mercoledì 28 marzo 2012

VIVA BRASIL!







VIVA BRASIL!
viaggio nel ‘País do Futuro



di Pietro Scòzzari






Avviso ai consumatori (introdução)

Parte prima - Foresta, anche senza alberi
Buona domenica
Finché la barca va
La gorda
Foresta di plastica
Daime
Gerusalemme non era in Palestina?

Parte seconda - Tribù
Evangelici, peste del Duemila
Scimmie
Le Rosse
Una città davvero eclettica
Sem graça
Ho fatto il Brasile

Parte terza – Xibiu (e mostri assortiti)
Nulla cambia
Irene
Birra volante
Egisto
Vila Mimosa
L’ora del tè
Saverio, doido demais

Glossario e ‘gergario’




Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandonando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in un trance ipnotico, ed esce dalla realtà.
(Pedro Juan Gutiérrez, da Il Re dell’Avana)

Quasi tutti erano visibilmente meticci. Che il paese fosse povero non era una vergogna (nonostante in seguito avrei desiderato che si arricchisse). Supponiamo che fossimo pacifici, affettuosi e puliti. Era inimmaginabile che qualcuno nato qui volesse vivere in un altro paese.
(Caetano Veloso, da Verdade Tropical)

Travesti, trabalhador, turista
Solitário, família, casal
Todo mundo tem direito á vida
E todo mundo tem direito igual
(Lenine, da Rua da Passagem - Trânsito)

Eu não gosto do bom gosto
(Adriana Calcanhotto, da Senhas)

Quem gosta de miséria é intelectual
(Cidade Negra, da Voz do excluído - Enquanto o mundo gira)












AVVISO AI CONSUMATORI
(Introdução, nonché captatio benevolentiae)

Il Brasile, in senso positivo, è una droga, prima ancora che un Paese dai confini delimitati. È un luogo dell’anima, un mito idealizzato, uno spazio unico al mondo che ha la capacità di cambiarci, rigenerarci, renderci più allegri e di godere al meglio, se lo vogliamo, ciò che di buono la vita ha da offrirci. Dopo avervi messo piede la prima volta, di solito, non possiamo più farne a meno. Dà assuefazione. Dico sempre che, se possedessi almeno sei reti televisive, lo imporrei - assieme all’India, altro luogo dell’anima - a qualunque cittadino del 'primo mondo', specie se in terapia contro la depressione, quale tappa obbligatoria per la crescita/revisione mentale.
Viva Brasil! è un collage di racconti di viaggio, scritti in periodi diversi, con ritmi narrativi e linguaggi differenti, macinati in un unico polpettone di parole apparentemente senza capo né coda, se non quelli delle tre famiglie in cui li ho riuniti. Così come il Brasile è un frullato di realtà diversissime tra loro.
Un avviso importante ai lettori brasiliani nazionalisti (tutti), quelli che come sentono l’inno nazionale o si incollano al televisore appena c’è la seleção versano qualche lacrimuccia. A quelli che passano il tempo a lamentarsi del proprio Paese, ma che prendono fuoco, issando bandiere e barricate, non appena uno straniero osa fare altrettanto (il diritto di critica appartiene a tutti). Per favore, non storcete il naso più di tanto se, qua e là, ho maltrattato il vostro a/dorato paese: parlo male solo di ciò che amo (ciò che detesto lo ignoro), forse seguendo l’utopia missionario/giornalistica di cercare di migliorare ciò che già ha tesori da esporre al pubblico. Sconfiggere il marcio, parlandone, per trasformare tutto in tesoro. In altre parole, lettori brasileiros, anche se vi potrà vagamente sfiorare l’anticamera del cervello che io sia l’ennesimo giornalista del primeiro mundo prevenuto, che ama dipingere il ‘País do futuro’ a suon di meninos de rua e favelas e piranhas (soggetti di cui sono inzuppati, innanzitutto, i vostri giornali e tv e libri e cinema), sappiate che non avete capito un bel nada. Io amo il Brasile. Se possibile, più di voi.
I fatti narrati sono tutti assolutamente veri. Per evitare che qualche malintenzionato mi venga a suonare il campanello, ho cambiato alcuni nomi di persone e di luoghi..
Boa viagem!




VIVA BRASIL!



Parte prima
Foresta, anche senza alberi








Buona domenica
In giro c’è chi alla domenica gioca a squash o prende il tè dalle amiche. Io oggi sono stato alla spiaggia di Outeiro, il Brasile concentrato in cinque ore. O, meglio, lo stereotipo del Brasile, quello che di solito si legge sulle pagine della cronaca locale. Vero come ogni stereotipo.
Circa un’ora di autobus partendo dall’Avenida Vargas, l’arteria centrale di Belém. Più un’ora di attesa: alla domenica ci sono meno corse, anche se a giudicare dalla quantità di bus che spetazzano e derapano lungo la Vargas sembrerebbe l’ora di punta di un giorno lavorativo (immaginatevi l’o. di p. di un g. l.).
La vecchia sdentata che siede davanti a me o ha la salivazione spannata o si ritrova con un tic nervoso che le deve dare qualche problemuccio in società. Comunque sia, la sua bocca a salvadanaio eiacula uno scaracchio fuori dal finestrino ogni venti metri. Senz’altro ha un’esperienza decennale in questo sport, anche sottovento non mi becca nemmeno con una gocciolina. Ma, non vorrei che si distraesse, ritraggo il gomito.
Dopo un bel po’ capisco di essere arrivato, non perché il bus sia giunto al capolinea, ma perché all’altezza della Praia do Amor tre quarti del carico umano si riversa in strada. Li seguo. La spiaggia ha un nome che è tutto un programma, e poi, qui, dodici anni fa, la tipa che mi friggeva un pesce mi baciò su una guancia, appena seppe che ero italiano. Vorrei fare il bis, ma negli ultimi tempi le cose devono essere un filo cambiate, soprattutto la mia pancia. Ieri, mentre ero a caccia di una camicia, la commessa, dopo che al suo
“Sei argentino?”
le ho risposto
“No, italiano”
si è girata dall’altra parte. Avevo l’alito pesante? No, mi profuma sempre di rose rosse a maggio. Questioni di futeból? Mi sa che qualche mafioso azzurro è finito di recente sulle pagine di O Liberal, il quotidiano locale. Un ex con la barba a pizzetto e lo zainetto Invicta l’ha trattata male? Io, comunque siano andate le cose, non c’entro. Commessa acida, non era nemmeno un granché.
Ma torniamo alla Praia do Amor. Sarà perché è domenica, fa un caldo bestia e tutti sono in acqua a starnazzare, in una specie di Lete amazzonico con le acque nerastre, però in giro non vedo alcunché di amorevole. La spiaggia è un bailamme di carnazza umana, squali di plastica, bambini urlanti e urinanti, circa mezzo milione di sedicenni all’ottavo mese di gravidanza, collezioni di bottiglie di birra appena sverginate, decibel distorti che escono a manetta dalle casse acustiche enormi di ogni bar che si rispetti, l’uno in apparente guerra con il vicino per la supremazia acustica. Oggi la Praia do Amor è l’esatto specchio, in carne, acqua, preferibilmente birra e sabbia, di due concetti molto brasiliani: quello di povão (termine snob e vagamente razzista per indicare il popolino/accio, la massa informe, con pochi reais nel portafogli ma esigenze forti e chiare) e quello di farofeiros (termine cugino del primo, cui va sempre a braccetto: le famiglie con centoundici figli che, per risparmiare, si portano ogni cosa da casa, anche gli stuzzicadenti, e dopo il pasto abbandonano le immondizie sulla sabbia; ci penserà Iemanjá, con un’ondata delle sue, a ripulire tutto).
Vorrei un angolino tranquillo, per rilassarmi e leggere, ma tutta la prima linea di sdrai è occupata o tempestata da musica deflagrante. Dopo tre su e giù per l’intera spiaggia scovo un posticino nella zona apparentemente meno dannosa, una nicchia di semitranquillità incuneata fra due stadi durante la finale. Unica pecca: il pesce stavolta me lo frigge un ragazzo dall’aspetto troppo sano e la moglie, un’amazzone da rapire e non restituire mai più, anziché regalarmi bacini in quanto italiano dondola pigramente con un piede il loro bebè in un’amaca. Simpatico quadretto familiare da osservare, ma preferisco spazzolare il pesce, delizioso, e immergermi nella lettura. A volte è meglio fingere di non vedere certe cose.
Fra un acquazzone torrenziale, un po’ di sole inceneritore, qualche bagno fra la bolgia (assorbenti con le triple ali che galleggiano qua e là, sembrano animati di vita propria) e molte pagine di libro, si è fatta ora di rientrare. Per oggi niente abatantuonate, nessuna bagnante abbordata con scuse improbabili, fa troppo caldo.
Mi incammino verso un punto imprecisato della strada statale, lo stesso in cui sono sceso. Ci vorrà il lanciafiamme per salire sull’autobus, mi dico a ogni passo. C’è mezzo Brasile che, come me, deve tornare in città.
Per arrivare alla fermata percorro la passerella in cemento che spalleggia i ristorantini e i bagni. Ogni dieci metri c’è una dancetería in cui diverse coppie ballano come impazzite qualsiasi genere musicale, purché sfracelli i timpani. Quasi nessuno sembra superare i vent’anni e tutti hanno un’aria strafatta. Pare la spiaggia di un carcere minorile o, quantomeno, piena di cosiddetti ‘GLS’ (gays, lésbicas e simpatizantes), termine vago ma molto azzeccato che raccoglie in un polpettone di carne tutta l’umanità che ha voglia di divertirsi. Ogni tanto qualche ragazzotto esce da un locale, fa un goccio contro il muro del medesimo, poi ingurgita una brodaglia giallastra che tiene imboscata in una bottiglia sotto la maglietta. Non deve essere il drink offerto dalla balera, né succo d’arancia, ma qualcosa di molto più esplosivo.
Sarà per la musica, per il volume, per le pance gravide, per le facce da riformatorio, oppure per le pozzanghere e il puzzo di piscio dappertutto, ma l’hard che mi ricordavo della Outeiro di dodici anni fa ha superato ogni mia aspettativa. Inizio a sentirmi troppo turista gringo, fuori luogo. Autobus, presto.
L’apocalisse, ora, è incorniciata da uno splendido arcobaleno che si staglia fra le palme all’orizzonte. La gente alla fermata sbuffa e suda, l’umidità è oscena e nessuno ama attendere autobus che non arrivano mai. Eppure, incredibile ma vero, oggi arriva quasi subito.
Mi incollo a una banda di ragazzacci che urlano, scalciano e camminano sulla faccia del prossimo per entrare prima degli altri. Il posto a sedere è una conquista, non un diritto. Le loro maniere sono così galanti che le donne con i bambini aspettano a entrare. Seguendo l’orda, riesco a impossessarmi di uno dei posti davanti, con finestrino. Una vera lotteria, in Brasile, di domenica, al ritorno da qualsiasi spiaggia lungo i settemilaottocento chilometri di costa.
La teppaglia sembra uscita dalla Curva Sud di qualche arena di coatti e trascorre il tempo a gridare, agitarsi, buttare occhiate ai gonfiori delle donne, da apprezzare o scartare (più la prima). Gli ultras devono essere molto giovani, forse solo qualcuno è maggiorenne, e tutti sono tatuati fino al midollo, all'epoca cosa non comunissima nel Nord del Brasile. Quello che si sono stampati addosso, però, sembra più roba autoprodotta, da galera, che non tatuaggi chic e firmati da surfisti figli di papà. Uno di loro ha anche una bella collezione di cicatrici sul cranio, una specie di coroncina scolpita a machetate hutu che disegna solchi qua e là fra i capelli a spazzola. Si deve trattare di una gang (qui pronunciata ganghi) di favela.
Passando davanti a un piccolo commissariato di polizia vedo che un paio di rottweiler in divisa sta scortando all’interno dell’edificio un po’ di marmaglia identica ai miei coinquilini. Forse si tratta dei famosi chiarimenti, della razione domenicale di manganello, la stessa che regalerei volentieri, se poi non passassi per nazi, ai miei rumorosi e gentili compagni di viaggio.
Circa a metà del tragitto, già belli centrifugati dalla guida da autoscontro dell’autista, sostiamo a una fermata di fronte a un gruppo di case. Con l’occhio sinistro scorgo un ragazzo che corre verso di noi. Piomba all’altezza della tipa che siede davanti a me, fa un salto, attraverso il finestrino le strappa di testa un cappellino di pizzo da due soldi, poi corre come un fulmine verso il vicolo da cui è sbucato. Avrei potuto fermarlo, ma ero convinto che fosse un amico della ragazza e che le volesse fare uno scherzo cretino. E poi, soprattutto: che cavolo se ne fa di un cappellino così orrendo, periforme, fatto in salotto dalla vecchia nonna, privo di firme quotate, da donna? Un feticista?
Qualunque siano le sue profonde motivazioni per afferrare questa specie di Rolls Royce, il ladro le ha anche fatto sbattere la testa contro il finestrino (l’opera d’arte doveva essere infilata per bene sulla zucca, con la tesa tirata fino alle spalle), per cui ora la fanciulla piange, un po’ per la botta, un po’ per la rabbia e lo spavento.
La teppaglia, che ha visto la scena dall’ano dell’autobus, si mette a inveire contro il popolo là fuori, e magari qualche partigiano del ladro, confratello di gang, la prende come un fatto personale. Ecco, ora forse capisco: il furto del cappellazzo è stato un gesto di sfida tra gang rivali. Non ho occhi sulla nuca, però sento che sul retro del bus è scoppiato un bel casino. Rissa, urla, filho da puta, le donne con i bambini che scappano verso la prua, qualcuna che inizia a piangere. Rumore di spintoni, di polizia antigiottini, di gente incazzata. Aspetto lo sparo o la coltellata, i peli della nuca mi si drizzano a istrice. Persino il bigliettaio, che di solito presidia il fondo del bus contro i portoghesi, si è rifugiato davanti, vicino all’autista. Le donne e i bambini si appiattiscono contro i sedili, qualcuna urla “motorista, muoviti!”
Si riparte, ma la rissa non accenna a finire. Il più facinoroso è un biondo mulatto che con la testa arriva al tetto. Sbraita contro tutti, ha un bicipite grande come un prosciutto che pulsa e sanguina, e una struttura ossea per cui bisogna dargli ragione. Il suffisso di ogni sua frase è caralho, meu irmão! , seguito dal resto della merolata, di scarso interesse linguistico. La tiritera va avanti un quarto d’ora (in realtà è solo un minuto, ma sembra un’eternità) durante il quale la donne alternano coraggiosi basta! a scendete!, i bambini si acquattano dove riescono, io nascondo lo zainetto con la macchina fotografica e i soldi per terra, fra le caviglie.
Sono ancora lì che aspetto il boato di revolver o la mannaiata sul cervelletto, quando l’uragano, improvvisamente, si calma. L’attenzione di tutti, mariuoli e semplici passeggeri, è catalizzata da un’edizione ridotta di carnevale che impazza in strada, all’altezza di un agglomerato di case. La Terza guerra mondiale per il controllo dei cappellini a pera, almeno per il momento, è rimandata. Su un terrazzo due viados calamitano lo sguardo dell’intero abitato. Uno, in bikini e con una parrucca rossa a caschetto, cavalca la balaustra, mimando rodei da lap dance, mentre l’altro, in topless siliconato, fa su e giù con le mutandine, in posizione ovina, per la delizia degli spettatori osannanti. La folla ride e fa baccano, soprattutto quando arriva un corteo di tamburi e l’ennesimo travestito con mantello fucsia svolazzante e slip in pendant.
Il bus prosegue, dopo la festa la tensione sembra scesa, ma sento di nuovo la baruffa nell’aria quando passiamo a passo d’uomo davanti a un secondo comando di polizia. Un paio di sbirri lancia un’occhiata cagnesca verso gli occupanti della metà posteriore dell’autobus. Voglio vedere che cosa succederà quando l’autista si fermerà e spiegherà il casino ai tutori della legge.
L’autista tira dritto.
Sono allibito ma, come durante la rissa, faccio finta di niente. Tutto è normale.
Finito il carnevale in strada, ricomincia quello in vettura. Rigurgiti di rissa, vecchi rancori rispolverati, il negro biondo che ha ripreso con la solfa dei suoi diritti sindacali violati, i peli che mi si inalberano di nuovo.
Altra fermata, altro regalo. Viaggetto un filo complicato. Questa volta, sempre con l’occhio sinistro, vedo arrivare un secondo corridore. La differenza rispetto al collega di prima è che questo non è venuto per prendere, ma per dare. Nello specifico due pietrate, due menhir che scaglia, uno per mano, con tutta forza e con una buona rincorsa, contro i finestrini. Per la precisione due finestrini dietro di me. Il bersaglio è la gang nemica. Faccio appena in tempo ad abbassare il collo, quando sento il botto dei vetri che, nonostante le dimensioni delle pietre, attutiscono il colpo e non esplodono. In Brasile gli autobus sono di ottima qualità, tant’è che li esportano in tutta l’America Latina.
Dopo aver scagliato le prime pietre, il tipo rimane piantato in strada, fermo come un monumento. Busto nudo, solo un paio di jeans a coprirgli le parti basse, petto in fuori e fisico asciutto. Saluta con un sorriso strafottente i nemici, facendo ciaociao con la manina. Questi, come è naturale che sia, sono inferociti. Urla orrende, vendetta, vendetta, motorista cazzoaspetti, ingrana la prima, no, anzi, ferma, scendiamo e spacchiamogli il culo. Nell’aria un gran puzzo di biogas, qualcuno se la deve essere fatta addosso. Non sono stato io, che faccio finta di niente, come un lord inglese, aspettando il mio giorno x con le unghie piantate nei braccioli del bus. È oggi?
Non ci capisco più nulla, chi sono i bianchi e chi i neri, chi i tatuati e chi i mulatti ossigenati, chi è contro chi? Parentele? Alleanze?
In ogni caso non sono fatti miei, e dopo dieci metri di tergiversazioni (scendiamo, su/no, motorista, vai), finalmente, se Deus quiser, la teppa scende in blocco. Sul bus rimaniamo solo io, l’ininfluente personale di bordo, le donne che piangono in coro, i bambini che tremano, un ubriaco che senz’altro non ha visto né sentito una minchia, e per terra circa cinque metri si strisciate e gocce di sangue. Durante la rissa mi devo essere perso qualcosa. La banda dei tatuati, con il dovuto ritardo (se fosse scesa subito dopo le pietrate probabilmente si sarebbe ritrovata addosso l’intera favela), ha deciso di inseguire il fromboliere. Che a quest’ora deve aver già radunato i suoi. E forse coadiuvato dal nero che va dal parrucchiere. Oppure si tratta di una terza fazione dissidente?
Peccato, l’autobus riparte, non vedrò quanti morti rimarranno sul selciato. Domani comprerò O Liberal, voglio vedere se riconosco la foto di qualche cadavere. Così, forse, finalmente, ci capirò qualcosa.
La ragazza che siede dietro a me, molto vicina alla traiettoria delle pietrate, piange come una fontana, scossa da fremiti. Le chiedo per tre volte se è stata colpita. Quella davanti, la derubata del preziosissimo feticcio, scende poco dopo, anche lei presa da una crisi isterica.
“È sempre così, la domenica?”, chiedo alle due che mi stanno dietro. Stanno iniziando a calmarsi, anche grazie alle mie domande.
“Sì. Lotta fra ganghi. Tutte le domeniche.”
“Perché, quando siamo passati davanti al commissariato, nessuno ha detto qualcosa?, domanda ingenua da turista fesso.
“L’autista fa sempre questa strada, e tiene famiglia. E noi, qui, ci viviamo.”
Come dico alle due, ora tranquille e sorridenti, che sono azzurro, mi regalano un po’ di frutta stranissima, che non ho mai mangiato prima e dai nomi alieni. Un po’ di zucchero per dimenticare un Brasile amaro?







Finché la barca va
Belém-Manaus, cinque giorni e altrettante notti di navigazione a bordo della Cisne Branco. Un ‘cigno bianco’ così bianco che quando ti siedi o ti appoggi da qualche parte la vernice bianca ti si attacca ai vestiti o alle mani. La barca, omologata ufficialmente per trecento passeggeri (una quarantina nelle cabine, tutti gli altri impilati, annodati, avvinghiati, stivati nei due ponti inferiori sulle amache), di recente ridotti a duecentoventi, in realtà supera abbondantemente le trecento teste/bocche/stomaci. Oltre seicento piedi, gambe e mani. Che camminano, afferrano, corrono, si rotolano per terra. Su tre piani grandi come monolocali.
La vernice è fresca, ma serve a camuffare anni di onorata carriera. Andando a scavare con le unghie, sotto si possono contare gli anni, forse i decenni, come negli anelli delle sequoie canadesi. Qualche anno fa la Cisne Branco, grazie a un carico umano doppio del dovuto, ha fatto un giro sul fondo del Rio delle Amazzoni per andare a salutare i pesci, e qualche cristiano c’è rimasto. Per fortuna, questo piccolo particolare lo vengo a sapere solo a pochi metri dal porto di destinazione. Sembra che dopo l’’incidente’ la nave sia stata ristrutturata, meglio bilanciata, e l’accesso ai passeggeri, anche se a vedere non si direbbe, ora sia maggiormente controllato.
Quando pare a me, ma solo quando pare a me, piace fare il gringo. O meglio, mi piace godere di certi lussi da gringo, se posso. Per cui, anziché risparmiare del cinquanta percento, o se vogliamo per spendere il doppio, ho affittato un posto letto in una ‘suite’ (tutto un programma, poi vi spiego che cosa s’intende per suite da queste parti). L’alternativa era una bella amaca, peraltro da comprare e agganciare con il mio portafogli e con le mie mani. Il fatto è che fra la tua amaca e quella del vicino, quando va bene, ci sono due centimetri. A volte poggiano l’una sull’altra, sopra, sotto, di fianco alla tua. E se ti capita un ciccione che ti dorme sopra? E se non ha agganciato bene la sua? Già non riesco a dormire su un’amaca tra due palme in un’isola deserta, figuriamoci se ce la faccio qui, tra duecento persone, bambini urlanti, gente che fuma, spetazza nel sonno, attacca monologhi logorroici, cucina con il fornelletto sotto il mio sedere. Impossibile, per riuscirci mi devo bere un’intera bottiglia di cachaça, e nemmeno in queste condizioni garantisco.
Per fortuna il sesto senso, sviluppato a suon di fregature e legnate in anni di sbattimenti sui mezzi di trasporto di mezzo terzo mondo, mi ha fatto acquistare il biglietto per ricchi a scatola chiusa, diversi giorni prima della partenza. Sia perché, nonostante le mie previsioni contrarie, questi rari posti (una piccola percentuale rispetto all’intero carico di passeggeri) vanno esauriti almeno una settimana prima, sia perché, se avessi preso un posto amaca, per appenderla in una posizione decente, che non esiste, sarei dovuto arrivare sulla barca due settimane prima. La coscienza da viaggiatore, comunque, è a posto: tutte le cabine sono al completo e a bordo gli unici gringos siamo io e una coppia di anziani danesi. Inge e Knud sono due velisti in viaggio da tre anni che, raggiunta l’età della pensione, sono salpati per fare il giro del mondo. Hanno ormeggiato lo yacht a Recife e ora stanno facendo una piccola deviazione sul loro itinerario per conoscere l’Amazzonia. Sono gli unici biondi a bordo, con abiti e delicatezza molto da primeiro mundo o, quantomeno, da paulisti. Gran parte dei passeggeri dei piani bassi, soprattutto gente che viene dal misero sertão e va a Manaus in cerca di lavoro, non deve mai aver visto uno straniero in vita sua, se non alla televisione. Quando parliamo in inglese (i danesi non sanno una parola di portoghese) ci ritroviamo regolarmente un paio di bambini con gli occhi puntati addosso, ipnotizzati dalla nostra lingua marziana.
Le altre cabine sono occupate da brasiliani con la grana (ma mai tanta per comprare un biglietto d’aereo, ben più caro), che se possono evitano la babele del reparto amache. Non sono l’unico sfigato con puzze sotto al naso, dunque.
Le ‘suite’ consistono in: due lettucci singoli a castello (sono arrivato con il dovuto anticipo, così da conquistarmi quello di sotto; stando di sopra non vorrei sorbirmi i peti, ascendenti per composizione chimica, del mio coinquilino, che non ho ancora conosciuto); una mensolina per appoggiare quattro cose; due cestini; un bagno rovente con la doccia conficcata nel soffitto e una colonia di scarafaggi lillipuziani, carini, tutto sommato; un impianto ad aria condizionata che fa un rumore da bireattore (ma che, una volta provato e confrontato con la temperatura del mondo di fuori, diventa il tuo più caro amico). Quando spegni l’aria condizionata il calore aumenta di colpo e uno strangolante odore di vernice ti fa avere le visioni. Meglio tenerla sempre accesa. Tutto questo, più tre pasti al giorno, per circa venticinque euro di diaria. Mica male, no?
Pasti. Si fa per dire. Innanzitutto gli orari da caserma (se perdi l’ora del rancio ti attacchi e aspetti il giorno dopo): colazione alle 6,30, pranzo alle 11,30, cena alle 18, peggio che in ospizio. Il menù lo deve aver imposto il proprietario di qualche allevamento di bovini e pollame ammanicato con il gestore della barca, perché cinque giorni su cinque le portate prevedono invariabilmente riso con carne, fagioli con carne, farinha con carne, carne con carne. Per carità, ottima carne, non pazza e ogni giorno con un tentativo di interpretazione diversa: in umido, arrosto, in umido, arrosto. Ma avete mai provato a mangiare carne, pranzo e cena, per cinque giorni consecutivi?
A colazione panini con l’apresuntado (ancora carne, di bestia ignota e rosa con il ricordo del prosciutto spruzzato sopra) e il famoso queijo amarelo, ‘formaggio giallo’ distinguibile solo per il colore. Più refrescos, succhi allungati con l’acqua, a base di maracujá o arancia. Ogni tanto una splendida papaia. E litri di caffelatte.
Gli inconvenienti della tavola, oltre agli orari da/con galline e la monotematicità, sono due. Innanzitutto il fatto che ‘quelli delle cabine’, noi, mangiano separati dal resto del popolo. Quest’ultimo, all’ora della sbobba, arrotola le amache, abbassa una serie di tavoloni da galera dal tetto del ponte inferiore (quello con la ‘sala ristorante’, anche se non c’è alcuna sala) e, seduto uno di fianco all’altro/a, cucchiaio in mano, aspetta che i camerieri portino le cofane di cibo. In prima classe, tra noi ricchi, a un paio di metri dal popolaccio e sotto i suoi occhi costantemente puntati addosso, l’ambiente è più riservato. La tavola è fissa, ci si sta al massimo in una ventina e si ha l’impressione, solo quella, che il menù sia diverso. In realtà si tratta della stessa carne, solo che qui te la portano più spesso (sei a mezzo metro dalla cucina) e abbondano posate, tovagliolini di carta, bicchieri di plastica e caraffe d’acqua, tutti gadget rari nel girone degli affamati. C’è un continuo viavai di gente che viene al nostro tavolo per elemosinare un bicchiere di plastica, un coltello, un po’ d’acqua, un pezzo di pane, il tutto sotto gli occhi incarogniti dei camerieri, che li rimandano nel loro settore di competenza a urla e scudisciate.
“Cavolo, prima di partire abbiamo comprato dodicimilacinquecento bicchieri, e arrivati a Itacoatiara (più o meno a tre quarti del viaggio) erano già finiti. Il problema è che non ne possiamo comprare altri, sennò il patrão della barca ci stanga (‘non li sapete gestire’).”
Chi sbotta, in una breve momento di crisi di nervi causata dall’iperlavoro, è Iracema, la simpatica caposala del Cisne Branco. La fonte maggiore di consumo di questi battaglioni di bicchieri usa-e-getta non sono gli assetati (peraltro giustificabili, con tutta quella carnazza), bensì i bambini, che li trovano estremamente ludici. A bordo non hanno un accidente da fare, per giorni, per cui si coalizzano, fottono quantità industriali di bicchieri e, forti della loro fantasia, ci inventano mille giochi. Pessima conseguenza di tutta questa attività ricreativa è che i bicchieri, dopo l’uso, vengono regolarmente scaraventati nel fiume (il gioco principe). Solo un quarto deve finire nei bidoni delle immondizie, scaricate nei luoghi appositi a ogni sosta, mentre gli altri riposano sul fondo dell’Amazonas e negli stomaci dei pesci.
“Fino a qualche tempo fa mettevamo dei cartelli un po’ dovunque, con le regole da tenere a bordo, prima fra tutte quella di non buttare le immondizie in acqua. Poi, però, la gente, non sapendo che fare, li grattava via, li faceva a pezzi. Ora risparmiamo su carta e pennarelli.”
Altra cosuccia abbastanza oscena del ‘ristorante’ è che è attiguo ai bagni, wc e docce, e tra le panche su cui siedi e le porte dei suddetti ci saranno venticinque centimetri. Per cui, mentre ti infili una forchettata di spezzatino in gola, c’è regolarmente un grassardo in mutande o una donna con cinque bambini scalpitanti che ti rotolano addosso. Attività pericolosa, oltre che poco rilassante e decisamente profumata.
La partenza della Cisne Branco dal porto di Belém è sintomatica dell’intero andamento del viaggio. Inizialmente sarebbe programmata per le 18, poi alle 15. Per fortuna ho fatto un salto di mattina a vedere com’erano messi e qualcuno mi ha avvisato. Partiamo alle 17. Salpare, però, non è un’impresa facile. Le false partenze non si contano, c’è sempre qualche passeggero che si è dimenticato a terra qualcosa o qualcuno, un cliente delle cabine che arriva trafelato in taxi all’ultimo minuto. Un tipo che deve assolutamente comprare una rete di arance prima di partire. Merci di ogni tipo da caricare: divani, cipolle, patate, rotoli di tessuti, pneumatici da camion, bibite, carta igienica. Il tutto stipato nella pancia della barca, la zavorra che, forse, ci tirerà a fondo, se il Cisne Branco farà indigestione. Prima di caricare mezza Amazzonia nella chiglia un addetto alla sicurezza ha fatto un’ispezione scrupolosissima alla barca, scortato dal comandante. Ha controllato tutti gli impianti, i mezzi di salvataggio, il numero e le condizioni dei salvagente. Ha arricciato il naso, ma alla fine ci ha dato la benedizione e il permesso di partire. Mi domando, però, come mai l’ispezione non l’abbia fatta dopo lo stoccaggio.
Finalmente conosco il mio compagno di viaggio, arrivato all’ultimo minuto. João, nome più anonimo in Brasile non esiste (una figura ricorrente dell’immaginario brasileiro è João Ninguém, ‘Giovanni Nessuno’, più o meno corrispondente al nostro Tizio/Caio/Sempronio), è un omarino con forti tratti da indio. Accetta con una smorfietta il fatto di essere obbligato a dormire nel letto superiore (io ho già deciso per lui, dovrebbe ringraziarmi per non avergli fatto perdere tempo) e che io non mi chiami Inga, from Sweden. Nonostante per terra ci sia spazio anche per la sua valigia, preferisce stivarla sul letto. È piccolino, ci stanno entrambi, forse ci dormirà abbracciato. Pensa che gliela voglia fottere? È gonfia di cocaina? Qualunque siano le sue ragioni, dopo un breve impatto di chiacchiere, presentazioni, dove vai, fumi, se sì che cosa, di notte russi o parli ai fantasmi, si zittisce di colpo. Per quattro giorni. Non so se ho detto/fatto qualcosa di sconveniente, fatto sta che João è la maschera della tristezza, sta spesso solo e se chiacchiera con qualcuno lo fa con i quattro ubriaconi cronici che picchettano il bar del ponte superiore dall’ora di apertura a quella di chiusura. Quando va a trovare i suoi amici etilici rientra in cabina con un bell’alito alla cachaça e, per fortuna, si butta a zeta sul suo lettuccio, la valigia tra le ginocchia, e si addormenta di brutto. Dopo qualche giorno, en passant, mi rivela che si sta separando, che questo è il suo viaggio classico delle burrascose fasi dell’esistenza in cui il lui sfanculato si toglie dalle scatole della lei sfanculante, fa ritorno dalla vecchia madre e alla vita da zitello lasciati anni prima. Non c’è un granché da divertirsi, dunque.




A bordo c’è ben poco da fare. Il massimo della vita può essere sbronzarsi sul posto ponte, e anche lì, comunque, la bisboccia finisce presto. Il bar, se si eccettua il sabato sera, chiude presto e, di solito, si va a nanna alle otto e mezza, quando il buio è già calato da due ore. Per fortuna mi sono portato dietro una mezza enciclopedia di romanzi, che leggo avidamente, ventiquattro ore al giorno, sulle sedie del ponte superiore, quando non diluvia o non fa un caldo da sciogliere le pagine, o in cabina. I posti migliori in cui sedersi sono un paio di seggioline da bar incastrate sotto il parabrezza della sala comando, a prua. Da lì domini il panorama e ti godi il venticello, purché tu non sia troppo alto. In questo caso il comandante s’incazza, perché gli copri la visuale. Il comandante è un mulatto di circa quarant’anni, bello e chic, quasi nobile nel suo silenzio inglese, davvero raro da queste parti. La chiacchiera, però, gli parte inesorabilmente ogni volta che parla con una ragazza carina. Vecchio volpone. Gli uomini, invece, li tratta da schifo, tipo mosche e zanzare con le quali deve convivere per cinque giorni, cinque in più di quelli che vorrebbe. Se io gli domando “Mi scusi, Incommensurabile Signor Comandante, quanto manca a?” mi risponde bruscamente e con un burocratico “tot ore”, guardando da un’altra parte e con la faccia annoiata. Se la stessa, identica domanda gliela fa una giovane amazzone la risposta è “Circa tre ore e ventisei minuti, cara ragazza, se il vento in poppa ci sarà propizio e non subiremo guasti. Nel caso si dovessero verificare ritardi, tuttavia, potrà contare sulla mia cabina, per distendersi e rilassarsi. In tale evenienza le farò mettere lenzuola pulite e stirate”, il tutto avvolto da serie interminabili di sorrisi, inchini, salamelecchi, sguardi languidi e gentilezza a sfare. Che mi abbia preso per un busone?
Per viado, in effetti, devono avermi preso in tanti. Non mi sbronzo, non passo il tempo a osservare (apertamente) gli sfinteri delle ragazze, non mi gratto le parti basse, non mi spulcio le ascelle, non sputo dal ponte, esco dalla cabina con capi firmati e stirati (anche se non sanno che si tratta di roba usata comprata a due sacchi al porto di Belém, lo stile uno ce l’ha dentro). E soprattutto leggo. Nessuno, a bordo, legge, se non il tabellone con i prezzi della cachaça e gli opuscoli deliranti che qualche spacciatore della fede ha regalato a cani e porci al momento di salpare, una specie di Bignami della bibbia da asporto. In cinque giorni le uniche persone che vedo leggere sono un ragazzo e una ragazza, e se lo fanno è solo perché ho prestato loro un libro. Il primo è un viado vero (almeno così mi pare, a giudicare dalla vocina da usignolo), la seconda una giovane burrosa ricoperta di acne e occhiali. Entrambi mi devono aver preso per la biblioteca pubblica.
Se si eccettuano le attività ricreative della mia minuscola ma agguerrita collezione di romanzi (mi sento un missionario che rifila vangeli agli indios), a bordo tutti si trascinano pigramente, non sanno che cosa fare. I più guardano l’orizzonte, sempre molto uguale a se stesso, e le casette sparse qua e là lungo le sponde del fiume, almeno nei tratti più stretti, quelli in cui si può distinguere il canale della tv che sta guardando tizio o la marca di carta igienica di caio mentre sta seduto sul wc. Chi, invece, sembra divertirsi un sacco, sono i bambini, assolutamente abbandonati a se stessi dalle madri. La loro attività preferita è correre su e giù, dall’alba al tramonto, lungo il perimetro della barca. Possibilmente sul ponte superiore, attorno alla mia cabina, spesso e volentieri scambiata per un tam-tam. Le pareti metalliche, infatti, rimbombano splendidamente ogni volta che vengono prese a sberle e calci, e al centesimo bambino urlante/scalpitante che ci sbatte contro mi prende un’irrefrenabile voglia di uscire e andarne a prendere qualcuno a ginocchiate in gola. Oh, scusa, non volevo, ma perché non guardi dove vai, non l’ho fatto apposta, forse sì, perché non te ne stai buonino nell’amaca con la mamma.
Gli adolescenti in calore, in posa da attore hollywoodiano sul ponte, fanno manina alle gatinhas in short che ogni tanto passano. Le più ricambiano con sorrisini maliziosi (in Italia partirebbe il ceffone), altre tirano dritto tutte stizzite. L’atmosfera è impregnata di musicazza, propagata a volume distorto da due casse acustiche grandi come armadi sistemate ai lati del bar. Con tutto il ben di dio per le orecchie che c’è in questo amato paese, il personale nove volte su dieci mette su roba di superultima, soprattutto cd di ‘musica’ (a essere generosi) brega, quella che al momento più furoreggia in tutto il Nord. Brega significa ‘cafone’ e, in effetti, ‘sta roba di chic non ha proprio nulla. Un mix di forró (magari) e Claudio Villa alla brasiliana, che fa muovere le anche e strappa i cori (quelli de Roma), con testi da Bar dei Cacciatori e melodie mielose che ti rimangono appiccicate alle mani. Ritmi e concetti da sciampiste e camionisti, con tutto il rispetto per le categorie. Razione doppia di brega il sabato sera, dopocena, quando qualcuno, quattro gatti e svogliatamente, si mette a ballare. La pioggerellina e il vento raffreddano gli animi e dopo poco vanno tutti a nanna. La decima volta, quella dopo la nona canzone brega, la scelta va tra il peggio del peggio dell’hard rock amaricano, le varie Celine Dion da crociera (qualcuno deve aver scambiato il Cisne Branco per un’imbecille Love Boat) e la crema della musica sertaneja, altro peggio dei peggi, questo almeno di fabbricazione nazionale. Passando per i Platters, i Beatles e i Queen, tutta roba freschissima. Al raschio del barile manca solo Laura Pausini, ma potete stare certi che a Manaus qualcuno comprerà un cd piratato della nostra eroina, eroina in senso lato, per deliziare i passeggeri del viaggio di ritorno.
Nei momenti di massimo furore della discoteca, quando nemmeno rifugiandoti a poppa sulla sedia più lontana delle casse riesci a proteggerti coscienza musicale e timpani dai vicini che urlano, fumano e si scaccolano i piedi sottovento, la cabina diventa un rifugio a cinque stelle, una vera reggia. In effetti, dopo l’impatto iniziale da cella, e dopo aver visto la babele dei piani inferiori, il cubicolo è diventato mostruosamente confortevole. L’importante, però, è chiudersi dentro a tripla mandata. Se fai l’errore di lasciare la porta aperta, senza mandata di chiave, ogni dieci minuti ti ritroverai qualcuno in camera che ha scambiato la tua suite per un bagno o per un deposito di portafogli. Se poi, addirittura, la porta la spalanchi, perché vuoi vedere il fiume mentre stai sdraiato o perché l’aria condizionata è troppo fredda, ogni minuto dovrai scacciare a calci un bambino che vuole farsi una corsetta lì dentro, vedere chi c’è, che cosa fai e perché. La privacy, che cos’è, a che cosa serve. Roba inglese, da froci.

Se ce ne fossimo dimenticati, siamo in Amazzonia, il grande magazzino di Sora Natura. Abbandoniamo dunque, almeno per un po’, le mie nevrosi da isterico terminale, e concentriamoci sulla descrizione di questo museo a cielo aperto. La Cisne Branco procede a velocità da carriola attraverso una foresta grande appena 5,1 milioni di chilometri quadrati, oltre metà degli USA e, più o meno, l’intera Europa occidentale. Corrisponde al 20% dell’acqua dolce e al 67% delle foreste tropicali dell’intero pianeta, almeno per qualche anno ancora, fino a quando gli scellerati governatori locali e i politici di Brasilia non le avranno dato il colpo di grazia. Gli interessi primari ufficiali dichiarati per giustificare il disastro, quelli sbandierati durante i comizi elettorali, sono l’impiego e le infrastrutture (dove l’ho già sentita?), mentre quelli privati, quelli veri, sono i fuoristrada americani e le ville per i vari deputati/dottori/ill.mi pezzi di merda che marciano a bustarelle delle multinazionali straniere. Le oltre trecento specie di mammiferi, cinquecentodiciassette di anfibi, milletrecento di uccelli e millequattrocento di pesci che abitano il ‘polmone verde’ nulla possono di fronte al potere della banconota verde, che affonda i denti sui metalli nobili e sul legname pregiato, valutati rispettivamente 1,6 e 1,7 miliardi di dollari. E sul petrolio. E sulle piante mediche. E su tutto il resto.
Non è che queste cifre, viaggiando a bordo della Cisne Branco, appaiano evidenti, se non quella dei bicchieri di plastica consumati. Però, ad esempio, i botos, i delfini ‘rosa’ che un tempo abbondavano come grilli, ora si contano sulle mani. Ogni tanto una coppia fa il motocross seguendo la barca, ci butta un’occhiata curiosa e si immerge di nuovo, veloce.
“Nonostante siano considerati sacri da parte degli indios, la gente li caccia e se li mangia”, mi spiega Leandro, barbuto e altissimo biologo di São Paulo. A Manaus lavora per il centro di difesa dei lamantini, altro animale in forte rischio di estinzione. Il paulista è uno dei pochi passeggeri con i quali è possibile scambiare un discorso qualsiasi che non verta esclusivamente sulle quotazioni della cachaça e sull’ultimo idolo del brega. Dev’essere un solitario, lo vedo che si trascina qua e là sempre con un’aria sconsolata e taciturna. Sotto una barbaccia da Che Guevara nasconde un viso con lineamenti delicati. Le fanciulle imputtanite della barca se ne sono accorte subito e gli fanno gli occhi dolci, ma lui le guarda come se fossero trasparenti. Forse un altro separando sulla via di Damasco. Altro dubbio che mi attanaglia (sono un portinaio): come cavolo fa a sistemare quei due metri di carne e ossa in un’amaca standard? Leandro, infatti, alloggia ai piani bassi, in un’amaca rossa incastrata fra un lavandino e la cucina, un paio di persone sotto, centocinquanta attorno, bagagli fornelletti e pannolini e pentolini dappertutto. Lo invidio e lo ammiro, vorrei avere la sua capacità di adattamento.
Oltre che dai delfini rosa, la Cisne Branco è costantemente seguita da una miriade di imbarcazioni grandi come gusci di noce. Si tratta di minuscole piroghe a remi o a motore comandate da bambini. Alcuni, quelli armati di soli remi, aspettano che dalla barca qualcuno butti loro abiti vecchi, scarpe, qualsiasi cosa. Un’usanza diffusa da queste parti, e i ragazzini si scannano fra loro per recuperare anche sono una lattina di Coca-Cola vuota, utile come bicchiere o altro in una capanna sperduta nella foresta, lontana decine di chilometri dal primo negozietto. Ancora più intraprendenti, invece, sono i ragazzini motorizzati, solitamente al lavoro in coppia. Come specie di pirati o scippatori, danno il gas a manetta, affiancano la Cisne Branco e uno dei due la arpiona al volo, con una specie di gancio da macellaio legato a una corda. Si fanno trascinare così per un bel tratto, quanto basta per salire a bordo e vendere una bottiglia di Coca o qualche banana.
Fruttivendoli molto simili li ritroviamo a ogni sosta, più o meno una dozzina nel corso del lungo viaggio. In ogni città in cui ci fermiamo (Santarém, Óbidos, Parintins) veniamo affiancati da venditori di frutta che, a bordo delle loro canoe, hanno una maestria rara e collaudata nel pelare arance al volo. Coltello da rissa alla mano, sono in grado di pelare un’arancia in dieci secondi netti, fettina più fettina meno. Da vedere sono cinema e teatro messi assieme, se ci provo io come minimo mi amputo un pollice. Altri venditori salgono a bordo, soprattutto a Parintins, dove la Cisne Branco pare una carovana del Far West presa d’assalto dai pellerossa. Al posto di arco e frecce hanno formaggi e fermacapelli, miele e orecchini ispirati al Bumba-meu-boi, la festa india che qui spopola alla fine di giugno. In cambio non vogliono canne tonanti né l’acqua del diavolo, ma reais fruscianti, possibilmente cambi. In Brasile nessuno ha mai il cambio.




