when I die don’t send me to Heaven but send me to the Philippines
2)  Fighter by day, lover by night, alcoholic by choice, sailor by mistake
3)  I may not go down in history, but I will go down on your little sister
4)  It only takes 30 seconds to make a baby, but takes 2 ½ hours to make a woman happy
5)  Caution: this hat stops at all bars
6)  Member Philippine drinking team
7)  Fuck off
8)  Who gives a shit?
9)  If you’re rich I’m single (riservata alle donne locali)
10)  I drink, I get drunk, I fall down, no problem!
11)  Russia sucks
12)  Hey, Russia, this one’s (dito medio alzato) for you, baby
13)  I’m not buying whatever the FUCK you selling! (per tenere lontani i venditori ambulanti)
14)  Oral sex is a dark & lonely job, but God damn somebody’s got to do it!

E poi qualcuno continua a stupirsi se gli arabi invasati vanno a parcheggiare contro i grattacieli?






Manila, in particolare i quartieri di Ermita e Malate, erano un altro paio di maniche. Meno orientati verso una clientela esclusivamente militare - a parte qualche cartello di welcome sulla porta dei bar ogni volta che la portaerei attraccava in città -, accoglievano gente di tutte le razze e di tutti i gusti, dai fanatici del blowjob (una serie di localini lungo M. H. Del Pilar Street era specializzato nel servire fellatio su misura) ai pedofili (che monopolizzavano uno squisito bar d’angolo, all’aperto), purché portatori sani di valuta frusciante. La prima volta che avevo avuto notizie delle follie erotiche di Manila era stato per voce di Paolo, un amico bolognese.
“C’è persino un teatrino, scuro e con il puzzo di piscio, dove per cinque pesos (un peso all’epoca valeva settanta lire) puoi infilare una bottiglia di Coca-Cola, quelle piccole, su per la gnocca delle ballerine.”
Con o senza il tappo, era la domanda che mi facevo ogni volta che pensavo a quella performance.
Quando sbarcai a Manila, ovviamente, fu il primo locale che andai a cercare, ma non riuscii a trovarlo. Non era segnalato sulle guide, nemmeno sull’onnisciente Lonely Planet. Fui bravo, però, nell’essere trovato, uno fra un mazzo di mille occidentali che si trascinavano da quelle parti, da un grassone finto-cileno che voleva derubarmi.
“Scusa, sai, parlo solo spagnolo e in questo casino di città mi sono perso. Puoi accompagnarmi con il mio taxi, per favore? Devo raggiungere l’indirizzo XZY, ma non riesco a farmi capire dal tassista (un complice losco losco che lo\mi aspettava al volante)...”
Per un attimo, schiavo della mia innata buona educazione, stavo per salire sulla trappola mortale. Sicuramente, se l’avessi fatto, sarei finito tra i cumuli di pattume di Smokey Mountain, il quartiere periferico sorto su un immondezzaio grande come una città, e non qui a deliziarvi con i miei ricordi. Per fortuna il grillo parlante mi fermò e, un secondo prima di infilare il piede nell’auto, mi vennero in mente impegni precedentemente presi. Desculpe, eh?
Se le truffe avvenivano alla luce del giorno, era la notte che dava il meglio della città o, almeno, di chi la interpretava in un certo modo. La vita si svolgeva lungo un tratto piuttosto ristretto di M. H. Del Pilar Street, e il gallo che segnalava l’alba lì erano i buttadentro dei go-go bar che dopo l’ora del tè cominciavano a sbattere rumorosamente, con un fragore da grossi petardi, le porte dei localacci ogni volta che un probabile cliente vi passava davanti. Il boato aveva lo scopo di attirare l’attenzione del viandante, altrimenti distratto dalla baraonda del traffico, dei tubi di scappamento spetazzanti, delle luci intermittenti dei massage parlour e dalle fanciulle all’entrata che elargivano sorrisi da piazzista. L’effetto della porta deflagrante, però, era quello di un colpo al cuore, e in più di un’occasione arrivai a minacciare di morte i buttadentro (tutti il triplo di me, per cui non mi azzardai mai ad alzare un’unghia; ma dentro di me li odiai, oh, come li odiai).
I go-go bar, in quella zona - ogni anno ce n’era uno più ‘in’ degli altri, che dettava stile e trend -, lavoravano ininterrottamente ventiquattrore al giorno, anche se dopo le due-tre di notte alle ragazze iniziavano a mancare le forze, e le più stanche o ubriache si addormentavano sui banconi o sulle sedie. Tra i locali più memorabili c’era Rosie’s Diner, un mangiatoio all’americana specializzato in ottime cotolette con il purè (in due mesi e mezzo di Filippine non mi avvicinai mai a un puzzoso piatto che fosse uno della cucina locale; il paese, d’altronde, sembrava una succursale degli States anche a tavola, e a me andava benissimo). Lì, dopo la masticazione, l’attività più stimolante era quella di lanciare languidi sguardi alle cameriere, tutte supercarine, tra una forchettata e l’altra. Con una ci uscii pure, ma avviò l’iter classico che certamente avrebbe portato ai confetti e agli inviti per settecento parenti, per cui mi feci rapidamente di nebbia.
Dopo le cameriere, da Rosie’s l’attenzione veniva calamitata a ruota da un ciccione tedesco, pazzo marcio, che tutti i giorni si sedeva solo ed esclusivamente allo stesso posto (una sedia su duecento). Se era occupata aspettava che si liberasse, altrimenti era disposto a morire di fame. Vestiva sempre la stessa Lacoste blu e, ogni tanto, si portava qualche mercenaria al piano di sopra, dove aveva una camera. La tipa, le voci di corridoio lo confermavano, dopo il lavoro scendeva schifata per il tanfo dello scimmione - la medesima dichiarazione proveniva dalle cameriere che dovevano porgergli i piatti. Tra le altre peculiarità dell’odoroso fuori di testa, oltre a quella ovvia di creare il vuoto nei quattro posti attorno a sé, c’era che a tavola non guardava niente e nessuno, se non le pagine di un libro in giapponese tirato fuori da un sacchetto della spesa che si portava sempre appresso. I tedeschi, la storia ce lo dovrebbe aver insegnato, quando sono fuori fanno le cose sul serio.
Gemello e vicino di porta del Rosie’s era l’Hula-Hut, di proprietà dello stesso losco israeliano che, ogni tanto, circolava tra i locali fregandosi le mani (i due ristoranti erano sempre strapieni e lui sicuramente girava in Mercedes con i cerchioni d’oro). L’ambiente dell’Hula-Hut era più riservato, nel senso che l’arredamento era quasi tutto in bambù e le luci erano più soffuse, forse un accorgimento per celare i topi che, grandi come barboncini, ogni tanto sgattaiolavano sul tetto del bar. Qualche militare americano o turista australiano ubriaco, di solito i clienti più affezionati, se li avvistava li prendeva a lattinate di birra mezze piene, senza mai affondarli. Il telegiornale trasmesso dalla vicina base militare statunitense completava il quadro.
Poco più avanti, dalla parte opposta della strada, c’era il Firehouse, un go-go bar goliardicamente travestito da caserma dei pompieri. Lì, tra le note dell’hard rock più inascoltabile, ogni tanto qualche barista suonava fragorosamente la campana dei pompieri per riportare in vita i clienti accasciati sul bancone, cotti dalla birra e dall’ipnotico moto ondulatorio delle ballerine. Queste, infatti, che ballavano per puro pretesto - il vero motivo era esporre la carne da noleggio -, ci mettevano così tanto impegno - l’umpappà con il piedino prima a destra, poi a sinistra - che se non ti facevi quattro righe di coca ti addormentavi in un paio di minuti netti, nonostante i boati della musicazza.
Il luogo più incantevole di tutti, però, era Raymond’s, un non a torto malfamatissimo fast food di tre piani, con discoteca sul tetto, sempre aperto e frequentato dalle peggiori messaline (memorabili un paio di sordomute e una con l’occhio di vetro), perenni ubriachi, spacciatori di schebu - una specie di velenosissimo crack locale - e giocatori di biliardo professionisti, fintamente inesperti, in attesa del pollo da spennare. Ogni tanto la polizia arrivava e portava via qualcuno, ma, nemmeno in quei frangenti, le sante note di Billy Idol venivano interrotte. I travestiti, che monopilizzavano il marciapiedi prospiciente e facevano lavoretti veloci veloci nei bagni di un ristorante, nel frattempo, fatturavano in valute forti.
All’epoca le ‘street-walkers’ o ‘pick-up girls’, le lavoratrici indipendenti, costituivano una seria minaccia agli introiti della mafia. Il governo di Corazon Aquino tentò di frenare il fenomeno, in maniera repressiva e senza risultati, sguinzagliando bande di veri e propri sbirri supercorrotti per le strade di Ermita, laidi personaggi in ciabatte ricoperti da anelli d’oro, a caccia di ragazzine. Le malcapitate che venivano pescate - di solito le più povere e meno ‘protette’ dai pappa, riconoscibili dai vestiti di quarta categoria e dalla mancanza di un boyfriend per manina - passavano la notte in gattabuia, dopo ovviamente essere state malmenate. Non potevano lasciare il posto di polizia finché non avessero pagato qualcosa, in natura o in denaro, al capo del distretto: un anello d’oro del fidanzato tedesco o una prestazione speciale andavano entrambi bene.
Tra queste ragazze circolava uno spettacolare gergo di matrice statunitense, mescolato al tagalog. Esclamazioni del tipo ‘Oh, my God!’, o ‘You broke my condom-heart’, per indicare qualcosa di sorprendente o un fulmineo ‘innamoramento’, erano ripetute spesso e volentieri nel corso di qualsiasi conversazione con il cliente. ‘No money, no honey’ era invece lo slogan utilizzato da quelle che si imbattevano in un cliente particolarmente taccagno, ed ebbe un tale successo che fu esportato perfino in Indonesia (con quel titolo qualche anno fa uno scrittore pubblicò un libro sulla prostituzione indonesiana). ‘Dammi i cinque’ - ‘gimme five’ -, schiaffeggiarsi i palmi aperti delle mani, un gesto palesemente americano per dimostrare la concordanza di idee con qualcun altro, era pure frequente tra colleghe. Anche i comportamenti, i gesti di contorno, non erano da meno. Il biliardo, gioco in cui molto spesso ci si flette sul tavolo, mostrando le proprie doti agli eventuali clienti, era il preferito dalle ragazze, che spesso venivano assunte nei bar come vere e proprie giocatrici, per attirare un maggior numero di avventori. Un’altra caratteristica immancabile era lo stuzzicadenti infilato in bocca, in qualunque occasione, anche durante un’amorevole conversazione con il fidanzato. Ogni ‘intrattenitrice’, inoltre, aveva l’abitudine automatica, quasi meccanica, di tenere per mano, sempre e dovunque, la sua più recente conquista. Per qualche anno, dopo che tornai dalle Filippine, non sono più riuscito a tenere per mano le mie fidanzate.
Fu in questa squisita cornice che conobbi Jocy, diminutivo di Joceline, una splendida free-lance alla quale lasciai un pezzetto del mio cuore (più una bella serie di biglietti da cento pesos). Spiccava fra le altre ragazze del Firehouse - quelle a terra, in abiti borghesi, non quelle in bikini avvinghiate ai tubi del bancone - per la sua riservatezza e lo sguardo triste. Quasi nobile, oserei direi, se non sapessi di che materia sto parlando.
La prima volta che la vidi ero secondo in lista d’attesa, prima di me ci aveva appoggiato gli occhi sopra un alcolizzato inglese, messo k.o. in fretta da una birra di troppo. L’approccio funzionò come da copione: sguardi, mi avvicinai, come ti chiami, bevi qualcosa ecc. Il tempo ha annebbiato i dati, ma ricordo che dopo un paio di sere - non subito, sarebbe stata una dichiarazione di palese professionalità - ci fidanzammo.
Jocy era giovane, ventiquattro anni come me, ma già reduce da un matrimonio disastroso con un ragazzo svedese. Lui aveva fatto questione di portarla al paesello suo e lei, consapevole che nel mitico Primo Mondo avrebbe potuto avere qualche non identificata possibilità in più, lo seguì. A Stoccoma durò qualche mese, il freddo porco e gli alieni di lassù avevano ben poco a spartire con il suo amore per il sole - non importa se oscurato dai fumi delle jeepneys -, per il tagalog e per l’indomita pigrizia che si portava dentro. Jocy, in effetti, sembrava avere il metabolismo di un bradipo, e per fare cinquanta metri esigeva sempre e solo un taxi.
La parentesi svedese, dunque, era durata poco.
“Tra me e mio marito era come se ci fosse un muro. Quando non ce l’ho fatta più ho rimpacchettato le valigie e sono tornata a Manila.”
La lentezza fisica e mentale sembrava averla contagiata anche quando, come si dice nei film e nei libri pornografici, le facevo all’amore\la portavo a letto. Jocy concepiva solo la trombatina del missionario o del fontaniere al sabato sera, rigorosamente al buio. Se osavo accennare a un bacino sotto l’ombelico si irrigidiva e iniziava a urlare, e non per il solletico.
“Pensa che Cora, una mia amica fidanzata a un italiano, adora farsi baciare la cosa. E a lui piace. Che schifo.”
Poverina, non sapeva che cosa si perdeva. E, se è per questo, voci di corridoio di go-go bar mi avevano anche sussurrato che la tal Cora fosse una stacanovista dell’amore applicato alle uscite di sicurezza. Avercela, ‘sta Cora.
L’amore è cieco, è più che noto, e mi innamorai di Jocy anche se al di là di un po’ di sesso da convento e di un triste sorriso tra i suoi labbroni viola superiori (quelli di sotto chi li ha mai visti?) avesse ben poco da offrirmi. I dialoghi erano iperbasici, il muro sembrava averlo eretto anche con me, e come se tutto ciò non bastasse finivo sempre con l’andarla a cercare in qualche go-go bar. Una sera mi portò a ‘casa’ sua, e subito capii perché. Jocy viveva in una catapecchia di lamiera e cartone in cui divideva l’unica stanza con altre tre ragazze, tutte in un metro cubo pieno di vestiti appallottolati e letti a castello. Mi fece un rapido elenco delle sue spese mensili e lì capii che se avessi voluto continuare a frequentarla avrei dovuto aprire il portafogli.
L’orgoglio, però, mi frenava il più delle volte - se volevo un’amante a timer potevo noleggiarla in qualsiasi bar, sicuramente con migliori risultati materasseschi -, per cui non andavo oltre qualche pranzo e cena offerti qua e là. Non per taccagneria, ma perché il gesto di passarle delle banconote mi sembrava offensivo, nei miei e nei suoi confronti. Non riuscivo a capire perché non si cercasse un lavoro decente, e quando glielo chiesi mi specificò che i salari locali erano un insulto.
Una delle poche volte che aprii la cassaforte fu per pagarle un biglietto d’aereo per Boracay, l’idilliaca isola tutta bungalow e sabbia bianchissima dove speravo di trascorrere una deliziosa luna di miele con lei. E farle capire, finalmente, che anche dall’ombelico in giù c’era un intero mondo da scoprire.
“Ti raggiungo fra due giorni, tu intanto vai, prima devo sbrigare qualche faccenda. Aspettami, sono già là.”
La ‘deliziosa luna di miele’ in realtà furono cinque noiosissimi giorni di solitudine schifa, con me ogni giorno più incazzato. La gran vacca si era intascata i soldi del biglietto ed era rimasta a Manila, mentre io vedevo gli altri che si divertivano - orde di israeliani in fattanza da funghi allucinogeni, una spettacolare coppia lesbo olandese\filippina avvinghiata in tanga sulla spiaggia più appartata, gente che si perdeva con il windsurf sulla dirimpettaia isola di Palawan, una brasiliana che giocava a biliardo meglio di Paul Newman.
Tornai a Manila nero come la pece e ci misi un paio di sere a stanare la mia ‘fidanzata’.
“Scusami, sai, ma dovevo pagare l’affitto e non avevo un peso. Mi perdoni?”
Chi non l’avrebbe fatto.
L’essere diventato la banca e lo zio di Jocy mi fu ancor più evidente, se non c’ero ancora arrivato, la notte in cui, dopo avermi estorto una cena con la seguente sceneggiatura:
Io - “Ti amo.”
Lei - “Sì, okay, però adesso ho fame. Pagami un piatto di chicken wings.”
Jocy, ad ali di pollo ingollate, mi dichiarò che subito dopo, anziché passare la notte con me, avrebbe dovuto incontrare un vecchio (bavoso, questo lo aggiungo io).
“I vecchi pagano bene e sono veloci. Devo pagare l’affitto.”
L’alternativa, dunque, era scucire o sapere che sarebbe andata a farsi sbattere da un settantenne con l’alitosi. Feci per aprire il portafogli, ma improvvisamente lo richiusi. Poi mi misi a sedere per un’ora su un muretto, bestemmiando da solo contro i soldi, la terza età, i vecchi che anziché andare in giro a impestare il mondo dovrebbero starsene a casa a godersi i nipoti e la sedia a dondolo, le ali dei polli e la mia eccessiva disposizione a innamorarmi della prima che passa.
Quella notte, così come quelle successive, presi l’abitudine di andare in giro a schiacciare le brigate di scarafaggi che uscivano a cena dai tombini, sport sicuramente più spassoso del giocare al Romeo nei bordelli camuffati da bar. Con enorme, dolorosa fatica mi tolsi Jocy dalla testa. Ma da allora le ali di pollo non mi sono più andate giù, se posso scelgo sempre le cosce o il petto.








Due
Amore familiare
Il mio cuore è grande, enorme, e se spronato dall’abusato motto cama y mesa può fare faville. È con queste convinzioni che un pomeriggio vengo abbordato\abbordo, non ricordo bene la dinamica dei fatti, QUATTRO fanciulle in un centro internet di Puerto Escondido, Oaxaca, Mexxxxico. Sì, quattro in una botta sola, non una. L’occhio e tutto il resto prima mi cade sulle caviglie di una, poi, a ruota, sulle altre. Il sangue che circola nelle loro vene è di un ceppo unico, in quanto all’anagrafe trattasi di n°3 sorelle + 1 cugina. Nella fattispecie:
1)  ragazza dalla faccia volgarotta, come piacciono a me, con tanto di apparecchio sui denti e sorrisino malizioso stampato tra i ferri;
2)  prima sorella, un po’ più giovane, dall’aspetto molto per bene, forse troppo, e dai lineamenti raffinati; lievemente in carne;
3)  seconda sorella, in tutto e per tutto identica alla n°2 (sono gemelle, stesso taglio di capelli, stesso tailleur, stessa dieta);
4)  cugina, decisamente più grande, con lievi tracce del tempo tatuate addosso, ma passabilissima
Tutte carine, tutte passab., il corazón si è già spaccato in quattro parti uguali, una piccola frazione in più per quella con l’apparecchio. Qui, Quo e Qua, le tre sorelle, vengono da Guadalajara e appartengono alla borghesia benestante. Sono qui in ferie, nella terra degli abatantuoni, assieme a Cugina, che è della più vicina Oaxaca, la città con il nome più massacrato dagli italiani. Le 3Q sono studentesse: le due gemelle di giurisprudenza (di che cos’altro potevano esserlo), l’apparecchiata di non ricordo bene. Cugina, invece, vive di alimenti dell’ex marito e sul groppone ha un figlio che vive di merendine.
Da quando ho scambiato le prime battute mi si è stampato tra le orecchie un sorriso da paresi e dentro di me mi chiedo chi, quale posso scegliere?, in un infinito ping-pong autogestito di valutazioni, analisi, sudorini freddi. Come ogni ingordo, esagero con la fantasia - va da sé che le vorrei tutte e quattro, se possibile contemporaneamente - e ho frettissima di concludere. Ci vediamo stasera, ok?
Qualche ora dopo rivedo la famigghia al completo in un localaccio al neon della via principale, in cui Cugino, un capellone alcolizzato che non perde occasione per maltrattare pubblicamente la moglie india, strimpella lamenti etilici con ‘na chitara tra le mani e una damigiana di tequila sul tavolo. Il successo è così strepitoso che siamo gli unici clienti del posto. A capotavola è seduta la grande matrona, la prolifica madre delle 3Q, potenziale suocera, dunque da trattare con i guanti. Convenevoli, domande sull’Italia, birre, tacos, otto occhi puntati addosso a me (oltre a quelli della madre, che controlla la gestione dei gioielli di famiglia). Sotto il tavolo le gambe mi tremano per l’emozione, faccio fatica a buttare giù il cibo e sento i miei occhi che rimbalzano impazziti dall’una altra. A tavola mi hanno incastrato nel luogo più pericoloso, cioè ad angolo tra Apparecchio e Gemella 1, dove la scelta è durissima e la digestione impossibile. Mi sento chiuso su un ring, i cazzotti nello stomaco provengono dal testosterone uscito di ragione che mi uncina lo stomaco. A prima vista, a pelle, sento che Apparecchio potrebbe soddisfare tutte le mie esigenze di uomo vero, con quel sorrisino ambiguo deve aver già visto molte battaglie e sapere il fatto suo. Gemella 1, invece, oltre a essere un po’ troppo pienotta, ha un’aura di verginità, di molto-per-bene per i miei gusti da camionista. E poi, forse, è troppo giovane.
Apriamo subito un inciso. Chi l’ha detto che le messicane sono tutte brutte? Anch’io, in fondo, la pensavo così, quando avevo vent’anni, ero abituato alle finte modelle di casa nostra e, in due mesi di primo viaggio in Messico, ero stato folgorato solo da una quattordicenne in bikini (bello sforzo). Invecchiando e imputridendo, il gusto, per fortuna, si democratizza, apre le porte della percezione. E, tolti i lucchetti e i paraocchi dei canoni classici, ci si accorge di splendori un po’ dappertutto. Inoltre, sarà che in questi anni il Messico è cresciuto economicamente - dunque le rampolle (e i rampolli) benestanti possono giocare di più con trucchi & belletti, abiti e parrucchieri -, ma ho come l’impressione, diciamo pure la certezza, che il livello medio della bellezza sia cresciuto notevolmente. Possiamo andare oltre.
La cena sta terminando, è ora di tirare le somme, cretino e frettoloso che sono. Apparecchio mi fa impazzire, ormai ne sono sicuro, sotto la tenda con i cammelli sarebbe la favorita, ma non sembra degnarmi della giusta quantità di sguardi e sorrisi; Gemella 1 mi piace, è indubbiamente carina, e mi ricopre di sguardi e sorrisi. Sono pigro di natura, perché faticare troppo, per cui al secondo ballo con G1, messa a letto la suocera chioccia (che mi ha fatto tutte le raccomandazioni del mondo) e in amaca il cugino sbronzo (con una bottiglia di mezcal sotto l’ascella), parte il bacio. Posso considerarmi ufficialmente fidanzato.

Le notti di Puerco, solitamente, consistono nel trascinarsi fra i quattro locali più infuocati, dove i decibel disintegrano i timpani e l’alcol scioglie il fegato. Al Tubo, quello più incendiato, Apparecchio dà spettacolo da cubista, imputtanita come solo una ventunenne messicana in ora d’aria dalla madre kapò può essere. Sgambetta in minigonna e mutande su un tavolo, e io sotto, a far finta di non vedere e a sudare. Tempo un minuto e sono già lì che mi mangio le mani e le labbra, mentre succhio quelle di sua sorella. In quel momento ho inaugurato una settimana di sguardi con la coda dell’occhio, tripli sensi, vorrei ma non posso, tutti tesi alla costituzione di un harem e all’allargamento della famiglia.
La mia imbecillità, in fondo, non ha fondo, per cui, grazie alla solita fretta cieca, sono andato a pescare nel mazzo l’unica non trombante della famiglia. Vergine, volendo usare un termine un filo più ricercato, e intenzionata a rimanere tale. Me ne rendo conto in fretta, quando ci avvinghiamo tra le onde e lei inizia a fremere come una suora che ha sentito l’alito di Satana, non appena provo a darle qualche bacino più in giù del pomo d’Adamo.
Nella settimana di fidanzamento platonico ci trasciniamo qua e là sempre in truppa, io con Gemella 1 per manina, i miei occhi e i miei peggiori pensieri avvolti come una cappa viscida addosso ad Apparecchio, quel che resta degli occhi addosso alle altre due, quelli di mamma addosso a me (credo e spero solo per controllarmi). La suocera mi ha adottato da quando ho preparato una cofana di pasta italiana verdadera per tutta la cosca, e ogni volta che mi incontra ne approfitta per annotarsi una ricetta nuova.
“Appena torno a Guadalajara le provo tutte.”
Non ne avrebbe bisogno, la stazza sua e delle gemelle già dovrebbe bastarle, ma il fascino dei carboidrati, sarete d’accordo con me, non ha confini.
“Per favore, puoi lavarmi i peperoni, mentre mi occupo del resto?” - domando durante un pomeriggio culinario alla mia fidanzata. Questa prende un peperone, il detersivo per lavare i piatti, la spazzola per scrostare i sughi più fossilizzati e, aperta l’acqua calda, inizia a darci sotto con olio di gomito. La fermo prima che trasformi il peperone in un blocco verde di fosfati, e lì capisco che il nostro futuro assieme ha le ore contate.
Nel frattempo, per meglio mettere alla prova la fedeltà e il rispetto delle gerarchie familiari, faccio i bagagli dall’hotel del centro e mi trasferisco in una cabaña della madre di Cugina, proprietaria di un terreno che dispone di camere in muratura, catapecchie in legno e tende da campeggio. Lì alloggia l’intera stirpe: se non la mia fidanza ufficiale, magari, una delle altre tre, prima o poi, nel bel mezzo della notte mi verrà a rimboccare le coperte (mi dico).
È capodanno e il posto è strapieno. Il campionario di ospiti è globale: messicani ggiovani con la testa paglia-e-fieno e il gergo da pusher; riminesi tossici e pallidi che vivono chiusi in cabaña a consumare tutte le droghe dell’universo; strafighe argentine che non ti degnano di uno sguardo nemmeno se ti inginocchi e giuri che Evita era tua nonna e Maradona tuo zio; un modenese con il pizzetto da carabiniere che ci dà che ci dà; un cagnolino di proprietà dei riminesi che defeca come un bisonte sul prato, sotto il mio bucato steso al sole; un milanese trapiantato a Città del Messico che di nome fa Giacomo Figa (usa la parola figa al posto delle virgole; e il bello che a DF campa di lezioni d’italiano); la di lui donna, una strastrasorca della zona di Acapulco, una modella (vera) nera, prodotto di quel mix magico che si trova solo in quella zona del Messico (schiavi africani+indios=vendo tutto quello che ho e pianto le radici là); campeggiatori rumorosi e birraioli; gringos scesi da L.A. in camper; campioni di surf portoghesi, gentaglia che passa la vita ad abbronzarsi e a trombare. E poi, come se tutto ciò non bastasse, all’uscita del campeggio quattro ragazze GIAP-PO-NE-SI, da sempre il mio sogno più proibito, hanno messo su una minidrogheria in cui vendono merci che solo una drogheria giapponese può vendere: dolcini bonsai, caramelline dai sapori incredibili, strane robe che non saprei catalogare. Io ogni mattina vado con i lucciconi agli occhi a comprare i biscotti per il caffelatte dalle giappe, uno dei surfisti portuga ci va all’ora del tè, pianta il surf per terra a mo’ di poltrona del salotto di fronte alla baracca e si siede per un’ora buona in contemplazione dei fiori di loto, in adorazione pura, senza comprare alcunché. Le guarda fisso, inebetito. Queste fanno finta di niente, aggiornano costantemente il libro dei conti e mettono in ordine arcobalenico le caramelline, ma il surfista non desiste. L’aspetto più interessante è che le quattro geishe, quattro deve essere il numero magico di P.E., non spiccicano una sola parola di spagnolo o di inglese. Il massimo della comunicazione consiste in sorrisi che trafiggono il cuore e in mille inchini quando ti porgono il resto. Da grande, se non l’avevate ancora capito, voglio una vita giapponese.
Non vorrei essermi lasciato prendere la mano, e ora vi sarete fatti l’idea che Puerco sia un vivaio di gnocca. Ebbene, Puerco è un vivaio di gnocca. Cacucci e Salvatores, d’altronde, mica sono nati ieri. Il fatto, se vogliamo la sfiga, è che il luogo è anche meta di maschi a cinque stelle, perlopiù surfisti dalle pance piatte e dai lineamenti ariani, per cui la concorrenza può risultare insostenibile (soprattutto se non avete pance piatte né lineam. ar.). Ma torniamo alle mie fantastiche quattro (quelle scurette, non quelle gialle). Se di sera ci trasciniamo lungo la via principale, di giorno passiamo il tempo a rosolarci al sole in spiaggia, tra acque di cocco, backgammon, musica, rapide incursioni fra le onde a sbaciucchiarci asetticamente.
Un pomeriggio, però, non ce la faccio più, anche un vero uomo vero ha un limite. Mentre fidanza uff. e inconsapevole torna all’ombrellone, rimango con Apparecchio a farmi travolgere dai cavalloni. Con la coda dell’occhio controllo il resto della famiglia. Mi avvicino.
“Senti, App., ora te lo devo proprio dire, non resisto più. Mi piaci da morire, te quero.”
“E mia sorella?” - mi risponde con il tono di chi sa già tutto e che da tempo stava aspettando che la pentola a pressione scoppiasse. La pentola è scoppiata.
“Non lo so, solo ora ho capito che non mi piace, mi sembra una bambina. Tu no, e io sono troppo grande per giocare. Come facciamo?”
“Mi dispiace, non posso ferirla. Già in passato abbiamo litigato perché le ho portato via qualche fidanzatino, non voglio che si ripeta. Perché non mi hai detto prima che ti piacevo? Anche tu mi piaci, ma ormai è troppo tardi...”
“La sera che ci siamo conosciuti mi sei sembrata poco interessata a me, mentre tua sorella no. Ecco perché. Ma la verità è che voglio solo te.”
“No, mi piacerebbe molto, ma non si può proprio. Siamo in Messico, non so come funzionino le cose a casa tua, ma qui se ci si fidanza con una non ci si può fidanzare anche con la sorella.”
Rimasi come un cretino a farmi schiaffeggiare dalle onde, me lo meritavo.
Dopo la dichiarazione, praticamente un atto notarile esteso a tutta la famiglia, la medesima raggelò improvvisamente i rapporti nei miei confronti, chissà perché. La sera smettemmo di uscire assieme e di giorno le quattro grazie andavano sotto un altro ombrellone, possibilmente in un’altra spiaggia. Quando le incontravo non superavamo un ciao di circostanza, qualche formalità cretina e poco più. L’unica apparentemente non scalfita nell’orgoglio era la madre, che continuava insistentemente a chiedermi ricette per la pasta e a elargirmi sorrisi. In fondo di puledre da piazzare ne aveva tre, una valeva l’altra.
Il capodanno passò non senza dolore, con Apparecchio che in fretta e furia si apparecchiò un fidanzatino mordi-e-fuggi, baciato sulla pubblica via e ostentato per manina ogni volta che mi incontrava. La vendetta del clan, la bava della mia invidia. Fulmini trafiggenti dagli occhi delle due gemelle, apparente indifferenza da quelli di Cugina, più navigata e scafata, peraltro passata in fretta sotto la macina del modenese.
La tristezza mi colse profonda, finché una sera non comprai distrattamente un pacchetto di caramelle nella drogheria della via principale. Mentre alzai gli occhi per pagare fui preso a scudisciate in faccia dalla bellezza della tabaccaia. Viso angelico, corpo spettacolare, piedi da Nutella.
“Come ti chiami?”
“Angelica.”
Lo giuro, non era un nome d’arte. Sfiga delle sfighe, Angelica era sposata con Il Macho locale, uno bello, grosso e che mi avrebbe spiezzato solo con lo sguardo, per cui niente da fare. Quando sono tornato in Italia sono dovuto correre dal dentista. In caramelle, a Puerco, ci devo aver speso almeno il 10% del mio budget.








