mercoledì 28 marzo 2012

HAI FATTO IL MONDO?






Libro incompiuto. Gli ultimi capitoli li scriverò quando avrò smesso del tutto di lavorare, una tantum (pochissima tantum, trattasi di marchetta occasionale per arrotondare la paghetta nei momenti economicamente critici), come accompagnatore turistico. Non si può mica sputacchiare nel piatto in cui si mangia, no? Mentre leggete, dunque, fate finta che il mio nome sia uno pseudonimo.
Ci siamo capiti?




HAI FATTO IL MONDO?

Gli orrori del turismo organizzato, visti da un addetto ai lavori

di Pietro Scòzzari




Introduzione
Per anni ho giurato che avrei scritto questa specie di libro solo se mi avessero radiato dall’albo degli Accompagnatori Turistici o, per motivi di età e di logoramento testicolare, mi fossi ritirato dalla suddetta attività. Non ce l’ho fatta a mantenere la promessa: occasionalmente esercito ancora la professione, le bollette vanno pagate, ma l’odio per il turismo organizzato è divenuto incontenibile e, di conseguenza, ho deciso anzitempo di mettere l’orrore nero su bianco. La mia propensione kamikaze, di sputare nel piatto in cui si mangia, di creare casini per ciò che scrivo, è una droga cui non so rinunciare. Baionetta in resta, dunque, un bel respiro, e via andare. All’attacco, si parte.
Il magazzino cui attingere è stracolmo di scampoli: racconti di colleghi e amici, servizi giornalistici, esperienza diretta sul campo, voci di corridoio captate nell’ambiente degli ‘addetti ai lavori’. Il risultato di questa ricerca, quindi, non può che apparire frammentario: brevi flash attinti qua e là ma che, spero, diano un’idea d’insieme, la mia, del vorticoso e malandato mondo del turismo organizzato.
Il libro è, nella struttura, un collage di racconti solo apparentemente slegati fra loro. La prima parte è incentrata sul mio periodo preprofessionale, quando ancora non potevo esibire il patentino di accompagnatore turistico - tour leader, nel gergo inernèscional e imbecille del settore -, una licenza simbolo della vischiosità burocratica italiana che, guarda caso, nel resto d’Europa, non è mai esistita e non serve ad alcunché. Da noi, oltre che a trovare lavoro (da oggi forse posso darle fuoco), serve solo a darsi un ruolo davanti al doganiere rompicaz che, dopo averti beccato in aeroporto seguito ai polpacci da una mandria di cinquanta bermuda e cappellini da bimbo down, ti può rovinare l’esistenza se non hai la relativa bolla di accompagnamento. Negli altri paesi della comunità i tour operator affidano i gruppi a personale interno o ad accompagnatori di fiducia, e le patacche da sceriffo non servono: al primo sgarro assoldano altri, e questo è l’unico criterio di selezione. Da noi no: prima bisogna dare un esame. Non sazi di ciò, i nostri legislatori, di recente, hanno introdotto l’obbligo di frequentare un corso professionale indetto dalla provincia di residenza. La famosa globalizzazione, alla bulgara.
Lo spirito che domina parte dei racconti è la mia utopia di poter imporre al mondo la proibizione, per legge, dei branchi viaggianti composti da più di cinque persone, sole escluse le squadre di calcio; il rilascio del passaporto esclusivamente a chi sia in grado di dimostrare per iscritto un quoziente intellettivo, una faccia e un taglio di basette adeguati (io Unico Giudice Supremo). Se io devo superare un esame per portare gente in giro per il mondo, perché la gente (i turisti) non dovrebbe passare un esame/ottenere una licenza per esportare le proprie facce, vestiti, valori?
I tre brani di ouverture sono brevi articoli pubblicati - i primi due con pseudonimi sciocchini -oltre vent'anni fa (reperti storici, da trattare come tali) su Il Lunedì della Repubblica, cugino satirico all’acido muriatico della nota e barricadera rivista Frigidaire, entrambe mie palestre di scrittura (partendo da sottozero e arrivando al 4 e mezzo scarso) con la complicità di zio Pippo. Scritti alla bruttodio, con parole in libertà messe giù da bestia - modi di dire ritriti, virgolette e stereotipi a sfare, avverbi gratuiti, virgole e accenti al posto sbagliato, ignoranza e preconcetti a carriolate -, i tre articoli danno, vorrebbero dare, l’idea del mio odio cromosomico, di antica data, quando ancora gli italiani non viaggiavano un granché, nei confronti di un certo modo di vedere il mondo e di attraversarlo. Il mio background socioculturale, come direbbe Alberoni, allora era quello dell’orgoglioso viaggiatore-NON-turista (e mai, comunque, per caso), del missionario politicamente ed eticamente corretto, del Marco Polo con cento lire in tasca e tanta tanta spocchia chatwiniana in testa - ma senza tutine sahariane - che fa del viaggiare in maniera spartana, a tutti i costi, una bandiera della propria originalità/diversità (chissà mai quale).
Oggi, accumulati gli anni sul groppone, le migliaia di ore d’autobus e d’aereo dalle parti dell’inguine, i compagni di viaggio non richiesti con aliti etilici e le galline chioccianti tra le gambe, i decibel di vomitosi cantanti d’autobus a manetta nei timpani e varie dermatiti da materassi anziani in tutto il corpo, il mio rapporto con il viaggio è leggermente cambiato. Sto a casa un po’ di più, faccio il ragù, metto da parte qualche soldino e, quando parto, se parto, non disdegno più il taxi come La Morte del Viaggiatore (provate a trovare un autobus a Salvador de Bahia alle tre di notte), se ci riesco prendo una camera con acqua corrente e senza scorpioni tra le lenzuola. Viaggiando soprattutto nel ‘terzo mondo’, come europeo eurizzato medio-basso (di statura e di ragnatele nel portafogli) me lo posso ancora permettere.
La spocchia dei primi periodi epici, dunque, per fortuna è evaporata (la famosa saggezza della vecchiaia).  Anche i viaggiatori sono turisti, sempre e comunque. Restano, però, a ricordo di quei tempi lontani, pagine in cui massacrai la lingua di Dante, allora assolutamente inconscio del reato, ma già unto dal Signore in una crociata sgrammaticata contro i mali del turismo di branco. Santa, dunque, come ogni crociata che si rispetti, non importa se la sintassi e alcuni concetti, riletti oggi, facciano rabbrividire. Chi, tra i lettori, riuscirà a leggersi per intero e digerire i tre suddetti articoli, affrontandoli dalla prima parola all’ultima, riceverà in premio (punizione?) una copia omaggio del mio prossimo libro. È richiesta la citazione a memoria di almeno un punto saliente.
Zoo, da bestie, un breve grido di dolore ecologista nel vuoto, in origine snobbato dalla rivistuzza Sandokan, è inedito e ho deciso di inserirlo perché, in qualche maniera, riguarda il turismo di gruppo.
Il brano Cose turche, inedito, è una collezione di e-mail criptate ad amici in previsione di un loro viaggio da finti ricchi - Rolex sui polsini e servi terzomondisti ubbidienti a bordo - su un caicco turco. Il botta-e-risposta telematico con l’organizzatore turcomanno, mostruosamente esilarante - oltreché per il suo torturare la lingua italiana anche per il suo modo filosofico di concepire il viaggio in barca -, la dice lunga su di loro e, soprattutto, su di Noi (quando noi crediamo di avere la N maiuscola e loro una L minuscolissima).
Seguono altri racconti, ispirati alle avventure vissute scarrozzando gruppi di turisti nei quattro angoli del globo. Tutte stravere, ovviamente hanno imposto il cambio dei nomi dei personaggi principali e di qualche controfigura. Tra questi brani, il primo (Ruffiano) è una versione ampliata di Sou brasileiro?, in origine pubblicato su Tropico Banana, italianos da Cuba al Brasile (Feltrinelli Traveler, 2001; un grazie all’editore per il permesso di ripubblicarlo). Missione straimpossibile è tratto da L'importante è muoversi (Damoli, 2006); nessun grazie all'editore, visto che dopo avermi dato un anticipo si è fatto di nebbia (e, con lui, i rendiconti delle vendite del libro). E poi tre racconti da libri inediti: Scimmie e Ho fatto il Brasile, da Viva Brasil!; Amore proibito, da Cuore matto.
Fasten your seat belts e buon viaggio.





HAI FATTO IL MONDO?






Parte prima
Le origini: i germi latenti





Anche gli stronzi viaggiano
Le grandi trasmissioni degli anni Novanta

di Pietro Nonmifermo

(da Il Lunedì della Repubblica, 1990)


Mondo - Quasi tutti i giorni sugli schermi di Tele Montecarlo ci tocca assistere ad uno spettacolo penoso, indice dell’imbecillità dell’italiano medio degli anni ‘90. Si tratta della trasmissione ‘Appunti disordinati di viaggio’, una cazzata che non ha confini.
Uno yuppie idiota, evidentemente parente della famiglia Gardini, si improvvisa reporter di viaggio, e per deliziarci, ci trasmette le sue personalissime impressioni su paesi più o meno lontani.
Ha dato alla sua trasmissione l’aggettivo ‘disordinato’, in quanto anche lui, non sapendo un cazzo di niente sulla cultura dei luoghi che visita, inventa deliri tutti suoi basati quasi sempre sugli stereotipi più stupidi che noi italiani, popolo di viaggiatori e, oggi, anche di guerrieri, abbiamo di quei Paesi. Quel ributtante personaggio - di cui non vale la pena fare il nome, sarebbe pubblicità gratuita al già ricco Raul -, microfono in mano e telecamera dietro gli stinchi, va a rompere i coglioni a mezzo mondo, parlando con soldatesse israeliane o contadini tunisini assai spiritosamente in italiano, o nel suo inglese da bifolco. Riesce a proporci come ‘scoop’ un venditore di cassette di reggae in Giamaica, oppure un suo amico con un pesce sotto l’ascella come il ‘Colosso di Rodi’.
Il suo scopo sarebbe quello di farci ridere; in realtà l’effetto più immediato è quello di allargare l’opinione che di noi italiani si ha all’estero, da quando abbiamo fatto i soldi e abbiamo cominciato a viaggiare tanto quanto tedeschi e giapponesi: dei coglioni.
Il fatto che personaggi insulsi come il suddetto abbiano la libertà di produrre tali schifezze è indice di come le cose nel mondo, grazie al turismo di facile consumo, stiano andando a puttane. Se lui si sente in diritto di piantare una telecamera in faccia a uno schifatissimo contadino di Tozeur e riproporre la sua immagine con un turbante che gli avvolge il volto e, sotto, la didascalia ‘mal di denti’, tutto ciò non può che significare una cosa: colonialismo turistico, disgregazione di antiche tradizioni, business dell’esotismo, consumato velocemente e sempre come facile folclore.
Se lui continua a produrre tale merda televisiva vuol dire che a qualcuno piace, che c’è chi condivide la sua visione da cartolina del mondo, chi, quando viaggia, si muove come lui. È un triste spettacolo vedere come gli italiani, una volta viaggiatori sinceri e simpatici, si stiano trasformando, grazie al denaro e alla noia, in consumatori di viaggi intesi come tonnellate di rullini fotografici, Club Mediterranée e goliardate imbecilli a danno di qualsiasi popolo o paese che non faccia parte della ‘fascia della pummarola’.




È il turista, la peste del 2000
Italiani, per favore, almeno voi: state a casa

Altro che AIDS! Il vero flagello dei giorni nostri, l’unica epidemia che sta avvelenando il mondo, è il turismo, grande causa di stravolgimenti sociali e rapido disintegratore di antiche tradizioni, presto mandate a farsi fottere, non appena il profumo del denaro inizia a farsi sentire.

di José Cielito Lindo

(da Il Lunedì della Repubblica, novembre 1990)

Mondo - Tutti dovremmo avere la possibilità di viaggiare, intendendo il viaggio come processo di conoscenza e miglioramento interiore, soprattutto in rapporto a chi ci circonda. Purtroppo la nostra società, basata sul lavoro incessante e frenetico, non permette alla maggior parte delle persone di trasformarsi da turisti in viaggiatori, e ciò rimane una prerogativa di pochi ricchi sfaccendati, per ex bancari in pensione o per chi ha scelto il viaggio come forma di vita, e verrà perciò stesso accusato troppo facilmente - sempre per invidia della libertà, una situazione che terrorizza chi non la possiede - di essere un ‘fricchettone’. La differenza fra il turista e il viaggiatore è enorme: il primo, il turista, viaggia molto spesso esclusivamente per moda, perché tutti gli altri, così come si comprano la macchina o la casa, e il sabato sera vanno in discoteca, in agosto abbandonano la Patria, e lui si sentirebbe escluso dal gregge a fare diversamente.