Al porto di Santarém, circa a metà strada, il livello dei nostri vicini è molto più chic, almeno cinque stelle lusso. Poco prima di noi ha attraccato un infinito transatlantico da crociera britannico, una specie di Titanic moltiplicato per cento. Una città galleggiante dotata di tutte le più moderne tecnologie e comfort che vomita a terra centinaia di vecchietti obesi in cappello e braghini alla Fantozzi. Sono totalmente persi non appena appoggiano il primo piede a terra, nonostante un esercito di accompagnatori in divisa e cartello li diriga, come si fa con le mandrie di buoi nelle fazendas, verso i centocinquanta bus e taxi che li porteranno in città, per fare il tour mordi-spendi-e-fuggi. Se prima, con le mie puzze sotto il naso, mi sentivo un Byron che legge poesie sugli scogli di Lerici circondato da orde protoumane e rumorose di proletari analfabeti, ora, a confronto con questa visione da primo mondo putrido e G8ano, mi sento un garimpeiro della Serra Pelada, un viaggiatore no limits, un orgoglioso ballerino di brega o, quantomeno, una persona decente.
A ogni sosta del Cisne Branco scende un tot di gente e ne sale il doppio. Lo stesso vale per le merci, e se non affondiamo oggi non affondiamo mai più. Non capisco come il comandante faccia a navigare di notte, tra i bracci stretti non si vede una mazza e si rischia sempre di andare a sbattere da qualche parte. Ma lui, un po’ accendendo per brevi istanti un lampadone piantato sulla prua, un po’ perché deve aver fatto questo giro un miliardo di volte e deve conoscere il percorso come la sua cabina, ci guida senza problemi attraverso le tenebre.
A bordo, dopo le ultime due interminabili soste, non c’è più un centimetro libero, anche solo per camminare. Le amache sono state agganciate dappertutto lungo i due ponti inferiori, qualcuna anche in verticale, e chi alloggia nelle cabine meno lussuose (quelle senza bagni, sul secondo ponte) deve fare i salti mortali per aprire la porta. Nei bagni di fianco al ristorante ci sono file allucinanti e per andare a mangiare bisogna fare lo slalom tra amache, camion di plastica, bottiglie vuote, bagagli, gente che non ha un cazzo da fare, semolini, biberon, una che si fa le unghie dei piedi.
“A bordo è proibito trombare, almeno nelle amache”, mi rivela Kássia, ragazza con cui ho fatto amicizia.
“In che senso, ‘proibito’?”
“So che in passato qualcuno è stato beccato a fare festa, rumorosamente, fra un’amaca e l’altra. Per cui ora vige la regola non scritta di evitare, se possibile.”
Alcuni scendono a Óbidos per il carnevale, altri a Itacoatiara. Questi ultimi (fra cui il silenzioso João, che mi lascia l’intera cabina a disposizione) sono i più frettolosi. Da lì possono proseguire per Manaus in autobus, risparmiando mezza giornata di viaggio, oppure per Boa Vista, capitale dello Stato di Roraima.
Poco prima di arrivare a Manaus, parlo con Iracema, la caposala, a pezzi dopo cinque giorni di lavoro infame.
“Come mai marciamo solo a carne? Credevo di dover mangiare pesce anche a colazione, con il caffelatte, e invece...”
“È proibito. Il fatto è che i passeggeri del posto ponte fanno un casino pauroso con il cibo, e il pesce deperisce troppo in fretta. Una questione di igiene. Il viaggio di andata, Belém-Manaus, di solito è tremendo. Imbarchiamo soprattutto gente in fuga dal sertão, che ha fatto la fame e che non ha la minima educazione. Guarda come mangiano...” Iracema mi indica un tipo che ha appoggiato coltello e forchetta su un piatto vuoto, poi lo ha ricoperto con una montagna di riso, seguito da una montagna di fagioli, una montagna di farinha e, ciliegina sulla torta, una montagna di spaghetti buoni per incollare le dentiere. Usando le posate a mo’ di badile ha rimestato il tutto e ci si è avventato sopra come una benna.
“Il viaggio inverso è già meglio, questa gente si è dovuta confrontare con la città, ha migliorato il proprio tenore di vita, ha imparato elementi basici di convivenza. Ha appreso ad alimentarsi meglio e mette meno cibo nel piatto.
Negli anni scorsi c’erano molti più stranieri a bordo, mi ricordo di viaggi con addirittura un’ottantina di gringos nel salone con le amache. Amavano quella che per loro era una specie di avventura esotica, ma che per noi altro non è che adattarsi al proprio portafogli. Tutti, se potessero, butterebbero l’amaca nel fiume e dormirebbero in cabina. La cosa buffa degli stranieri era che tenevano pulito, rimettevano in ordine e non lasciavano una sola cartaccia in giro. Gli altri passeggeri, quelli di produzione nazionale, iniziavano, probabilmente per la prima volta in vita loro, a capire che forse era meglio non sporcare, si sentivano inferiori e li imitavano. Poi non so che cosa sia successo, ma avete cominciato a venire di meno, e il letame ha ricominciato a crescere.
Sai che cosa ho dovuto vedere, ieri, mentre eravamo ormeggiati? - Iracema sembra sull’orlo dell’esplosione - Su, al ponte superiore, c’era una donna che stava facendo cagare il proprio bambino in un bicchiere di plastica. Fare le scale e andare in bagno era troppa fatica, per cui ecco un ennesimo, creativo modo di utilizzare i nostri bicchieri. Finita la funzione, non si è nemmeno presa la briga di alzarsi e fare cinque metri per depositare il bicchiere nel bidone delle immondizie. Ha preferito fiondarlo giù dalla nave, senza neanche guardare. È finito sui piedi di un passeggero di una nave confinante, che l’ha crocefissa con lo sguardo. Io non ce l’ho fatta più, l’ho raggiunta e l’ho presa a male parole, ma questa ha fatto finta di niente, si è alzata e se n’è andata come se nulla fosse. Il tipo, il bersaglio, mi ha guardata come per supplicarmi di controllare che in giro non ci fosse qualche altra catapultamerda che lo avesse preso di mira. Si può lavorare così?”






La gorda
Bia è una cara amica, le voglio molto bene, anche se ascolta musica di superultima (Bon Jovi, Adriano Celentano, gruppi rock tedeschi, Bruno e Marrone, roba da contadini) e in cucina non va oltre l’uovo fritto (male). Sua sorella Lúzia, però, la strangolerei.
Quando Bia mi raccatta al porto di Manaus e mi trascina nella sua casa di São Jorge, un quartiere popolare, accenna solo vagamente ai ma di casa sua.
“Vivo con mia sorella e i suoi due figli. Lei è un po’ picchiatella, ma non morde.”
“E il cane? Lo hai ancora?”, ricordo che mi aveva accennato a un potenziale pericolo acustico.
“Sì, ma è tranquillo. E c’è anche un gatto.”
Cani e bambini, categorie pericolosissime e rumorose che cozzano contro il mio DNA isterico. Per il bene comune, e anche perché all’ospitalità gratuita non si sputa mai in un occhio, sorvolo sulle eventuali (sicure) rogne.
Varcato il portone di casa il cane, Pite (che del pitbull ha solo il nome, in realtà è un vira-lata con un miliardo di pulci e un’otite che non ne vuole sapere di scomparire), mi salta addosso in segno di benvenuto. Abbaiando, va da sé.
La sorella, una ciccia biondiccia sudaticcia, non abbaia, ma emette risolini isterici a ogni passo, forse per l’emozione del nuovo intruso domestico.
“Pietro, piacere.”
“Lúzia, iiiihhhhh, piacere, iihhhh. Benvenuto, iiihhhhhhhh.”
“Potrei avere un bicchiere d’acqua?”
“Iiiiihhh, certo. Iiiihhhh.”
Da un antro dell’appartamento rovente (in casa non tira un filo d’aria) sbucano i figli, un bambino di dodici anni, Ricardo (‘Ricardinho’) e una cosa che se incontrassi per strada osserverei con la dovuta attenzione. Si chiama Estefánia, di anni ufficialmente ne ha quattordici, ma in giro porta un corpo da venticinquenne.
Il viaggio mi ha messo appetito.
“Che si mangia?”
“Sto andando a fare la spesa. Che cosa vuoi che ti prenda?”, domanda ilare Lúcia. Chissà che c’è da ridere, per me la spesa è una cosa serissima.
“Pasta, per favore. La migliore che trovi, di tutte le forme. E del parmigiano.”
La balena ridens torna dopo un’ora con centocinquanta sportine, deve aver comprato mezzo supermercato. La pasta che estrae dal sacco di Babbo Natale, ci avrei scommesso, scemo che sono a fidarmi, non è quotata in borsa. Si tratta di laidi espagueti di quarta e di peggio talharines, pastazza all’uovo, roba fabbricata alla bruttodio che quando la butti in acqua si trasforma in colla da ciabattino. Vera massa italiana, c’è scritto sulla confezione, bugiardi maledetti.
Per cuocerla e trasformarla in una carbonara vagamente passabile mi devo inventare un miracolo fatto di: mezzo litro d’olio versato nell’acqua che bolle; rimescolo continuo del minestrone; potatura dei noduli più inestricabili con cesoie da giardiniere. Nonostante la massima applicazione, il risultato è uno sbobbone annodato, qua e là da tagliare con il coltello. Il ‘parmigiano’ sa di callo di piedi tritato.
“Che bontà.”
“Ottima!”
“Grazie. Domani, però, la spesa la faccio io, eh?”
In casa gli indizi gridano a vuoto. Fuori, davanti al portone, un mercatino coperto delizia l’intero vicinato con brani scelti di Roberto Carlos, diffusi nell’etere tramite altoparlanti a manetta. Di notte il luogo è circondato da montagne di immondizie, particolarmente apprezzate da topi, cani, gatti e da qualche barbone. Inoltre, un’officina meccanica vicina di muro in cui si taglia e piega il ferro per venti ore al giorno (nel più assoluto silenzio, ovvio) completa il quadro della location. All’entrata dell’appartamento, nella sala della tv, confinante con il muro su cui poggia la testiera del mio letto, domina imperscrutabile un ritratto storto di Gesù Nostro Signore, sempre sia lodato. Lúcia, così mi ha spiegato Bia, è un’integralista protestante, separata da un militare (solo un cretino in divisa poteva sposare una così) e, come tale, baby-pensionata. Il graduato, non appena capì che cosa si era messo in casa, decise bene di smammare e lo fece in maniera radicale. Ora è di stanza a Foz do Iguaçu, nel posto più lontano, entro i confini nazionali, che è riuscito a trovare. Lúcia, di conseguenza, ha del gran tempo da perdere, che investe nelle cose trine e invisibili di cui tanto si parla in giro. Organizza simposi religiosi, feste parrocchiali, orgasmi collettivi all’ombra della croce, sempre sia baciata. È la calamita, l’anello di congiunzione, il filo del rosario per tutte le beghine del quartiere, che convoca quotidianamente in adunata e che tratta da sottoposte nel salottino per gli ospiti.
“Le comanda a bacchetta, e se queste non si adeguano alle sue direttive - quali preghiere scegliere per la tale funzione, in quale successione, chi canta che cosa ecc. - s’incazza di brutto”, mi spiega Bia.
Durante i miei lunghi undici giorni di permanenza in casa Barros ho il tempo per sviscerare altri particolari interessanti della testimone della fede, in breve divenuta mia personale nemica di pelle e oggetto di studio delle mie analisi antropologiche. I suoi figli frequentano il collegio militare e ogni mattina si devono svegliare presto per vestire in maniera impeccabile l’uniforme, una specie di divisa delle Giovani Marmotte che va stirata tutti i giorni, pena il plotone di esecuzione. In testa portano un basco di feltro amaranto, attrezzo comodissimo con i quaranta gradi e il 105% di umidità che imperversa là fuori. Se Ricardinho è quasi carino con quella pagliacciata addosso (è ancora troppo piccolo per assumere un tono serio), la quattordiciventicinquenne è tremendamente ridicola con la divisa che le schiaccia le zizze prorompenti. Tutto sembra fuori scala.
Altra conseguenza domestica dell’imprinting da battaglione è che i due rambadolescenti si rivolgono alla madre-comandante con un formalissimo A Senhora (le danno del Lei), anziché con il popolarissimo você (tu). La madre, in effetti, sbraita ordini in continuazione (Estefánia non ciabattare, alza i piedi quando cammini; Ricardinho corri a comprare un chilo di sale, dei fiammiferi, una lampadina che quella vecchia si è fulminata; Estefánia lava i piatti che puzzano; Ricardinho porta fuori le immondizie, che puzzano; Ricardinho, lavati i piedi, che puzzano) e i ragazzini, sbuffando e smadonnando interiormente - glielo si legge in faccia, ma solo quando Lúcia è girata dall’altra parte - ubbidiscono più o meno in silenzio, pena quattro legnate. I comandi di preferenza vengono strepitati all’alba, nel momento in cui i due si preparano per andare a scuola. In pratica un’adunata per l’alzabandiera, con tanto di tromba, quando io, l’ospite sacro, dormo, dormirei, il sonno dei giusti.
Lúcia, sempre stando alle informazioni di corridoio che mi arrivano da Bia, ha cominciato a sciroccare e a parlare con gli angeli dopo che un loro fratello, uno dei cento, è stato ammazzato con un colpo di revolver in testa a São Paulo, qualche anno fa. Il giovane amava le polveri bianche che non servono per fare il bucato, e si era invischiato in qualche giro putrido.
Conseguenza di questa radicalizzazione della religiosità è che Lúcia non esce più di casa (non deve avere più di trenta-trentacinque anni), se non per andare a messa o per fare la spesa, con i risultati noti. La famiglia è socia di un club (indovinate di che tipo? Militare, bravi) dotato di piscine, campi da calcio, tennis e basket, ma i ragazzini, per la proprietà transitiva della rompicoglionaggine della madre, non ci mettono piede da sei mesi. Il club è a mezzo chilometro da casa e il bello è che Lúcia continua a pagare la retta, ma non muove il culone flaccido dalla sala della telenovela per portarvi i figli una domenica che sia una. Durante il carnevale, quattro giorni filati di vacanze e libertà da divise imbecilli e professori peggio, Estefánia e Ricardinho rimangono a marcire in casa. Dove l’aria è molto pesante, la tv imperversa con dosi indecenti di stronzate, Pite abbaia alle mosche e la pazza tenta invano di annientare queste ultime a colpi di insetticida.
“Lúcia, quello è veleno canceroso, non lo dovresti spargere ai quattro venti”, le consiglio con aria di esperto chimico durante uno dei suoi raptus antiecologici, in uno strenuo tentativo di difesa dei miei polmoni e della carbonara.
“Ma è un prodotto così buono, iiihhhh, non fanno che pubblicizzarlo in tv. Non può fare male.”
La matta è categorica in ogni sua opinione, gusto o comando, e i figli, all’età che si ritrovano, stanno prendendo una piega pessima. Ricardinho, vista l’incessante attività fisica (un’ora di nuoto alla settimana) ha le mammelle e la cellulite. Sembra il classico bambino tossico di merendine e chiede alla madre cento volte cento di poter andare al club, ma la gorda, che non lo lascia andare da solo da nessunissima parte, riesce costantemente a inventarsi altrettante scuse. No, perché piove. No, perché fa troppo caldo. Sì, più tardi, quando avrò finito di cucinare. No, mi ha chiamato Dona Augustinha e devo risolvere una questione di chiesa. Sì, dopo la novela. No, adesso ha ricominciato a piovere. No, ora è troppo tardi. Sì, domani.
Durante i quattro giorni di ‘vacanze’ Ricardinho fermenta in casa rimbalzando dalla tv a un vecchio videogame stragiocato, dal bagno al letto, dal cortiletto al mercatino, in missione suprema per la generalessa. Il tutto condito da urla, ordini, adunate, inni e stronzate annesse e connesse.
Estefánia non se la passa meglio. Quando mi becca da solo a tavola o sui fornelli, nell’impossibile tentativo di resuscitare pasta fatta con la terra delle catacombe, mi macina di parole. È una logorroica terminale, capace di tramortire chiunque si trovi nei paraggi a suon di chiacchiere vorticose, annodate, senza capo né coda, saltando di palo in frasca come solo una quattordicenne con ansie adulte, e a cui è saltato il coperchio della timidezza, può fare. I suoi monologhi sono accompagnati da un gesticolare ossessivo e da un continuo sbattere di ciglia, roba schizofrenica che dopo due minuti fa venire il mal di mare a chiunque le presti orecchie e occhi. Le sue infinite ansie, a grandissime linee, possono essere raggruppate nei file ‘letteratura’ (da grande vorrebbe fare la scrittrice, per il momento compone sonetti che impone ai professori, in perenne fuga, e a me, che impegnato con la cottura della colla non posso scappare), ‘fidanzato’ (giapponese, nissei; al momento si trova nel paese di Mishima e delle mutandine usate, però sta per tornare da un momento all’altro; da un momento all’altro il giallo la farà donna - Bia come sempre è l’agenzia stampa da cui attingo questo nettare - e la ricopre di telefonate di ore dal paese dei limoni, non deve essere lui a pagare la bolletta), ‘musica’ (Estefánia ascolta esclusivamente il defunto Renato Russo e il suo ex gruppo Legião Urbana, roba da uccidere di tristezza). A proposito di depressione: a quattordici anni Estefánia ci è già passata più volte, ma in questo momento afferma di esserne uscita, grazie a una collezione di analisti e a una buona dose di psicofarmaci.
“A scuola sono tra le prime dieci per rendimento - mi confida con orgoglio -, ma non ho amici, sembra che io stia antipatica a tutti...”, chissà perché, mi domando.
Un giorno, osservandola con la coda dell’occhio fra le trasparenze della tendina che fa da porta alla sua camera, vedo che si smanovella il segno della croce, seduta sul letto. Sul lenzuolo una distesa di carte.
“È una spiritista, bravissima a fare le carte”, mi confida Bia.
Cazzica.

La cinghialona, oltre a strafarsi di croci e calvari quotidiani (l’immane missione delle telefonate alle parrocchiane, la lotta con i fornelli, i diktat ai figli), si strafà di tv. Non perde una telenovela che sia una, e non volendo passare per una superficiale si è abbonata a un paio di riviste settimanali che approfondiscono scientificamente l’argomento. Vita, morte, herpes e miracoli degli attori, trame delle novelas di punta, programmazione dettagliata al minuto secondo, poster con la diva/o della settimana.
Siccome sei o sette ore al giorno di telenovela sono pochine, Lúcia le integra con la trasmissione a cinque stelle del momento, che sta spopolando tra i figli di papà paulisti e i favelados di mezzo paese, quelli che vorrebbero ma non possono: Big Brother Brasil. Ebbene sì, il maledetto Grande Fratello, anche nel paese di Jorge Amado e di Caetano Veloso (se è per questo, anni fa i brasiliani si erano pure beccati la versione locale di Colpo Grosso, per fortuna senza Umberto Smaila). Mezza dozzina di sfigati fintamente rinchiusi in un appartamento di lusso, con piscina e salotti in pelle Aiazzone, a simulare di avere qualcosa da dire sotto i tatuaggi e le bandane e i piercing, a fingere di avere uno scopo nella vita. E, soprattutto, a fingere di non avere una telecamera puntata addosso. Occhiali neri a specchio mentre preparano un caffelatte e noia primomondista a sfare, in tutto e per tutto identici agli sfigati nostrani, solo qualcuno un po’ più abbronzato. Altre differenze, rispetto alla colonia Italia, è che nella colonia Brasile i fratelli di cachet sono arrivati un po’ dopo, e i loro discorsi così urbani e la loro piscina così chic stridono paurosamente con le favelas del mondo di fuori. Le balene, nel frattempo, sbavano invidia. La merda fratella brasileira è una bolla di sapone montata ad arte dai media, né più né meno che da no. I crociati dell’informazione sviscerano ogni particolare dei ‘rinchiusi’, li trasformano in eroi/martiri, li fanno vincere miliardi, scatenano sondaggi di opinione su “Con chi tromberà Dhomini? Con la giapponese Sheila o con la bionda Viviane??”, e danno i risultati quotidiani della lotta per il posto in salotto come se fosse una notizia al telegiornale. Le riviste, nel frattempo, ingolfano le pagine con le loro facciazze e indicono premi-fedeltà per chi segue la trasmissione. Il popolino partecipa, suda, si appassiona, fa il tifo, vota (dodici milioni di telefonate per votare il re dei cretini durante la quarta edizione del Big Brother Brasil), finge di dimenticarsi la sfiga quotidiana dei più (loro senza telecamera, però). Ma il bello del Brasile è che è un paese davvero ‘globale’, nel senso che vi si trova di tutto, il peggio del peggio e il meglio del meglio, basta cercare. Spesso i brasiliani hanno la dote dell’autoironia (non sempre, a dire il vero). Tanto che qualche tempo fa, sull’onda del suc/cesso, il BBB ha ispirato Sérgio Mallandro, un attore di serie B che, in quell’occasione, ha rivelato doti ammirevoli. Il Brasile si è piegato in quattro dal ridere con il suo “BBB dos pobres”, il “Grande Fratello dei poveri”, più in linea con la massa della popolazione: piscina gonfiabile di due metri di diametro, tavoli e sedie di plastica made in China, letti a castello, risse tra i partecipanti per questioni di sopravvivenza (cibo scarso, posto letto/tavola, fila in bagno). 
Sempre per rimanere in argomento ‘buon gusto’, Lúcia adora un cantante locale (non ricordo il nome, e anche se lo ricordassi non lo citerei), l’ennesimo semidio del brega.
“Ha una voce così possente...”
L’equazione, dunque, è:

voce + collo da toro (Pappalardo, potremmo dire) = buona musica

L’opera di evangelizzazione di Lúcia supera i confini domestici e quelli delle chiesette rionali. Al momento il compito più arduo della missionaria è di ricondurre sulla retta via, eventualmente anche su quella di un matrimonio (non appena la separazione dal militare potrà essere trasformata in divorzio, ma la pensione potrebbe risentirne), un tal Saverio, narcotrafficante di Roma, in vacanza coatta nella galera di Manaus per tre anni. Beccato qualche anno fa assieme al compare rumeno mentre portava a spasso una valigia di cocaina (grazie alla soffiata dello stesso pusher), Saverio soffre di claustrofobia e non se la deve passare benissimo dietro le sbarre, tant’è che una volta alla settimana sembra sopportare di buon grado le menate religiose della folle. Sarà per il potere della Parola del Signore, oppure per quello delle donne (eppure in prigione le zoccole possono essere ordinate su un catalogo con tanto di foto; quindi: o Saverio è cieco o, realmente, si è messo sulla retta via smarrita), il romano, che in Italia aveva una rispettabile attività di tenutario di bordello/rifornitore di narici, ora deve elargire bustarelle a destra e a manca ai secondini per poter dormire su una brandina nei corridoi, anziché sul pavimento e fra pareti troppo strette. Lo stesso lubrificante è usato per altri mille favori e favorucci, e i portinai della galera lo hanno soprannominato ‘Itália’, consapevoli del fatto che un trafficante del primeiro mundo ha sempre qualche real da devolvere. Del socio rumeno, povero straccione sovietico privo di valute interessanti, dopo l’arresto si sono perse le tracce in qualche cella di un paesino di provincia, saecula saeculorum. Lúcia, nel frattempo, si è innamorata degli occhioni azzurri di Saverio e ogni settimana gli porta scatoloni zeppi di riviste religiose. Chissà che fine fanno, forse in galera hanno il caminetto o scarseggia la carta igienica.
La febbre da divinità, purtroppo, non ha contagiato solo la povera grassarda, che conclude ogni telefonata (durata minima mezz’ora, bollette da grande casa editrice newyorkese) con un profetico Fica com Deus! In italiano questa potrebbe apparentemente suonare come una bestemmia, ma in portoghese ha un significato ben più innocente (fica = rimani, stai).
Nella piazzetta che si trova di fronte al porto di Manaus un demente armato di microfono, ombrello contro il calore atroce, amplificatore e casse, evidentemente autorizzato a insediarsi lì da qualcuno con il cervello ancor più cotto del suo, sbraita quotidianamente insulsità divine, per le sue buone otto ore lavorative, festivi inclusi.
“Le donne devono portare i capelli lunghi, gli uomini corti. È scritto nella Bibbia. Che Dio benedica la seleção!”, testuali parole, in questo esatto ordine, udite un giorno mentre passavo da quelle parti.
Questa forma nazifascista di imporre il proprio credo alle orecchie stuprate dei passanti (chi gli concede di allacciare la spina dell’amplificatore deve ritenere la religione, questa religione, un bene di utilità pubblica) è ripreso pari pari dai predicatori evangelici ambulanti che imperversano alle fermate degli autobus, soprattutto durante i giorni del carnevale, considerati di massima degenerazione.
Tu sei lì in fila che, sbuffando, aspetti l’autobus che non arriva mai, fra nubi di smog, polvere, caldo da altoforno e umidità da foresta pluviale. E di fianco ti si piazza un nanetto invasato, vestito da bancario, sudato fradicio e con gli occhi fuori dalle orbite che, armato di bibbia fra le mani, va su e giù lungo la fila come un topo in gabbia. Sputazza e ti urla nelle orecchie che sei un peccatore, che se non ti pentirai in fretta, se non la smetterai di errare, di fare la corte alle donne, arderai tra le fiamme dell’inferno. Ma le uniche fiamme che, al momento, senti sono quelle che partono dai timpani e passano per la zona inguinale, forza combustibile che involontariamente ti fa piegare le dita delle mani a pugno ogni volta che l’apostolo ti passa vicino, facendoti ardere di desiderio di accarezzargli la faccia. Qualcuno dei passanti sorride di fronte a tanta convinzione, mentre altri, con magliette che riportano slogan quali Fé em Deus, Soldado de Deus o Deus 100%, abbassano lo sguardo e assumono un’aria contrita. Tu ti chiedi se sia più nazi la tua voglia di spappolarlo sulla pubblica via o il suo modo osceno di obbligarti ad ascoltare la Verità.
Il pazzo strabuzza gli occhi, suda, le vene del collo (sue e tue) impazzano. Ti indica, sì, proprio tu, schifoso peccatore. Le nocche delle tue mani sono tese e bianche, partirai con un gancio o con un diretto? L’autobus, la salvezza in Terra per gli uomini di buona volontà, ti porta via ed evita la strage e la gattabuia in compagnia di Saverio. Rischieresti di beccarti Lúcia pure lì.
Pite abbaia alle mosche, soprattutto di notte, quando diventa ipersensibile al minimo rumore: gatti che lottano/trombano sul tetto, un ubriaco che rantola contro il portone metallico, qualche topo grande come un tacchino che razzola fra il pattume, il vigilante del mercato che passa in bicicletta e soffia nel fischietto, per avvisare il vicinato (svegliandolo) che tutto va bene. Ciò sarebbe positivo, un buon cane da guardia è un tesoro prezioso, se non fosse che la bestia ulula e latra sotto la mia finestra. Mi sveglio, smadonno copiosamente, riprendo lentamente sonno tra il calore e gli sciami di zanzare, ed ecco che il filho de puta abbaia di nuovo. Sono le tre di notte, qualcuno mi dia un taxi e un albergo con i materassi alle pareti.
Ormai ho preso di mira Lúcia, mi sono convinto che sia lei la responsabile di tutto il marcio di Danimarca, oltre che di questa casa. Anche l’indolenza autolesiva di Bia ha le sue responsabilità. Se fossi io il padrone di casa, come lei è, manderei tutti a dormire al club militare, ma non mi hanno ancora dato le chiavi dell’appartamento.
Con la scusa che il cane, costantemente smanioso di fiondarsi in strada per sgranchirsi le gambe e l’apparato riproduttivo, se liberato tornerebbe ricoperto di pulci e zecche, roba che peraltro ha già in triplice copia, Lúcia non lo fa uscire mai. Stessa ricetta usata con i figli, risultati sulla psiche delle vittime molto simili. Se reggo fino all’undicesimo giorno, quando prenderò un aereo che mi porterà via, via di qui, è solo perché Bia fa di tutto per aggradarmi. Però:
“Ma comeccazzo fai a vivere con ‘sta ciste di sorella???”, mi/le domando spesso.
“Hai ragione, è insopportabile, ma non riesco a vivere da sola. Per lavoro sono spesso fuori, per cui non mi disturba così tanto. Quando torno mi fa compagnia. È stabile, nel senso che da qui non la smuove nessuno, nemmeno con una ruspa. E poi, per fortuna, non ho orecchie sensibili come le tue. A fine anno, comunque, dovrebbe scavarsi di torno e, se devo essere sincera, non vedo l’ora. Potrò ristrutturare la casa, godere un po’ di privacy.”
Gli ultimi giorni a casa Barros sono un calvario. Tra me e la cinghiala ormai è guerra aperta, non mi fa più il bucato e ci siamo tolti il saluto, soprattutto dopo che ha dirottato da una vicina il barattolo di Nescau, il Nesquick brasiliano, che IO avevo comprato. “Per fare una torta”, mi ha spiegato, anche se poi di questa famosa torta non ho visto manco le briciole.
La ciliegina sulla torta, la degusto la sera della mia partenza. La grassa, mentre faceva le pulizie domestiche, ha buttato nelle immondizie un mio cd di O Rappa. Per fortuna riesco a recuperarlo, ricoperto da bucce di mango e foglie d’insalata.
“Ah, era tuo? Scusa, sai. Non mi piaceva, e se i bambini ascoltano quella musica, con quelle parole così sacrileghe, chissà cosa diventano... Iiiihhhhh.”
“Bia, via, via di qui. O la strozzo.”
“Andiamo.”
Con l’umore nero pece faccio i bagagli in quattro e quattr’otto, trascino Bia fuori da questa galleria degli orrori, saluto a medio teso la platea che presidia la sala della tv.
“Dove andate?”, ci domanda sorpresa l’obesa.
“Sul primo aereo in partenza”, rispondo tutto acido.
Fica com Deus”, mi fa mentre sgrana il rosario.






Foresta di plastica
Sono uno specialista nello sputare nel piatto in cui mangio, ma appartengo a quella razza di imbrattacarte per la quale la verità ha da essere verità. Sempre, qualunque siano gli sponsor e i benefit in gioco. Giovanni d’Arco della veritas, bugie e marchette forbidden, almeno per le piccole cifre. Per le grandi, da valutare, mandatemi un fax.
Questo popò di filosofia per premettere che all’Ariaú Amazon Towers, hotel di selva a un paio di ore di navigazione da Manaus, mi ci hanno invitato con tutti gli onori e i tappeti rossi. Non ho scucito mezzo real per arrivarci, dormirci, strafogarmi di cibo a sbafo, lustrarmi gli occhi con l’india in bikini e piume e sorriso d’ordinanza che all’attracco riceve i nuovi arrivati. In cambio, in teoria, avrei dovuto fare una (buona) recensione dell’albergo. Ma, le leggi del market(t)ing ce lo confermano quotidianamente, ‘l’importante è che parlino di noi, bene o male non importa’. Quindi ho il cuore in pace, il baratto l’ho comunque rispettato, anche se quello che segue non è esattamente ciò che i capi dell’Ariaú si sarebbero aspettati.
La storia di questo albergo nasce da un’idea buttata lì da Jacques Cousteau nel 1982, durante un suo viaggio in Amazzonia. Inconsapevole della biblicità e degli effetti delle sue parole, l’oceanografo francese mise la pulce nell’orecchio di Francisco Ritta Bernardino, proprietario dell’hotel di Manaus in cui Cousteau alloggiò. Seppellito l’oceanografo, esploso il business globale dell’ecoturismo, proliferati come funghi gli alberghi di selva attorno a Manaus, oggi l’Ariaú, creatura di cui Ritta va superorgoglioso, non ha simili al mondo. L’hotel, a grandi linee, vanta due tipi di strutture: le ‘torri’ e le ‘case di Tarzan’. Le prime sono grandi cilindri di legno che, come silhouette, ricordano i nostri pericolosissimi depositi del gas di qualche decennio fa (la propaganda da dépliant, più nobile, le paragona alle pagode cinesi). Piantate su palafitte dall’aspetto pericolante, queste alte strutture di legno (alcune raggiungono i quattro/cinque piani) sono vendute come solidissime, in quanto riprenderebbero pari pari i sistemi di costruzione usati dagli indios. Si dice che se un qualsiasi architetto/ingegnere ‘di città’ provasse a costruire una roba del genere l’edificio non arriverebbe all’inaugurazione, tutto crollerebbe come un castello di carte. Le torri sembrano grandi torte nuziali di legno, nelle quali ogni fettina corrisponde a una camera. Semplici semplici, arredamento e bagni superbasici, le duecentosessanta stanze standard hanno il coraggio di costare almeno 230$ a persona, per due giorni/una notte più vitto e trasporto in barca. Una soluzione più proletaria, che vorrebbe essere alla portata delle tasche dei giovani squattrinati (si fa per dire), è invece l’Ariaú 2, torre costruita attorno a un albero di quattordici metri di diametro. La visita di un giorno (trasporto, pranzo, giretto dell’albergo) costa appena 113$.





La clientela-tipo dell’albergo è costituita da grupponi di statunitensi/inglesi/tedeschi/israeliani in braghini, videocamera, cappellino e calzini corti, in gran parte pensionati del primo mondo annoiati e con il portafogli sbrindellato. Ritta, infatti, oltre a un’agenzia di rappresentanza a Miami, ha buoni contatti un po’ in tutti i paesi danarosi e, stando al dépliant che diffonde, il suo albergo riceverebbe duecentomila ospiti all’anno. Calcolate voi il fatturato, basta una moltiplicazioncina facile facile.
Oltre al costo da giapponesi, le torri hanno diverse caratteristiche strutturali e decorative davvero interessanti. Se a un inquilino del pianterreno/ultimo piano cade una monetina dalla tasca dei pantaloni, parte un peto o canta Boccelli sotto la doccia, potete star certi che l’inquilino quattro piani più su/giù non perderà una sola sillaba o decibel del condomino di sotto/sopra. Tutto, nelle torri, scricchiola, il silenzio non è la dote principale, e se mai vi venisse la strana malinconia di alloggiarvi con la vostra fidanzata/o/i e fare festa dovrete usare il silenziatore, calzini ai piedi dei letti, mani sulle bocche e movimenti d’anche contenuti. Altrimenti rischiate di scuotere il wc all’americano quindici metri sopra le vostre teste. Goddamned, fuckin’ wood.
Le ‘torte’ sono coronate da alcune suite, molto più ampie e care degli appartamenti standard e distinte grazie a nomi modesti: Imperial, Real, Divina, Paz Mundial, Suprema, Celestial, Cósmica (questa con una specie di mappa astrale dipinta sul soffitto), Solar I e II, Estelar I e II. Sulla torre 2 svetta la suite più spettacolare, ovviamente chiamata Presidencial.
In quanto a sistemi di sicurezza le torri sembrano trappole per topi, un inferno se non di cristallo almeno di legno. I cilindroni, infatti, al più hanno qualche estintore a ogni piano, e perfino alcuni turisti di passaggio hanno an/notato questa pericolosità sul libro dei commenti. Un’italiana semianalfabeta, con una calligrafia da troglodita, ha scritto un’albergho di questo genere in europa non havrebbe i permesi per far funzionare. Purtroppo tutti hanno il diritto di viaggiare, spesso mi dico. Fatemi rilasciare i passaporti. In effetti sembra che in passato una torre abbia preso fuoco e si sia completamente incenerita, come una scatola di fiammiferi, nel giro di un quarto d’ora. Per fortuna, al momento del rogo era semivuota, e comunque era riservata al personale che lavora all’Ariaú, manovalanza sottopagata facilmente rimpiazzabile, basta dare qualche dollaro alle vedove degli inceneriti e almeno il doppio al capo della polizia.
Il secondo tipo di struttura, quello più caro (si parla di oltre 400$ a notte, per arrivare a camere da quasi 1000$; i prezzi esatti vi verranno comunicati personalmente alla richiesta, trattative riservate), è la cosiddetta ‘casa di Tarzan’. Si tratta di sei casette isolate, specie di baite costruite interamente in legno sulla sommità di alberi alti e robusti, circondate dalla vegetazione folta. Per accedervi bisogna inerpicarsi su lunghe ed erte scalinate, decisamente poco in linea con gli obesi con la gotta che frequentano il posto. Se alloggiate lì e vi siete dimenticati gli occhiali al ristorante (dove, tra le liane di plastica, si nascondono casse acustiche che propagano musica registrata con i rumori della giungla), e ve ne accorgete proprio quando state per entrare in bagno dopo colazione, correte il rischio di trovare più pratico il suicidio, piuttosto che andarli a riprendere. Ognuna di queste stanze ha nomi imbecilli, ispirati chissà perché ai maggiori giornali e riviste brasiliane (Globo, Folha de São Paulo, Caras ecc.) e numerosi optional stridenti con l’ecosistema circostante: tv satellitare, internet, fax, frigobar, tutti strumenti di fondamentale importanza per un’avventurosa notte di autentica vita nella giungla.
L’intera area dell’albergo è collegata da un lungo reticolo di ponti e passerelle di legno per svariati chilometri. Qua e là zampettano scimmie importate da altre zone della foresta che i turisti, soprattutto se russi, adorano dissetare a suon di birra e cachaça. Alcuni cartelli avvertono della pericolosità di questa attività per l’organismo degli animali, ma un ospite che si rispetti paga e fa quel cazzo che vuole.
Ciò che accomuna ‘torri’ e ‘case di Tarzan’ non è tanto il legno utilizzato per costruirle, quanto il gusto dell’orrido del proprietario/arredatore. La plastica regna sovrana dappertutto, con opere kitsch che non trovano eguali sulle bancarelle di San Marino o di San Giovanni Rotondo. All’ingresso della torre principale la piscina è circondata da coccodrilli, delfini e felini ruggenti, in taglia XXL e rigorosamente di origine petrolchimica. Ogni corridoio delle torri e ogni stanza o suite, inoltre, è finemente decorato con una ricca galleria di dipinti molto colorati (circa millecinquecento, in tutto l’albergo), opere di artisti un-tanto-al-chilo che qui hanno lasciato i propri capolavori. I quadrazzi che rappresentano le bellezze naturali dell’Amazzonia (l’indio che caccia con l’arco teso sulla preda, il giaguaro a fauci divaricate, i delfini rosa che fanno le piroette fra le onde del Rio Negro) si sprecano. Grazie anche alla mano (da tagliare) di un nostro compatriota che, dopo aver evidentemente barattato qualche notte all’Ariaú con svariati ettari di porcate incorniciate, ha avuto persino il coraggio di firmarle (non si fanno nomi, niente pubblicità gratuita). In gran parte fuori scala, con proporzioni da far impallidire il più inetto dei geometri, queste tele dei vari Van Gogh dei poveretti decorano, ce provano, ogni parete dell’albergo, qua e là con particolari del tutto assurdi, come il tuiuiú, animale endemico del Pantanal matogrossense, una regione che si trova migliaia di chilometri più a sud.
Ma non è finita qui. Visto che i quadri devono essere stati ritenuti insufficienti ad abbellire il tutto, Ritta ha raddoppiato la dose commissionando ad altre mani zingare un’infinità di tarsie e intagli nel legno (oltre cinquemila, includendo le ‘sculture’ in PVC). I temi ricorrenti di queste vaccate sono gli stessi sfruttati nelle tele e, legno su legno, alla faccia della deforestazione selvaggia, l’Ariaú non ha un centimetro di parete libero da obbrobri pacchiani e ipercolorati. Questa simpatica tecnica di lavorazione del legno è stata ripresa nel miliardo di placche e patacche che decorano la reception, ambiente in cui vegeta una segretaria-bradipo (la moglie del gerente, che tra un manicure e un tè riceve sbadigliosa i clienti) e dove è conservata la memoria storica del luogo: In ricordo del soggiorno di Bill Gates/Jimmy Carter/Helmut Kohl/Kevin Costner/Susan Sarandon/la famiglia reale di Svezia/Spagna/ecc., seguito da data, recita pomposamente una collezione di francobolli di legno da due chili l’uno che fa da collage sul muro dei cretini. Le coppiette di São Paulo in viaggio di nozze, sarà che spendere almeno 230$ a notte per una stamberga di legno pericolante fa chic, trovano tutto ciò e-sal-tan-te, e Ritta stipa valute forti e lingotti nei forzieri. Così dev’essere, almeno a giudicare dagli anellazzi d’oro grossi come pomodori con cui si decora le manone.
Tocco finale, dato che tanta arte era poca, è un bel boto, il delfino rosa d’acqua dolce, in PVC rosa fosforescente piantato alla base di una delle torri. Ritta deve aver preso alla lettera le leggende degli indios, e siccome queste parlano di delfini rosa (in realtà grigi con leggere sfumature rosacee), ne ha fatto fabbricare uno davvero rosa, forse recuperato da qualche carrozzone carnevalesco. Il petrolio e i suoi derivati, inoltre, sono stati ampiamente sfruttati per decorare il luogo più ridicolo dell’Ariaú (finora avevamo scherzato, Signori), una piramide per la meditazione, attività must per le torme di imbecilli che frequentano il luogo. Imboscato nella radura e dotato di aria condizionata (già meditare è un’avventura, non vorrete mica anche sudare?), il tempietto è ricoperto da una raffinatissima cascata di edera finta, plastica pura a diciotto ottani che la ricopre come un velo. A due passi da questa Micerino made in Taiwan si trova il colpo di grazia al buon gusto, un piccolo piazzale sul cui terreno sono tracciati vari messaggi dal vago sapore mistico, in lingue diverse e con un otto appiattito, il simbolo matematico dell’infinito, disegnato al centro: si tratta dell’Ovniporto, il campo di atterraggio per eventuali dischi volanti di passaggio da queste parti (altra leggenda degli indios). Completa il quadro la Fonte della Giovinezza, poco dopo l’Ovniporto.
Oltre che volpone e fine decoratore, Ritta è anche un gran simpaticone. Per meglio intendere il suo senso dello humour, basta leggere uno dei ‘certificati’ che rilascia ai clienti più affezionati:

  “Certifichiamo che il/la Sig./Sig.ra XZY, durante la sua visita all’Hotel Ariaú Amazon Towers, ha ricevuto istruzioni e addestramento di sopravvivenza nella selva includendo: la camminata nella foresta, la navigazione lungo il Rio Negro e nel Paraná dell’Ariaú con i suoi affluenti e canali, così come nel Lago Ubim.
  Lui/Lei ha fatto escursioni per riconoscere gli igapós (vegetazione sommersa), osservare gli animali notturni, pescare il piranha e visitare la ‘Casa di Tarzan’, la casa di legno più alta del mondo. Lui/Lei è anche salito/a sulla ‘Torre Cielo Blu’, considerata la torre più alta del mondo, con 40 metri di altezza.
 L’Ariaú Amazon Towers ha l’onore di ricevere la sua illustre visita, riconoscendogli/le il titolo di ‘Difensore dell’Ecosistema’”
Dr. Francisco Ritta Bernardino
Presidente dell’Ariaú Amazon Towers
Specialista in Ecologia della Selva