Tre
Amore proibito
Io, se non rimescolo con le famiglie, non sto bene. L’Azienda mi ha affidato un gruppetto di turisti da scarrozzare nello Yemen a capodanno, in tempi ancora non sospetti - i rapimenti sono solo una moda priva di morti ammazzati e gli sceicchi non hanno dichiarato guerra ai muratori di Manhattan. Il gruppo, non grande, è composto per la stragrande maggioranza da romani, più una coppia di Cuneo. Il lui cuneese è visibilmente insopportabile (torinesi falsi e cortesi) già alla prima stretta di mano: pipa accesa sempre e dovunque, domande logorroiche, fare da esperto a trecentosessanta gradi. I romani sono più semplici e sorridenti, parlano tutti come in un film di Verdone e, ancora una volta, mi trovo costretto ad ammettere che il Sud, quando non s’allarga troppo con inviti coatti a battesimi di figliocci e a banchetti di nozze di tre giorni, è molto, molto più simpatico del Nord. Luogo comune, direte voi. 
L’Azienda, come al solito, mi ha imposto di vendermi come ‘esperto’ del paese che visiteremo, anche se in realtà non ci ho mai messo piede prima. Per aiutarmi nella missione impossibile qualche giorno prima della partenza mi ha spedito una guida dello Yemen da studiare: “così saprai rispondere a ogni loro domanda.” Come no.
Al gruppo ho giurato che nello Yemen ci sono stato dieci anni fa, dito nella falla che dovrebbe lontanamente giustificare i mille boh? con i quali risponderò alle loro insulse domande (Perché i gabbiani cagano in mare? Perché i negri non si lavano\lavorano? Perché non si può fumare la pipa durante il Ramadan?). Uno degli aspetti interessanti dei viaggi organizzati è che le pecore, anziché spendere fior di quattrini e godersi la diversità del paese che vanno a visitare, solitamente preferiscono spendere fior di quattrini e concentrare l’attenzione sulla stiratura delle giacche dei camerieri, sulla cottura della pasta, sul cioccolatino (era fondente. Io lo volevo al latte) lasciato sulle lenzuola dall’addetta alle camere e, dulcis in fundo, sulla preparazione\professionalità dell’accompagnatore\rice. Abbiamo pagato, dunque è giusto esigere divise senza pieghe, pasta al dente nel culo del mondo, cioccolatini al latte. Ed è giusto rompere l’anima all’accompagnatore\rice.
Ma questa non è una pagina di reclamo sindacale. È, vorrebbe essere, un raccontino ricco di sentimenti.
L’accompagnatore\rice, quando riceve la lista del proprio gruppo, come primissima cosa scandaglia quante\i single ci sono. Se la lista è ben fatta (cioè se l'Azienda se ne sbatte della privacy), indica anche le date di nascita dei suddetti (possono servire per i passaporti o per festeggiare il compleanno di qualcuno durante il viaggio). In tal caso ci si pongono limiti in alto e in basso, scartando - in base ai propri gusti e preconcetti - i pax che, se coinvolti in un ménage, finirebbero con il chiamare i carabinieri o il telefono azzurro , oppure col lasciarti un’eredità poco dopo il rientro in patria (ipotesi peraltro da non scartare sempre a priori). Piantati gli steccati, dunque, la curiosità serva e portinaia che si nasconde in ognuno di noi lavoratori scatena la domanda: come sarà Valentina\Amanda\Francesca (Carlo\Ennio\Giuseppe)?? All’incontro in aeroporto la dolce\amara\così-così sorpresa. Le alte sfere delle Aziende, si dice, favoriscono le relazioni fra tour leader e pax - il cliente paga per divertirsi, dunque tutto va bene purché a fine viaggio sia contento -, mentre aborrono quelle fra addetti ai lavori: due (o più) T. L., guide, schiavi dei villaggi, animatori di gente senz’anima che trombano allegramente fra loro, senza includere l’amabile clientela, finirebbero col dimenticarsi della suddetta, trascurandola in nome di attività personali non giustificate. Questo il quadro.
Io ho capacità di scanner ultraveloce, e di solito ci metto mezzo minuto a mettere a fuoco le reali possibilità di escalation dei sentimenti nel corso del viaggio che sto per affrontare. Tra i ragazzi che stavolta mi hanno appioppato non mi sembra di scorgere grosse cose, mi sa tanto che il tour sarà all’insegna, come troppe volte, della voglia di rintanarsi in camera e del conto alla rovescia sui giorni che mancano al rientro. Nella comitiva ci sono solo due fanciulle che, molto alla lontana, potrebbero risultare interessanti, se non fosse che sono visibilmente troppo giovani. Con la coda dell’occhio scorro la lista degli invitati: diciassette e ventun’anni. Troppo pochi, almeno la prima, per i miei ventinove. E poi, così mi dice, vuole fare la poliziotta e ama Ligabue (purtroppo non il pittore), dunque archiviato il caso. La seconda, beh, se ne può parlare, vedremo come si evolverà la fazenda.
Le girls sono figlie di altrettante coppie di Latina, scoppiettano energia e ogni anno si fanno almeno due viaggioni con babbi e mamme, tutti commercianti di materiale elettrico (sarebbe interessante sapere quanti elettricisti yemeniti di solito vanno in vacanza in Australia o in Perù). A casa dicono di avere una grande mappa del mondo che trafiggono di bandierine, tipo Emilio Setterfedele, ogni volta che fanno un paese nuovo. I loro bei sorrisi, comunque, mi fanno perdonare l’ottusità, per cui quando sento queste bestemmie vado oltre e mi concentro sul, chiamiamolo così, lavoro.
Una pseudocoscienza professionale mi dice, mi urla che giammai avrò pensieri birichini nei confronti di Marina, la ventunenne più carina (nonché unica) del gruppo, che è troppo piccola, che babbo e mamma elettricista non potrebbero tollerare una mia ansia di entrare nel loro albero genealogico, che se l’Azienda lo venisse a sapere non mi darà più Alte, Splendide Missioni, ecc. Ma al cuore, ormai lo sanno anche i sassi, nun se comanna.
Due settimane a stretto contatto con i latini, oltre ad avermi trasformato da bolognese in parlatore della lingua della Arcuri, hanno scatenato un’attrazione fatale tra i nostri due cuori, occhi, pensieri. Io e Marina cerchiamo di stare vicini il più possibile, anche se le situazioni e gli sguardi di tutti puntati addosso - si devono essere accorti del nostro continuo piccionare - non permettono più di tanto: manina\piedino sotto i tavoli dei ristoranti (casualmente sediamo sempre vicini), sguardi più espliciti di cento baci francesi, doppi sensi, voglia di respirare l’aria dell’altro\a.
Il viaggio, il medioevo yemenita, le scorte con il kalašnikov per evitare di essere rapiti, i ruminatori di qat, le guide assatanate e intente a spremere i miei ragazzi nei negozi, sono un obiettivo primario che per noi due lentamente si trasforma in cornice esotica che giustifica ma, al tempo stesso, ostacola le nostre vere intenzioni: perfino la notte in cui l’accompagnatrice di un’altra Azienda - una cinghiala orrenda che fa questione di vestirsi sempre e solo in minigonna in un paese musulmano integralista -, non faccio nomi, esterna a voce alta, a tavola, come un altro gruppo sia stato rapito e massacrato nel Sud del paese. Ovviamente scatta il panico generale, tutti si attaccano al telefono a tranquillizzare i parenti in Italia e mi tempestano di domande cui non sono in grado rispondere. L’unica cosa che ho in testa è Marina, e sono certo che è reciproco.
La love story si trascina con ansia, ma nella più platonica delle maniere: a parte i pudichi sfioramenti che si innescano ormai automaticamente sotto i tavoli, l’hard più hard che riusciamo a scambiarci è un innocente bacio quando lei, con una scusa sporchissima - consegnarmi un documento, restituirmi un dizionario, robe così -, fa una rapidissima incursione nella mia camera. Faccio attenzione a lasciare la porta socchiusa, so benissimo, anche se non li vedo, che i suoi ci stanno scrutando con il periscopio dalla loro camera.
Alla fine delle due settimane babbo e mamma elettrici hanno capito tutto, il resto del gruppo pure, io e lei siamo totalmente persi nel limbo del vorrei-ma-non-posso, ma la lunga marcia deve continuare come-da-programma, per cui tutti fanno finta di niente. E poi sai mai che un genero, lassù nella città dei tortellini e dell’università, non possa tornare utile. Ormai ha anche imparato la nostra lingua.
Il conto alla rovescia è terminato, ci rimane solo il volo intercontinentale. Sempre per pura coincidenza in aereo sediamo l’uno a fianco dell’altra, circondati dal resto della famigghia. Calcolando con la coda dell’occhio i movimenti degli elettricisti, approfittando dei loro momenti di sonnolenza, del casino delle hostess con i vassoi e dei vuoti d’aria, riusciamo a scambiarci un miliardo di sguardi, di frasi grondanti miele e un rapido bacio, scossi dai fremiti della passione. Occhi con i lucciconi, voglia di paracadutare tutti sull’Egitto e dirottare su Cuba.
Arrivati a Fiumicino ci tocca recitare l’ultima parte del copione: i saluti. Teniamoci in contatto (certamente), mandiamoci le foto (io le ho mandate, loro no), scriviamoci (sicuram.), vogliamoci bene. Strette di mano e sorrisi falsi come solo a Torino li sanno stampare. Marina non ce la fa, e alla stretta di mano sostituisce un forte abbraccio, con un Ti amo sussurrato a un orecchio, che mi lascia paralizzato. Gli altri, perfino i suoceri, fanno finta di guardare la tappezzeria dell’aeroporto, i cani antidroga, le puttanate esposte nei negozi. Io ho un sorriso da ictus, e in faccia devo essere viola.
Torno a casa bastonato come uno che è finito sotto un treno, convinto che le barriere di età siano un puro passatempo per militi dell’arma e la gente che non ha di meglio a cui pensare. E poi ventun’anni sono a prova di legislatore, per cui de che stiamo a parla’?
Dopo qualche giorno iniziano ad arrivarmi i messaggini sul cellulare, le chiamate, le promesse di ci rivedremo senz’altro, non possiamo non. Perso nel delirio spedisco una scatola di regali e foto a Marina, allegata lettera d’amore, di quelle profumate e baciate. Più invito a prendere il primo treno e a trasferirsi da me. Il silenzio che segue è inquietante. Dopo qualche giorno in segreteria trovo un breve messaggio piagnucoloso, interrotto dai singhiozzi.
“A Pie’, scusa, sai, ma nun posso proppio veni’ lassù. So’ piccola, devo studia’. Eppoi qua c’ho er fidanzato. Scusa. Scusa. Ciao.”
Scemo che sono. D’ora in poi solo vedove o divorziate.








Quattro
Caccole di passione
L’incazzatura me ne ha fatto dimenticare il nome, ma diciamo che si poteva chiamare Kritstine o Karolina. K., per stare sul sicuro. Era olandese, bionda con i ricci, più alta e più giovane di me. Carina.
Come in altre occasioni, mi ero fatto abbordare in un internet-cafè, sede ideale per conoscere nuova gente, possibilmente bionda con i ricci, più alta e più giovane di me, carina. Con la scusa della fila per sedersi al computer, chiedere come si digita la @ in un paese con tastiere aliene, sai l’ora, sai dov’è il ristorante taldeitali, insomma, una balla qualsiasi, i cyber-cafè in giro per il mondo, se parli qualche lingua diversa dalla tua e hai la faccia tosta, possono offrire più situazioni di scambio sociale che non un esplicito annuncio su un periodico di cuori solitari. Una chat dal vivo. Il palco, questa volta, era Antigua, l’ex capitale del Guatemala, la perla architettonica dell’epoca coloniale, ieri devastata dai terremoti e oggi invasa da orde di turisti e da giovani backpacker di mezzo globo.
“È molto che sei qua?”, le chiesi in uno slancio di originalità, non appena la conobbi.
“No, sono appena arrivata. Fino all’altro ieri ero a casa mia, con gli zoccoli ai piedi a coltivare tulipani e formaggi nell’aiuola davanti al mio mulino a vento.”
Il quadretto era così idilliaco, e i ricci biondi così ricci e così biondi, che me ne infatuai in un battito di ciglia.
“E ti fermi molto?”
“Un paio di mesi. Voglio rimanere ad Antigua per un po’. Devo seguire un corso di spagnolo e fare un po’ di volontariato. Poi inizierò a viaggiare per il paese.”
“Volontariato?”
“Sì, c’è un tipo, credo che sia americano, che organizza ronde serali per portare da mangiare ai bambini di strada. Affitta camere e ti fa partecipare al suo progetto per una cifra non esorbitante. Vieni con me a vedere il suo posto?”
Sarò vecchio, ma i conti non mi tornavano. Pagare per fare del volontariato? Cosacazzo era, una nuova forma di turismo no limits?
Dopo aver consultato la posta elettronica accompagnai K. a conoscere il tipo. L’avrei accompagnata ovunque. Sul cammino ci fermammo a prendere un tè in un bar e, sarà stato per la luce in penombra che le scolpiva il profilo e le formava un’aureola dorata sui capelli, decisi che le differenze di età e di altezza erano particolari irrilevanti di fronte alla passione che mi faceva pulsare le vene, ho detto le vene. Anche il fatto che la fanciulla, tra un sorso e l’altro, si infilasse le dita nel naso per fare un po’ di pulizie, passava in secondo o terzo piano. Facciamo quarto.
Posso tranquillamente affermare che mi ero già innamorato di K., nonostante non fosse una contessa e facesse cose cretine come il volontariato. Questa attività, di pari passo ai corsi di spagnolo, in Guatemala - dopo che negli anni Novanta la guerriglia firmò la resa e il paese si convertì al turismo - è diventata un must imbecille per le torme di giovani anglofoni in cerca di avventure da raccontare nelle serate invernali, una volta tornati a Sidney o ad Austin. Esperienze formanti al tropico, non importa se del volontariato non gliene può fottere di meno, e soprattutto se questa forma di carità serve a forgiare i mendicanti di domani. I corsi di spagnolo, invece, hanno l’unico scopo tangibile di pagare i salari dei docenti. Gli studenti passano un paio di ore al giorno a fingere di imparare, alla sera si radunano in gruppi di anglofoni a bere birra e parlare inglese in qualche bar, e il giorno seguente si sono già stradimenticati tutto. Però hanno fatto questo&quello, una specie di curriculum dell’anima di cui, poi, fregiarsi nelle noiose conversazioni al pub sotto casa.
A una come K., però, si perdona questo, quello e molto altro.
“Vedi, le camere sono spartane, ma qui regna un bello spirito di comunità. Per soli seicento dollari al mese.”
“D’accordo, la settimana prossima mi trasferisco qui.”
Il tizio americano, sulla quarantina e con la pelata, mi sembrava un gran volpone a caccia di vergini e verdoni, ma non lo sottolineai alla mia amica, una volta che lasciammo la sua comunità. Non volevo passare per un invidioso e cinico privo di occhi che notassero quanto bene Mr. Bold stesse spargendo per l’universo. Lasciai stare, uno è libero di buttare i propri soldi nel gabinetto che preferisce e di sbattere le corna contro i muri.
“Ti va di uscire, stasera? - le proposi - Conosco un localino niente male, si mangia bene e si beve meglio. E poi mettono su della musica carina.”
“Va bene alle otto?”
Alle sette e mezza ero già sotto il suo hospedaje, con la camicia migliore del guardaroba, quella gialla con i bottoni di noce di cocco.
Cenammo al lume di candela e, tra il primo e il secondo, fummo raggiunti da una ciccia svedese e da una vecchia inglese, entrambe amiche\compagne di albergo di K. La prima era carina e simpatica, anche se i bei lineamenti sembravano gonfiati con il compressore e parlava il buffo inglese che solo gli svedesi sono in grado di concepire. La mummia, invece, era una logorroica terminale perennemente in viaggio, una di quelle che facevano dei timbri sul passaporto un motivo di orgoglio. Un medagliere, un album delle figurine da riempire maniacalmente. E il bello era che, nonostante il suo incessante spostarsi da un luogo all’altro dell’America Latina, dopo anni il suo spagnolo era incredibilmente nullo.
Le cenette al lume di candela, notoriamente, sarebbero per due, e quattro non è mai due. Al dessert, dunque, avevo già i primi sintomi di irritazione inguinale, ma un gentleman è un gentleman, anche e soprattutto di fronte a tre donne del Nord Europa. Disquisimmo con termini eticamente corretti di temi nobili quali il volontariato e le meraviglie del viaggiare, mentre il grillo parlante cominciava a darmi gomitatine e a sussurrarmi Allora, quand’è che si conclude? In quel senso lì, sì, avete capito benissimo.
Dal tavolo del ristorante ci spostammo al bancone del bar. Finalmente posso affilare lo spiedo, continuai a monologarmi. Tra un bicchiere di birra e uno di liquore al caffè, musica come cornice, la chimica iniziò a fare effetto, quando...
Hi, girls, how you doin’?”
Sembrava Lancillotto. O Beckham. In realtà si trattava di un ragazzo inglese, circa dieci anni meno di me e senz’altro dieci centimetri più di me, inconfutabilmente bello. Insindacabilmente bello, a prova di ogni minimo appunto. Poteva avere l’alito pesante, l’ascella pure, qualche neo di troppo, il portafogli vuoto e alcune brutte malattie. Sarebbe sempre e comunque stato schifosamente bello. Ma non mi avevano insegnato che in Inghilterra la gente è brutta e obesa perché mangia cose orrende? Senz’altro uno stupido stereotipo, da rivedere.
Con un paio di sorrisi calamitò il 101% delle attenzioni di K., lasciandomi a dialogare sul nulla con la balena svedese. Dopo cinque minuti, tanto sapevo benissimo come sarebbe andata a finire, mi colse un attacco di emicrania, o mi ricordai improvvisamente di impegni precedentemente presi. Salutai, andai ad affogare il mio odio per gli inglesi da un vecchio pizzaiolo siciliano trapiantato, che mi diede il colpo di grazia parlandomi di com’è bella l’Italia, di come ci si sta bene. E allora, se lo Stivale era tutto ‘sto paradiso, che cazzo ci faceva lì?
Il mattino seguente, questi erano gli accordi presi durante la cena della sera prima, andai a raccattare K. e la ciccia svedese alla loro pensione. Il minibus diretto a Monterrico, la spiaggia più turistica della costa pacifica, ci attendeva in strada.
Io e la grassarda dovemmo prendere a pugni e calci la porta di K., ancora nel mondo dei sogni dopo una notte di trombate e rodei con Lancillotto. Le occhiaie che aveva, e soprattutto il fatto che l’hooligan spuntò da sotto le lenzuola con occhiaie profonde e nere il doppio delle sue, furono una spadata nella roccia del mio cuore e una palese dichiarazione notarile di fatto compiuto. Ma perché gli argentini hanno perso la guerra?
Buttammo K. sul minibus, dopo una dozzina di schifosissimi baci di arrivederci con la lingua al bastard, e alla prima curva il mio angelo tutto trombato si addormentò.
La mia incazzatura nera pece, è ovvio sottolinearlo, era alle stelle. Ma come, io seguo l’iter classico, gentilezza\invito fuori\camicia gialla, il tutto ovviamente con l’unicissimo scopo di finirci io sotto le lenzuola, e la gran mucca si fa strasbattere dal primo modello che passa? Sotto i miei occhi?? Che educazione hanno in Olanda?
A Monterrico, com’era naturale che fosse, il clima si fece tagliente. Anche se alloggiavamo nello stesso letamaio, una baracca rumorosissima presa d’assalto da tutti gli ubriaconi del Guatemala nei fine settimana, tra me e K. si alzò il muro. L’orgoglio offeso, contrapposto al suo diritto sindacale di donna che si fa sifonare da chi vuole, fece sì che l’amicizia giocherellona di prima (in realtà camuffata come tale; se non l’avevate ancora capito si trattava di ormoni scalmanati) si trasformasse in un freddo rapporto di vicinato. Roba di tolleranza condominiale.
Una sera, quando andammo a cenare assieme, non riuscii a non notare come il mio angelo dai boccoli biondi, brutta troia che non era altro, si infilasse le dita nel naso più spesso del solito. Faceva tanto di riccioli con i polpastrelli, manipolazione del raccolto, mira e lancio con un cricco tra l’indice e il pollice. Possibilmente non nel mio piatto, che nei momenti critici coprivo con le mani. Quando mi trombano le fidanzate inizio subito a notare i loro difetti di etichetta, chissà com’è.
Il giorno dopo la zoccola riprese il minibus, l’inglese doveva avere ancora qualcosa da dirle. Da allora non mi infilo più le dita nel naso.






Cinque
Luna di miele
Con il senno del poi, non so se qualcuno sulla faccia della Terra ha fatto un viaggio di nozze più assurdo del mio. A rate, nei posti meno appropriati dell’universo e con una bella dose di fatica. Tutto il contrario dell’atollo delle Maldive o della crociera sul Nilo, per intenderci.
Dopo un rito essenziale, durante il quale per la pace comune ho accettato di indossare scarpe, fede e camicia che mai più avrei portato, ci siamo buttati, io e Chicca, sul primo aereo della Thai, destinazione Bangkok. I lettori turisex scapoli già qua inizieranno a porsi i primi ?, ma sappiano che una sposina fresca di chicchi di riso negli occhi ha il potere di annebbiare qualsiasi bikini da go-go bar, almeno per le prime due settimane.
Forte di un orgoglio da viaggiatore faccio-da-me, non ho fatto alcuna prenotazione, se non quelle degli aerei. A Bangkok alloggiamo in quello che troviamo, una topaia rovente di Khao San Road, il ghetto per occidentali con la maglietta dell’Hard Rock Cafè di Hanoi e il cappello da mondina vietnamita.
Let me go, please, please!...”
Mentre ci trasciniamo su e giù per le stradine infestate di tuk-tuk smarmittati e di puzzo di olio di soia sentiamo un occidentale che urla a squarciagola dall’interno di un piccolo commissariato di polizia. L’ennesimo coglioncello beccato all’aeroporto con qualche chil\etto di roba. A giudicare dal frastuono delle sbarre che scuote rumorosamente - si sente fino in strada - sicuramente hanno buttato via le chiavi della cella.
I templi che sembrano anatre laccate, l’inquinamento strangolante, le commesse dei megasuperiperstore in tailleur e ciabatte, i freak-chich con la Visa in tasca, lo scintillio dei puttanodromi, gli sguardi annoiati di chi ha già visto troppi occidentali fanno di Bangkok un luogo da amare o odiare. La seconda possibilità, soprattutto se sei donna e in viaggio di nozze, è la più probabile.
“Andiamo al mare, dài..” è la (giusta) richiesta\ordine di Chicca.
Mi sento alternativo e scarto le troppo ovvie Pukhet e Ko Samui. Prima tappa Ko Samet, ci sono stato qualche anno fa e allora era un paradiso. E non è lontana.
All’imbarco la sorpresa è grande. Sul molo un vecchio olandese è caduto in acqua, si è ferito una gamba e sanguina, e un ragazzino thai ride a crepapelle. Strano senso dello humour, da queste parti.
Sulla barchetta c’è un’orda di turisti, l’isola dev’essere piena di nostri cloni. In effetti, fatichiamo non poco a trovare una camera, con tanto di sonoro proveniente dalle cucine di un ristorante attiguo, dove un cuoco gay obeso ci intrattiene per tutta la notte con i suoi canti da usignolo sovrappeso. La spiaggia, il giorno seguente, è un carnaio di occidentali. Marco Polo, se è passato di qua, lo ha fatto qualche millennio fa.
Via, via di qui.
Chicca non ha molto tempo, gli schiavisti della fabbrica in cui sgobba e suda le hanno imposto un viaggio di nozze a singhiozzo: quindici giorni di fuga (ferie estive), quindici dietro la scrivania, quindici di permesso speciale (congedo matrimoniale). La famosa solidarietà degli industriali bolognesi. Lo scarso tempo a disposizione, dunque, ci impone una meta non troppo lontana.
“Patthaya” - suggerisco - “Non ci sono mai stato, è sul mare ed è vicina.”
Nel suggerimento dimentico di specificare alla dolce metà come il posto sia la centrale dei turisex di tutto l’Oriente. Forse di tutto il mondo. Meglio ignorare il già noto, per poi ri\scoprire, mi dico sempre.
Gli alberghetti più economici sono quelli a ore, in cui i vari Helmut e Gunter portano le ragazze dei bar a farsi massaggiare l’adipe birrosa, un tanto al quarto d’ora e al metro quadro di epidermide.
“Che schifo!” è il grido di dolore di Chicca quando constata che anche il secondo lenzuolo, dopo che abbiamo ordinato alla serva dell’albergo di cambiare il primo - ci rotolavano sopra grumi di peli non nostri, specie di tumbleweed del deserto dell’Arizona -, è incrostato di amori secchi. Il terzo, se Cupido vuole, una volta osservato in controluce sembra fresco di bucato. La stamberga, a parte i residui biologici, non è male, e il proprietario mi noleggia un televisore con cui assistere allo scempio della santa Nazionale che le busca ai rigori dalla seleção, se solo Baggio si concentrasse più sulla palla e meno sul parrucchiere.
La città è un teatrino di decadenza che trovo molto kitsch e interessante. Chicca, che mentre passeggiamo ha gli occhi sbarrati - la spiaggia è orrida e ricoperta di immondizie -, è un po’ meno affascinata. Tra i miliardi di insegne colorate dei massaggiatoi pulsa un’umanità di puttanieri arabi. Le ragazze sono così numerose che la concorrenza impone di democratizzare i gusti e andare anche con gli Alì e i Mohammed pachistani o sauditi, snobbati dallo zoccolame della capitale, più chic e con la puzza sotto il naso (altrimenti che capitale sarebbe). Vecchi tedeschi in completino di pelle bianca e ragazzino quindicenne che prima mastica pizze hawaiane al tavolo di Pizza Hut, poi würstel stagionato in camera. Cartello che proibisce ai mendicanti di chiedere l’elemosina, un segnale surreale che non ho mai visto da nessun’altra parte. Alberghi a forma di transatlantico, carrettini che vendono seppie essiccate, un paio di ragazze che, come Chicca gira l’occhio su una vetrina di cravatte per pachistani, mi chiedono se voglio farmi fare un lavoretto di soffio. 100 bath only, specificano.
Non sazi di tutto ciò, a cena ci infognamo in una taverna per tedeschi a mangiare importanti wiener schnitzel. Il proprietario dev’essere una specie di Hemingway locale. Ha tappezzato le pareti del ristorante con una miriade di teste di pesci morti, trofei di innumerevoli battute di pesca imbecilli. La mia idiozia per essere venuto a foraggiargli gli ultimi modelli di mulinelli è ripagata con una cotoletta marcia che mi fa terminare la prima tranche del viaggio di nozze seduto sul gabinetto. Febbre, vomito, vertigini, è giunta la fine?
“Chicca, mi accompagni a fare il test dell’AIDS?”
La mogliettina mi guarda allibita, pallida.
“Sei andato a troie? Anche in viaggio di nozze??”
“No, figurati. Ma ‘sta febbre, che non passa, è preoccupante”.
Non le racconto che, da buon ipocondriaco, ho appena finito di leggere un’autobiografia di Cazuza, popolarissimo cantante rock brasiliano morto per la peste dei tossici e dei busoni (e dei puttanieri). Cazuza racconta nel dettaglio i sintomi, prima fra tutti una febbre quotidiana dopo l’ora del tè, come la mia.
Trascino Chicca, piagnucolante, a una mega clinica privata, spiego ai medici che mi voglio fare il test. Per il test vero e proprio ci vogliono alcuni giorni, per un pre-test, in cui si può stabilire la sieropositività o meno - così mi spiegano, o così, almeno, capisco -, ci vogliono appena tre ore.
Allungo il braccio.
Dopo tre ore di pianti, ginocchia tremolanti - mie e sue -, sorrisi nervosi per far finta di niente, torniamo alla clinica. Con la morte sulla faccia.
Il medico cinese in camice bianco ci raggiunge con un sorriso stampato in volto. Bruttissimo segnale, si sa che quando ti vogliono uccidere i cinesi ti sorridono.
No AIDS, Sir”, è la frase liberatoria che ci regala.
La febbre mi passa di colpo, sono rinato come cinghiale a primavera. Mia moglie si asciuga le lacrime, ma mi tiene il broncio fino al giorno dopo.
Tornati a Bangkok, Chicca, parecchio scossa, parte, ci rivedremo fra due settimane a Hong Kong. Partirebbe, è il termine giusto, in quanto la Thai le regala un simpatico ‘problema tecnico’, per cui dopo aver passato cinque ore con la cintura allacciata ad attendere il decollo viene spedita nell’hotel più vicino. Domani, forse, partirà.