L’ora d’aria degli imbecilli
Il turista ha poco tempo a disposizione, dunque cerca di concentrare in pochi istanti tutto ciò che per lui è sinonimo di ‘divertimento’: molte fotografie da mostrare agli amici nelle fredde serate invernali (non importa se la sua Nikon farà sbavare il bambino della favela), almeno un’esperienza sessuale - sempre da raccontare -, montagne di cartoline e souvenirs a quintalate, anche ad un prezzo relativamente esorbitante: se il sistema dei prezzi locali, soprattutto nel cosiddetto ‘terzo mondo’, poi esplode, poco importa. Il bastoncino di Malacca lui ce l’ha, e a culo il resto. Ciò che più gli preme è ricoprirsi di ricordi, unica forma possibile per richiamare alla memoria, in seguito, ‘l’ora d’aria’ annuale.
Il viaggiatore, generalmente più dotato di tempo e sale in zucca, si reca in un paese straniero più per conoscere se stesso, in situazioni ‘diverse’ da quelle abituali: i luoghi, dopo un po’, si assomigliano tutti.
L’autentico fattore caratterizzante diviene piuttosto la gente che abita quel dato paese, diversa per cultura e tradizioni, ragionamenti e comportamenti, da te, da me, dal villaggio ad un’ora di cammino. Egli cerca di apprendere la lingua locale, avendo così la possibilità di entrare meglio, e senza troppo rompere i coglioni, nel tessuto sociale, e dunque capire, ricevendo in cambio soddisfazioni ben maggiori di una foto ricordo o di un bel batik dipinto a mano. Il danno che il turista provoca, al di là dell’apparente apporto economico, è enorme: antiche popolazioni nel giro di brevissimo tempo cambiano radicalmente modo di vivere, la società si disgrega, i vecchi valori rimangono i fantasmi di quattro antenati che si chiudono nel loro nido, mentre le generazioni più giovani pensano piuttosto alla moneta.

Non tirate sassi all’elefante
Puttane a Bali; turisti italiani schiacciati dall’elefante perché preso a pietrate, dato che non si vuole mettere in posa per la foto; ragazzetti di Bombay che parlano un perfetto italiano per venderti un po’ di ‘polvere buona’; la tecnica dello ‘shampoo’ peruviano, per scippare le valigie ai turisti; bambini che, in tenera età, imparano le prime frasi inglesi ‘utili’ (‘gimme money’); ‘piranhas’ brasiliane e ‘butterflies’ filippine; antichi amuleti venduti a prezzi di fabbrica; bifolchi romani che si esprimono in romanesco con gli indios, e si incazzano perché ‘sono ignoranti’ e non li capiscono; centri storici di antiche città strangolati dai pullman di tedeschi e giapponesi. Bella roba.
Il mondo è grande e, incredibile a dirsi, pieno ancora di luoghi vergini e da ‘scoprire’, da studiare, da amare, da capire. Io spero solo di schiattare prima che tutta la terra si sia appiattita sotto un’unica bancarella carica di torri di Pisa, gli stanchi cazzi di plastica indici della nostra idiozia.






Safari sessuale
Troppi uccelli volano di qua e di là

Voli charters partono ogni settimana da Tokyo, Francoforte e Londra diretti verso i peggiori bordelli del mondo

(da Il Lunedì della Repubblica, 1990)

Tra i tanti neocolonialismi c’è anche quello sessuale.
Il turismo di massa si muove in direzione Nord-Sud, ed è dalle zone più gonfie di denaro del mondo che partono i puttanieri neocolonialisti per affondare i loro denti e i loro cazzi bavosi su Bangkok, Manila, Rio o Abidjan. Le stesse imprese giapponesi premiano i propri dipendenti - gli impiegati più zelanti ed efficienti - con viaggi di ‘ricompensa’. Per scopare. Tours ovviamente organizzati e stimolati dalle agenzie turistiche di Tokyo.
Dal 1986 gruppi di diritti umani filippini si battono contro l’invasione sessuale nipponica. La mafia giapponese contrattacca, riuscendo ad ‘importare’ un’orda di troie thailandesi per i bordelli di Kabutitcho, la zona calda di Tokyo, sconosciuta alla maggior parte degli occidentali.

Libido europea
C’è chi spiega queste migrazioni con l’eccessivo lavoro degli abitanti dei paesi ricchi, che crea la necessità di ‘nuovi pascoli’ per dare libero sfogo alle proprie fantasie sessuali. Alcune agenzie turistiche tedesche (la Nackerman e la Tui) ed inglesi (la Sunmed Holidays) vendono le immagini dei luoghi più sensuali della terra. Bangkok, coi suoi saloni di massaggi, è vendutissima, forte di immagini di bellissime donne, alcune delle quali meticce, provenienti dal Laos o dalla Cambogia. Anche Pattaya è una destinazioni principali proposte dalle agenzie londinesi o tedesche: quattro strade, un porto, tre chilometri di bar ed ubriaconi, ed un milione e duecentomila turisti all’anno, di cui almeno il 10% sono sferici crucchi con la bava alla bocca. La compagnia tedesca Condor Airlines fa voli incredibili Londra-Bangkok pieni di gente arrapatissima, con ventiquattrore ricolme di giornali porno, per riscaldarsi gli occhi e qualcos’altro durante il viaggio.
In passato questa compagnia ha dovuto sostituire tutte le hostess esclusivamente con stewards, dato che le donne venivano molestate in continuazione. Ma anche sugli aerei italiani la situazione non è migliore: mai dimenticherò un gruppetto toscano di cinque Italian-stallions, tre padri di famiglia, tutti vestiti a puntino italian-style (Timberland & Stone Island), uno dei quali portava i due figli - uno di diciott’anni, l’altro di quindici - in Thailandia a scopare. Oppure una coppia di obesi romanacci, dalla faccia rubiconda e senza capelli, due salumai, che, come bravi gemellini, indossavano distintamente t-shirts bianche con la scritta tricolore ‘Ciao Roma!’, tesissime dall’adipe. Destinazione ovvia: massaggi!

Nei paesi arabi
Alcuni bar thailandesi rifiutano gli arabi - troppo pervertiti - ma accettano ‘Japanese only’. Un altro popolo ben accolto è quello americano, soprattutto i marinai. Nell’ultimo mese di luglio si è stimato che i marines abbiano lasciato nei bar di Bangkok almeno un milione di dollari. Fedele alle sue attività nell’area al tempo della guerra in Vietnam, la marina americana continua ad essere una delle maggiori organizzatrici di viaggi sessuali nel Sud-est asiatico.
Il turismo ogni anno fornisce circa tre miliardi di dollari alla Thailandia, e gran parte le deriva dal sesso.
Negli altri continenti non è che la situazione sia poi così diversa. I tedeschi fanno safari sessuali in Africa e gli inglesi assaltano impazziti alcuni porti sessuali spagnoli. I paesi musulmani, già stufi, dicono che non vogliono più porci nudisti europei sulle splendide spiagge marocchine ed algerine. I musulmani attaccano le scene televisive di sesso più o meno platonico, ed in Egitto i seguaci di Maometto hanno contribuito alla chiusura del Club Mediterranée di Hurgada, ‘porta aperta al vizio e alla corruzione’.
Quello che però gli islamici cercano assolutamente di nascondere all’opinione mondiale è quanto alcuni dei loro religiosissimi paesi siano infestati di puttane. Ogni grande città marocchina, ad esempio, più o meno apertamente, è dotata di bar, nights, bordelli. Gli algerini, vicini di casa integralisti, sempre pronti ad insultare quegli sporcaccioni infedeli dei marocchini, li ritroviamo poi a migliaia a Casablanca, Fez, Tangeri. Chissà perché.
Il Marocco è inoltre mondialmente famoso per i suoi busoni. Non scorderò mai il vecchietto siciliano che incontrai a Sidi Ifni, nel sud del paese. Passava gran parte del suo tempo, solo e nervosissimo, in una stanzetta d’albergo di quella graziosa cittadina, ex colonia spagnola. Essendo praticamente muto, chiesi ad un amico locale cosa facesse lì. ‘È un cliente fisso - mi rispose -, viene qui ogni anno, va in spiaggia, chiama qualche giovane soldato e, in cambio di qualche dhiram, li fa mettere in fila. Di dietro.’





Zoo, da bestie

Canton (Cina) - Lo zoo - struttura molto amata dai turisti - di Guanghzou è, secondo le guide turistiche, uno dei ‘migliori’ dell’Asia, in quanto a quantità e qualità delle specie rinchiuse. Nella realtà, però, questo zoo è un vero e proprio lager per animali. Il panda, fiore all’occhiello di questa santa istituzione, passa le giornate a sgranocchiare bambù all’interno della sua gabbia (per ripararsi dal clima e dai troppi curiosi). Le orde di visitatori locali che quotidianamente varcano i suoi cancelli non hanno il minimo rispetto per i loro simili, solitamente considerati in Cina null’altro che bistecche a due o più zampe. In molti ristoranti della città, d’altronde, si consumano serpenti, gatti, tartarughe, opossum, tutti rigorosamente vivi ed esposti in gabbie sul marciapiedi antistante, pronti all’ordinazione della rispettabile clientela e alla mannaia del cuoco. Lo zoo, pertanto, è la massima istituzione di un panorama generale che considera le bestie, appunto, come tali. Nello zoo i ragazzini passano il tempo a buttare nella vasca degli orsi o degli ippopotami merendine incellofanate, confezioni di bibite in tetrapack, tutti alimenti notoriamente digestivi. Le scimmie sono il bersaglio di sputi, urla, sassi e rami, e gli alberi attorno al recinto (l’arsenale dal quale fare scorta di frecce), praticamente, non esistono più, tanto sono scorticati. Il fiore all’occhiello di tale istituzione è il canile, dove il puzzo di piscio, l’isterismo e la putrefazione dei migliori amici dell’uomo sono la costante.
Canton, però, non è la sola città asiatica a vantare uno zoo così bello. A Patan, città-satellite della capitale nepalese Kathmandu, gli animali non respirano aria migliore. Le gabbie, di grandezza adeguata ai canarini, ospitano esseri vivi (ma ancora per poco) delle dimensioni di un tacchino o di un maiale, e le grate sono incrostate da così tanta ruggine e sporcizia che è difficile capire cosa c’è dentro. I ragazzini in visita passano il tempo a conficcare nella pelle degli animali moribondi i ramoscelli trovati qua e là. La tigre, anestetizzata dalla noia e dalle dimensioni del recinto, è il bersaglio preferito dei sassi lanciati da gente in età pensionabile (dunque, si supporrebbe, dotata di qualche capacità intellettiva). Evitate di contribuire col vostro biglietto d’ingresso, se potete.






Cose turche
Scambio di e-mail tra amici bulagnesi in procinto di partire per vacanze in Turchia e noleggiatore di caicco turco. Non potevo non rubarlo.


Original Message
Sent: Tuesday, July 11, 2000 10:07 PM
Subject: come non detto
Carissimo Tunc dopo aver definito quasi tutti i particolari del viaggio ti comunico la seguente variazione:
Anticipo del ritorno di ... (gruppo ...) il giorno 18 sera o 19 non appena finita crociera, senza soggiorno a Fetiye
Quindi partenza regolare il 4, ritorno da Dalaman 18 o meglio 19 Agosto
Vorremmo poi sapere quelle notizie sul caicco: benzina, radio, asciugamani, cibo, etc non meno importanti per noi.
Grazie
Corrado e Andrea

Tunç on 12/07/2000 11.35.10
Subject: Re: come non detto
gentilissimi sigg.ri,
1* sto lavorando sui voli , appena li finisco, Vi faccio sapere...
2* sulla goletta:
Aria Condizionata  NO  (avete conosciuto quella prima che costa al giorno 1.175 $ ... se una goletta dispone A/C il prezzo parte da 1750$ in su)
Snorkeling Equipment SI (le golette dispongono 2/3 paie di pinna ed occhiali, pero non si garantisce la taglia)
Stereo (CD + tape) SI (radio + casette player)
Asciugamani SI
Lenzuola SI (dall’inizio Ve la danno 2 volte durante il viaggio uno all’arrivo, due a meta del viaggio)
Cibo (cosa?) SI (equipaggio cucina, sia la cucina turca che un po internazionale... avete prima colazione con il te’ , il caffe’ (logicamente NON espresso, potete portare quella napolitana ed caffe espressso sul fuoco ce la fate) burro, miele ecc ecc poi avete pranzo e cena ci sara la carne, pasta o riso , insalata , frutta ed anche tardo pomeriggio con biscotti o ‘cake’ avrete ‘5 o’clock tea’)
Bevande (cosa?) (hanno tutti tipi di bevande dalla coca alvino, saranno il Vs estra personale)
Canoa e Wind Surf  NO  (cerco di far avere anche questi...)
Attrezzatura da pesca  SI (ci saranno alcuni lenze da pescare, l’equipaggio Vi mostrera caratteritiche dei ns pesci)
Benzina (questo punto non ho capito... cosa Vi servirebbe la benzina ??? comunque goletta cammina con il motore alla nafta che gia compresa)
sperando di essere chiaro Vi ringrazio ancora
cordiali saluti
tunc