Daime
Claudinha è l’ancora di salvezza per il mio lavoro investigativo a Rio Branco, capitale dell’Acre, Stato dell’Amazzonia brasiliana dimenticato da dio. Dieci anni fa viveva a Bologna (Claudinha, non dio) e, per fortuna, il numero di telefono che mi lasciò è ancora attivo. Quando mi viene a raccattare nella piazza principale della sua città è scortata da Lenine, marito con un nome che in Brasile devono avere in tre: lui, l’omonimo, incommensurabile cantautore del Pernambuco, e un altro non identificato figlio di filosovietici. Questo Lenine è un ragazzuomo alto e bello, un moraccione dalla pelle olivastra che in Italia farebbe strage di cuori parrucchieri/cartolai. Cosa che non disturba è che Lenine, oltre che bello, è anche in gamba. Capite al volo le mie esigenze ficcanase, si rimbocca subito le maniche e decide di darmi una mano a scovare le tracce del ‘Santo Daime’, una bevanda considerata allucinogena dai miscredenti e adorata da una folta schiera di sette religiose di questa regione.
“Non ti preoccupare, so dove, come, chi e quando. Sono la persona giusta nel momento e nel luogo giusto.”
“Fantastico. Obrigado.”
Lenine mi presenta Francisco, il leader (capo carismatico? maestro?) della cosiddetta ‘Barquinha’ (‘barchetta’), ufficialmente Centro Espírita Casa de Jesus - Fonte de Luz, una chiesetta situata in una viuzza appartata del quartiere di Vila Ivonete. Rione con un nome da lavandaia, ma ricco di misteri. Dopo un po’ di motivata diffidenza (chi sono? che voglio?), Francisco apre i rubinetti della conoscenza:
“A Rio Branco convivono tre correnti principali che seguono la dottrina del daime, più svariate dissidenti, caratterizzate da differenze minime. In tutto si contano oltre trenta chiese che appartengono alle correnti principali, cui vanno aggiunte le derivate, le sedi distaccate nel resto del Brasile e quelle all’estero. Tutte si basano sull’utilizzo di una bevanda (il daime, appunto, o ayahuasca, “corda degli spiriti”, in quechua) ottenuta dall’ebollizione di due componenti: il cipó o jagube (la pianta rampicante Banisteriopsis caapi, un tipo di liana) e la folha da rainha o tariri (‘foglia della regina’, Psychotria virilis). Come indica il nome latino di quest’ultima, l’effetto della mistura, che alcuni chiamano chá (tè), è ritenuto allucinogeno. In realtà nessuna setta considera il daime un allucinogeno, una droga. Per tutti noi è uno strumento, un interruttore che ci mette in comunicazione prima con noi stessi, quindi con il Divino. Un veicolo per l’estasi e la rivelazione, l’autoconoscenza, l’integrazione con il cosmo e il Creatore.”
Claudinha, durante una pausa del monologo di Francisco, mi fa gomitino e bisbiglia:
“Cazzica. Sissignore che è un allucinogeno. Mi ricordo ancora la fattanza viola dell’unica volta che l’ho bevuto. Ho pianto e vomitato per ore, mangiandomi le parole e sentendo la Terra che ballava il samba. Pressione a zero. Se non erano allucinazioni quelle...”
Tralascio le interpretazioni semantiche delle sostanze non riconosciute dai governi e ridò il microfono delle orecchie a Francisco. E poi Claudinha è una vecchia fatturiona, non è credibile.
“In Brasile si stima che almeno diecimila persone prendano il daime. Il termine deriva da dai-me, ‘dammi’, secondo la formula rituale utilizzata dal fondatore del culto, Raimundo Irineu Serra, un gigantesco (due metri e dieci di altezza) seringueiro del Maranhão trapiantato nell’Acre, negli anni Trenta. La formula completa era, ed è, ‘Dai-me força/amor, dai-me luz’, ‘Dammi forza/amore, dammi luce’. Usata tradizionalmente dagli indios dell’Amazzonia peruviana e brasiliana in rituali terapeutici e religiosi millenari, la bevanda è conosciuta anche come Yage. Era la bevanda sacra dei re e dei sacerdoti incas, trasmessa al popolo indigeno dopo l’invasione degli spagnoli. In Brasile il culto nacque nell’Acre durante gli anni Venti, diffondendosi nella foresta tra chi estraeva il caucciù, e negli anni Settanta, in piena dittatura, si estese anche nelle grandi città del Sud. Fu allora che i militari iniziarono a porsi il problema se il daime fosse o meno una droga e se, come tale, andasse proibito.
Il rito è caratterizzato dalla mescolanza di elementi indigeni, della religiosità popolare e, soprattutto, del cattolicesimo. Importante è l’influenza dello spiritismo, tanto che durante i nostri riti sono fondamentali le sessioni di cura, tramite il lavoro dei medium. Il canto e, per certe correnti, la danza hanno una notevole importanza, esiste un vero e proprio repertorio musicale di inni del daime (hinários). A volte, le sessioni di canto durano ore e ore.
La nostra comunità è formata da circa centoquaranta credenti che portano la farda, l’uniforme. La mia diffidenza, che probabilmente ritroverai in altri centri, è dovuta al fatto che i giornalisti che ti hanno preceduto, in gran parte, hanno scritto montagne di cretinate. Dunque c’è poca voglia, in giro, di riceverli(vi), soprattutto di essere fotografati o ripresi. Secondo alcuni siamo una banda di drogati, di fanatici religiosi che prima si sconvolgono, poi colloquiano con le alte sfere. Spero che tu non sia così superficiale e prevenuto.”
“Figuramose.”
“Dunque, dov’eravamo rimasti. Ah, le differenze fra le comunità. Alcune, nella preparazione del daime, usano un po’ più cipó e meno folha, altre viceversa. Nella setta della União do Vegetal, come chiamano il daime, si adoperano alcuni termini diversi dai nostri e durante i riti si devono seguire regole ferree. Noi siamo più elastici, anche se abbiamo un rituale prefissato. Perché non vieni stasera? Potrai assistere.”
“Non mancherò.”
Verso le sette sfrutto di nuovo Lenine come autista e, con tutta la sua famiglia, raggiungo la ‘Barquinha’. Assieme a noi c’è Agata, figlia quattordicenne di Claudinha, che come tale vorrebbe passare la serata fra negozi e feste, altro che matti strafatti. Piuttosto inquietanti da vedere nella loro uniforme azzurra piena di gadget misteriosi (mostrine, spalline e fasce colorate, strani simboli), vagamente simile a quella di un portiere d’albergo. E comunque, dopo un po’, quando iniziano a pregare, fonte di interminabili sbadigli (siete mai stati a messa alle sette di sera?).
Uomini e donne, tra cui parecchi anziani, siedono in quattro settori separati, i primi a destra, le seconde... indovinate dove. Francisco è in alta uniforme da Maestro e, dopo un veloce benvenuto, corre a ufficiare il rito. È il Maestro supremo, quello che legge la bibbia e che dà il ritmo al tutto. Siede al centro di un altare ricoperto di effigi (le più svariate, da São Sebastião a Nossa Senhora da Aparecida, la patrona del Brasile) ed è circondato da una dozzina di fedelissimi che intonano canti sacri, mentre un’orchestrina strimpella ai lati della sala. Alcuni coristi, viste le smorfie, la sudorazione, gli occhi su Marte mentre osannano l’alto dei cieli, devono già aver ingurgitato il ‘tè’, conservato religiosamente in una saletta apposita. Nella sala più grande, alle spalle dell’altare, siede il pubblico, semplici fedeli, chi in uniforme, chi ‘in borghese’. L’uniforme, unisex, è molto fotogenica e ha colori vivi, che l’intruglio magico deve esaltare alla massima potenza. La giacca è blu acceso, quasi turchese, con decorazioni bianche e due cuori rossi ricamati sul petto. Si tratta dell’uniforme del sabato, giorno considerato speciale, durante gli altri è bianca, così come lo sono i pantaloni e le scarpe per tutte le occasioni e per entrambi i sessi.
Le sale sono separate da un tendone che viene aperto da due addetti all’inizio del rito. La cerimonia ha molto sapore di alzabandiera, di inaugurazione di monumento nella piazza principale. Un secondo altare, ben più grande di quello centrale, costeggia la parete della sala principale. Sopra ci stanno appollaiate tutte le immagini sacre che ho visto in anni di Brasile, partendo dal cattolicesimo più tradizionalista e arrivando al candomblé più sacrificagalline: di nuovo São Sebastião, Sant’Antonio, São Francisco, svariati ex voto, candele, bandiere con la scritta Paz e Amor, Verdade e Justiça. Sullo sfondo si apre una terza sala, collegata a quella principale attraverso due strette arcate, dove si intravedono altre immagini sacre racchiuse all’interno di nicchie circondate da luci colorate. Una illuminazione da luna park piuttosto simile è ripresa anche nel cosiddetto ‘tumulo’, una saletta in cui riposano le spoglie del padre di Francisco, fondatore della ‘Barquinha’. Un’ultima, minuscola sala si staglia su un lato della principale: si tratta dell’infermeria, indispensabile per i neofiti che hanno reazioni indesiderate dopo aver ingerito il daime. Si dice che chi ha mangiato carne da poco o bevuto alcol non dovrebbe bere lo chá: l’unione di queste sostanze può provocare effetti poco gradevoli, Claudinha docet.
Il canto che giunge dall’altare centrale, sinuoso e avvolgente, fa accapponare la pelle, anche a chi non è minimamente religioso. Uomini e donne alternano, come in un moto respiratorio, in un ping-pong rallentato e magico, la fatica del canto, che prende alle viscere, come a seguire le contrazioni che lo stomaco sta subendo, forse per controllare il vomito. La lentezza del canto, a tratti, è interrotta da qualche acuto che fa da sveglia (Agata è tutt’uno sbadiglio). I soggetti principali dei canti, interrotti e ripresi più volte, sono Jesus e São João, oltre a Deus e la Sempre Virgem Maria, entrambi citati ripetutamente da Francisco. Gli inni sacri sono intervallati da un Padre Nostro e da un’Avemaria qua e là, più una serie infinita di segni della croce. Tra il pubblico solo alcuni cantano, e chi lo fa quasi sempre ha gli occhi chiusi.
Dopo circa cinquanta minuti di canto e preghiere, sette medium in divisa, uomini e donne, raggiungono l’altare rigonfio di immagini sacre. Già visibilmente in trance e rivolti alle effigi, emettono strani rumori che fanno scorrere brividi impazziti su e giù per la spina dorsale: fischi, sospiri, cinguettii, il tutto a occhi chiusi e con la mano destra alzata (non alla nazi, ma alla ‘presente!’).
Il rito collettivo, a questo punto, è finito: si passa alla fase della consulta ‘personalizzata’, della ‘cura’, nella terza sala. I medium, dopo aver fatto alcuni giri circolari attorno agli altari (una ‘carica di energia’), prendono posto nei banchi a essi riservati (i cosiddetti ‘gabinetti’) e, uno a uno, ricevono i fedeli bisognosi di un pronostico, di una benedizione, di una ricetta amorosa, di uno scongiuro contro il malocchio, di sconfiggere una malattia, di un colloquio con i propri morti. Perfino di denaro. I ‘pazienti’ formano una fila ordinata in un piccolo cortile e vengono ricevuti secondo un ordine prestabilito: prima i bambini, poi le donne, quindi gli uomini. Questa fase, sempre uguale fin dal 1945, è chiamata passe (passaggio) ed è caratterizzata dalla cosiddetta limpeza espiritual, la ‘pulizia spirituale’: consigli - come bagni con erbe, fumenti - o pratiche per togliere uno spirito negativo di torno. Il tutto gratis, nessun medium ‘lavora’ per denaro.
“La cura viene data ogni venerdì e sabato, fino alle undici di sera. E nessun fedele è lasciato fuori, i medium non vanno a dormire finché non hanno terminato” - Francisco ha abbandonato l’altare, dove proseguono i canti ‘di cura’ e quello ‘di chiusura’, ed è venuto a darmi le ultime delucidazioni.
“E perché questa ferrea divisione tra sessi, durante il rito?”
“Non è per una questione di morale o di ordine pubblico. Semplicemente perché i sessi opposti hanno energie differenti. Perché il rito abbia un buon esito è necessario tenere separate queste energie. Altre domande?”
“N-no, grazie. Mi sembra tutto chiaro.”

Il secondo capitolo delle indagini si rivela un buco nell’acqua. Sempre scortato dal fido Lenine, il giorno seguente raggiungo la sede della comunità Alto Santo, a sette chilometri da Rio Branco. Secondo la cronologia delle chiese del daime, quella di Alto Santo sarebbe l’originaria, la ‘Madre’ di tutte le variazioni sul tema, derivate da questo primo, quasi antico insediamento. Non esistono filiali di questa comunità, né in Brasile né all’estero, caso unico tra le varie sette del genere. A pochi passi dall’ingresso si erge il sepolcro del fondatore della dottrina e la mia missione è di parlare con Dona Peregrina, anziana vedova del ‘padrino’ Sebastião, discepolo di Irineu Serra e leader spirituale del culto del daime per circa vent’anni. Purtroppo, però, la vecchia ci accoglie con zero sorrisi e ancora meno disponibilità a parlare.
“Non dico nulla, fotografi e giornalisti qui non sono benvenuti. La comunità è aperta ai semplici visitatori, ma non a chi vuole ficcare il naso. La rete televisiva SBT e la rivista Veja in passato ci hanno intervistato e hanno detto e scritto cose ignobili, totalmente distorte.”
Faccio notare alla matrona che è proprio perché non voglio scrivere baggianate che mi sono sbattuto per arrivare fin lì, prendendo un costoso aereo e infilando le scarpe seminuove in mezzo metro di fango. Ma la mummia si dondola su una sedia e mi osserva basita, silenziosa più di una pietra. No comment. A nulla servono nemmeno gli aumma aumma di Lenine che, forte di comuni conoscenze (è figlio della nipote della cugina della zia che, duecento anni prima, andava a scuola con Dona Peregrina), prova a convincerla delle mie buone intenzioni. Niente da fare, il massimo che riesce a strapparle di bocca è un “Ah, bei tempi, quelli!”, e nulla di più. Altro giro di fango fino alla macchina, improperi trattenuti contro la terza età arteriosclerotica.
Stessa sorte, o quasi, alla sede locale dell’União do Vegetal, la terza corrente principale del daime nata a Porto Velho, nell’attiguo Stato di Rondônia, e di lì esportata nell’Acre. Con filiali in Spagna, Inghilterra e USA, questa setta ha regole molto più rigide di quelle della ‘Barquinha’: negli abiti, nei canti, nel ballo (marcette, valzer, mazurche). Tutto quello che riesco a ottenere, però, è il numero del cellulare del Maestro Tin (non Tim; sì, anche i ‘maestri’ hanno il cellulare), il quale si fa desiderare e, comunque, mi preannuncia che la macchina fotografica, se mai mi concederà udienza, la dovrò seppellire. Lo saluto e gli auguro telepaticamente che i peggiori timori sull’uso dei cellulari, quando gli studiosi avranno finito di indagare, si rivelino più che fondati.
Il tre è un numero magico, soprattutto da queste parti, e infatti il terzo giorno, finalmente, incontro (stavolta faccio da solo: Lenine, ogni tanto, lavora) qualcuno non ottenebrato dai troppi ‘tè’ bevuti, dal sospetto, dalle invidie di casta e di condominio. Si tratta di Maurilio Reis, simpaticissimo leader, assieme all’altrettanto simpatico e disponibile Marcial, della comunità Colônia Cinco Mil, a dodici chilometri da Rio Branco. I due ‘padrini’, in realtà, mi ricevono in quello che è l’avamposto della Cinco Mil, la Pousada da Fundação São Sebastião. Qui alloggiano i curiosi/fedeli del daime giunti da altre regioni del Brasile o dall’estero e diretti alla Cinco Mil o alla ‘centrale delle centrali’, la Céu do Mapiá, la maggiore comunità dedicata al daime, nel vicino Stato di Amazonas. Quando arrivo sbatto contro due ragazze giapponesi in ciabatte, un relativo marito inglese, una ciccia paulista e un ragazzo locale che, così mi racconta, è stato riportato sulla retta via dal daime dopo un’adolescenza di sesso, droga & rock’n roll. Le giappe cucinano cose incucinabili e portano calzini bianchi immacolati; l’inglese vigila la moglie (conosce gli italiani); la paulista va su e giù per le stanze, anche lei indaffarata con questioni culinarie; l’indigeno mi mostra le croste purulente che ha sulle gambe, ricordo della Leishmania braziliensis, un insetto particolarmente simpatico che abita certe zone salubri della foresta e che ama depositare le uova sotto la pelle dei cristiani.
Ma torniamo a Maurilio, piccoletto e con occhi vivi da folletto. Sorriso sempre stampato sul volto (cosa che non guasta, soprattutto dopo la simpatia di Dona Peregrina) e quell’evidente pizzico di follia/luce negli occhi che denotano i geni. Piomba nella pousada con un diavolo per capello, sbraitando ai quattro venti.
“Quelle brutte teste di cazzo dell’IBAMA! Vogliono imporci una tassa di trecento reais per raccogliere il cipó! Ma se credono che tiriamo giù le braghe solo per pagare le birre a quegli imboscati di impiegati stanno fritti. Piuttosto mi faccio arrestare davanti ai loro uffici, ma non prima di aver chiamato un paio di giornalisti amici miei. Impiegati cretini. Il daime non lo vendiamo, viene distribuito gratuitamente. Dove pensano che li andiamo a trovare tutti quei soldi?”
Maurilio è furibondo con la burocrazia bulgara degli enti statali, ma non per questo mi riceve meno gentilmente.
“Benvenuto, come posso aiutarti?”
“Fotogiornalista italiano, non bulgaro. Ficcanaso. Mi aiuti?”
“Certo, vieni con me, che facciamo un salto alla Cinco Mil.”
Lascio, non senza lacrime, le giappe ai fornelli, e seguo Maurilio a bordo del suo pick-up scassato. Dopo qualche chilometro di sterrato arriviamo alla comunità, che deve aver visto momenti migliori. Il luogo è deserto, se si eccettua per una dozzina di contadini e muratori in pausa pranzo. Immerse nel verde, una chiesetta e una grande baracca per gli alloggi comunitari, tutta in legno.
“La Cinco Mil - mi racconta Maurilio - fu fondata nel 1975 dal Padrino Sebastião e deve il suo nome al fatto che, all’epoca, il terreno su cui sorse fu pagato cinquemila cruzeiros. Nel periodo in cui era in auge, la comunità arrivò a ospitare quattrocento persone, tutte impegnate, oltre che nella preghiera, nella coltivazione della frutta, dei vegetali e del riso. Poi, nel 1980, fu fondata l’altra comunità, quella di Céu do Mapiá, in una zona remota dell’Amazonas, con più privacy. La Cinco Mil fu abbandonata e tutti si trasferirono là. Per arrivarci da Rio Branco bisogna prendere un autobus fino a Boca do Acre, dove un albergo funge da punto di ritrovo per chi segue il daime. Di lì si continua in piroga, per almeno dodici ore, o con una voadeira, una lancia veloce, ma in questo caso il viaggio è molto costoso. Se ti fai l’intero viaggio da solo, senza dividere con qualche compagno, puoi arrivare a spendere settecento reais (circa duecento euro). È a Mapiá che oggi si concentra il grosso della comunità, con circa quattrocento persone da tutto il mondo, incluso qualche italiano. Abbiamo anche una piccola ‘filiale’ ad Assisi, sai?’
“A-Assisi???”
“Sì, nella culla del cattolicesimo più tradizionale.”
“E il papa che cosa ne pensa?”
“Ci tollera. Abbiamo chiese un po’ in tutto il mondo. Molte in Giappone, dove vado una volta all’anno.”
Giapponesi. Pazzi. Li (le) adoro.
Maurilio mi guida attraverso la folta vegetazione, fino a un laghetto che sembra uscito da una cartolina. Su una sponda svetta una bella casetta di due piani in costruzione, dove i muratori lavorano alacremente.
“È di un francese. Da quando ha iniziato a frequentare la comunità ha deciso di farsi una villetta qui. Chiamalo scemo.”
Le piante di cipó e di folha da Rainha, gli ingredienti di base del ‘tè’, crescono dappertutto, e Maurilio me li fa notare.
“Dopo la raccolta vengono bolliti per almeno due giorni in grossi pentoloni.”
Raggiungiamo la ‘cucina’, un piccolo piazzale protetto da una tettoia di lamiera, e Maurilio mi mostra come si prepara il beverone. Prende un trancio di cipó e lo batte con una mazza di legno su un tronco. Quindi pesta la folha in un mortaio. Poi tutto viene diluito in acqua e messo a bollire per ore, giorni. Servono quarantotto ore per ricavare quaranta litri di bevanda. I pentoloni da caserma sono circondati da strani dipinti e simboli che raffigurano il padre fondatore. Sebbene la Cinco Mil sia considerata una comunità ‘deviata’ dalla dottrina originaria, non so per quale minimo dettaglio, il ritratto di Irineu Serra svetta su un dipinto molto naïf. Alle spalle una grande scritta ‘dottrina del Juramidan’, termine indefinito che riunisce svariati significati mistici, più un terço mariano, una croce doppia.
“Questo è il magazzino” - Maurilio apre una stanzetta e mi fa vedere diversi bottiglioni di prodotto. Qualcuno, durante la notte, ha sverginato una finestra, rompendo un vetro per fregare qualche bottiglia di fattanza liquida.
“Cretini. Bastava chiederlo, glielo avremmo regalato.”
Il colore del liquido picchiatello sembra quello del chai, il tè indiano al latte, ma il sapore non è lo stesso. Ci infilo un mignolo e mi passo il polpastrello sulla lingua. Il gusto è piuttosto schifosetto, un acido/amaro che mi ricorda il peyotl.
“Hai già provato il daime?”, mi domanda Maurilio.
“No, ma prima o poi lo faccio. Sono curioso, però voglio più tempo per stare qua, per approfondire la faccenda. Non lo voglio sperimentare come se fosse un nuovo sapore di gelato, così sarebbe una semplice droga. E poi, vista la potenza, non vorrei farmi prendere dalla paranoia. Conosco già troppa gente che, dopo aver giocato con gli allucinogeni, ci è rimasta sotto. Un’amica di Bologna, quando mi vede, mi parla di anedòtti e ogni anno va per due mesi di vacanze in un ospedale di Bombay.”
“Sì, hai ragione, almeno per quanto riguarda l’evitare il mordi-e-fuggi. Ma il daime NON è un allucinogeno. Allucinazione è frammentare paranoicamente la realtà, percepire ciò che è fuori e dentro di noi senza un senso di unità. Noi diciamo, semmai, che il daime fa l’effetto contrario: aggrega lucidamente e in maniera gioiosa, attraverso l’espansione della consapevolezza, tutti i dati che elaboriamo nello stato di percezione extrasensoriale. E se lo prendi - il daime si prende, non si beve - con qualcuno che lo conosce e ti guida non c’è alcun rischio. Non esiste il pericolo di overdose, al massimo vomiti tutto. Basta non esagerare con il dosaggio, non più di due dita di un bicchiere.”
“Va bene, quando torno lo prendo e, magari, mi faccio guidare da una giapponese, tá bom? ”
Tá bom...”
“Un’altra, fondamentale domanda. I conti non mi tornano quando alle ‘porte della percezione’ si uniscono concetti cattolici. Qual è il nesso? Perché Cristo, e non Buddha o Maometto? O Pelé?”
“Il Brasile ha una profonda religiosità di matrice cristiana. Ma il daime, almeno per me, non è da intendersi come una dottrina esclusivamente legata a questa religione. Sebbene tutto il rituale ruoti attorno a Dio e a Cristo, chi prende il daime può avere visioni di carattere strettamente personale, inerenti alla propria realtà quotidiana, anche in forma laica o agnostica. Il fine ultimo è quello di rispondere ai propri dubbi di ordine intimamente umano e sociale, con l’obiettivo di trovare un’armonia con il mondo e con se stessi. Da tutti coloro che lo seguono, comunque, il culto del daime è considerato un’evoluzione del cattolicesimo.”
Il tour della comunità termina nella chiesetta, piuttosto disadorna ma molto fresca. Fuori l’umidità e il calore sono allucinanti, ma lì dentro, come in tutte le chiese, si respira un’aria gradevole, tanto che qualcuno ha lasciato del riso a essiccare ai piedi di un’immagine sacra.
“Ha un significato rituale?”, domando da vero ficcanaso, National Geographic-style, indicando il riso.
“No, è che qui è più fresco e secco.”
“Quando viene frequentata la chiesa?”
“Solo nei giorni di festività ufficiale. I fedeli hanno un’uniforme bianca e verde e si radunano solo in certe date. Così come il daime, che viene bollito solo in alcune giornate ritenute adatte.”
“E quali sono le differenze, rispetto alle altre dottrine?”
“Se esistono, sono minime. Irineu Serra era un ex soldato, per cui nel rituale che inventò immise una serie di comandi e gerarchie che si rifacevano all’esercito. I maestri sono ‘comandanti’, i fedeli ‘soldati’ ecc. Nella ‘Barquinha’, invece, tutto è ispirato alla marina militare - ecco il perché delle uniformi blu - e i maestri sono almirantes, ‘ammiragli’. Piccole sfumature, dettagli di un’unica dottrina. C’è chi ci tiene a queste differenze, ma per me, in fondo, sono solo aria fritta.”
“E quelli dell’União do Vegetal?”
“Dogmatici, strangolati da mille regole e regolette. I fedeli sono iscritti e pagano una quota, e la setta ha un sacco di chiese in tutto il Brasile e in mezzo mondo.”
“E per quanto riguarda il rapporto con la legge? Il daime è considerato una droga?”
“No, non è proibito, ma ci fu un periodo, durante la dittatura del 1964, in cui la polizia civile cercò di stangare la comunità adducendo che lo chá era una droga, dopo decenni di uso legale. Irineu, però, aveva ottimi agganci con i militari, per cui il daime non fu mai proibito. Brasilia mandò una commissione di militari, scienziati, psicologi e antropologi a investigare se il daime potesse causare dipendenza e provocare problemi di ordine sociale. Nulla di ciò fu riscontrato, anzi, si stabilì che il culto aveva una funzione sociale. In questi anni il suo utilizzo ha tolto molti adolescenti sbandati dalla strada, gente che si era persa nell’alcol e nella droga, quella vera, e che si è ritrovata seguendo la dottrina.”
“E all’estero?”
“Là fuori, dove ben pochi conoscono il daime, negli ultimi anni si sono verificati episodi sconcertanti. Qualche membro della comunità è stato arrestato negli aeroporti olandesi e spagnoli con un po’ di chá e solo a processi ultimati si è stabilito che la sostanza non era una droga. Per cui non sono stati condannati. Però di rogne ne hanno avute parecchie.”
Mentre torniamo al pick-up Maurilio mi racconta un po’ di sé.
“Vengo da Ouro Preto, nel Minas Gerais, e sono anarchico. Anzi, credo che perfino l’anarchia sia troppo istituzionalizzata, quindi diciamo che non sono niente. Da giovane ero un hippy e durante il periodo della dittatura venni a sapere che nell’Acre c’era qualche scoppiato che seguiva i rituali degli indios, bevendo una strana bevanda che dava effetti molto particolari. Lasciai tutto quello che avevo, abbandonai un lavoro sicuro e mi fiondai qui. Non me ne sono mai pentito. Qui incontro gente di tutto il mondo, parlo diverse lingue e ogni anno mi faccio almeno un paio di viaggi all’estero, per visitare le altre comunità. Tra un po’, infatti, dovrei fare un salto ad Assisi. Se ti va ci andiamo assieme, così potrai provare il daime a casa tua, nel cortile del papa.”
“Considerami prenotato.”




P.S. Il mondo è bello perché strano. Guardate un po’ che cosa ho trovato sul sito di La Repubblica, qualche tempo dopo il mio incontro con Maurilio:

Ad Assisi, la Casa Regina della Pace era il centro di spaccio.
Ventiquattro ordini di custodia cautelare a ricchi professionisti
Dietro il movimento religioso una traffico di allucinogeni

PERUGIA - Sulla targa della sede di Assisi c'è scritto Casa Regina della Pace. Ma i finanzieri, dietro il movimento religioso Santo Daime, la cosiddetta Religione della foresta, hanno scoperto un'organizzazione che spacciava stupefacenti. Ventun persone arrestate, tre ordini di custodia cautelare recapitati in carcere ad altrettanti imputati già detenuti. L'operazione "Mistica" svela un giro internazionale di allucinogeni e mette il naso in un sodalizio criminoso che aveva radici in Brasile e diramazioni nei maggiori paesi europei; in Italia, le sedi di Santo Daime erano in Piemonte, Lombardia, Liguria, nel Lazio e nella zona del Trieste. Oltre alla Casa Regina della Pace ad Assisi, il Santo Daime a Trieste, il Caminho das estrellas a Milano e Genova. Tra gli adepti del movimento, laureati e professionisti, tra i 25 e i 60 anni, con discrete disponibilità economiche.
Iscriversi al movimento costava dai 15 ai 30 euro ma per ogni rito gli associati dovevano versare altri 45 euro (per due riti, sconto di 15 euro). Niente soldi in contanti: i versamenti erano indirizzati ad una banca di Miami, in Florida.
Due volte alla settimana, nelle sedi del movimento, i "sacerdoti" celebravano riti pseduoreligiosi durante i quali distribuivano agli affiliati una droga liquida di color marrone chiamata Santo Daime. Gli esperti la considerano un allucinogeno pesante, capace di provocare effetti devastanti sul sistema nervoso. La bibita veniva distillata da piante coltivate in Brasile e recapitata agli affiliati che ordinavano via e-mail.
La droga raggiungeva l'Italia per via aerea. Dall'agosto scorso, sono stati sequestrati 40 litri di Dmt (dimetiltriptamina) fino a domenica scorsa quando, a Reggio Emilia, finanzieri della polizia tributaria di Perugia hanno fermato il principale indagato che fuggiva verso il Mozambico con due litri di droga. Altri sequestri erano avvenuti agli aeroporti di Perugia, di Ciampino a Roma, a Cassinelle, in provincia di Alessandria, e a Milano.
Secondo la Guardia di Finanza gli adepti al movimento sono migliaia, sparsi un po' in tutto il mondo. Il movimento pseudoreligioso Santo Daime fu fondato agli inizi del XX secolo in Brasile ma oggi conta affiliati nel sud e nel nord America oltre che in Olanda, Spagna, Germania, Francia, Portogallo e Italia: la sede di Assisi era la principale tra le agenzie italiane.
(18 marzo 2005)






Gerusalemme non era in Palestina?
La Secretaría de Turismo di Porto Velho, nello Stato di Rondônia, sembra istituita per combattere la disoccupazione, più che per dare informazioni ai turisti. Anche perché qui manca la materia prima, i turisti. Nessuno visita questo angolo di Amazzonia per turismo, se non per una tappa fra Manaus e il Pantanal.
Tutti, nell’ufficio, fumano come bestie, e non serve sventolarmi il naso o aprire le finestre, nessuno percepisce la mia rompicoglionaggine antitabagista.
“Mi spiace, niente auto per scarrozzarti in giro. Sono tutte impegnate. Però, se vuoi, stasera, dopo il dentista, ti posso portare a cena in un ristorante che fa ottimi piatti di pesce. E per domani ti posso organizzare un incontro con la gente di Nova Jerusalém.”
Entrambe le proposte del Sig. Ivo, l’impiegato che mi riceve, sono allettanti e le accetto con piacere. Stringo molte mani, annuso troppe sigarette, elargisco sorrisi anche alla macchinetta dell’acqua ed esco.
La sera il pesce me lo mangio da solo, Ivo si deve essere dimenticato di me o è rimasto sotto i ferri del dentista. Prima di andare a letto recito una preghierina affinché l’impiegato mantenga almeno la seconda parte della promessa.
In effetti, il giorno dopo all’ora stabilita, alla porta del mio albergo arriva sgommando un tipo piuttosto strano, alla guida di un’auto scoreggiante che deve aver visto molte lune.
“Nazareno, piacere.”
“P-Pietro. Piacere.”
Nazareno è sulla cinquantina ma ha una parlantina logorroico-adrenalinica da ventenne cocainomane, e una guida peggio. Lungo i quindici chilometri che separano Nova Jerusalém da Porto Velho non riesco a distogliere lo sguardo dal volante, alternando infinite occhiate alla sua maglietta piena di gesùcristi, al suo cappellino ricoperto di croci e ai suoi occhiali neri da mafioso di Miami.
In mezz’ora Nazareno mi rintrona di chiacchiere, dati, esclamazioni, graças à Deus, sempre sia lodato, risate, lamentazioni contro il governatore, quel gran filho da puta, che non scuce mezzo real per la comunità. Non mi lascia un secondo per controbattere, fare una domanda, infilare un punto interrogativo o un ma tra i suoi fiumi di parole. Gli ultimi due-tre chilometri di sterrato fanno da centrifuga e da colpo di grazia al circuito orecchie-cervello-testicoli.
“Vuoi fare qualche foto?”
Naza parcheggia, scende dall’auto e si infila in uno sterpaio fangoso. Vorrebbe che lo seguissi fra le sabbie mobili, ma gli faccio notare che ho comprato le scarpe il giorno prima e che lì attorno non c’è un bel niente da fotografare. Naz mi indica entusiasta una parete di mattoni intonacata.
“Sono i muri che fanno da sfondo al palco. Lavoro immane, eretto con le braccia e il sudore del popolo. Non lo fotografi?”
“No, grazie. Non c’è vita. Non c’è luce. Non vedo il sudore.”
Alle orecchie del mio autista crociato questa deve sembrare una bestemmia.
Questa Nova Jerusalém (ce ne sono altre in giro, a cominciare da una più nota nel Pernambuco) è attiva, così mi dicono, da vent’anni, grazie all’attività teatrale del gruppo Exodus. È famosetta in zona, ma nel resto del Brasile ben pochi conoscono questa comunità teatral/religiosa. Qui non recitano attori professionisti - come invece avviene nel Pernambuco -, non circolano somme importanti, il sudore è un prodotto della gente locale e i costumi degli attori vengono disegnati e prodotti in loco, tessuti dalle famiglie che vivono nella comunità. Tutto, dunque, ha un sapore autentico, casereccio, di non-sponsorizzato, anche se il viaggio è lo stesso, vecchio ormai più di duemila anni.
Nazareno riparte dalla palude e parcheggia in un piccolo piazzale che è il cuore della comunità.
“Qui vivono circa cinquanta famiglie e abbiamo perfino una scuola elementare.”
L’occhialuto mi presenta un paio di maestre che stanno scodellando il pranzo a una dozzina di bambini ululanti.
“Il nostro lavoro è semivolontario. Semi nel senso che il salario è simbolico e ogni giorno dobbiamo fare su e giù in autobus da Porto Velho. Però, così, i bambini ricevono almeno un’istruzione di base. Se per andare a scuola dovessero raggiungere la città rimarrebbero analfabeti. Il governo, inoltre, ci passa qualche real per i pasti, e se Dio vuole riusciamo a offrire loro una specie di menù variato tutti i giorni.”
La missionaria mi fa dare uno sguardo al cardápio:
- lunedì 100 gr di riso, 50 gr di fagioli, 50 gr di pasta
- martedì 100 gr di riso, 50 gr di carne di manzo, 1 banana
ecc.
Ma siamo qui per parlare di cose sante e invisibili, non per un corso di alimentazione. Quindi ecco che arriva tutta la sacra famiglia, o quasi. La testa di ponte è..., non può essere che lui, Gesù in persona. O la sua controfigura più riuscita, a prova di plastica facciale.
A ruota arriva un tipo con una barba biblica, sembra Mosè appena uscito dal barbiere, tanto i peli che gli partono a raggiera dal mento e gli arrivano ai capezzoli sono stirati e ondulati alla perfezione. I due sono la coppia vincente, il traino fisso dello spettacolo che qui, causa piogge paurose, si tiene in maggio anziché in marzo (differita della Settimana Santa).
Mosè ha una logorrea rara, manco Naza parla così tanto, e per rispondere alle mie domandine semplici semplici la prende mooooolto alla lontana. Partendo da Adamo ed Eva, o giù di lì.
“Quanto costa l’entrata allo spettacolo?”
“Beh, devi sapere che il governo, sia a livello statale sia a quello municipale, non ci passa alcunché. Altre spese prioritarie, dice sempre il governatore. Per cui tutto è lasciato sulle nostre spalle...”
“Sì, ma quanto costa?”
“La nostra gente non ha nulla, sì e no guadagna un salario minimo, duecentoquaranta reais al mese, i più fortunati. Sono tutte famiglie con almeno tre figli, e solo alcuni hanno un lavoro...”
“Sì, ma quanto costa??”
“Per cui tutto qui è frutto del sudore, del lavoro e dell’impegno della comunità. I tessuti dei costumi costano, ogni anno sempre più cari, e di anno in anno si logorano, si rompono. E poi la vernice, il materiale per i ritocchi al palco...”
“Sì, ma quanto CAZZO costa??!?”
“Cinque reais a cranio.”
Mosè, tra una chiacchiera e l’altra, mi offre un caffè, mentre Nazareno mi sciorina mezzo miliardo di ritagli di giornale e di fotografie sul tavolo, tutte prove dell’importanza dello spettacolo. Mi cade l’occhio sul retro di un ritaglio del Diário da Amazonia, in data 16/5/2001, dove spicca il titolo
Berlusconi quer dirigir a Itália como uma empresa
Anche qua, minchia.
In molte foto è ritratto Gesù che soffre, piange, lacrima sangue sotto le frustate dei perfidi romani. Giuda impiccato, le vergini che si disperano, la soldataglia romana che mena smadonnando, Ponzio Pilato che si lava le mani, il Figlio del Signore che fa vedere le otturazioni al fotografo mentre trascina disperato e dolorante una croce mastodontica in massello.
“Sono un Gesù professionista da oltre quindici anni”, mi confida il capellone. Si deve girare mezzo Brasile, portando la croce qua e là e mettendo assieme uno stipendio.
A vedere tante foto mi è venuta voglia di scattarne qualcuna, anche se siamo visibilmente fuori stagione (febbraio) e tutti sono occupati in faccende poco teatrali.
“Non è che qualcuno di voi si potrebbe mettere un costume dello spettacolo, solo per fare un paio di scatti?”
Non mi sembra di chiedere la Luna, ma faccio l’errore di rivolgere la domanda a Mosè.
“Mmmhhh, troppo complicato. I costumi ci sono, è vero, ma li teniamo in un magazzino. Dovremmo recuperare le chiavi. E poi chi li indossa? È una responsabilità molto alta.”
“Mah, può essere uno chiunque di voi. Tu stesso, ad esempio, sei molto fotogenico, con la barba che ti ritrovi...”
“Non so, beh, bih, boh. No, no. Per farlo bisogna chiedere l’autorizzazione alla comunità. Ci vuole tempo. Perché non torni in maggio?”
“Perché tra un mese dovrò tornare in Italia. Perché vivo dall’altra parte dell’oceano. Perché i biglietti degli aerei  non me li regalano.”
“Che peccato. E poi dove le vorresti fare, queste foto? Il palco non è allestito, abbiamo bisogno di tempo.”
“Pensavo a un paio di semplici ritratti in costume. Come sfondo potremmo usare quella parete - gli indico un rilievo sul quale è raffigurata un’Ultima Cena (‘Gesù che fa colazione’, come una volta mi disse un bambino in un negozio di oggetti sacri del Piauí, uno Stato del Nord-est). Cinque minuti in tutto, a farla lunga.”
“N-no, mi dispiace. Abbiamo bisogno di tempo, dobbiamo chiedere permessi, autorizzazioni. Occorrono visti e marche da bollo.”
Burocrazia ottusa. E dire che con Nazareno mi sono spacciato per credente, pur di fare qualche foto decente. Ma il cielo è grigio, il palco spoglio, la Settimana Santa lontana settecento settimane, manca la volontà politica e gli unici soggetti che valgono il costo della pellicola sono il volto di Gesù e la barba di Mosè. Tuttavia, nonostante il loro percettibile desiderio di protagonismo, in particolare del primo, non ho seguito l’iter consueto, ho dimostrato fretta, ansia produttiva. Dunque niet, picche, nada. Uno come Mosè, per inciso, con i suoi ritmi da bradipo annodaparole, durerebbe un quarto d’ora in una empresa del Berlusca. Però, per fortuna, anche se i titoli dei quotidiani vaticinano il contrario, il mondo (una parte) non è ancora un’empresa del Berluskaiser. Forse perché qui, a Nuova Gerusalemme, al posto delle giacchette stirate e delle strategie vincenti, marciano ancora a croci e barbe cotonate. Graças à Deus.












Parte seconda
Tribù



Minha tribo sou eu
eu não sou cristão
eu não sou ateu
não sou japa não sou chicano
não sou europeu
eu não sou negão
eu não sou judeu
não so do samba nem sou do rock
minha tribo sou eu
eu não sou playboy
eu não sou plebeu
não sou hippie hype skinhead
nazi fariseu
a terra se move
falou galileu
eu não sou maluco nem sou careta
minha tribo sou eu
ai ai ai ai ai
ié ié ié ié ié
pobre de quem não è cacique
nem nunca vai ser pajé

(Zeca Baleiro, da PetShopMundoCão)


La mia tribù sono io
io non sono cristiano
io non sono ateo
non sono giapponese non sono chicano
non sono europeo
io non sono negrone
io non sono ebreo
non sono un sambista né sono un rockettaro
la mia tribù sono io
io non sono playboy
io non sono plebeo
non sono hippie hype skinhead
nazi fariseo
la terra si muove
disse Galileo
non sono scoppiato né borghesuccio
la mia tribù sono io
ai ai ai ai ai
ié ié ié ié ié
poveretto chi non è capoccia
che non potrà mai essere nemmeno stregone







Evangelici, peste del Duemila
La rogna è cominciata pian piano, tipo AIDS o SARS, per poi montare in maniera esponenziale negli ultimi tempi. Chiunque conosca la televisione statunitense, gonfia di invasati e di urlatori di Dio, sa di che cosa parlo. Il Brasile, ne sono sempre stato consapevole, è un paese altamente americanizzato, in molte sue sfaccettature. Ma, ingenuamente mi dicevo, ‘sta peste non attecchirà, almeno qua. I brasiliani hanno ben altro/di meglio, sono intelligenti e creativi. E invece...
Oggi il battaglione protestante brasiliano corrisponde a cinque volte quello che era nel 1940, il doppio del 1980: in circa cinquant’anni, di questo passo, metà del paese sarà ‘convertito’. Il termine esatto, appunto, è ‘convertito’: un evangelico sceglie il proprio credo, da adulto, non gli viene affibbiato da genitori intossicati quando ancora è in fasce e ignora gli orrori del mondo (la demenza, dunque, è adulta e consapevole). Le orde di Bin Laden della croce, che spaziano in tutte le classi sociali, fra esponenti dello sport e della politica, che attraversano favelas e quartieri chic, televisione e carceri, in alcuni stati della confederazione raggiungono cifre impressionanti. In quello di Rio de Janeiro e in quello di Goiás superano il 20% degli abitanti, in quelli di Rondônia e di Espírito Santo oltrepassano un quarto della popolazione. La chiesa ufficiale del paese più cattolico del mondo, dunque, sta perdendo posizioni, lentamente corrosa da fiumi, fiumiciattoli e rivoli di chiese e sottochiese concorrenti. Nella grande orgia della fede, infatti, coabitano protestanti ‘tradizionali’ (Luterani, Presbiteriani, Battisti e Avventisti del Settimo Giorno), ‘pentecostali’ (i più numerosi di tutti; spettacolari i nomi dello loro chiese: Congregação Cristã no Brasil, Assembléia de Deus, Evangelho Quadrangular e Deus é Amor) e addirittura ‘neopentecostali’ (Igreja Universal do Reino de Deus, Internacional da Graça de Deus, Renascer em Cristo e Sara Nossa Terra - “Cura la Nostra Terra”). All’appello vanno aggiunti Mormoni, Testimoni di Geova e Avventisti, tutti catalogati come ‘paraprotestanti’. Non so specificare nel dettaglio quali siano le differenze tra una chiesa e l’altra, probabilmente una sostiene che Lo inchiodarono con chiodi di otto centimetri e un’altra di sette, i fedeli di una mangiano pesce il venerdì sera e quelli di un’altra il lunedì a colazione. Comunque sia, capirete come al papa vengano attacchi di ansia ogni volta che sente parlare di Brasile (e nella lista della spesa non ho inserito candomblé, spiritisti e affini, altro bel calderone della fede).
La peste, dicevo, dilaga in tutti i settori della società brasiliana. Al Congresso Nazionale di Brasilia il gruppo di politici evangelici, negli ultimi anni, è cresciuto quasi di pari passo al PT, il partito di Lula. “Um, dois, três, quatro, cinco, mil, queremos um evangélico presidente do Brasil”. Questo lo slogan dei supporter di Anthony Garotinho, presbiteriano con il triplo mento, candidato alle presidenziali e, se Deus quiser, trombato ai voti da Lula. Garotinho (‘Ragazzino’), ex governatore di Rio de Janeiro, in questi anni è diventato famoso soprattutto per la questione del telefono cellulare di Fernandinho Beira-Mar, un capocosca del narcotraffico catturato e segregato in un carcere di massima sicurezza. La massima sicurezza, all’atto pratico, si era trasformata nella massima comodità di comunicazioni: dal carcere Beira-Mar poteva continuare a fare i propri porci comodi, inviando comandi ai picciotti via cellulare. Quando sulla stampa circolò la notizia delle telefonate del mafioso, Garotinho, che le avrebbe dovute impedire, fu pubblicamente sputtanato. Solo dopo decise di dare un giro di vite alle vacanze del narcotrafficante, togliendogli dalle mani lo strumento di Satana. L’esercito di favela inaugurò quindi, come rappresaglia, una specie di intifada carioca. Negozi di interi quartieri chiusi durante i giorni feriali per solidarietà al vero sindaco della città, incendi a raffica di autobus e attentati simbolici contro i luoghi più noti del turismo a Rio: bombette davanti all’hotel Meridien (uno dei più amati dai nostri puttanieri) e a un ristorante della spiaggia di Leme, pistolettate contro le finestre dell’antico hotel Gloria. Beira-Mar, diventato una patata troppo bollente per le carceri di Rio, è stato quindi spedito (ci hanno provato) verso le galere di massima sicurezza del resto del paese, ma nessun altro governatore sembra volerlo nel proprio territorio. La sua presenza impone sistemi di sicurezza troppo onerosi, per cui se lo palleggiano da uno stato all’altro, in attesa di una collocazione definitiva.
Uscito malconcio dal primo turno delle presidenziali (il triplo mento e la questione dei cellulari non gli hanno dato tutti i voti che si aspettava), Garotinho ha deciso di appoggiare Lula al ballottaggio. In cambio, dopo la vittoria, ha ottenuto diversi benefit per la moglie, eletta in sua successione come sindaco (virtuale) della cidade maravilhosa. Il primo atto politico di Dona ‘Garotinha’ è stato quello di dare una mano di bianco alla sede del municipio, dove fino ad allora aveva lavorato (con buoni risultati) e sporcato Benedita da Silva, sindachessa del partito di Lula, involontariamente negra ed ex favelada. In questo gesto così eticamente corretto e signorile, un vero atto di fede all’evangelica.