Durante la mia luna di miele devo aver subito qualche strana influenza da parte degli animali del calendario cinese - porco, drago, serpente, non so -, tant’è che il mio rapporto con la carne non umana è devastante. Quando Chicca mi raggiunge a Hong Kong sono piegato da tre giorni sul water, ancora una volta, a tentare di dimenticare le splendide polpettine biancastre di carne di ratto impestato che mi sono infilato in gola da Pizza Hut. L’ho fatto perché mi ricordavano quelle di mia nonna, nonna bolognese, che per forza di cose, mi sarebbe bastato un minimo di raziocinio, non è nonna hongkonghese. Il fatto di espellermi l’anima con tre dita giù per l’esofago, però, non è sufficiente a descrivere il quadro, anche la scenografia è importante. Alloggio in una cella delle famigerate Chungking Mansions, una specie di Twin Towers o di pericolosissimo inferno di cristallo made in Hong Kong, l’unico luogo che mi permettono le mie tasche semivuote. Lì, in un’accozzaglia verticale di cemento e condizionatori d’aria stravecchi, sono stati scavati miliardi di appartamentini, cubicoli di tre metri quadrati affittati un tanto bel po’ al centimetro. Se scoppia un incendio e non alloggi al primo piano possono stamparti direttamente il necrologio sul giornale, non c’è uscita di sicurezza che tenga. Una singola larga quanto un letto da bambino + tappetino per le ciabatte, toilette da aereo e minitelevisore inchiodato al soffitto costa circa venti dollari US, e in giro che costi meno ci sono solo i sottoponte. Il luogo, di conseguenza, ha un successo enorme, e i proprietari - cinesi viscidi e taccagni come nessuno al mondo - accumulano fortune sulle miserie dei vari peones indiani, arabi, filippini giunti in questa oasi di ricchezza a caccia di un salario qualsiasi.
“Tutto qui?” è il commento di Chicca quando le illustro la doppia che ho preso, il meglio sulla piazza consentito dal nostro budget.
“C’è persino la finestra (una feritoia sui venticinque piani di cemento sottostanti). Che cosa vuoi di più, quando c’è il sentimento?”
Una volta ero più rozzo e marinaio, ma l’approccio al gentil sesso mi ha smussato le asperità, sensibilizzato il carattere. Chicca va giù di testa quando sente qualcuno che sputa rumorosamente, previ lunghi e approfonditi raschi di gola, utili a richiamare in superficie i topi dalle cantine dell’esofago. I cinesi, è noto, hanno un rapporto con la salivazione tutto loro (vedi SARS e poi muori), e quelli di Hong Kong, solo più ggiovani & moderni & in giacchetta firmata rispetto a quelli delle risaie poco più in là, non sono diversi. Al più, quando devono depositare l’obolo, lo fanno stazionando per un paio di minuti davanti a un cestino delle immondizie. Partorito l’uovo lo sganciano nell’apposito contenitore. Con quello che costano le multe per chi insozza i marciapiedi.
Ogni volta che incrociamo un\a professionista dei gargarismi Chicca sussulta e anch’io, dopo un po’, per osmosi culturale, inizio a sentire il desiderio di deportarli tutti per sei mesi in un college di Gstaadt a seguire un corso intensivo di buone maniere. A distinguere il coltello per gli arrosti da quello per la trota.
Se il cemento mostruoso, i tram colorati, la gente che non ride mai e che parla lingue marziane sono cornice, la nostra attenzione si concentra automaticamente sugli orrori organici, quelli che più ci prendono allo stomaco. I negozi di farmaci tradizionali sparsi un po’ dovunque espongono l’intero campionario per cui il WWF si batte contro i mulini a vento. Nel mercato degli uccelli di Mongkok, a Kowloon, i venditori di pappagallini e canarini strappano minuziosamente le zampe ai grilli vivi, una a una con le pinzette per le sopracciglia, così da mantenerli freschi come cibo per i collezionisti di volatili. Al mercato centrale una signora, chiamiamola così, decapita a mannaiate le rane vive. Mentre la sto per fotografare la boia mi allontana urlando cose gialle e mi schizza di sangue rosso con porzioni di rane agonizzanti roteate nell’aria. Simpatia cinese, stranota.
Via, via di qui.
Macao è il clone povero di Hong Kong, i portoghesi non sono mai stati inglesi, nel tè ci infilano il bacalhau, e il pezzettino di terra che sono riusciti a fottere alla Grande Cina è una bailamme di casinò cretini, cinesi (tutti) che odiano i portuga, portuga (pochissimi) che odiano i cinesi, qualche costruzione coloniale, un ristorantino delizioso che fa i tortellini come a Bologna e, soprattutto, zero portoghese parlato. O Português sarebbe - all’epoca, il 1994 - la lingua ufficiale, e i gialli hanno il passaporto viola degli europei. Se ti rivolgi a qualcuno in portoghese, però, la risposta va dal sorriso ebete alle spallucce girate.
I hate Portugues” è l’esplicito messaggio del mio albergatore, quando gli manifesto la mia gioia per il fatto che alla tv si capti il TG di Lisbona.
A parte l’odio per i portoghesi, le roulette e le corse dei cani, Macao ha ben poco da offrire, per cui decidiamo di farci male fino in fondo, chiudere in bellezza: Cina, quella vera. Per arrivarci bisogna fare un visto le cui pratiche mi hanno già detto tutto sul posto che sto per visitare, oltre ad affrontare un autobus kamikaze che mi fa tenere stretto l’inguine fino a destinazione.






Guangzhou, per i bianchetti Canton, all'epoca era un bel casino. Zero cartelli in inglese, riesci a spostarti solo grazie ai geroglifici in cantonese riportati sulla Lonely Planet. Li indichi con il ditone al tassista, e se questo non è spaventato dall’idea di dover trasportare dei cani bianchi sicuramente con l’AIDS sulla propria auto - molti, come capiscono che il cliente è bianco, tirano dritto -, ti caricherà. Altrimenti resti in strada ad annusare i tubi di scappamento o a cercare di non farti arrotare dagli sciami di biciclette. A me è capitato di farlo con la maniglia della portiera di un taxi rimastami fra le mani.
Se ben ricordo siamo in viaggio di nozze, dunque, almeno stavolta, ci concediamo un po’ di lusso. Il Guangzhou Hotel è un edificio moderno e scintillante, decisamente orientato verso una clientela straniera e sp(l)endente. Il menù è in inglese, ma quando chiami il servizio in camera nessuno là sotto, nelle cucine, è in grado di prendere l’ordinazione. E alla reception, se chiedi di puntarti la sveglia, l’intero staff non riesce a capire una mazza.
Il nostro splendido albergo ingleseprivo a cinque o quattro stelle (in realtà tre, ma allora mi sembrarono di più), è interessante notarlo nella Cina comunista, attira e serve anche un’élite locale di mafiosetti grassi con la giacca ben stirata e il macchinone (di servizio, dello Stato), con seguito di puttane agghindate (puttane statali?). Strana, la Cina, la facevo diversa.
La prima cenetta la vogliamo cinese, almeno così come siamo abituati a intenderla sotto casa: involtini primavera croccanti, riso alla cantonese non unto, pollo in agrodolce pure, conto con pochi zeri. Il fatto è che la cosiddetta ‘cucina cinese’ è una mera invenzione per occidentali, una versione bastarda di menù internazionalizzato - tipo la pizza o gli spaghetti in Brasile - che riunisce una summa di piatti provenienti da una miriade di ricette regionali, adattandoli al nostro gusto. Dobbiamo impazzire per ordinare qualcosa di comprensibile dal menù del megaristorante in cui ci siamo infilati, fra banchettanti rumorosi cotti dall’alcol. Siamo gli unici bianchi (rosini), esaminati da centinaia di fesse orizzontali, tutte puntate addosso a studiarci. Ogni piatto che indichiamo sul menù corrisponde a qualcosa di diametralmente opposto - riso insipido e scotto anziché chicchi insaporiti con prosciutto e piselli, carni grasse che galleggiano in brodi annacquati al posto dell’anatra all’arancia, sbobboni non identificati invece di involtini che qui non devono mai aver visto -, e il conto è salatissimo.
Via, via di qui.
Nel nostro peregrinare per la città Chicca, oltre che costantemente presa a schiaffi dal sonoro degli scaracchi (Chicca: “Pietro, guarda quella, finalmente una ragazza carina...” Quella: “SSSCCCRRRRRHHHCIUM!”), mi fa notare, con tripla sottolineatura di disgusto, come i cinciun, non soddisfatti della toilette da ugola, si applichino alacremente anche in quella da piede. Dovunque si siedano e conversino amabilmente con un amico\a, ne approfittano per infilare l’indice nelle fesse dei piedi, e via a cagliare i formaggi. La mia mogliettina quasi mi rigurgita il cheese burger che consumiamo al gigantesco McDonald’s ai piedi dell’albergo, mentre il nostro dirimpettaio con una mano impugna il panino e con l’altra si fa il pedicure. Siamo dei poveri fighetti occidentali, mi ripeto. Ma anche a me è passato l’appetito.
Altro delirio dei deliri di questa città è la struttura delle strade. I più vanno in bicicletta, le auto le hanno solo i mafiosi del partito, e qualche Compagno Sovrintendente Assessore al Traffico deve aver stabilito che, per evitare incidenti relativi all’attraversamento delle strade, sia più sicuro utilizzare passerelle sopraelevate - la praticità è un’opinione, un futile gadget da bianchi viziati. Per cui le carreggiate sono transennate per chilometri e se vuoi raggiungere il negozio dall’altra parte della strada, a sette metri in linea d’aria, non la puoi attraversare perpendicolarmente, come direbbe la più semplice logica geometrica. No, ti devi fare un chilometro fino alla prima passerella, trascinarci su la tua bicicletta e farti un altro chilometro di ritorno. Come se non bastasse, le merci sono divise per quartieri: qui i lampadari (venti negozi tutti uguali uno di fianco all’altro), là le lampadine, più in là la zona delle prolunghe. Il concetto di spesa, non a caso, è tutto occidentale.
Fra i must di Canton le guide segnalano il famoso Snake Restaurant, in pratica una macelleria in cui da una gabbia scegli l’opossum, il cane, il gatto, la tartaruga o il serpente VIVO, esposto in vetrina, un assassino te lo scanna live sotto gli occhi, lo butta in pentola e te lo serve al tavolo. In nome della fotografia reprimo la voglia di bombe atomiche, entro, faccio qualche scatto, mi siedo per mezzo minuto su uno sgabello libero ad alambiccare con le Nikon. Da una scala scende una donnetta che inizia a sbraitarmi addosso. Capisco al volo che quello è il suo sgabello, e come mi alzo per farla sedere tra cento sorry questa ci passa sopra un panno a pulire l’AIDS con cui certamente le ho impregnato il trono. Kirk, un mio compagno di merende nelle Filippine, me l’ha detto un sacco di volte (ed è la persona più gentile e tollerante che abbia mai conosciuto):
“Cinesi, gente spassosa. Tu sai quanto di solito io sia calmo e generoso di sorrisi. Ma in Cina... Una sera entro in un ristorante, chiedo una ciotola di riso, visibilmente esposto in una cofana grande come una casa. Solly, no lice, mi dice il cameriere con il sorriso stampato sul limone, anche se ormai mi spacco una falange a forza di indicare i chicchi contro la vetrina. La mia aplomb mi è finita sotto le suole, con il coltellino svizzero comincio ad affettargli la tappezzeria del locale.”
Visto che gli animali, bistecche a due o più zampe, da queste parti hanno le ore contate, decidiamo di fare un salto allo zoo. Ha fama di essere uno dei ‘migliori d’Oriente’. Il panda, fiore all’occhiello di questa istituzione, trascorre le giornate a sgranocchiare bambù all’interno della gabbia per ripararsi dai troppi curiosi. I ragazzini invece passano il tempo a buttare nella vasca degli orsi o degli ippopotami merendine incellofanate, confezioni di bibite in tetra pack, tutti alimenti notoriamente digestivi. Le scimmie sono il bersaglio di sputi, urla, sassi e rami, e gli alberi che circondano il recinto - l’arsenale dal quale fare scorta di frecce - non esistono più, tanto sono scorticati. Il fiore all’occhiello è il canile, dove il puzzo di piscio, l’isterismo e la putrefazione dei migliori amici dell’uomo sono strazianti.
Via, via di qui.
Vogliamo chiudere questa luna di miele con una cena al lume di candela degna della situazione. Scegliamo un ristorante ai piedi dell’albergo, guarda caso italiano. Ordino spaghetti al ragù, la voglia di radici stimolata dalle delusioni nei confronti dell’esotico è troppa per non vedere l’ovvio - lo sbobbone immangiabile che mi fuma davanti al naso. La luce delle candele, però, è autentica. Anche perché è saltata la corrente.
E poi uno si meraviglia se finisce divorziato.







Sei
Modelle e tucani
A ventun’anni ero uno studentello di economia, nonché di commercio, per volere paterno. Babbo era lo sponsor dei miei consumi, dunque il suo volere era potere. Ne conseguiva, ovvio, un Pietro frustrato, che odiava se stesso e che sognava di razzolare per le vie di Kathmandu in ciabatte infradito. Particolare non irrilevante, non avevo mai leccato la figa.
Stanco di una vita insulsa, una bella estate racimolai quattro soldi tessendo braccialetti freak in un mercatino tardohippy all’ombra delle Due Torri non gemelle e svendendo una fisarmonica griffata del trisnonno, scovata nelle viscere della cantina di famiglia. Convertii al volo i sudati risparmi in un biglietto per il Mexxico, primo aereo intercontinentale della carriera. A casa non lasciavo fidanzate - le colleghe di studio erano tutte Margaret Thatcher in miniatura, detestabili - né rimpianti, se non una madre dubbiosa e un padre dubbiosissimo su come avrei potuto curarmi un eventuale mal di denti al tropico.
“Anche i messicani devono avere i denti, Pa’. Credo”, dichiarai con la classica spocchia adolescenziale.
In fuga da Città del Messico, e poi a strafarmi di peyotl nel deserto di San Luís Potosí e di funghi non porcini sulle colline di Oaxaca. Roba di consumo di massa, oggi. Ma allora, anche se Castaneda aveva già riempito pagine su pagine di puttanate, i vari abatantuoni non erano ancora arrivati. A Puerto Escondido non si faceva ancora la pizza al taglio. E a Zipolite, spiaggia freak, girava una parigina che di fransé non aveva più niente, nemmeno i denti, tanto s’era fatta e strafatta di potenti hongos allucinogeni. La tipa era la pusher più quotata del litorale pacifico e, verso l’ora del tè, arrivava a proporre i suoi pezzi migliori - funghi con cappelle gigantesche e sudate che ti facevano di brutto anche solo a guardarli – avvolti in foglie di banano.
Fu lì, in quella magica circostanza, sotto le frasche della baracca-ristorante di Lulù, una cuoca grassarda che faceva spettacolari bistec a la ranchero, che arrivò La Passione. Un pomeriggio sbattei la faccia contro quella di Martina.
“Ciao, come stai?”
“Bene, grazie. Anche tu qui?”
Chiacchiere formali, stretta formale di mani.
Conoscevo Martina di vista, anche lei era di Bologna, come me. Era l’ex fidanza di un conoscente con i soldi, un figlio di papà con le manie di grandezza e il complesso di Napoleone, al quale, però, andava riconosciuto il buon gusto per la gnocca. Tutte le sue ragazze, o ex, erano di prim’ordine.
Martina faceva la modella. Un po’ per strategia, un po’ per timidezza verace, ho sempre snobbato le belle fighe. Consapevole del fatto che, tanto, non le avrei mai avute, le trattavo con freddezza. Più sei violentemente bella, più ti guardo come se fossi trasparente. Anzi, non ti guardo, non spreco tempo né le mie sante pupille. E poi si sa, è molto più facile conoscere un’italiana al tropico, che non a casa tua. Le belle gnocche, soprattutto se nostrane, passano la vita a schivare galantuomini con chiari segnali di luce spermatica negli occhi. Ma se non le degni di considerazione o, meglio, se fai finta di non notarle più di tanto - ad es. fredde strette di mani anziché subito baci in gola, come invece meriterebbero -, forse hai qualche minima speranza in più di ottenere ciò che tutti(e) vogliono. Contorti meccanismi mentali, soprattutto padani e occidentali, li ho sempre detestati. Per cui, al primo incontro messicano, salutai Martina senza troppe cerimonie. Poi proseguii con il farmi i fatti miei.
Sotto le stesse frasche della cabaña di Lulù c’era un groppone di amici italiani, tutti molto più caldi di me nell’accogliere la fanciulla (baci di qua e baci di là) e la sua amica Carla, un altro bel tocco di figliola, reduce da uno sfanculamento traumatico con il fidanzato storico. Un cuore infranto che cercava di trovare nuova colla sulle strade del Messico.
Ora del tè, arrivò la parigina, con il suo solito sorriso ebete sulle gengive. Stavolta le sue primizie, proposte all’affezionata clientela, erano davvero gigantesche. Come le vedemmo, io e il fedele amico Tonino facemmo a gara a chi apriva per primo il portafogli. Comprammo tutto il raccolto e ce lo infilammo in gola a mo’ di imbuto, senza neanche ripulirlo dalla terra che lo incrostava. Lasciai Martina e Carla a farsi corteggiare, e con Tonino andai a strafarmi di funghi parigini in una spiaggia deserta poco più in là. Impegni precedentemente presi. Tempo mezz’ora ed eravamo su Marte, nudi a rotolarci tra i cavalloni che si infrangevano sul bagnasciuga e a belare SÒCCIA CHE FATTANZA. Ci lasciammo trascinare per un paio d’ore buone dai cavalloni, a parlare con Quetzalcoatl. Non ci inchiappammo solo perché il trip è il trip, e l’onore anale un’altra storia. Alcuni indios che passavano di lì ci videro, sicuramente pensarono che fossimo gringhi busoni, e proseguirono bofonchiando qualcosa sui mariconi nella loro lingua venusiana mista a risolini.
Digeriti i funghi, svuotati e schiaffeggiati come se fossimo stati travolti da tre tsunami, tornammo alla baracca di Lulù. Sulla via del ritorno la fattanza diede i suoi colpi di coda trasformandoci in due dementi ipnotizzati dagli strani uccelli che volavano come farfalle sul bordo della strada. O forse erano strane farfalle con il corpo di uccelli. Farfalluccelli.
Arrivammo da Lulù stanchi stracciati, a sole tramontato. Fuoco in spiaggia, ‘na chitara che suona, qualche birra per sturare il lavandino intasato di avanzi di pariginità non esattamente digestiva, altro bagno nudi. Stavolta davanti alle modelle. Mi smutandai senza troppissimi complimenti e mi buttai in acqua. Le giovani dovettero trovare tutto ciò molto alternativo, e libero, e vacanziero. Mi seguirono a ruota.
Il giorno dopo, approfittando del passaggio di un vecchio hippy americano a bordo del suo enorme pick-up, tutta la comitiva, boys & girls, si accatastò nel vano posteriore e proseguimmo fino a San Cristóbal de Las Casas. Alloggiammo in camere separate, ma questo non impedì a Giancippa, il montatore con il medagliere più ricco del gruppo, di dare due botte a Martina, quatto quatto, notte facendo. Per fortuna lo venni a sapere solo quindici anni dopo, quando ormai la nostra avventura era preistoria polverosa.
Passammo belle giornate, a spasso fra le colline del Chiapas, fitte di conifere, indios, indios ubriachi, orde di bambini che vendevano spettacolari braccialetti dai colori lisergici. L’americano, da vere bagasce, lo allontanammo in fretta, innanzitutto perché, seppur vecchio freak, rimaneva pur sempre americano. E poi perché il suo cane, un ammasso di pulci, vecchio e freak pure lui, faceva scappare le modelle.
Dopo San Cristóbal ci separammo. Io, altri due machos e le modelle proseguimmo per il Guatemala; Tonino, Giancippa e altri compagnucci loro lasciarono il campo libero e tornarono in Italia. Il calcolo delle probabilità iniziava a stringere il cerchio, secondo la collaudata formula da supermercato 3x2.
Oltrepassata la frontiera, vita nuova. Il Guatemala era tutto un quetzal, il mitico, bellissimo uccello (con le ali) dei Maya. Pagammo in quatzales la prima notte a Quetzaltenango, prima cittadazza in cui incappammo. Nel suo cielo, però, non si vedevano le lunghe code multicolori dei quetzal, bensì le nubi di fumo dei minibus spetazzanti.
La passione sbocciò in un alberghetto di Panajacel, tra qualche simpatica riga di coca e conseguenti discorsi logorroici fino all’alba. Il lago Atitlan allora era davvero magico, non si era ancora trasformato nel ghetto per consumatori di zaini e nell’ipercoop di artigianato etnico che è oggi. Era una location ideale per una love story in puro stile Harmony.
Nella camera della fattanza, dove dormivamo, scurezzavamo e tiravamo roba buona in cinque, una notte ospitammo anche Hector, amabile pusher di fiducia ecuadoriano. Fu così grato dei nostri acquisti che quando ci trasferimmo ad Antigua ci ospitò ‘gratuitamente’.
A casa di Hector, digerita una carbonara ipercalorica e tenuto un breve summit con l’amica del cuore, Martina decise che, dopo i baci da dormitorio, era finalmente giunta l’ora di venire al sodo, e trombammo furtivamente mentre gli altri, tutti riuniti nella nostra stessa stanzetta, fingevano di dormire. In realtà, mentre Martina mi metteva due mani sulla bocca come silenziatori contro i muggiti, sentivo gli altri che si rigiravano nervosamente sotto le lenzuola. La casa di Hector era molto rustica, nei letti doveva avere acari particolarmente rognosi.
Dopo quella notte elettrica il mio viaggio si trasformò da droghiero-conoscitivo in erotico-esplorativo. Passammo un paio di settimane a base di sesso scatenato, nella mitica pensione Mesa di Città del Guatemala - lì avevano fatto festa persino Fidel Castro e il Che, forse non tra loro - e alle rovine di Copán, tra gli alberi della foresta di Tikal e i suoi pazzeschi tucani, lungo il Río San Pedro e a Palenque, poi su fino a Chetumal. Ero totalmente stravolto da tutta quell’attività ginnica, sia dalla quantità (“Sei stanco? Come mai?”, ogni tanto mi domandava, fissandomi le occhiaie. Chissà come mai), sia dalla novità. Ero arrivato a ventun’anni semivergine, con pochissima esperienza sul campo, e tutto quel ben di dio in una volta sola quasi mi fece schiattare, fisicamente e mentalmente. Imparai nuove evoluzioni e applicai buona parte di quelle che avevo imparato a memoria in anni e anni di studio sui testi scientifici da edicola.
FINALMENTE LECCAI LA FIGA
e da allora mi si aprirono Nuovi Orizzonti. Seppure in ritardo, anch’io avevo sfondato le porte della percezione, di cui tanto si straparlava in giro.
Infervorato dalle ultime creazioni e dalla sperimentazione, una sera, tanto per cambiare, provai a infilarle un dito nel terzo occhio, ma lei mi fermò sul più bello, accusandomi di banalità. Di banale non ci trovavo nulla, non ne avevo mai infilati né a me né ad altre modelle, ma il suo scatto mi schiaffeggiò riportandomi sulla strada del già collaudato (seppur da poco).
Totalmente inebriato e accecato dal nuovo status di fidanzato con modella bulagnese, eziandìo ipertrombante, mi rimase però quel barlume di lucidità necessario per capire come tutto ciò fosse estremamente pericoloso. Mi giurai e mi dissi e mi promisi che no, non mi sarei mai innamorato, storie così non possono durare, soprattutto in vista di un ritorno a casa, dove ognuno ricomincerà a recitare i ruolini di sempre: io studentello sfigatello, lei Bella e Modella. Figuramose.
L’esotismo dei luoghi e la potenza erogena di Martina, però, furono molto più forti delle sagge decisioni prese a tavolino. Al cuore e ai suoi accessori periferici, si sa, non si comanda. E poi lei iniziò a ripetermi tiamotiamotiamo.
Dopo un po’ ci credetti sul serio, e, porco cazzo, persi la testa.
“Quando viaggiano le persone tirano fuori la loro vera personalità. Sono autentiche.”
Queste parole fintofreak, che Martina mi regalò uno degli ultimi giorni di viaggio, forse le aveva lette su Marie Claire, le trovai verissime. E sperai, ingenuamente, che questa ‘autenticità’ sarebbe potuta continuare anche a casa.
A Chetumal ci separammo e noi uomini proseguimmo per il Belize e Londra, le girls tornarono a casa via Cancun. La breve separazione ci fece bene perché quando arrivai a casa passammo una decina di giorni di idillio, sigillati in camera a consumare sesso e splendide cotolette che mia madre ci preparava. Il Paradiso terrestre, a volte, esiste.
Poi, com’era ovvio che fosse, mezzo secondo dopo che mi ero irrimediabilmente innamorato, le cose iniziarono ad andare a rotoli. Rientrata totalmente nei suoi panni - le feste bolognesi, le sfilate a Milano, il sabato sera in discoteca -, e io rimasto con la testa sulle ali dei tucani di Tikal, non mi resi conto di come Martina si stesse allontanando da me.
La raggiunsi per qualche giorno in un minuscolo appartamentino della città da bere, dove trascorrevo le giornate facendo finta di preparare l’osceno esame di statistica, in realtà ad aspettare con ansia che tornasse per poterla leccare. Martina arrivava stanca e tesa, aveva passato la giornata sui tacchi alti a far sbavare clienti apparentemente interessati ai vestiti, e una sera, dopo che acconsentì a trombare, ma solo perché proprio si doveva fare, arrivò a dire che avevo lo sperma acido.
Eccecredo che m'ero inacidito, chiuso tutto il giorno in uno sgabuzzino a studiare statistica ma con il cervello parcheggiato fra le sue cosce.
Tornati a Bologna, dopo qualche giorno, una mattina radiosa Martina mi telefonò, chiamandomi a rapporto. Corsi da lei, non vedevo l’ora di stringerla fra le braccia. Ma l’unica cosa che doveva comunicarmi fu:
“Non ti amo più.”
Una mazza chiodata sulla nuca avrebbe fatto meno male.
Trascorsi i mesi successivi a cercarla, a elemosinare una revisione della pratica, a sperare di incontrarla casualmente sotto casa sua, e ogni volta che mi capitò di vederla era regolarmente in compagnia di qualcun altro, sempre diverso. Modelle, si sa, hanno molti amici. Nerchiuti, di solito.
Un ex fidanzato prima amato poi stangato come me arrivò a scriverle sotto casa MARTINA TROIA e lei si convinse che l’autore fossi io. Non c’entravo affatto, anche se il graffitista tradito aveva espresso sinteticamente, ma con termini calzanti, il mio pensiero politico più profondo.
Ci misi due anni a digerire tutta la fazenda.