Original Message
Sent: Wednesday, July 12, 2000 11:29 AM
Subject: info su hotel antalya
Gentilissimo Tunc,
mi chiamo Gianluca e faccio parte del gruppo di ragazzi che quest’estate, dall’8 agosto al 18 agosto, affitterà un caicco da Marmaris (Corrado e altri).
A questo proposito le chiederei cortesemente un’informazione riguardo ad una sistemazione ad Antalya per la notte del 7 agosto. Io arriverò di notte, verso l’1.30 e vorrei sapere i prezzi e le disponibilità di una camera per 2 persone, in un hotel nei pressi dell’aeroporto di Antalya, per la notte del 7.
Se riuscisse a darmi queste informazioni mi farebbe una cortesia.
Grazie

Messaggio originale
Inviato: mercoledì 12 luglio 2000 11.25
Oggetto: Re: info su hotel antalya
certamente... blocco un hotel e faccio sapere... se ci vuole biglietti del pullman di linea da antalya a marmaris, posso far comprare i biglietti altrimenti se vuole la macchina ‘RENT A CAR’ posso organizzare ma sarebbe costosa per una giornata poi ci voule anche da pagare il ritorno dell’auto vuota ‘EMPTY LEG’...
attendo Le sue idee per trasporto... fratempo appena ho suo hotel per la notte del 7/8 Le faccio sapere
grazie e cordiali saluti

Original Message
Sent: Thursday, July 13, 2000 12:25 PM
Subject: Re: come non detto
Caro Tunc, le informazioni mancanti sono le seguenti:
1) Foto + pianta + descrizione goletta.
2) Cosa c’è da bere (compreso nel prezzo) e cosa è da ritenersi extra-costo.
3) C’è una barca-tender (per andare sulla costa) o un canotto?
ciao
Corrado e Andrea
Messaggio originale

Inviato: venerdì 14 luglio 2000 9.46
Oggetto: Re: come non detto
cari Sigg.ri,
1) foto ecc della barca molto probabilmente arriva oggi, appena ne ho ve li passo su un mail a tutti Voi...
2) durante 3 pasti : prima colazione - pranzo - cena l’acqua senza gas compresa... oltre di questa tutto est Vs extra personali : birra - coca - succo di fruta - soda - vino - raki (anice) ecc.
3) senza eccezione, tutte golette che esistono, hanno una barca o un zodiaco per andare alla costa... pero’ l’uso di questa barca sempre con uno dei equpaggio...

CARISSIMI SIGG.RI SE MI PERMETTETE VORREI I MIEI CONSIGLI SU QUESTO VIAGGIO DOPO 23 ANNI DI ESPERIANZA SUL TURISMO TURCO:
LA GOLETTA CON CUI VIAGGIATE HA UN BORDO CIRCA 21 MT X 6 MT, E SIETE PER ORA 11 PIU 3 PERSONE DI EQUIPAGGIO QUINDIIN TOTALE 14 PAX... FORSE SE TROVATE 12’ PAX ALLORA 15...
QUESTA BARCA ALCUNI VIAGGI DIVENTA MOLTO PIU GRANDE ALCUNI VIAGGI MOLTO PIU PICCOLA...
SAPETE PERCHE ???
PERCHE QUANDO TUTTA QUESTA COMINCIA COMMANDARE ALLORA DIVENTA MOLTO PIU PICCOLO A CAUSA DI GUERRA TRA I OSPITI, POI TRA I OSPITI E L’EQUIPAGGIO...
POI ALCUNI OSPITI FURBI ESCONO FUORI, PER COMMANDARE MEGLIO, SI AVVICINANO ALL’EQUIP ALLORA ESCE FUORI ANCORA PIU GRANDE GUERRA TRA QUELLI FURBI, QUELLI MENO FURBI E L’EQUIP... IN QUESTO CASO ORMAI UN DISASTRO IL VIAGGIO PERCHE NON SI MANGIA NEANCHE...
EST UN ESEMPIO MOLTO SEMPLICE, CI SONO ALTRI ESEMPI MA NON UTILI...
I IMIEI CONSIGLI:
1) FATE SENTIRE IL CAPITANO CHE EST CAPITANO E COMMANDANTE DELLA BARCA... IN REALTA LUI EST IL COMMANDANTE ED IL TITOLARE DELLA GOLETTA ANCHE NON EST DI LUI... COSI POTETE VEDERE I PIU LUOGHI, LE PIU BELLE BAIE, AVRETE OTTIMO SERVIZIO... SENNO NIENTE FA IL SUO LAVORO...
2) METTETE LA DISTANZA CON L’EQUIPAGGIO... NON SI DOVREBBE ESSERE NE UN AMICO VECCHIO NE UN CLIENTE NASO GRANDE...
3) SCEGLETE UNA PERSONA TRA VOI, PER DEFINIRE LE COSE CON CAPITANO... SE TUTTI PARLANO, ALLORA CAPITANO HA DRITTO DI DIRE ‘MA L’ATRA PERSONA HA DETTO COSI’ ...
4) LASCIATE IL CAPITANO LIBERO PER SCEGLERE LE FERMATE DOVE SI DORME, DOVE SI FA IL BAGNO DOVE SI MANGIA... LUI CONOSCE MOLTO MEGLIO DI TUTTI... COSI CERCA DI MOSTRARE I MIGLIOR LUOGHI PER FAR VEDERE CHE EST BRAVISSIMO...
5) CERCATE DI DARE UNA BUONA MANCIA ALL’EQUIP E NATURALMENTE EST IMPORTANTE DARE UNA CERTA PARTE ALLA PARTENZA, COSI SANNO DOVE CORRERE...
SE VOLETE ULTERIORI INFO, POTETE SCRIVERMI SENZA PROPLEMI...
per ora est il tutto
grazie e cordiali saluti
tunc

Messaggio originale
Inviato: lunedì 17 luglio 2000 14.21
Oggetto: il Vs viaggio in turchia
Gentlissimi Sigg.ri, Finalmente ho finito, ecco tutti i dettagli:
1)  i voli sono...
2) la foto e la pianta della barca sono attacate su questo mio messaggio nome: YILDIZ K 22.40 x 6.30 MT 275 SHP 24V / 240V nafta 2tons equipaggio 3 persone acqua 4 tons (pulita) 6 cabins con tutti servizi privati (di cui 1 master) mobile phone, casett player, frigo, zodiaco
3) il mio conto est: TURKIYE IS BANKASI HARBIYE BRANCH A ISTANBUL NUMERO DEL CONTO...
io Vi chiedo gentilmente di fare un bonifico a questa banca 15.000.000 LIT di deposito, e mandarmi il documento a questo numero di fax:...
il resto viene pagato ad Ýstanbul il 4/8/00 all’arrivo...
4) per poter mandarVi i Vs biglietti aeri, per favore informarmi un indrizzo (uno di Voi)
grazie e cordiali saluti
tunc

Original Message
Sent: Monday, July 17, 2000 9:26 PM
Subject: R: il Vs viaggio in turchia
caro Tunc, vorrei sapere a che distanza si trova l’hotel Lara Olivia dalla’ereoporto, e se, arrivando circa all’1.30 a.m., sarà difficile per noi trovare un bus o un taxi per raggiungerlo. Infine vorrei un’informazione pratica sulla valuta: per viaggiare in Turchia è meglio avere dollari USA o marchi tedeschi?
Grazie
Gianluca

Messaggio originale
Inviato: lunedì 17 luglio 2000 21.41
Oggetto: Re: il Vs viaggio in turchia
buona sera, l’htl si trova appena entrando in citta’ venendo all’aeroporto... i taxi si trovano 24 ore su 24... percio non avrete nessun problema... se volete sentrVi meglio, posso organizzare anche il trsf...  secondo est piu importante organizzarVi per il giorno del 8/8 per raggiungere al porto di Marmaris...  in turchia, non avete nessun problema della valuta... sia dollari che tutti quelli europei (dm - ffr - lit -  sfr ecc) si valgano normalmente... potete spendere e cambiare anche LIT...
grazie e cordiali saluti
tunc

Sent: Wednesday, July 19, 2000 1:44 AM
Subject: Re: il Vs viaggio in turchia
Gentilissimi Sigg.ri,
1) la griglia c’est esiste ma non a carbone... funziona con gas oppure elettricita’ (ve lo dico domani con precisione)
2) CD non c’e’... c’est casette player
3) il wind surf... per poter avere questa quota, non potete immaginare, quanto ci ho provato... poi NON LO volevate... (COMUNQUE CI STO PROVANDO DI AVERLO)
ecco il Suo messaggio del 04/07/2000:  Buonasera, Tunc. Siamo rimasti alquanto sorpresi per il costo della barca, è troppo alto, la nostra disponibilità al giorno è notevolmente minore (70.000-max 100.000al giorno per persona). Non abbiamo bisogno di tutti questi comfort (windsurf, canoe...), è troppo grande, non intendevo una barca di 25 metri, ma più piccola con 6 cabine doppie, non 10 cabine; siamo tutti giovani e lavoriamo da poco tempo. Sono sicuro che potrà trovarci la giusta soluzione, magari sentendo anche Graziella che si trova a Marmaris, l’albergo di Istanbul e i voli vanno bene. Se può farmi sapere anche il costo del volo interno per le altre due persone. A presto, ci sentiremo anche per telefono.
Andrea
4) Le dati vengono informati domani per porto di Marmaris...
5) Avevo gia speigato a Voi che la quota sempre identica se scendete a Marmaris o Fethiye... Se scendete a Fethiye la barca viene pagata uguale e diventa l’ultimo giorno ritorno vuoto a Marmaris... Cioe non potete scendere a Fethiye 19/8 ma si puo scendere 19/8 a Marmaris...Per questo motivo, prima avevo prenotato l’htl a Marmaris...
6) Assicurazione della barca OK. ma nessuna quota non esiste per la assicurazione personale VS... Questo vuol dire se succede qualche cosa a goletta, la compania delle barche (il ns corrispondete) cambia la goletta con una simile...
7) Mi serve sempre un indrizzo per poter mandarVi i biglietti aerei.

Messaggio originale
Inviato: giovedì 20 luglio 2000 8.24
Oggetto: Fw: il Vs viaggio in turchia
ORA CONFERMO ANCHE UNA GRIGLIA (barbecue) A CARBONE SUL BORDO...
GRAZIE E CORDIALI SALUTI
TUNC

Original Message
Sent: Thursday, July 20, 2000 7:31 PM
Subject: from Italy
ciao Tunc, piacere di conoscerti!
sono Daniela del gruppo ..., ti ringrazio per tutte le informazioni che ci hai già inviato, vorrei sapere solo un’ultima cosa (se è possibile): c’è un autobus che il giorno 8.8 ci può portare da Antalya a Marmaris? A che ora parte? Ce la facciamo ad essere a Marmaris entro la sera del giorno 8.8?
Grazie di tutto e a presto.
Daniela

Messaggio originale
Inviato: giovedì 20 luglio 2000 23.18
Oggetto: Re: from Italy
buona sera,
grazie mille. domani Ve lo dico via internet... se decidete di partire col pullman di linea, faccio comprare i Vs biglietti e faccio lasciare al Vs htl di antalya...
grazie ancora e cordiali saluti
tunc

Messaggio originale
Inviato: venerdì 21 luglio 2000 10.04
Oggetto: Re: from Italy
buongiorno da istanbul,
antalya/marmaris con pullman di linea dura 6 ore... io ho gia ordinato 2 biglietti per Voi per la partenza alle 0900 / 1000 ... appena si comprano Vi faccio sapere l’orario esatto della partenza... poi li trovate al reception dell’htl all’arrivo.
grazie e cordiali saluti
tunc

Original Message
Sent: Monday, July 24, 2000 12:30 PM
Subject: Party
Caro Tunç, le invio l’indirizzo a cui dovrà spedire i biglietti: ...
Effettueremo il pagamento dell’acconto (Lit 11 m.) entro giovedì sera.
Vorremmo inoltre sapere con quale valuta dovremo saldare il conto (Lit, $, DM?) e quale valuta ci consiglia di portare per le spese extra.
Infine, due vecchie domande:
1) E’ certo che lo stereo non ha lettore CD? In questo caso ci porteremo un lettore CD dall’Italia.
2) Riesce a trovare il wind surf? Se no, si può affittare?
E due nuove:
3) E’ possibile andare a Efeso quando saremo a Marmaris (in macchina)?
4) E’ possibile andare a Nemrut Dagi quando saremo a Fetiye (in macchina)?
grazie
Corrado