Politica, ma non solo. Nei campi di calcio sono frequenti i giocatori che, dopo aver fatto goooooooooooooool, si svestono e sbandierano magliette ricoperte di messaggi da crociato. È stata fondata persino la Associação dos Atletas de Cristo, forte di diecimila iscritti. Il São Caetano, squadra-rivelazione degli ultimi tempi, scende in campo con metà dei giocatori che vestono una maglietta con la faccia frichettona di Gesù sotto l’uniforme azzurra ufficiale. Assíria Nascimento, la donna di Pelé, è una stella della musica gospel, ennesima tremenda peste che in questi anni ha inquinato l’altrimenti meraviglioso panorama musicale del Brasile. Il mercato musicale evangelico do Brasil è diventato una vera e propria industria e si calcola che dia lavoro, in forma diretta o indiretta, a circa due milioni di persone. Nel paese fanno affari novantasei etichette specializzate, che registrano e spacciano impunemente il prodotto di un migliaio di ‘musicisti’ illuminati dalla fede. Il più famoso di tutti è il padre-cantante Marcelo Rossi (cattolico), una vera star ormai da anni. In campo femminile, invece, il mercato dell’ugola santa è dominato da Cassiane, una cicciarda brutta come la fame il cui ultimo disco ‘pop-evangelico’ ha venduto oltre un milione di copie. Ogni città brasiliana che si rispetti ha negozi specializzati in musica evangelica, magliette, gadget & miracoli.
Tutto questo nettare per le orecchie viene diffuso nell’etere dalle oltre trecento emittenti radiofoniche e dai canali televisivi evangelici che imperversano nel paese. Si è calcolato che oltre l’80% della programmazione religiosa della tv brasiliana sia di matrice evangelica. L’Igreja Universal do Reino de Deus è proprietaria della Record, il terzo network più importante del paese, mentre su internet centinaia di pastori offrono assistenza spirituale on-line alle pecorelle smarrite. Tra queste, così come negli USA, affluiscono in forma sempre crescente gli ex malandrini pentiti, soprattutto narcotrafficanti o tossici che, superato ogni limite umano di putredine interiore, improvvisamente hanno una conversione/illuminazione e, dall’alba al tramonto, decidono di imboccare la salvifica via del Signore. Un terzo degli adolescenti brasiliani coinvolti nel traffico di droga si dichiara evangelico. La nuova (vecchissima, in realtà) malattia ha un particolare successo tra i detenuti. Si è calcolato, per esempio, che nell’ex carcere-mattatoio di Carandiru, a São Paulo, prima della sua chiusura (post-strage), un quinto dei detenuti fosse evangelico. A quella nobile istituzione, nota per il massacro di centoundici carcerati ad opera della polizia durante una ribellione, è dedicato il noto film di Hector Babenco. In Carandiru uno dei protagonisti, il carcerato più cattivo e putrido, poco prima di essere massacrato dalla polizia, verso la fine del film, ha una conversione simbolica di come il virus attecchisca nei ghetti della sfiga.
Ma non è finita qui. Se gli statunitensi, nel fanatismo che li contraddistingue qualunque cosa facciano, sono riusciti a partorire Bibleman (un supereroe evangelico che combatte il male a suon di spada e di versetti della Bibbia; il suo video ha venduto oltre quattrocentomila copie), anche i soldati di dio brasiliani si sono dati da fare. I protestanti controllano 934 istituzioni scolastiche di vario livello, per un totale di 740.000 alunni. Le case editrici evangeliche vendono quindici milioni di libri religiosi all’anno, mentre la rivista Consumidor Cristão è stampata con una tiratura media di 20.000 copie. Custódio (un nome un programma) Rangel Pires, presidente dell’Associazione degli Uomini d’Affari del Vangelo Pieno (pieno de che?), è il leader di un gruppo che riunisce 25.000 impresari convertiti. Questi berlusconcini benedetti seguono la ‘Teologia della Prosperità’, una dottrina che legittima il lucro e secondo la quale dio premierebbe chi contribuisce corposamente al benessere economico della propria chiesa. San Francesco, probabilmente, si rivolterebbe nella tomba se solo vedesse le opere faraoniche e i movimenti di denaro realizzati da persone come Edir Machedo, fondatore della miliardaria Igreja Universal do Reino de Deus. Ripreso nel 1995 in un video in cui il ‘pastore’ nuotava in una montagna di dollari (Walt Disney non ha inventato nulla), Machedo è stato accusato di frode fiscale. Le sue chiese, edifici che poco hanno da invidiare alle piramidi egizie, continuano a proliferare in ogni angolo del Brasile. La fortuna economica del ‘religioso’ è dovuta soprattutto a uno spettacolare lavaggio del cervello che termina in una raccolta di decime (Machedo non ha inventato nulla) oltre la media: i fondi da lui raccolti attraverso le donazioni superano del 10% le decime tradizionali. Un libro di Machedo, nel quale l’autore attacca la concorrenza (le religioni afrobrasiliane), ha venduto più dell’ultimo volume pubblicato dal popolarissimo (e sopravvalutatissimo) Paulo Coelho.
Il risultato più tangibile, quotidiano e fastidioso di questa intossicazione generale, è il modo osceno di intercalare che ha attecchito la semitotalità dei brasiliani. Un po’ come un arabo/musulmano medio infila un insha’allah una parola su tre, oggi un brasiliano, anche se non particolarmente religioso, infila un graças à Deus una parola su tre (o, nel caso di un arrivederci, un vai com Deus, cui l’interlocutore/rice risponde con il rituale amén). “Come stai?” “Bene, graças à Deus”, “Sei riuscito a prendere l’autobus, ieri, durante lo sciopero?” “Sì, graças à Deus”, ecc. Io, ogni volta che ne sento uno, non ce la faccio a trattenermi, e domando impertinente: “Graças à quem?? ”






Scimmie
La prima volta che misi piede nel Pelourinho, lo spettacolare cuore antico di Salvador de Bahia, ero semiterrorizzato.
“Attento, quando esci non portare nulla con te. Là fuori ci sono solo ladri e assassini.”
Così la vecchia alla reception dell’hotelazzo Anglo-Americano (così si chiamava; oggi non esiste più) aveva traumatizzato le mie ansie turistiche, vedendomi uscire a ficcanasare con quella mia faccia, vestiti, taglio di capelli da gringo. Era il lontano 1989 e il ‘Pelò’ era ancora quello di Sudore, uno dei migliori libri di Amado. Tagliagole, zoccole impestate, truffatori assortiti, una tipa con le gambe gonfie come Moon Boot™ grazie a un’elefantiasi non curata. Di sera, se facevi due passi da quelle parti, era meglio avere amici potenti e molto abbronzati, la faccia incazzata e pochi, pochissimi orpelli (soldi, orologio, catene e braccialetti d’oro, anelli con diamanti). Se eri visibilmente gringo/a te ne stavi buonino/a nella camera d’albergo a guardare la tv o, al più, uscivi per cenare (i gringhi alla Cantina da Lua, infestata di lavoratrici a tassametro, le gringhe da Banzo, infestato di montatori a tass.), poi dritto/a a nanna.
Abbagliato dalla bellezza della città antica, e mosso da ideali iconoclasti nei confronti delle vecchie che lavorano alle reception, il secondo giorno ero già lì che, noncurante dei mille potenziali pericoli e moniti, fotografavo tutto il fotografabile: chiese, vie, viuzze, azulejos scrostati e baiane sorridenti. In puro gringo-style. Il profuno di dendê delle baiane (gnocca power) aveva vinto cento a uno contro qualsiasi spauracchio terroristico.
Poi, all’improvviso, per qualche oscuro disegno dell’Alto, dopo anni di ‘dimenticatoio’, il ‘Pelò’ si trsformò in un cantiere edile sponsorizzato dal governo locale (agenzie immobiliari). Gli splendidi edifici coloniali, fino ad allora abbandonati e decadenti, corrosi dalla muffa, sgranocchiati da topi e scarafaggi, furono lentamente ricoperti da impalcature, muratori birrosi ma laboriosi, tinte pastello con i colori di tutto l’arcobaleno. Le case e le settemila chiese, una a una, furono tirate a lucido, i malandrini vennero spinti a lanciafiamme e manganello verso altre favelas, i negozianti cominciarono a passare il panno sulle vetrine quindici volte al giorno e a fatturare in valute pregiate. Se fino al giorno prima il prato feito era il piatto più consumato della zona, dal maquillage in poi la pizza frango e catupiry (pollo e formaggio molle) divenne il must delle coppiette di paulisti in luna di miele nella Bahia-così-tipica.
Il sudore era evaporato, Olodum si era trasformata da banda musicale composta da bambini di strada specializzati nella batucada africaneggiante in industria di cd, magliette, cappellini e canzoni stronze (grazie al LA di Paul Simon e al colpo di grazia di Michael Dixan Jackson), topi e scarafaggi erano scappati verso altre fogne terrorizzati da tutto quel tacchettio di turisti biondi (fino ad allora avevano sempre e solo ascoltato il ciabattìo delle consunte havaianas), i malandrini erano stati stangati abbondantemente e confinati in altre fogne. L’industria del turismo era partita con il vento tra le poppe, come direbbero le teste di manager italiane.
D’altronde non poteva essere diversamente. Il luogo era già così spettacolare che, con quattro pennellate di tinta sulla muffa e un po’ di DDT negli ani degli scarafaggi, il ‘Pelò’ si era trasformato al volo in una Disneyland del turismo etnico-storico-musical-pizzaiolo. I capoeristi un tanto all’ora che, fino a quel momento, erano sopravvissuti estorcendo a forza e minacce e litanie di berimbau qualche spicciolo ai gringhi gonzi che li fotografavano/riprendevano mentre inscenavano una roda, ora si erano organizzati ed estorcevano pezzi buoni, verdi e con le facce dei presidenti gringhi sopra, a molti gringhi gonzi. L’economia marciava, tutti erano apparentemente più felici e ricchi di prima, Oxalá aveva finalmente benedetto questo luogo dimenticato da suo cugino Dio e le baiane in costume calamitavano sempre più clienti nelle oreficierie a suon di sorrisi smaglianti su gengive viola (non ho mai visitato tanti negozi in vita mia come in quel periodo, anche se non ho mai comprato una cicca).
Questo limbo, anestetizzato dai fiumi di caipirinhas e dalle orde tambureggianti di imitatori di Olodum, nel tempo aveva consolidato il business del luogo. Se di sera ti volevi divertire, bere qualcosa, sentire un po’ di musica dal vivo, vedere qualche abbronzata/o artificialmente sorridente, dovevi andare al ‘Pelò’. Il posto era diventato un ghetto per turisti, dove potevi addobbarti come un albero di Natale e andare in giro tranquillo. I molti poliziotti di ronda ti davano un senso di pace e invincibilità, anche se ti chiamavi Jørgën, venivi da un fiordo norvegese ed eri biondo-che-più-biondo-non-si-può.
Questo fino all’anno scorso, cioè fino all’ultima caipirinha che sono riuscito a trangugiarmi in santa pace.
Un paio di settimane fa, l’ultima volta che vi ho messo piede, le cose sono andate diversamente. Ero a Salvador in missione. Con me una ventina di turisti, io il capobranco.
“Pietro, ci porti al pelorigno stasera?”
“Certamente.”
La dura professione dell’accompagnatore turistico impone questo e altro.
Fatta una carovana di taxi dall’albergo, lascio il gruppazzo ad assistere a una roda di capoeira fasulla nel Terreiro de Jesus e corro a telefonare alla fidanza, all’altra parte del Brasil, e rassicurarla che è unica. La giornata è stata faticosa e preferirei di gran lunga starmene spaparanzato con lei nella vasca da bagno del mio hotel piuttosto che a parlare di amenità con emeriti sconosciuti in una cornice fin troppo conosciuta. La dura prof.
Ma il gruppo chiama.
“Pietro, portaci a un bar carino, per favore.”
Quando li raggiungo vedo che l’Altone, un quarantenne padre-di-famiglia in ottima forma fisica (lo splendido quarantenne delle massaie, uno che sembra uscito da una pubblicità di dopobarba o di assicurazioni), sta confabulando animatamente con un negretto dalla faccia insistente e rompicogliona.
“Problemi?”, domando ai due.
“No, no, nulla.” Il tipo se ne va.
Sento odore di bruciato. Il Terreiro de Jesus, nell’epoca del sudore, era la peggio piazza del ‘Pelò’. Se volevi spacciare un traveller’s cheque rubato venivi qua. Se volevi una zoccola con la gonorrea, l’herpes e i condilomi contemporaneamente venivi qua. Se volevi farti rapinare venivi qua.
Ma poi, mi dico, è arrivato il repulisti. Ma poi ancora, continuo a dirmi, oggi sembra pieno di ubriachi, accattoni, piranhas, rompicazzi di natura varia. Un po’ alla vecchia. Poca polizia in giro. Pulizia non ne parliamo. Un imprinting del nuovo presidente operaio Lula? Boh.
Trascino il branco giù per una ladeira, fino alla gola del Pelourinho. Tavolini di ferro giallo Skol®, sediazze di plastica bianca, birra stupidamente gelata, caipirinha deliziosa, tudo beleza. Il gruppone s’impossessa di quattro tavoli, siamo circondati da un migliaio circa di occhi puntati addosso, venditori ambulanti, professioniste, professionisti, omosensuali. L’intero campionario assortito.
Mentre si siede, l’Altone bofonchia qualcosa alla moglie, con lo sguardo incarognito verso l’infinito.
“Che cos’è successo?”, gli domando, curioso e con fare da capoclasse.
“Niente, Pietro, niente. Sono un cretino. Hai presente quel tipo con il quale mi hai visto confabulare, lassù? Mi ha rifilato un pacco. Volevo un po’ di maria, gli ho dato cinquanta reais, lui in cambio mi ha dato un bel foglio di carta arrotolato con il niente spinto dentro.”
Oltre che bello e assicuratore, l’Altone vuole giocare al ggiovane.
“Cazzica, Arnaldo, ma non lo sai che il Terreiro de Jesus, la piazzetta in cui eravamo prima, è il posto migliore di Bahia per farsi fare dai pusher e dalla polizia?”, sentenzio con tono esperto. Sopracciglio sinistro aggrottato.
Altone, pur consapevole della propria fesseria, non deve aver buttato giù l’affronto (ma come, a me, così alto, in forma, viaggiato, conoscitore degli usi nonché dei costumi del mondo, con maglietta Armani e una carriera vincente?). Tanto che, al primo venditore di collanine ubriaco che ci propone le sue uniche, unicissime merci preziose a suon di alitate etiliche, A. reagisce ruggendogli qualcosa addosso. Accompagna il ruggito con il gesto della mano del re borbone che allontana la servitù invadente dopo aver ruttato il terzo fagiano.
A. avrà pure i suoi diritti sindacali alla privacy (durante il city-tour della mattina ogni componente del gruppo, A. incluso, ha comprato tutte le collanine del creato in quadrupla copia dagli avvoltoi che vegetano all’entrata del faro della spiaggia della Barra), ma pure Superciuk ha i propri. Anche e soprattutto perché siamo nella sua città.
“Che vuole da me, ‘sto gringo? Non lo sa che questa è casa mia? Salvador, Bahia, Brasil? No Milano. Lo conosco? Gli ho fatto qualcosa di male? Ho per caso offeso sua madre?”, mi fa in baiano stretto. L’aura di capobranco mi circonda, l’etilista mi ha riconosciuto come tale, sono l’unico della comitiva che parla portoghese e sa che per piazzare i suoi ninnoli dovrà essere diplomatico. Almeno con me.
  I due si alterano vicendevolmente, due mondi a confronto (bianchetto Armani VS nero-blu favelado), due gradazioni alcoliche a confronto, io in mezzo. I due galli si rimbeccano, si spingono fronte contro fronte, alito contro alito, sguardo trafiggente contro sguardo trafigg., offese altoatesine contro cose di Bahia, io in mezzo. Il gruppo, tutto intorno, osserva attonito, impaurito, dubbioso. Finirà a bottigliate di Skol sulla nuca? Sulla nuca di chi?
In un estremo tentativo di riappacificazione tra i popoli, tra Nord e Sud, prendo una mano a cadauno e cerco di farle stringere. Nulla da fare, i poli diversi ma uguali si respingono.
Mi siedo, A. si siede, il baiano offeso continua ad alitarmi una filippica nelle orecchie antigringhi alla quale non mi resta che rispondere con sorrisi, pois é, tem razão, com certeza, meu irmão …
Mi sento davvero a disagio, come credo l’intero gruppo. In questo momento mi sogno disteso sul lettone a cinque stelle cullato dai cavalloni che si infrangono sotto le finestre dell’albergo. Ma sento dentro di me le formiche, o le tarantole che mi passeggiano sulle braccia. Mi suda persino il polso su cui indosso uno Swatch arancione con cinturino di caucciù, un vecchio regalo di un vecchio amico. Non faccio in tempo a slacciarlo, appoggiarlo sul tavolino e a lisciarmi la foresta di peli del polso che un venditore di arachidi mi avvisa:
“Attento, te lo possono rubare...”
Snobbo il suo avvertimento, con un obrigado di circostanza. Il solito terrorismo.
Così come era scoppiato, in un baleno l’odio fra i popoli si trasforma in pace & amore fraterno. Come solo a Bahia può accadere. I due nemici per la pelle di mezzo minuto fa ora sono abbracciati, entrano assieme nel bar, A. offre un giro di birre (poi un secondo, poi un terzo) al venditore e a un codazzo di capoeristas muscolosi che, non appena si è sparsa la voce di un gringo generoso, gli si sono incollati ai tacchi. E ai quali è impossibile dire di no.
Semisbronzo, dopo un po’ A. riesce a trascinarsi fuori dall’antro alcolico. Dà appuntamento ai suoi nuovi amici per domani sera. Domani sera, per la cronaca, saremo in spiaggia, a un centinaio di chilometri da qui.
A questo punto il gregge dimostra chiari segnali di averne abbastanza (sbuffi, sguardi vacui e/o preoccupati, sbadigli) della lunga giornata baiana: troppe chiese, troppe birre, troppe collanine, troppi mendicanti. Troppa tensione. Tutti, meno quattro (A. il capo pasdaran dei rimaniamo ancora un po’, evidentemente non ne ha avuto abbastanza della rissa sfiorata), prendono dei taxi e si vanno a rintanare in albergo.
Faccio due passi con le coppie rimaste - A. più consorte, fratellone della moglie più relativa metà -, soprattutto per far sbollire A., prima di prendere il nostro taxi. Rotoliamo un po’ lungo la discesa del Largo do Pelourinho, la piazza principale del ‘Pelò’, ai piedi della fondazione Jorge Amado. Di fronte alla chiesa di Nossa Senhora do Rosário dos Pretos, quella azzurrina costruita dagli schiavi ‘liberati’, deflagra un localaccio da cui escono boati reggae. Ci sono passato davati già mille altre volte, ma non ho mai avuto il coraggio di mettervi piede dentro. E poi, stasera, sono in piena tenuta da gringo: pantaloni quasi chic da skater, scarpe nere lucide, camicia guayabera messicana davvero chic, Swatch arancione con il vetro più che ammaccato (ma all’apparenza, se visto da lontano, chic). E poi, stasera, dall’antro spira aria di rogne: facce alcolizzate, poca gente ma musica al massimo, forte odore di maconha, immondizie in abbondanza per terra.
“Pietro, dài, facciamo un salto là...”, mi fa A., un uomo che davvero non ne ha mai a basta. “Scusa, A., ma sei sicuro? Per entrare là ci vogliono i peli dentro al petto.”
A. fa una smorfia che sa di figurati-che-cosa-vuoi-che-sia, per cui parto in testa, i quattro a rimorchio (altrimenti che accompagnatore sono?).
E questi sono i dieci secondi seguenti.
Metto un piede dentro il locale, che è all’aperto, privo di coperture. Al bar c’è qualche cliente sbronzo inclinato a quarantacinque gradi sul bancone, tra bottiglie di cachaça vuote e montagne di bicchieri di plastica usati. In una specie di arena in miniatura quattro gatti zampettano robe tardo-giamaicane.
Non so se è per il paio di birre che mi sono trangugiato, ma il posto mi sembra fare il girotondo. No, non sono le birre. Il fatto è che, in una frazione di secondo, vengo circondato da una decina di favelados che hanno deciso di fare la giostra, con me al centro. Dire che mi sento osservato è poco. I dieci lancillotti mi passano allo scanner, valutano rapacemente che cosa/quanto potranno fatturare con il mio guardaroba. Tutti mi sembrano fratelli gemelli: mulatti, magliette colorate, pantaloni ggiovani, cappellini imbecilli, sguardo cattivo e assolutamente privo di amore per il prossimo, fisico palestrato.
Come sento puzza di tacchino bruciato, inizio anguillescamente a disegnare con le gambe qualche spirale attorno all’arena (povero tentativo gringo di imitazione della capoeira). I dieci ladroni si fanno sempre più pericolosamente vicini, il raggio della spirale, distanza me-loro, sempre più corto. Mi pare di fare lo slalom gigante nello spazio di uno sgabuzzino, la giostra rotea sempre più veloce e vorticosa, sento le natiche che mi si stringono.
“Che (cazzo) ci faccio qui?©”, è l’ovvia domanda che mi rivolgo. Non ho risposte.
La morsa si fa sempre più stretta, i predoni stanno analizzando i miei possedimenti da distanza troppo ravvicinata. Sento le prime dita che mi toccano. Qualcuno mi tira per una spalla, da dietro.
Scorgo uno spiraglio in corrispondenza dell’entrata/uscita, ora o mai più. Fuoco ai tacchi, inizio a correre. Come un imbuto, la gang di favela tenta di bloccarmi la strada, tipo onde dell’oceano che si richiudono dopo che Mosè è passato e ha fatto quello che doveva fare. Le scimmie mi si avvinghiano addosso, sento venti braccia e mani che mi pettinano, afferrano, graffiano, strappano, rastrellano.
“Fuori, fuori!”, grido ai quattro della retroguardia che, allibiti, hanno sì e no capito che cosa sta succedendo.
Tutto questo in dieci secondi.
Arrivato in strada, salvato il culo, tachicardia a mille, è giunto il momento di valutare i danni. L’orologio non c’è più, i macachi me l’hanno strappato di dosso. Certamente hanno rotto il cinturino nuovo di zecca per il quale avevo sborsato quindici euri poco prima di partire. Il portafogli è ancora al suo posto, sono riuscito istintivamente a non farmelo fottere, usando la mano destra a mo’ di badile sulle cento mani che hanno tentato di aspirarmelo dai pantaloni (gli skaters, si sa, usano stoffa di prima scelta). La guayabera ha tutte le tasche a posto, niente strappi. Pure la faccia, niente strappi. Cazzo, mi è andata be-nis-si-mo.
I quattro mi sembrano più bianchi di me in volto.
“Pietro, che cos’è successo?”
Il casino è stato così fulmineo che, forse, non si sono resi conto fino in fondo del livello di buona sorte che abbiamo avuto. Tutto poteva finire con un paio di coltellate al fegato, mio e loro.
Vedo una pattuglia della polizia che passa in auto. Li fermo. Concitato, racconto loro i miei dieci secondi di terrore. In cambio, tutto quello che ottengo è un:
“Vada a fare denuncia al commissariato più vicino.”
Il bello è che la pattuglia si trova a cinque metri dal localaccio e tutti i malandrini sono ancora là dentro, in attesa del prossimo gringo da spogliare vivo. Gli sbirri di entrare lì non ci pensano nemmeno. Ingranano la prima e se ne vanno sgommando.
Non ci resta che prendere il primo taxi per l’hotel, dove cercare di dormire e dimenticare.
Morale della favola.
In passato ho difeso, quasi ciecamente, idealizzandola, la tranquillità della vita brasiliana, nonostante i mille orrori quotidiani pubblicati sui giornali e trasmessi alla tv, sentiti per voce del vicino o delle vecchie alle reception. Ma è anche vero che, in passato, ero più attento a camuffarmi da brasiliano povero, ad andare in giro in braghini e havaianas, zero orologi fighetti, zero camicie chic. Soprattutto per non provocare il desiderio. Nel tempo mi devo essere imborghesito, eccessivamente rilassato, e ora, giustamente, ne pago le conseguenze. Fesso che sono, me lo meritavo.
Chi ha detto che la vecchiaia porta consiglio?







Le Rosse
Non bastava lo strasuccesso di Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Safina, Boccelli e di altri orrori, spacciati impunemente in tutti i negozi di cd e sulle bancarelle di musica taroccata degli ambulanti brasiliani. Non è bastato lo stupro pubblico alle orecchie perpetrato dal relativamente rosso Tiziano Ferro, una cui hit ha seminato orgasmucci in mezzo paese, dopo essere stata infilata nella colonna sonora dell’ennesima telenovela sbrodolante sentimenti & commenti. No, il Brasile, paese con il migliore repertorio musicale del mondo, con il magazzino più pieno di gente che scrive e canta come De Andrè (padre) comanda (senza scomodare gli ormai arcinoti Caetano Veloso e Marisa Monte, pensiamo ad altri Grandi: Lenine, Zeca Baleiro, Adriana Calcanhotto, Gabriel O Pensador, O Rappa, Fernanda Abreu), aveva bisogno di ulteriori porcate di importazione con cui imbandire la tavola. Se in Brasile esiste il Meglio del Meglio (in tutti i campi), è altrettanto vero che circola il peggio del peggio. A volte clone di ciarpame importato (fosse roba made in Brazil, per lo meno, avrebbe una pseudodignità di originalità, e invece...). Stiamo parlando, Signori, delle Rouge, un gruppo di ragazzotte aerobiche alla Take That, costruito ad artificio per diffondere un virus a noi ben noto.
Ricordate le spagnolissime Katchup? Yes, claro. Chi, nel 2002, non ha canticchiato, consapevole o inconsapevole di ciò che stava facendo e propagando nell’etere, la stramaledetta Asereje? Chi è innocente scagli la prima bottiglia di passata di pomodoro. Io per primo ho sognato, sognai, di canticchiarla sotto le lenzuola assieme alla rossa, la più anoressica fra le tre sorelle associate per delinquere. Magari assieme a tutte e tre. Ma questo è passato remoto. Il passato prossimo è un Brasile (una casa discografica del) che, fiutato il business mostruoso, dall’oggi al domani ti costruisce ad hoc un gruppo musicale con l’unico scopo di clonare una hit europea e diffonderla, con lucro allucinante e senza via di ritorno, in un paese di oltre centottanta milioni di persone musicalmente sensibili. Spacciandola come roba autoprodotta (cioè senza dilungarsi in spiegazioni circa la provenienza), e questo è il bello. Nulla di nuovo, per carité. Su YouTube si trovano versioni spettacolari di Asereje in giapponese e coreano.
In realtà, le Rouge devono aver pagato qualche dirittuccio d’autore alle madrine Katchup (cazzica, almeno nel scegliersi il nome potevano essere un po’ più originali, no? Rosse come il ketchup, que tristeza, que pobreza...), e in uno dei loro video le fanno pure apparire sullo sfondo (clausole contrattuali o coscienza rossa, forse). Il fatto, però, è che la versione brasiliota di Asereje all'epoca è sbarcata, come Cabral, in un paese che non conosceva la versione spagnola. La Scoperta, in pratica, è stata che le Rouge avevano inventato quella, chiamiamola così, canzone.
Il virus, com’era prevedibile, si è diffuso a macchia d’olio. La canzunciella cretina, portoghesizzata, è circolata dalle cascate di Iguaçú al Rio delle Amazzoni senza barriere culturali o arboree, credo che persino gli yanomami, nel cuore della loro capanna più imboscata tra le liane e i tronchi di pau brasil, si siano messi ad ancheggiare al suono contagioso di Asereje. E le componenti della band, un mazzo di adolesceme tutte risolini e rossetti fosforescenti, gel e cervello in cantina, ma con uno spiccato senso per gli affari, si sono fatte trasformare come pongo in una vera e propria industria. Pubblicato il loro primo cd, con Asereje in quindici versioni differenti (l’originale, il remix, il remix del remix, ecc.) e qualche altro miagolio tappabuchi, che ha venduto come il riso e i fagioli, hanno iniziato il loro bel ciclo di tour d’ordinanza. Oggi a Rio, domani a Belém, dopodomani a Porto Alegre. Eserciti di fan sono accorse in massa e in calore, e i tetti dei teatri che le hanno ospitate sono crepati dalla quantità altisonante di gridolini emessi. La madre di tutte le fogne, la tv, ne ha fatto l’ennesimo caso (biografie costruite e tagliate su misura, storie personali verissime-lo-giuro, interviste a iosa, ombretti e gusti di gelati preferiti), e l’editoria parrucchiera l’ha seguita a ruota (foto delle Rosse a destra e a manca). L’ovvia tappa successiva è stata quella di trasformare le Rouge in un marchio di fabbrica©®™, in una macchina per uccidere i portafogli dei genitori, o in una griffe, come si direbbe negli ambienti più sofisticati europei. Oggi le scarpe delle Rouge (rosse, ovvio; le volevate azzurre?) per bambine innocenti sono quotate come quelle della pluridecorata e sempre-sulla-breccia Barbie.
È prevedibile e auspicabile, che, come tutti i fenomeni analoghi, fatti al computer e gonfiati con la pompa da bicicletta, un bel giorno le Rosse scompaiano dal panorama acustico del Brasile (nel frattempo sono uscite con il secondo cd). Così come sono nate e come è naturale che sia nella composizione dei peti. Nuovi odori, però, potete starne sicuri, prima o poi arriveranno.
PS: per concludere, e per non essere ipocriti. Perché, se noi abbiamo la Rossa, i brasiliani non possono avere le Rosse?







Una città davvero eclettica
Da tempo volevo fare un salto alla Cidade Eclética, una comunità spiritica nei pressi di Santo Antônio do Descoberto, nello stato di Goiás, vicino a Brasilia. Conoscevo già il fuori-di-testa Vale do Amanhecer (‘Valle dell’Alba’), la principale comunità spiritica del Brasile, anch’essa a breve distanza dalla capitale. Ma su una guida avevo letto che la ‘Città Eclettica’ era stata fondata da un aviatore giapponese, una specie di kamikaze che, dopo gli orrori della guerra, si era dedicato al misticismo. Doppia dose di curiosità, dunque.
Come al solito, le guide sono farcite di cazzate, prime fra tutte quelle che scrivo io, infatti, giunto alla comunità, mi viene immediatamente chiarito che Mestre Yokaanam, il padre fondatore, era giapponese come Pelé. Nome di origine ebrea, che con il paese della yakuza ha ben poco a che spartire. L’unica verità contenuta nella guida era che, durante la vita ‘laica’, questo maestro con un nome da motocicletta era stato aviatore, chaffeur privato, su ali, nientepopodimeno che del presidente che partorì Brasilia, Juscelino Kubitscheck.
La guida che mi scorta in giro, indispensabile per capirci qualcosa nell’intricata dottrina di questa comunità (e controllare che io non infili il naso dove non devo), è Isocrates, uno dei numerosi nomi d’arte che vengono dati a coloro che hanno ‘passato’ l’iniziazione esoterica. Questi nomi si rifanno all’antica Grecia, alla Roma dell’Impero, alla Palestina pre-casini e all’Egitto dei faraoni, in quanto i novizi, appena accolti nel gruppo, sarebbero in qualche modo (non mi è ben chiaro quale, forse questioni di reincarnazione) legati alle personalità di quelle epoche. Primo punto interrogativo.
Isocrates, specie di receptionist che si occupa dei ficcanaso esterni pieni di dubbi (giornalisti, perlopiù), mi fa conoscere i luoghi, la storia e le infinite regole di questo strano posto.
“Nella Cidade Eclética vivono circa mille-millecinquecento persone, di cui cinquecento al suo interno. Gli altri abitano le case che la circondano. Oltre alle donazioni, possiamo contare sulle sovvenzioni del governo statale e di quello municipale. La scuola, ad esempio, è sovvenzionata dallo Stato, ma presto sarà sostenuta dalle finanze municipali. Chi vive dentro i confini ha fatto una scelta ben precisa: ha donato tutti i propri beni alla comunità (non fatelo sapere al mago/parrucchiere do Nascimento), mentre chi sta fuori frequenta il luogo ma ha mantenuto il possesso dei propri beni.”
“Tu dove abiti?”
“Fuori.”
Le piccole costruzioni che visitiamo - una chiesa, un archivio, un ospedale, l’asilo e diverse case - hanno tutte colori vivaci, soprattutto rosa e bianco. E la comunità è delimitata da un lungo muro rosa.
“La Cidade Eclética è soprannominata ‘Cidade cor-de-rosa’, Città Rosa. Il rosa e il bianco, infatti, sono i colori dell’amore. Chi vive all’interno della comunità ottiene gli alimenti gratuitamente, così come ogni altra cosa, a cominciare dalla casa. I nuovi arrivati devono passare un periodo di prova di tre mesi, dopo i quali vengono accettati o meno.”
“E quali sono i principi religiosi?”
“Tutta la dottrina della Cidade Eclética si basa sulla commistione del cattolicesimo allo spiritismo di tardo Ottocento del francese Allan Kardec. Il rito consiste in una messa cattolica tradizionale, in portoghese, seguita dal lavoro dei medium, il trabalho de mesa, il ‘lavoro di tavolo’, ogni venerdì. Anche il mercoledì e la domenica teniamo sessioni di trabalho espiritual, e c’è un autobus apposito che porta la gente dalla città. Il nostro è un movimento eclettico-religioso, filantropico e universalista, che promuove l’unione di tutte le sette del mondo. Tentiamo, attraverso la liturgia e la carità, di offrire e stimolare l’assistenza materiale (attenzione, Wanna è ancora in gabbia?) e spirituale. Come obiettivo abbiamo l’applicazione delle parole pronunciate da Cristo durante il suo Sermone della Montagna. Inoltre abbiamo contatti con i boy-scout e il candomblé, che alcuni chiamano umbanda branca, anche se in realtà non lo è.”
Molti, molti punti interrogativi.
“E i tre punti a triangolo, che vedo dopo quasi tutti i nomi scritti - placche con aforismi e citazioni qua e là -, che cosa significano?”
“Sono un simbolo massonico che indica la ligação iniciática, l’unione iniziatica. Le nostre cerimonie, infatti, cominciano sempre con un rito massonico. Rappresentano la ‘Legge del Triangolo’: il primo la necessità, il secondo la creazione mentale, il terzo la creazione materiale o realizzazione.”
Massoneria? Cazzo c’entra? Gelli, la P2, i servizi deviati, Costanzo, i boy-scout, i triangoli e Gesù Cristo? Si sono bevuti una botte di acido??
Raggiungiamo l’archivio della comunità, dove sono conservate diverse fotografie dei vari maestri, fra cui quella del fondatore. Quasi mi prende un colpo. Avete mai visto Gesù Cristo in fotografia? Io sì. Yokaanam, tre punti, è in posa biblica da Figlio del Signore, con le mani incrociate sul petto, una barba da Mosè e i capelli da frichettone, il tutto avvolto da una tunica bianca di classica memoria. Sguardo perso verso l’alto dei cieli.
Il giro prosegue nell’interessantissima farmacia naturale, la Farmácia Homeopática Universal, dove sono prodotte e conservate quantità industriali di bocce e boccette, capsule e sacchi di erbe (qui la battutaccia sarebbe troppo facile). I farmaci vengono offerti gratuitamente ai malati dell’ospedale attiguo, ma le capsule sono anche in vendita, per gli ‘esterni’ che ne fanno richiesta. A pochi passi, in un piazzale erboso, spicca un buffo monumento di una donna di colore che tiene in braccio un bebè bianco. Sotto una placca metallica che spiega come quello sia il monumento alla Mãe Preta Universal (inizio ad avere l’impressione che qui tutto sia universale), la Madre Nera Universale. Yokaanam, tre punti, rimase orfano a quattro anni e da allora fu allevato da una dada nera.







“Isocrates, per favore, parlami un po’ della vostra storia.”
“La Cidade Eclética fu fondata nel 1956 dal Mestre Yokaanam, tre punti, che la diresse fino alla sua ‘disincarnazione’: noi non usiamo il termine ‘morte’. Da allora sono cresciute numerose sedi distaccate, un po’ in tutto in Brasile, ma anche in Paraguay e in Argentina. Oggi la comunità è diretta da tre ‘fratelli’, tre punti cada, nove in tutto, e ci occupiamo di diverse attività. Per esempio abbiamo una tipografia che stampa un giornale mensile, O Nosso (‘Il Nostro’), che funge da bollettino della comunità. Ha una tiratura di circa millecinquecento copie, ma non è distribuito in tutte le edicole della zona. Solo alcune, soprattutto quelle specializzate in pubblicazioni esoteriche, lo accettano. Inoltre stampiamo parecchi libri - Isocrates me ne allunga un paio; titoli: Preciosos Momentos da Jornada Eclética e O Mestre e Seus Discípulos, volume I; non gli chiedo il volume II, questi sono già zeppi di aforismi e regole e punti, avrò da studiare per almeno sei mesi - e abbiamo una scuola con circa ottanta bambini. Poi c’è il lavoro nei campi che circondano la Cidade. Chi frequenta la comunità deve seguire diverse regole. Innanzitutto la castità e il pudore nell’abbigliamento e nei costumi sessuali. Le donne possono entrare solo con la gonna lunga - alle visitatrici che indossano altri indumenti ne forniamo una all’entrata -, e durante i riti si usa il Balandrau, una toga che serve per le liturgie ufficiali. Ha colori diversi - bianco, azzurro, giallo o rosso -, a seconda dell’energia che si è creata. Per quanto riguarda la sessualità, vige la castità più ferrea. Nella Cidade Eclética convivono solo coppie sposate e non sono tollerati atteggiamenti lascivi.”
Lascio Isocrates all’ingresso della comunità. Mi ronzano le orecchie, troppi dubbi irrisolti. A casa mi studierò un po’ di letteratura, chissà se ci capirò qualcosa. Prima di congedarci, però, Iso mi regala un altro, preziosissimo gadget, il calendario della Cidade Eclética. Nella parte alta spiccano le foto di Mestre Yokaanam (tre punti grandi come tre case e lui che osanna le masse), del Pantheon ‘O Solitário’ (non è roba napoletana, ma la chiesa principale della comunità), il Monumento alla Mãe Preta Universal, il Pozzo delle Acque Benedette di Siloé (un pozzo dal quale si tirano su secchiate di ottima acqua minerale) e una dozzina di maestri in toga che fanno l’annuale pellegrinaggio della Settimana Santa. Per curiosità sfoglio le pagine, dove spiccano alcune date davvero importanti: il 13 maggio (Giorno della Mãe Preta Nacional), il 15 maggio (Giorno dell’Indipendenza del Paraguay), il 29 agosto (Decapitazione di San Giovanni Battista), il 21 settembre (Giorno dell’Albero), il 2 ottobre (Giorno di Mahatma Gandhi), il 15 ottobre (Giorno del Professore) e il 24 ottobre (Arcangelo Raffaele; ma non era Gabriele?). Tre punti a sfare, in ordine sparso. Un calendario davvero eclettico, con un vago aroma di polpettone. Quello di Frate Indovino, in confronto, sembra il gioco dell’oca.