Sette
Irene
Giornata apparentemente tratta dal film cubano Lista d’attesa, se non fosse che mi trovo in Brasile.
Quando vedo quello che vedo, persino nel País do Carnaval, faccio quasi sempre finta di non vedere. La mia timidezza e la mia educazione in parrocchia impongono approcci discreti, anche nei paradisi dei turisex. Sono seduto nel primo posto a destra, corridoio, dell’autobus che va da Rio a Vitória, capitale dello Stato di Espírito Santo. Di fianco a me, alla destra, finestrino, siede probabilmente la donna più brutta e silenziosa del mondo, forse tace perché ormai ha rinunciato a ogni ipotesi di contatto con il sesso opposto. O con qualsiasi sesso. Grassarda con la pelle unta, caschetto di capelli che sembrano strappati da una scopa, facciazza rotonda, neo peloso tra il naso e la bocca. La voce non lo so, non l’ho mai sentita.
Ciò che non dovrei e non vorrei vedere (amo mentirmi), perché fa male, siede invece sulle due poltrone alla mia sinistra - niente vicini, beata lei. Una biondona che sembra uscita da un film americano degli anni Settanta/Ottanta, Ray-ban a specchio, bandana rossa, vestiti (pochi) stracolorati e una pancetta burrosa che traspare dai medesimi. Figlio e birre, con certezza. A giudicare da come sta spaparanzata forse dorme della grossa, deve aver fatto le ore piccole, piccolissime.
L’autista imbocca l’infinito ponte che collega Rio a Niterói e, presumo e spero solo per chiedere un’informazioncina breve breve, dalla cantina dell’autobus sopraggiunge una nera blu, magra e muscolosa, che si è tolta le scarpe. Appollaiata all’imboccatura del corridoio, praticamente sulle mie ginocchia, ho come l’impressione che stia facendo la corte all’autista, ma non può essere. Un cartello grande come una casa, infatti, recita forte e chiaro Parlate all’autista solo il minimo indispensabile, ben più brasiliano e meno nazi del nostro categorico Proibito parlare al conducente. Nonostante l’evidenza, la donna sembra aver innescato un soliloquio interminabile, durante il quale affronta tutti i temi del momento: i candidati alle presidenziali, sinistra sì/sinistra no, i recenti casi di dengue, la globalizzazione, che tempo farà, ho tre figlie e quindici nipoti.
L’autista tenta invano di guidare, ma ogni tanto è obbligato a regalarle un “sì/ebbene sì/in effetti/ha ragione”, se non altro per far finta di ascoltare e non addormentarsi con il ronzio del monologo. A ogni curva la tipa mi barcolla addosso, ma nemmeno i calcetti e le gomitatine che le regalo a cadenze regolari aiutano a farle notare che mi/ci sta devastando l’anima e i coglioni. Per distrarmi, ogni tanto butto un occhio a Brigitte Bardot, che ronfa di brutto, con tanto di mascherina da aereo calata sugli occhi.
A un certo punto l’autista non ce la fa più e, con tutta la delicatezza del mondo - deve aver già accumulato mezz’ora di ritardo sulla tabella di marcia per ascoltare la sciroccata - le chiede gentilmente se può andarsi a sedere al suo posto, con la scusa di un blocco di polizia. Guardo l’orologio: quarantacinque minuti netti di soliloquio. Le prime file - quelle a portata di orecchie - applaudono interiormente, sento le mani che si spellano, anche se di fuori tutti fanno finta di sonnecchiare.
Il viaggio prosegue tranquillo fino alla prima autostazione, dove ci fermiamo per il pranzo. La Barbie XL si sveglia, scende come tutti dal bus, e al self-service la obbligo a sedersi al mio tavolo, l’unico occupato di tutto il ristorante, a suon di sorrisi.
“Come ti chiami?”
“Irene”, mi comunica con un sorriso ancora piegato dal sonno, mentre appoggia il cellulare e un po’ di verdure sul tavolo. Mastichiamo.
Facciamo presto amicizia, mi racconta di essere gaúcha di Porto Alegre, di avere vissuto per un lungo periodo a Vitória - dove ha un figlio, motivo del viaggio, e un ex marito, che mi sembra di capire potrebbe anche fare a meno di rivedere - e di abitare a Rio. In effetti ha un accento carioca mostruoso, sembra la caricatura vocale di una paulista che imiti una carioca, tutte esse strascinate e scivolose (roba brasiliana, molto diversa da quella emiliana), che sui turisti come me hanno un effetto erogeno particolare. Ha un modo di parlare da pantera, ggiovane e agitato, gesticola, sembra una tigre funky uscita da qualche discoteca di Rio, e infila il termine giocoso neném, ‘neonato’, ‘bebè’, una parola su tre. L’abbigliamento e la parlata, in effetti, traspirano discoteca. Iniziano a sorgermi dubbi. Non mi chiede di dove sono, nonostante il mio accento chiaramente straniero; non mi chiede che cosa faccio nella vita, dove vado e perché: tutte domande che in un dialogo ‘normale’ sarebbero le prime a comparire.
“Sai - a un certo punto mi rivela, senza il minimo filo di vergogna o pudore - lavoro di notte. La famosa notte di Rio.”
Un eufemismo delicato per dire che batte, e io faccio finta di niente, anche se per l’imbarazzo cretino mi si pianta la forchetta nelle gengive.
Tornati sul bus è d’obbligo cambiare posto, anche perché Irene mi invita in quello libero di fianco al suo. La mia ex compagna di viaggio certo non ne avrà a male, io meno ancora. Zompo di là, preoccupato che Irene possa avermi scambiato per un eventuale cliente. Le lavoratrici ‘staccano’ quando sono in vacanza, o sono sempre sul pezzo? Ho dollari da spendere? Se lavora a Rio deve essere abituata a cifre dai molti zeri, con tutti i turisti imbecilli che la frequentano. Ci vorrei fare un giro? Nel caso, mi sono lavato bene le ascelle?
Questi, e molti altri quesiti, mi ronzano in testa mentre Irene mi racconta, fra il divertito e il fatalista, la sua storia di piranha. Io spalanco le orecchie, non potevo trovare una compagna di viaggio più interessante.
“Abito a Leblon, sopra il Cicciolina, il ‘Cia’, come lo chiamiamo noi, una delle boates per stranieri più conosciute. Il ‘Cia’ costa poco, appena venticinque reais, e hai diritto a due consumazioni. Il locale migliore, però, quello che frequento più spesso, praticamente tutte le notti, è il Barbarella, cinquanta sacchi solo per entrare, consumazioni escluse. Lì sì, che è chic, si marcia esclusivamente a whisky e champagne, e ci lavorano circa duecentoquaranta ragazze, per altrettanti clienti.
Italiani, quanti ne ho conosciuti... Mi ricordo di un tal Massimo, quarantadue anni, un vero minimo. Non sopportava che mi mettessi vestiti volgari, ogni volta mi faceva delle scenate isteriche. Poi era gelosissimo. Un pomeriggio, quando mi aveva rotto e lo avevo smollato in spiaggia, mi seguì dalla distanza fino al mio appartamento. Mi vide entrare e si attaccò al citofono, facendo impazzire il portiere. Io fingevo di non essere in casa, mentre invece ero su con una fidanzatina di Angra dos Reis che ci scambiavamo qualche bacio. Il rompicoglioni insistette talmente - si mise a prendere a pugni la porta - che dovetti aprirgli. Pensava che fossi con un altro uomo, ma quando mi trovò con la gatinha si trasformò in una statua di sale. Come se non bastasse, ‘sto Massimo era un feticista dell’urina, la collezionava. Pensa che un giorno, dopo aver scopato, e io essere andata in bagno a fare pipì, mi corse dietro con una bottiglietta in mano.
“Ti prego, Irene, mettine un po’ qua...”.
Quel giorno avevo le mestruazioni e Massimo voleva portare a casa una specie di camparino, forse da aggiungere alla collezione in salotto. Io mi sono rifiutata.
Da qualche anno, inoltre, ho una specie di fidanzato fisso italiano. È un bel ragazzo milanese di trentaquattro anni, fa il broker ed è gonfio di soldi. Sono già stata in Italia con lui, sua madre crede che io sia una fidanzata ‘normale’, gli chiede in continuazione quand’è che mi sposerà. Ma il bello è che lui continua a pagarmi, anche se stiamo assieme da tanto tempo, dice che gli va bene così e che mi vuole dare una mano.”
“Scusa la domanda indiscreta - la mia curiosità è ai massimi livelli -, ma quanto chiedi per una prestazione (giuro che le rivolgo questa domanda senza calcolare quanto ho nel portafogli)??”
“Mah, il programa basico, di solito, è di centosettanta dollari, e le notti che va male tiro su quattrocento reais.”
Circa duecento euro, cazzo. Per un momento accarezzo l'idea di diventare il suo pappa.
“Per tre anni e mezzo ho lavorato seriamente in un’agenzia turistica statale brasiliana a Madrid, ma poi ha chiuso i battenti, e da un giorno all’altro mi sono ritrovata in strada. Che cosa potevo fare, prendere il primo lavoro sottopagato che capitava e guadagnare uno schifoso salario minimo? Neném, ora, con questo lavoro, che a volte per inciso non è niente male, in pochissimi anni mi sono comprata una casa a Vitória, una moto, pago l’affitto dell’appartamento di Rio e in banca ho circa seimila reais. Certo, non sono ricca, ma me la passo decisamente bene, e a mio figlio, la luce dei miei occhi, non faccio mancare nulla.”
“E al tuo ex che gli dici, del tuo lavoro?”
“Quando scelsi di fare la vita fui molto onesta e sincera, gli dissi che la vitina mediocre di famiglia non era per me, non potevo trascorrere il resto della mia esistenza a fare attenzione alle bollette. Presi e partii per Rio. Lui, di conseguenza, decise che finché avessi continuato a lavorare in questo modo non ci sarebbe più stata famiglia, se non per la gestione del bambino. E di fare l’amore non se ne parlava nemmeno. Io, d’altronde, per lui non sentivo più nulla. Poi, a Rio, appena arrivata, mi sono messa quasi subito con un cliente che è stato il mio uomo ufficiale per quasi due anni. Si tratta di un campione del Flamenco, non posso fare nomi, che mi ha ricoperto di soldi e attenzioni per tutto questo tempo. Poi, un bel giorno, qualche settimana fa, ha deciso che non gli andavo più bene. Pensa che diversi giorni fa mi è capitata l’occasione di andare a lavorare in un bordello in Svizzera, era tutto pronto, il tenutario mi aspettava, i clienti pure, e l’unica cosa che mi mancava era il biglietto aereo. Ho chiesto i soldi al mio ex, ne ha che gli escono dai pori, ma non mi ha voluta aiutare. E tutto è sfumato, qualcun’altra è partita al posto mio. Prima o poi gli faccio spaccare le ginocchia da qualche amico.”
Arrivati all’altezza di Campos, una cittadazza a metà strada, incappiamo in una deviazione, causa rifacimento del manto stradale. L’autista imbocca quella che ritiene una parallela della strada principale. In realtà finiamo in un sentiero sterrato fra i campi di canna da zucchero, ecco Cuba, e il polverone che si alza è mostruoso. Inizia un’odissea di un’ora buona, a zigzag fra i sentieri, visibilmente persi. La vaga idea di aver ritrovato la strada l’abbiamo quando rimaniamo bloccati in un ingorgo. Tutti quelli che hanno sviato sono finiti lì, chiusi in un imbuto fatto di polvere, caldo, lamiere e canna da zucchero.
La chiacchierona nera, con evidenti ansie di guida, è ripiombata davanti, regalando preziosissimi e indispensabili consigli all’autista, aforismi di saggezza ai passeggeri. Ha un alito pesante che sa di cachaça, all’autostazione deve aver pranzato a suon di distillato. Il viaggio si è trasformato in una barzelletta, tutti, anziché incazzarsi, ridono, Viva Brasil! In una situazione del genere, in Italia, ci sarebbe chi si fa prendere da una crisi isterica, e a fine viaggio denuncia la compagnia di trasporti e l’ANAS. Ma qui, se dio vuole, siamo a un’altra latitudine.
Partono raffiche di battute dalle retrovie, soggetti principali l’autista, i poliziotti che ci hanno fatto imboccare quella strada, le auto che provengono in senso contrario - incastrandosi sempre di più - e la madre del genio che ha deciso di asfaltare la strada.
La nera logorroica viene mandata in avanscoperta in mezzo al polverone - è l’unica che ha il cuore per farlo -, un po’ per capire se riusciremo mai a proseguire, un po’ per levarcela dai coglioni. Come scende dal loggione scattano battutacce razziste, tipo “attenta a non tornare bianca” o simili. Risate, caldo bestia, qualche ascella pesante, molto zen.
Tornata a bordo, l’esploratrice ci comunica che, come se non bastasse, un autobus che proveniva in senso contrario, viste le dimensioni ristrette del sentiero, è riuscito a infilarsi in un fosso. Salve di fischi all’ambasciatore che porta pena, dal fondo del bus. L'esploratrice ormai deve aver capito che tutti la stanno prendendo per il culo, e se ne ritorna zitta e buonina al suo posto.
Dopo mezz’ora l’ingorgo sembra fluire e riusciamo ad abbandonare il dedalo del canneto, alcuni ringraziano i santi, altri riprendono a dormire.
“Dove vai?”, finalmente Irene si decide a chiedermi, poco prima di arrivare a destinazione.
“A Vitória per qualche giorno, poi al Morro de São Paulo, nella Bahia. Ho un amico che vive là.”
“Ah, il Morro. L’anno scorso sono stata una notte con un italiano, uno che in Italia faceva l'editore, e che ora ha una pousada là. Un programmino basico.”
“Come si chiama?”
“Un nome strano, tipo Celerino o Cestino. Un tipo di Modena, sulla cinquantina.”
“Cazzo. Celestino. Il mio amico.”







Otto
Catena di montaggio
Facce nostrane in una catapecchia di San José del Pacifico, sulle colline di Oaxaca, Messico, alle quattro del mattino. Sosta tecnica del bus che porta il pueblo da Puerto Escondido alla capitale regionale. I passeggeri si riprendono dal freddo e dal sonno sorseggiando bicchierate di deliziosa cioccolata rovente in un bar fatto con quattro assi di legno e due lamine di alluminio.
In realtà, più che per la cioccolata, San José è internazionalmente nota per gli hongos, i funghi allucinogeni che ti spediscono al volo sulla Luna. Ero venuto qui dieci anni fa, a strafarmi e perdermi in fattanza viola tra i boschi e i villaggi degli indios. Oggi sono più tranquillo e più borghese, preferisco la cioccolata.
Facce nostrane, dicevo, soprattutto a giudicare dalle S a tagliatella.
“Sòccia, che viaggio del cazzo. Sòccia”, vomita una cinghialera fintobionda che non avevo potuto evitare di notare a Puerto Escondido mentre si accompagnava a un surfista con la metà dei suoi anni. Fintobiondo pure lui.
In effetti l’autobus non è dei più comodi, e le mille curve a Z non aiutano il sonno.
“Di dove siete?”. Di solito non attacco bottone con gli italiani all’estero, soprattutto se ho pagato un aereo per andare dall’altra parte della Terra. Li lascio straparlare, ascolto facendo finta di niente, poi valuto attentamente se, a giudicare ciò che esce dalle loro bocche, vale la pena sventolare il tricolore. Ma, stavolta, dev’essere l’effetto della cioccolata…
“Bulàgna”, dicono all’unisono le due cicce con gli stivali pitonati (fucsia una, turchesi l’altra).
“Riccione”, fa il tipo, un biondino alla Richard Gere, tutto leccatino.
“Piacere. Pietro. Di Bulàgna anch’io.” Seguono stringimani.
“Mirella.”
“Giovanna.”
“Vidmer.”
“Come??”
“V-Vidmer.”
“Piacere.” Contadini romagnoli, cazzi di nomi. Fellini è sopravvalutatissimo, l’ho sempre sostenuto. Con tutto quel background soccioculturale che si ritrovava in giardino ebbe il gioco facile. Bastava tirare acqua su dal pozzo.
Le due gorde, dicevo, le avevo viste sfilare quasi ogni sera nei baretti più infuocati di Puerco, sempre con tre dita di trucco in faccia, capelli e vestiti da sciampiste in libera uscita, mano-nella-mano di qualche montatore a caccia di gringhe. In realtà sono solo due cessi appena usciti dal parrucchiere. Roba da discoteca bolognese, da periferia dell’universo.
“Che fate di bello, nella vita?”
Domanda, se vogliamo, un filo impegnativa, alle quattro del mattino.
“Pi-erre nei locali più trendy”, fa quella con le labbra al silicone.
“Commessa, vendo vestiti”, quell’altra.
“Ho un piccolo albergo, al mare”, il piadinaro.
Ci avrei giurato, zoccole semiprofessioniste le prime, bagnino il terzo.
“E dove andate?”
“Uaxxàca, Monte Albán, poi Los Angeles”, le due.
“Uaxxàca, Monte Albán, Palenque, Città del Messico, poi Riccione”, Richard.
Arrivati a Uaxxàca, prendiamo tre camere in una pensioncina del centro. Io comincio ad accusare i primi sintomi di un’influenza stronza, Vid esce a caccia di gnocca, le due a caccia di stivali pitonati. Lungo il tragitto del bus hanno visto una vetrina che ne esponeva un paio gialli che NON-POSSONO-ASSOLUTAMENTE-PERDERE.
Al pomeriggio andiamo tutti in gruppone a Monte Albán. Più salgo i gradoni delle piramidi zapoteche più mi gira la testa. Romagna mia si accoda a un gruppo di turiste giapponesi, le due cinghie comprano l’intera produzione artigianale del Messico centro-meridionale nel negozio all’entrata della zona archeologica.
In piena notte, pitone giallo scintillante ai piedi, le parrucchiere prendono un volo per Elèi, via Città del Messico. Era ora, mi vergognavo di andare in giro assieme a gente con stivali così e messinpieghe cosà.
Rimango solo con l’albergatore.
“Pietro, io se non trombo tutte le notti, non importa che cosa, non dormo.”
Da come si era incollato alle giapponesi mi era sembrato di capirlo.
Il giorno seguente mi trascino sulle orme del cacciatore di sorca. Anche a me piacerebbe cacciare, ma le gambe mi tremano - per la febbre, non per l’emozione -, e più che osservare non posso fare. Vidmer infila la porta principale della cattedrale, io lo seguo a distanza. Deve aver visto qualcosa. Non credo che si tratti di altari barocchi.
Si attacca ai tacchi di una ragazza che, presumo, dev’essere lì per pregare. Italian stallion la avvicina, le bofonchia qualcosa, questa sorride - un sorriso strano, quasi cinese, pre-omicidio -, poi inforca rapidamente l’uscita.
“Che porcata le hai detto?”
“Le ho dichiarato che è molto guapa, e che se voleva accompagnarmi nel confessionale…”
Ammiro di cuore, fin dall’adolescenza, quelli che hanno una faccia di bronzo così, ai limiti della denuncia. Io non l’ho mai avuta. Per questo motivo, soprattutto durante gli stupidi anni della formazione sensuale, sono rimasto troppo spesso a bocca asciutta.
“Nel c-confessionale…?”
“Sì. Non l’hai visto il film? Cioè, Il Film. Quello girato Gioia dei Marsi, in Abruzzo.”
“No. Di che stai parlando? Roba della Wertmüller?”
“No, direi di no. È un filmaccio che si chiama, appunto, Il confessionale. È stato girato di nascosto in una chiesa in un paesino abruzzese dalla mafia del porno. Il prete (finto) si chiava suore e fedeli, per non parlare delle suore fedeli. È stato un successone di cassetta, soprattutto perché ha una trama. Solo che quando qualche parrocchiano ha visto il film, dopo essersi sparato quattro spugnette, ha iniziato a spargere la voce in paese. Il prete (vero) si è incazzato come un Torquemada, le beghine del paese hanno tolto le sedie dalla strada in segno di sciopero e osservato un mese di ritiro spirituale, la chiesa è stata messa in quarantena. Il parroco è stato convocato per accertamenti in Vaticano, poi trasferito a Scampia. La chiesa è stata sconsacrata, tutta quella sborra secca sull'altare non stava bene.”
“No, cazzica, non l’ho visto. Appena torno in Italia corro a noleggiare il CD.”
Lascio Vidal al suo safari, vado a rintanarmi in camera, rintronato dall’influenza.
Dopo una dormita rigeneratrice porto di nuovo la mia personcina febbricitante in strada.
“Dov’è il mio amico?”, chiedo al portiere della pensione, mentre esco. Il tipo mi guarda interdetto.
“Mah… È in camera sua. In compagnia. Una madre. Con il… figlio.”
Non faccio in tempo a riprendermi dallo stupore per aver incontrato uno stacanovista della fica che Vidmer esce dalla camera. È preceduto da una madre con un bambinetto di un paio d’anni fra le braccia. Sono basito.
“Cazzo, ti facevo sportivo, ma non così tanto. Pure pedofilo?”
“Noooo, niente bambini. Non ci sono arrivato. Non ancora.”
“Ma dove l’hai trovata?”, la mamma saluta e se ne và.
“Per strada. L’ho invitata in camera, dopo tre secondi di finta indecisione mi ha seguito.”
“Mah… e il bambino?”
“Quando l’ho incontrata le stava già dormendo in braccio. Arrivati in camera lo ha buttato su un lettino. Solo che lo stronzetto ha deciso di svegliarsi quando ero già oltre la seconda falange. Si è rimessa le mutande in tutta furia, ha ringraziato, me e la Vergine di Guadalupe, e se n’è andata.”
La febbre non scende, passo in farmacia a farmi una pera di antibiotico, vediamo se qualcosa si smuove.
Vidmer, invece, marcia con un antibiotico tutto suo. In camera, sul comodino, ha una boccia di plastica piena di tequila ipereconomico, quello da due pesos a botte, un concentrato di metanolo che devono solo i barboni poveri. Ne trangugia un paio di sorsate corpose prima di uscire, ogni sera. Serve a combattere il freddo e a darsi la carica giusta prima di scendere sul sentiero di guerra. Prima, però, lucida i mocassini e si pettina. Veste sempre camicine stirate. È impeccabile nella sua perfezione estetica tardo anni Ottanta, anche se nelle vene ha il marcio.
“Ho quarant’anni, ma sono ancora in pista. Anni e anni di scuola con le svedesi di Mykonos e le russe del mio albergo. Ci tengo a tenermi in forma, ho ancora qualche annetto buono per divertirmi.”
In effetti, Hemingway è un quarantenne in formissima, di anni ne dimostra trentacinque e alla sua età vorrei essere come lui. Rivedrei, magari, qualche dettaglio per quanto riguarda l’abbigliamento, un po’ troppo da assicuratore. L’ultima volta che ho usato i mocassini è stato per la cresima, e da allora ne ho sempre avuto repulsione. Soprattutto per quelli con la monetina, roba da figli di papà americani cresciuti a cornflakes o da cretini con la casa a Cortina.
Vitaminizzati, ognuno a modo suo, ci buttiamo in strada, dopo il rito dovuto della cena. Negli occhi del mio amico vedo la fermissima intenzione di concludere la serata in orizzontale, e non da solo.
Dopo un’oretta di sdruscio senza risultati tangibili a zoccole nello zócalo, Vid decide di andare a colpo sicuro. Mercenarie. Pagando non si può sbagliare.
“Dove?”, domanda a un tassista.
“Calle XZY, la seconda a destra e la terza a sinistra.”
Ci incamminiamo, io debole come mai prima. Sento ogni passo come se fossero cinque.
La Calle XZY si rivela essere a dieci metri d’aria dalla nostra stamberga, se solo ci fossimo informati avremmo risparmiato energie e tela dei jeans. Ci infiliamo in un dedalo di viuzze illuminate da neon colorati, e nonostante il raffreddore sento odore di concha. Le narici del mio socio pulsano, piangono, sbavano, applaudono.
L’atmosfera spermatica, però, cozza contro una evidente penuria di merce. I postriboli in cui infiliamo il naso, dopo aver spostato tendine fatte con i tappi della Coca-Cola, sono tutti apparentemente privi di donne femmine. Al più qualche alcolizzato cronico che fa da arredo, incollato a sedie e pareti. In un paio di postacci c’è pure una specie di donna, ma l’essere è talmente horribilis da riconfermare per l’ennesima volta il falsissimo stereotipo secondo il quale tutte le messicane sarebbero dei cessi (nulla di più menzognero). Stasera deve essere lunedì, al lavoro sono venuti solo gli avanzi di magazzino, oppure le lavoratrici che negli scannatoi ci vivono. Una di queste riesce quasi a trascinare il mio amico in una cameretta per amplessi al secondo piano, tra sorrisi, ¡vamonos, guapo! e presa salda con entrambe le braccia, da tiro alla fune. Ma, deve avere notato il mio sguardo schifato nei confronti della rinoceronta, all’ultimo momento Vid si libera dalla morsa, innesta la retro e fugge dal locale. In strada, oltre al puzzo di piscio, c’è solo qualche ratto uscito a cena e una pattuglia della polizia che a sirena lampeggiante cerca nervosamente qualche gentiluomo.
“Caro Vidmer, oggi è destino. A letto a bocca asciutta. Almeno io, con certezza. Le gambe non mi reggono più, e la testa mi gira peggio di una giostra. Vado a nanna, tu che fai?”
“M-mmm… non sei un gran compagnuccio di avventure, burdèl. Non so, rimango ancora un po’ in giro, vedo se raccatto qualcosa di vivo.”
“Ok, buenas noches, ¡suerte!”
“Ciao, a domani. Cùrati.”
Nel suo saluto colgo una vena di sarcasmo.
Il giorno dopo, a colazione, il mio amico indossa un sorriso vagamente soddisfatto.
“Allora, concluso qualcosa?”
“Beh, per sborrare ho sborrato.”
“Qual è stata la vittima, stavolta?”
“Travestito, non ho trovato di meglio. Ma mi è andata bene. Era senza baffi e l’alito non gli puzzava di enchilada.”