Messaggio originale
Inviato: lunedì 24 luglio 2000 14.03
Oggetto: Re: Party
1) in lire italiane va bene. intanto Vi ho comunicato il conto della LIT.
2) la polizza assistenza medica e bagaglio costa per persona 25.000 LIT. basta comunicarmi i nomi ed i cognomi delle persone che vogliono fare...
3) per il processo doganale a marmaris mi servono: i nomi, i cognomi, numero del passaporto e nazionalita’ dei tutti partecipanti...
4) il wind surf in noleggio costa al giorno: 50.000 LIT. (non ho potuto prestare dalle altre barche perche oramai tutte occupate)... poi siccome si fa questo lavoro senza nessun guadagno (per graziella -mia carissima collega- che est otima amica di ...), non sono disponibile spendere questa cifra 550.000 LIT. (se foste i clienti veri avrei regalato dai Vs soldi guadagnati !!!)
5) est meglio fare il bonifico entro domani al massimo mercoledi... perche’ non abbiamo piu il tempo... ho gia versato il pagamento alla goletta... e devo versare quelli di Voi alla agenzia italiana da cui i biglietti vengono mandarVi con il corriere...
6) vedo che avete poco fiducia per i soldi... abbiamo una licenza con numero... del ministero del turismo del 28.3.1973 (potete controllare con l’ufficio turismo turco d’italia). comunque Vi mando attacato la ns proforma fattura al nome di...
7) NON est possibile andare a Efeso quando sarete a Marmaris (in macchina) perche ci voule circa 5 ore di corso...
8) NON est nemmeno possibile andare a Nemrut Dagi quando sarete a Fetiye (in macchina) perche ci voule circa piu di 8/9 ore di corso...
grazie e cordiali saluti
tunc

Original Message
Sent: Wednesday, August 02, 2000 10:41 PM
Subject: Re: biglietti
Grazie molto per i biglietti. Mi scusi per il ritardo nella risposta, ma solo oggi ho potuto consultare la posta elettronica. Se potesse acquistare per noi due biglietti e lasciarli all’hotel, ci farebbe una cortesia.
Grazie e a presto
Gianluca
P.S. A proposito, qual e’ il prezzo dei biglietti??

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Inviato: mercoledì 2 agosto 2000 22.41
Oggetto: Re: biglietti
ecco era scritto sotto il prezzo del biglitti... ora ho fatto in rosso.
c.slt
tunc

Original Message
Sent: Wednesday, August 02, 2000 12:55 PM
Subject: biglietti
BUONGIORNO SIGG.RI...
ALLORA IL PULLMAN DA ANTALYA PARTE ALLE 11:00 ED ARRIVA A MARMARIS ALLE 18:00... QUESTO VUOLDIRE CHE ARRIVATE PRIMA DI ..., ... E I VS ALTRI AMICI 9 PAX (PARTANO DA ISTANBUL ALLE 17.10 ARRIVANO AD APT DLM ALLE 18:20 ED ANCORA HANNO UN CORSO DI CIRCA 1/1,5 ORE DA FARE) QUINDI SIAMO A POSTO COSI... IL PULLMAN A TESTA VIENE 7.000.000 LIRE TURCHE QUINDI IN LIT 23.500 LIT. X 2 + 5.000 LIT (SERVIZIO DEL NS CORRISPONDENTE CHE COMPRA I BIGLIETTI E PORTA ALL’HTL VOSTRO) = 52.000 LIT. IN TOTALE...
SE ME LO CONFERMATE IO SUBITO DEVO FAR COMPRARLI... PERCHE I PULLMAN A CAUSA DELLA ALTISIMA STAGIONE TUTTI PIENI ED IO HO QUALCHE POCA ORA DI OPZIONE (OGGI) !!! MIO CELLULARE ...
IN OLTRE NON MI RICORDO PIU SE AVEVO DATO L’INDRIZO DEL VS ALBERGO DOVE RIMANETE LA NOTTE DEL 7/8 ED USCITE, COMUNQUE VE LO PASSO (o RIPASSO -meglio di nulla-) SICCOME EST OBBLIGATORIA LA MEZZA PENSIONE IO HO ORDINATO PASTO FREDDO PER VOI A CAUSA DEL VS ARRIVO IN TARDA NOTTE...
HOTEL LARA OLIVIA Lara Caddesi no:713 07003 Antalya Tlf: 0242.3495656
ATTENDO CON LA MASSIMA URGENZA LA VS CONFERMA PER I BIGLIETTI DEL PULLMAN
GRZ E
C.SLT
T     U    N

Messaggio originale
Inviato: mercoledì 2 agosto 2000 21.49
Oggetto: Fw: biglietti
ME LI RICONFERMATE ???
SLT
TUNC

Original Message
Sent: Monday, August 07, 2000 8:04 PM
Subject: R: biglietti
caro Tunc, come ti ha detto Daniela abbiamo avuto un imprevisto con il volo charter per Antalya. Pertanto abbiamo cambiato il nostro piano di volo, che è il seguente: partiremo domani mattina, 8 agosto, con il volo di linea Swiss Air che arriva a Istanbul alle 14.10. Da Istanbul prenderemo il volo per Dalaman delle ore 17.05, arrivo alle 18.25. mi ha detto Daniela che anche gli altri dovrebbero essere su quel volo, e che ci sarà pertanto un bus ad attenderci per portarci tutti a Marmaris. Per ogni evenienza, comunque, fammi sapere dove si trova la barca, (eventualmente il nome) e dov’è l’appuntamento con gli altri a Marmaris. Inoltre, vorrei sapere se è possibile riavere i soldi per l’hotel di Antalya, a cui abbiamo già comunicato telefonicamente la disdetta. Non so se sarà possibile, ma dato l’aumento di costi che questo imprevisto ci ha causato, a noi farebbe comodo.
Grazie comunque dell’aiuto.
A domani.
Gianluca

Messaggio originale
Inviato: lunedì 7 agosto 2000 22.58
Oggetto: Re: biglietti
appena arrivate ad istanbul pls mi chiamate su mio cellulare: ...
grz slt e buon viaggio
tunc
domani faro’ sapere se si sono salvati i Vs soldi dell’htl di Antalya...