Sem graça
Potrò vivere settecentocinquant’anni in Brasile e difficilmente riuscirò a partecipare a un carnevale come un brasiliano doc, a sudare quanto lui/lei, saltare, travestirmi, cantare, muovere le anche, sbronzarmi, rotolarmi per terra, esaltarmi perché la band del momento esegue la hit del momento. Paresi alle anche e al cervello da freddo occidentale, pure se bevo venti caipirinhas, deve essere questo il termine pseudoscientifico per definire la mia incapacità di partecipazione.
Assistere, invece, da bravo spettatore, è un altro paio di maniche. Noi europei siamo maestri, in questa arte. Gli occhi sono uno scanner sul sempre acceso circuito cervell/uccello, la macchina fotografica una semplice prolunga dei medesimi dotata di memoria, azionata da abusate ansie feticistiche (immortalare = possedere).
Se non con le anche e con la sudorazione, dunque, almeno con gli occhi e con le Nikon ho goduto diversi carnevali a più latitudini dello sconfinato Brasil. Ho amato l’orgia di ani e paillette a Rio, lungo l’ordinato Sambódromo o nella follia del carnevale di strada. Ho apprezzato l’insostituibile mix di architettura coloniale, stradine acciottolate strette strette, alcol a fiumi, pazzoidi e pederasti di tutte le razze a Olinda. Ho sopportato con enorme fatica l’arrapamento costante nel vedere indie seminude a Manaus, in una magica unione di chiappe sudate e colori patinati ai ritmi del Bumba-meu-boi, provare per credere, ogni parola è insufficiente per descrivere. Ho saltellato e alzato polvere dietro il trio elétrico di Ivete Sangalo a Salvador de Bahia. I Bastioni di Orione e oltre, dunque, posso già morire in pace.
Sapendo, però, che alla follia non c’è mai limite, soprattutto in Brasile, mi sono lasciato abbindolare al volo quando mi hanno parlato del Carnagoiânia, un’edizione fuori stagione del carnevale di Goiânia. Mi aspettavo un carnevale in salsa caipira, contadina, vagamente ispirato alla versione locale del country, non importa se di matrice gringa, comunque di sapore/cultura goiana. E invece...
Bestemmiato l’imbestemmiabile per trovare un parcheggio, schivato un miliardo di bagarini che mi volevano rifilare un ingresso, una birra, uno spiedino, una cugina, eccomi nell’arena con i leoni e le tigri. Ci metto mezzo minuto a capire com’è l’andazzo. L’autodromo di Goiânia, trasformato per l’occasione in Sambódromo (ma senza samba), è un imbuto di un chilometro intasato di trios elétricos e di migliaia di testine saltellanti davanti, intorno, dietro, sopra, sotto. Ai piani alti dei trios schitarrano e urlano cocainicamente gruppi baiani, Chiclete com Banana® e Aguia Branca©, per forza di cose baiani e non goiani. La massa, là sotto, oltre ad avere i timpani deflorati e la birra al posto del sangue, è vestita tutta con la stessa magliettina schifosetta, l’abadá, quella che, come durante il carnevale di Salvador, si compra al posto del biglietto d’ingresso per poter partecipare a questa cretinata. Paghi caro, ti metti una divisa di gusto bassino, ti butti nella baraonda e segui la truppa. Senza la minima interpretazione personale, senza un costume personalizzato, senza un’idea originale. Quelli con il massimo della fantasia sono coloro che tra le mani hanno due lattine di birra Skol anziché una. Questo sarebbe il divertimento, e nei giorni che precedono il casino organizzato c’è chi si scanna, si indebita, ruba i soldi alla madre, vende l’argenteria o la dentiera del nonno per comprare l’ambita maglietta del menga.
Questo il girone A, riservato a chi vuole partecipare, sentirsi parte di qcosa (la grande famiglia delle magliette gialle, piuttosto che di quelle rosse), andare da A (il punto di partenza dei trios lungo l’autodromo) a B (il punto finale, passando per un ettolitro di cerveja). Originalità zero, spettacolo totalmente importato dalla Bahia, tutto molto sem graça .
Il girone B, quello dei camarotes, è quanto di più chic l’élite locale (figli di papà fazendeiro) apprezzi, forse ancor più della marcia in truppa lungo l’imbuto d’asfalto (i nobili, è noto, non amano faticare). Un posto in un camarote può costare l’equivalente di un salario minimo e dà diritto a: vista panoramica sulle masse dall’alto dei cieli; musica personalizzata nei momenti di fiacca sonora, fra un trio e il successivo; maglietta/uniforme personalizzata (si fa per dire) con il numero della scatola in cui ti hanno ingabbiato (il camerino in questione); abbondanza di cibi e bevande non-stop, portate fino a esaurimento scorte o esplosione delle capacità intestinali da un esercito di camerieri sudati; la possibilità di godere della compagnia della propria turma, gomito-a-gomito, in un’unica orgia di sudore e aliti; un vago puzzo di aristocrazia da due soldi, giustificata esclusivamente dal portafogli di babbo più capiente di quello dei babbi del popolaccio che si agita là sotto; la rara e inestimabile opportunità di incocciare in un eroe delle novelas, un attore/rice della Rede Globo in carne e ossa che si lustra l’ego fra i comuni mortali.
Ma veniamo al girone C, quello più vero e succoso, quello con più condimento e più dannati. Il vero carnevale. Quello che l’élite chiama pipoca, pop-corn, in quanto è ciò che sobra, che rimane dopo aver tolto i piatti migliori dalla tavola. Per fare la pipoca prendete i seguenti ingredienti:
- troie da autostazione;
- sbirri nazionalsocialisti incarogniti;
- gente arrapatissima;
- alcolizzati terminali;
- venditori ambulanti di birre e di whisky mescolato a Red Bull, armati di vassoi e bicchierini;
- vergini con l’abito (bikini) della domenica;
- ladri e stupratori;
- giornalisti e fotografi che tentano di fare il loro porco dovere;
- energumeni della segurança (vigilanza) che cercano, invano, di tenere calmini i più facinorosi;
- clan di pusher rivali;
- viados a caccia;
- cacciatori di lattine di birra vuote (quelle della Coca o del guaraná non vanno bene, sembra che abbiano una composizione metallica poco pregiata) da rivendere a chi le ricicla;
- rambi su di giri a caccia di facce da spakkare.
  Spruzzate il tutto con:
- fiumi di birra, di alcolici pesanti e di derivati;
- qualche sacco di patate pieno di cocaina;
- i vestiti più kitsch che riuscite a immaginare;
- testosterone a camionate;
- un forte aroma di alcol, sudore, urina, sperma, fumo di spiedini;
- cappellini e fazzoletti imbecilli in testa ai più imbecilli, sponsorizzati da qualche mafioso politico locale a caccia di voti (per nulla imbecille);
- tonnellate di immondizie non riciclabili.






Come ciliegine e candele sulla torta e nella ciotola del pop-corn, aggiungete le seguenti macchiette:
  1) un cretino di mezza età che in garage si è costruito un elmetto da capocantiere con incastonati due portalattine di birra, il cui contenuto è convogliato non-stop direttamente in gola da un intricato sistema di tubi e pompetta portato sulla groppa a mo’ di zainetto, tipo aspersore di verderame per le viti da uva;
  2) un cinghiale ubriaco, parte di una turma di cinghiali ubriachi in tutto e per tutto uguali a lui (stesse magliette, stessa adipe, stessa mancanza di trombate da anni luce; sì, avete letto bene: anche in Brasile c’è chi non fa festa), che, sbronzo marcio, si rotola a terra, eiacula acqua con uno spruzzino da giardiniere addosso alle ragazze di passaggio, pensando che queste si sentano calorosamente lusingate da una tecnica di abbordaggio così galante e aprano le gambe in suo onore; lo stesso cinghiale che, dopo la milionesima spruzzata a vuoto, e il milionesimo vai tomar no cu, esgoto  ricevuto in cambio, affoga la frustrazione in un dolcetto al cioccolato comprato da un ambulante, se lo spalma in faccia, rotola per terra, la gente lo osserva schifato, come un maiale nel fango; lo stesso cinghiale che, in un improvviso risveglio dei sensi, ha un guizzo, si rialza e, senza motivi apparenti (forse ha telecapito ciò che penso di lui), comincia a prendere a spallate le impalcature che sorreggono me (mi sono appostato su una torretta, per meglio godermi il peggio) e le mie sante Nikon, facendomi temere il peggio;
  3) una coppia uscita da un luna-park, costituita da un lui palestrato, pantaloni mimetici modello Africa Korps, torso scolpito nudo, bandana arrotolata a banana sulla fronte, ghigno omicida sul volto, lattina di Skol in una mano, fidanzatroia nell’altra; una lei uscita da un annuncio sui giornali (faccio tutto per trenta reais), zeppe da cubista, unghie dei piedi laccate e leccate di rosso, pantaloni aderenti di lycra fucsia, lordosi ai limiti della rottura della spina dorsale, top striminzito e capezzolare, lineamenti da bambola di gomma da sexy shop, sguardo spermatico elargito a 360°, il tutto a malapena tenuto a bada dal rambo-padrone, che le stritola una mano mentre lei occhieggia i membri dell’intero autodromo;
  4) un mauricinho (camicina stirata dalla donna di servizio, mocassini, facciozza da ragazzo per-bene-figlio-di-mamma, conto in banca non sottozero, saldi principi e pochissima figa vera, almeno del genere riportato al punto 3; di solito la fidanzata corrispondente, semmai, è una patricinha, bionda, boccuccia a confetto, saldi principi, ambizioni di matrimonio in chiesa, prima causa della debolezza del conto bancario del partner), ARRAPATISSIMO; questo mauricinho, evidentemente al momento privo di una patricinha, si deve essere imposto scientificamente di raccogliere qualcosa: Skol in mano, espressione troppo seria e tesa (tipo entro da McDonald’s e apro il fuoco) per raccogliere qualcosa di buono, sintomo di un attizzamento fuori dal comune, muove vorticosamente il collo da gallina, come un faro che scandaglia ogni ragazza femmina sopra i dodici anni e sotto i settanta che gli passi davanti (è piantato nel bel mezzo dell’asfalto, a fare da tappo a chi passa, nella vana speranza che qualcuna gli sbatta contro; nessuna gli sbatte contro); vani tentativi di baciare al volo quelle più carine, che lo schivano schifate e sputanti; dopo una mezz’oretta di tecnica così ammaliante (il tipo ha uno sguardo talmente allucinato che non riesco a staccargli gli occhi di dosso), deve aver pensato che il suo look sia troppo perbene, per cui decide di infilarsi uno schifoso fazzoletto-propaganda dell’ennesimo candidato politico sulla zucca, a mo’ di preservativo; il risultato è quello che è, tragico, tanto che me ne vado, per non vederlo piangere; dopo un’altra mezz’ora, quando ripasso, il mauricinho è ancora lì che rotea collo, pupille, Skol e aspettative; domani, oltre che con un bel mal di testa da dopo-sbronza, si deve svegliare con un torcicollo della madonna (qui Nossa Senhora da Aparecida).
Mescolate il tutto, frullatelo per una notte intera, fino all’alba, e con un cucchiaio (rete da tonni) tirate via la schiuma di immondizie (bicchieri di plastica, lattine vuote di Skol scampate ai riciclatori, adesivi e cappellini stronzi di candidati stronzi, preservativi usati, reggiseno saltati, portafogli svuotati e senza più un padrone), quindi versate il contenuto tiepido in una terrina di coccio. Ecco servito il carnevale più sem graça che c’è (dopo quello italiano).






Ho fatto il Brasile
Qualche anno fa ho preso il patentino di accompagnatore turistico, quasi esclusivamente con l’idea di scarrozzare i gruppi in braghini nell’amato Brasil. Una possibilità in più, una tantum, per fare un salto nella mia Patria d’adozione. Sfiga vuole, però, che nel paese più amato dagli italiani lavorino molte, troppe guide che parlano un ottimo azzurro. Inoltre, in Occidente il suddetto paese gode di una fama non eccezionale (i soliti meninos de rua, la violenza, le malattie, le favelas, ecc.), per cui molti potenziali turisti lo boicottano, timorosi che come scenderanno dalla scaletta dell’aereo qualche figlio di passeggiatrice tagli loro i tendini delle caviglie con una lametta da barba e gli/le fotta il salvadanaio. Fattore non ultimo, il Brasile è un paese enorme: per conoscerlo occorrono grandi quantità di tempo, non certo i quindici giorni dell’all inclusive.
Tutto questo, ovviamente, l’ho saputo/ragionato dopo aver affrontato le fatiche dell’esame, preparato studiando robe spassosissime come le classificazioni delle stelle di campeggi e alberghi (attribuite in base ai numeri di bidè per piano), o imparato a memoria, come una poesia del Carducci, la definizione di ‘pacchetto turistico’, oppure ancora le affascinanti e conturbanti differenze tra guida/accompagnatore/interprete. I diversi tipi di biglietti ferroviari italiani. Tutte materie davvero indispensabili quando, sul campo di battaglia, ti ritrovi a dover chiedere un asciugamano pulito per la Signora Culosporco nella giungla guatemalteca o a lottare con l’avidità di una guida yemenita per le commissioni sugli acquisti dei Signori Spendenti.
Il risultato di circa quattro anni di carriera è stato che sono riuscito a portare i turisti in Brasile una sola volta (in compenso ho fatto spesso e poco volentieri su e giù nelle navi da crociera che intasano quell’intestino del Nilo), più per il piacere di rimetterci piede che non per la vil pecunia. Il tour operator che mi ha ingaggiato, infatti, annusato al volo il mio cieco entusiasmo filobrasiliano, mi ha imposto un diktat ferreo, prendere o lasciare:
“Scazzièri, il gruppo è piccolo, davvero minimo. Siamo riusciti a mettere assieme appena otto pax (di solito se ne calcolano almeno quindici per ammortare le spese dell’accompagnatore), per cui o accetti una diaria infima o saremo costretti a contattare una guida locale che li raccatti all’aeroporto di Rio.”
“Infima quanto?”
“Cinquantamila lire, lorde. Sappiamo che è un insulto alla tua professionalità, però se ti diamo di più non c’è margine.”
Non bastava la paga simbolica, dovevano pure usare le parole professionalità e margine, quelle che più amo assieme a sinergie e trend. Una bestemmia cada, ogni volta che le sento uscire da qualche fogna.
Nel giro di ventiquattrore, il tempo di valutare i pro e i contro, tolto un 20% di ritenuta d’acconto, ho calato le brache e ho accettato. Era tempo che non respiravo l’alcol da trazione nell’aria e non mi sorseggiavo un guaraná, che non mi intasavo l’esofago con una feijoada fatta come Oxalá comanda. Non potevo rifiutare, la saudade era troppo forte. Lo avrei fatto anche gratis, ma a quelli dell’Azienda mi sono guardato bene dal dirlo.
Oltre al compenso insultante, l’altra rogna era che di sicuro mi avrebbero appioppato un gruppo di nonni: l’Azienda è nota per avere come clienti affezionati soprattutto degli ex giovani, in particolare come testa. Anche se all’anagrafe hanno vent’anni la loro mentalità media è da bancario in pensione. Nel grande business del turismo c’è chi si specializza in viaggi per vedere dio, chi in viaggi per sfracellare quaglie e arpionare salmoni, chi in viaggi per sfracellare e arpionare un po’ di figa. L’Azienda ha scavato la propria nicchia nella famigerata terza età, qualunque sia il certificato di nascita dei suoi frequentatori. Gode, inoltre, di una certa fama nazistoide, come orientamento politico della dirigenza, come camicie ben stirate degli impiegati e come ideologia media dei clienti. Azienda della Padania del Nord, pochi clienti terroni ed estremamente esigenti. In teoria, dunque, un accompagnatore che lavori per loro si dovrebbe meritare una paga almeno doppia, non dimezzata (anzi, per essere precisi, un terzo della minima sindacale. Li mortacci loro).
A Malpensa la sorpresa è zero. Esattamente quelli che mi aspettavo, se possibile ancor più brutti. Due coppie di pensionati nordici, a posteriori i più simpatici del gruppo: un lui con l’alitosi, l’altro un ex manager da poco ritiratosi dal lavoro (abbigliamento da vacanziero d’altri tempi, un mix di camicie anni Settanta con colletti a baionetta e pantaloni con piega da carabiniere); una lei con la fifa nera dell’aereo, l’altra lei una specie di cinghialona con lineamenti da scaricatore, ma con il sorriso sempre stampato sul volto, cosa che non disturba. Partono subito domande sulla malaria, tra loro c’è chi si strafà di Lariam, anche se andremo in zone in cui il pericolo di contrarre la malattia è pressoché nullo. La certezza, invece, è che il Lariam può dare incubi, allucinazioni, vuoti di memoria e pugni al fegato.
Gli altri fantastici quattro li raccatto a rate, un uomo e una donna a Francoforte, due donne a Rio de Janeiro. Quelli di Frankfurt sono spettacolari. Lei è di Rovigo e ha ottant’anni, un accento mostruoso, i denti tutti marci e ha fatto, come dice, mezzo mondo. Viaggia ‘da sola’, e per una donna di quell’età è abbastanza ammirevole, posso riconoscerlo perfino io. La perla, però, è Armando, un ex secondino di Roma. Quando nella ressa dell’aeroporto gli sbatto la faccia contro quasi mi prende un colpo. È appena stato operato per un polipo alla gola, per cui è del tutto privo di voce e gira con un fazzoletto alla Tex Willer che gli copre il collo e la parte superiore del petto, quest’ultimo avvolto in un gilè cretino con mille cerniere. Come se tutto ciò non bastasse, Armando ha una gran voglia di parlare (forse l’avrò anch’io, quando i miei giorni saranno contati) ed è un ansioso terminale. Fa mille domande, a me e agli altri, ma nessuno capisce una mazza, dunque zero risposte, se non sorrisi imbarazzati. Mentre parla sputacchia e suda come una fontana, e l’unico modo per capire un due percento di ciò che dice è leggergli le labbra da dieci centimetri di distanza, con tutte le conseguenze del caso. Gli altri del gruppo gli prestano le orecchie per pochi secondi, poi fuggono inorriditi e con la faccia umida. Io, per dovere professionale, devo prestargliele un po’ più a lungo, ma il risultato è lo stesso. Uno sputo in faccia è uno sputo in faccia, un accompagnatore siciliano lo potrebbe prendere come un fatto personale.
La domanda retorica che ognuno di noi si pone è: perchémminchia non è rimasto a casa a curarsi? La risposta è che potrebbe essere senza speranza, dunque meglio trascorrere gli ultimi giorni fra le palme, che non a zappare dal Grande Fratello Scemo a Saranno Cretini Famosi ad Amici Infelici. Meglio le fazendas vere che quelle con Pupo.







Il volo fila liscio e allo splendido Sheraton di Rio incontriamo le due ultime partecipanti al gran tour del menga. Sono esponenti della Milano da bere, quella dei tempi socialisti. Capisco subito che caratterialmente le due amiche sono agli antipodi: simpatica, semplice e tranquilla l’una quanto boriosa, polemica e odiosa l’altra. I famosi poli opposti che si attraggono. Solitudine, brutta bestia. La prima sorride ed è riservata, parla educatamente quando le compete e fa domande quasi intelligenti. È sicuramente la migliore del gruppo (dopo di me, of course), curiosa di conoscere il Brasile ma priva di grossi preconcetti o di domande ossessionanti sull’evidenza. Vorrei che i miei ragazzi fossero sempre tutti così. L’altra, la maledetta, è una logorroica presuntuosa che sa già tutto del Brasile (di Milano, del mondo), pur non sapendo, in realtà, un beato cazzo. Nel suo c. v. sbandiera una trombata con Gian Maria Volontè (i morti, purtroppo, non possono confermare), ma alla sua veneranda età, guarda caso, è ancora signorina. Le due sono in Brasile già da una settimana, trascorsa nella villona di una facoltosa (sottolineato tre volte, il computer non me lo permette) amica fazendeira di Ribeirão Preto, una città della provincia di São Paulo. La vecchia che fa la giovane non perde occasione per parlare con chicchessia (me, gli altri del gruppo, ogni guida e autista del nostro viaggio, i passanti che incontra) delle sue altolocate amicizie latifondiste. Ogni volta che cita Ribeirão Preto - siamo d’accordo, nome non facilissimo per un italiano che mette piede per la prima volta in Brasile -, massacrandone la pronuncia, mi sale un’orchite urticante dal basso ventre.
Dei tre giorni passati nell’incommensurabile Rio ricordo:
la paranoia nera di Milanodabere nel prendere un taxi qualsiasi (tutti i tassisti del Brasile, a sentirla, lavorerebbero trecentosessantacinque giorni all’anno esclusivamente per rapire, stuprare e derubare lei); i poverini! urlati in faccia alla guida carioca ogni volta che passiamo davanti a una favela, a un mendicante o a un menino de rua (la guida ha i crampi allo stomaco per tanta pietà regalata, ma non può dire nulla, ne va della mancia a fine tour); le abbuffate di spettacolare churrasco; i ma è sicuro bere l’acqua/mangiare l’insalata/prendere una bibita con il ghiaccio? (in un albergo a cinque stelle); il tormentone del “che cos’è un caboclo?” (incrocio di indio + bianco? indio + sporco negro? s. n. + bianco? indio + bianco + s. n.??; deve aver letto questo termine su qualche guida e con questo atroce dubbio sfinisce ogni guida incontrata; non ne ha mai a basta); tu che cosa prendi per la malaria (quale malaria?); Ribeirão Preto; caboclo; malaria; Ribeirão Preto; la fazenda della mia amica; Gian Maria Volontè.




Seconda tappa le paz-ze-sche cascate di Iguaçu. Ci piazzano nel lussuoso ma incasinato (troppi branchi) Hotel das Cataratas, dove non mi sarei mai potuto permettere di alloggiare con i miei spiccioli. La nostra guida, Rocco, assomiglia a Nereo Rocco, è di origine veneta e ha un fisico alla Primo Carnera. Naso da pugile, struttura ossea da autogrù, parla un ottimo italiano e scommetto che Trombata a Volontè ci farebbe volentieri un giro. Credo che Rocco, se è uomo di mondo come pare, accetti anche le carte di credito. Quando, per chiacchierare, gli domando “Che cosa ne pensi degli argentini, visto che ci lavori gomito-a-gomito?”, l’armadio mi prende da parte e, per la prima volta nella vita, sento un brasiliano bestemmiare:
XWZYKJ. Merda, tripla merda. Li odio, a voler essere generosi. Forse tra un po’ mi licenzio, non li sopporto più, soprattutto quelli di Buenos Aires. Hai presente Maradona? Ecco, ti ho già detto tutto.”
Nel bus che ci porta alle cascate, alla domanda di M. da B. (è sempre e solo le lei che rompe l’anima alle guide con domande da esame di terza media, gli altri non ci pensano nemmeno di striscio) “Che governo c’è, attualmente?”, domanda poi non così cretina direte voi, Rocco risponde con un breve ma acceso comizio vagamente sinistroide (Lula aveva ancora da venire), nel senso che accenna succintamente alla realtà vera, non quella dei dépliant: sem terras, politici marci e con le narici devastate dalla cocaina, mancanza di una riforma agraria, paese nelle mani di quattro latifondisti per sfornare gli hamburger agli americani del piano di sopra. Il silenzio che proviene dal fondo del minibus è un’evidente dichiarazione di disapprovazione, di discordanza ideologica da quanto esposto dalla guida. Sicuramente uno sporco comunista, anche se non ha la barba. Quelle ossa lì se le deve essere fatte con il calcio dei bambini masticati a colazione. Nonostante la presenza del Nemico, però, i miei preferiscono tacere, Rocco ha spalle troppo grosse e un nome che incute rispetto. Si vendicheranno a fine giro, sulla busta con la mancia.






Nel Minas Gerais ci riceve una guidonna in carne con uno zainetto ricoperto di gadget da dodicenne e un italiano imparato alla Scuola Radio Elettra. Ci scarrozza tra Belo Horizonte, Ouro Preto e Congonhas, nel cuore del barocco brasiliano e dei venditori di sassi per turisti. A BH l’industriale in pensione si dimentica un accendino in oro massiccio, accessorio solitamente raccomandato a chi affronta un viaggio in Brasile, nella hall dell’albergo, e se ne accorge solo quando siamo in pizzeria. La Madunìna citata più volte. Da bravo boy-scout glielo recupero con una semplice telefonata, e per oggi ho fatto il mio sporco dovere, mi sono guadagnato le quarantamila nette (la pietrina del suo accendino).
La vecchia veneta, pur essendo donna di fede, smadonna cose venete mentre arranca su e giù per le erte viuzze di Ouro Preto, specie di mulattiere per gente con i polpacci grossi, facendosi il segno della croce ogni volta che passa davanti a una chiesa (una a ogni angolo di strada). Armando smadonna cose romane quando scopre che gli spaghetti aiioeoiio che ha ordinato al ristorante fintoitaliano in cui l’ho portato non sono ar dente. La tipa che trema ogni volta che sale su un aereo smadonna cose lombarde quando, dopo cena, le porto il marito a fare un giretto digestivo: è convinta che lo abbia trascinato in qualche postribolo. Ognuno, come sempre, ha qualcosa che non và. Italianos.
Nel minibus che ci conduce all’aeroporto, Ribeirão Preto e la cariatide di Rovigo, anziché ascoltare come da programma le soporifere spiegazioni della guida infarcite di tipico e di avverbi superlativi, si mettono a intonare i canti delle Giovini Italiane, un tenero ricordo dell’infanzia (e qui la cabocla si tradisce, svelando un’età da cartapecora). Da lì ai canti della verde Padania il passo è molto breve, e nessuno sembra dare troppa importanza al fatto che con noi ci sia un romano (ladrone, terrone, sputazzone). Solo io gli do importanza, mi ha colto un raro attacco di correttezza politica, ma taccio. Non voglio sollevare vespai, anche perché l’Azienda, prima di partire, mi ha segnalato la giovine milanese come cliente VIP, dunque intoccabile. Qualunque stronzata esca da quella fogna di bocca devo far finta di non avere le orecchie.






Brasilia, il potere, le ville con i ricevimenti e i cioccolatini degli ambasciatori, gli schiavi delle città satellite, l’architettura folle e visionaria di Niemeyer, gli sciroccati delle mille comunità mistiche che la popolano. Il giro è velocissimo - arriviamo di notte e ripartiamo il pomeriggio seguente -, ma tanto basta alla guida, tal Paulo, per tenerci un comizio elettorale, stavolta di estrema destra. Applauditissimo dai ragazzi. Il tipo, che indossa una Lacoste piallata, è un fan postumo del corrottissimo presidente Collor, noto consumatore di polvere e di jet-ski. Nonostante nel 1992 il marajà (questo il suo soprannome dell’epoca) venne cacciato dal trono con un sollevamento di massa delle piazze che portò all’impeachment, in Brasile circola ancora qualche disperato che è convinto di quanto Collor sia stato un benefattore per il paese. Tra le sue medaglie più luccicanti quella di aver aperto il Brasile all’importazione di ogni tipo di merce, così oggi i miliardari, finalmente, possono guidare i fuoristrada statunitensi o giapponesi senza troppe seccature. Me lo ricordo, Collor, mentre tentava di risolvere gli annosi problemi dell’economia brasiliana tra un giro fra i castelli della Loira e un nuovo tailleur alla First Lady, una bionda slavata tirata fuori pari pari da qualche telenovela a base di ricchi & vincenti. Chiusi la tribuna politica e l’album dei ricordi.
Di Brasilia vediamo pochino, al più un ridicolo alzabandiera di fronte alla residenza del presidente, ma lo sproloquio politico di Paulo Lacoste rimane uno dei più bei ricordi della città per il mio gruppetto di teste di padania. Quale profonda esperienza della realtà brasiliana porteranno a casa non mi è ben chiaro, ma l’importante, in questi avventurosissimi viaggi organizzati, è che il cliente si senta di aver visto/fatto/capito qualcosa. Il resto è tutta cornice. Bricolage.




Manaus, la foresta, il Teatro Amazonas, le zanzare, la malaria, le zanzare, la malaria. A proposito, io non ho visto una sola zanzara in tre giorni di permanenza, ma i miei hanno iniziato a cospargersi di repellente già in aereo, quando le hostess sbraitano di rimanere seduti finché il segnale delle cinture di sicurezza non sia spento. Armando non riesce proprio a stare seduto, deve andare su e giù per il corridoio, sudando, ricoprendo se stesso e chi gli sta dietro di Autan Extrastrong®, piombandomi di colpo addosso, mentre fingo di non vederlo e di dormire, per farmi improrogabili domande sui tempi di viaggio (quante ore da Manaus a Salvador - e il bello è che dobbiamo ancora arrivare a Manaus -, quante di barca fino all’hotel nella foresta, c’è la malaria, le zanzare), il tutto ripetuto tre volte e con quadrupli scaracchi. Uno spasso. ‘A Armà, perché nun te leggi er programma? E nun me stai a scassà?’, sogno di poter dire.
All’aeroporto né zanzare né malaria, solo un gruppo di otto fantozzi che lascia dietro di sé un alone schifoso allo zampirone e Bia, finalmente una guida carina. Dall’aeroporto all’Ecopark, il nostro hotel di selva, ci vuole circa un’ora in barca, e il gruppo vacanze è cotto dal caldo umido e inebetito dalla bellezza del fiume. Forse anche un po’ in overdose da Autan.
Le camere sono decisamente spartane, io stesso (è la prima volta che alloggio all’Ecopark) mi sorprendo per l’essenzialità delle stanze, soprattutto a fronte dei ziliardi a cranio che i miei stanno spendendo in questi quindici giorni di tutto-compreso.
“Tutti gli alberghi nella foresta, più o meno, sono così”, mi spiega Bia. “Prezzi alti per stamberghe piuttosto essenziali.”
A me la camera va benissimo, ma sul volto dei giovani leggo un profondo disappunto. Nessuno, però, ha il coraggio di dire qualcosa. Volevate l’avventura nella foresta amazzonica? Mo’ beccatevi quattro pareti di legno, un neon e una doccia fredda. E nemmeno una zanzariera montata sui letti. E zitti.
L’unica che ha la capacità di esternare la propria costernazione, ovviamente, è la stracciaballe vip, sotto forma di uno stizzito:
“Pietro, potresti dire agli indigeni che gli asciugamani delle camere sono sporchi?”.
Eseguo, odio, mi apparto a mangiare con Bia. Le guide cenano sempre in un tavolo separato, in qualunque angolo della terra e durante qualsiasi tour dell’ostia, così da evitare le mille domande cretine dei clienti, che spesso sfociano nel privato, del genere ‘ma come fai a vivere qua?’. Si stupiscono, anzi, quando un accompagnatore/trice si siede al tavolo del gruppo, interpretandolo come un attaccamento particolare alla mancia di fine giro.
Con Bia diamo via allo sport più gustoso di questi rari momenti di relax, la fofoca, le chiacchiere condominiali, commenti astiosi e da serve. Scambi di aneddoti sugli orrori incontrati lungo il periglioso cammino della professione. Il tutto, è chiaro, in portoghese stretto e a volume bassino.
I giri nella foresta sono esaltanti, Bia spiega ai buzzurri ogni cosa, ogni minimo particolare di questa pianta o di quella scimmia, eppure Gian Maria trova il coraggio di spaccarle l’anima, di dare opinioni sull’ecosistema, di cui peraltro non sa nulla. Forse sa qual è il tram che porta da piazza Duomo a Rozzano, ma di certo non sa distinguere un albero di pau brasil da un banano. Però regala a tutti, con quella vociazza e con quell’accento ambrosiano così in péndant con la foresta, opinioni, pareri, interpretazioni. Bia ribolle, il mio bananeto non ne parliamo.
Il clou dell’escursione nella selva è la pesca al piranha (pronunciato pirana, piraggna, piraha, cioè in tutti i modi possibili fuorché quello giusto) e la ‘caccia’ con la torcia, per il semplice avvistamento, agli alligatori. Nel primo caso, a tutti viene dato un filo con un amo e qualche pezzetto di carne, e come lo buttiamo in acqua si sente un gran lavoro di mandibole, là sotto. Armando si è messo il salvagente, se lo annoda nervosamente ogni dieci secondi, e si arpiona con le unghie, terrorizzato, alla struttura in legno della barchetta che naviga attraverso gli stretti igarapés.
“Non posso finire in acqua”, mi chiarisce atterrito. Così facendo, però, muove più lui la barca che non il rollio naturale.
Dopo aver tirato su e ributtato in acqua qualche piranha (dalla poppa del Titanic giungono proteste ecologiste, indovinate di chi), al tramonto ci aspetta la seconda chicca del programma. È già buio, Bia e il barcaiolo puntano le torce in direzione delle sponde dei canali, per scorgere i puntini rossi che corrispondono alle pupille degli alligatori. Il compito, anche se lo fanno tutti i giorni, non è facile, gli animali non abbondano come gli alberi, per cui al rientro siamo riusciti a vederne non più di due o tre (voci contrastanti in merito), e solo da parte di chi è seduto a prua.
“Che delusione, non sono riuscita a vederne nemmeno uno...”, fa la vecchia signorina, con un tono che sa tanto di “Non avete rispettato il programma. Ho pagato, dove sono i miei occhi di alligatore?”
Te li darei io gli occhi di alligatore, te li.
Lasciata la foresta e il fiume, facciamo un giro di Manaus, prima di prendere l’ennesimo aereo. Porto, mercato, teatro e lo spettacolare museo di Scienze Naturali dell’Amazzonia, dove c’è un acquario con pesci grandi come sottomarini. È curiosamente gestito da alcuni volontari giapponesi che più in là dell’obrigado, in portoghese, non vanno. Molti sorrisi, però.






La tappa successiva è la sempre splendida Salvador de Bahia, la Napule brasiliana, un tesoro inestimabile fatto di spiagge mozzafiato, di ottima musica e di libri meglio. Quando deciderò di fare il grande salto, e verrò a vivere in Brasile, il dilemma sarà: Rio o Salvador?
Ci riceve Simone - donna, il bello dell’ambiguità brasiliana -, italiano impeccabile, autista/marito italiano (ma che si dichiara tale solo a fine tour: non vuole domande impiccione da parte dei clienti), fare esperto tutto baiano, tipo scugnizzi dei quartieri spagnoli. Purtroppo il programma è agli sgoccioli e a Salvador è riservato un tempo striminzito, quanto basta per un giro ‘classico’ del Pelourinho. Niente spiagge, niente feste. Armando vuole fare da sé - in fin dei conti non deve essere poi così marcio come sembra, forse detesta l’atmosfera di branco -, il pomeriggio libero lo dedica allo shopping per i fatti suoi. Gli do le coordinate per non farsi fottere più del dovuto dai bancarellari del Mercado Modelo, che ti venderebbero anche la madre, caso mai tu volessi acquistarla. Verso l’ora del tè lo vedo che arranca, grondante e carico di pacchi e pacchetti, su per le ladeiras del centro, sfatto ma felice di aver provveduto ai regalucci per circa centocinquanta parenti e amici.
L’ultima sera, quella di commiato, la trascorriamo al Solar do União, il ristorante-ghetto per turisti dove tra una roda de capoeira e il fondoschiena di una mulatta si cena e ci si stordisce a suon di luci colorate, caipirinhas, natiche abbronzate sballonzolanti e tamburi assordanti. I mariti, in particolare, hanno una luce ambiziosa negli occhi, ma le mogli li tirano per i gomiti e li rimettono in carreggiata, ricordando loro doveri e responsabilità, come da contratto. Tutto, qui, ha così il sapore del preconfezionato che persino le baiane in abiti tradizionali hanno un che di plastica, e la gente è così tanta che si pesta i piedi per infilare la forchetta nel buffet. Il Brasile autentico dei dépliant, autentico che più autentico non si può.
La mattina seguente prendiamo l’aereo per il lungo rientro. Mentre sorvoliamo le coste del Ceará, dove qualche anno fa ho acquistato un piccolo pezzetto di terra, un fazzoletto di sabbia dove fuggire nel caso che il Berlusca si impossessi anche di casa mia, mi piange il cuore. Vorrei paracadutarmi laggiù e lasciare tornare i miei, da soli, nel Bel Paese di Zio Paperone. Ad aggiungere un’altra bandierina sul mappamondo imbecille dei paesi fatti.








Parte terza
Xibiu (e mostri assortiti)









Nulla cambia
Non è vero, titolazzo a effetto. In verità, in verità vi dico, tutto cambia. Alcune cose, però, sembrano volere resistere al tempo. Il Bar do Parque, il bar/ristorante all’aperto della praça da República di Belém, di fronte all’Hilton e di fianco al Teatro da Paz, è identico a se stesso dodici anni dopo la prima volta che ci bevvi il primo guaraná. Zoccole rapaci, gringhi malandati, camerieri sonno/lenti, sedie di ferro scomode e arrugginite. La stessa muffa sulle pareti del bar di fine Ottocento, gli stessi ubriaconi che girano attorno all'arena dei clienti per scroccare mezzo bicchiere di cerveja. 'Ponto de Boemia', si chiamava così, durante il periodo d’oro del teatro. Oggi è ponto e basta. Fazer ponto, in portoghese, vuol dire fare marchette.
Della Belém di dodici anni fa ritrovo l’umidità opprimente, il sudore anche solo per pensare, la pioggerellina costante e rompicoglioni, quando non arrivano le catinelle. Tutto è ancora lì, immutato, e il putodromo numero uno della città non è cambiato di una virgola. L’Hilton è dall’altra parte della strada e le lavoratrici si contendono i clienti ricchi e con il portafogli sbrindellato, solitamente privi di portoghese ma gonfi di verdoni. Nel teatrino per ricchi camuffato da bar si intrufolano anche gli stranieri senza un quattrino - quelli che nell’orgia della domanda e dell’offerta riescono a ottenere tariffe scontate, magari a fine giornata, quando i polli più grassi sono stati tutti accalappiati - e i ficcanaso come me, spettatori di cinema + teatro al costo di una bibita. Sguardo indifferente, apparentemente perso nel vuoto, ma con le orecchie ben tese e il cervello trasformato in un block-notes. Spie, sporchi speculatori delle miserie umane.
L’atmosfera da scannatoio è la stessa di Copacabana o della Beira-mar di Fortaleza, l’unica differenza è che qui il Grande Fiume e la foresta si sono associati per delinquere e fanno di questa città una sauna a cielo aperto. Sempre, trecentosessantacinque giorni all’anno. Quelli di fuori, come me, oppure quelli sovrappeso, come me, si riconoscono per la sudorazione spanata. I locali, invece, sembrano non sudare mai, nemmeno dopo la dodicesima birra. Misteri del metabolismo.
Belém non è affatto male, ha un’atmosfera particolare fatta di acqua (pioggia, fiume, sudore), storia (un bel centro ricoperto di azulejos, un passato burrascoso e rivoluzionario), fanatici religiosi (la processione del Círio de Nazaré, con orde di invasati che ogni ottobre prendono d’assalto la città), strani cibi (soprattutto pesci, dai nomi impronunciabili) e la decadenza di oggi - peli sullo stomaco se di notte si gira nella zona del porto, popolata qua e là da tagliagole; ma anche un commercio sfrenato, con bancarellari che di giorno occupano ogni centimetro di marciapiedi, obbligandoti a infiniti slalom spaccacaviglie. Di notte lo slalom lo fai con topi e scarafaggi, usciti a cena, con la gente che dorme sui cartoni ma che ha saltato la cena, e con le ronde di ladroni e mercenarie per i quali la cena sei tu. Ciabatte, maglietta che ha visto molte lavatrici, braghini e attrazione fatale per le rogne, questa la divisa indispensabile per una bella passeggiata notturna fra il centro e il porto. L’orologio e le banconote medio-grosse in albergo, nel portafogli solo il dinheiro do ladrão, la quantità che basta al potenziale rapinatore per pagarsi un paio di birre e non incazzarsi di fronte allo zero assoluto, e poi tagliarti la gola.
Ma torniamo al bar delle ragazze. A Belém le donne sono splendide, uno spettacolare mix di indie e bianche che fa spalancare la bocca per la sorpresa, a ogni angolo di strada. Più che consapevoli di questo tesoro, sono le operatrici sessuali (chi l’ha inventata ‘sta strunzata?), anche se ben poche hanno la suesposta bellezza. Sarà per le troppe lune accumulate, o per i troppi clienti già macinati, ma le fanciulle del Bar do Parque non sono esattamente a cinque stelle, come l’hotel a due passi. L’età varia dalla maggiorenne più un giorno alla nonna, considerando che in questa zona del Brasile mediamente si è nonni a trentacinque anni. In mezzo ci stanno le zoppe e quelle a un giorno dal parto, sempre in prima linea e con il medesimo attaccamento al lavoro di quelle prive di handicap. Rituali collaudati, aspra concorrenza mascherata da solidarietà di categoria, turisex stranieri che fingono di essere qui per caso. Mi volevo solo fare una birra.
Prima sera. Oggi non voglio strafare, solo un guaraná e via. Non faccio in tempo a sedermi che la tipa del tavolino di fianco mi ha già chiesto se può accomodarsi al mio.
“Solo per due chiacchiere”, specifica.
D’accordo, almeno parlo con qualcuno. E comunque non spendo, non con lei. Dall’età potrebbe essere mia madre - senza togliere alcunché all’amore che provo per mia madre -, balbetta e mi sembra anche un po’ cretina.
“Mi chiamo Gloria. Gli stranieri pronunciano il mio nome Gluria, ma io sono GLO-RI-A. Vengo da São Paulo, là è pieno di stranieri (dove?, mai visto uno; e, se anche fosse così, che ci fa qui, a 2933 km di distanza?). Italiano? Sembri francese. Ti dispiace se chiacchiero? No, figurati (quand’è che te ne vai?). Você é muito bonito (obrigado, non posso dire lo stesso; comunque fa sempre piacere ricevere un complimento, anche se da copione). Ecc.”
Al terzo “ti dispiace se chiacchiero”, forse motivato da una mia escalation di smorfie sintomatiche di nausea crescente, mi è venuta l’orchite, trangugio il guaraná, saluto cordialm. e mi rintano in albergo a boccheggiare, con il ventilatore puntato sulla gola. Gluria stava cominciando a farmi ronzare le orecchie. Con tutto il rispetto per un serio professionista come Umberto Tozzi.

Seconda sera. Gloria, per fortuna, manchi tu nell’aria. Non vorrei che pensasse che sono tornato qui per lei. Mi siedo, apro l’incommensurabile Il lercio di Irvine Welsh, una lettura più adatta alla location non la potevo trovare. Dall’ala sinistra del locale mi perviene una proposta commerciale in tutto e per tutto uguale a quella di ieri sera. Stavolta la Gloria è un po’ più carina e giovane, ma ho già impegni precedentemente presi con il libro, che mi sta attanagliando.
“Sei occupato?”
“Sì, vorrei leggere.”
“Non mi offri una birra?”
“No.” Ripetuto due volte. L’esperienza deve pur servire a qualcosa, stasera ognuno al proprio tavolino di competenza.
Al secondo não la ragazza si gira, mi dà le spalle stizzita, spegne il sorriso a telecomando, e in una frazione di secondo lo riaccende in direzione di un alcolizzato inglese seduto alla sua sinistra. Il tipo era lì prima di me, quindi Gloria Due lo deve aver tenuto come ruota di scorta. In effetti, se mi chiamassi Gloria e dovessi mettere assieme il pranzo con la cena in questa maniera, il gringo inglese lo prenderei in considerazione solo come ultimissima spiaggia. Dall’alto al basso: capelli biondastri non pulitissimi, orecchino da tossico, tremolio diffuso tra il Parkinson e la cirrosi, sigaretta perennemente accesa fra dita gialle, maglia della seleção pure gialla, braghini da turista, sandali da trappista e, dulcis in fundo, calzettoni grigi da alta montagna, spessi due dita. Fuori ci devono essere quaranta gradi, là dentro almeno ottanta, e non vorrei essere Gloria nel momento in cui glieli dovrà togliere. Il gorgonzola, d’altronde, c’è anche in Brasile, lo producono nel Minas Gerais, ma chissà se è arrivato fin qua.
Il gringo è solo quanto me e, evidentemente, a caccia. Si siede al tavolino di G2 e, assieme, si tracannano sei birre + pranzo di Natale. La sterlina è sempre una moneta forte, lo sanno persino qua. Con la coda di un orecchio capto qualche battuta del delirio in portoinglese, tipo marziano che parla con venusiano. Il sentimento, però, non ha barriere, per cui i due, dopo aver spazzolato tutto quel ben di dio, vanno a digerire insieme nella camera di qualche albergo.
Welsh e il teatro di vita vengono ripetutamente interrotti dalle grida isteriche di un centinaio di ragazzine in calore che assiepano l’entrata dell’Hilton. L’hotel deve ospitare qualche idolo delle masse, forse un Taricone di qualche telenovela, e ogni volta che il vip passa nella hall o butta una palla di carta igienica usata dalla finestra della sua stanza le ragazzine prendono fuoco, iniziano a urlare come tigri prese a frustate. Non a caso gli impiegati dell’hotel hanno piantato una ringhiera antihooligan altra tre metri all’entrata, ci devono essere abituati.
È ora di cena e il bar si sta animando. A ore undici un coinquilino di albergo che fa finta di non riconoscermi quando arriva con una troiella fintobionda in bikini fucsia. Io me lo ricordo benissimo, stamattina al buffet ha tentato di infilare la forchetta nella mia papaya, e ora si nasconde dietro al menù. A ore dodici un giapponese e un orco arabeggiante, devono essere marinai. Il secondo si fa lustrare le scarpe da rocker tedesco che porta impunemente ed è il più disinvolto nel discutere le clausole del contratto con le due tipe che li hanno raggiunti appena si sono seduti. A ore tre un francese odioso, di mezza età, che grida istericamént nullità al cellulare. Questioni di import-export di cui non me ne può fregare meno, deve lavorare qui e a voce sta prendendo a scudisciate il suo sottoposto indigeno, con fare tutto parigino e con evidente voglia di essere sentito da tutti i presenti. Lo strangolerei solo per i mocassini, la camicia stirata e la riga nei capelli che gli taglia il cranio a cappella. A pensarci bene basterebbe una sola di queste voci per strangolarlo. Datemi una ghigliottina, che gli amputo il cellulare. Papillon dei miei coiòn non parla, urla. In portoghese con un mostruoso accento francese, a sentirlo sembra un viado ed è molto sicuro di sé e della propria camicia. E poi, peccato capitale, tratta le zoccole con arroganza, fa il disinvolto con il suo portughè da import-export, finge di essere qui solo per una birra. Ghigliottina. Come si dice in portoghese?
Il luogo inizia a farsi insostenibile. Il vociare della domanda e dell’offerta comincia a coprire le note di Welsh, e il forró distorto che pompa nel gigantesco juke-box piantato alle mie spalle mi sta rintronando il cervelletto. Ma ecco che arriva un’ottima scusa per togliere il disturbo, desiderio già più che latente. La peggio piranha della piazza, un armadio con le calze bianche e tutte le misure sballate - da armadio a sei ante, appunto -, ha iniziato a puntarmi. Si avvicina. Sta per sedersi. Faccio un angolino alla pagina del libro e corro in albergo. Mi suda il collo, ho un appuntamento con il ventilatore.