Oaxaca non si è rivelata una mecca del turismo antropologico, almeno per il mio compagno di viaggio maniaco. Non lascia, dunque, grossi rimpianti, mentre prepara la valigia. Proseguiamo assieme per il Chiapas, destinazione Palenque, via San Cristóbal de Las Casas, terra del subcomandante Marcovaldo e della sua pipa. Il viaggio è, ancora una volta, allucinante. Troppe curve, troppi blocchi stradali dell’esercito, troppe magliette con le pipe, troppa aria condizionata nell’autobus, troppo virus che mi impesta i bronchi e che non si decide a lasciarmi. Forse ho bisogno di un esorcista.
L’alberghetto di Palenque, settecento ore dopo, è in tutto e per tutto uguale a quello di Oaxaca, con surplus di zanzare e gente rumorosa. Il cortile interno funziona da parcheggio, e i burini motorizzati che vi stazionano lo fanno dopo mezz’ora di sgasate contro la mia porta. Alla mattina mi sveglio con le serve dell’hotel che puliscono le camere trascinando letti e sedie, manco stessero facendo trasloco. I vicini aidietici sbattono le porte facendole deflagrare. E, come se tutto ciò non bastasse, la febbre schifa non se ne và.
Mi tiro su dal letto incarognito con l’universo, in particolare con i messicani, in particolare quelli con l’auto, le serve e quelli senza orecchie. A malapena saluto Vid mentre faccio le valigie e mi trasferisco di corsa al Vaca Loca, un alberghetto dall’apparenza più silenziosa. Il mio amico è insensibile ai rumori, l’unica sensibilità l’ha nei confronti dei peli pubici, per cui rimane in quella fogna di suoni maleducati. Lo rivedo solo verso l’ora del tè, quando mi sono più o meno ripreso dalle fatiche del trasloco e dalle allucinazioni della febbre. È seduto nella piazzetta centrale, in compagnia di un altone con la faccia da cavallo.
“Piacere, Sergio.”
Nonostante l’apparenza da gringo, Sergio caballo è messicano doc. Forse il suo c. v. ha influito sulla fisionomia, o forse è quell’aria di figlio di papà che si porta appresso - nonostante non sia un ragazzino -, ma Sergio ha ben poco del messicano classico. Ci racconta di aver avuto un importante passato francese che gli ha spezzato il cuore e lasciato come strascico dell’affaire una créperia di successo nella Zona Rosa, uno dei quartieri più fighetti di Città del Messico.
L’unica cosa non fighetta di Sergio è la capacità impressionante di alternare una bottiglia di birra a una sigaretta, una dietro l’altra, ad infinitum. Denti e mani gialle, costante alone fumoso, aroma da posacenere. Sarà che le crépe le fa lui personalmente? Ci farà cadere la cenere dentro? Però sorride sempre, cosa che non guasta.
Vidmer, al contrario, oltre a non ascoltare quello che stiamo dicendo, sembra un po’ teso. Il suo sguardo da scanner analizza ogni minimo movimento lungo lo zócalo, caso mai si perdesse qualcosa. Ieri sera non deve essere riuscito a far festa. Non lo so, dopo il lungo viaggio non gli ho ancora chiesto com’è andata la caccia notturna.
“Allora, Vid, pescato ieri notte?”
“M-mmm… ‘sto cesso di città è piuttosto deboluccia, c’è una specie di discoteca ammuffita, ma è frequentata solo da adolescemi. Mi sono trascinato qua e là, ho chiesto ai tassisti, e sono finito in un baraccio dove ho conosciuto Sergio.”
“Gnocca?”
“N-no, solo qualche trave orribile. Ieri sera ho fatto il bravo.”
Inizio a pensare che al mio amico i travestititi piacciano. Li becca tutti lui, io non ne ho visto uno in giro dall’inizio del viaggio.
“Che fate, stasera?”, chiedo ai due. Domanda retorica.
“Boh. Figa?”
“OK.”
Ceniamo assieme. Cioè, io mangio, Vid smangiucchia - è più attento alle cameriere che non a quello che gli arriva nel piatto -, Sergio beve e fuma peggio di un saudita in vacanza in Thailandia. E sorride.
Dopo un Kalhua e un su-e-giù dodici volte per la strada principale - gelato, sguardi, chiacchiere amene -, entriamo nella famosa discoteca.
Il posto è parecchio scuro, con un aroma di muffa strangolante, ma la musica non è pessima. Poca gente, è presto, più tardi si riempirà.
Provo ad accennare un movimento d’anche, ma le rotule non mi reggono. Sto sognando il letto.
“Vidmer, scusa, ma non ce la faccio più. Devo avere centocinquanta gradi, sono a pezzi. Torno alla Mucca Pazza.”
“Eh, bolognese, sei proprio fiacco… Ti facevo più figaiolo. Occhei, riposati, che ti fa bene.”
Mi limito a un grugnito di commiato, se parlo m’incazzo, inizio a citare Raoul Casadei e il Passatore. E non ho più nemmeno la forza per incarognirmi.
Il giorno dopo faccio un timido giro alle rovine della zona archeologica. Salire sui gradoni delle piramidi manco a parlarne, al più passeggio tra l’erba e le torme di turisti in braghini. Tornato in città incontro i due soci con lo zaino sulle spalle.
“Partite?”
“Sì, basta provincia figapriva. È giunta l’ora di cose serie. Cose grandi. Andiamo a Città del Messico.”
Accompagno i due all’autostazione e li saluto. Senza chiedere com’è andata la notte.
“¡Buen viaje!”
Adiós.”
A essere sincero, meglio così. Non ne potevo più del ritmo da catena da montaggio del mio amico. Del suo sarcasmo da albergatore romagnolo, poi.






Nove
Wolf
A diciannove anni ero scemo come un diciannovenne, e per di più nazi. Andare all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, oltre a rappresentare un viaggio lontano dagli orrori domestici (famiglia & scuola), aveva anche una vaga motivazione ideologica. Io e i miei amici ci sentivamo piccoli Hitler a caccia di conferme e, eventualmente, di qualche birra.
Partii con Giampiero a bordo della sua Land Rover XXL, una specie di camion in miniatura che solo apparentemente aveva un enorme vano posteriore in cui stendere due sacchi a pelo. All’atto pratico, però, gli operai della Regina avevano costruito una carriola su ruote, ed è noto come nelle carriole di sacchi a pelo ce ne stiano 0,45. Per dormire, dunque, adottammo più soluzioni. La prima fu l’atrio di un condominio austriaco, con la lieta sorpresa di una vecchina che all’alba ci svegliò e ci ospitò nel suo appartamento per offrirci una spettacolare colazione a base di caffè filtrato e pane nero con il burro, tanto buona che ne ho ancora il sapore in bocca. Erano bei tempi, in cui le vecchine si fidavano ancora del prossimo, e i nazi non stupravano le vecchine. Oggi, probabilmente, la stessa signora avrebbe accolto a cannonate e cani lupo commissari quei due terùn che le sporcavano l’atrio e i gerani, ma allora, più o meno un milione di anni fa, l’atmosfera era diversa.
Altra soluzione per dormire gratis, com’è giusto che sia, era quella di imboscarci in una radura fuori città, tipo quelle in cui Obelix giustizia una mezza dozzina di cinghiali per il pranzo, e rannicchiarci uno davanti e uno dietro, nell’infame carriola. Tutto ciò, è ovvio, si sarebbe evitato se in tasca avessimo avuto qualche banconota frusciante. Ma a diciannove anni, di solito, le banconote fruscianti sono fantascienza.
Giampiero era un bulletto tutto giubbotto bomber e musicassette di Madonna, con il quale d’estate avevo fatto una vacanza ‘alternativa’. Avevamo lasciato Ibiza per farci un giro di ferragosto in Austria (sic!). A diciannove anni ero scemo come un - vabbè, avete capito. Giampiero spargeva arroganza in ogni dove, tant’è che arrivati alla frontiera con l’Austria, luogo notoriamente popolato di gente simpatica e accogliente (vecchine escluse), rispose con un Non ti preoccupare al mio Guarda, forse è meglio se ti allacci la cintura di sicurezza. Lo sbirro, come lo vide con la cintura slacciata, non gli chiese nemmeno i documenti: gli compilò direttamente la multa, da pagarsi seduta stante, pena la gattabuia. Per quanto nazi, Giampiero non avrebbe amato una parete con le sbarre e gli sgherri ariani, per cui pagò, si allacciò la cintura e ingranò la prima bestemmiando contro i crucchi (in realtà voleva bestemmiare contro la propria imbecillità, ma l’orgoglio maschio glielo impedì).
L’Oktoberfest era, e credo che lo sia ancora, un bel casino: torme di ubriachi ai tavoli, che se ti inquadrano come italiano e c’è un posto libero ti dicono che è prenotato da oltre un mese dallo zio Günter, arriverà tra un minuto. Smammare, senza il bitte. E poi: polli deliziosi e salatissimi, che ti obbligano a bere ettolitri di birra che prima o poi finisci con il vomitarti sulle scarpe, in quanto i bagni pubblici sono tutti intasati, o c’è una coda di mezzo chilometro o non hai la stramaledetta monetina per entrare; splendide orchestre di ciccioni e tromboni che fanno ancheggiare gli ospiti a suon di balli del quaquà; splendide bionde che non ti guardano nemmeno se le paghi; buttafuori incazzati neri con gli ubriachi più molesti, quelli specializzati nel disintegrare i boccali contro i tavolacci in massello o contro i crani; coatti facinorosi che istigano la rissa con gli stranieri; risse tremende fra ariani e turcomanni, che se ci capiti per sbaglio in mezzo e riesci a riportare il culo a casa puoi accendere un cero al tuo santo di fiducia. Noi, ovviamente, finimmo in mezzo a una rissa che sembrò la Terza guerra mondiale, sedie e denti che volavano, e da allora la Madonna di San Luca, quella ringraziata anche dai democristiani, riceve il mio cero annuale.
Passavamo le giornate all’Oktoberfest a trascinarci da un padiglione all’altro, fingendo di divertirci e di essere ben accolti, mangiando e bevendo quel poco che le monetine tirate su dal salvadanaio ci permettevano, e cercando di rimorchiare cose che mai si sarebbero fatte rimorchiare dagli ennesimi italiani allupati e privi di valute forti (all'epoca noi marciavamo ancora a lirette, i tognini a marchi sonanti). Le sere, invece, erano concentrate nella caccia all’hotel, nella radura più ospitale della periferia. L’ultima notte, però, sarà stato per l’accumulo visivo di tutte quelle bionde con la puzza sotto il naso, il testosterone in crescita vorticosa fece saltare il coperchio.
“Andiamo a zoccole.”, fu la proposta di Giampiero.
“Okay”, ci misi mezzo secondo a togliermi ogni dubbio. Con quali soldi non mi era ben chiaro, ma politicamente mi trovavo d’accordo.
Restavano da chiarire diversi aspetti: dove trovarle; dove trovare i marchi per la marchetta; nell’eventualità fortuita di risolvere i due punti precedenti, trovare il coraggio, a me del tutto assente, per arrivare sino in fondo. Giampiero, a giudicare dalla sicurezza in se stesso, sembrava già rodato in materia. Io l’unica esperienza mercenaria l’avevo avuta un anno prima, ad Amsterdam, con una Kristine da vetrina. Sarà stato per l’imbarazzo, ma la mia prima avventura a tassametro fu così asettica che quando uscii dal negozio mi sembrò di essere andato a fare la spesa, anziché di essermi divertito.
Dopo aver girovagato per ore senza trovare alcunché, finalmente avemmo il lampo di genio di chiedere a un tassista. Non poteva non sapere. Dopo averci squadrati dalla testa ai piedi, il ciccione almeno turco ci disse dove andare.
La tensione ci tenne bloccati nel parcheggio per almeno mezz’ora di tentennamenti, con un insistente ping-pong di vai prima tu, no, vai tu, finché, fatta un po’ di preapnea, decidemmo di andarci assieme. Con le rotule che tremavano suonammo il campanello di una casa piuttosto chic, circondata da un bel giardino e con una porta illuminata da una luce rossa (che originalità).
Ci aprì la Madonna, o almeno così ci sembrò. Una supersorca in bikini, alta qualche spanna più di noi, ci introdusse in una sala popolata da sua gemelle, un bar, alcuni televisori e un irrefrenabile profumo di perdizione. Noi indossavamo un sorriso isterico, mentre lei ci snocciolò le condizioni del contratto.
“Duecentocinquantamila lire per mezz’ora con chi volete, in una saletta appartata. Pagamento anticipato. Nel prezzo è incluso un video e qualche salatino.”
Ringraziammo con la faccia neutra di chi si è improvvisamente ricordato di impegni precedentemente presi, salutammo e inforcammo la porta. Risaliti in macchina alternammo per l’ora a seguire il refrain Cazzo che figa/DuecentocinquantaMILA??
I salatini ci piacevano, le figliole erano tutte attrici di Hollywood mancate e la tv era più grande di quella che avevamo a casa, ma la tariffa ci sembrò un filo altina. Rincominciammo a girovagare.
Non so come incappammo in un’azienda simile alla precedente, ma con un target decisamente più popolare, meno da notai. Ciò si poteva capire già dalla struttura dell’edificio, una specie di condominio tempestato di luci rosse nel mezzo del nulla, una spianata nei sobborghi della città. Wim Wenders, se l’avesse conosciuto, ci avrebbe girato almeno tre film e un paio di documentari. Questa volta giocammo a ping-pong in auto solo un quarto d’ora, poi, ormai eravamo uomini fatti, suonammo.
Ci aprì una negrona vestita da coniglietta di Playboy, con tanto di orecchie bianche lunghe e pelose, e ci scortò all’interno del locale. Il postaccio sembrava un gigantesco saloon del far west, con un infinito bancone di legno sul quale si alternavano clienti attaccati alle bottiglie e conigliette attaccate ai clienti. Il casino, nel suo insieme, era un meraviglioso tempio del piacere che oggi avrei saputo apprezzare nella giusta misura, ma allora...
La nera in bianco ci illustrò il menù, e le tariffe erano decisamente più a portata di marinaio, persino di noi. Fece per trascinarmi con una manina ai piani alti, dove meglio illustrarmi di che cosa stesse parlando, ma l’ansia imbeciill/diciannovenne ci fece fuggire terrorizzati, fra cento danke e molti risolini isterici. 
Giampiero ormai era sfinito, doveva assolutamente completare la missione, fosse chi fosse la dispensatrice di sentimenti. Incappammo in un Bronx ancora più periferico, fatto di sole roulotte e cupi individui che giravano dall’una all’altra (cinque film e dodici documentari by WW). Giampiero si infilò nella prima disponibile e io rimasi in auto a godermi la scena di un guardone con il cappottaccio nero che sbirciava attraverso le fessure delle finestre delle roulotte occupate.
Dopo qualche minuto Giampiero tornò in auto, con il passo accelerato e la faccia piuttosto incarognita.
“Allora, com’è andata?”
“Brutta zoccola impestata! Era carina, sai, ma ha insistito per mettermi il preservativo. Per cui, dopo avermi smanovellato un po’, ci siamo sdraiati sulla brandina e ho cominciato a stantuffare, ma non mi si rizzava, con quel sacchetto della Coop sull’uccello. Ci ho provato più volte, ma niente da fare. Mi sono rivestito e, non avendo consumato, ho fatto per inforcare l’uscita. La tipa, però, ha voluto che la pagassi. Le ho detto NO venti volte, anch’io ho i miei diritti di consumatore, ma al ventesimo NO la troia ha urlato WOLF! Da sotto la branda è uscito un cane lupo nero e assassino, grande come un Land Rover, e ha cominciato a ringhiarmi con la bava alla bocca e le pupille rosse. In un secondo ho estratto le banconote e sono volato fuori. Andiamo, su, via da ‘sto posto del cazzo.”
Giampiero ingranò la prima e, sarà stato per la rabbia trasmessa al cambio dell’auto, dopo qualche chilometro il suddetto rimase bloccato in seconda. Fino a Bologna. Seicento chilometri, tutti sulla corsia di emergenza. La giusta punizione divina per due adolescenti stronzi?