Parte seconda
La lotta sul campo





La prova del nove
Bulàgna - Forte del mio vagabondaggio ultradecennale, che mi aveva regalato corpose iniezioni di lingue (idiomi) e di cognizioni geografiche, nel lontano 1997 decisi di iscrivermi all’esame per ottenere la licenza di Accompagnatore Turistico©. Il premio, qualora fossi mai riuscito a passare, sarebbe stato l’ambìto ‘patentino’, una patacca con foto da esibire, nel caso di richiesta, ai doganieri italiani - all’estero questa puttanata figlia-di-burocrati non esiste/va - mentre scarrozzavo i gruppi di turisti fra un aeroporto e l’altro.
Le motivazioni che mi spinsero a una tale Titanica Impresa erano le più classiche e ovvie (viaggiare gratis, anzi, guadagnandoci pure, fare cose, vedere ggente), oltre a qualcuna accessoria, di carattere strettam. personale (arricchire il mio archivio fotografico con sole spese di materiale, portare gruppi soprattutto in Brasile - mia patria di adozione -, fare cose, vedere ggente; possibilmente cose e ggente brasiliane).
La prova del nove imponeva una preparazione in ben quattro materie: lingua/e prescelta/e (portoghese e inglese, nel mio caso), geografia (in particolare dei paesi in cui si parlavano le lingue scelte) e, udite udite, TEC-NI-CA DI TU-RI-SMO e LE-GI-SLA-ZIO-NE TU-RI-STI-CA (fantascienza, almeno per me). Se nei primi due, enormi casi avrei potuto cavarmela con il semplice c. v. (forse), negli altri non avrei saputo che pesci pigliare. Classificazioni degli alberghi e numeri di stelle affibbiate per bidè/metro quadro, differenze filosofiche tra i ruoli di Accompagnatore Turistico/Guida/Interprete, carte d’argento (o verdi?) sui treni italiani, etica dell’Acc. Tur., ecc. ecc. Tutta roba spassosissima, sarete d’accordo con me, infarcita di classificazioni da burocrate bulgaro e di aforismi che sfioravano il misticismo nell’affrontare tematiche pregnanti e romantiche quali l’Accordo di Schengen e le carte d’imbarco. Bolli sul passaporto e codici delle compagnie aeree.
Questo popò di tutto era concentrato e compresso in quattro-cinque tomi di mezza tonnellata cadauno, in buona parte volumi con la copertina d’oro zecchino scritti dagli stessi professori che avrebbero costituito la commissione d’esame. Andavano letti.
Soldi per arricchire gli editori, però, non ne avevo, se volevo il patentino era perché avevo bisogno di guadagnare, non di spendere. La pluridecorata biblioteca bulagnese dell’Archiginnasio fu la svolta. Tra un’occhiata (due) alle cosce delle studentesse più discinte e una (mezza) agli affreschi secolari, presi appunti e liofilizzai la summa di tanto sapere in un quadernino da scolaretto elementare. Il Bignami del Bignami del Bignami, ottenuto dopo una sola, superficialissima e sbadigliosa lettura degli interminabili sproloqui sulle piazzole dei campeggi e sugli sconti ferroviari per comitive. Veri monumenti alla prolissità, da me sbrigativamente ridotti a un otto per mille.
In seguito usai questo ridicolo testo autoprodotto per dargli una lettura, una tantum, quando e se mi rimaneva tempo per farlo. In primavera iniziai a compilare formulari per l’iscrizione all’esame e a comprare carriole di marche da bollo da ventimila lire, nell’ottica di sostenere la prova entro il santo Natale - come promesso e giurato, nero su bianco, dal bando di concorso.
Alla fine di gennaio dell’anno successivo non avevo ancora ricevuto uno straccio di comunicazione circa la data degli esami, e quando facevo un salto in Provincia o telefonavo per ottenere delucidazioni venivo accolto da occhiate bovine o da sonori BOH?
Verso Pasqua, dopo il terzo uovo, mi ero già stradimenticato di esame & quadernetto, quest’ultimo lasciato a fermentare sul fondo di qualche cassetto pieno di scarafaggi. Poi, un bel giorno, arrivò la comunicazione: l’esame si terrà il giorno X, in giugno. Nodi allo stomaco, chiappe strette tutte d’un colpo.
Corsi a stanare il quadernetto ragnateloso e, come ai tempi dell’università, iniziai a ossessionare ogni amico/parente/essere respirante che mi capitasse a tiro per ‘sentirmi’. Gli/le piazzavo tra le mani il bignametto con i miei geroglifici e lo/la obbligavo moralmente a cercare di seguire ciò che dicevo, missione impossibile, un po’ perché gli appunti erano a malapena comprensibili a me, un po’ perché nemmeno io sapevo di che cippa stavo parlando. In realtà, di tutto quello zibaldone (zibaldino), non sapevo una mazza, né era mio bisogno intimo quello di sapere: eticamente e frichettonamente ero nemico di ogni tipo di classificazione e del concetto di turista, entrambi mi provocavano carenza di ossigeno, sapevano di muffa e di calzini vecchi. Ma se sapere un uno per un milione di quella robazza fosse servito ad andare gratis in Brasil...
Il giorno X, bello nervosetto, sudato per il caldo bestia e ansioso per la consapevolezza di non sapere un beato cazzo di tecnica/legislaz. turistica, mi presentai nel palazzo rinascimentale della Provincia. Affreschi alle pareti e soffitti a cassettoni, poltrone rococò qua e là, tutto sommato niente male come sede di un esame. Soprattutto se paragonata alle aule grigie della facoltà di Economia & Commercio, la mia dannazione precedente, a pochi metri in linea d’aria dalla Provincia.
Tra le mani grondanti, oltre al misero Bignami, le guide turistiche (Brasile e Madagascar) che, in mesi di fatiche al computer, avevo scritto e pubblicato per un editore strozzino: corposi biglietti da visita che avrebbero tolto a chiunque ogni dubbio circa le mie capacità di scienziato del viaggio.
Oltre alle guide, il mio kit da battaglia includeva:
- n° 1 camicia nera, non per ragioni politiche ma perché snelliva la panciazza birrosa e mascherava l’ascella colante emozioni;
- n° 0 preparazione geografica mirata (diedi per scontato che quello che avevo visto del mondo, oltre i bastioni di Orione, fosse più che suff.) e linguistica (idem);
- n° parecchio sottozero preparazione tecnica/legislativa (il Bignami mi aveva attraversato i lobi del cervello come acquetta fresca, senza lasciare alcuna traccia);
- abbastanza faccia tosta da presentarmi davanti a una commissione senza, in pratica, sapere un bel nulla.
Nonostante, dunque, non fossi il più preparato degli aspiranti accompagnatori turistici, è anche vero che non mi sentivo l’ultimo dei Mohicani, soprattutto se messo a confronto con i miei colleghi, pochi e quasi tutte donne, desiderose di conquistare come me la stella di sceriffo. Il gruppetto degli ansiosi - io il più calmo del mazzo, figuratevi le ascelle degli altri - era minimo, più o meno una dozzina di gente eterogenea. La materia era davvero vasta e, vista la mole, nemmeno i più secchioni avrebbero potuto presentarsi all’esame con una preparazione completa. Ricordo solo due di loro. La prima una ragazzina appena uscita dal liceo o da una profumeria, fumante come una ciminiera per lo stress, caruccia e intraprendente (le lasciai il mio numero di cellulare, la zoccola non mi chiamò mai), con una preparazione media da commessa di collant. Nonostante quest’ultimo dettaglio, e nonostante alla domanda della commissione “Qual è la religione principale della Thailandia?” ebbe l’ardire di rispondere “l’Induismo”, la minigonna la salvò dal plotone di esecuzione, facendo leva soprattutto sui sentimenti e sulla leva del capo esaminatore, un integralista meridionale già indagato per svariate manimorte negli ascensori dell’ente pubblico. La giovane passò, miracolata dal girocoscia e dagli stilisti più moderni.
L’altra candidata era una maestrina di qualche roba elementare, piuttosto ferrata nelle questioni geografiche - si era studiata il Mondo su qualche librazzo gigantesco - e in là con gli anni. Non più ricotta fresca. La sua falla, diciamo pure voragine, non erano le religioni, ma la lingua (inglese) che stava cercando di portare.
«L’ho studiata tanti anni fa, ma mi sono dimenticata tutto e ho avuto pochissimo tempo per ripassarla».
Non avevo mai pensato che una lingua potesse essere ripassata. Le lingue, a casa mia, si sapevano o no. Si potevano studiare, al massimo.
Sicura di sé e tranquilla come una foglia secca di quercia in un tornado, la maestrina di Vigevano priva di centimetri/coscia pregiati e, soprattutto, di un minimo vocabolario ìnglish decente, fu trombata, diciamo trapassata, dalla commissione inquirente. Quest’ultima, peraltro, era buona come un francescano (basti pensare alla questione dei thailandesi indù), ma doveva pur bocciare qualcuno, una capra espiatoria qualsiasi. Altrimenti, se tutti gli esaminandi fossero passati, che cosa ne avrebbe fatto la Patria di quel battaglione di A. T.?
La maestrina tornò al lavoretto di routine, strangolata dalla noia del tran tran quotidiano, dal tedio che l’aveva spinta a provarci, (“Voglio fare l’accompagnatrice per cambiare un po’ la mia vita, sòccia, non ne posso più di quel ritmo sempre uguale”) e, una volta bocciata, bastonata per sentirsi sottodotata. E vecchia. Obsoleta. No ìnglish no vita spericolata.
Toccò a me. Sudori caldi e freddi, occhi inquisitori puntati sulla mia rotonda persona. Buongiorno. Prego si accomodi.
Raschi di gola, sgambettamenti nervosi sotto l’enorme tavolo dei cento occhi puntati su di me.
Poi si cominciò.Il mio fu uno show in calando. Partenza in quarta, arrivo in retromarcia.Esordii con la prova di português. I bastardi, anziché farmi esaminare da un camionista con i baffi, mi piazzarono di fronte una mulatta brasiliana stile Oba-oba, color del cioccolato al latte e del sesso, cosce brillanti a forma di palma, profumo di cocco e jacarandá, tacchi a spillo, minigonna inguinale, capelli ricciolini come solo al tropico sanno fabbricare, labbroni viola e occhi di smeraldo. Più o meno una Sonia Braga degli esordi.
Se prima di entrare nella sala sudavo, ora ero il Rio delle Amazzoni durante la stagione delle piogge. Incapacità totale di osservare quella statua erotica negli occhi per più di un decimo di secondo senza emettere luce dichiaratamente spermatica dalle mie pupille, fatica allucinante per tenere lo sguardo non al di sotto del suo mento, quando il cretino, invece, tendeva automaticamente a cadere verso il basso. Tra il pomo d’Adamo e i tacchi, per la precisione.
Nonostante questi molti, troppi ostacoli, riuscii a sostenere una prova eccellente, con tanto di contraddizione puntigliosa alla Giunona:
«Che cosa vai a vedere, se sei a Recife?»«Mmmh. Senz’altro il Museo dell’Uomo del Nord-est. Interessantissimo.»
«E... Olinda?»«Beh, certo. Ma Olinda non è a Recife, fa parte di un altro comune, seppure si trovi a due passi.»
Il sogno erotico carioca in carne e abbronzatura si zittì e mi sorrise. Perle al posto dei denti che mi presero a schiaffi, le mie ginocchia, ho detto ginocchia, scosse da un sisma di pensieri viscidi e con molta, molta saliva in mezzo. La commissione si era accorta delle mie pulsioni da lumaca in amore?
Passai alla lingua di Shakespeare e di Johnny Rotten. Stavolta ebbero più pietà e rispetto per me, e mi affidarono alle domande di una donna apparentemente asessuata, un’italiana non freschissima e non madrelingua. Con la coda dell’occhio, ho detto dell’occhio, continuavo a osservare e sognare cose turche (carioca), anche se cercavo di concentrarmi sulle questioni anglofone. Missione quasi impossibile, il potere testosteronico e la melanina della garota de Ipanema, con tutte le misure e tutti gli anni al posto giusto, travolgevano smisuratamente qualsiasi ricordo di erotismo da tempo evaporato in questa Spice Girl, italiota e molto poco spicy. 
Mi imposi fascisticamente di non spiare né pensare più, almeno per i cinque minuti a seguire, a tutto ciò che avrei voluto fare da grande. Distolsi lo sguardo dall’ebano ricoperto di miele e affrontai l’interrogatorio lucido e freddo come un pescatore scandinavo che osserva i fiordi attraverso i quali passa tutti i santi giorni.
Alla domanda “Che cosa fai nella vita?”, giocai il mio jolly (colpo basso, direte voi, ma nell’acerrima competizione globale ognuno fa quel che può e, se ne ha e non è completamente fiesso, gioca le proprie carte migliori). Estrassi dall’ascella sudata le mie guide turistiche.
Le buttai con un tonfo sul tavolone di legno.
Improvvisamente il brusio di fondo cessò, gli sguardi di tutti caddero sui libri. Qualcuno spense una sigaretta.
Gli occhi analizzarono le copertine, un paio di menti caddero, si creò un’atmosfera di, perdonatemi la parola, rispetto.
Ora NON potevano bocciarmi, qualunque cosa avessi detto o fatto in seguito.
I libri passarono di mano in mano, sentii vibrazioni di ammirazione e invidia. La mulatta mi regalò un sorriso tagliagambe. Qualcuno mi fece i complimenti.
Sconfitte le lingue per KO al primo round, passai alla geografia. L’esaminatrice, sessualmente irrilevante, mi chiese robetta sul Brasile (rigore a porta vuota), poi, forse stava smaltendo un acido salito male dalla notte precedente, osò interrogarmi sulla... CAPPADOCIA.Cazzica. In Turchia c’ero stato più di dieci anni prima, e del viaggio l’unica cosa che ricordavo era un brutto incidente in Vespa. E comunque, allora non ero stato in Cappadocia. E comunque non avevo studiato, né conoscevo per sapere infuso, un’ombra di cippa sulla Cappadocia.
Ma come, non mi dovevano fare domande esclusivamente sui paesi in cui si parlavano le mie lingue? In Cappadocia i turcomanni parlavano la roba loro o la lingua del sertão? O quella degli hooligans? Stavo dando quell’esame per andare in Brasile o in Cappadocia? Dove cazzo è la Cappadocia??
Mi arrampicai sugli specchi della Cappadocia, improvvisando latitudini e longitudini, aiutato a indicare sull’atlante ‘sta Cappadocia dalla mano della esaminatrice (la commissione era buona, l’ho già detto). Mi inventai protorisposte attinte dai ricordi ammuffiti ed evaporati delle lezioni di geografia delle scuole medie. Il risultato fu molto modesto, passai la prova geografica per un soffio e per pietà.
Lo sfacimme vero e proprio, però, fu quello delle due prove successive, quelle di cui non sapevo una mazza rotonda.
Riuscii a non azzeccare una risposta che fosse una. Mi inventai biglietti e sconti speciali su treni che non esistevano nemmeno nei fumetti, fischi per cazzi, Schengen per Maastricht, scambiai asciugamani per bidè nella classificazione stellare degli alberghi.
La mia ouverture linguistica (e, in parte, geografica), però, forte soprattutto dei tomi sbattuti in faccia ai professori annoiati, era stata tale da farmi perdonare qualsiasi orrore successivo. Fu così, allora, che il professorautore dei libroni di Tec./Leg. Tur. che avrei dovuto studiare, e non sfogliare a cinque pagine per volta, mi imboccò, mi mise le risposte sulla lingua.
La seconda parte della prova sembrò uno di quegli esami in cui il figlio-di-papà pluribocciato compra la promozione in uno di quegli istituti fuorilegge cinque-anni-in-uno, con il prof. prezzolato che gli compila le risposte direttamente sul foglio. Mi sentii un pupo siciliano, il pupazzo di un ventriloquo, il prof. il mio playback, la mia voce narrante. Un bambino balbuziente cui viene insegnato a parlare.
«Qual è l’abbonamento ferroviario che permette questo & quello?»
«La tessera... annon...»
«La ca...»
«La carab...»
«La carta...»
«La carta... verde? Azzurra? La carta Fedeltà?»
«La carta d’arg...»
«Ah, sì, chiaro, che sciocco, ovvissimo. La carta d’argento!»
«Bravo. Proprio quella.»
E via così.
Gli occhi dell’intera commissione cercavano le ragnatele nei cassettoni del soffitto, o guardavano le rondini in cielo. Io mi sentivo le orecchie viola, incandescenti. E le ascelle aperte come un rubinetto spanato.
Incredibile, ma vero. Dopo una figura barbina e una prova peggio, passai. Ma se ce l’avevo fatta io, pensai, chissà quale coacervo di strunzate doveva essere uscito dalle bocche degli altri.
Tornai casa felice della vita, incredulo di come, ogni tanto, i miracoli si verifichino non solo negli ambienti religiosi. Di come sia possibile vincere la lotteria, senza aver comprato il biglietto. Arrivai alla mia casuccia più leggero di qualche chilo (forse tutto quello che avevo sudato).
Dopo qualche mese e un’altra carriola di marchette da bollo da ventimila, finalmente, avevo la mia stella di sceriffo.
Ora si trattava solo di riuscire a trovare un lavoro.