Terza sera. Il gringo di ieri sera deve proprio essere uno stacanovista del cazzo. E dei calzettoni. Infatti si è ripresentato (come me) al bar, con gli stessi calzettoni. La maglietta della seleção, almeno quella, se l’è cambiata. Si è seduto al suo tavolino di fiducia, quello di ieri, e alla seconda birra ha accolto la prima che si è autoinvitata (Gloria Tre). Per il resto il movimento è fiacco, sono arrivato troppo presto. Meglio se mi faccio un giro e torno più tardi. Le tenebre portano sempre consiglio.
Il tempo di un cinema e rieccoci qua. Il trappista se n’è andato, in compenso vengo immediatamente abbordato da Adriana, bel nome, di Fortaleza. Dalla pancia stracchinosa deve aver espulso almeno due figli, però ha un viso molto bello, con lineamenti delicati. Fuma nervosamente e ha uno sguardo triste, ansioso.
Mi invita al suo tavolino - finalmente un po’ di originalità, i ruoli capovolti -, poi mi invita a offrirle una birra (nulla di capovolto). Veniamo raggiunti da due colleghe, una finta bionda di nome Sandra - due figli, un naso a patata e parecchia simpatia; la tinta per capelli qui la devono vendere come il pane - e un’india in là con gli anni, due pere così, un viso da messicana. Il gemellaggio con il Messico ce lo deve avere dentro, tant’è che dichiara:
“Cazzo, ieri sera mi è andata benissimo. Cento dollari con un messicano, me li ha allungati senza battere un baffo, e non puzzava nemmeno. Adesso, però, ho una gran voglia di dar via la buceta , qualcuno la vuole? - urla -. Sono uscita di casa chiedendo in giro se qualcuno la voleva, e il muratore che stava lavorando all’ingresso ha appoggiato la cazzuola e drizzato le orecchie. ‘Gratis?’. No, carino, gli ho detto.”
“Attento al portafogli”, mi fa Sandra, indicando con lo sguardo una ragazza gravida piuttosto malmessa che si aggira fra i tavoli scroccando di tutto ai clienti. “Ha più mani lei della dea Kali.”
Improvvisamente Adriana si altera, gira di scatto la sedia per dare le spalle a due tipi nordici, baffi da trichechi, che sono arrivati con aria baldanzosa e si stanno accomodando un paio di tavolini più in là. Ghigno ironico stampato sul volto.
“Teste di cazzo”, fa con astio.
“Perché? Che cosa ti hanno fatto? Di dove sono?” Sono un maniaco della geografia, anche nelle emergenze riesco sempre a infilare una domanda che sa di mappamondo.
“Russi, marinai. I classici parassiti delle puttane, chiacchiere, chiacchiere, poi quando si tratta di aprire il portafogli hanno le ragnatele.”
“I baffi di quello lì devono puzzare come un letamaio”, fa Sandra. “Come le ascelle dei francesi e dei filippini.” La lezione di geopolitica si fa interessante.
“Non siamo garimpeiros!”, fa l’india-messicana, rivolgendosi all’amico del baffo, nella cui bocca risplende una dentatura a ventiquattro carati.
What?”. I due parlano inglese ma, per fortuna, non capiscono una mazza di portoghese. Ormai rotoliamo dal ridere sotto i tavoli, ma Adriana non riesce a togliersi la tristezza dagli occhi.
“Che hai? Come mai sei così triste?”, le domando in uno slancio di confidenza.
Dinheiro. Ho bisogno di soldi. Due figli, un affitto. Cose così.”
“Capisco.”
Dopo qualche minuto tolgo il disturbo, non le vorrei far perdere un cliente che, in ogni caso, non potrei essere io.

Quarta sera. Incredibile ma vero. Il trappista è cliente del mio albergo, un altro coinquilino con il vizio delle professioniste. Che il mio hotel sia segnalato su una guida per puttanieri? Oggi mi sono ritrovato anche lui in coda al buffet per la colazione. La differenza è che questo non ha finto di riconoscermi, non mi ha riconosciuto e basta: quando va al bar ha occhi solo per le birre e le zoccole, il resto è tutta cornice annebbiata. Nonostante nel salone sia proibito fumare, già di prima mattina lasciava dietro di sé un puzzo atroce di nicotina. Forse gli usciva dai pori.
Al Bar do Parque stasera è arrivato un orco suonato, uno sbevazzone stanziale, di quegli scoppiati con il cervello in panne che di solito presidiano il parco. Parla da solo e si è piazzato al tavolino più centrale del ristorante, nel baricentro in cui si incrociano gli sguardi di tutti.
Segura o tchan, amarra o tchan, segura o tchan-tchan-tchan...
Ora si è messo a cantare il refrain di una delle musichine più dementi degli ultimi anni, di quelle che quando ti entrano in testa non escono più.
Una cicciona si lamenta con il cameriere. Il pollo che ha ordinato tre quarti d’ora fa non è ancora arrivato. In fondo non ha tutti i torti, il servizio del Bar do Parque fa davvero schifo, nelle cucine devono avere un fornelletto da campeggio che sforna un solo piatto alla volta.
Il matto adesso ha iniziato a corteggiare una lavoratrice rosso parrucchiera che porta un gesso al braccio. Non riesco a sentire quello che le canta, ma la serenata deve far ridere, lei e le sue amiche si stanno sganasciando.
Al piano di sotto - il Bar do Parque è su due livelli, uno più alto illuminato con riflettori da stadio (il mio preferito, si vede meglio), l’altro più basso, ad altezza marciapiedi, imboscato fra il buio degli alberi e avvolto dal puzzo di piscio - scoppia un po’ di casino. Una puttana gigantesca sbraita contro un nanetto in camicia e ventiquattrore. Non capisco quale sia la ragione di tanta incazzatura - discute solo lei, lui sta zitto e incassa -, ma l’orchessa lo vorrebbe strangolare. O, almeno, spaccargli una sedia di ferro in testa.
Un pappa li separa, cerca di tenerla calma, ma la donna ha una struttura ossea a prova di camionista. Lei continua a sbraitare cose da porto, che peraltro è a poche centinaia di metri, e l’omino se ne sta buono buono rifugiato sotto un albero-vespasiano. Dopo un po’ arrivano tre sbirri con i quali non vorrei mai discutere, e il più nero dice due paroline all’orecchio del tipo. Credo che lo stia invitando a togliere il disturbo, cosa che fa nel giro di due secondi.
Ai piani alti arriva un francese pelato, giovane e con un fisico alla Maradona. Deve essere un habitué del posto, conosce ogni zoccola del bar, i pappa, i venditori ambulanti di preservativi e cd che si aggirano fra i tavoli, i lustrascarpe e i camerieri. Saluta tutti e spara cazzate a destra e a manca. Anche se ci prova, non è per nulla simpatico, ma qualcuna deve avergli detto che non è così, per cui si sente simpatico, che è già qualcosa. Si può essere francesi e non essere cretini? Addirittura simpatici? A giudicare dalla loro rappresentanza di qua, da come votano e da come bombardano gli atolli polinesiani, a questo punto mi sento autorizzato a dire di no.
Il tabaccaio inglese, incollato al suo solito tavolino, non finisce di stupirmi. Si alza, paga le sue sei birre d’ordinanza, saluta le due fanciulle che gli tenevano compagnia, e se ne va. Da solo. Forse si è già speso tutto, oppure ha lo scolo e deve fare un po’ di convalescenza all’uccello.
Arrivano Adriana e Sandra. La prima fa finta di non vedermi, la seconda mi saluta con un sorrisino forzato. Che cosa ho fatto, ieri sera, per meritarmi tanta freddezza? Non ho aperto il portafogli, ecco che cosa non ho fatto. Forse ora mi hanno catalogato come un marinaio russo. Ma non eravamo diventati amici?
Ora basta Bar do Parque, ho fatto il pieno, per altri dodici anni. Chissà se nel 2014 qualcosa sarà cambiato.






Irene
Giornata apparentemente tratta dal film cubano Lista d’attesa, se non fosse che mi trovo in Brasile.
Quando vedo quello che vedo, persino nel País do Carnaval, faccio quasi sempre finta di non vedere. La mia timidezza e la mia educazione in parrocchia impongono approcci discreti, anche nei paradisi dei turisex. Sono seduto nel primo posto a destra, corridoio, dell’autobus che va da Rio a Vitória, capitale dello Stato di Espírito Santo. Di fianco a me, alla destra, finestrino, siede probabilmente la donna più brutta e silenziosa del mondo, forse tace perché ormai ha rinunciato a ogni ipotesi di contatto con il sesso opposto. O con qualsiasi sesso. Grassarda con la pelle unta, caschetto di capelli che sembrano strappati da una scopa, facciazza rotonda, neo peloso tra il naso e la bocca. La voce non lo so, non l’ho mai sentita.
Ciò che non dovrei e non vorrei vedere (amo mentirmi), perché fa male, siede invece sulle due poltrone alla mia sinistra - niente vicini, beata lei. Una biondona che sembra uscita da un film americano degli anni Settanta/Ottanta, Ray-ban a specchio, bandana rossa, vestiti (pochi) stracolorati e una pancetta burrosa che traspare dai medesimi. Figlio e birre, con certezza. A giudicare da come sta spaparanzata forse dorme della grossa, deve aver fatto le ore piccole, piccolissime.
L’autista imbocca l’infinito ponte che collega Rio a Niterói e, presumo e spero solo per chiedere un’informazioncina breve breve, dalla cantina dell’autobus sopraggiunge una nera blu, magra e muscolosa, che si è tolta le scarpe. Appollaiata all’imboccatura del corridoio, praticamente sulle mie ginocchia, ho come l’impressione che stia facendo la corte all’autista, ma non può essere. Un cartello grande come una casa, infatti, recita forte e chiaro Parlate all’autista solo il minimo indispensabile, ben più brasiliano e meno nazi del nostro categorico Proibito parlare al conducente. Nonostante l’evidenza, la donna sembra aver innescato un soliloquio interminabile, durante il quale affronta tutti i temi del momento: i candidati alle presidenziali, sinistra sì/sinistra no, i recenti casi di dengue, la globalizzazione, che tempo farà, ho tre figlie e quindici nipoti.
L’autista tenta invano di guidare, ma ogni tanto è obbligato a regalarle un “sì/ebbene sì/in effetti/ha ragione”, se non altro per far finta di ascoltare e non addormentarsi con il ronzio del monologo. A ogni curva la tipa mi barcolla addosso, ma nemmeno i calcetti e le gomitatine che le regalo a cadenze regolari aiutano a farle notare che mi/ci sta devastando l’anima e i coglioni. Per distrarmi, ogni tanto butto un occhio a Brigitte Bardot, che ronfa di brutto, con tanto di mascherina da aereo calata sugli occhi.
A un certo punto l’autista non ce la fa più e, con tutta la delicatezza del mondo - deve aver già accumulato mezz’ora di ritardo sulla tabella di marcia per ascoltare la sciroccata - le chiede gentilmente se può andarsi a sedere al suo posto, con la scusa di un blocco di polizia. Guardo l’orologio: quarantacinque minuti netti di soliloquio. Le prime file - quelle a portata di orecchie - applaudono interiormente, sento le mani che si spellano, anche se di fuori tutti fanno finta di sonnecchiare.
Il viaggio prosegue tranquillo fino alla prima autostazione, dove ci fermiamo per il pranzo. La Barbie XL si sveglia, scende come tutti dal bus, e al self-service la obbligo a sedersi al mio tavolo, l’unico occupato di tutto il ristorante, a suon di sorrisi.
“Come ti chiami?”
“Irene”, mi comunica con un sorriso ancora piegato dal sonno, mentre appoggia il cellulare e un po’ di verdure sul tavolo. Mastichiamo.
Facciamo presto amicizia, mi racconta di essere gaúcha di Porto Alegre, di avere vissuto per un lungo periodo a Vitória - dove ha un figlio, motivo del viaggio, e un ex marito, che mi sembra di capire potrebbe anche fare a meno di rivedere - e di abitare a Rio. In effetti ha un accento carioca mostruoso, sembra la caricatura vocale di una paulista che imiti una carioca, tutte esse strascinate e scivolose (roba brasiliana, molto diversa da quella emiliana), che sui turisti come me hanno un effetto erogeno particolare. Ha un modo di parlare da pantera, ggiovane e agitato, gesticola, sembra una tigre funky uscita da qualche discoteca di Rio, e infila il termine giocoso neném, ‘neonato’, ‘bebè’, una parola su tre. L’abbigliamento e la parlata, in effetti, traspirano discoteca. Iniziano a sorgermi dubbi. Non mi chiede di dove sono, nonostante il mio accento chiaramente straniero; non mi chiede che cosa faccio nella vita, dove vado e perché: tutte domande che in un dialogo ‘normale’ sarebbero le prime a comparire.
“Sai - a un certo punto mi rivela, senza il minimo filo di vergogna o pudore - lavoro di notte. La famosa notte di Rio.”
Un eufemismo delicato per dire che batte, e io faccio finta di niente, anche se per l’imbarazzo cretino mi si pianta la forchetta nelle gengive.
Tornati sul bus è d’obbligo cambiare posto, anche perché Irene mi invita in quello libero di fianco al suo. La mia ex compagna di viaggio certo non ne avrà a male, io meno ancora. Zompo di là, preoccupato che Irene possa avermi scambiato per un eventuale cliente. Le lavoratrici ‘staccano’ quando sono in vacanza, o sono sempre sul pezzo? Ho dollari da spendere? Se lavora a Rio deve essere abituata a cifre dai molti zeri, con tutti i turisti imbecilli che la frequentano. Ci vorrei fare un giro? Nel caso, mi sono lavato bene le ascelle?
Questi, e molti altri quesiti, mi ronzano in testa mentre Irene mi racconta, fra il divertito e il fatalista, la sua storia di piranha. Io spalanco le orecchie, non potevo trovare una compagna di viaggio più interessante.
“Abito a Leblon, sopra il Cicciolina, il ‘Cia’, come lo chiamiamo noi, una delle boates per stranieri più conosciute. Il ‘Cia’ costa poco, appena venticinque reais, e hai diritto a due consumazioni. Il locale migliore, però, quello che frequento più spesso, praticamente tutte le notti, è il Barbarella, cinquanta sacchi solo per entrare, consumazioni escluse. Lì sì, che è chic, si marcia esclusivamente a whisky e champagne, e ci lavorano circa duecentoquaranta ragazze, per altrettanti clienti.
Italiani, quanti ne ho conosciuti... Mi ricordo di un tal Massimo, quarantadue anni, un vero minimo. Non sopportava che mi mettessi vestiti volgari, ogni volta mi faceva delle scenate isteriche. Poi era gelosissimo. Un pomeriggio, quando mi aveva rotto e lo avevo smollato in spiaggia, mi seguì dalla distanza fino al mio appartamento. Mi vide entrare e si attaccò al citofono, facendo impazzire il portiere. Io fingevo di non essere in casa, mentre invece ero su con una fidanzatina di Angra dos Reis che ci scambiavamo qualche bacio. Il rompicoglioni insistette talmente - si mise a prendere a pugni la porta - che dovetti aprirgli. Pensava che fossi con un altro uomo, ma quando mi trovò con la gatinha si trasformò in una statua di sale. Come se non bastasse, ‘sto Massimo era un feticista dell’urina, la collezionava. Pensa che un giorno, dopo aver scopato, e io essere andata in bagno a fare pipì, mi corse dietro con una bottiglietta in mano.
“Ti prego, Irene, mettine un po’ qua...”.
Quel giorno avevo le mestruazioni e Massimo voleva portare a casa una specie di camparino, forse da aggiungere alla collezione in salotto. Io mi sono rifiutata.
Da qualche anno, inoltre, ho una specie di fidanzato fisso italiano. È un bel ragazzo milanese di trentaquattro anni, fa il broker ed è gonfio di soldi. Sono già stata in Italia con lui, sua madre crede che io sia una fidanzata ‘normale’, gli chiede in continuazione quand’è che mi sposerà. Ma il bello è che lui continua a pagarmi, anche se stiamo assieme da tanto tempo, dice che gli va bene così e che mi vuole dare una mano.”
“Scusa la domanda indiscreta - la mia curiosità è ai massimi livelli -, ma quanto chiedi per una prestazione (giuro che le rivolgo questa domanda senza calcolare quanto ho nel portafogli)??”
“Mah, il programa basico, di solito, è di centosettanta dollari, e le notti che va male tiro su quattrocento reais.”
Circa duecento euro, cazzo. Per un momento accarezzo l'idea di diventare il suo pappa.
“Per tre anni e mezzo ho lavorato seriamente in un’agenzia turistica statale brasiliana a Madrid, ma poi ha chiuso i battenti, e da un giorno all’altro mi sono ritrovata in strada. Che cosa potevo fare, prendere il primo lavoro sottopagato che capitava e guadagnare uno schifoso salario minimo? Neném, ora, con questo lavoro, che a volte per inciso non è niente male, in pochissimi anni mi sono comprata una casa a Vitória, una moto, pago l’affitto dell’appartamento di Rio e in banca ho circa seimila reais. Certo, non sono ricca, ma me la passo decisamente bene, e a mio figlio, la luce dei miei occhi, non faccio mancare nulla.”
“E al tuo ex che gli dici, del tuo lavoro?”
“Quando scelsi di fare la vita fui molto onesta e sincera, gli dissi che la vitina mediocre di famiglia non era per me, non potevo trascorrere il resto della mia esistenza a fare attenzione alle bollette. Presi e partii per Rio. Lui, di conseguenza, decise che finché avessi continuato a lavorare in questo modo non ci sarebbe più stata famiglia, se non per la gestione del bambino. E di fare l’amore non se ne parlava nemmeno. Io, d’altronde, per lui non sentivo più nulla. Poi, a Rio, appena arrivata, mi sono messa quasi subito con un cliente che è stato il mio uomo ufficiale per quasi due anni. Si tratta di un campione del Flamenco, non posso fare nomi, che mi ha ricoperto di soldi e attenzioni per tutto questo tempo. Poi, un bel giorno, qualche settimana fa, ha deciso che non gli andavo più bene. Pensa che diversi giorni fa mi è capitata l’occasione di andare a lavorare in un bordello in Svizzera, era tutto pronto, il tenutario mi aspettava, i clienti pure, e l’unica cosa che mi mancava era il biglietto aereo. Ho chiesto i soldi al mio ex, ne ha che gli escono dai pori, ma non mi ha voluta aiutare. E tutto è sfumato, qualcun’altra è partita al posto mio. Prima o poi gli faccio spaccare le ginocchia da qualche amico.”
Arrivati all’altezza di Campos, una cittadazza a metà strada, incappiamo in una deviazione, causa rifacimento del manto stradale. L’autista imbocca quella che ritiene una parallela della strada principale. In realtà finiamo in un sentiero sterrato fra i campi di canna da zucchero, ecco Cuba, e il polverone che si alza è mostruoso. Inizia un’odissea di un’ora buona, a zigzag fra i sentieri, visibilmente persi. La vaga idea di aver ritrovato la strada l’abbiamo quando rimaniamo bloccati in un ingorgo. Tutti quelli che hanno sviato sono finiti lì, chiusi in un imbuto fatto di polvere, caldo, lamiere e canna da zucchero.
La chiacchierona nera, con evidenti ansie di guida, è ripiombata davanti, regalando preziosissimi e indispensabili consigli all’autista, aforismi di saggezza ai passeggeri. Ha un alito pesante che sa di cachaça, all’autostazione deve aver pranzato a suon di distillato. Il viaggio si è trasformato in una barzelletta, tutti, anziché incazzarsi, ridono, Viva Brasil! In una situazione del genere, in Italia, ci sarebbe chi si fa prendere da una crisi isterica, e a fine viaggio denuncia la compagnia di trasporti e l’ANAS. Ma qui, se dio vuole, siamo a un’altra latitudine.
Partono raffiche di battute dalle retrovie, soggetti principali l’autista, i poliziotti che ci hanno fatto imboccare quella strada, le auto che provengono in senso contrario - incastrandosi sempre di più - e la madre del genio che ha deciso di asfaltare la strada.
La nera logorroica viene mandata in avanscoperta in mezzo al polverone - è l’unica che ha il cuore per farlo -, un po’ per capire se riusciremo mai a proseguire, un po’ per levarcela dai coglioni. Come scende dal loggione scattano battutacce razziste, tipo “attenta a non tornare bianca” o simili. Risate, caldo bestia, qualche ascella pesante, molto zen.
Tornata a bordo, l’esploratrice ci comunica che, come se non bastasse, un autobus che proveniva in senso contrario, viste le dimensioni ristrette del sentiero, è riuscito a infilarsi in un fosso. Salve di fischi all’ambasciatore che porta pena, dal fondo del bus. L'esploratrice ormai deve aver capito che tutti la stanno prendendo per il culo, e se ne ritorna zitta e buonina al suo posto.
Dopo mezz’ora l’ingorgo sembra fluire e riusciamo ad abbandonare il dedalo del canneto, alcuni ringraziano i santi, altri riprendono a dormire.
“Dove vai?”, finalmente Irene si decide a chiedermi, poco prima di arrivare a destinazione.
“A Vitória per qualche giorno, poi al Morro de São Paulo, nella Bahia. Ho un amico che vive là.”
“Ah, il Morro. L’anno scorso sono stata una notte con un italiano, uno che in Italia faceva l'editore, e che ora ha una pousada là. Un programmino basico.”
“Come si chiama?”
“Un nome strano, tipo Celerino o Cestino. Un tipo di Modena, sulla cinquantina.”
“Cazzo. Celestino. Il mio amico.”






Birra volante
Scena orribilis, difficile da dimenticare.
Reduce da un torneo notturno di caipirinhas nel Pelourinho - il centro storico di Salvador de Bahia - assieme alla mia fidanza, ci sediamo a un tavolino della Barra, il quartiere più frequentato dagli italianos. In alcuni tavoli vicini, infatti, si sono create piccole italie in miniatura, congreghe di nostri compatrioti di varie regioni coalizzati nel nome della Dea Sorca - questa la vera Unità d’Italia, altroché Garibaldi. Mi sono fatto questa & quella, cazzo che caldo, buona questa cervegia, la pizza però fa schifo, ehi guarda là che figa. Questo il livello dei discorsi, nonostante ci troviamo nella città di Amado e Veloso. O, forse, proprio grazie a loro.
Ordiniamo l’ultima caipirinha, il bicchiere della staffa, il colpo di grazia. Sediamo a uno dei tavolini più esterni e riservati, non vorrei che stando troppo vicino ai miei fratelli d’Italia qualcuno mi scambiasse per l’ennesimo italiano con l’ennesima zoccola. Fra i tavoli si trascina una ragazzina incinta, con un altro bebè già sfornato in braccio. La vedo tutte le sere, credo che batta anche se è gonfia come un panettone, in questa spiaggia l’offerta copre tutti i gusti ipotizzabili dei gringos. Il suo approccio con la clientela, però, tende più verso l’elemosina. La fanciulla va a rompere le scatole a tutti, chiedendo con voce lamentosa um real, por favor, tio. Mentre ossessiona due gringhi di mezza età con le camicie ben stirate, per una volta non italiani, il bimbo che tiene in braccio si diverte a massacrare rumorosamente una lattina di Coca-Cola raccattata da terra. La piega. Gli cade. Nel piatto dei gringhi. Bestemmie tedesche o danesi, non mi è  chiaro, non parlo le lingue dei vikinghi. Camerieri che accorrono con i vassoi utilizzati a mo’ di sfollagente, la puerpera che viene allontanata a male parole.
Tedesco è senz’altro un omaccione magro e alto, in là con gli anni, che da qualche giorno vedo vagolare su e giù per questi cento metri di spiaggia, sempre con una canottiera bianca e uno sguardo triste e perso nel vuoto. Ha una piccola crosta su uno zigomo, deve essere caduto o aver sbattuto contro le nocche di una mano chiusa. Si avvicina al nostro tavolo, con andatura da Frankenstein. No, per fortuna il suo capolinea non è il nostro tavolo, ma quello di fianco, dove una professionista sta intrattenendo un altro padre di famiglia. Anche lui non freschissimo, con gli occhiali. Parlano in inglese e il tipo deve essere scandinavo, ha la faccia da guardiano del faro.
Lo zombie tedesco, visibilmente alterato, improvvisamente inizia a inveire contro la ragazza, bionda, almeno la metà dei suoi anni, forse un terzo. Alta, bruttina e con due orecchie a sventola che devono causarle non pochi problemi d’attrito con l’aria, quando cammina controvento.
“Cazzo, ma allora sei proprio senza vergogna! - lo zombie le parla in portoghese, con un marcato accento da mangiawurstel -. Te la fai con tutti, ogni sera uno diverso!”
Poi si rivolge al suo accompagnatore:
“Lo sa che questa donna è mia moglie? Che nella pancia ha un figlio mio di tre mesi? Lei a casa sua è abituato a scopare le donne incinte degli altri??”
Lo scandinavo non parla portoghese e non deve aver capito niente, ma non fa in tempo a pronunciare una sillaba che la sua hostess afferra un bicchiere di chopp, birra alla spina, e lo scaraventa - senza vetro, per fortuna - in faccia al marito cornuto. Centrato in pieno, faccia grondante e canotta non più bianca. Pochi, interminabili secondi di silenzio e gelo in tutto il ristorante, persino gli abatantuoni si sono zittiti. Camerieri che accorrono, tedesco che trattiene a fatica le braccia e non la strangola, come invece farebbe qualsiasi brasiliano (ma, in questo caso, lei non si sarebbe minimamente sognata di prenderlo a birrate). Dumba che inizia a sbraitare un monologo a uso e consumo dell’intero teatro, guardandosi in giro mentre recita:
“Marito, sì, come no. Ma se il giudice ci ha separati, nero su bianco, ho le carte... Che vuoi? Chi ti conosce? Non vedi che ho da fare, che sono in compagnia?”
Al tedesco impazzano le vene della fronte e del collo, gli occhi emanano luce omicida, il portoghese gli si accavalla in bocca. Nonostante ciò, si capisce quello che urla:
“Vergognati, puttana! La madre di mio figlio, che continua a vendersi per strada... Non ti sono bastati tutti i soldi che ti ho dato? Sei una vergogna per te, e una vergogna per il Brasile! Vergonha, Brasil!”
“Vergognati tu, che prendi un aereo solo per venire a scopare!”
La scena va avanti per un po’, con ritornelli già sentiti e ripetuti più volte (puttana/vergogna/figlio/giudice/ecc.). La situazione è così pietosa e deprimente che siamo catatonici, totalmente rapiti dal dialogo rissoso. Chi non ci sta a subire in silenzio, invece, è un altro cliente, anche lui con piranha d’ordinanza al tavolo. È tedesco e molto più giovane e biondo del suo compatriota, che deve aver deciso di difendere a parole per qualche sorta di cameratismo tardonazi:
“Non ti vergogni a trattarlo così?”, le dice con aria moralista dal tavolino a breve distanza.
E la madre sportiva getta un altro bicchiere di birra, quello del suo cliente allibito, addosso al partigiano difensore dei diritti dei puttanieri. Per fortuna non lo becca, è fuori portata, altrimenti stavolta rischierebbe di ritrovarsi con la faccia o, quanto meno, le orecchie a brandelli. Il tipo è giovane, grosso e incazzato, e rimane seduto al proprio tavolino solo per le suppliche della sua accompagnatrice e per l’intervento in massa dei camerieri.
Visto che ormai ha dato tutto lo scandalo possibile, Dumba ora innesca una specie di monologo diretto prima all’intero ristorante - che le punta addosso gli occhi, anche per il timore di beccarsi una birra; spostiamo leggermente le sedie -, poi al suo cavaliere. Se fossi in lui mi sarebbe già passato l’appetito, ma il tipo rimane a presidiare la conquista. La quale, visibilmente scossa, ha preso a farfugliare in una specie di esperanto da scannatoio, passando dal portoghese al tedesco all’inglese, e in mezzo mi sembra di riconoscere anche un po’ di russo e spagnolo, per spiegare le proprie ragioni (vecchio matto/non sono la moglie di nessuno/faccio quel cazzo che voglio/va a farti una sega).
La faccia dell’ex marito è una maschera di tristezza, forse stanotte si suiciderà. O la aspetterà dietro un angolo per tagliarle la gola. Comunque vadano a finire le cose, andiamo a dormire con una bella depressione.
Il giorno dopo, e quello dopo ancora, e ancora, il vecchio in canottiera è sempre lì, con lo sguardo macinato, a presidiare il posto. Totalmente perso, deve aver deciso di spendersi tutta la pensione finché non avrà riconquistato la donna che ama. Anche se non sa dov’è, probabilmente in un motel a succhiare qualche gringo.





Egisto
Il Brasile, a volte, può sembrare un paese porno. Lo fa involontariamente, senza rendersene conto, sem maldade, per poi lamentarsi se in certi luoghi e in certe situazioni diventa la mecca dei turisex. In giro circolano band musicali con nomi tipo Calcinha Preta (‘Mutandina Nera’), Calcinha Dilacerata (‘Mutandina Lacerata’) o Cheiro de Menina (‘Odore di Bambina’), così come con i miei occhi ho visto bar chiamati Pau Mole (‘Cazzo Moscio’) e Pau Armado (‘Cazzo Duro’) - in due città diverse, probabilmente diverse anche come carica erogena dei propri abitanti. Nelle cartolerie si trovano quaderni per gli alunni delle elementari sulle cui copertine spiccano foto di culi abnormi, con relative proprietarie bionde, distese in spiaggia e protette solo da striminziti fios dentais - ‘fili dentali’, i minuscoli bikini che scompaiono fra le natiche. Dev’essere difficile concentrarsi a scuola, durante una lezione di matematica, con copertine così.
Per carità, niente ipocrisie, io sono per i filmacci al posto dei telegiornali dell’ora di pranzo (questi ultimi la vera pornografia di oggi). Ma mi dà un certo fastidio vedere che c’è chi scaglia la prima pietra e poi ritrae la mano. Siamo onesti. Se vogliamo riservare un posto d’onore al sesso nella nostra/vostra cultura, non possiamo poi lamentarci se i maniaci dell’argomento prendono l’aereo e ci raggiungono dall’altro capo del mondo. O ci trasformiamo in talebani - una scelta come un’altra - o liberalizziamo la merce, senza falsi moralismi. Le vie di mezzo non hanno un gran senso, sanno di tagliatelle al ragù senza parmigiano.
Egisto, un mio conoscente di Imola, può essere considerato il cliché del turisex, la bestia assatanata simbolo della disperazione sessuale da G8. Uno per il quale Costanzo darebbe in blocco tutte le mogli, guadagnandoci di brutto, pur di averlo sul suo teatrino e intervistarlo. E che io trovo degno di un'approfondita analisi antropologica, tanto da seguirlo in qualche scorribanda delle sue. Ecco il suo interessante curriculum vitae:
Un metro e ottantacinque, fisico possente, trentasei anni, campioncino di squash, ossa grosse, collo alla Mike Tyson, cranio rasato, pizzetto nero da nazicarabiniere. Accessori: occhiali neri fascianti, Polo nera (sempre, ne ha due cassetti pieni), marsupio a tracolla, Rolex abbagliante. Commercia frutta all’ingrosso anche se, in realtà, potrebbe vivere di rendita: ogni mese gli arrivano euri seri sul conto bancario, grazie alla proprietà di un bowling e di qualche appartamento lasciatogli in eredità dal padre. Nonostante sia ricco, mantiene una taccagnosità puntigliosa, ragionieristica, inculcata irreversibilmente nel DNA sin dall’infanzia, quando il babbo gli passava una paghetta striminzita e il c/c manco sapeva che cosa fosse. Nelle sue spese, Egisto centellina meticolosamente ogni singola voce passiva. Forse è l’unico italiano che ha adottato una tattica cubana nell’approccio alle discoteche. Quando ci va, prima di uscire, a casa si prepara un beverone che mette in una boccetta da asporto e imbosca sotto la Polo. Si limita a pagare l’ingresso, quando non trova un buttafuori partigiano che lo fa passare senza pagare. Dentro non compra nemmeno un bicchiere d’acqua. Le femmine da discoteca italiche, ovviamente, vedendo uno così, che si porta il drink casereccio sotto l’ascella, non lo guardano nemmeno di striscio, nonostante la possenza. Troppo proletario (ma non sanno che, in realtà, è gonfio di quattrini).
Egisto, per sua dichiarazione, è un erotomane.
“Sono malato, non ci posso fare un cazzo. Se non ne chiavo una diversa ogni giorno mi gira la testa.”
Nei sentimenti, in effetti, il mio amico è davvero no limits, tanto per usare un’espressione stronza. Nelle discoteche italiane, come dicevo, Egisto non ne chiava una diversa ogni giorno. Ogni giorno, invece e purtroppo, chiava la propria fidanzata, sì, ne ha una. Ossa grosse pure lei, vaccona, eppur non ignorante - ogni tanto prova a trascinarlo, con enorme fatica, a teatro o a vedere qualche isterico film francese. Gianna l’ha conosciuta chattando, è di Dozza, un paesello carino a due passi da Imola. Stanno assieme ormai da un paio di anni, e lei dev’essere innamoratissima, altrimenti non si spiega come fa a sopportarlo. Non solo perché lui, quasi tutte le sere, tira ad andare in discoteca senza di lei, ma anche perché, ormai dalla notte dei tempi, ben prima di conoscerla, si è trasformato nel turisex per antonomasia. Con la scusa del lavoro (“vado alla fiera di XZY per vedere quali nuovi frutti tropicali posso importare”), da anni si gira il tropico dove la gnocca la regalano 3x2, a seguito del proprio uccello invasato e rabdomante. Cappella in resta, e via sul primo aereo.
Anni fa, era un abbonato di Cuba. Ma da quando Castro ha inasprito le leggi contro il turismo sessuale, Egisto ha iniziato a cambiare destinazioni.
Qualche anno fa, dopo insistenze incredibili, Gianna è riuscita a farsi portare dietro da Egisto durante un viaggio ‘di lavoro’ in Madagascar. Impazzito per il fatto di avere dietro di sé il rimorchio costante, una sera in cui lei si è beccata un’infezione intestinale, Egisto è uscito ‘a cercarti un po’ di antibiotici, tesoro’. È corso a troie in una delle peggio discoteche di Tanà. Poi, sulla via del ritorno, si è pure ricordato di fare un salto in farmacia.
Le sue mete preferite degli ultimi tempi - più o meno da quando sta con Gianna -, però, sono la Thailandia e il Brasile. Ci va ripetutamente, con cadenza regolare, purtroppo non per i lunghi mesi cui era abituato prima di fidanzarsi. Ora non riesce a strappare più di una settimana/quindicina di giorni alla fidanza. Patthaya in Oriente, Fortaleza e, occasionalmente, Salvador in Brasile.
“Là ho tutti i miei appoggi e non corro problemi. Pensa che a Fortaleza ho un amico tassista che me le trova e me le porta a casa.”
Egisto, ormai da un paio di anni, ha sempre la stessa stanzetta nella capitale del Ceará. La vecchia affittacamere gliela dà all’equivalente di quattro euro al giorno e, particolare fondamentale, chiude tutti e due gli occhi su chi il suo cliente affezionato si porta in camera.
Il mio amico, come dicevo, è senza grossi limiti, una volta che è libero di cacciare.
“C’ho provato mille volte, ma col preservo non riesco a sborrare”, mi confida un giorno.
“Ma... non hai paura dell’AIDS?”
“Quella peste lì te la becchi solo se scopi con la stessa più volte. Io mi sono imposto di fotterne sempre una diversa, così sto sicuro.”
Egisto contempla ogni tipo di compagnia, purché viva e disponibile.
“Una volta ho tirato su un trave lungo la Beira-mar di Fortaleza, con la parrucca bionda. Arrivati da me ha iniziato a spogliarsi. Si è tolto la parrucca, aveva i capelli rasati a zero. I peli sul petto. E una cippa enorme fra le gambe. Ma ormai ero lì, tu che cos’avresti fatto...?”
Nella sua follia, Egisto, sembra uscito da un film sui serial killer. Il fatto, però, è che esiste sul serio, ed è esattamente come ve lo sto descrivendo. Pensate che conserva meticolosamente un diario, dove quotidianamente annota chiavate, caratteristiche del buco conosciuto, costi, colori, aromi, segni particolari, voto della trombata, compleanno del/la partner.
Egisto, in realtà, ha cominciato ad andare in Brasile già nel lontano ’89. Allora, totalmente incapace di comunicare in portoghese, e facendosela anche un po’ addosso per la paura dei negri - bianco, fascista, antiterzomondista, se non per chiavare il suddetto Terzo Mondo -, riuscì a spendere milleduecento dollari di taxi per andare su e giù tra Rio e Porto Seguro, nel sud della Bahia. Un autobus su quella tratta non deve costare più di venticinque-trenta euro, a prendere uno di quelli di superlusso, con la tv, gli auricolari e il servizio di bordo. Da allora, forse, ha iniziato a fare i conti meglio, e oggi paga la sua camera di fiducia, con le tendine e i vetri anneriti per non essere visto da fuori, quattro euro al giorno, dopo una lunga contrattazione con la vegliarda, che gli ha tirato giù un euro al dì nel nome della sua regolarità e della sua pidocchieria. Gringo pão-duro, braccino-corto, così li chiamano quelli come lui, da queste parti.
Il mese scorso, volendo approfondire l’indagine sociale, mi sono fatto una settimana di fuoco con lui nella Bahia. Altroché Bastioni di Orione.
Il bello è stato che, stavolta, alla fidanza non ha detto niente, se non che andava ad Amburgo (!) per lavoro. Ora, anche i meno colti in geografia, sanno benissimo che a gennaio nel nord della Germania il sole non risplende esattamente come a Salvador. Lo sanno persino le fidanze romagnole che chattano e di nome Gianna.
All’aeroporto Marconi di Bulàgna Egisto si presenta con una bandana nera del Pirata, la discoteca più inzoccolita di Fortaleza, a coprire la pelata. Sembra Bruto, il nemico di Braccio di Ferro. È in paranoia totale, con sé non ha alcun abito o accessorio estivo, comprerà tutto là. Io sono l’unico a sapere della sua vera destinazione e stavolta ha avuto il coraggio di raccontare a Gianna che sarà per tutto il tempo in una valle fatta a imbuto, a una certa distanza da Amburgo, in cui i cellulari non prendono. Ah, no, in realtà c’è un’altra persona che conosce il suo vero destino. Si tratta di un’impiegata partigiana, una sottoposta alla quale, in passato Egisto aveva dato due botte e che ora lo copre agli occhi della fidanzata. Il problema dell’abbronzatura - Egisto ha una carnagione bianca da norvegese - saranno cazzi da cagare, come mi dice più volte durante il volo. Come sempre, Egisto tira come una bestia - è andato in bagno a farsi un rigone, subito prima del decollo, in giro c’è chi prende tranquillanti per affrontare la fifa del volo, lui no - e urla, non parla. Sudato, emette risate fragorose, quando si infervora particolarmente su un argomento che lo fa incazzare tira pugni sul tavolinetto, la suora che sta seduta davanti e si becca dei colpi di frusta ogni tanto si gira con sguardi inceneritori, ma non dice nulla. Gesù perdona, anche i subumani. Classe economica, si sa, è una tristezza, non ci si può muovere, soprattutto se hai una stazza e una pace dei sensi come quelle del mio amico.
Arrivati a Salvador, noleggiamo un’auto - una Ford Fiesta, la più enomica che c’è - e ci dirigiamo subito a Itaparica, la bella isola ricca di piantagioni di maria che sta nella Bahia de Todos os Santos. Lì prendiamo una stanzetta in una pousada, dopo mezz’ora di indagini di mercato, calcoli, somme. Egi vuole risparmiare sulle cose non fondamentali, il capitale di babbo va investito al meglio, cioè in coca & zoccole.
Di sera ci fiondiamo al forró, un localazzo di quattro pareti e due casse acustiche grandi come condomìni, l’unico in cui è ipotizzabile reperire sorca a tassametro. Dopo cinque minuti che siamo seduti a un tavolino di plastica ci ritroviamo appena dodici ospiti alla nostra corte, tre o quattro zoccoleiras, fratelli, amici e cugini, il figlio di una. Sotto il tavolo abbiamo accumulato due casse vuote di Antârctica, il cameriere sta arrivando con la terza. Pagano i gringos, noi. Dimenticavo, tra le spese essenziali Egisto annovera la birra, serve da amo per le cose che lui cerca, non importa se per pagarla deve dormire in una bettola con gli scarafaggi.
Sceglie dal mazzo quella meno giovane, e quando le luci si abbassano per un lento e la famiglia se n’è andata a dormire, sbronza, Egisto cerca di farsi fare una pompa sotto il tavolo dalla sua nuova fidanzata, la quale, potremmo anche dire che è comprensibile, si tira indietro.
Não, meu amor, aqui não dá não, vamo pro seu quarto”.
Per fortuna, almeno stanotte, il ragazzo decide di non portarsi gente in camera, la convince a fargli un lavoretto di soffio nel retro, tra i sacchi delle immondizie, e andiamo a dormire verso l’alba, cotti dall’alcol e dalla stanchezza.
La mattina seguente, mentre preparo le mie cose per partire, vedo Egisto che fa una croce con una biro sul lenzuolo, quello che si è portato da casa. Poi lo tira via e lo mette in valigia.
“Egisto, cazzo fai, disegni le lenzuola?”
“No, è per ricordarmi da che parte stavano i piedi. Non vorrei rimetterle dal lato sbagliato, sotto la faccia.”
Igienismo maniacale e perversioni totalmente prive di sicurezza convivono pacificamente nel mio amico sciroccato.
Seconda tappa è il Morro de São Paulo, sull’isola di Tinharé, di fronte alla città di Valença. Ci arriviamo la sera, dopo aver regalato una mancia di 50$ a una pattuglia della polizia che ci ha fermato lungo la strada. Guidava Egisto, ma della patente internazionale, per non parlare di quella brasiliana, non aveva nemmeno l’ombra.
Arrivati a Valença, lasciamo l’auto in un parcheggio di tassisti. E, visto che c’è, Egisto si fa vendere venti grammi di polvere da uno di questi. Corre ad assaggiarla nel cesso del parcheggio, cadendo immediatamente in paranoia, da bravo cocainomane.
“Pietro, ci avranno denunciato agli sbirri?”
“Spero di no..”
Per stare sul sicuro, se ne tira un’altra bella riga, se mai lo (ci) dovessero fermare ne avrebbe di meno in tasca. L’attesa per la lancia è dura e sudata, nervosissima, eterna.
Scesi dalla barchetta che ci scarica sul porticciolo dell’isola, per raggiungere l’abitato, dove ormai si contano più pousadas e ristorantini che case, ci aspetta una bella salita d’asfalto, bagagli in mano. Gli indigeni, per fortuna, si sono industriati, per cui allo sbarco c’è sempre qualche nerboruto che, carriola tra le mani, offre il servizio di facchinaggio per pochi reais. Buttata la sua valigia su una carriola, vedo che Egisto chiama un altro facchino. Poi si accomoda nell’altra carriola. Quindi gli dice di portarlo su, fino alla chiesetta. Il tipo lo guarda strano, non s’incazza solo perché il mio amico ha le ossa grosse, e non c’è capoeira che tenga di fronte a uno allevato a frutta, bowling, bistecche e cocaina.
Egisto scende mezzo incarognito, di fronte ai cento não del tipo.
“’Sti negri non sono più quelli d’una volta, altro che Giorgio Amato...”
Egisto, nonostante venga in Brasile da più di quindici anni, si ostina a non parlare portoghese.
Trovata una pousada da quattro soldi, disteso il lenzuolo dalla parte giusta, tirata una riga e messo un po’ di Paco Rabanne sotto l’ascella della Polo, ci buttiamo in strada. La via principale è un vero casino di luci e bancarelle tardofreak, settecento ristoranti che ci avvolgono come in un tunnel da luna park. Il posto ormai è sputtanato, invaso da orde di israeliani e italiani. Più i primi, in verità, tanto che sull’isola non sembra esserci ombra di professioniste. Non che ai figli di Davide non piacciano le mercenarie, casa loro è intasata di Irine e Svetlane dalla Russia con furore (di fatturare), ma è noto come gli stessi non amino aprire il portafogli, soprattutto quando, dopo qualche anno di servizio militare passato a sparare ai palestinesi, se ne vanno in giro per il mondo, per almeno sei mesi e con le economie contate.
Dopo cena, seduti su un muretto a dire amenità e guardare il passaggio, faccio una proposta indecente al mio amico.
“Egisto, e se stasera, per una sola volta nella vita, poi non lo facciamo mai più te lo prometto, abbordassimo due femmine normali, alla vecchia maniera? È pieno di turiste, ce ne saranno pure un paio che ce la vorranno regalare... Che ne dici?”
“Mmmm. Vabbé.”
La smorfia che fa non è sintomo di estrema convinzione, ma ci prova. A modo suo. In fattanza viola.
“PSIU!”, fa un tirino a due pauliste - le riconosco dall’accento, mentre ci si avvicinano - che, come prese a schiaffi dall’eleganza del mio amico, girano i tacchi in mezzo secondo.
“Pensano d’averla d’oro, quelle due troie?”
Evito commenti, mi limito a dirgli, dopo un’ora abbondante di occhiate rapaci, liquide e pazze alle passanti, che così non si tirano su nemmeno le puttane, andiamocene a letto.
Per l’incazzatura, per la frustrazione della propria incapacità dongiovannesca, Egisto se la prende con i sandali di un israeliano, lasciati a puzzare fuori dalla porta di fianco alla nostra, nella stessa pousada. Li prende e, con l’indice, gli fa fare un volo di dieci metri, nel boschetto alle spalle dell’edificio.
“Così la prossima volta imparate a comprare scarpe decenti, giudei”, lo sento sbraitare alle stelle, mentre le suole formaggiose si liberano nell’aria e finiscono a concimare i formicai.
Boa noite.
Ilhêus, tappa successiva. La città di molti romanzi di Amado, primo fra tutti Gabriela, immortalato nelle foto appese al Vesuvio, il locale storico con i ritratti di Sonia Braga e Marcello Mastroianni. A Egisto, però, di tutte queste reminiscenze letterarie e cinematografiche non ne può fottere di meno.
“Troie, a me!”, è il suo grido di battaglia, come entriamo in città. Seguito da “Che schifo, in giro ci sono solo dei negri.”
“E le negre, Egi, dove le metti?”
Al mio amico brillano gli occhi, non occorrono risposte a parole.
Per una volta, e non sono in grado di spiegarvi per quale indecifrabile moto dell’anima, il mio socio decide di alloggiare nell’albergo più da papponi della città, quello in cui ha alloggiato Guga, il tennista più famoso del Brasile. Si capta pure l’immonda Rai International, con i suoi orrendi programmi da emigranti, tutti mandolini e cappelli d’alpino.
Quattro righe, e via in strada. Egisto guida su e giù per il lungomare, attaccato come un napoletano al clacson della Fiesta. È il suo richiamo d’amore, seguito da frasi sconnesse in imolese e in portuñol, la lingua dei gringhi.
Solo verso le tre del mattino, lungo la strada per Itacaré, riusciamo a raccattare tre piranhas. La prima indossa una maglietta di lycra azzurra con Leandro & Leonardo, i più famosi cantanti di musica sertaneja, ex coltivatori di pomodori. Ha l’attaccatura dei capelli a un centimetro dalle sopracciglia, sembra una scimmia senza denti, ma non siamo da Licia Colò. La seconda deve avere centocinquant’anni, e dal modo di fare dev’essere la ruffiana (madre? zia? nonna?) delle altre due. La seconda, e qui è la sorpresa, è un enorme tronco di sorca, una specie di Pocahontas india, con treccine nere. Spettacolare. Da sposare. Il Brasile è bello perché strano, ti sorprende sempre.
Con le tre facciamo mattino, trascinandoci qua e là in macchina, fino al primo sole, quando andiamo direttamente in spiaggia a lavorare di Antârctica. Nello stereo del baretto pompa un po’ di musica ‘normale’, roba decente alla Caetano, ma la vecchia insiste con il proprietario per sintonizzare la radio su qualcosa di più verace. Axé, robazza baiana, da trio elétrico, a manetta. Gli fa alzare il volume, le casse mi rimbombano nelle orecchie, la birra pure. A mezzogiorno la prima cassa vuota è sotto il tavolino.
Egisto, oltreché sbronzo, è parecchio irrequieto. Il fatto è che il sole di Bahia spacca le pietre, per cui lui insegue l’ombra, come una meridiana, spostando la sedia sulla sabbia ogni cinque minuti. Non può permettersi di abbronzarsi, non in gennaio ad Amburgo (“Ma come, Egi, sei andato via per lavoro in una valle inaccessibile e hai persino trovato il tempo per farti delle lampade?”, questa l’ipotetica osservazione di Gianna al ritorno).
La sua irrequietezza dev’essere anche data dal fatto che, mentre le tre lavoratrici si sono messe in bikini al primo raggio di luce, il mio compagno di avventure è ancora in jeans e Polo nera. Fa un caldo bestia, ma non ha con sé i braghini. Impone alla sdentata di tagliargli i pantaloni, di trasformarli in bermuda molto corti. Si mette in piedi, all’ombra, posa mussoliniana, la tipa chiede in prestito un paio di forbici al cameriere, si inginocchia e comincia a tagliare.
“Taglia dritto, porco dio!”, è il refrain che urla, una sforbiciata su quattro. Le tre ridono, quella inginocchiata un po’ meno.
La scena viene osservata dall’intera spiaggia, anche perché Egisto si è piazzato nel pieno centro del bagnasciuga, sotto un ombrellone. La tipa gli gira attorno come un compasso, cerca di tagliare dritto, ma non è facile, anche perché lui è sbronzo e barcolla. S’incazza, urla, tutti gli occhi delle famiglie, con prole e secchielli, lo guardano inorriditi. Si sentono commenti e bisbigli in sottofondo, ma Egisto è sordo, la birra gli ha occluso i timpani e si comporta come se fosse l’unico bagnante dell’intero litorale baiano.
Le tre, ovviamente, beccati i gringos imbecilli, ordinano i piatti più costosi del menù, aragoste e calamari a go-go, il conto è di appena centoventi dollari. Tanto paga il mio amico, che quando decide di spendere per una giusta causa, soprattutto se ubriaco, dimentica ogni tipo di pidocchieria e spalanca il portafogli.
“Va bene, adesso andiamo in motel”, è l’ordine di Egisto alle tre. Ha pagato il conto, è un suo diritto sindacale.
Le tre grazie non fanno una piega, sono professioniste serie, con i calli. Ping-pong di scelte, gusti, l’importante è trombare, ma anche l’occhio vuole la sua parte, e quelli di Egisto sono ottenebrati dall’alcol. Finisce con il scegliersi lui la bertuccia, io attendo a far la guardia all'auto. La vecchia, che forse si sognava una bella orgetta a cinque, o almeno un classico 1x2, rimasta a bocca asciutta, non certo di birra, dimostra una certa smorfia di disappunto. Soprattutto quando Egisto, parcheggiata l’auto alla bruttodio dentro il garage del motel (un antro oscuro a 40°C), le ordina “tu aspetta qui”, e poi toglie le chiavi dal cruscotto, dicendomi, senza abbassare troppo la voce, “che sennò poi ce la fotte”.
Dopo breve Egisto esce. Sudato e con la faccia annoiata.
“Ho già fatto. Stavolta sono stato un coniglietto, ma ciò che importa sono le tacche, la quantità. La qualità è per gli intellettuali come te.” Il mio amico, per essere ancora sbronzo, ha una bella lucidità, si dev’essere risvegliato di colpo dalla catalessi etilica quando si è reso conto, pupilla-nella-pupilla, di che cosa stava trombando.
La vecchia ha una faccia incarognita, ma siamo uomini di mondo e facciamo finta di niente. Comunque ha avuto il suo fatturato, s’è scofanata un’intera famiglia di aragoste e almeno mezza cassa di birra, poi beccherà il suo dovuto percento sul raccolto della ragazza.
Le accompagniamo a casa, in un sobborgo della città.
“Ci rivediamo stasera, eh, ragazze?”
Tá bom, a gente se vê por aí...”
Corriamo in albergo, prima di dover pagare un’altra notte, Egisto toglie il lenzuolo intonso dal letto, partiamo per Porto Seguro.
Gnu me, gnu tòtt”.
Liberamente tradotto dall’imolese: “Venuto io, venuti tutti”. Questa la frase con la quale il mio socio intercala ogni narrazione relativa alle sue trombate. Fino a oggi pensavo che gli gnu si trovassero solo presso i fiumi fangosi africani.
Alloggiamo in un appartamentino nuovo di zecca, frutto della speculazione edilizia che sta massacrando questa cittadina, un tempo perla del Sud della Bahia. Il proprietario è un toscano, ex bancarellaro ed ex turisex a Cuba.
Stasera Egisto ha ordinato in camera due zoccole di Eunápolis, una cittadazza qui vicino, bacino d’utenza per i numerosi gringhi che popolano la zona in cui Cabral ‘scoprì’ il Brasile, oggi convertita al turismo vacanziero. Le due lavoratrici, ci terrei a sottolinearlo, sono per il mio amico, non una per lui e una per me. Da bravo ingordo, mantiene la tradizione.
“Il primo anno che venni qui me ne facevo tre o quattro a notte. Pensa che una volta in camera si scatenò una guerra tra due scimmie, per una questione di rossetto dimenticato, gelosia, una puttané così. Il posto era abituato agli stranieri, ma quella volta le ragazze fecero troppo casino, l’albergatore ci scacciò tutti, me e loro.”
Stasera mi vado a fare un giro, ho bisogno di prendere aria, lo lascio fare. Al mio ritorno ritrovo Egisto con la faccia incazzata.
“Che cos’è successo, cos’hai combinato stavolta?”
“Mo niente, è che non devo essere stato troppo gentile con una, l’ho chiamata per succhiarmi il cazzo, e ‘sta troia non ha voluto prendermelo in bocca.”
Torniamo a Salvador, tappa finale prima dell’aereo di Egisto. Lui tornerà dalla fidanza, ed è già in paranoia con l’agenda di balle che deve meticolosamente inventare. Io rimarrò qui ancora un bel po’, a disintossicarmi dal mio amico e ad assaporare il Brasile. Quello vero.
Abbiamo preso una stanza nella spiaggia della Barra, quella più intasata di zoccole e zoccolieri. Oggi, però, facciamo un salto a Itapoã, quella di Vinicius de Moraes, a breve distanza dall’aeroporto. C’è poca gente, è un giorno lavorativo, ed Egisto scorge dalla distanza una piranha visibilmente a caccia di clienti. Con quattro falcate la raggiunge.
“Ciao, mi chiamo Roberto. E tu?”
“Ana, A Maravilhosa. Sei italiano?”, la ragazza parla la nostra lingua, dev’essere una professionista seria.
“Sì, di Milano. Che cosa fai?”
Conosco bene il mio accompagnatore, la domanda va letta non come “Che cosa fai di bello, oggi?”, ma “Che cosa fai, come programma? Pompe? Con/senza ingoio? Culo?”
Beijo, e tiro a roupa também”, “Bacio, e mi spoglio pure”.