Dieci
Urla boscimane
Febbraio a Kathmandu, il quartiere di Thamel è strangolato dai turisti, i sadhu finti sono a caccia di turisti fotografi che gli paghino lo stipendio. Uno di loro, dopo essere finito sulla copertina della Lonely Planet, applica tariffa doppia dei colleghi. I negozietti straboccano con ogni bendiddio di puttanata etnica, i venditori ambulanti di balsamo di tigre ossessionano chiunque sia vivo e cammini e abbia facce non nepalesi. I freak-chic che vivono della propria immagine si specchiano nelle vetrine e fanno ampi saluti teatrali agli amici, tutti devono sapere come sono amati e richiesti e voluti e belli, su, battetemi le mani, dài. In lungo e in largo per le quattro vie di questo ghetto per annoiati occidentali, fra un muesli e un piatto di fettuccine Alfredo al ristorante La Dolce Vita (quando l’ho scoperto ci ho fatto l’abbonamento).
Trascinandomi su e giù per questo intestino multicolor, l’altro giorno ho persino incontrato Athos, un mio vicino di casa. Il mondo è grande come un bidè, lo sapevo ben prima che si straparlasse di globalizzazione.
“Cavolo, Pietro, vedessi che fauna, nella mia guest-house…”
“Non può essere peggio di quella che, ogni mattina all’alba, fa gargarismi e scatarrate di mezz’ora, con ampia eco su per la tromba delle scale, nella mia.”
“Mmmm, beh, quelli li ho anch’io. Il più spettacolare, però, è un pachistano intervenuto ieri sera durante una tavola rotonda. Eravamo nel cortiletto della topaia, sedie in circolo tra vari viaggiatorinternèscional, per un cannone di quelli seri. Il tema dibattuto, ovvio, la gnocca, anche se il Nepal, a figa, è quello che è. Quando siamo finiti a parlare di pompini Alì è trasalito:
- Che cosa? Donne che prendono in bocca il coso di un uomo? C-come? E soprattutto, perché?? Che schifo! -
Il poveretto non poteva credere che una tale tecnica sentimentale fosse applicabile. Oltre che incredulo era assolutamente schifato.”
“Ma valà…”
“Ti giuro. Tutti - un americano, un israeliano, due tedeschi e io - abbiamo provato a spiegargli, ognuno con parole proprie, come il lavoro di soffio fosse assolutamente de-li-zio-so. Ma non c’è stato nulla da fare. Il pachi era sinceramente rivoltato dallo schifo, di sicuro non aveva mai provato una bocca. E dire che, sotto i baffi, doveva avere almeno trent’anni.
A un certo punto, per meglio spiegargli la situazione, uno dei due tedeschi è corso in camera a prendere una rivista scientifica con alcune foto che illustravano nel dettaglio la questione, con fontana finale sugli occhiali della modella. Alì, dopo aver sfogliato la rivista peggio di un Torquemada e sgranato gli occhi come un camaleonte, paonazzo in volto, si è alzato di scatto se se n’è andato bestemmiando cose arabe. Senza restituire la rivista. Dev’essere corso sdegnatissimo in camera a farsi una tripla pugnetta.
Nella mia guest-house non ci sono gli Alì. Dalla camera accanto vedo entrare e uscire, sempre separatamente, due giovani occidentali. Lui è alto, biondo-castano e boccoluto, con un incedere da Lord, molto flemmatico. Lei è una biondiccia bassina, lunghi capelli lisci, strane palandrane quasi tutte amaranto con le quali si cinge il corpo fino ai piedi. Sotto nasconde dei cotechini? Eppure è caruccia. Dopo mezzo secondo che l’ho vista ci ho già fatto un pensiero, come al solito.
Un giorno non resisto, attacco bottone.
“Sei una sannyasin di Osho?”, le chiedo in inglese.
“No, cioè, lo ero, di quel periodo mi è rimasto il gusto nel scegliere i vestiti…”, mi risponde in un inglese maccheronico.
“Italiana. Di dove?”
“P-Pavia. Perché, si sente molto il mio accento?”
“Pietro, piacere. Di Bologna.”
“Sandra, piacere.”
Per farla breve, la fanciulla mi racconta di come sia in giro, sulla rotta di Varanasi, per andare a seguire un corso di tablas, o sitar, o qualcosa di simile e rumoroso, non ricordo bene. L’ennesima occidentale annoiata che, stanca marcia degli orrori di casa, si trascina per l’Asia. Il suo compagno, così mi spiega, è un puro coinquilino di stanza, per questioni di risparmio. Io non le dico che le tablas mi danno sulla tablas, sarebbe un errore infantile corteggiare una ragazza femmina sottolineando come la medesima creda in stronzate a me ostili. Bisogna sempre trovare agganci positivi, un maestro di vita mi ha insegnato qualche tempo fa.
“Anch’io ho molto amato la comunità di Poona, la prima e unica volta in cui ci ho messo piede ho rischiato di non tornare più a casa. Non ci sono più tornato perché temo, se lo faccio, di non abbandonarla fino all’ultimo dei miei giorni, cosa peraltro da valutare seriamente. Là si sta troppo bene, ma è un’isola di felicità quasi irreale. Il mondo di fuori è un’altra cosa…”
Nei miei monologhi di facile filosofia evito di spiegarle nel dettaglio come e chi ho molto amato a Poona, mi prenderebbe per quello che sono, l’ennesimo abatantuono schiavo della Dea Sorca.
“Io, in effetti, a Poona non ci sono mai stata. Sono diventata sannyasin molti anni fa, in una comunità vicino a dove abito. Forse, durante questo viaggio, mi spingerò fin là. Vedrò. Chissà. Mah.
Proprietà transitiva dell’amicizia, all’ora del tè conosco Thomas, il suo compagno di stanza. È canadese di Vancouver, oltre a camminare come un Lord parla come un Lord. Lo trovo immediatamente simpatico, come la quasi totalità dei canadesi. Particolare che non disturba, ama giocare a backgammon, di cui sono fanatico. Mezz’ora dopo le presentazioni di rito lo trascino in un baretto per un campionato dei miei.
“Mi può portare dell’altra acqua calda, per favore?”
Thomas, me ne accorgo al volo, non deve navigare nell’oro. Oppure è uno di quei viaggiatori filoisraeliani che fanno questione di sopravvivere con mezzo dollaro al giorno. Qualunque siano le sue motivazioni per non aprire il portafogli, un occidentale che, in una bettola nepalese chiede un richiamino d’acqua calda al cameriere mi sembra ai limiti dell’inverosimile. Un secondo giro di tè, con tanto di bustina nuova, costa poche rupie, pochissimi centesimi di denaro primomondista.
Il cameriere, non a torto, fa una faccetta schifata, va, torna con un pentolino di sola acqua rovente, glielo appoggia sul tavolino senza troppe cerimonie. Il canadese non fa una piega, deve essere abituato a elemosinare cose impossibili, pur di non spendere una briciola oltre il budget quotidiano.
Tutti questi miei pensieri, chiacchiere mentali da portinaia, ovviamente non traspaiono fra un lancio di dadi e il successivo. Sono bravissimo a non far capire che cosa penso del prossimo. Un vero democristiano.
A forza di frequentare i due, evinco che Thomas non dev’essere, almeno ufficialmente, il montone di Sandra. Lei, oltre ad avere una spigolosità scattosa nei confronti del mondo - apparente tendenza all’isteria, forse carenza di cippa, è la mia facile e iperrapida diagnosi -, non dimostra nei suoi confronti quella minima dolcezza, fatta di carezze, sorrisi, strofinamenti e pompini sotto i tavoli dei ristoranti che contraddistinguerebbe una coppia di fatto. Lui, l’ho già detto, è un Lord, dunque non la tocca, mai.
Un pomeriggio, tra il quarto e il quinto pentolino d’acqua bollente (e una bustina ormai bianca come un neon), la mia curiosità da serva non ce la fa a resistere:
“Thomas, scusa, non vorrei essere indiscreto. Ma Sandra…., tu…, insomma, la trombi?”
Un italiano medio, posto di fronte a una domanda del genere da uno semisconosciuto, allungherebbe immediatamente il medio e mi manderebbe a farmi gli stracazzi miei. Ma un Thomas medio, assolutamente impassibile, mi risponde “No, siamo solo amici. Dividiamo la camera perché costa meno”, senza fare una piega.
Canadesi, che stile. Li amo.
Lo stile, invece, manca del tutto al mio amico Athos. Sebbene all’inizio io abbia nicchiato a presentargli Sandra - sono un animale territoriale, non amo regalare le ossa, soprattutto ancor prima di averle rosicchiate -, da un paio di sere abbiamo cominciato a cenare tutti assieme a La Dolce Vita. Thomas sa tre parole di italiano e ordina sempre spaghetti al pomodoro, il piatto più economico. Athos sa l’inglese, ma insiste a parlare in italiano e ordina sempre lasagne ai quattro ragù, il piatto più caro. Io inizio discorsi in inglese, Sandra, che è donna di mondo, mi segue, ma come tocca ad Athos tutto ripiomba nell’italiano stretto, con forti dominanti bolognesi. Piccolo mondo antico vs globalizzazione e, soprattutto, vs buona educazione. La terza sera dico ad Athos che non uscirò a cena, in realtà me ne vado con i due a La Dolce Vita per cenare all’ora del tè. Speriamo che non ci becchi. E di non svegliarmi a mezzanotte, con una fame della madonna.
“Nagarkot? Ma ci voglio andare anch’io!”
Quando chiedo a Sandra i suoi piani per un futuro migliore, e questa mi dice che domani andrà sulle montagne che circondano Kathmandu, scalpito. Ma, vecchissimo trucco del mestiere, non lo do minimamente a vedere (almeno credo).
“Ci potremmo andare assieme, se ti va…”, le propongo fatuo, buttando lì la proposta quasi per caso. Oh, che coincidenza.
Come compagno di viaggio andrebbe bene anche un camionista con i baffi, e io ci voglio andare comunque, anche da solo, missione fotografica in corso. Evito di specificare che avevo programmato di fare un salto a Nagarkot la settimana prossima, o magari di non andarci affatto, visto anche l’incedere dei sintomi di un’influenza.
Il posto, arroccato su una spettacolare vallata fra le risaie, è noto tra gli occidentali per le altrettanto spettacolari albe. Io, però, e questo non glielo dico, detesto le albe, non per un preconcetto cromatico, ma perché per vederle in giro si dice che ci si debba tirarsi su dal letto a orari da caserma. All’alba, appunto. Per quale motivo Dio, quando creò il mondo e i serpenti, non programmò l’alba verso mezzogiorno? Scarsa sensibilità? E io, per inciso, ho schivato la naia, non a caso.
“Beh, sì, perché no”, mi fa lei, fatua, come se la mia presenza potrebbe anche non darle fastidio. Con l’entusiasmo di una lavasecco che stira e ammira la zilionesima camicia. Italiane, solari come una garota de Ipanema, si sa, non occorre approfondire.
Detto, fatto. Abbandoniamo senza eccessivi rimorsi Thomas ai suoi tè annacquati e ai suoi studi sul come arrivare a sera senza aver speso più di cinque dollari, all included. Prima di partire faccio tripla scorta di fazzoletti, il raffreddore mi ha tappato ogni buco più grande di un poro e mi gira la testa di brutto.
Il viaggetto è piuttosto rompicazzo, uno sfacimme di curve, com’è ovvio che sia per raggiungere una risaia. Magari tra qualche anno ci sarà l’autostrada fin lassù, ma quando ci sono andato io…
Alloggiamo nell’unica stamberga del luogo, iperbasica come arredamento ma con un optional da non buttare: ampie vetrate che circondano i letti in Cinemascope. Per guardare l’alba non occorre uscire al gelo, basta tirare su il collo - pur sempre uno sforzo, siamo d’accordo - e buttare un’occhiata, fare ohhhhhh, e poi rinfilarsi sotto le coperte di piuma d’oca. Nepalesi, sanno ciò che il turismo vuole. Ma chi ci (mi) sveglia? Il ragazzino dell’albergo è allenato a tirare giù i turisti dal letto a orari infami, ci assicura che ci penserà lui.
La topaia, però, ha due pecche. La prima è che dentro alle camere fa un freddo lurido, zero riscaldamento. Coperte grosse quattro dita, ma chi trova il coraggio di spogliarsi e farsi una doccia? Con l’influenza? Quando si vorrebbe essere puliti, o almeno non puzzare - il raffreddore l’ho solo io, il naso di Sandra funziona benissimo -, fare bella figura e magari trombare pure?
Seconda pecca. Speravo, in autobus avevo pregato affinché l’hotel avesse solo camere matrimoniali, con letti da una piazza e mezza stretta, da nepalesi piccoletti. D’altronde che senso ha un letto da single, in un luogo fatto per le coppiette in luna di miele? Vado a Nagarkot da solo e, mentre mi guardo l’alba dalla mia culla, mi faccio una pippa? E che diamine.
Macché, bassa stagione, tutti i materassi sono singoli, anche se grandi. Due, separati, nel nostro caso. Un paio di metri di distanza fra i due. Un comodino gigantesco nel mezzo.
Ok, continuiamo a far finta di niente, diciamoci pure che va bene così. Poi, di notte, quando farà freddo da schiattare, ne riparleremo.
Buttati i nostri stracci in camera, facciamo un giretto per l’ora del tè, così oltre all’alba ci becchiamo pure il tramonto. Il posto, in effetti, è una figata, terrazze su terrazze di risaie sotto i nostri occhi. Luce gialla sui campi di riso, qua e là qualche ragazzo che trasporta enormi bidoni di latte fresco sulla groppa, da dove - suppongo la mammella della mucca - a chissà dove lo sa solo Vishnu. Non mi sono fatto un cannone, ma l’influenza, sommata all’altitudine e alla location fantalisergica, per non parlare dell’aria fresca e pungente, dà effetti stupidofacenti. E, botta di culo, incappiamo pure nel set di una puttané made in Bollywood, anche se dell’industria cugina nepalese si tratta. Una troupe riprende l’ennesima telenovela indianeggiante, tutta ammiccamenti, kajal, cantatine mielose, pupille e manine roteanti, roba da infilarsi al volo due dita in gola, per evitare poi di farlo sulla nuca di qualcuno al cinema, se solo non fosse gratis. L’attrice in carne ripete la stessa scena una dozzina di volte, mentre il bello di turno, un cinghialetto con il maglioncino giallo senape da sbirro di Katanzaro, le canticchia cose turche (nepalesi) con sguardi obliqui degni del terzo occhio di Buddha. Cinema senza pagare il biglietto, anche se di ordine infimo, che cosa posso volere di più?
Beh, che cosa posso volere di più, Signori, lo sapete benissimo. Ma, oltre al fatto che, molto probabilmente, e non a torto, ve ne può fottere il giusto, è anche vero che ogni cosa va fatta nel momento opportuno. Ecco, la parola che non mi veniva. Fottere, appunto. Il motore dell’universo, gli dèi indù ce lo hanno insegnato con il Kamasutra, no?.
Tramontato il sole, messi a nanna attori e cineprese, trangugiata una sbobba calda qualsiasi nel miniristorante del minialbergo, si va verso l’arena dei grandi combattimenti (speriamo). La prima tigre da sconfiggere è la doccia, per fortuna rovente. Tempo di svestimento/rivestimento venti secondi netti. Non è il caso di lavarsi i capelli, domattina potrei risvegliarmi con la polmonite.
Mi infilo un maglione di quindici centimetri di spessore, lanazza di yak comprata a Kathmandu, ancora piena di stuzzicadenti e schegge di legnami assortiti fra i nodi, una specie di carta da smeriglio naturale per pelli poco delicate. Piumone tirato su fino al naso, calzettoni ai piedi e pantaloni di pile indovinate dove. Però non basta, anche perché devo sconfiggere la seconda tigre, quella più pericolosa. La voglia di far festa.
“Sandra, ti va di giocare a backgammon?”
“Ok”.
Vecchio marpione.
L’influenza mi sega le gambe, ma al via-libera non mi impedisce di catapultarmi sotto le coperte del lettone nemico. Mentre lo faccio mi viene in mente Kabir Bedi e il suo salto ammazzatigre.
Mi trascino dietro il cuscino, stendo il backgammon tra noi, unico ostacolo alla pace tra i popoli. E, visto che non sono scemo, potendo scegliere tra le poche cassette che ho a disposizione, infilo quella di Sade nel mio walkman + casse acustiche da viaggio, un vero attrezzo del mestiere. Note e sassofoni da monta che stimolano i pensieri più birichini. Speriamo non solo a me.
L’influenza mi fa ondeggiare tutto, ma tra una giocata di dadi e l’altra, riesco comunque a pensare a tutte le cose sozze, alla fine dei conti sempre le stesse da qualche millennio, che le farei. E che vorrei mi facesse. Pensieri in libertà, mentre Sade mi (ci?) massaggia i vari punti G.
Le donne meditative trombano? Se ricordo bene, dai tempi di Poona, trombano, e con entusiasmo. Le donne meditative, mentre ti rombano, fanno strani giochetti misticheggianti che possono dare sui ciglioni? Se ricordo bene la biondina di Ouro Preto, Brasile, che mentre mi faceva un succulento lavoro di soffio tentava di ipnotizzarmi oscillandomi un cristallo davanti agli occhi, con l’unico risultato di ritardare (senza grossi dispiaceri) l’apertura del rubinetto, direi di sì. Le donne meditative sono particolarmente esigenti? Se ricordo bene la fidanza indiana che, al mio “sono rimasto senza guanti; stasera, quando vieni, ne porteresti un paio?”, dopocena mi piombò in camera con sei confezioni di preservativi da tre pezzi cadauna, direi di sì. Le donne meditative amano i massaggi, fatti o subiti che siano? Se ricordo bene la tedesca di Poona, massaggiatrice di professione, che dandomi un massaggio Divine Healing affinché capissi giornalisticamente in che cosa consisteva il suo lavoro, e al mio rifiuto di trombarla (se l’avessi fatto avrei dovuto togliermi il soprabito di giornalista), nonostante un’evidente erezione nella regione inguinale, e dopo che mi aveva accarezzato anche l’anima, direi proprio di sì.
“Sandra, ti piacciono i massaggi?”
Domanda cretina, esiste qualche essere umano a cui non piacciono?
“M-mmm, sì… chiaro. Ma non sei debole/malato? E poi… che tipo di massaggio?”
Ecco, lo sapevo, italiana puntigliosa e rompicazzo, purtroppo che non rompe il cazzo come vorrei io.
“Un massaggio piacevole e, soprattutto, che ci riscaldi. Faccio il bravo, fidati. Per quanto riguarda le forze, beh, fin lì ci arrivo…”
“Ok, ma come fai, con tutte ‘ste coperte che pesano un quintale? E guarda che non so se ce la faccio a svestirmi più di tanto, fa freddo…”
“Lascia fare a me. Girati di schiena, per favore, ascolta Sade, chiudi gli occhi e rilassati.”
Chiudo al volo il backgammon. La giovane si gira tipo salsiccione sulla graticola, io, con movenze da orso in un negozio di bomboniere, lotto contro coperte e maglioni. Le zompo a cavalcioni sul didietro.
How deep is your loveeeee….
Mo’ te faccio vede, com’è deep.
Una schiena che a malapena ti ha concesso l’onore di toccarla non può certo essere massaggiata da mani fredde. Soprattutto se fuori ci sono cento gradi sottozero. Scaldo i palmi iniziando a strofinarli sulla schiena ancora ricoperta da un triplo strato di maglie e magliette. Un girocollo nero, un intermezzo di lanetta amaranto e, finalmente, una canottiera sottile bianca, com’è giusto che ogni donna di stile abbia. Arrivato alla canotta le mani sono già pezzi di brace.
“Ah, che bello…”
Il lavoro da panettiere sta facendo il suo porco effetto, la donna meditativa, sotto quella scorza inacidita che si porta appresso, è viva. Anch’io sono bello vivo, e mentre mi do da fare con le mani, devo cambiare posizione cento volte, per non farle sentire sulle natiche, non adesso, quanto sono vivo.
La pelle di Sandra è bianca come il latte, non deve prendere il sole in bikini da un pezzo. Sotto le palandrane, in effetti, nascondeva qualche etto di troppo, ma all’età che mi ritrovo ho finalmente imparato ad apprezzare l’abbondanza, purché non sconfini nell’obesità. L’era delle modelle anoressiche, perfette da presentare in società ma dure e ferme come un’intelaiatura da Kawasaki senza ruote una volta messe in orizzontale, l’ho archiviata da tempo.
L’area massaggiata si allarga a macchia d’olio. Dopo un’ouverture tra schiena, braccia, nuca e scapole, passo a gambe e piedi, pornograficamente avvolti in una calzamaglia nera che mi fa sognare di strappargliela a morsi (erezione a mille). Da là sotto, sempre con sbuffi di fatica e pugni alle coperte e alla forza di gravità, ritorno ai piani alti, che si stanno già raffreddando. Al secondo giro non resisto più. Inizio a regalare bacini e piccoli morsi e leccatine a quello spettacolare biancore schienale.
“…Che fai?”, domanda retorica che parte in automatico al primo attacco. Operetta italiana, tutti la conosciamo, l’abbiamo esportata per secoli.
“M-mmm, niente, ti massaggio. Con mezzi alternativi…”
“M-mmm.”
Stavolta il suo M-mmm, più che di disappunto/ma-sì-te-lo-permetto, sembra un M-mmm di evvai, continua così, nun te fermà. E io numme fermo.
Mani e lingua e labbra e denti spaziano meticolosamente, con grande attenzione a non scordare niente e nessuno. Là fuori, tra le risaie, ora deve fare un freddo siberiano, ma qui, sotto le coperte, sulla schiena di Sandra, ci si potrebbe friggere una cotoletta.
Come faceva quella canzone di Battisti? Sempre più giuuuu    o era più suuuu? Beh, non importa. Ciò che importa è che la mia lingua, preceduta dalle sorelle mani, scende sempre più giuuuu, calamitata da quello che per me è l’unico Occhio di Dio, quell’incommensurabile centimetro quadrato di pelle che le donne, tutte, belle & brutte, si portano a spasso, in corrispondenza dell’osso sacro, all’attaccatura superiore delle natiche. L’appendiabiti del culo. E della mia lingua. Potrei viverci, lì dentro. Mangiarci, farci il bagno. Morirci.
A questo punto, è forse superfluo specificarlo, il massaggio è diventato un’altra cosa. Le mani, trasformatesi in puri accessori secondari, in terzini, hanno lasciato il campo libero all’attaccante, Sua Maestà Lingua. Sandra non dice niente, se non qualche vago mugolio (ma potrebbe essere Sade, non so, ho le orecchie tappate dall’influenza), e poi chi tace acconsente, right?
Dall’Occhio di Dio alla grotta con il bue e l’asinello, cioè la mangiatoia, il passo è brevissimo. Mi sento tre re magi in uno solo, e sono pronto a donarle interi container di oro, incenso e mirra. Basta far girare Sandra, la quale non oppone la minima resistenza. Finalmente ci vediamo, occhi-negli-occhi, non più un montone anonimo che ti prende alle spalle. Molti occhi, di varie razze e forme e sapori, tutti a confronto. Dettaglio fondamentale, chiedo scusa per non averne accennato prima: la luce delle candele, ingrediente fondamentale durante una trombata venduta per massaggio che si rispetti. Il neon in dotazione all’albergazzo sarebbe stato di quanto più antierogeno sulla faccia della Terra.
Ma torniamo ai fatti salienti. Sandra, là sotto, indossa una pelliccia biondiccia attaccaticcia, soprattutto dopo che ho iniziato a pettinargliela con la lingua. Come fanno i gatti a tenere così bene la piega dei peli? Mah. Non che abbia preconcetti nei confronti delle scimmie, per carité, ma negli ultimi tempi sono sempre più bendisposto nei confronti della calvizie inguinale, e sempre meno in quelli di chi usa pelli animali per riscaldarsi/decorarsi. Di fronte a un tale regalo, però, non ci sputo certo sopra, cioè, sì che ci sputo, insomma, avete capito. Ci sputo e non ci sputo.
Ora il massaggio manuale in funzione riscaldatrice si è trasformato in un massaggio con la lingua all’utero. Ma pur sempre di massaggio si tratta. La bistecca sembra ritrarsi solo quando la lingua, curiosa com’è, si spinge fino alla simpaticissima cavità posteriore, altro Occhio di Dio per il quale non finirò mai di ringraziare l’alto dei cieli e accendere ceri grossi così nella basilica di san Petronio.
Non capisco il perché di tanta fuga. Eppure il suo magnifico buchino non odora di stalla, anzi, è ben lavato e profumato, mi sembra l’imboccatura di un palloncino cosparso di miele. Ma non sono attendibile, come già detto il raffreddore mi ha schiantato e non sento niente (particolare fisiologico interessante: a me certi umori fanno come il balsamo di tigre, mi aprono ogni via respiratoria; dopo tanto annaspare là sotto, dunque, mi si è aperto tutto, respiro con il naso, e non sono più costretto a rapidi boccheggiamenti d’apnea per immettere ossigeno nei polmoni; i sapori e gli aromi, però, sono un’altra storia).
Forse Sandra fugge perché teme che passi dalla lingua ai ceri accesi. Oppure soffre di uno dei soliti tic all’italiana, boh. Ma io, in fondo, se la massaggio così accuratamente, è solo perché ci voglio bene.
A questo punto la situazione si può considerare degenerata. Stracciate le false vesti del massaggio, caldi entrambi come stufette elettriche, siamo nudi nati e non sentiamo più il freddo osceno che ci avvolge. Gli unici istanti in cui la lotta piovra vs murena si calma sono per rapidissime accensioni di candele e giramenti di cassetta (il mio walkman l’ho vinto alla pesca del festival dell’Unità, non ha l’autoreverse).
Nell’eventualità in cui Sandra non sia stata accurata durante la doccia – causa gelo – io lo sono nel darle un secondo bagno completo, di lingua, fino al midollo. Le ingoio la lingua, gli alluci, i simpatici capezzoloni amaranto (la palandrana ha stinto? La febbre mi ha sfasato la vista?), una buona metratura di pelliccia. Pausa tecnica per trovare, sul fondo del beauty case (li mortaci sua, perché mi porto tanta roba appresso?), un preservativo e infilarlo.
“Pietro… ho paura…”
“In-in che senso?”
“L’ultimo con il quale sono stata, un po’ di tempo fa, mi scopava senza amarmi. Da allora…”
Non so che dirle o fare, se non continuare a srotolare il preservativo.
“E dài, ti piacerà, ci fa bene, a entrambi”, provo a rifilarle una trombata come se fosse Optalidon. Lei mi lascia fare un  con un sorrisino tra l’incerto e lo spaventato. Deve avere mal di testa.
Le entro dentro, non fuori, delicatamente, sono un gentleman, dopotutto.
Escalation di stantuffii, un crescendo secondo i canoni più classici. Man mano che il ritmo incalza, così mi sembra, Sandra geme. Ma il suo non è un gemito, appunto, da cinematografia classica. Sembra più un gridolino di dolore crescente. Vergine?? Impossibile, non ha l’età per non amare e, soprattutto, il lenzuolo non si è trasformato in un mattatoio. Croste da mancanza decennale di cippa? Potrebbe anche essere, ma non trovo briciole sulla mia testolina.
Un po’ come le donne che quando fanno ginnastica urlano – troppo teatrali – mi fanno calare l’ardore, gli urletti di Sandra mi obbligano a concentrarmi su ciò che sto facendo, se voglio arrivare al traguardo. Se mi lasciassi trasportare dai suoi rumori o mi si ammoscerebbe o mi scapperebbe da ridere.
A forza di dàiie e dàiie stiamo arrivando al dunque, ensemble.
“Ahhh…”, è il mio gemito d’ordinanza, nulla di nuovo per la storia dell’umanità, sotto una soglia tollerabile di decibel e rispettoso dell’eventuale vicinato.
“¡AAAAAAAARRRRRRGGGGGGHHHHHH!!!!!!!!”, è l’urlo boscimano che l’asceta emette, una specie di OM represso da anni. È saltato il coperchio della pentola a pressione, l’esplosione di ottoni e tamburi che ne fuoriesce mi pare faccia crepare le pareti della camera. Mi ferisce i timpani e mi fa ritrarre l’attrezzo in tempo record. Tipo murena rifugiatasi nella tana, dopo che si è vista passare uno squalo tigre a un centimetro dalla faccia.
Silenzio di tomba nella stanza.
Pure Sade ha smesso di mugolare. Inizio a sentire il gelo che mi asciuga il sudore sulla schiena. Mi infilo sotto le coperte, sfilo il capuccetto, lo uso per spegnere una candela e, con il cuore a mille, più per lo spavento dovuto al grido da maiale sgozzato che non per l’affaticamento da monta, lentamente mi addormento. Senza perdermi in troppi buonanotte.
The day after. Sandra si è raggelata. Forse si è pentita di aver partecipato alla solita commedia italiano marpione/te-la-do-no-non-te-la-do. L’urlo deve aver esternato, per un breve istante, la sua naturalità animalesca, poi è rientrata nei ranghi, è implosa nell’autocompressione isterica di tutti i giorni. Per qualche altro anno luce.
Qualunque siano i suoi oscuri moti dell’anima che la spingono a tenermi il muso, tornati a Kathmandu declina la mia offerta di condividere una camera. Io sono una personcina previdente, che pensa al futuro – pensioni private, assicurazioni, robe del genere -, per cui sto già architettandomi nel cervello un’ipotesi di trombate a catena, e le propongo ciò che mi pare l’ovvia continuazione della notte passata (per dovere di cronaca: nessuno ha visto l’alba, se non tirando su mezza palpebra da sotto i piumoni).
“No, grazie. Preferirei una camera da sola.”
Le italiane che usano il condizionale le strangolerei.







Undici
L’ora del tè
Forrest è un bello senz’anima della Bulàgna fighetta, quella che vegeta all’entrata del Caffè Zanarini e parla solo della Virtus, dell’ultimo Rolex, delle vacanze a Cortina/Riccione. In vita sua ha solo fatto ‘lavori’ come il PR e il proprietario/gestore di locali ‘di tendenza’. Va da sé che è matto per la figa, altrimenti sarebbe andato a lavorare in fabbrica. Sora Natura lo ha particolarmente dotato, gli ha regalato una faccia da modello, caschetto biondo e occhi turchesi, per cui ha sempre e solo avuto fidanze spettacolari, quelle per le quali il popolino cattivo e peloso sbava e si tocca in maniera autogestita.
"La mia ultima fidanza è per metà inglese, per metà spagnola e per metà della Martinica", mi ha sottolineato un giorno.
Forrest ha un concetto della matematica tutto suo. E Forrest non è americano, ma bolognesissimo. Il soprannome s’è l’è beccato grazie a Forrest Gump, in comune un QI non esattamente geniale. Sguardi bovini e acquei, battute di una certa consistenza, conoscenza del mondo che non va oltre l’Emilia: queste le sue caratteristiche antropologiche. Lacune colmate con grandi e smaglianti sorrisi, che hanno sempre fatto tremare le ginocchia e le scaloppe delle sue innumerevolissime amanti. L’invidia, la mia, a questo punto lo avrete capito, è un ingrediente di questo racconto.
Sarà che l’età fa fare cose strane, ma un bel giorno persino Forrest si è sposato. Solo che, come quasi tutti, ha sbagliato di brutto. All’altare ha portato la Fuorisede, una terrunciella graziosa ma parecchio imputtanita. Mononeuronica pure lei, dio li fa e poi li accoppia. Fuggita da un trullo, è venuta nella grassa, rossa e dotta Bologna con aspirazioni soprattutto discotecare. Se ben ricordo fu proprio in uno di questi luoghi di aggregazione culturale che la giovane conobbe il nostro paladino. La Fuorisede, è diventato palese all’intera città qualche giorno dopo il matrimonio, vuole fare la bella vita, senza sgobbare troppo. Già al trullo le toccava seccare quintali di pomodori, che bisogno aveva di salire al Nord per farsi il mazzo? Il turchese degli occhi di Forrest è una bella calamita, ma anche giù al paese c'erano cazzi serissimi.
I due hanno messo su un bar che  il venerdì e il sabato sera si intasa di commercialisti e di architette, gente in carriera accalcata fino in strada a spingersi per entrare in quattro metri quadrati roventi e fumosi, per stare in piedi con un bicchiere di frizzantino in mano, ruotare il collo come galline per vedere se in giro c’è un po’ di mangime buono. Camicie con collettoni di venti centimetri, giacchette ben stirate dalla mamma, testosterone a sfare.
La Fuorisede, dopo qualche mese di caipirinhas fatte con quello che è avanzato, di avvocati che le fissano i piedi spandendo acqua dai lati della bocca, di figlie di papà che arricchiscono gli stilisti busoni, inizia a esternare frasi distruttive, sintomo di un malessere vieppiù crescente.
“Bologna mi ha rotto, rotta, non so. Tutti ‘sti fighetti, falsi, gentaglia arrogante con i soldi, ma che non vale un cazzo.”
Saremo d’accordo, direte voi, e glielo dico pure io. Ma, le dico pure, non te l’ha imposto il medico di venire a vivere qua e a rimescolare nello splendido mondo dell’happy hour e delle liste per entrare in discoteca. Dell’aperitivo e dei Rolex. Se ti fa così schifo - ogni tanto le dico che, per fortuna, esiste anche un’altra Bologna, a mio personalissimo parere più sana -, perché non te ne torni al trullo?
La Fuorisede la deve aver preso, presa, per un’offesa personale, diretta alla di lei persona, per cui da quel giorno, in pratica, da brava meridionala, orgogliosa e permalosa, mi ha tolto il saluto.
L’inizio della fine è quando la giovane, più o meno sotto gli occhi di tutti, inizia a farsi delle storie con vari stalloncini, primo del mazzo il dj barese che lavora nel locale. Inoltre frequenta amicizie pericolose. L’amica del cuore della Fuorisede è una cinghialetta con le ossa grosse, soprannominata Big Hooters (di grosso non ha solo le ossa) e dotata di una certa volgarité ma che, come ogni bolognese che si rispetti, se la tira come se fosse la Regina d’Inghilterra. ‘Sta tal Eleonora, vengo a sapere attraverso succulente voci di corridoio, nel frigo di casa tiene sempre qualche supposta di glicerina pronta per l’uso. Eleonora ama il sentimento dimostrato attraverso la porta di servizio. E questo fatto, devo ammetterlo, me la fa rivalutare, mi fa sentire un po’ di invidia per i montoncini che hanno l’accesso al suo frigo.
Forrest sarà pure scemo, ma non è cieco. E poi, anche nello scintillante mondo delle PR, due corna fanno sempre male come due corna. Soprattutto se il complice è un dj. Il tuo dj, quello che paghi tu. Forrest, di conseguenza, essendo uomo di mondo, inizia a spaziare nel mondo (si fa per dire, sempre il mondo emiliano).
“Pietro, mi presti casa tua, oggi pomeriggio? Devo trombare un’amica brasiliana, una che fa film porno. Poi la faccio trombare pure a te.”
L’offerta mi sembra, è irrinunciabile, anche se ha un vago odore di catena di montaggio e se, formulata così, non mi sembra di un’eleganza spettacolare. La tipa saprà di Forrest, quando toccherà a me? Avrà la delicatezza di lavarsi? La demenza è contagiosa? Dopo aver fatto un giro con il modello, presumo molto più dotato di me, se la sentirà di fare il doppio turno con uno con la pancetta? La tipa vorrà infilare vibratori di acciaio a me? Prendermi a frustate e camminarmi sulla cappella con tacchi a spillo? E se Tato, il carabiniere in pattìne che abita al piano di sotto, vede tutto ‘sto viavai di extracomunitari che cigolano e si prendono a scudisciate sul mio letto (sulla sua testa)? Che fa, poi, ci dà il foglio di via?
Tutti questi dubbi etici, igienici e semantici scompaiono in un baleno, non appena, in mezzo secondo, rivaluto le parole brasiliana e attrice porno, nel mio bilancio del dare e dell’avere.
Mi casa es tu casa. Vai tranquillo.”
All’ora del tè, io e il mio fido amico Agnel, attendiamo con ansia gli invitati. Sul tavolo ho messo pure i biscottini e, scusate, quasi dimenticavo di dirvelo, in lista di attesa ci si è messo pure Agnel. A lui spetta il terzo turno, come proprietario di casa ne ha tutti i diritti sindacali. E poi, essendo per me una specie di fratello, ed essendo lui a secco da anni luce, ed essendo io comunista, pure lui si merita di dare il suo bel giro di ceppa. Io, invece, sono ancora fresco di feste cubane, sono tornato da pochi giorni dall’isola di Castro (vi avevo detto che sono comunista, no?), e là non sono stato, come si dice, con le mani in mano. Ho pure una piacevole abbronzatura che contrasta con il mio maglioncino bianco a collo alto. Non così bello come Forrest, siamo d’accordo, ma anch’io, oggi, farò la mia porca figura.
Driiiin. Il campanello. A me tremano le mani mentre giro il cucchiaino con lo zucchero nel tè. Ad Agnel tremano ginocchia e pupille.
Sulla porta di casa trovo Forrest (ciaocomestai, nessuno lo guarda) e... una cosa che, a primissima vista, definirei incandescente. Non alta, capello a caschetto castano, labbroni violacei, occhi porcini, in carne, pelle color rame, sorriso pornografico. Tutti gli occhi, miei e di Agnel, sono solo per lei. Forrest, nonostante la stazza, è diventato trasparente.
“Piacere, Ana Paula.”
Scambi di battute in portoghese, fra una tazza di tè e qualche biscottino. Ana Paula è di Rio, in Italia da non molto, dopo un giro di ceppe arabe a Marbella, dove deve aver accumulato un bel po’ di tacche e di petroldollari. Ora vive a Riccione, ma sta per trasferirsi a Bologna. Forse tutte le PR che sta facendo servono per ‘introdursi’ nella mia città, ha bisogno di nuovi amici, e regalando una trombata qua e una là qualche avvocato le aprirà le porte del paradiso o, almeno, del proprio appartamento. Comunque sia, non mi riguarda. Di una cosa, però, sono sicuro: anche se non ho mai visto uno dei suoi film, ne farei uno volentieri assieme a lei.
Al terzo biscottino e alla quarta frase in portoghese ammazza-saudade, mia e sua, Forrest inizia a dare segnali di impazienza. Occhiatacce a me e ad Agnel, come dire, “ragazzi, quand’è che vi togliete dai coglioni?”.
Anch’io sono uomo di mondo, per cui mi invento uno “scusate, vado a fare due passi con Agnel, fate pure come se foste a casa vostra”, prendo Agnel per una mano - si è paralizzato, inebetito e muto, con lo sguardo fisso tra le cosce dell’attrice - e lo trascino fuori, lascio il tè a metà e imbocchiamo la porta.
Circa venti minuti dopo, Forrest dev’essere un coniglietto amante della sveltina, il mio amico PR ci raggiunge.
“Pietro, vai, tocca a te. Ti sta aspettando.”
“M-ma... sei sicuro?”, ho qualche dubbio circa la fazenda. Non ho mai trombato in catena di montaggio, come nell’epico film La caricano in 102.
“Vai, vai tranquillo”, segue pacca amichevole e rassicurante sulla spalla.
Abbandono i due al loro destino, corro divorando le scale di casa quattro alla volta e lascio la porta socchiusa. Dopo di me toccherà ad Agnel, che già sta scalpitando per avere la sua fetta di torta.
Quasi furtivo, con passo felpato, entro nella mia camera. Il passaggio di Forrest è testimoniato solo da un involucro di preservativo vuoto lasciato su un mobile e dalle lenzuola stropicciate, tutto sommato è un ragazzo ben educato, pensavo peggio. Cerco chiazze equivoche sulle mie lenzuola, nulla di nulla. Ana Paula, in reggiseno, slip e collant, si sta tirando questi ultimi sul letto, in posa da sirenetta di Copenaghen. Come mi vede mi regala un sorriso dei suoi, io uno dei miei. Poche parole, tremebonde per l’emozione, che ora non ricordo. Ricordo bene, però, come la prima cosa che faccio è di accarezzarle un piede, di baciarglielo. Lei sembra sciogliersi. Io le sciolgo tutti gli inutili involucri. E, finalmente, posso togliermi il maglione bianco con il collo alto. Anche se siamo in pieno inverno cominciavo a sudare.
La lingua di Ana Paula è da campionato di Lingua di Ferro, lotta come un’anguilla con la mia. Anche la mia lingua, pluridecorata in quattro continenti, si dà da fare, e inizio a scendere verso i piani bassi. Presto mi accorgo che Ana Paula non sta recitando, almeno con me, almeno non in questo film. Il sudore che cola dalla sua pelle, nettare delizioso che corro immediatamente ad asciugare con la lingua, è roba vera, salatina, non può essere di scena. Capisco subito che qui c’è bisogno di una trombata come si deve, una di quelle robe epiche, che durano ore e che rimarranno per anni nel ricordo delle dieci-meglio-chiavate del C.V. Corro a chiudere la porta d’ingresso con tripla mandata, anche perché ho iniziato a sentire Agnel, là fuori, che scalpita e, impaziente, rumoreggia. Inoltre, devo dimostrarmi, dimostrarle, dimostrare a Forrest, che non c’è PR belloccio che tenga, i montoni veri potranno non essere degli adoni ma alla prova del sessantanove, una volta in prima linea, sanno dimostrare il proprio valore. Per dimostrare il mio valore, in effetti, ci metto almeno un paio d’ore. Lei mi è grata, e non sta certo ferma a guardare. A fine sessione il letto è una piscina di sudore e umori, la faccia di Ana Paula quella di una che è passata sotto un rullo compressore, le mani di Agnel spellate dal tanto prendere a pugni la porta di casa.
Tutto sommato, un gran bel pomeriggio.