Missione impossibile
Tempo fa il Grande Capo mi convocò in sede, nel cuore della Città da bere, per affidarmi un’alta missione. Quando una sua sottoposta, qualche giorno prima, mi aveva chiamato per fissare l’incontro, era stata piuttosto vaga - Tre mesi a Los Angeles. Ti va? -, io avevo risposto al volo, ovvio, ma i conti avevano subito cominciato a non tornarmi. Innanzitutto perché quello del ‘residente all’estero’ è un incarico solitamente affidato ai pezzi grossi, agli interni dell’Azienda o ai tour leader di provate fiducia/esperienza, e io ero solo un accompagnatore turistico che lavorava per loro, occasionalmente, da un paio di anni. Un esterno, sul quale io stesso non avrei scommesso per risolvere le rogne grosse.
Secondo e più profondo motivo di dubbio era che un anno prima ero già riuscito a deludere il Grande Capo, e dunque pensavo che dopo l’episodio delle navi avesse incenerito il mio curriculum. In quell’occasione la missione speciale del cazzo, come se non fosse già del cazzo il lavoro di routine - scarrozzare qua e là per l’Egitto torme di turisti imbecilli -, era stata quella di investigare (fare la spia) su diverse navi da crociera che avrebbero dovuto lavorare per l’Azienda. ‘Indagine conoscitiva’ che mi aveva obbligato ad abbandonare per qualche giorno il gruppone nelle avidi mani delle guide locali - Pappa & Ciccia con i negozianti specializzati nell’appioppare a caro prezzo papiri un-tanto-al-chilo e piramidi di plastica made in Taiwan a coglioni di Lecco e Benevento -, per andare a ficcanasare su una nave già funzionante e su un’altra in costruzione. Se nel primo caso mi ero dimostrato scrupoloso ed efficiente - avevo ispezionato bagni, letti e la piscina sul tetto con puntigliosità maniacale -, nel secondo avevo toppato, ma non per colpa mia. La colpa era di quel cretino di Amin, il corrispondente locale dell’Azienda. La sua agenzia turistica era situata in un quartiere chic del Cairo, incastonata tra un salone della Ferrari e una banca in marmi di Carrara. Se oltrepassavi la porta d’ingresso tirata a lucido, però, l’impressione era quella di entrare nella caverna di una famiglia di orsi: luce al neon scoppiettante, moquette nera con voragini e bruciature, stanze sporche e vuote, impiegati che si trascinavano qua e là intenti nell’apparente unica attività di incendiare sigarette, nebbia da nicotina. Fax e fotocopiatrici ricoperti da due dita di cricca, probabilmente andati in corto circuito da qualche lustro. L’unica cosa buona di quel postaccio era il tè di Amin, il resto sarebbe dovuto passare per l’ufficio di igiene, per le ruspe ed essere ricostruito daccapo. Impiegati inclusi.
Il compito di Amin era facilino, a prova di scemo, ma i buchi nella moquette avrebbero dovuto lanciarmi un segnale forte e chiaro, che non colsi subito, intontito dal tè, dai sorrisi di convenienza e dalla logorrea del proprietario dell’agenzia. Amin mi doveva portare al cantiere in cui, tra cumuli di ruggine e segatura, gli operai fingevano di costruire una specie di Titanic di proprietà dell’Azienda. Io avrei controllato che i servi ci dessero dentro con l’olio di gomito e rispettassero il piano quinquennale, mentre Amin mi avrebbe fatto da tassista e portinaio - al cantiere potevano accedere solo gli addetti ai lavori noti al vigilante. E così era andata il primo dei due pomeriggi di visita al cantiere, tutto liscio. Ispezione con aria da SS (mia), chiacchiere arabe interminabili (di Amin), ossequi alla mia signora e sorrisi da parte dell’ingegnere capo. Schiavi sudati che recitavano la loro parte, strette di mano, buon lavoro, salam alekum, alekum salam.
Il secondo pomeriggio, però, dopo che avevo lasciato i pax al loro triste destino di plastica e papiro, avevo atteso Amin come un imbecille per oltre un’ora sulla porta del mio albergo. Il grassardo, arrivato trafelato in taxi (uno di quelli di serie B, senza aria condizionata), si era scusato con cento sorry, dando la colpa al traffico infernale del Cairo, peraltro non nato quel giorno. Lo stolto mi aveva raggiunto solo per dirmi che non mi avrebbe potuto accompagnare al cantiere. Impegni precedentemente presi. E i telefoni? Non avrebbe potuto affidare l’incarico a uno sgherro dei suoi? Erano tutti troppo impegnati a dar fuoco alla moquette dell’ufficio?
Quando da un telefono della stazione di Milano spiegai l’accaduto al G. C., dall’altra parte della cornetta mi schiaffeggiò una vocina acida e stizzita. Milanese, direi.
“Sono deluso di lei, Scàzzieri, mi aspettavo un comportamento più professionale. Buone cose.”
Non era servito giustificarmi addossando tutte le colpe a quel bevitore di tè rintronato. Secondo il G. C. avrei dovuto comunque portare a termine la missione: dovevo lasciare il gruppo a perdersi nei meandri di quel casino di città, magari avrei dovuto fare l’ispezione all’ora di pranzo o di notte, ma il mio compito principale in Egitto - nonostante da contratto fossi pagato la vorticosa somma di 95.000 lire nette al giorno esclusivamente per sopportare venticinque subumani dall’alba al tramonto - si era trasformato da accompagnatore turistico in capocantiere. Forse era una promozione, ma nessuno me l’aveva fatto notare. E, senz’altro, nessuno mi avrebbe aggiunto gratifiche in busta paga.

Arrivato alla sede dell’Azienda ero nervosetto. Mentre attendevo che il G. C. scendesse dai piani alti, per raggiungermi nella saletta delle riunioni con la manovalanza, mi sentivo felice - un bel periodo in America spesato, anche se in cambio avrei dovuto lavorare, era un’ipotesi allettante -, ma il tarlo dei dubbi continuava a rodere con voracità. Troppo bello per essere vero, ci doveva essere l’inghippo.
G. C. mi accolse nella sua consueta divisa bocconiana, la stessa che gli avevo intravisto indossare, nei corridoi dell’Azienda, le volte che ero venuto a ricevere altri incarichi. Camicina bianca e azzurra a righe e con il collo alto venti centimetri, Rolex XXL smerigliato, mocassini con la cappella quadrata, sorriso falsissimo, parlantina pompata tra la coca e il manageriale, come solo un milanese può concepire. Fisicamente sembrava un incrocio tra Christian De Sica e Berlusconi con i capelli, la sua chiacchiera un misto tra i dialoghi dell’ultimo film dei Vanzina e un libro di economia aziendale.
“Scàzzieri, veniamo subito al dunque. L’incarico che le vorrei affidare è di alta responsabilità. Si tratta di rimanere tre mesi filati in America, a Los Angeles, come nostro corrispondente per i gruppi di passaggio dagli States o diretti verso il Pacifico. Avrà un cellulare e sarà raggiungibile ventiquattrore su ventiquattro da qualunque cliente dovesse avere dei problemi. Potrà lavorare dalla sua camera d’albergo, lo stesso hotel che ospiterà i clienti in transito da Èl-èi. Dunque, per questi ultimi, dovrà essere disponibile in loco, raggiungerli, dar loro il benvenuto ecc. Lavoro facile, ma di grande importanza. È indispensabile che per un periodo sufficientemente lungo, almeno i tre mesi dell’estate, ci sia qualcuno di fiducia a rappresentarci in una destinazione così importante. Se la sente? Domande??”
Chi non è del mestiere deve sapere che solitamente le motivazioni che inducono una persona sana di mente a lavorare per un tour operator, nella fattispecie in qualità di accompagnatore/trice turistico/a, sono le seguenti (non necessariamente nell’ordine):
 - diaria (euri netti al giorno, possibilmente mai sotto i sessanta; in alternativa, per periodi lunghi, uno stipendio a forfait equipollente);
 - la possibilità di godersi, nei rari momenti di tempo libero, quanto più lunghi tanto meglio, la città e/o il paese in cui si viene catapultati (viaggiare in schiena al tour operator senza sborsare un quattrino);
 - una buona serie di benefit, che vanno dalle camere d’albergo a quattro/cinque stelle ai ristoranti idem (dunque tutte le spese giustificabili pagate);
 - incassare tangenti dai negozianti locali, in natura o in denaro sonante, sugli acquisti fatti dai propri ragazzi (gli italiani, si sa, sono peggio dei giapponesi in quanto a shopping, e un percento è sempre un percento);
 - possibilità (speranza) che nel mazzo capiti una/un cliente sportiva/o e democratica/o, possibilmente non in viaggio di nozze (ma, nel caso lo sia, il trofeo vale il triplo), carina/o e disponibile agli scambi culturali, soprattutto sotto le lenzuola o in una vasca da bagno;
 - occasionale (molto rara) mancia da parte del gruppo, o almeno delle sue falangi più simpatiche e generose, alla fine del tour.
Esaminati in un nanosecondo tutti i punti sopra riportati, e messo sull’altro piatto della bilancia il quadro che mi era stato prospettato, è ovvio che di domande ne avessi. A pacchi.
“Quale sarebbe il compenso?”
“Due milioni netti al mese. Però, per motivi nostri di amministrazione interna, le verranno accreditati su un conto del Liechtenstein. Il contratto sarà stipulato attraverso una società di quel paese. Tutto regolare, non si deve preoccupare.”
“E l’albergo com’è? Dove si trova?”
“È un ottimo cinque stelle a due passi dall’aeroporto internazionale. La città è un po’ distante, ma può raggiungerla comodamente con i mezzi pubblici.”
“E i pasti? Se il centro è lontano posso mangiare in albergo?”
“No, mi dispiace, è troppo caro. Però, subito fuori dall’hotel, c’è una tavola calda più economica e accogliente. Dopo un po’ ci si conosce tutti, come in una grande famiglia.”
“E le altre spese? Come funzionano i rimborsi?”
“Quali altre spese? Alla partenza le daremo un fondo adeguato per i pasti. Se ci dovessero essere altre spese, che comunque dovranno essere giustificate, le verranno rimborsate alla fine del lavoro.”
“E il cellulare?”
“Gliene daremo uno noi. Per attivarlo, però, dovrà acquistare l’abbonamento in loco - dall’Italia non è possibile - con la sua carta di credito. Anche le spese del telefono le verranno rimborsate a fine lavoro. Ah, mi raccomando: all’ingresso negli USA dovrà dichiarare di essere lì per turismo, non per lavoro.”
“Dunque, mi sembra di capire che non viaggerò attraverso la California, non accompagnerò i gruppi in giro.”
“Eh, no, il suo lavoro verrà svolto in albergo. Il cellulare le darà la possibilità di spostarsi in città, purché poi, se si dovesse presentare l’esigenza di essere reperibile in hotel, lei si trovi a una distanza adeguata, in modo tale da raggiungere immediatamente i clienti.”
Il sorriso diplomatico che avevo fin dall’arrivo iniziò a incrinarsi. Non avevo specchi davanti, ma sentivo le involontarie mutazioni della mia faccia, di pari passo alle rotelle tra le orecchie che iniziavano a tirare somme e scricchiolare.
Dunque, ricapitolando, avrei dovuto vivere segregato per tre mesi in una camera d’albergo, con un cellulare radioattivo sempre acceso attaccato alle orecchie, costantemente a disposizione del Commendator Brambilla che, sulla rotta di Honolulu, alle tre e mezzo del mattino mi avrebbe sbraitato inferocito che la compagnia aerea gli aveva mandato in Sudafrica il bagaglio con le sue camicie di Armani? Non mi sarei potuto spostare più di cinquecento metri dall’albergo, al massimo per pranzare con camionisti ubriachi, seppure in un ‘ambiente familiare’? Avrei dovuto sfidare i doganieri e l’immigrazione a stelle e strisce? Anticipare qualche milione di tasca mia per pagare il canone del telefono, la lavanderia, il costo di una carta di credito che non avevo, ogni altra varia ed eventuale? Evadere le tasse con un conto e un contratto superloschi? Rinunciare a vedere le strade della California, i concorsi di wet t-shirt, così come a incassare mance e tangenti? Tutto questo popò di che per ben due milioni netti al mese (a casa mia 100.000 lire per trenta giorni - avrei lavorato anche di sabato e domenica - ha sempre fatto TRE milioni)?? Già mi vedevo, colto dalla depressione più nera, a sorbirmi ore di CNN nella mia cella a cinque stelle o, nel più fortunato dei casi, a scambiare dialoghi bukowskiani con qualche alcolizzato al bancone della tavola calda di fiducia. Per mesi.
Iniziai a sottolineare, molto garbatamente, i troppi dubbi che avevo sulla convenienza dell’incarico. Pure G. C., che ormai doveva avermi dato per acquistato, iniziò a togliersi di dosso il sorriso da plastica facciale con il quale mi aveva sottoposto l’incommensurabile affare. Con l’aria di chi mi stava offrendo l’occasione del secolo.
“Scàzzieri, se ha dei dubbi è meglio che li chiariamo ora. Non vorrei che partisse e poi, una volta là, dopo una settimana decidesse di tornare indietro. Non ce lo potremmo permettere.”
“Beh, sì, di dubbi non ne ho pochi. A cominciare dalla cifra.”
“Insomma, quanto vuole guadagnare? Due milioni al mese mi sembrano uno stipendio molto buono. Come la guadagna, di solito, una cifra del genere?”
Doveva avermi preso per un diciottenne in fuga dai genitori e disposto a calare le brache pur di odorare e adorare l’America. Di anni, però, ne avevo già trentaquattro e il grosso del mio reddito - robetta, siamo d’accordo, G. C. con quella cifra ci faceva lucidare il Rolex una volta all’anno - proveniva dai diritti d’autore per la vendita di foto e testi alle case editrici. Roba senz’altro più divertente che fare il cane da guardia per i turisti, un’attività accessoria quest’ultima, che tolleravo a malapena, ma utile per arrotondare e fare foto a costo di pellicole e sviluppi.
“Mah, sa, a casa mia ho anche altre attività, oltre quella di accompagnatore”, gli feci notare senza alcuna arroganza, per pura informazione contabile.
“Mi scusi, ma lei di dov’è?”
“Bulàgna.”
“Ah, la città del basket e degli intellettuali. La grande provincia. Ci ho vissuto per un paio d’anni, sa? Poi ne sono scappato, l’atmosfera da sgabuzzino era insopportabile. Non ne potevo più di uscire e vedere che l’universo ruotava esclusivamente attorno alle discussioni sulla Virtus. E poi quell’insopportabile aria intellettualoide che aleggia dappertutto. Io sono milanese, amo Milano, e questa sì che è una città, cosmopolita, dove accadono cose. È una città di gente che fa, non di followers.”
Per me i campanilismi hanno sempre puzzato di muffa, di cantina lasciata chiusa per troppo tempo, e mi sento cittadino del mondo, italiano quanto brasiliano o pakistano. Bologna non è certo New York, però, sarete d’accordo con me, in giro c’è qualche posto peggiore. Avete mai frequentato, ad esempio, la tangenziale di Milano alle ore di punta?
Insomma, dopo una tale esternazione, soprattutto dopo la spettacolare conclusione a effetto in inglese, mi sentii improvvisamente bolognesissimo. Addirittura virtussino. In bocca cominciai a sentire il sapore dei tortellini e della gnocca. Se avessi potuto, in quell’esatto momento sarei salito sul punto più alto della Galleria o in groppa alla Madonnina, e avrei pisciato abbondantemente sulla zucca dei guerriglieri dell’aperitivo, dei neosocialisti, degli stilisti e delle modelle, dei vigili con la pera in testa, dei milanisti pirla e degli interisti pure, dei sindaci in mutande e, soprattutto, dei manager da quattro soldi del tutto-organizzato, sporchi sfruttatori del pueblo unido col Rolex al polso e le narici intasate di cocaina da piccolo teatro.
“Mi dia un paio di giorni per darle una risposta, per favore.”
“D’accordo. Buone cose.”
G. C. mi strinse la mano a mo’ di carpa lessa, con una smorfia sul volto che equivaleva a un addio - sapeva già quale risposta gli avrei dato quarantott’ore dopo - e a un chiaro porcocazzo, ora mi tocca trovarne un altro.
Da quel giorno, se Iddio vuole, l’Azienda non ha più richiesto la mia professionalità.