Il giorno dopo, poco prima del volo serale, ci facciamo un ultimo giro turistico. Andiamo fino alla stranota Praia do Forte, famosa per il centro di tutela delle tartarughe marine. Il posto è intasato di alberghetti, ristoranti e argentini. Dopo pranzo scappiamo verso l’aeroporto, fermandoci a metà strada, lungo la bella Linha Verde, la nuova strada alberata che costeggia il litorale baiano settentrionale. Egisto deve tirare. Gli è rimasto un mare di roba non consumata, non se la può certo portare in aereo. Scende, fa una pista che parte dal lunotto posteriore dell’auto e raggiunge il parabrezza. La macchina sembra una di quelle usate a Indianapolis, nera con una riga bianca che la taglia in due sul tetto. Ovviamente non ce la fa a tirarla tutta, anche perché le altre macchine che passano, per fortuna poche, smuovono l’aria e metà roba vola via.
Riconsegniamo l’auto presso la filiale dell’aeroporto, la Ford è lercia, piena di immondizie. Dev’essere per questo motivo che l’impiegato, visibilmente schifato dopo averle dato uno sguardo - prende le chiavi, che gli allungo, con i mignoli - si impunta testardamente sul fatto che l’abbiamo riportata con un paio d’ore di ritardo sulla tabella di riconsegna. Discussione infinita, lo ricopro di sorrisi, Egisto inizia a guardarlo incarognito, dopo un po’ il tipo lascia perdere.
Tá bom, gringos babacas...”, bofonchia tra i denti, pensando che io non lo sento né capisca. Sto zitto, ha pienamente ragione.
Accompagno il mio amico in bermuda e fattanza nera fino al limite della dogana. Egisto è visibilmente agitato, anche se è riuscito a non abbronzarsi non può certo tornare con l’unico paio di pantaloni a mezza gamba.
“Come faccio, Pietro?”
“Boh, pensaci su. Hai una decina d’ore fino a Parigi per pensarci. Magari là te ne compri un paio nell’aeroporto.”
Arrivato nella capitale, Egisto mi manda un messaggio sul cellulare:
CHIAMATO RUGGERO, MI PORTA UN PAIO DI JEANS IN AEROPORTO A BO, SPERO CHE NON CI SIA ANCHE GIANNA
DIVERTITI
Ho saputo, poi, una volta tornato a casa, che all’aeroporto ad aspettarlo c’era Gianna. Ruggero, amico del cuore di Egisto, nel frattempo era diventato il suo fidanzato.
Egi è partito l’altroieri per la Cambogia.







Vila Mimosa
La prima volta che ci ho messo piede, scortato da un amico malandro carioca, sono rimasto per almeno mezz’ora a bocca aperta, spalancata, con il mento che mi rotolava sul tavolino, tra un paio di bottiglie di Antârctica. Blade Runner fu uno dei miei film di formazione, ma un posto così non lo avevo mai visto, annusato, sentito, toccato prima. Nulla di così hard, almeno.
I gringos, gli italiani in giacca e cravatta a zoccole, a Rio de Janeiro rimangono confinati nel putódromo di Copacabana & dintorni, mentre quelli con le pezze al culo, con gli euri contati, al massimo non si spingono oltre Catete e Glória, con qualche baretto e zoccoleira annessa e connessa. Nessun turisex straniero conosce o frequenta Vila Mimosa, apparentemente un girone dantesco della sorca, a due passi dal santo Maracanã. In compenso, ogni tassista carioca, venditore di birre o di magliette del Flamenco la conosce a menadito e ci investe buona parte dello stipendio alla primissima occasione. Per la cronaca: nulla a che vedere con la quasi omonima Villa Mimosa di Nantas Salvataggio, scrittore che si deve rivoltare nella tomba da quando gli hanno associato uno dei suoi libri più importanti al girone infernale, in terra, della marchetta.
Il posto ha un vago sapore di cittadella fortificata, circondato com’è da ponti e binari e, soprattutto, controllato com’è dai padrini della mafia locale. Scesi alla fermata di São Cristóvão, percorso un lungo marciapiedi lungo il quale la gente dorme sotto i tombini delle fogne, si arriva a un ponte nerastro e arrugginito, un po’ l’Arco di Trionfo di questo ghetto della figa. Di giorno, Vila Mimosa sembra sbronza dalla notte precedente, e di sicuro lo è. La via in cui si concentra Il Bordello è una sola, ma già quelle che la precedono fanno presagire un ambientino di una certa classe. Un’auto sventrata, di cui resta solo la carcassa piena di immondizie, parcheggiata come se il proprietario la venisse a prendere da un momento all’altro. Cani randagi, che annusano, scavano e pisciano tra le immondizie e le pozzanghere. Tutti i telefoni pubblici rotti, non uno che funzioni, che non abbia il filo reciso o la cornetta frantumata, entro i confini della cittadella. Se hai un’urgenza e devi telefonare, prega di avere il cellulare e che funzioni.
Una macchina della polizia è parcheggiata davanti a un baretto monopolizzato da un biliardo e da qualche lavoratore che, alle dieci del mattino, è attivissimo nel mettere la otto in buca. Poco più in là l’insegna di una topaia a ore, quartos com tv, lotta sbilenca contro la forza di gravità e le viti mezze saltate.
Durante il giorno, soprattutto nei giorni feriali - così mi ha spiegato quel gran genio del mio amico, con il fare esperto che solo un carioca doc è in grado di manifestare -, a Vila Mimosa vengono a lavorare le mogli e le fidanzate. Le donne ‘per bene’ che, in fuga con una scusa qualsiasi dal marito impegnato allo sgobbo, vengono qua di nascosto per raccimolare un po’ di reais part-time. Vabbè che Rio è una città di dieci milioni di abitanti, dunque le probabilità che si verifichi una tale coincidenza devono essere scarsine, ma un giorno vorrei assistere alla scena della brava mogliettina ‘andata al salone di bellezza per rifarsi le unghie’ che incontra lì, proprio lì, il bravo marito ‘in trasferta a Petrópolis per motivi di lavoro’. Ci sarebbe da farsi una risata, tra una coltellata e l’altra.






Il mio amico mi ha sottolineato questo dettaglio economico e antropologico perché, lo percepisco tra le righe dei suoi discorsi, risulta più piacevole, per l’acquirente, avere a che fare con una casalinga in fuga, piranha part-time, che non con una professionista incarognita, un po’ come tutte le colleghe a tempo pieno che lavorano instancabilmente durante le notti dei fine settimana.
“Sono più tranquille e pulite”, mi specifica il Cicerone della gnocca.
La notte di Vila Mimosa è un altro bel paio di maniche. Blade Runner, dicevo. Ecco, togliete le astronavi e i replicanti, prendetene le luci impazzite, le facce e facciazze randage, il fumo degli spiedini di carne abbrustoliti su griglie barcollanti, il rumore ciangottante di sottofondo. E aggiungetevi: puzzo di piscio, birra e sigarette, musica funky di favela a volume deflagrante (tá dominado, tá tudo dominado...), peli, piedi sporchi, rossetti fosforescenti, maglie a rete da pescatore, con niente sotto, al posto dei vestiti, troie apparentemente impazzite, clienti nordestini - un po’ i nostri meridionali d’antan a Torino a spendersi come dio comanda la paga dopo una settimana alle catene. Odori forti, rumori peggio, facce da galera, baruffa nell’aria.
In realtà, così sempre mi spiega il mio socio, qui tutto è sotto controllo. Nessuno sgarra, perché come lo fa si ritrova in qualche tombino con la carotide squarciata. Sotto l’apparente cappa di anarchia e di fine del mondo, a Vila Mimosa ogni movimento deve rimanere entro i limiti consentiti dalle leggi locali, di quartiere. Al più, qualche ragazza o cliente, su di giri per la coca o il crack, ogni tanto sembra dare in escandescenze, ma tutto, alla fine, viene ricondotto a una merolata che fa folklore, colore, in un postaccio che non ama le tinte pastello, sfumate, delicate.
A dieci metri dal nostro tavolino una fila di taxi aspetta i clienti che, dopo aver consumato, vogliono tornare a casa. Di notte, da queste parti, una volta usciti dall’Arco di Trionfo, non è consigliatissimo farsi delle passeggiate al chiaro di luna.
A due metri dal nostro tavolino una ragazza piuttosto carina, evidentemente stanca di passare inosservata in questo koyanisquaatsi di gente, tra spiedinari e concorrenza agguerrita, si tuffa in una tecnica di marketing audace. Si piazza in mezzo alla strada, tra un cumulo di immondizie e una pozzanghera. Come in un eccesso di lordosi mette il bum-bum, il culo, in fuori, veste un sorrisino moooolto ambiguo, con i pollici e gli indici prende le estremità delle mutandine che si è ricordata di indossare, e inizia a fare movimenti oscillanti con queste ultime, flap-flap-flap, su-e-giù, mostrando lo sfintere alla Spett. Clientela.
É gostoso, viu” declama al popolo di passanti. A tutti, è impossibile evitarlo, l’occhio cade lì, proprio lì. Pupilla-nella-pupilla. I miei sono ipnotizzati da quando la stagista ha iniziato lo streap da asfalto, non riesco proprio a distoglierli, magari mettendomi a parlare del nuovo corso politico brasiliano con il mio amico. O dell’aumento della birra. Anche le pupille del mio amico, che in vita sua di spettacolini del genere ne devono aver visti a badilate, sono calamitati lì, proprio lì. Un evergreen, il buco del culo, direbbero gli analisti più inglesizzati.
“La vedi, quella bionda lassù? È matta, scordatela...”
Il mio socio, con il collo della bottiglia di birra mi indica una fra le tante, in bikini fucsia, che balla scatenata sul tavolo di un localaccio di fronte al nostro. Vista da lontano sembrerebbe carina, ma dopo la raccomandazione del mio amico lascio da parte ogni progetto erogeno. Nonostante la mia curiosità da serva, non entro nei particolari con domande indiscrete, probabilmente durante una tromabata con la mucca pazza il mio amico si è beccato una bottigliata sulla nuca. O lei voleva fargli un lavoretto alla Lorena Bobbit. Per cui meglio lasciar stare e non indagare troppo.
La venditrice di sfinteri, dopo che mi sono bevuto una birra attanagliato da tutto ‘sto su-e-giù, vedi-e-non-vedi davanti al naso, ormai mi ha convinto della bontà della merce. Ci potrei mettere la mano sopra, a scatola, si fa per dire, chiusa. Sto per alzarmi, tra un sudorino e l’altro, e andare a controllare la merce da vicino quando... un baldo giovane, faccia e fisico da surfista, mi precede di una frazione di secondo. Rimango così, inebetito, metà in piedi e metà seduto, anche perché non sta bene mostrare al pubblico i propri gonfiori. Mi rimetto a sedere e mi do, almeno ci provo, una calmata.
Strana, Vila Mimosa. A Copacabana gli italianos, convinti di raccattare figa con il loro incredibile charme, dovuto a giacche e cravatte con quaranta gradi anche di notte, anziché con banconote fruscianti da cento dollari (quelle che, poi, nonostante gli Armadi e i Verace, scuciono), si vestono bene. E la strategia, di solito, sembra funzionare. Qui no. Stasera mi sono messo la camicia più da gringo che avevo in valigia, ed è pure stirata. Eppure nessuna professionista, fra il ziliardo che trascina le carni esposte lungo i duecento metri della strada, mi degna di uno sguardo. Non perché io sia particolarmente brutto, per fortuna. Ma perché non lo fanno con nessuno. Né con me né con gli altri oranghi. Vuoi far festa? Alza la bunda e vatti a servire, basta scegliere e chiedere (ordinare), qui non servono cerimonie e finti corteggiamenti, come tra i tavolini del Meia Pataca, il locale di Copa più amato dagli italiani. Qui bisogna fatturare, la tariffa è fissa (20 reais, circa 7 euro, + 2 reais per il preservativo, nei locali più puntigliosi e attaccati al denaro), non si spillano dollari né si contratta, si gioca sulla quantità. La qualità, in effetti, è poca cosa. La media della ragazze è bruttina. Come entri nel girone infernale, vista l’abbondanza di bistecche, bikini al filo interdentale, labbroni fosforescenti e zeppe ai piedi da cubista, tra una cicatrice da parto cesareo e un po’ di macchie di catapora sulle gambe, tra peli da scimmia ossigenati e qualche dente mancante, non ti fai abbattere dai dettagli, l’attizzamento ti prende comunque. Un po’ come durante i primi cinque minuti di un qualsiasi film sozzo. Poi scatta la noia o, per i più colti ed esigenti, la ricerca del fiore nel campo di gramigna. Inizi a selezionare, a scegliere. Quella no, ha una rete da pesca con le maglie troppo larghe, chissà che ascelle. Quell’altra nemmeno, ha la faccia troppo incazzata, rischio una coltellata. O l’herpes.
A un certo punto, se proprio sei determinato a concludere, e tra le duecento figliole che ti sono passate davanti agli occhi non ne hai vista una che fosse una di tuo gradimento, dovrai lottare contro la tua pigrizia e la gradazione alcolica e farti un giro nella U, nelle viscere di Vila Mimosa, dove pulsa il cuore caldo di questo luna-park dell’orgasmo a tassametro. Utero, Ultima spiaggia, Uomo vero per Donne vere, Una volta che ci hai messo piede non ne esci più, fate voi. All’atto pratico si tratta di un lungo corridoio che attraversa, come appunto in una grande lettera U, gli intestini dei tre edifici principali di VM (i brasiliani adorano gli acronimi). L’Acheronte di Rio. Caronte il mio socio.
Lì, uno di fianco all’altro, non più di cinque metri cadauno, si sgomitano i chiavatoi, tutti più o meno con la medesima struttura. Tra gente in ciabatte, mutande e birra che gioca a calcio balilla, le cavalle stanno distese a mo’ di sirene sulla finestre, alcune ballano seminude all’interno, altre intrattengono i pellegrini sulla via di Damasco ai tavolini. Ai piani alti, si fa sempre per dire, imboccando scale strette strette, e previa apertura del portafogli alla tenutaria con faccia da pit-bull, ci sono gli sgabuzzini un metro per tre, dove il sentimento viene asperso nell’aria e su materassini di plastica e peli altrui. Amori secchi qua e là, a decorare come pois le brandine da ginecologo sulle quali, con un piede piantato contro il muro e un ginocchio incastrato fra il comodino e il ventilatore (questi ultimi accessori solo nei locali più chic), ci si dà da fare per arrivare in fretta, possibilmente senza anchilosarsi o spaccarsi una tibia, al capolinea. Un secchio in un angolo è pieno di discendenti di gente arrivata al capolinea, tra pallottole di carta igienica e preservativi ancora bagnaticci. Sempre nei locali più moderni e distinti, fuori dalla cella, se si è fortunati c’è pure un lavandino con acqua corrente, per darsi una sciacquatina sommaria alle parti intime dopo l'uso.
Che cosa tocca fare, a un buon reporter, per descrivervi gli usi e i costumi dei popoli stranieri.







L’ora del tè
Forrest è un bello senz’anima della Bulàgna fighetta, quella che vegeta all’entrata del Caffè Zanarini e parla solo della Virtus, dell’ultimo Rolex, delle vacanze a Cortina/Riccione. In vita sua ha solo fatto ‘lavori’ come il PR e il proprietario/gestore di locali ‘di tendenza’. Va da sé che è matto per la figa, altrimenti sarebbe andato a lavorare in fabbrica. Sora Natura lo ha particolarmente dotato, gli ha regalato una faccia da modello, caschetto biondo e occhi turchesi, per cui ha sempre e solo avuto fidanze spettacolari, quelle per le quali il popolino cattivo e peloso sbava e si tocca in maniera autogestita.
"La mia ultima fidanza è per metà inglese, per metà spagnola e per metà della Martinica", mi ha sottolineato un giorno.
Forrest ha un concetto della matematica tutto suo. E Forrest non è americano, ma bolognesissimo. Il soprannome s’è l’è beccato grazie a Forrest Gump, in comune un QI non esattamente geniale. Sguardi bovini e acquei, battute di una certa consistenza, conoscenza del mondo che non va oltre l’Emilia: queste le sue caratteristiche antropologiche. Lacune colmate con grandi e smaglianti sorrisi, che hanno sempre fatto tremare le ginocchia e le scaloppe delle sue innumerevolissime amanti. L’invidia, la mia, a questo punto lo avrete capito, è un ingrediente di questo racconto.
Sarà che l’età fa fare cose strane, ma un bel giorno persino Forrest si è sposato. Solo che, come quasi tutti, ha sbagliato di brutto. All’altare ha portato la Fuorisede, una terrunciella graziosa ma parecchio imputtanita. Mononeuronica pure lei, dio li fa e poi li accoppia. Fuggita da un trullo, è venuta nella grassa, rossa e dotta Bologna con aspirazioni soprattutto discotecare. Se ben ricordo fu proprio in uno di questi luoghi di aggregazione culturale che la giovane conobbe il nostro paladino. La Fuorisede, è diventato palese all’intera città qualche giorno dopo il matrimonio, vuole fare la bella vita, senza sgobbare troppo. Già al trullo le toccava seccare quintali di pomodori, che bisogno aveva di salire al Nord per farsi il mazzo? Il turchese degli occhi di Forrest è una bella calamita, ma anche giù al paese c'erano cazzi serissimi.
I due hanno messo su un bar che  il venerdì e il sabato sera si intasa di commercialisti e di architette, gente in carriera accalcata fino in strada a spingersi per entrare in quattro metri quadrati roventi e fumosi, per stare in piedi con un bicchiere di frizzantino in mano, ruotare il collo come galline per vedere se in giro c’è un po’ di mangime buono. Camicie con collettoni di venti centimetri, giacchette ben stirate dalla mamma, testosterone a sfare.
La Fuorisede, dopo qualche mese di caipirinhas fatte con quello che è avanzato, di avvocati che le fissano i piedi spandendo acqua dai lati della bocca, di figlie di papà che arricchiscono gli stilisti busoni, inizia a esternare frasi distruttive, sintomo di un malessere vieppiù crescente.
“Bologna mi ha rotto, rotta, non so. Tutti ‘sti fighetti, falsi, gentaglia arrogante con i soldi, ma che non vale un cazzo.”
Saremo d’accordo, direte voi, e glielo dico pure io. Ma, le dico pure, non te l’ha imposto il medico di venire a vivere qua e a rimescolare nello splendido mondo dell’happy hour e delle liste per entrare in discoteca. Dell’aperitivo e dei Rolex. Se ti fa così schifo - ogni tanto le dico che, per fortuna, esiste anche un’altra Bologna, a mio personalissimo parere più sana -, perché non te ne torni al trullo?
La Fuorisede la deve aver preso, presa, per un’offesa personale, diretta alla di lei persona, per cui da quel giorno, in pratica, da brava meridionala, orgogliosa e permalosa, mi ha tolto il saluto.
L’inizio della fine è quando la giovane, più o meno sotto gli occhi di tutti, inizia a farsi delle storie con vari stalloncini, primo del mazzo il dj barese che lavora nel locale. Inoltre frequenta amicizie pericolose. L’amica del cuore della Fuorisede è una cinghialetta con le ossa grosse, soprannominata Big Hooters (di grosso non ha solo le ossa) e dotata di una certa volgarité ma che, come ogni bolognese che si rispetti, se la tira come se fosse la Regina d’Inghilterra. ‘Sta tal Eleonora, vengo a sapere attraverso succulente voci di corridoio, nel frigo di casa tiene sempre qualche supposta di glicerina pronta per l’uso. Eleonora ama il sentimento dimostrato attraverso la porta di servizio. E questo fatto, devo ammetterlo, me la fa rivalutare, mi fa sentire un po’ di invidia per i montoncini che hanno l’accesso al suo frigo.
Forrest sarà pure scemo, ma non è cieco. E poi, anche nello scintillante mondo delle PR, due corna fanno sempre male come due corna. Soprattutto se il complice è un dj. Il tuo dj, quello che paghi tu. Forrest, di conseguenza, essendo uomo di mondo, inizia a spaziare nel mondo (si fa per dire, sempre il mondo emiliano).
“Pietro, mi presti casa tua, oggi pomeriggio? Devo trombare un’amica brasiliana, una che fa film porno. Poi la faccio trombare pure a te.”
L’offerta mi sembra, è irrinunciabile, anche se ha un vago odore di catena di montaggio e se, formulata così, non mi sembra di un’eleganza spettacolare. La tipa saprà di Forrest, quando toccherà a me? Avrà la delicatezza di lavarsi? La demenza è contagiosa? Dopo aver fatto un giro con il modello, presumo molto più dotato di me, se la sentirà di fare il doppio turno con uno con la pancetta? La tipa vorrà infilare vibratori di acciaio a me? Prendermi a frustate e camminarmi sulla cappella con tacchi a spillo? E se Tato, il carabiniere in pattìne che abita al piano di sotto, vede tutto ‘sto viavai di extracomunitari che cigolano e si prendono a scudisciate sul mio letto (sulla sua testa)? Che fa, poi, ci dà il foglio di via?
Tutti questi dubbi etici, igienici e semantici scompaiono in un baleno, non appena, in mezzo secondo, rivaluto le parole brasiliana e attrice porno, nel mio bilancio del dare e dell’avere.
Mi casa es tu casa. Vai tranquillo.”
All’ora del tè, io e il mio fido amico Agnel, attendiamo con ansia gli invitati. Sul tavolo ho messo pure i biscottini e, scusate, quasi dimenticavo di dirvelo, in lista di attesa ci si è messo pure Agnel. A lui spetta il terzo turno, come proprietario di casa ne ha tutti i diritti sindacali. E poi, essendo per me una specie di fratello, ed essendo lui a secco da anni luce, ed essendo io comunista, pure lui si merita di dare il suo bel giro di ceppa. Io, invece, sono ancora fresco di feste cubane, sono tornato da pochi giorni dall’isola di Castro (vi avevo detto che sono comunista, no?), e là non sono stato, come si dice, con le mani in mano. Ho pure una piacevole abbronzatura che contrasta con il mio maglioncino bianco a collo alto. Non così bello come Forrest, siamo d’accordo, ma anch’io, oggi, farò la mia porca figura.
Driiiin. Il campanello. A me tremano le mani mentre giro il cucchiaino con lo zucchero nel tè. Ad Agnel tremano ginocchia e pupille.
Sulla porta di casa trovo Forrest (ciaocomestai, nessuno lo guarda) e... una cosa che, a primissima vista, definirei incandescente. Non alta, capello a caschetto castano, labbroni violacei, occhi porcini, in carne, pelle color rame, sorriso pornografico. Tutti gli occhi, miei e di Agnel, sono solo per lei. Forrest, nonostante la stazza, è diventato trasparente.
“Piacere, Ana Paula.”
Scambi di battute in portoghese, fra una tazza di tè e qualche biscottino. Ana Paula è di Rio, in Italia da non molto, dopo un giro di ceppe arabe a Marbella, dove deve aver accumulato un bel po’ di tacche e di petroldollari. Ora vive a Riccione, ma sta per trasferirsi a Bologna. Forse tutte le PR che sta facendo servono per ‘introdursi’ nella mia città, ha bisogno di nuovi amici, e regalando una trombata qua e una là qualche avvocato le aprirà le porte del paradiso o, almeno, del proprio appartamento. Comunque sia, non mi riguarda. Di una cosa, però, sono sicuro: anche se non ho mai visto uno dei suoi film, ne farei uno volentieri assieme a lei.
Al terzo biscottino e alla quarta frase in portoghese ammazza-saudade, mia e sua, Forrest inizia a dare segnali di impazienza. Occhiatacce a me e ad Agnel, come dire, “ragazzi, quand’è che vi togliete dai coglioni?”.
Anch’io sono uomo di mondo, per cui mi invento uno “scusate, vado a fare due passi con Agnel, fate pure come se foste a casa vostra”, prendo Agnel per una mano - si è paralizzato, inebetito e muto, con lo sguardo fisso tra le cosce dell’attrice - e lo trascino fuori, lascio il tè a metà e imbocchiamo la porta.
Circa venti minuti dopo, Forrest dev’essere un coniglietto amante della sveltina, il mio amico PR ci raggiunge.
“Pietro, vai, tocca a te. Ti sta aspettando.”
“M-ma... sei sicuro?”, ho qualche dubbio circa la fazenda. Non ho mai trombato in catena di montaggio, come nell’epico film La caricano in 102.
“Vai, vai tranquillo”, segue pacca amichevole e rassicurante sulla spalla.
Abbandono i due al loro destino, corro divorando le scale di casa quattro alla volta e lascio la porta socchiusa. Dopo di me toccherà ad Agnel, che già sta scalpitando per avere la sua fetta di torta.
Quasi furtivo, con passo felpato, entro nella mia camera. Il passaggio di Forrest è testimoniato solo da un involucro di preservativo vuoto lasciato su un mobile e dalle lenzuola stropicciate, tutto sommato è un ragazzo ben educato, pensavo peggio. Cerco chiazze equivoche sulle mie lenzuola, nulla di nulla. Ana Paula, in reggiseno, slip e collant, si sta tirando questi ultimi sul letto, in posa da sirenetta di Copenaghen. Come mi vede mi regala un sorriso dei suoi, io uno dei miei. Poche parole, tremebonde per l’emozione, che ora non ricordo. Ricordo bene, però, come la prima cosa che faccio è di accarezzarle un piede, di baciarglielo. Lei sembra sciogliersi. Io le sciolgo tutti gli inutili involucri. E, finalmente, posso togliermi il maglione bianco con il collo alto. Anche se siamo in pieno inverno cominciavo a sudare.
La lingua di Ana Paula è da campionato di Lingua di Ferro, lotta come un’anguilla con la mia. Anche la mia lingua, pluridecorata in quattro continenti, si dà da fare, e inizio a scendere verso i piani bassi. Presto mi accorgo che Ana Paula non sta recitando, almeno con me, almeno non in questo film. Il sudore che cola dalla sua pelle, nettare delizioso che corro immediatamente ad asciugare con la lingua, è roba vera, salatina, non può essere di scena. Capisco subito che qui c’è bisogno di una trombata come si deve, una di quelle robe epiche, che durano ore e che rimarranno per anni nel ricordo delle dieci-meglio-chiavate del C.V. Corro a chiudere la porta d’ingresso con tripla mandata, anche perché ho iniziato a sentire Agnel, là fuori, che scalpita e, impaziente, rumoreggia. Inoltre, devo dimostrarmi, dimostrarle, dimostrare a Forrest, che non c’è PR belloccio che tenga, i montoni veri potranno non essere degli adoni ma alla prova del sessantanove, una volta in prima linea, sanno dimostrare il proprio valore. Per dimostrare il mio valore, in effetti, ci metto almeno un paio d’ore. Lei mi è grata, e non sta certo ferma a guardare. A fine sessione il letto è una piscina di sudore e umori, la faccia di Ana Paula quella di una che è passata sotto un rullo compressore, le mani di Agnel spellate dal tanto prendere a pugni la porta di casa.
Tutto sommato, un gran bel pomeriggio.

Finita la guerra mondiale, ci facciamo una doccia e torniamo nel mondo della dura realtà. Forrest se n’è andato a preparare il bar per la notte, Agnel è giustamente incarognito per essere rimasto a bocca asciutta e lo diventa ancora di più quando gli chiedo in prestito l’auto per accompagnare Ana Paula alla casa dell’amica che la ospita. Ma è un caro amico, per cui, tra una bestemmia e l’altra, me la dà.
Non vorrei dire che mi innamoro della prima attrice porno che passa, ma quasi.
“Ana Paula, vieni a cena da me, stasera? Faccio un pollo al limone da leccarsi i baffi...”
“Mmmh, sì, mi piacerebbe, ma non potrò rimanere a lungo. Purtroppo dopo cena ho già un impegno.”
“Non ti preoccupare, vieni e rimani quanto e se vuoi. Sei libera di andartene quando vorrai.”
“D’accordo.”
Verso le nove, tavola imbandita con i bicchieri di cristallo della nonna e candela accesa, il campanello suona. Ana Paula è arrivata in taxi ed è un’altra persona. Truccatissima, con un tailleur da mozzafiato, scarpe a spillo da cubista. Come minimo ha un appuntamento con un petroliere, uno di quelli che pagano tanti barili x ora. Inghiotto la voglia di saltarle addosso, se lo facessi, poi, le piegherei il tailleur e le sbaverei il trucco, ne andrebbe del suo fatturato, non avrei sostanze per compensarlo e mi sentirei in colpa.
Ceniamo, in una cornice molto romantica, quasi chic, almeno nei limiti dei miei bicchieri di cristallo. Mateus, pollo delizioso, pensieri (miei) solo ed esclusivamente rivolti al bis. Poi sul sofà, a berci una coppa di vino, a baciarci delicatamente, per non rovinare il rossetto. Il sangue mi ribolle, le mutande non ne parliamo, ma quando è d’obbligo so stare al mio posticino.
“Pietro, è tardi. Scusami, davvero, ma devo andare, ho un impegno. Saresti così gentile da chiamarmi un taxi?”
Chiamo ‘sto schifo di taxi, un atto contronatura che l’eleganza impone.
La mia Venere Troia in tailleur scompare com’è venuta, lasciando dietro di sé una scia di profumo, no so se di sorca o di qualche stilista firmato. Comunque sia, vado a letto a sudare incubi erotici.
Mi innamoro facilmente, dicevo. Il giorno dopo il tè più buono della mia vita, registro con rara dedizione una musicassetta con il meglio do Brasil che ho in casa e la intitolo Para o meu Amor Tropical. Domani sera Ana Paula si esibirà in uno spettacolo di lap dance in un abbeveratoio per motociclisti, un amico me lo ha confidato e non posso perdermi lo spettacolo. Ne approfitterò per darle il mio regalino, in fondo una dichiarazione, una richiesta di continuità. Voglia di futuro.
La sera del giorno x siedo nelle retrovie del barazzo di periferia, se lo facessi in prima fila - come il mio io più intimo vorrebbe - rischierei di essere preso a lattinate nella nuca, come in una famosa scena di The Blues Brothers. La tigre, in effetti, recita, si dimena, si avvinghia, nuda come mamma l’ha fatta, su un palco tutte luci porpora e tubi scivolosi protetto da una rete antilanci. Io, là sul fondo, sudo, ricordo cose spettacolari di quarantott’ore prima, ma che ora mi sembrano lontane anni luce. L’Ana Paula che vedo sul palco è un’altra rispetto a quella che ho conosciuto, almeno così mi pare.
Dalle retrovie, a metà spettacolino, giunge il vociare di una coppia di commercialisti di mezza età, in tenuta berlusconiana.
“Grande figa, grande chiavata. Per sole trecentomila lire”, fa il più bassetto, pelatino, con un ghigno da conquistador sulla bocca.
Cazzica, mi dico, solo trecentomila? Che cos’ho di così speciale, per aver meritato un giro gratuito? Mi sento improvvisamente bello e ricco (ho risparmiato).
All’uscita del locale riesco a captare la sua attenzione per tre secondi (il posto è affollato di suoi fan/clienti, devo lottare contro la concorrenza, tipo cronisti che vogliono intervistare il goleador di turno a fine partita) e ad allungarle la cassetta.
Obrigado, Amorino”, mi fa, con un sorriso dei suoi, capezzoli al vento, sudata. Io che sudo, le ginocchia che mi ballano un samba.
Un bacino veloce, poi fugge con un tipo losco e butterato, svanisce nella notte, chissà dove. Un’altra nottata di incubi erotici.
Di Ana Paula non so più nulla per mesi, voci di corridoio me la danno trasformata in casalinga e mamma, sposata con un cartolaio forlivese. Non ne so nulla fino al giorno in cui entro dal mio spacciatore di filmacci preferito e mi cadono occhi e mani su due, non uno, film XXX con Ana Paula in action. Li compro al volo, corro a casa a guardarmeli e riguardarmeli tre volte tre cada. Nel primo succhia gli alluci, e tutto il resto, a un grassone peloso e sudaticcio. Nel secondo, camuffata con una parrucca verde fosforescente, succhia ceppe elefantine, si fa un girotondo di sborra in faccia, prende treni di cazzi contemporaneamente di sopra e di sotto, fa un numero lesbo in una vasca da bagno da farmi dimenticare come mi chiamo.
La trombata dell’ora del tè, dopo la visione dei film d'essai, una delle dieci-meglio-feste della mia storia sentimentale, ora mi sembra roba da missionari e da educande timorose di Dio. Rivedere in tv quelle scaloppe che ho masticato per ore, masticate, affondate, leccate, sporcate da altri, non mi fa scattare la gelosia, ma una sensazione di delusione per la mia scarsa capacità di intraprendenza. All’ora del tè avrei potuto chiedere, osare, ottenere di più. La prossima volta, al prossimo tè, anch’io, se riuscirò a vincere il solletico mostruoso, cercherò di farmi succhiare gli alluci.