Finita la guerra mondiale, ci facciamo una doccia e torniamo nel mondo della dura realtà. Forrest se n’è andato a preparare il bar per la notte, Agnel è giustamente incarognito per essere rimasto a bocca asciutta e lo diventa ancora di più quando gli chiedo in prestito l’auto per accompagnare Ana Paula alla casa dell’amica che la ospita. Ma è un caro amico, per cui, tra una bestemmia e l’altra, me la dà.
Non vorrei dire che mi innamoro della prima attrice porno che passa, ma quasi.
“Ana Paula, vieni a cena da me, stasera? Faccio un pollo al limone da leccarsi i baffi...”
“Mmmh, sì, mi piacerebbe, ma non potrò rimanere a lungo. Purtroppo dopo cena ho già un impegno.”
“Non ti preoccupare, vieni e rimani quanto e se vuoi. Sei libera di andartene quando vorrai.”
“D’accordo.”
Verso le nove, tavola imbandita con i bicchieri di cristallo della nonna e candela accesa, il campanello suona. Ana Paula è arrivata in taxi ed è un’altra persona. Truccatissima, con un tailleur da mozzafiato, scarpe a spillo da cubista. Come minimo ha un appuntamento con un petroliere, uno di quelli che pagano tanti barili x ora. Inghiotto la voglia di saltarle addosso, se lo facessi, poi, le piegherei il tailleur e le sbaverei il trucco, ne andrebbe del suo fatturato, non avrei sostanze per compensarlo e mi sentirei in colpa.
Ceniamo, in una cornice molto romantica, quasi chic, almeno nei limiti dei miei bicchieri di cristallo. Mateus, pollo delizioso, pensieri (miei) solo ed esclusivamente rivolti al bis. Poi sul sofà, a berci una coppa di vino, a baciarci delicatamente, per non rovinare il rossetto. Il sangue mi ribolle, le mutande non ne parliamo, ma quando è d’obbligo so stare al mio posticino.
“Pietro, è tardi. Scusami, davvero, ma devo andare, ho un impegno. Saresti così gentile da chiamarmi un taxi?”
Chiamo ‘sto schifo di taxi, un atto contronatura che l’eleganza impone.
La mia Venere Troia in tailleur scompare com’è venuta, lasciando dietro di sé una scia di profumo, no so se di sorca o di qualche stilista firmato. Comunque sia, vado a letto a sudare incubi erotici.
Mi innamoro facilmente, dicevo. Il giorno dopo il tè più buono della mia vita, registro con rara dedizione una musicassetta con il meglio do Brasil che ho in casa e la intitolo Para o meu Amor Tropical. Domani sera Ana Paula si esibirà in uno spettacolo di lap dance in un abbeveratoio per motociclisti, un amico me lo ha confidato e non posso perdermi lo spettacolo. Ne approfitterò per darle il mio regalino, in fondo una dichiarazione, una richiesta di continuità. Voglia di futuro.
La sera del giorno x siedo nelle retrovie del barazzo di periferia, se lo facessi in prima fila - come il mio io più intimo vorrebbe - rischierei di essere preso a lattinate nella nuca, come in una famosa scena di The Blues Brothers. La tigre, in effetti, recita, si dimena, si avvinghia, nuda come mamma l’ha fatta, su un palco tutte luci porpora e tubi scivolosi protetto da una rete antilanci. Io, là sul fondo, sudo, ricordo cose spettacolari di quarantott’ore prima, ma che ora mi sembrano lontane anni luce. L’Ana Paula che vedo sul palco è un’altra rispetto a quella che ho conosciuto, almeno così mi pare.
Dalle retrovie, a metà spettacolino, giunge il vociare di una coppia di commercialisti di mezza età, in tenuta berlusconiana.
“Grande figa, grande chiavata. Per sole trecentomila lire”, fa il più bassetto, pelatino, con un ghigno da conquistador sulla bocca.
Cazzica, mi dico, solo trecentomila? Che cos’ho di così speciale, per aver meritato un giro gratuito? Mi sento improvvisamente bello e ricco (ho risparmiato).
All’uscita del locale riesco a captare la sua attenzione per tre secondi (il posto è affollato di suoi fan/clienti, devo lottare contro la concorrenza, tipo cronisti che vogliono intervistare il goleador di turno a fine partita) e ad allungarle la cassetta.
Obrigado, Amorino”, mi fa, con un sorriso dei suoi, capezzoli al vento, sudata. Io che sudo, le ginocchia che mi ballano un samba.
Un bacino veloce, poi fugge con un tipo losco e butterato, svanisce nella notte, chissà dove. Un’altra nottata di incubi erotici.
Di Ana Paula non so più nulla per mesi, voci di corridoio me la danno trasformata in casalinga e mamma, sposata con un cartolaio forlivese. Non ne so nulla fino al giorno in cui entro dal mio spacciatore di filmacci preferito e mi cadono occhi e mani su due, non uno, film XXX con Ana Paula in action. Li compro al volo, corro a casa a guardarmeli e riguardarmeli tre volte tre cada. Nel primo succhia gli alluci, e tutto il resto, a un grassone peloso e sudaticcio. Nel secondo, camuffata con una parrucca verde fosforescente, succhia ceppe elefantine, si fa un girotondo di sborra in faccia, prende treni di cazzi contemporaneamente di sopra e di sotto, fa un numero lesbo in una vasca da bagno da farmi dimenticare come mi chiamo.
La trombata dell’ora del tè, dopo la visione dei film d'essai, una delle dieci-meglio-feste della mia storia sentimentale, ora mi sembra roba da missionari e da educande timorose di Dio. Rivedere in tv quelle scaloppe che ho masticato per ore, masticate, affondate, leccate, sporcate da altri, non mi fa scattare la gelosia, ma una sensazione di delusione per la mia scarsa capacità di intraprendenza. All’ora del tè avrei potuto chiedere, osare, ottenere di più. La prossima volta, al prossimo tè, anch’io, se riuscirò a vincere il solletico mostruoso, cercherò di farmi succhiare gli alluci.








Dodici
Succhiaseppie
Mai avrei pensato in vita mia di dover essere debitore a un marchigiano. Soprattutto per un debito di gnocca. Ma cominciamo dall’abusato inizio.
Cat Ba, isola niente male nella strafamosa baia di Halong, Vietnam. L’ennesima “ottava” meraviglia del mondo, in realtà l’ottocentottantottesima che ho incontrato lungo il cammino della vita. Spiagge tenute pulite con maniacalità quasi svizzera, baretti carini per alimentare l’etilismo senza fondo degli stranieri in vacanza, qualche massaggiatoio mercenario e un’infinità di alberghetti a basso costo.
Incontro Gianluca, impiegato statale in aspettativa e in fuga dalle infinite meraviglie del Bel Paese, sulla barchetta che collega Cat Ba al continente. Di Senigallia, è alto tre metri ed è simpatico.
Essendo io un malato terminale di frescobol, tennis da spiaggia brasiliano, dopo un quarto d’ora ho già convinto il mio nuovo socio a seguirmi e prendere a schiaffi la pallina di caucciù. Viaggio con le racchette in ogni angolo del globo, e non è che i viet siano molto portati in questa scienza ginnica, per cui abbordo ogni straniero con almeno una mano che incontro allo scopo di coinvolgerlo nelle mie manie (i tossici cercano sempre di farsi in compagnia). I vietnamiti, però, sono curiosi come marmotte, e mentre giochiamo si è radunata una platea che ci osserva come se fossimo marziani. Qui tutti sono mezzi campioni di badmington, robetta da parrocchia che si gioca all’alba o al tramonto nei giardini pubblici, con racchette leggere come farfalle. Per i più, dunque, il frescobol - racchette di legno, palline di caucciù, zero rete - è autentica fantascienza.
Gianluca è un novizio in questa arte, e come tutti gli apprendisti appena sverginati dimostra entusiasmo oltre misura.
“Che figata!”, mi urla fra una racchettata e l’altra.
Posseduto dall’entusiasmo, in un momento di estasi si tuffa tra i cavalloni a recuperare la pallina, con slancio eccessivo e senza troppo badare a eventuali ostacoli naturali. Mentre corre e si getta fra le onde i miei peli nella zona inguinale si rizzano, sentono puzza di Vermicino.
“Arrrrrrggghhhhh!”
Lo sapevo. Il mio amico si è buttato con un triplo carpiato contro una pietra nascosta sul fondo del mare, squarciandosi una mano. Sangue a go-go, dal palmo gli è scomparso un cuneo di ciccia finito in pasto ai pesci. Sul bagnasciuga un tappeto di sangue, nell’aria bestemmie marchigiane. I viet accorrono curiosi e orripilati, non devono aver visto tanto sangue dall’epoca del napalm. Il tipo che gestisce il bagno, però, è vivo e reattivo. Nel giro di quattro secondi arriva con una cassetta del pronto soccorso che sembra un ospedale ed esegue un intervento spettacolare di pulizia + disinfezione + bende & cerotti degno di ER. Estrae un po’ di scogli e conchiglie dalla mano del marchigiano. Rivedo in un secondo tutti i miei preconcetti sul quarto mondo, applaudo mentalmente ai vietcong, mentre sento qualche conato di vomito indotto dalla visione di cotanta macelleria applicata.
Alla sera, rinnovato il giro di bende - la ferita non smette di sbrodolare sangue -, Gianluca mi raggiunge al ristorante. Dopo cena ci trasciniamo su e giù sul lungomare, fra l’annoiato e il cacciatore (italiani, si sa). Tutti i minimarket\drogherie - genere ibrido indefinibile, popolarissimo in Vietnam - espongono giganteschi cartelli con la foto di un cornetto similAlgida®, ma in realtà nessuno ha un cornetto da vendere da anni luce. Solo gelati confezionati schifosetti al triplo colorante, scongelati e ricongelati troppe volte.
All’improvviso Gianluca balza verso il tavolo di un ristorante. Cazz’avrà mai visto, abbiamo già cenato e stracenato.
Hi, how are you?”
Il mio amico, così mi racconta mentre me la presenta, ha rivisto una coreana con la quale aveva passato qualche giorno in un tour del Mekong. Come ogni coreana\o che si rispetti, la fanciulla ha un viso rotondo da uovo di pasqua e una boccuccia minuscola a salvadanaio attraverso la quale risucchia meticolosamente seppie bagnaticce. Tutto sommato uno spettacolo non edificante (quello delle seppie; la coreana, invece, ha i suoi bei perché).
I peli della zona inguinale mi si sono rizzati di nuovo. Stavolta, però, non si tratta di sesto senso da pericolo latente (oppure sì?).
Jane, nice to meet you
“Pietro…”
La mano mi trema nel momento in cui stringo la sua. Le gambe non ne parliamo.
Mentre Jane - da noi un nome da cagna, siamo d’accordo, ma mica glielo dico; e poi, su di lei, sta bene - conversa con Gianluca, io non riesco a distogliere i miei occhi dai suoi. Occhi intagliati con lo scalpello del Bernini. Schivi, che mi danno occhiate rapidissime, per poi fuggire. Schiaffi rumorosi alle mie pupille. Le donne orientali possono apparire tutte uguali (a noi, bianchetti rosini superficiali e coglioni), ma in realtà hanno pazzesche sfumature microscopiche - nel taglio degli occhi, dei capelli, nel taglio dei tagli - che le rendono diversissime l’una dall’altra. Eroticissime, elegantissime. Tutte, anche i cessi. Di una donna orientale non ti stancherai mai, perché mai capirai sino in fondo che cosa le passa per il cervello, che cosa pensa di te, se ti odia o se ti adora e perché. Se vuole infilarti uno spiedo da polli nel cuore o spararti Il Bocchino della tua vita. Senza cambiare espressione. Un continuo mistero da scoprire e trombare, ventiquattrore al giorno, se il fisico e il cervello ti reggono. E se in giro non ci sono spiedi per polli.
Questa Jane ha occhi spettacolari, calamite che mi ipnotizzano e dalle quali è impossibile staccarsi. Per due occhi così sono disposto a essere il suo tappeto di carne per il resto della vita, a essere io la sua geisha. Purché non mi obblighi a succhiare seppie in umido.
Ora siamo in tre a trascinarci, su e giù per le quattro stradine del posto. Chiacchieriamo e ci conosciamo. La Venere è di New York, colà emigrata con la famiglia a dodici anni. Trentenne, grafica, sta seguendo il classico iter dei giovani americani in fuga. Sfanculato un lavoro noioso, si è presa un anno di aspettativa da se stessa e si è buttata nel mondo. Siddharta in versione moderna.
Il suo Vietnam è in realtà una breve parentesi in una ben più ampia parentesi, quella indiana. Dopo parecchio tempo passato fra il Rajasthan e Calcutta, ha fatto un salto nel paese di Ho Chi Min e dei motorini, ma ora, purtroppo, è già sulla via del ritorno verso il paese di Gandhi e delle vacche sacre. Peccato.
Qualche birra qua e là, parliamo di India, di fotografia, di arte, di viaggio. Dopo le undici, però, i viet cominciano a spegnere le luci, il Partito Unico li vuole tutti al lavoro, domattina presto. Da veri gentlemen la accompagniamo all’hotel e la salutiamo.
See you tomorrow…”, la butto lì.
Sure!”
Che bello, domani, forse, la rivedrò.
Mentre torno con Gianluca verso il nostro albergo i commenti da portineria non possono mancare.
“Vedrai che domani ti succederà qualcosa…”, vaticina il mio amico. “Peccato che domani io debba partire. Ma vedrai che tu raccoglierai qualcosa, non ti toglieva gli occhi di dosso…”
“Ma va là…”, io non mi sono accorto di nulla. O forse si tratta del mio solito pessimismo da timidezza?
“E poi, si sa, le americane sono delle gran porcone.”
“Mah, con quella boccuccia a salvadanaio, che cosa vuoi che faccia…?”
La mattina seguente Gianluca torna ad Hanoi con la mano trasformata in un cotechino sanguinolento avvolto dalle bende. Io, alle nove e mezza, sono già lì, sulla strada che conduce alle spiagge, con fare noncurante. Passavo di qua… Scatto qualche foto in giro, al porto, in un deposito di seppie secche puzzosissime, al cantiere dell’ennesimo megaresort in costruzione. In realtà ansimo per imbattermi nel mio Sogno d’Oriente, e la bava al solo pensiero mi cola giù per la gola. Ma sono bravo a non sbavare sulla pubblica via.
Dopo un po’, eccoLa all’orizzonte.
Stai calmo.
Fischietta.
Ripassa il tuo migliore inglese.
Reprimi tachicardia e respiro da asmatico.
Non sudare, non tremare, non balbettare.
Provaci, almeno.
Jane percorre il sentiero che unisce spiaggia n°1 a spiaggia n°2 (i viet non si sono sprecati nel ricercare nomi di battesimo) con incedere da geisha. Sembra camminare, anzi, far scivolare i piedi su un cuscinetto d’aria, su chicchi di riso, avvolta in un abito leggero arancione che svolazza al vento. Non è un kimono, ma per me è come se lo fosse. Calza infradito di cuoio, e ha lo sguardo perso dalle parti di Saturno. Tutto ciò lo noto con la coda della coda dell’occhio, mentre faccio finta di fotografare beach n°1, teatro dello squartamento sanguinario di ieri.
“Toh, chi si vede…!”
“Ciao, che sorpresa! Come stai?”
“Bene, grazie. Vai anche tu a beach n°2?”
“Sì…”
Quando ci incamminiamo lungo la passerella di legno che unisce le due spiagge sento il cuore che va sulle montagne russe. Fior di Loto è spettacolare, tutto ciò che potrei volere da una vita adulta. Leggermente in carne, capelli lunghi e neri come il carbone, una lieve cicatrice sul labbro superiore. Jane non è quella perfetta modella anoressica e pazza, simbolo del mondo-velina cui veniamo costantemente assuefatti. È una splendida trentenne asiatica, con tutti gli accessori nella quantità e al posto giusto, qualche traccia di curriculum, stupendamente erotica nei suoi silenzi, nei suoi sorrisi spiazzanti, nei suoi occhi in cui è facilissimo perdersi.
Il Vietnam, che ci avvolge, viene sopraffatto dal Jane-mondo, che mi calamita ciecamente. La geografia riaffiora qua e là sullo sfondo, occasionalmente, quando non riusciamo a non sbatterci contro. In un capanno lungo la passerella un gruppetto di bambini giochicchia a spellare un serpentello vivo, mentre si passano sigarette Bastos - quelle dei mercenari francesi che combatterono in Congo - di bocca in bocca.
A beach n°2 noleggiamo uno sdraio in legno (io) e un’amaca (lei). Ne sono consapevole, con l’incedere del tempo mi sto imborghesendo, passando da valori e comodità freak a roba più in stile Aiazzone. D’altronde, a quasi quarant’anni, sarebbe tragico il contrario.
Jane legge un libro sul Tantra, come premessa dice bene. Io imbratto il quaderno sul quale sto scrivendo tutto ciò che state leggendo - o meglio, un altro racconto.
“Posso vedere?”
Glielo passo, non senza dubbi. Lo apre alla pagina di una trombata nepalese, nel tratto problematico in cui un pachistano esprime forti riserve sulle meraviglie del pompino (subìto).
“Capisci l’italiano?”
“Un po’. Quando avevo ventun’anni passai sei mesi in Italia, a Firenza. Avevo un fidanzato, il mio primo vero amore, che mi portava sulle mongolfiere. Fu il periodo più bello della mia vita.”
Non so a voi, ma quando una donna mi fa una dichiarazione di questo genere nel mio cervello scatta immediatamente uno stimolo compulsorio alla competizione. D’ora in poi sarò IO il periodo migliore della tua vita. Fosse l’ultima cosa che faccio.
“Pompino…? Che cosa significa?”
“Mmm… blowjob. Racconta dello schifo ingiustificato che un pachistano prova all’idea che una donna possa fare un lavoro di soffio.”
“In effetti…”
Ma come, prima ti leggi l’enciclopedia del 69 e poi mi fai delle dichiarazioni così… antisociali? Ve l’avevo detto, donne asiatiche, non si sa mai che cippa abbiano per il cervello.
Mentre ci immergiamo nelle onde, sempre in maniera compulsoria sento scattare in me un desiderio irrefrenabile di non staccarle gli occhi di dosso. È gratis e non rischio denunce. Il suo bikini nocciola si intona perfettamente con la forte abbronzatura, vista da lontano Jane potrebbe sembrare nuda. Vista da vicino mi fa venire i lacrimoni, ma da bravo gentiluomo li reprimo. Nuota come una sirena, a distanza di sicurezza. Deve aver notato la luce spermatica nei miei occhi - c’è poco da fare, non riesco mai a reprimerla quando dovrei -, per cui sguazza a non meno di due metri da me. Forse ha stimato per eccesso le mie lunghezze, forse vuole stare lontana dal classico marpione italiano con l’occhio languido e le mani\piedi vaganti.
Per osservarla ancora un po’, la costringo a darsi da fare con le racchette. Jane non è Gianluca, nel bene e nel male. Non ha la stessa risposta\battuta del mio amico, ma non ha nemmeno lo stesso bikini né, per fortuna, la stessa predisposizione a farsi uscire il sangue.
A un certo punto, dopo il mio dodicesimo sorry, mi rendo conto di non essere al meglio delle mie capacità tennistiche.
“Che ti succede, Pietro, non eri un mezzo campione?”
“Sì… lo ero. Prima di incontrarti. Sei troppo bella. Non riesco a concentrarmi sulla pallina…”
Evvai, Abatantuono ha tirato fuori i baffi.
Silenzio dall’altra parte. Forse intravedo un sorriso su quelle labbra da strappare a morsi.
A pranzo ordiniamo un chilo d’aglio con seppie bollite (lei) e mezzo chilo di noodles di riso con la ciccia (io, all’utopico inseguimento di un simulacro di spaghetti al ragù). Parliamo dei rispettivi gusti culinari, decisamente agli antipodi. Vegetariana (pesci esclusi), l’Imperatrice d’Oriente si nutre esclusivamente di erbe, radici, agli e molluschi, tutto ciò che più mi rivolta le budella. Al suo menù mancano solo i cachi maturi, prima che mi infili due dita in gola. Io, al contrario, mi dichiaro un integralista della carne (sono nato a Bulàgna, mica a Seul) e dei pezzi di cioccolata. Questi ultimi innaffiati da un bel bicchiere di latte freddo, accessorio per me indispensabile soprattutto dopo l’atto dell’accoppiamento (ma le tralascio questo dettaglio). A lei il latte, soprattutto se freddo e senza zucchero, fa lo stesso effetto che io posso provare vedendo un vecchio senza dentiera che succhia un caco stramaturo. E qui, dopo tanto Oriente, viene fuori la sua americanità: mi dichiara il suo schifo nei confronti dei miei ragù, in quanto io mi ero limitato a un silenzio-dissenso per quanto riguarda i suoi agli.
Mentre mi infilo le imitazioni di spaghetti in bocca non riesco a staccarle gli occhi di dosso.
“Jane… sei bellissima.”
“Grazie. Ma se me lo dici così… non riesco a mangiare.”
“Scusa, ma non riesco a non guardarti.”
“Guarda il piatto…”
Spirito yankee, odiosissimo.
Finito il pranzo ci stendiamo, ognuno nei rispettivi territori di competenza. Dopo un po’ di lettura\scrittura (io non riesco ad andare oltre il riscrivere settecento volte la stessa frase), mi viene un’idea quasi folgorante.
“Jane, posso farti una foto?”
“Mmm… non  mi piace molto essere fotografata.”
“Ma, così, quando mi abbandonerai, e te ne ritornerai in India, una parte di te rimarrà con me…”
Mi sento cosparso di miele, mentre rilascio una dichiarazione così struggente. Cecco Angiolieri non era nessuno.
“Beh… a queste condizioni, sì.”
A volte, quando fotografo una donna che ardo conquistare, le mani cominciano a tremarmi, il fuoco (delle lenti) diventa un’opinione, il mirino si appanna con i fumi della passione. E poi, vecchissima storia, roba dei fratelli Lumiére, l’obiettivo diventa una specie di mia seconda cippetta. Se non riesco a possederti con quella cosina rotondetta laggiù, almeno ti defloro virtualmente con uno zoooooom così. Meccanica banale, direte voi, e possiamo anche essere d’accordo. Ma i vecchi valori sono sempre i migliori. Vedi Blow-up e sai già tutto sui fotografi.
In questa sudata circostanza - sto grondando, e non è il sole del Vietnam -, però, uso il vecchio, fido diciannove millimetri, grandangolo che più grandangolo non si può. Solo con il suo aiuto potrò abbracciarla nella sua completezza, includendo entro i bordi dell’inquadratura anche i piedi (Tarantino non è nato ieri), che non ho avuto la possibilità di osservare a occhio nudo quanto avrei voluto. I pollicioni svettano in prima linea, e già sento la salivazione che lacera la diga. Deglutisco, mentre faccio il fuoco e scatto.
Rimessomi vagamente a cuccia, cercato invano di abbassare il battito cardiaco pensando a cose antierotiche (la mia vicina di casa, lo squarcio nella mano di Gianluca, Berlusconi), provo a riprendere a scrivere. Ma non c’è niente da fare, ormai il cervello mi si è biblicamente trasformato in acqua, la centralina di tutti i comandi si è abbassata all’altezza dell’inguine. Senza via di ritorno.
Non ce la faccio più. Devo toccarla. Allungo una mano, sfioro la sua che penzola dall’amaca.
La reazione di Jane è a metà strada fra l’accenno di fuga, il paralizzato e il ci-sto. Insomma, ancora una volta non ci ho capito una mazza.
I like you, Jane…”, sento il cuore che mi lacrima. Forse sono diventato Laura Pausini.
Thank you… Pietro”, dice lei, serissima.
Il mio non voleva essere un complimento. Una richiesta d’aiuto, semmai.
Cerco di far scorrere le mie dita fra le sue, ma la reazione è nulla. Ritraggo la piovra indisciplinata, il senso di colpa (de che?) è a mille.
Sorry…”
No problem.”
La dea sembra immersa nella lettura, apparentemente insensibile e zero perturbata dalla mia dichiarazione d’intenti. Per raffreddare le pulsioni, ormai fuori controllo, vado a buttarmi in mare. Ma l’acqua è calda, non aiuta un granché.
Le raccolgo le tre conchiglie più belle che sono riuscito a trovare, gliele appoggio sulla pancia, disegnando una coroncina attorno all’ombelico (ottima scusa per scansionare quest’ultimo). A giudicare dal protosorriso che emette sembra aver gradito il regalo.
Quando anche lei si tuffa, mi porta una conchiglietta. Una sola, ma che per me ne vale mille. Oggi quella conchiglia è diventata uno dei miei feticci più preziosi (assieme al plettro di Jorge Ben e alle mutandine di una mia ex brasiliana), ma quel giorno aveva ancora un valore ignoto.
Il sole inizia a calare, è bene tornare in paese. Ci incamminiamo, e quando vedo un piccolo fiore tra gli scogli lo strappo e glielo sistemo tra un orecchio (una conchiglia di madreperla) e i bei capelli, lisci e neri (il crine di Pegaso, tinto). La vicinanza, la chimica, il tramonto e il testosterone costituiscono, nell’insieme, un mix che sbaraglia in un batter d’occhio qualunque buon proposito. Visti i risultati con la manomorta, mi ero giurato di non pensarci nemmeno. Ma… provo a baciarla.
La stronza si volta dall’altra parte.
“Pietro…”
Non so che dire, se non l’ennesimo sorry. Mi sento come quattro cani bastonati, e riprendo in silenzio il mio cammino verso la città. La donna-che-non-bacia mi segue, in silenzio pure lei.
Faccio, facciamo finta di niente. In realtà dentro ho il vulcano, che riesplode una volta abbandonata beach n°1. Ci siamo fermati a vedere i lavori in corso del prossimo beach-resort del supercazzo, una panorama estremamente romantico (muratori che rimescolano la calce e impilano mattoni), e lì, non so per quale strana e irrazionale logica del cervelluccello, mi sembra che Jane ci abbia ripensato, che ora voglia essere baciata.
Ci riprovo. Risbaglio.
“Pietro… non qui, non davanti alla gente…”
La “gente” sarebbero quattro mototassisti a venti metri da noi, assorti nelle loro questioni, manco li avevo visti. E perché, prima, fra gli scogli, c’era della gente (nessuno fino all’orizzonte)? Però, forse, questo significa che, più tardi, in assenza di testimoni…
Mentre mi scervello con queste ipotesi e controipotesi, siamo già arrivati al suo albergo. Stavolta nemmeno ci provo a baciarla, neppure su una guancia. Mi limito a stringerle una mano, come se fosse un mio cliente milanese.
See you tonight?”
Sure.”
Mentre mi faccio la doccia, molto fredda, rintronato come se fossi passato sotto un rullo compressore, mi sento l’ultimo degli abatantuoni.
Di sera, o la va o la spacco (in senso biblico). Vesto la camicia migliore, una guayabera messicana di Merida, blu scuro. Non mi pettino perché non lo faccio dalla cresima, ma mi deodoro e profumo come un parrucchiere per dive. Pantaloni ggiovani da skater e un po’ di barbetta finto-incolta, che fa tanto Uomo Vogue.
Incontro la mia speranza per un futuro davanti alla mangiatoia di Cat Ba che più amo, un ristorantello all’occidentale che sforna spettacolari cotolette con patatine fritte nei semi di sesamo. I camerieri, come tutti in Vietnam, hanno seri problemi con l’inglese, e a fatica riescono a prendere le ordinazioni scritte sul loro menù, ma quando riescono a capire che cosa vuoi da loro è uno show di alta cucina.
Miss Mondo è più bella che mai. Ora è avvolta in un corpetto bianco che fa da contrasto meraviglioso con l’abbronzatura (chi l’ha detto che le asiatiche sono gialle? La mia è marron come una mulatta, e non mi ci fate pensare che mi agito). Non mi bacio i gomiti perché non ho ancora raccolto nulla di importante, ma il solo fatto di accompagnarmi a lei è già una medaglia al merito.
“A vederci in giro assieme la gente penserà alla classica coppia del turista sessuale con la fidanzata noleggiata…”, mi fa Jane, fatua.
“Non avrei nulla in contrario a fare del turismo sessuale con te, lo sai…”, rispondo, furbetto, al volo.
Ci trasciniamo fino al porto, a vedere i pescatori che al buio rimescolano nelle reti puzzose, preparandole per il giorno dopo e rattoppando le voragini provocate dai pesci inviperiti e\o dai rottami tirati su dai fondali. Come ci riescano è un mistero, è già notte e la luna non è a tutto tondo.
Ci sediamo in un angioletto a sorseggiare birra annacquata, roba mezza sgasata da dieci centesimi al boccale per la quale i viet vanno matti. Mentre chiacchieriamo veniamo ipnotizzati dalle luci fucsia di un paio di bordelli a pochi passi.
“C’è movimento, là dentro”, le faccio notare.
“Sì, un bel su-e-giù per le scale…”
Dal locale più illuminato esce un ubriaco che barcolla. Non vorrei essere la parrucchiera che ha dovuto fargli un succhione.
Terminata la finta birra ci avviciniamo a un peschereccio. Buio pesto, nessuno in giro. La prendo delicatamente per mano, provo a baciarla (tentativo n°3).
“Pietro… mi fai sentire a disagio…”
Pensate un po’ quale sia, il mio, di disagio, mentre mi fugge per l’ennesima volta.
Ok, a questo punto mi devo mettere il cuore in pace. Qui non si raccoglie nulla.
Andiamo a cena in un posto frequentato dagli occidentali. Non quello che preferisco, ma, a volte, è la compagnia che conta. Il proprietario è un australiano con un costante sorriso etilico, ma le sue pizze non sono all’altezza delle sue birre. In compenso gli involtini primavera ai gamberi di Jane sono squisiti. La osservo in silenzio mentre li preleva con le bacchette dal piatto e se li infila in gola.
“Jane… sei un capolavoro.”
“Grazie. Anche tu sei bello.”
Singulto. Forse qualcosa inizia a muoversi? Una breccia nella sua impenetrabilità? La birra all’acqua ha fatto effetto? Gamberi afrodisiaci?
T-thanks…”
La cena prosegue in silenzio, è meglio che io stia zitto, perché se parlo dirò solo cose sozze, senza garanzia di successo. I miei occhi fissi nei suoi, che ogni tanto distoglie (avete mai provato a infilarvi in bocca un involtino con le bacchette mentre uno vi fissa?). Di solito sono pressoché sicuro che dio non esista. Ma se non Lui, chiccazzo ha inventato roba così spettacolare, così perfetta??
“Facciamo due passi, prima di andare a nanna?”, le propongo.
“Sì, con piacere.”
Cazzarola, ha accettato, pomo d’Adamo che mi va sue e giù per la gola, lo sento. La prendo per mano. NON STACCA LA SUA DALLA MIA. Tripla cazzarola.
Camminiamo e chiacchieriamo, diretti lungo la strada che porta alle spiagge, sempre più buia man mano che ci allontaniamo dal centro abitato. Nella baia fluttua un grande ristorante galleggiante che sembra chiamarci. È collegato alla terraferma da un ponte traballantissimo. Mentre lo calpestiamo saltellando rivedo mentalmente Indiana Jones I, II e III.
Arrivati al capolinea senza essere affogati, entriamo nel locale a curiosare. I camerieri stanno già sbaraccando, a Cat Ba si cena a orari da caserma e si va a dormire subito dopo.
“Vado a fare la pipì”, mi comunica la bambola di giada e porcellana.
Per distrarre i pensieri mi metto a fissare i vasi vomitosi in cui i proprietari della zattera conservano l’intera Sora Natura sotto alcol di riso. Serpenti, scorpioni, coleotteri, roditori, vermi. Tutto serve per dare sapore e vita alle loro grappe da lavanda gastrica, esposte in bella mostra come bottiglie di whisky pregiate, roba che da noi starebbe in un museo di scienze naturali sotto formaldeide.
La visione di Jane che esce viva da chissà quale cesso (se la sala ristorante ha i serpenti e gli scorpioni non voglio pensare a che cosa si nasconde nella toilette) mi rimette in ordine le budella attorcigliate come i rettili avvinghiati sottovetro. Cioè, prima me le raddrizza, poi me le ringarbuglia, tanto è il desiderio.
All’uscita dello zoo-pisciatoio c’è un gradino di legno che sembra fatto apposta per noi. Capienza quattro natiche strette, in penombra, forse pulito. Ci sediamo.
La guardo.
La accarezzo.
Mi guarda (credo).
La tiro un po’ verso di me, gentilmente.
La bacio.
VACCAGIUDA, stavolta non scappa.
Dio, stasera, c'è.
Contraccambia il mio bacio, eccome. Da quella boccuccia a salvadanaio esce un’anguilla impazzita, mica monetine. Rivedo in un secondo tutto il pessimismo accumulato in un’intera giornata di legnate e frustrazioni. Le coreane di NY hanno bisogno di urinare per baciare? Effetti della mezzaluna del Vietnam? Boh, nell’insieme misteri d’Oriente, a me indecifrabili.
Ciò che importa è che il Mio Amore ci sta, e di brutto. Fra un cameriere e l’altro che passa a spegnere le luci, chiude le porte, ci osserva, le bacio tutto ciò che è possibile baciare stando seduti su un gradino galleggiante, al buio, circondati da vasi pieni di serpenti.
Le mie mani iniziano a vagare lungo il suo corpo, le sue non stanno a guardare. Decidiamo di alzarci solo quando un cameriere chiude la porta principale e spegne l’ultima luce, osservandoci un po’ schifato. Ci trasciniamo come equilibristi lungo il ponte barcollante, tenendoci stretti per mano, se vai a fondo ti seguo finché morte non ci separi, con qualche breve sosta per scambiarci un po’ di saliva ogni cinque metri. Non so lei, ma io sono in preda a una tale euforia che devo avere almeno quarantatre di febbre.
Tornati in strada la stringo contro il muretto di recinzione, in giro non c’è nessuno e, anche se ci fosse, non lo vedrei. Il primo lampione è a qualche centinaio di metri. Ci avvinghiamo come murene, la mia lingua la percorre da capo a piedi, lei mi offre un seno, io le tiro su la gonna e mi tuffo là sotto. Mentre le faccio una visita ginecologica con la lingua passa un tipo a mezzo metro da noi, ci osserva come se fossimo una bancarella di mandarini al mercato, poi tira innanzi.
“Jane, forse è il caso che andiamo in hotel…”
Yes.”
Abbandoniamo, non senza rimpianti, il nostro primo palco d’amore, da allora divenuto uno dei luoghi storici della mia esistenza. Un giorno, quando sarò famoso, qualcuno vi pianterà una lapide o vi erigerà un busto in marmo, con una scritta del tipo Qui ebbe luogo il primo incontro di PS con JH, narrato nel best-seller Xzy ecc. La gente vi farà pellegrinaggi e vi porterà mazzi di gardenie.
Per il momento, però, fuggiamo da lì come se avessimo appena svaligiato il ristorante. Camminiamo con passo da maratoneti, osservati dai giovani viet che, come aveva previsto Jane, mi devono aver preso per l’ennesimo turisex che impesta l’Asia. Sotto la luce dei lampioni mi rendo conto di avere la guayabera sgualcita, i capelli impazziti, la sudorazione spanata. Gli occhi, probabilmente - non ho specchi con me -, emettono fiamme, e la voglia di far festa, per quella non ho bisogno di specchi, è a mille.
Arriviamo quasi di corsa al mio albergo semideserto, tutti quelli che vi lavorano stanno già russando da un pezzo in un’unica orgia di gente e materassi stesa sul pavimento della reception. Il tipo meno addormentato si tira su e mi allunga la chiave, inarcando il sopracciglio sinistro che equivale a domandarmi: “La zoccola è con te?”
Gli rispondo inarcando il mio destro per dire: “Sì, buonanotte.”
Divoriamo sei piani di scale, senza ascensore, di corsa. Arrivati alla porta, sono talmente agitato che, dopo averci provato per un minuto eterno senza successo, le do la chiave. Non riesco ad aprire, tanto mi tremano le mani.
Lei la apre al primo scatto.
Entriamo e non perdo troppo tempo a illustrarle i canali via cavo o dove tengo gli asciugamani per gli ospiti. In tre secondi gli abiti volano - la guayabera è definitivamente sgualcita - e riprendiamo tutto ciò che avevamo interrotto presso il muretto sul lungomare, stavolta in orizzontale. Ma, Signori, essendo io un galantuomo, qui mi fermo. Non entrerò in dettagli indiscreti, che in fondo non vi riguardano. Vi basti sapere che gli ingredienti di quella notte epica furono, non necessariamente nell’ordine:
 - una vasca da bagno;
 - una finestra spalancata sull’alba nella bella baia di Halong;
 - due lingue impazzite;
 - un’abbronzatura su pelle orientale da far perdere il lume della ragione;
 - molto sudore e un’infinità di altri liquidi organo-lettici;
 - un uomo di trentotto anni consumato al limite delle proprie capacità fisiche;
 - un sesso viola così perfetto da essere degno della più scultorea yoni, tanto per rimanere dalle parti dell’India;
 - una donna spettacolare che si rivelò una vera sorpresa.
E, sempre per dovere di cronaca, vi regalo la notizia di condominio. Tutto ciò che Jane mi aveva detto circa il presunto condiviso schifo pachistano nella tecnica dell’amore succhiato era falso. Sòccia, se era falso.