Scimmie
La prima volta che misi piede nel Pelourinho, lo spettacolare cuore antico di Salvador de Bahia, ero semiterrorizzato.
“Attento, quando esci non portare nulla con te. Là fuori ci sono solo ladri e assassini.”
Così la vecchia alla reception dell’hotelazzo Anglo-Americano (così si chiamava; oggi non esiste più) aveva traumatizzato le mie ansie turistiche, vedendomi uscire a ficcanasare con quella mia faccia, vestiti, taglio di capelli da gringo. Era il lontano 1989 e il ‘Pelò’ era ancora quello di Sudore, uno dei migliori libri di Amado. Tagliagole, zoccole impestate, truffatori assortiti, una tipa con le gambe gonfie come Moon Boot™ grazie a un’elefantiasi non curata. Di sera, se facevi due passi da quelle parti, era meglio avere amici potenti e molto abbronzati, la faccia incazzata e pochi, pochissimi orpelli (soldi, orologio, catene e braccialetti d’oro, anelli con diamanti). Se eri visibilmente gringo/a te ne stavi buonino/a nella camera d’albergo a guardare la tv o, al più, uscivi per cenare (i gringhi alla Cantina da Lua, infestata di lavoratrici a tassametro, le gringhe da Banzo, infestato di montatori a tass.), poi dritto/a a nanna.
Abbagliato dalla bellezza della città antica, e mosso da ideali iconoclasti nei confronti delle vecchie che lavorano alle reception, il secondo giorno ero già lì che, noncurante dei mille potenziali pericoli e moniti, fotografavo tutto il fotografabile: chiese, vie, viuzze, azulejos scrostati e baiane sorridenti. In puro gringo-style. Il profuno di dendê delle baiane (gnocca power) aveva vinto cento a uno contro qualsiasi spauracchio terroristico.

Poi, all’improvviso, per qualche oscuro disegno dell’Alto, dopo anni di ‘dimenticatoio’, il ‘Pelò’ si trsformò in un cantiere edile sponsorizzato dal governo locale (agenzie immobiliari). Gli splendidi edifici coloniali, fino ad allora abbandonati e decadenti, corrosi dalla muffa, sgranocchiati da topi e scarafaggi, furono lentamente ricoperti da impalcature, muratori birrosi ma laboriosi, tinte pastello con i colori di tutto l’arcobaleno. Le case e le settemila chiese, una a una, furono tirate a lucido, i malandrini vennero spinti a lanciafiamme e manganello verso altre favelas, i negozianti cominciarono a passare il panno sulle vetrine quindici volte al giorno e a fatturare in valute pregiate. Se fino al giorno prima il prato feito era il piatto più consumato della zona, dal maquillage in poi la pizza frango e catupiry (pollo e formaggio molle) divenne il must delle coppiette di paulisti in luna di miele nella Bahia-così-tipica.
Il sudore era evaporato, Olodum si era trasformata da banda musicale composta da bambini di strada specializzati nella batucada africaneggiante in industria di cd, magliette, cappellini e canzoni stronze (grazie al ¯LA¯ di Paul Simon e al colpo di grazia di Michael Dixan Jackson), topi e scarafaggi erano scappati verso altre fogne terrorizzati da tutto quel tacchettio di turisti biondi (fino ad allora avevano sempre e solo ascoltato il ciabattìo delle consunte havaianas), i malandrini erano stati stangati abbondantemente e confinati in altre fogne. L’industria del turismo era partita con il vento tra le poppe, come direbbero le teste di manager italiane.
D’altronde non poteva essere diversamente. Il luogo era già così spettacolare che, con quattro pennellate di tinta sulla muffa e un po’ di DDT negli ani degli scarafaggi, il ‘Pelò’ si era trasformato al volo in una Disneyland del turismo etnico-storico-musical-pizzaiolo. I capoeristi un tanto all’ora che, fino a quel momento, erano sopravvissuti estorcendo a forza e minacce e litanie di berimbau qualche spicciolo ai gringhi gonzi che li fotografavano/riprendevano mentre inscenavano una roda, ora si erano organizzati ed estorcevano pezzi buoni, verdi e con le facce dei presidenti gringhi sopra, a molti gringhi gonzi. L’economia marciava, tutti erano apparentemente più felici e ricchi di prima, Oxalá aveva finalmente benedetto questo luogo dimenticato da suo cugino Dio e le baiane in costume calamitavano sempre più clienti nelle oreficierie a suon di sorrisi smaglianti su gengive viola (non ho mai visitato tanti negozi in vita mia come in quel periodo, anche se non ho mai comprato una cicca).
Questo limbo, anestetizzato dai fiumi di caipirinhas e dalle orde tambureggianti di imitatori di Olodum, nel tempo aveva consolidato il business del luogo. Se di sera ti volevi divertire, bere qualcosa, sentire un po’ di musica dal vivo, vedere qualche abbronzata/o artificialmente sorridente, dovevi andare al ‘Pelò’. Il posto era diventato un ghetto per turisti, dove potevi addobbarti come un albero di Natale e andare in giro tranquillo. I molti poliziotti di ronda ti davano un senso di pace e invincibilità, anche se ti chiamavi Jørgën, venivi da un fiordo norvegese ed eri biondo-che-più-biondo-non-si-può.

Questo fino all’anno scorso, cioè fino all’ultima caipirinha che sono riuscito a trangugiarmi in santa pace.
Un paio di settimane fa, l’ultima volta che vi ho messo piede, le cose sono andate diversamente. Ero a Salvador in missione. Con me una ventina di turisti, io il capobranco.
“Pietro, ci porti al pelorigno stasera?”
“Certamente.”
La dura professione dell’accompagnatore turistico impone questo e altro.
Fatta una carovana di taxi dall’albergo, lascio il gruppazzo ad assistere a una roda di capoeira fasulla nel Terreiro de Jesus e corro a telefonare alla fidanza, all’altra parte del Brasil, e rassicurarla che è unica. La giornata è stata faticosa e preferirei di gran lunga starmene spaparanzato con lei nella vasca da bagno del mio hotel piuttosto che a parlare di amenità con emeriti sconosciuti in una cornice fin troppo conosciuta. La dura prof.
Ma il gruppo chiama.
“Pietro, portaci a un bar carino, per favore.”
Quando li raggiungo vedo che l’Altone, un quarantenne padre-di-famiglia in ottima forma fisica (lo splendido quarantenne delle massaie, uno che sembra uscito da una pubblicità di dopobarba o di assicurazioni), sta confabulando animatamente con un negretto dalla faccia insistente e rompicogliona.
“Problemi?”, domando ai due.
“No, no, nulla.” Il tipo se ne va.
Sento odore di bruciato. Il Terreiro de Jesus, nell’epoca del sudore, era la peggio piazza del ‘Pelò’. Se volevi spacciare un traveller’s cheque rubato venivi qua. Se volevi una zoccola con la gonorrea, l’herpes e i condilomi contemporaneamente venivi qua. Se volevi farti rapinare venivi qua.
Ma poi, mi dico, è arrivato il repulisti. Ma poi ancora, continuo a dirmi, oggi sembra pieno di ubriachi, accattoni, piranhas, rompicazzi di natura varia. Un po’ alla vecchia. Poca polizia in giro. Pulizia non ne parliamo. Un imprinting del nuovo presidente operaio Lula? Boh.
Trascino il branco giù per una ladeira, fino alla gola del Pelourinho. Tavolini di ferro giallo Skol®, sediazze di plastica bianca, birra stupidamente gelata, caipirinha deliziosa, tudo beleza. Il gruppone s’impossessa di quattro tavoli, siamo circondati da un migliaio circa di occhi puntati addosso, venditori ambulanti, professioniste, professionisti, omosensuali. L’intero campionario assortito.
Mentre si siede, l’Altone bofonchia qualcosa alla moglie, con lo sguardo incarognito verso l’infinito.
“Che cos’è successo?”, gli domando, curioso e con fare da capoclasse.
“Niente, Pietro, niente. Sono un cretino. Hai presente quel tipo con il quale mi hai visto confabulare, lassù? Mi ha rifilato un pacco. Volevo un po’ di maria, gli ho dato cinquanta reais, lui in cambio mi ha dato un bel foglio di carta arrotolato con il niente spinto dentro.”
Oltre che bello e assicuratore, l’Altone vuole giocare al ggiovane.
“Cazzica, Arnaldo, ma non lo sai che il Terreiro de Jesus, la piazzetta in cui eravamo prima, è il posto migliore di Bahia per farsi fare dai pusher e dalla polizia?”, sentenzio con tono esperto. Sopracciglio sinistro aggrottato.
Altone, pur consapevole della propria fesseria, non deve aver buttato giù l’affronto (ma come, a me, così alto, in forma, viaggiato, conoscitore degli usi nonché dei costumi del mondo, con maglietta Armani e una carriera vincente?). Tanto che, al primo venditore di collanine ubriaco che ci propone le sue uniche, unicissime merci preziose a suon di alitate etiliche, A. reagisce ruggendogli qualcosa addosso. Accompagna il ruggito con il gesto della mano del re borbone che allontana la servitù invadente dopo aver ruttato il terzo fagiano.
A. avrà pure i suoi diritti sindacali alla privacy (durante il city-tour della mattina ogni componente del gruppo, A. incluso, ha comprato tutte le collanine del creato in quadrupla copia dagli avvoltoi che vegetano all’entrata del faro della spiaggia della Barra), ma pure Superciuk ha i propri. Anche e soprattutto perché siamo nella sua città.
“Che vuole da me, ‘sto gringo? Non lo sa che questa è casa mia? Salvador, Bahia, Brasil? No Milano. Lo conosco? Gli ho fatto qualcosa di male? Ho per caso offeso sua madre?”, mi fa in baiano stretto. L’aura di capobranco mi circonda, l’etilista mi ha riconosciuto come tale, sono l’unico della comitiva che parla portoghese e sa che per piazzare i suoi ninnoli dovrà essere diplomatico. Almeno con me.
I due si alterano vicendevolmente, due mondi a confronto (bianchetto Armani VS nero-blu favelado), due gradazioni alcoliche a confronto, io in mezzo. I due galli si rimbeccano, si spingono fronte contro fronte, alito contro alito, sguardo trafiggente contro sguardo trafigg., offese altoatesine contro cose di Bahia, io in mezzo. Il gruppo, tutto intorno, osserva attonito, impaurito, dubbioso. Finirà a bottigliate di Skol sulla nuca? Sulla nuca di chi?
In un estremo tentativo di riappacificazione tra i popoli, tra Nord e Sud, prendo una mano a cadauno e cerco di farle stringere. Nulla da fare, i poli diversi ma uguali si respingono.
Mi siedo, A. si siede, il baiano offeso continua ad alitarmi una filippica nelle orecchie antigringhi alla quale non mi resta che rispondere con sorrisi, pois é, tem razão, com certeza, meu irmão
Mi sento davvero a disagio, come credo l’intero gruppo. In questo momento mi sogno disteso sul lettone a cinque stelle cullato dai cavalloni che si infrangono sotto le finestre dell’albergo. Ma sento dentro di me le formiche, o le tarantole che mi passeggiano sulle braccia. Mi suda persino il polso su cui indosso uno Swatch arancione con cinturino di caucciù, un vecchio regalo di un vecchio amico. Non faccio in tempo a slacciarlo, appoggiarlo sul tavolino e a lisciarmi la foresta di peli del polso che un venditore di arachidi mi avvisa:
“Attento, te lo possono rubare...”
Snobbo il suo avvertimento, con un obrigado di circostanza. Il solito terrorismo.
Così come era scoppiato, in un baleno l’odio fra i popoli si trasforma in pace & amore fraterno. Come solo a Bahia può accadere. I due nemici per la pelle di mezzo minuto fa ora sono abbracciati, entrano assieme nel bar, A. offre un giro di birre (poi un secondo, poi un terzo) al venditore e a un codazzo di capoeristas muscolosi che, non appena si è sparsa la voce di un gringo generoso, gli si sono incollati ai tacchi. E ai quali è impossibile dire di no.
Semisbronzo, dopo un po’ A. riesce a trascinarsi fuori dall’antro alcolico. Dà appuntamento ai suoi nuovi amici per domani sera. Domani sera, per la cronaca, saremo in spiaggia, a un centinaio di chilometri da qui.