Saverio, doido demais
Finché non dovetti scappare da casa sua, fui un grande amico di Saverio.
La prima volta lo avevo incontrato nel 1989 a Canoa Quebrada - allora ancora un piccolo villaggio di pescatori del Ceará, nel Nord-est del Brasile -, mentre impugnava una stecca nella sala da biliardo di Maria Alice. Già a prima vista si capiva che era andato a male. Sulla trentina, taglio di capelli nazi, pantaloni mimetici dell’Afrika Korps, occhi fuori dalle orbite, parlava sputacchiando. Il suo accento odorava di Modena. Era arrivato da pochi giorni in Brasile e aveva volutamente perso per strada un paio di amici, culturisti e gay. Giunto a Canoa chissà come - quelli come lui, di solito, svernano a Copacabana -, faceva strani gesti. Mi accorsi subito che sputazzava sputacchi, con l’accortezza e la buona educazione, però, di dirigerli al suolo. Era decisamente simpatico e, nonostante l’apparenza aggressiva corroborata da un fisico da ex culturista, nei suoi rari momenti di calma comunicava pacatezza e semplicità.
“Le italiane mi hanno rotto il cazzo, tutte con una puzza bestiale sotto il naso, porco dio!”
La bestemmia, lo notai subito, era il suffisso, la virgola e la desinenza di ogni sua frase.
Saverio non era un brutto ragazzo e fece presto a trovare compagnia femminile. Dopo un paio d’ore era già il fidanzato ufficiale di Moema, una dei peggiori secchiai di Canoa.
I nativi, pescatori dall’animo semplice, erano visibilmente stralunati quando il mio amico si presentava lungo la ‘Broadway’, la via principale del villaggio, vestendo la sua tenuta preferita: stivali anfibi neri e lucidi, pantaloni mimetici con fibbia ad aquila nazi, maglietta nera, occhiali neri a specchio, capelli da marine. Un SS in vacanza. Lì tutti vanno in giro in pantaloncini e ciabatte, e con una maglietta quando fa molto freddo.
Saverio era perseguitato da una grafomane di Modena che, due giorni su tre, lo bombardava di lettere da analfabeta dall’altra parte della Terra. Lui non rispondeva mai.
“È la ‘sposa’ - così la chiamava -, Arianna, una sulla cinquantina che fa le pulizie, sposata con un commenda arricchito. Non appena può mi viene a trovare a casa in pelliccia, calze a rete e scarpe con i tacchi a spillo, poi mi fa un lavoro di soffio. Quando se ne va mi lascia sempre cento sacchi.”
“Fammela conoscere”, gli proposi. “Ma, Saverio, non ti fa un po’ schifo trombare una vecchia?”, aggiunsi, fighetto e dubbioso.
“Ma va là, basta metterla di pecora, che si tira la pelle e diventa una ragazzina...”
Le lettere di Arianna erano zeppe di errori, gli ha senz’acca si sprecavano, ma piene di calore e mugolii.
“Perché ce l’hai tanto con le italiane? Che cosa ti hanno fatto?”, mi decisi a chiedergli un giorno.
“Guarda che in Italia ero pieno di gnocca, non ho mai avuto problemi. Quando facevo culturismo e lavoravo come buttafuori nelle discoteche le donne mi ronzavano attorno come mosconi. Cristina, mi ricordo, commessa di un supermercato a Sassuolo, voleva che la picchiassi mentre la inculavo sulla lavatrice. Le piaceva da morire che le affondassi il T prima nel (Y) e poi nella (), poi nel (Y) e di nuovo nella (), e così via...”, e mi illustrò come faceva, a gesti con il braccio, a mo’ di pistone, accompagnando con un sonoro SCIUNF, SCIUNF.
“So-sono tutte zoccole, tìo bo’, se non hai il macchinone o non le picchi forte nessuna ti vuole.”
Io, che a casa guidavo la Panda di mia madre e non picchiavo nessuno, capivo. Capivo benissimo.
Il passato di Saverio, trascorso a sollevare pesi in palestra davanti a uno specchio e a spaccare teste fuori dalle discoteche, era testimoniato anche da parecchie cicatrici biancastre sulle braccia.
“Mi ci spegnevo le sigarette per scommessa. Centomila lire a cicatrice.”
Centomila doveva essere la sua tariffa fissa per ogni tipo di prestazione. A giudicare dalla quantità delle macchie sulla pelle doveva aver guadagnato un bel gruzzolo.
Saverio aveva lavorato anche come corriere, portando di notte i giornali su e giù da Milano.
“Avevo uno Station Wagon, indispensabile per lavorare e trombare. Una volta ho preso su una ragazzina di sedici anni, non mi ricordo nemmeno come si chiamava, e ho fatto la Modena-Salonicco tutta di filata, senza mai fermarmi. Appena arrivati in Grecia l’ho inculata.”
Per risolvere il problema della naja, Saverio si era presentato al corpo di assegnazione in tutina da culturista e occhiali neri, gridando:
“Datemi un fucile, presto. Datemi un rosso, presto”, con gli occhi fuori dalle orbite. I carabinieri ci si erano messi in quattro per tenerlo fermo. Nel giro di un paio di giorni lo avevano riformato.
Anche dal punto di vista politico, Saverio prediligeva le vie estreme.
“Sono nazista e non me ne vergogno. L’Emilia mi fa schifo.”
L’umore di Saverio era mutevole. Un giorno ti accoglieva a braccia aperte, quello dopo ti avrebbe scannato. Così, solo perché gli andava.
“Ciao, Saverio, come va?”, gli feci una sera che lo vidi seduto tutto solo e triste a un tavolino lungo la ‘Broadway’.
“Vai via, porco dio!”, mi rispose, senza che gli avessi fatto alcunché.
Con la permanenza in Brasile, Saverio iniziò a impigrirsi. La birra e la preguiça brasiliane, dopo una vita di stress da corriere-culturista-discotecaro, iniziarono a fare il loro effetto. Il suo fisico, fino ad allora asciutto e imponente - aveva addominali che sembravano gli Incroci Obbligati -, iniziò una lenta ma inesorabile liquefazione, uno stracchinamento che, da lì a qualche anno, lo avrebbe trasformato in un Buddha di oltre cento chili.
La birra, anche per i numerosi acidi che Saverio vi aveva sciolto dentro come fossero saccarina ai tempi delle discoteche, iniziava a mandargli in pappa il cervello. Quando cominciava a bere, attaccava con discorsi sempre uguali, ripetendo cento, mille volte le stesse frasi, come a chiedere conferma di ciò che aveva detto al malcapitato interlocutore di turno. I suoi temi preferiti, durante tali deliri, erano lo strano meccanismo inflazionistico brasiliano - il potere dei suoi dollari gonfiati con la pompa da bicicletta lo affascinava enormemente -, le brasiliane, le odiose italiane, qualche aneddoto sugli italiani che vivevano a Canoa e nient’altro. Qualsiasi argomento - libri, cinema, musica - che esulasse da questi temi ricorrenti, inesorabilmente, riusciva a ricondurlo lì.
“Cazzo, qui le sigarette costano solo 400 lire, in Italia milletré...”
E chi se ne frega. Nemmeno fumavo.
Come capivi l’antifona, l’unica cosa da fare era scappare, coprirlo con le tue parole o, continuando a dire di sì con la testa, non prestare attenzione e portare pazienza da samaritano.
Dopo un po’ Saverio prese una prima drastica decisione. Voleva trasferirsi a Canoa e sposare la sua Moema, una mucca che aveva sbattacchiato anche me prima di mettersi con lui, ma che non gli dissi mai di aver avvicinato, certo che sarei stato maciullato. Per sposarla doveva prima liquidare alcuni beni che aveva in Italia, diversi appartamenti, e battere cassa presso i genitori. Così fece.
Dopo un paio di settimane Saverio era di nuovo a Canoa, carico di regalini osceni per la futura moglie, il ciarpame che di solito i modenesi comprano quando mettono su casa: campioncini di profumi nauseabondi, cinture con aquile fasciste, bandane, bambole zingare da mettere tra i cuscini sul letto, gondole veneziane e termometri con l’andalusa e l’andaluso che ballano il flamenco. A me portò un carrettino di Sicilia, ma senza i fruttini.
Era riuscito, unico tra gli italiani che conoscessi, a farsi fermare alla frontiera - grazie alla sua faccia da matto -, prima di uscire dall’Italia, e a farsi sequestrare i soldi in eccesso (allora vigevano ancora i limiti di esportazione). A ogni modo, l’idrovora indigena era molto più squilibrata di lui e, tempo qualche giorno, i due litigarono e si lasciarono.
Poco dopo Saverio conobbe quella che sarebbe diventata la sua vera moglie. Sandra, fisico asciuttissimo, lineamenti da travestito (la prima volta che la incontrò in spiaggia la abbordò con successo chiedendole se fosse un viado), di famiglia poverissima e numerosa. Il padre non faceva niente tutto il giorno, se non bere cachaça e far lavorare moglie e bambini. Ogni tanto regalava loro qualche cinghiata.
Da subito Saverio se ne innamorò perché, come dichiarò poi, “Dopo la prima guzzata, quando ci siamo svegliati, ha iniziato a pulire e a mettere in ordine la camera. Quell’altra troia non lo avrebbe mai fatto. La sposo!”
E così fu. Matrimonio brasiliano, rapido e invisibile. Fede al dito e progetti di trasferimento.
Dopo un certo periodo di ostracismo, alimentato dalla gelosia nei miei confronti - pensava che gli volessi usare la moglie -, rividi Saverio a casa sua, a Modena. Lì conobbi la sua famiglia e il suo cane lupo. Le pareti dell’appartamento portavano ancora i buchi che Saverio, in momenti d’ira e di richiesta di denaro ai genitori, aveva scavato a colpi di doppietta.
“A volte i miei mi fanno incazzare, e in un paio di occasioni li ho ammanettati al letto finché non mi hanno detto dove tenevano i soldi”, mi spiegò un giorno, per meglio chiarirmi il rapporto del movimento economico familiare e il gruviera sulle pareti.
Sitz!”, e il cane lupo si sedeva. All’animale Saverio aveva insegnato ordini in tedesco (siedi, zitto, via, ecc.), l’efficace lingua del nazionalsocialismo e dei commissari della tv.
La permanenza in Italia di Saverio fu piuttosto lunga, alternata a viaggi in Brasile e a uno in Portogallo. In realtà non amava il Brasile, e sicuramente odiava l’Italia. Era alla ricerca di un paese, non lontano da casa, che avesse alcune caratteristiche brasiliane - soprattutto in termini di rilassatezza -, ma senza dover attraversare l’oceano. Anche il Portogallo, tuttavia, lo schifò, vi si lavorava più che in Italia e d’inverno faceva un freddo porco. Della saudade, del bacalhau e del fado non gliene poteva fottere di meno. Presto ritornò a Modena, sempre più depresso.
Conobbi alcuni suoi amici modenesi, i pochi che gli erano rimasti. Giovanni, assicuratore, si trombava di nascosto la donna del proprio padre. Ciò non gli aveva impedito, al tempo stesso, di innamorarsi della fidanzata, quella ufficiale da rappresentanza, dal momento in cui questa aveva iniziato a concedergli il didietro.
Con Lamberto, invece, negoziante, una sera ci sbellicammo dalle risa telefonando a Cristina, l’ex fidanzata sporcacciona di Saverio, quella delle lavatrici. Rispose la madre, la ragazza non era in casa, e alla domanda di Saverio:
“Dov’è sua figlia? Le vorrei sborrare nel culo”
la signora, evidentemente abituata agli ampi orizzonti della figlia in campo di amicizie, rispose
“Non c’è, è uscita. E poi adesso è fidanzata.”
La stessa risposta che avrebbe dato se Saverio le avesse semplicemente chiesto come stava.
Una sera andammo tutti assieme a casa di amici e, di fronte a due righe di coca, ognuno di noi temette che Saverio, già pazzo come un cavallo, spaccasse l’appartamento o qualche faccia dopo averle spazzolate. Ma, incredibile, la polvere, anziché agitarlo, lo calmò. Forse gli avevamo trovato, finalmente, una medicina efficace.
Durante la permanenza in Italia Saverio cercò anche, per l’ultima volta in vita sua, di lavorare. Ci riuscì riesumando dal passato discotecaro un amico milanese ricchissimo, che chiamava ‘Berlusconi’.
‘Berlusconi’ era un uomo d’affari, sempre in giro fra Montecarlo e Gstaad, e assunse Saverio, in nome della vecchia amicizia, come guardaspalle e autista. Saverio si fece fare un abito ‘perbene’ dal sarto, su misura, e iniziò, per ben due o tre giorni al mese, a scortare l’amico. Questi lo pagava profumatamente per un lavoro di dubbia fatica, ma anche ciò, per lui, era uno sforzo immane. Quando tornava da Milano, Saverio era distrutto. La pigrizia che si era definitivamente impossessata di lui, i chili che cominciavano a eccedere e la noia di dover partecipare a stronze cene di affari, con mille formalità, lo uccidevano.
Viste le smorfie sul lavoro, ‘Berlusconi’ arrivò addirittura a stipendiarlo senza che muovesse un dito, lasciandolo tranquillo a casa. Per lui i soldi non erano un problema e Saverio riceveva un po’ di denaro per posta, senza fare assolutamente niente. Una volta che il ‘Berlusca’ si dimenticò di spedirgli il vaglia, Saverio si presentò a Milano sputazzante e con l’occhio pazzo a batter cassa: l’amico non voleva mantenere le promesse?
Tra le mura domestiche Saverio aveva comportamenti rari nell’Occidente del Duemila. Stava tutto il santo giorno sdraiato sul sofà del salotto, a guardare, ventiquattrore su ventiquattro, la tv. Durante l’estate, per praticità, era completamente nudo, e quando c’era qualche ospite, per educazione, si copriva le parti basse con un cuscino, lo stesso che a rotazione i parenti e gli ospiti usavano per appoggiare la testa nelle altre occasioni. Si alzava dal divano solo per andare in cucina e stappare una bottiglia di Lambrusco o fare merendine a base di pezzi di pane e tubi di maionese.
Altre, rare occasioni in cui Saverio si alzava dal divano, erano per portare il cane a fare i bisogni o per ricevere la ‘sposa’ - anche se adesso gli dava solo 50.000 lire a incontro, il commenda le passava meno grana -, mentre Sandra si faceva bella dal parrucchiere sotto casa.
Una volta scoppiai a ridere, e lui si arrabbiò non poco, quando, passando di fronte alla porta del bagno, sempre rigorosamente aperta, lo vidi in piedi nella vasca con la moglie che gli lavava, tubo della doccia in mano, la schiena. Per lui anche questo semplice movimento era diventato troppo faticoso.
“Insomma, porco dio, io in Brasile ci sono andato per comprare una moglie, una che mi faccia tutto ciò di cui ho bisogno. Anche scrostare la schiena. Lo so, sono un colonialista, ma non me ne frega un cazzo.”
All’urlo Sandraaa!, verso l’ora di pranzo e di cena, la moglie accorreva ciabattando dalla cucina, con lo spaghetto arrotolato sulla forchetta, perché lui, reclinato come un Buddha sul sofà, decidesse se la pasta era cotta. Lo stesso avveniva per le sigarette: se queste giacevano a una distanza maggiore di quella dell’allungamento dell’avambraccio, magari sulla poltrona a un metro e mezzo dal sofà, Sandra doveva precipitarsi immediatamente, qualunque cosa stesse facendo e dovunque fosse, e porgere, al grido di cigarro!, la sigaretta al marito.
Saverio non permetteva a Sandra di frequentare altre persone - né donne né, tanto meno, uomini -, così come i corsi comunali di lingua italiana per stranieri. Questi le avrebbero permesso una scappatoia, una via di fuga dalla prigione familiare. Quando parlavo a Sandra dovevo sempre farlo misuratamente, senza guardarla negli occhi per più di tre secondi ed evitando di dilungarmi troppo. Saverio era di una gelosia enorme, anche coi suoi amici più cari. Una sera che tornò in ritardo da Milano, dopo aver lavorato per il ‘Berlusca’, scagliò un piatto di tagliatelle fumanti contro la parete della cucina. Non tollerò che io fossi già lì ad aspettarlo, solo con sua moglie.
Alla mia domanda
“Con chi ce l’hai?” rispose con un
“Niente...”

La permanenza italiana, alla lunga, divenne insopportabile per Saverio. Un giorno decise che era venuta l’ora di trasferirsi definitivamente in Brasile. In precedenza aveva acquistato un piccolo terreno in un villaggio di pescatori non distante da Canoa e, durante il suo soggiorno in Italia, ne aveva affidato, tramite una procura notarile, la gestione al suocero. Costui, noto stacanovista, mentre i due se ne stavano all’estero, aveva pensato bene di vendere la proprietà e sparire con i soldi.
Ora Saverio voleva acquistare un nuovo terreno, questa volta per viverci e, tramite i familiari della moglie non latitanti, riuscì a trovare un’occasione nella favela di Messejana, un quartiere povero alla periferia di Fortaleza. Il terreno era costituito da una casa, bella e spaziosa, con piscina e ampio giardino. Glielo vendettero due gay che, finito l’idillio, avevano deciso di separarsi e vendere tutto. La casa era circondata da un muro di Berlino, alto e con filo spinato e vetri rotti ammazzamani in cima, nel bel mezzo di un quartiere fatto di strade sterrate, capanne di fango, porci con il cimurro e tacchini randagi.
Fu lì che rividi Saverio, dopo lungo tempo e numerosi suoi inviti a visitare e soggiornare nella sua nuova casa. Quando ci rincontrammo l’accoglienza fu molto calorosa e, per i primi due-tre giorni, trascorremmo il tempo felicemente, a parlare del più e del meno, a sguazzare nudi nella piscina e a cucinare cofane di pasta. Notai subito, però, che Saverio aveva accentuato i tic. Ora sputava il doppio di prima e, mentre lo faceva, si tirava con una mano, arricciandolo e osservandolo, un lembo laterale della panza, ormai straboccante. A volte, mentre sputava, sembrava che prendesse la mira e lo colpiva, il tutto in una frazione di secondo. Roba da circo cinese.
Saverio passava le giornate a innaffiare le palme in giardino e a riempire la piscina, consumando migliaia di litri d’acqua. Solo queste attività lo rilassavano e riuscivano a mantenerlo calmo. Il Ceará, Stato povero e aridissimo, allora non aveva nemmeno i soldi per installare i contatori d’acqua, per cui si pagava un forfait, uguale per tutti, irrisorio. Ogni tanto lo zampillo del tubo scavalcava il muro di cinta ed entrava nelle case di fango dei vicini. Questi, però, così miserabili da non poter dir nulla al nuovo padrone, tacevano e cercavano di riaccendere il fuoco in silenzio.
Saverio sembrava aver raggiunto un equilibrio domestico ed esistenziale, con la moglie andava abbastanza d’accordo, anche se, una mattina, svegliò a colpi di lingua nel pube un’amica di Sandra ospitata su un’amaca nella loro camera da letto. Io mi svegliai con le urla di questa, in fuga, e con lo sbraitare furibondo della moglie.
Come toccava un goccio di birra - ma bastava anche il fondo evaporato di un bicchiere -, però, Saverio iniziava a sragionare. Dopo quattro o cinque giorni di permanenza in casa, durante i suoi deliri alcolici, il mio amico cominciò a sottolinearmi come avesse già speso l’equivalente di 30.000 lire in benzina per andare - tutti e due assieme - a Fortaleza o alle spiagge. Va specificato che lui ci sarebbe andato comunque.
Sempre grazie alla birra e al cervello partito, una notte litigò con sua moglie e uscì di casa, tra urla e calci, con un machete in mano per andare, così disse, ad ammazzare qualcuno. Era già riuscito a litigare, qualche tempo prima, con un pollivendolo locale. Saverio era esploso quando questo gli aveva chiesto di consumare qualcosa, se voleva stare seduto al tavolino del suo ristorante. In risposta lo aveva preso a cazzotti, evitando la denuncia solo dopo averlo ricoperto di soldi.
Un giorno andammo tutti insieme - io, Saverio, Sandra e suo fratello, che lavorava come giardiniere e schiavo personale tuttofare per Saverio - all’insulso Beach Park, una cagata all’americana, tipo Aquafan, per brasiliani idioti e ricchi e per turisti idioti e ricchi. Lì, tra scivoli di plastica e piscine abnormi, onde artificiali e cretini bagnati, tutto costa di più che in qualsiasi altro luogo del Ceará e del Brasile, ma si respira aria da Primeiro Mundo.
“Qui almeno i camerieri sono efficienti e non ci sono ambulanti rompicazzo che ti vengono a vendere, ogni tre secondi, le loro minchiate.”
Saverio amava il Beach Park, per lui era quello il Brasile: un teatrino artificiale dove ogni palma di cocco era piantata nel punto giusto, la sabbia pulita, e i servi dicevano sempre di sì, a testa bassa.
A me il Beach Park faceva vomitare, e Saverio si offese quando rifiutai il suo invito insistente a godermi gli impianti. Di andare su e giù lungo scivoli di plastica come un bolo mal digerito e fare il bagno tra onde fasulle, con l’oceano a tre metri, non poteva fregarmene meno. Se avessi accettato, poi, durante uno dei suoi deliri etilici, sicuramente mi avrebbe rinfacciato il costo del biglietto.
Ritornammo a Messejana, fra strizzate di pancia e sputi, e io, che stavo seduto sul retro del suo dune-buggy, me li beccavo tutti in faccia. Protestare serviva solo a farlo smettere per un minuto, poi ricominciava daccapo.
Un altro giorno andammo sul lungomare di Fortaleza, raccontando una scusa schifosa a Sandra. Lui voleva una professionista. Nei suoi discorsi alcolici Saverio mi aveva ripetuto cento, mille volte di come odiasse le puttane. Però le cercava.
Ci sedemmo in uno dei baretti infestati da piranhas e gringos. Saverio scelse oculatamente il locale, andandosi a sedere vicino alla mercenaria più volgare e appariscente di tutto il Ceará. La tipa, già piuttosto attempata, si doveva sentire la Regina della spiaggia. Giaceva sullo sdraio come la sirena di Copenaghen che controlla, da padrona, il movimento di membri dell’intero litorale.
Già ubriaco - erano le due del pomeriggio - e con gli occhiali neri che coprivano le pupille impazzite, Saverio cominciò a farle sorrisini forzati, isterici, ai quali lei rispose, per necessità di mestiere, con altrettanti sorrisi a cento denti. Tra un sorriso e l’altro, Saverio alternava ‘discorsi’ in italiano, diretti alla donna, del tipo “Bellavaccafattispaccare, porco dio!”. Alla millesima bestemmia anche alcuni svedesi, che erano lì da ore a mandare occhiate erogene alla stessa sirena, ma che non avevano l’incoscienza etilica del mio socio, avevano iniziato a ripetere porco dio!, in italiano, sganasciandosi dalle risate. Le bestemmie del mio amico, addirittura, coprivano il volume della radio accesa degli scandinavi. Stranissimo mix sonoro.
Saverio si avvicinò alla cinghiala, la quale, un po’ intimorita da tale irruenza - di solito era lei a fare la prima mossa -, in parte indecisa sulla reale genuinità dell’affare, gli chiese di togliersi gli occhiali. E così lui fece, con il solito sorrisino da arancia meccanica stampato sul viso.
“No, con te non ci vengo. Doido demais. Hai gli occhi da matto!”
Zoccola sì, scema no.
Ce ne andammo, fra i saluti di Saverio alla professionista, addosso alla quale vomitò improperi intraducibili, e le risate degli svedesi. La pattugliatrice rimase così scioccata che si immerse nella profonda lettura di un settimanale, desistendo da ogni iniziativa commerciale, almeno per la mezz’ora seguente. Saverio, però, non era soddisfatto, doveva assolutamente portare a termine la missione.
“Sono stanco dei buchi di mia moglie”, mi disse, “hanno sempre lo stesso sapore e odore.”
“Ma dov’è che ne trovi una alle due del pomeriggio?”, gli domandai.
“Eh, valà, qui si lavora ventiquattrore su ventiquattro. Ecco, per esempio, vedi quella là?”, e m’indicò una ragazza come mille altre che, a mio ingenuo parere, poteva essere una semplice bagnante di ritorno a casa.
Saverio inchiodò il buggy ai suoi piedi e le domandò se voleva venire con lui. La ragazza acconsentì immediatamente e io rimasi, esterrefatto, ad aspettarlo su un’aiuola.
Dopo mezz’ora tornarono.
“Siamo stati in un motel, ma non se ne vuole andare. Salta su, che la smolliamo per strada”, mi disse Saverio.
“Ma l’hai pagata?”, gli chiesi, sapendo già la risposta.
“No, non le do un cazzo a ‘sta vacca. Sono loro che devono dare soldi a me per farsi sbattere!”
Strano concetto.
“Ma quanto ti ha chiesto?”
“Cinque dollari, ma se li può scordare. E poi, quando scopa, non mi vuole infilare le dita nel culo mentre sborro!”
Saverio sembrava irremovibile dalla sua decisione. Dopo tutto, quando era ubriaco, non c’era nulla da fare. Salii sul retro del dune-buggy e partimmo in silenzio.
Iniziò a guidare come un ubriaco - beh, lo era - : investì una scrofa randagia enorme che stava attraversando la strada principale, proprio di fronte agli alberghi a cinque stelle. L’animale, vista la stazza, non si fece nulla, e il mio amico proseguì. Iniziò a fare piroette sull’asfalto, sgommando e quasi capottando. Io e la ragazza eravamo terrorizzati, ma protestare non serviva a niente. Si fermò solo un istante a urinare, così da scaricare gli ettolitri di birra che aveva ingurgitato. Per farlo scelse la montagnetta di sabbia di un cantiere edile, sotto gli occhi allibiti e tra le risa dei muratori. Impugnando il membro tozzo, Saverio si svuotò come un cane sulla sabbiolina che sarebbe servita, da lì a poco, agli operai. Mentre scaricava farfugliava bestialità in portomodenese, con l’occhiale a mezz’asta sul naso. I muratori stavano iniziando a confabulare con fare cattivo, impugnando le cazzuole in maniera anomala, più decisa del solito.
Riprendemmo la strada etilica, a zigzag.
“Ti prego, dammi i soldi del programa, e me ne vado!”, diceva ogni trenta secondi l’ostinata aspirante suicida, con voce tremolante e impaurita.
“No, vattene, scendi, brutta puta!”, le ordinava in italiano, guidando come su un autoscontro, il mio amico.
Qualche chilometro prima di Messejana Saverio afferrò la borsa della ragazza e la buttò nel bel mezzo della circonvallazione, dove auto e camion sfrecciavano ad alta velocità. Frenò bruscamente il buggy.
“Scendi!”, le urlò.
La ragazza scoppiò a piangere e, nonostante non fosse ancora stata pagata, si decise a scendere dalla macchina, almeno per recuperare la borsa.
“Tieni, ecco i tuoi cinque dollari!”, e Saverio le gettò qualche monetina, come elemosina, sì e no sufficiente per pagare l’autobus fino a casa.
Ero allucinato, ma ogni mia protesta non serviva a niente. Saverio continuava a guidare come un pazzo, con gli occhi fuori dalle orbite, e finalmente arrivammo a casa, io con il cuore in gola e la faccia ricoperta di sputacchi, il dune-buggy con una ruota esplosa.

Il giorno seguente, per fortuna, dall’Italia arrivò Chicca, la mia fidanzata azzurra. Se ero rimasto a casa di Saverio fino ad allora era stato soprattutto perché lei aveva il suo indirizzo e, se non ci fossimo incrociati all’aeroporto, avrebbe potuto raggiungermi là. L’era dei cellulari e dell’e-mail era ancora fantascienza.
Chicca non conosceva Saverio, e ne rimase leggermente scioccata.
“Attenta agli sputi, siediti dietro a Sandra”, le precisai mentre salivamo sul retro del dune-buggy, diretti dall’aeroporto a Messejana. Ero l’uomo di famiglia, a me toccavano il sacrificio e gli scaracchi.
Saverio, durante i primi giorni, si calmò. La vista di un’italiana - bionda, alta, sicura di sé e dei propri diritti di Donna - gli incuteva timore e, per un breve periodo, controllò la follia. Si limitava ad andare in giro per casa completamente nudo - lui, d’altronde, era il padrone, noi gli ospiti -, com’era tradizione, sotto lo sguardo allibito di Chicca.
Spesso Saverio mi aveva tacciato di pidocchieria, con battutine più o meno dirette, in quanto, a suo parere, non contribuivo abbastanza alle spese domestiche - fino ad allora avevo passato, sì e no, sei giorni in casa sua, su suo invito, sempre pagando la mia parte fino all’ultimo centesimo -, e divorò la Nutella e il parmigiano portati da Chicca come per rifarsi dell’enorme danno economico provocato dalla mia presenza. La madre gli spediva, una volta al mese, ottocento dollari dall’Italia, cifra con la quale in Brasile allora si viveva da pascià. Io, i miei verdoni, me li sudavo ed erano molti, molti di meno.
Alla fine di dicembre partimmo tutti assieme per la spettacolare spiaggia di Jericoacoara: Saverio, che abitava nel Ceará già da tempo, non c’era mai stato. La relativa difficoltà del viaggio - sette ore abbondanti di autobus, tra buche, passeggeri fumanti/petanti e galline a bordo -, unita alla sua indomabile pigrizia, lo avevano sempre fatto desistere dalla trasferta.
Alloggiammo dalla Tia Douza, la moglie di un pescatore che affittava camere spartane a prezzi simbolici. Da sempre a Jerí - non era mai stata in città in tutta la sua lunga vita -, Tia Douza pensava che l’orda di turisti che ogni anno assaliva il villaggio attorno a capodanno lo facesse per espiare qualche colpa, come una specie di penitenza religiosa. Non arrivava a concepire le fatiche del viaggio - autobus infami, bivaccamento in strada per mancanza di alloggi - per puro spirito turistico e festaiolo. Le sue camere erano orripilanti - da uno dei letti pulciosi mi beccai un’infezione alle mani, curata con il cortisone -, la ‘doccia’ era una vasca a cielo aperto dove l’acqua piovana era decorata da cacche di gallina e di piccione, volatili che razzolavano e becchettavano indisturbati dentro casa. L’ambiente, però, era terribilmente familiare. La sua abitazione mi piaceva per questo motivo, ma Saverio ne rimase schifato. Non era abituato a tale scomfort e, dopo ventiquattrore, sì e no il tempo necessario per smaltire la sbornia di insonnia e di buche del viaggio d’andata, con la scusa bugiardissima che a sua moglie era venuta la febbre, forse gliel’aveva fatta venire lui a suon di sberle, i due ritornarono a Messejana. Le bellissime dune che tanto hanno reso famosa Jerí, Saverio si limitò a osservarle da lontano, comodamente seduto al tavolo di un ristorante in spiaggia, in compagnia di numerose bottiglie di birra. Di Jericoacoara aveva visto anche troppo.
La notte di capodanno decidemmo, malauguratamente, di passarla tutti assieme a Canoa Quebrada. Il luogo in cui fare una festicciola ‘in famiglia’ era la casa di un altro italiano, tal Calogero, amico di Saverio e odioso come tutti quelli che si chiamano Calogero.
La mattina del 31 dicembre andammo in gruppo ad Aracatí, la cittadina vicina, dove comprammo vino e cibi. Il vino sarebbe dovuto servire per il brindisi di mezzanotte, ma Saverio, dondolandosi nell’amaca, iniziò a scolarselo verso le nove del mattino. Alle dieci era già ubriaco marcio, e il vino finito.
Cominciai a cucinare il ragù e Saverio, grazie a dio, si addormentò. Sandra, schifata, decise di approfittare dello svenimento momentaneo del marito per andare, per non più di un quarto d’ora, a respirare finalmente un po’ di aria in spiaggia assieme alle amiche e alle sorelle. Per inciso: una di queste, nota sportiva, aveva già fatto un lavoro di succhio a Saverio alle due del pomeriggio, e con la capotta del dune-buggy aperta, in un parcheggio della capitale.
L’orco si svegliò prima del ritorno di Sandra e, non trovando la moglie a cuccia, come questa arrivò la prese a pugni in faccia. Le travi della casa di Calogero, sotto i colpi di Saverio, rimbombarono.
“Dove sei stata brutta troia, in spiaggia a farti sbattere?!?”, e giù, BUM, SCIAF, PEM, botte da orbi. Nessuno di noi, timoroso di beccarsi gratuitamente un cazzotto, osò intervenire, se non a parole. Calogero si raccomandò di non rovinargli la casa. Il legno costa, da quelle parti.
Alla sera il ragù era pronto e Saverio iniziò a intingerci pezzi di pane sbriciolosi. Il mio capolavoro era rovinato - per questo tipo di reati restaurerei il taglio della mano -, il vino evaporato, la festa andata in schifo.
I primi giorni di gennaio decidemmo, io e Chicca, di passarli in città, per cambiare aria. L’atmosfera oppressiva e alcolica di Saverio andava presa a giuste dosi, e la convivenza troppo ravvicinata, alla lunga, risultava insostenibile per chiunque. Feci la furbata di lasciare a casa di Saverio, in un cassetto che mi aveva concesso, un diario di viaggio, sul quale annotavo spese, itinerari, brevi commenti - una vecchia e squisita tradizione fin da quando ero abbonato a Dolly. Fra questi avevo scritto, nel periodo attorno a capodanno:
Festa con italiani. Botte da orbi, sputi e legnate. Paura della macchina.
Quest’ultima frase si riferiva al fatto che Calogero, noto disperato, aveva passato qualche giorno a casa del mio amico, dove avevo lasciato la macchina fotografica. Quasi certo che me l’avrebbe fregata, avevo velocemente fatto ritorno a Messejana per controllare. Saverio, nei miei timori, non c’entrava nulla.
Sapevo quanto il mio amico fosse marcio, ma ai avrei pensato che sarebbe andato a ficcanasare tra le mie cose. Quando facemmo ritorno alla villa nella favela, e Saverio fortunatamente era in città, rimanemmo di stucco di fronte alla gelida accoglienza di Sandra e del fratello. Rovistando nel cassetto aprii il diario e, come un pugno allo stomaco, lessi ciò che Saverio aveva aggiunto a fondo pagina:
Finalmente so chi sei. Dopo ripetuti esempi di pidocchieria, ora so che sei un approfittatore. Vaffanculo.
La diffidenza di Saverio verso tutti, cresciuta enormemente dopo il pacco del suocero venditore di terre non sue, si era estesa anche agli amici più cari. Paranoia nera da persecuzione.
Il tappo di un filtro della Nikon era rotto, segno che qualcuno l'aveva buttata a terra. Il materasso matrimoniale che avevo acquistato, per dormirci con Chicca, era ricoperto di sangue, traccia delle bombardate che Calogero si era fatto sopra con la moglie all’ottavo mese di gravidanza. Tutti questi fatti, in una manciata di secondi, mi fecero prendere una decisione drastica. Saggia, a posteriori.
“Chicca, fai le valige, in fretta. Ce ne andiamo prima che il matto torni.”
Ammucchiate alla menopeggio le nostre cose nei bagagli, scappammo di casa, di corsa. Chicca, da vera viaggiatrice, era arrivata in Brasile con una praticissima Sansonite grande come un monolocale e ultraleggera, solo cinquanta chili. La dovemmo trascinare, aiutati dalle sue inutili rotelle, su e giù per le buche della favela, con il cuore in gola e facendo gli scongiuri per non incrociare Saverio.
Messejana è servita da una linea d’autobus scassona, e il bus passa ogni tot ore a intervalli imprecisati. Elemosinammo un passaggio a un camionista allibito, che ci salvò portandoci, me, Chicca e la sua Sansonite maledetta a un’altra fermata dei bus sulla strada nazionale, più frequentata. Il camionista non aveva mai visto in vita sua una valigia così, e faticò non poco a innestare le marce con il mastodonte che gli impediva la guida nella cabina.
Dal finestrino del bus scorsi il mio ormai ex amico che ritornava a Messejana, proveniente in senso opposto. Come ogni lunedì era stato in città dal barbiere, a farsi pareggiare il taglio nazi. Per fortuna non ci aveva visto.
Quella fu l’ultima volta, in vita mia, che lo incrociai.

Il giorno dopo gli scrissi una lettera, commossa e piena di sentimento, per chiarirgli il mio punto di vista, ma non ebbi mai risposta scritta. In seguito, l’unica occasione in cui ebbi sue notizie fu quando, mesi e mesi dopo, in Italia ricevetti una pernacchia telefonica, seguita da un lungo silenzio. La firma era inequivocabile.
Per un lungo periodo, poi, non ebbi più sue notizie, profondamente rattristato per aver perduto, nonostante gli enormi difetti, una persona cara. In tutti quegli anni avevo sinceramente voluto bene a Saverio, sebbene in numerose occasioni avessi dovuto accettare il nostro rapporto più con spirito da samaritano - spesso gli avevo consigliato, inutilmente, di andare in analisi - che per il piacere della compagnia.
Due anni dopo la mia fuga, ignaro di ogni evoluzione nella vita di Saverio, ritornai a Canoa. Lì incontrai Sandra, totalmente rinata. Sembrava rifiorita, bella e abbronzata, piena di maschietti che le facevano la corte e, soprattutto, libera e felice.
“Notizie di Saverio?”
“Ci siamo separati, finalmente, qualche mese dopo che sei partito (scappato). Prima, però, avevamo aperto un piccolo supermercato a Messejana. Ma Saverio stava tutto il giorno nell’ufficio a bere birra, mentre io dovevo lavorare dietro il bancone. L’impresa, con tutti i soldi guadagnati e spesi in birra, è presto fallita. Ci siamo separati, e io mi sono fatta di nebbia. Mi sono messa con un tedesco e sono andata in Germania. Saverio è venuto a sapere che stavo con un wurstel e ha iniziato a cercarmi, convinto che fossi ancora da queste parti. Accecato dalla gelosia e ubriaco come sempre, una notte ha pensato che fossi sul lungomare di Fortaleza. Però non mi ha trovata, e ha preso su una puttana. L’ha portata al Beach Park e, quando questa gli ha chiesto di essere pagata, l’ha ammazzata con tre coltellate. Lo hanno arrestato e si è fatto un po’ di galera. Ora non so dove sia”.







Glossario e ‘gergario’

Azulejo: piastrella di ceramica del periodo coloniale, solitamente con base bianca e decorazioni blu
Baiano/a: abitante dello stato di Bahia
Batucada: ritmo basato su percussioni (tamburi) di origine africana, diffuso soprattutto nella Bahia
Berimbau: lo strumento a corda che accompagna la capoeira, ricavato da una zucca svuotata
Bloco: gruppo carnevalesco
Brega: cafone/a, burino/a; ritmo musicale melenso, molto diffuso nel Nord
Buceta: figa
Caboclo: meticcio
Cachaça: distillato della canna da zucchero
Caipirinha: il cocktail brasiliano più noto, a base di cachaça, lime, zucchero di canna e ghiaccio
Camarote: camerino carnevalesco, da cui assistere alle sfilate
Candomblé: religione sincretica afrobrasiliana
Capoeira: lotta-danza acrobatica brasiliana, inventata dagli schiavi africani
Capoerista: lottatore-ballerino di capoeira
Cardápio: menù
Carioca: abitante di Rio de Janeiro (dal tupi - lingua indigena - kari’oka, “casa di bianco”)
Chá: tè
Churrasco: spiedo di carne, originario del Sud del Brasile (e dell’Argentina e dell’Uruguay), oggi diffuso in tutto il paese
Cidade maravilhosa: soprannome di Rio de Janeiro
Crente: credente, fedele di una dottrina evangelica molto diffusa in Brasile, di importazione nordamericana
Cruzeiro: vecchia moneta brasiliana
Dancetería: balera
Demais: troppo
Dendê: palma africana (Elaeis guineensis), originaria della Guinea, dal cui frutto si ricava un olio molto usato nella cucina della Bahia
Desfile: sfilata
Doido: pazzo
Farinha: farina di manioca
Favela: bidonville delle periferie brasiliane; il termine prende origine da un colle di Canudos (Bahia), divenuto famoso durante la rivolta omonima
Favelado: abitante di favela
Farofa: farina di manioca fritta con uova, pancetta, peperoni, cipolla e altri ingredienti (a volte, nei piatti più ricercati, uva passa)
Fazenda: grande proprietà terriera brasiliana, latifondo
Fazendeiro: proprietario di una fazenda
Feijoada: piatto a base di fagioli neri, carne e spezie
Forró: popolare ritmo e ballo del Nord-est, simile al nostro ‘liscio’. Nato all’inizio del Novecento nelle balere nordestine, è caratterizzato dall’uso di tre strumenti: la zabumba (grancassa), il triângulo (triangolo) e la sanfona (fisarmonica). Esistono tre tipi di forró: lo xote, il baião e lo xaxado
Garimpeiro: cercatore d’oro
Gatinha: ‘gattina’, ragazza carina
Globo: la più importante emittente televisiva brasiliana (Rede Globo)
Gorda: grassa
Gringo: straniero, bianco; in America Centrale solitamente si riferisce solo ai nordamericani, mentre in Sud America vale per tutti i bianchi. Il termine sembra derivare dallo spagnolo hablar en griego (‘parlare in greco’, per definire qualcosa di incomprensibile e culturalmente molto lontano), oppure da green, verde, come il colore delle divise dai soldati statunitensi che combatterono in Messico. Questo termine è usato anche fra gli stessi brasiliani: i ‘ricchi’ bianchi del Sud sono gringos per quelli del Nord
Guaraná: pianta medicinale brasiliana (Paullinia cupana) da cui si ricava, tra l’altro, una delle bibite analcoliche più diffuse in Brasile
Havaianas: la più nota marca brasiliana di ciabatte infradito
IBAMA: Instituto Brasileiro do Meio Ambiente, l’ente statale che gestisce i parchi nazionali e le riserve biologiche
Iemanjá: dea del mare nel candomblé; nel cattolicesimo corrisponde alla Madonna
Igapó: pantano dell’Amazzonia
Igarapé: canale del Nord, navigabile con piccole imbarcazioni
Ladeira: strada in forte pendenza, solitamente acciottolata
Maconha: marijuana
Massa: pasta (alimentare)
Menino de rua: bambino di strada
Mestre: maestro
Motorista: autista
Nissei: brasiliano di origine giapponese, numerosi a São Paulo
Novela: telenovela
Obrigado: grazie
Oxalá: orixá (santo nel sincretismo afrobrasiliano) del potere e dell’iniziativa
Patrão: padrone
Pau Brasil: l’albero dal tronco rossastro che ha dato il nome al paese; ‘scoperto’ dai portoghesi, per secoli è stato usato come legname pregiato e oggi è in via di estinzione
Paulista: abitante dello stato di São Paulo
Pax: gergo da tour operator per passeggero/cliente
Pelourinho: zona del centro storico di Salvador de Bahia; in origine era la colonna, in pietra o in legno, diffusa in tutto il Brasile, alla quale venivano legati gli schiavi o i colpevoli di qualche reato, per essere puniti pubblicamente
Piranha: pesce vorace di alcuni fiumi brasiliani; in gergo: prostituta, vorace di dollari
Pobreza: povertà
Pousada: alberghetto, pensione
Prato feito: ‘piatto fatto’, il piatto più economico nei ristorantini popolari: riso, fagioli, farina di manioca, carne o pesce, pasta (scotta)
Praia: spiaggia
Real: moneta brasiliana (plurale: reais)
Refresco: bibita gassata
Roda (de capoeira): sessione, circolo, incontro di capoeira
Saudade: nostalgia
Sem terra: ‘senza terra’, il popolo (e organizzazione) di diseredati che sopravvive occupando i latifondi delle fazendas lasciati incolti
Sertão: zona desertica del Nord-est del Brasile
Skol: una delle marche di birra più diffuse in Brasile
Talharines: tagliatelle
Tia/o: zia/o
Trabalho: lavoro
Trio elétrico: grande camion, proprio del carnevale di Salvador de Bahia, sulle cui fiancate sono installate gigantesche casse acustiche e sul cui tetto si esibiscono i musicisti
Tuiuiú: ibis del Pantanal
Turma: gruppo di amici
Umbanda: candomblé con elementi tratti dallo spiritismo
Viado: termine dispregiativo per indicare un travestito; lett.: ‘cervo’ (da veado)
Vira-lata: lett. ‘gira-barattoli’, cane bastardo
Xibiu: figa
Yakuza: mafia giapponese




Viva Brasil! è il fratello cattivo di Brasile, Pais do Futuro, altro mio libro dedicato al grande Paese che potete trovare su




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