La mattina dopo. Sono a pezzi, ma verso le otto riesco ad aprire un occhio mentre Jane si fa una doccia, mi dà un paio di baci e fa per uscire. Per la centesima volta la prego di rimanere con me, almeno una settimana. Ho molte cose da illustrarle. Volere è potere, può posticipare il suo volo per Delhi e venire con me alle romantiche risaie di Sapa, sulle montagne a nord di Hanoi.
“Mi dispiace, Pietro, ma sono rimasta in Vietnam anche più del previsto. Il mio cuore è in India. Perché non vieni tu con me?”
Mi ha preso alla sprovvista.
“Mmm… Jane, non posso. Ci sono stato tre volte, ho già un mare di foto dell’India, stavolta ho concentrato il mio lavoro sul Vietnam, e sono appena all’inizio del viaggio…”
Volere è potere?
Le elenco una serie di buone ragioni, in realtà più pigri alibi per me stesso che motivi seri per non inseguirla. In realtà, se lo volessi, potrei inventarmi nuove foto indiane, nuove storie. Ma a quest’ora, dopo una notte di spadate, rincoglionito come sono, non ho la lucidità per fare nemmeno uno-più-uno.
La mia geisha infila la porta, mi dà un bacio, scende le scale. Sento un nodo allo stomaco. L’ultima immagine che mi lascia, stampata a fuoco saecola saecolorum nel mio cervello, è un cenno di saluto con la mano, unito a uno sguardo, dal basso verso l’alto, che più enigmatico non si può. E và.
Le ventiquattrore che seguono mi servono per provare a ragionare e riprendermi. Riesco a tirarmi su dal letto e a trascinarmi fino a beach n°2 verso l’ora di pranzo. Sono a brandelli, ma sento di avere un sorriso che va da orecchio a orecchio. Il mio ego è ai massimi livelli, David subito dopo che ha spakkato il tenue a Golia. Sento, però, qualcosa che scricchiola. Innanzitutto andare in spiaggia senza di lei non è la stessa cosa. Noia, solitudine, voglia di averla lì con me. Apro il mio quaderno di scrittura.
Vi trovo queste righe:

Pietro,
thank you for a wonderful day at the beach + a lovely evening.
I’ll see you soon.
Here’s my email in case you feel like sending me a note.
Jane

Segue un cuoricino disegnato e un indirizzo di posta elettronica che, ovviamente, non vi do.
Ci rivedremo? Ne sono pressoché sicuro.
Soon? Sì, ma quanto soon?
E poi, cazzica, un mese e mezzo di separazione - nella migliorissima delle ipotesi, cioè quella che lei mi raggiunga a Bologna sulla via del ritorno verso New York -, lei in India io in Vietnam, dove ci porterà?
Jane è indubbiamente una bella gnocca, che viaggia da sola nel mondo dei backpacker. Arrapati e chiavatori, si sa. In India, nella terra di Khajuraho - la città delle trombate divine - e del Kamasutra. Quanti quarti d’ora ci vorranno prima che mi crescano corna d’alce? Nonostante la giovane non la regali al primo che passa - ventiquattrore di lavoro ai fianchi, con insistenza maniacale, prima di ottenere ciò che volevo mi ha dato l’impressione di aver faticato tantissimo -, non resterà lì certo ad aspettarmi tutta la vita. Prima o poi incapperà in un Jørgën di due metri, magari in tutte le sue parti, biondo, ricco e ricco di charme. Più di me.
Vabbè, io nel frattempo mi dedicherò alle piccole viet, pasticcini da inghiottire in un sol boccone, ma si sa che l’uomo è cacciatore e la donna deve stare a casa a fare la calzetta davanti al focolare, ad accudire i figli e a scodellarmi tagliatelle al ragù. Mica andare in giro a fare pompini agli svedesi.
Mentre in spiaggia mi arrovello, solo soletto, su questi argomenti, sento che il mio sorriso da trionfatore inizia a screpolarsi, minato dalla domanda ricorrente: “quando cippa la rivedrò?”
Soon, very soon. Speriamo.






Un mese e mezzo, quarantacinque giorni. Un’eternità o un battito di ciglia, a seconda di come te la passi, dove sei, qual è il tuo equilibrio, se ce l’hai.
Per me quel mese e mezzo furono due eternità, non una. Nonostante la compagnia femminile non mi mancasse, e sebbene avessi mille missioni tra le mani e il Vietnam non fosse Cinisello Balsamo, i miei quarantacinque giorni senza di lei mi sembrarono, furono un periodo insopportabilmente senza fine.
Drogato come sono di posta elettronica, iniziai a scriverle subito. Quasi ogni giorno, parlandole come se fosse lì con me. Ah, Jane, vedessi che belle le tribù di Sapa. E i colori del mercato di Bac Ha. E il freddo che fa di notte. Ma ci sono coperte alte quattro dita. Ti sogno ogni notte, lì sotto, a fare l’amore con me. Dove sei, mia splendida geisha? Ieri, prima di addormentarmi, ho fatto festa da solo pensandoti…
Da subito mi resi conto che Jane non avrebbe speso in internet quanto me. Agli inizi mi scriveva ogni tre-quattro giorni, un’infinità di tempo rispetto alla mia grafomania quotidiana. Rimasi interdetto quando mi raccontò di aver udito, in un bar di Hanoi, un gruppetto di italiani che conversavano:
“A Cat Ba ho visto un bolognese mano per mano con una giappa…”
Chiccazzo erano?? Non conoscevo nessuno che sapesse della mia bolognesità e si trovasse da quelle parti. L’unico poteva essere Gianluca, che Jane conosceva benissimo (speriamo non troppo bene). Strani misteri dei viaggiatori internèscional. Fantascienza.
Tutte le e-mail di Jane finivano americanamente con la parola Love, che mi riscaldava il cuore e che alimentava le mie speranze per un futuro assieme. Da subito la mia Passione dichiarò una buona probabilità di raggiungermi sotto le Due Torri verso natale. E io, chiaro, mi montai la testa. Iniziai il conto alla rovescia per averla sotto l’albero, a impacchettare regali e affettare panettoni.
Ad Hoi An, il posto che lei aveva più amato di tutto il Vietnam, le comprai un abito di seta arancione che sembrava disegnato e cucito per lei. Già me la immaginavo, avvolta in quel tessuto soffice, mentre ne scioglievo i nodi…
Lei mi scrisse di aver comprato un sari azzurro, e che probabilmente a dicembre avrei avuto una geisha in sari a razzolare per casa. Il giusto capolinea di trentott’anni di incubi erotici, in pratica. Un uomo può volere qualcosa di più?
Io no, senz’altro.
Ma un mese e mezzo, porco cazzo, non finisce mai. Lei, da sola, in giro per l’India. Non può durare, mi ripetevo ogni giorno, è solo questione di minuti prima che qualcuno le si infili nelle mutande.
Il regalo per il mio compleanno, sempre ad Hoi An, fu una sua telefonata dall’India. In quel periodo le sue mail si erano rarefatte, ora la cadenza era di una alla settimana. Problemi tecnici, l’India, sai, diceva lei. Una vera tortura, anche perché la mia cadenza non era cambiata di una virgola.
Sentire la sua voce al telefono del mio albergo, però, mi tirò su il morale di colpo, azzerò in un istante la troppa astinenza.
I love you so much, Jane...”
Non riuscii a controllare la bocca e, dopo un lungo periodo di uso dell'I like you, senza volere, istintivamente, feci un salto di qualità e passai al love. Dichiarazione piuttosto radicale e rischiosa. Mezzo secondo di inquietante silenzio dall’altra parte dell’Asia.
“Pietro… ehm, come festeggi il tuo compleanno? Spero in buona compagnia, magari con una bella massaggiatrice…”
Nessuna malizia o gelosia nella sua voce, piuttosto un incoraggiamento a far festa in giro. Forse questo voleva dire che lei stava facendo festa in giro?
Io ero solo, solo come mai, e il più bel regalo che potessi ricevere quel giorno era la sua telefonata. Non volevo essere massaggiato che da lei.
“Jane, perché dici così… Per favore, non mi interessano le altre, voglio solo te. I love you so much…”
E ridàie.
A fine telefonata mi resi conto di essere stato mieloso e possessivo, lacrimevole. E il regalo di compleanno, con il senno del poi, forse sarebbe stato meglio evitarlo. Passai la notte a pensare ciò che Jane mi aveva voluto dire fra le righe. Gran brutta notte.
Se nelle prime e-mail traspariva la sua forte voglia di me e il ricordo erotico, in quelle successive iniziarono a fare capolino la solitudine e il desiderio. Purtroppo desiderio ad ampio raggio, non esclusivamente di me.
Per riattizzare il fuoco della passione iniziai a scriverle maialate, e cioè tutto ciò le avrei voluto fare\fatto una volta a Bologna. La boccetta dell’olio per massaggi ancora intonsa. La poltrona di bambù, dove l’avrei legata in posizione ovina. Eccetera.
Lei, con intermittenza sempre più rarefatta, rispondeva in maniera generica alle mie fantasie sozze, senza mai entrare troppo in dettagli. Solo una volta, lasciandosi un po’ andare, mi scrisse che avrebbe “aperto tutto il (suo) corpo e il (suo) sesso per me”, dichiarazione programmatica di tutto rispetto che mi fece momentaneamente ringalluzzire. Mi sentii soddisfatto, anche se il mio livello di creatività pornografica, almeno a chiacchiere, batteva il suo cento a uno.
Poi, com’era prevedibilissimo che fosse, arrivò il silenzio. Undici giorni dolorosi senza uno straccio di e-mail, buco nello stomaco costante. Io che le mandavo SOS nel buio, Jane dove sei, sto morendo di gelosia, chissà quanti mosconi che ti ronzano attorno, mi aspetterai? Non vedo l’ora di aprire i regali di natale con te, di presentarti ai miei amici, di portarti in giro per la mia città, salire assieme sulle Due Torri e cucinare per te. Persino le seppie all’aglio, se proprio le vuoi.
Jane, dove sei?
Che minchia ci fai, in India??
Non lo sai che l'India è piena di indiani con i baffi?
Perché non sei qui con me???
Poi, com’era prevedibilissimo che fosse, arrivò la mazzata. Mazza chiodata sulla nuca, tipo quelle che vendono a San Marino ai turisti russi. Una bomba vietcong su per il culo avrebbe fatto meno male.
Pietro, ti devo dire che ho avuto un amante per una settimana. Ora è finito tutto, lo stronzo mi ha mentito, mi aveva nascosto di essere sposato. L’ho allontanato, lui mi insegue e ci riprova, ma ormai ho deciso.
Perché, zoccola - ma questo non glielo scrissi -, se non fosse stato sposato ci avresti vissuto felice e contenta fino all’ultimo dei tuoi giorni? Che cosa sono io, un tuo vecchio amico a cui raccontare le tue monte??
Quando ricevetti questa e-mail mi sentii sotto un treno. Sentimenti contrastanti:
FUCK OFF, BITCH\OK, ti perdono, ma solo se ti muovi a venire a Bologna, dove ti punirò sulla poltrona di bambù per i tuoi peccati\anch’io sono qui con cinque troie pompinare, alla faccia della tua India del supercazzo baffuto\non importa, capisco, I love you.
Alla fine non le scrissi nulla di tutto ciò. Mi limitai a dirle quanto mi aveva fatto male. Che avrei preferito una bugia da due soldi (ho passato una settimana in convento\mi sono beccata la polmonite\in India c’è stato un black-out per tutto questo periodo) alla sporca e durissima verità.
Quanto sarebbe durata la tortura?
La tortura durò fino al ritorno a Bologna. Il maledetto mese e mezzo era finito, era ora che la giovane portasse occhi e sari a casa mia. A casa tua, le scrissi. Lì avevo un bel bidè dove avrebbe potuto lavarsi i baffi indiani dalle parti intime.
Atterrato al Marconi mi presero immediatamente i crampi allo stomaco. Freddo maiale, facce incarognite, il tutto avvolto dall’atmosfera natalizia pompata ad artificio dai bottegai.
Come sempre, incaricai mia madre di fare l’albero di natale, l’ultima volta che ci avevo provato avevo fatto a pezzi palle di vetro antichissime.
Ma perché lei non era lì a farlo con me?
Glielo scrissi.
La risposta arrivò, con tremendo ritardo, dopo giorni e giorni in cui controllavo la mia casella di posta elettronica ogni quarto d’ora.

  Sorry, Pietro, ma ho deciso di rimanere ancora un mese in India. Qui sto troppo bene, seguo lezioni di pittura e fa caldo. Sono nel Rajasthan, la regione che più amo. Magari passerò da Bologna prima di tornare a NY, ma non posso garantirlo, ancora un mese qui e darò fondo ai miei risparmi.
  Love, Jane.

Recitate ad alta voce tre volte tre tutte le bestemmie che conoscevo, entrai nella più profonda depressione. La zoccola non sarebbe venuta. Né ora né, forse, mai. Io solo come un cane ad affrontare il natale, con il suo regalo impacchettato ad attenderla inutilmente sotto l’albero. A pensare a lei che si fa ingroppare da qualcun altro. Zero soldi per raggiungerla in India. In giro solo gente in orgasmo per regali e ragalucci, vacanze a Cortina o a Sharm, pippibaudi imperversanti alla tv.
O mi taglio le vene o faccio qualcosa.
Feci qualcosa. Peggio di un tossico con la scimmia, sventrai casa e cantina, iniziai a fare pulizia etnica di tutto il non-necessario: collezioni, stampe, ori & argenti, artigianato, libri, cianfrusaglie da antiquariato. Battei l’intera Bologna, marcai ai fianchi rigattieri e librai, ricettatori e usurai, trafficoni e trafficanti. Nemmeno quando avevo vent’anni, e in fuga da Economia & Commercio sognavo il Messico, avevo dimostrato una tale capacità imprenditoriale nel rastrellare tanti liquidi in così poco tempo. Riconobbi l’antica, odiosa aura dei commercianti che sfruttano i disperati, la Bologna viscida e sotterranea, che ti acquista piccoli tesori facendotela pesare, sottopagandoti ma facendoti sentire un rompiscatole.
Ad alcuni sfruttatori del popolo arrivai a proporre le mie merci raccontando la verità, che dovevo partire urgentemente per una missione di cuore. I più anziani si impietosirono e aggiunsero qualche euro alle loro elemosine. Roba da libro Cuore.
Nel frattempo le avevo scritto.

Jane, dove sei, non ti muovere, sto arrivando. Dammi qualche giorno per raccattare più soldi possibili e fare il visto. Riuscirò a essere da te verso il 27 o il 28 dicembre, niente natale assieme, ma almeno potremo passare il capodanno a guardarci negli occhi. Dove sei. Scrivimi, dai un segnale di vita, please.

Niente. Silenzio totale. L’unico rumore che sentivo era quello della mia ansia.
Non potevo stare fermo, a guardare il computer aspettando che succedesse qualcosa. Sapevo solo in quale città del Rajasthan si trovava, ma non potevo certo chiamare tutti gli alberghetti contemplati nella Lonely Planet per vedere se la stanavo.
Dopo dodici giorni di silenzio stampa, acquistato il biglietto per Delhi, corsi a Milano per sfruttare l’ultimo giorno utile per fare il visto indiano. Treno, fila indiana per cinquanta metri in strada, indiani impazziti e tagliatori di file una volta nello sgabuzzino che rilasciava i visti. Impiegate schifiltose che, in cambio di euri sonanti, ti rilasciavano una patacca adesiva sul passaporto manco fossero lì a lavorare per farti un favore. Gente incarognita, gente frettolosa. Torni tra una settimana (il giorno prima dell’aereo), forse ce la faccio al pelo. Eternamente grato al proprietario della mia agenzia di viaggio, che mi aveva messo in guardia circa le lungaggini burocratiche degli indiani. Se non fosse stato lui, ad allertare il mio sesto senso, addio capodanno con Jane.
Terminata la fatica biblica, ripresi il treno per Bologna. Arrivai a casa di notte, stanco stracciato ma vincitore. Accesi il computer.
Jane mi aveva scritto.

  Pietro, sorry. Ma è meglio se rimani lì. Non sono pronta per te, ho un nuovo amante. Mi dispiace, non sono stata capace di aspettarti.
  Senza rancore, Jane.

La notte del 31 dicembre festeggiavo su un aereo Lufthansa per Salvador de Bahia.










Glossario e ‘gergario’
bacalhau (portoghese): baccalà
barfine (inglese, gergale): ‘multa’, tariffa che si paga a un go-go bar per portare via una ragazza che ci lavora
bitte(schen) (tedesco): prego
blowjob (inglese, gergale): pompino, fellatio
cama y mesa (spagnolo)\cama e mesa (portoghese): lett. ‘letto e tavola’, per intendere qualcuno che ama le delizie (soporifere, sessuali e culinarie) di entrambi i suddetti mobili
concha (spagnolo): lett.: conchiglia; gergale: figa
gringo (spagnolo e portoghese): straniero, bianco; in America Centrale solitamente si riferisce ai soli nordamericani, mentre in Sud America vale per tutti i bianchi. Il termine sembra derivare dallo spagnolo hablar en griego (‘parlare in greco’), per definire qualcosa di incomprensibile. Secondo un’altra interpretazione, invece, deriverebbe dall’inglese green, verde, come il colore delle divise dei soldati statunitensi che combatterono in Messico
hongo (spagnolo): fungo
guayabera (spagnolo): camicia in origine usata dai contadini della regione caraibica (soprattutto in Messico e a Cuba), con quattro tasche in cui mettere i frutti di guava; oggi usata dai gruppi che eseguono musica tradizionale a Cuba, così come dagli elegantoni della regione caraibica, inclusi i molti latinos di Miami
hospedaje (spagnolo): pensione, albergo modesto
jeepney: specie di jeep di grosse dimensioni adibita a taxi collettivo nelle Filippine
noodles (inglese): spaghetti di riso
papa\mama san: tenutario\a di bordello nelle Filippine e in Thailandia
pax (gergo commerciale del turismo organizzato): passeggero, cliente
piranha (portoghese): termine gergale per prostituta, in Brasile
puta (spagnolo e portoghese, dispregiativo): puttana
qat: foglia eccitante masticata dagli uomini yemeniti
sadhu: asceta indù
taco (spagnolo): involtino di farina di mais, originario del Messico
tagalog: principale dialetto e lingua ufficiale delle Filippine
yoni: organo femminile, secondo la mitologia indù
wiener schnitzel (tedesco): cotoletta
zócalo (spagnolo): la piazza centrale di ogni città messicana







Nessun commento:

Posta un commento