A questo punto il gregge dimostra chiari segnali di averne abbastanza (sbuffi, sguardi vacui e/o preoccupati, sbadigli) della lunga giornata baiana: troppe chiese, troppe birre, troppe collanine, troppi mendicanti. Troppa tensione. Tutti, meno quattro (A. il capo pasdaran dei rimaniamo ancora un po’, evidentemente non ne ha avuto abbastanza della rissa sfiorata), prendono dei taxi e si vanno a rintanare in albergo.
Faccio due passi con le coppie rimaste - A. più consorte, fratellone della moglie più relativa metà -, soprattutto per far sbollire A., prima di prendere il nostro taxi. Rotoliamo un po’ lungo la discesa del Largo do Pelourinho, la piazza principale del ‘Pelò’, ai piedi della fondazione Jorge Amado. Di fronte alla chiesa di Nossa Senhora do Rosário dos Pretos, quella azzurrina costruita dagli schiavi ‘liberati’, deflagra un localaccio da cui escono boati reggae. Ci sono passato davati già mille altre volte, ma non ho mai avuto il coraggio di mettervi piede dentro. E poi, stasera, sono in piena tenuta da gringo: pantaloni quasi chic da skater, scarpe nere lucide, camicia guayabera messicana davvero chic, Swatch arancione con il vetro più che ammaccato (ma all’apparenza, se visto da lontano, chic). E poi, stasera, dall’antro spira aria di rogne: facce alcolizzate, poca gente ma musica al massimo, forte odore di maconha, immondizie in abbondanza per terra.
“Pietro, dài, facciamo un salto là...”, mi fa A., un uomo che davvero non ne ha mai a basta.
“Scusa, A., ma sei sicuro? Per entrare là ci vogliono i peli dentro al petto.”
A. fa una smorfia che sa di figurati-che-cosa-vuoi-che-sia, per cui parto in testa, i quattro a rimorchio (altrimenti che accompagnatore sono?).

E questi sono i dieci secondi seguenti.

Metto un piede dentro il locale, che è all’aperto, privo di coperture. Al bar c’è qualche cliente sbronzo inclinato a quarantacinque gradi sul bancone, tra bottiglie di cachaça vuote e montagne di bicchieri di plastica usati. In una specie di arena in miniatura quattro gatti zampettano robe tardo-giamaicane.
Non so se è per il paio di birre che mi sono trangugiato, ma il posto mi sembra fare il girotondo. No, non sono le birre. Il fatto è che, in una frazione di secondo, vengo circondato da una decina di favelados che hanno deciso di fare la giostra, con me al centro. Dire che mi sento osservato è poco. I dieci lancillotti mi passano allo scanner, valutano rapacemente che cosa/quanto potranno fatturare con il mio guardaroba. Tutti mi sembrano fratelli gemelli: mulatti, magliette colorate, pantaloni ggiovani, cappellini imbecilli, sguardo cattivo e assolutamente privo di amore per il prossimo, fisico palestrato.
Come sento puzza di tacchino bruciato, inizio anguillescamente a disegnare con le gambe qualche spirale attorno all’arena (povero tentativo gringo di imitazione della capoeira). I dieci ladroni si fanno sempre più pericolosamente vicini, il raggio della spirale, distanza me-loro, sempre più corto. Mi pare di fare lo slalom gigante nello spazio di uno sgabuzzino, la giostra rotea sempre più veloce e vorticosa, sento le natiche che mi si stringono.
“Che (cazzo) ci faccio qui?©”, è l’ovvia domanda che mi rivolgo. Non ho risposte.
La morsa si fa sempre più stretta, i predoni stanno analizzando i miei possedimenti da distanza troppo ravvicinata. Sento le prime dita che mi toccano. Qualcuno mi tira per una spalla, da dietro.
Scorgo uno spiraglio in corrispondenza dell’entrata/uscita, ora o mai più. Fuoco ai tacchi, inizio a correre. Come un imbuto, la gang di favela tenta di bloccarmi la strada, tipo onde dell’oceano che si richiudono dopo che Mosè è passato e ha fatto quello che doveva fare. Le scimmie mi si avvinghiano addosso, sento venti braccia e mani che mi pettinano, afferrano, graffiano, strappano, rastrellano.
“Fuori, fuori!”, grido ai quattro della retroguardia che, allibiti, hanno sì e no capito che cosa sta succedendo.

Tutto questo in dieci secondi.

Arrivato in strada, salvato il culo, tachicardia a mille, è giunto il momento di valutare i danni. L’orologio non c’è più, i macachi me l’hanno strappato di dosso. Certamente hanno rotto il cinturino nuovo di zecca per il quale avevo sborsato quindici euri poco prima di partire. Il portafogli è ancora al suo posto, sono riuscito istintivamente a non farmelo fottere, usando la mano destra a mo’ di badile sulle cento mani che hanno tentato di aspirarmelo dai pantaloni (gli skaters, si sa, usano stoffa di prima scelta). La guayabera ha tutte le tasche a posto, niente strappi. Pure la faccia, niente strappi. Cazzo, mi è andata be-nis-si-mo.
I quattro mi sembrano più bianchi di me in volto.
“Pietro, che cos’è successo?”
Il casino è stato così fulmineo che, forse, non si sono resi conto fino in fondo del livello di buona sorte che abbiamo avuto. Tutto poteva finire con un paio di coltellate al fegato, mio e loro.
Vedo una pattuglia della polizia che passa in auto. Li fermo. Concitato, racconto loro i miei dieci secondi di terrore. In cambio, tutto quello che ottengo è un:
“Vada a fare denuncia al commissariato più vicino.”
Il bello è che la pattuglia si trova a cinque metri dal localaccio e tutti i malandrini sono ancora là dentro, in attesa del prossimo gringo da spogliare vivo. Gli sbirri di entrare lì non ci pensano nemmeno. Ingranano la prima e se ne vanno sgommando.
Non ci resta che prendere il primo taxi per l’hotel, dove cercare di dormire e dimenticare.

Morale della favola.
In passato ho difeso, quasi ciecamente, idealizzandola, la tranquillità della vita brasiliana, nonostante i mille orrori quotidiani pubblicati sui giornali e trasmessi alla tv, sentiti per voce del vicino o delle vecchie alle reception. Ma è anche vero che, in passato, ero più attento a camuffarmi da brasiliano povero, ad andare in giro in braghini e havaianas, zero orologi fighetti, zero camicie chic. Soprattutto per non provocare il desiderio. Nel tempo mi devo essere imborghesito, eccessivamente rilassato, e ora, giustamente, ne pago le conseguenze. Fesso che sono, me lo meritavo.
Chi ha detto che la vecchiaia porta consiglio?




Amore proibito
Io, se non rimescolo con le famiglie, non sto bene. L’Azienda mi ha affidato un gruppetto di personaggi da scarrozzare nello Yemen a capodanno, in tempi ancora non sospetti - i rapimenti sono solo una moda priva di morti ammazzati e gli sceicchi non hanno dichiarato guerra ai muratori di Manhattan. Il gruppo, non grande, è composto per la stragrande maggioranza da romani, più una coppia di Cuneo. Il lui cuneese è visibilmente insopportabile (torinesi falsi e cortesi) già alla prima stretta di mano: pipa accesa sempre e dovunque, domande logorroiche, fare da esperto a trecentosessanta gradi. I romani sono più semplici e sorridenti, parlano tutti come un film di Verdone e, ancora una volta, mi trovo costretto ad ammettere che il Sud, quando non s’allarga troppo con inviti coatti a battesimi di figliocci e a banchetti di nozze di tre giorni, è molto, molto più simpatico del Nord. Luogo comune, direte voi. Ma è la pura verità.
L’Azienda, come al solito, mi ha imposto di vendermi come ‘esperto’ del paese che visiteremo, anche se in realtà non ci ho mai messo piede prima. Per aiutarmi nella missione impossibile qualche giorno prima della partenza mi ha spedito una guida dello Yemen da studiare: “così saprai rispondere a ogni loro domanda.” Come no.
Al gruppo ho giurato che nello Yemen ci sono stato dieci anni fa, dito nella falla che dovrebbe lontanamente giustificare i mille boh? con i quali risponderò alle loro insulse domande (Perché i gabbiani cagano in mare? Perché i negri non si lavano\lavorano? Perché non si può fumare la pipa durante il Ramadan?). Uno degli aspetti interessanti dei viaggi organizzati è che le pecore, anziché spendere fior di quattrini e godersi la diversità del paese che vanno a visitare, solitamente preferiscono spendere fior di quattrini e concentrare l’attenzione sulla stiratura delle giacche dei camerieri, sulla cottura della pasta, sul cioccolatino (era fondente. Io lo volevo al latte) lasciato sulle lenzuola dall’addetta alle camere e, dulcis in fundo, sulla preparazione\professionalità dell’accompagnatore\rice. Abbiamo pagato, dunque è giusto esigere divise senza pieghe, pasta al dente nel culo del mondo, cioccolatini al latte. Ed è giusto rompere l’anima all’accompagnatore\rice.
Ma questa non è una pagina di reclamo sindacale. È, vorrebbe essere, un raccontino ricco di sentimenti.
L’accompagnatore\rice, quando riceve la lista del proprio gruppo, come primissima cosa scandaglia quante\i single ci sono. Se la lista è ben fatta, indica anche le date di nascita dei suddetti (possono servire per i passaporti o per festeggiare il compleanno di qualcuno durante il viaggio). In tal caso ci si pongono limiti in alto e in basso, scartando - in base ai propri gusti e preconcetti - i pax che, se coinvolti in un ménage, finirebbero con il chiamare i carabinieri o il telefono azzurro (minorenni o giù di lì), oppure col lasciarti un’eredità poco dopo il rientro in patria (ipotesi peraltro da non scartare sempre a priori). Piantati gli steccati, dunque, la curiosità serva e portinaia che si nasconde in ognuno di noi lavoratori scatena la domanda: come sarà Valentina\Amanda\Francesca (Carlo\Ennio\Giuseppe)?? All’incontro in aeroporto la dolce\amara\così-così sorpresa. Le alte sfere delle Aziende, si dice, favoriscono le relazioni fra tour leader e pax - il cliente paga per divertirsi, dunque tutto va bene purché a fine viaggio sia contento -, mentre aborrono quelle fra addetti ai lavori: due (o più) T. L., guide, schiavi dei villaggi, animatori di gente senz’anima che trombano allegramente fra loro, senza includere l’amabile clientela, finirebbero col dimenticarsi della suddetta, trascurandola in nome di attività personali non giustificate. Questo il quadro.
Ho capacità da scanner ultraveloce, di solito ci metto mezzo minuto a mettere a fuoco le reali possibilità di escalation dei sentimenti nel corso del viaggio che sto per affrontare. Tra i ragazzi che stavolta mi hanno appioppato non mi sembra di scorgere grosse cose, mi sa tanto che il tour sarà all’insegna, come troppe volte, della voglia di rintanarsi in camera e del conto alla rovescia sui giorni che mancano al rientro. Nella comitiva ci sono solo due fanciulle che, molto alla lontana, potrebbero risultare interessanti, se non fosse che sono visibilmente troppo giovani. Con la coda dell’occhio scorro la lista degli invitati: diciassette e ventun’anni. Troppo pochi, almeno la prima, per i miei ventinove. E poi, così mi dice, vuole fare la poliziotta e ama Ligabue (purtroppo non il pittore), dunque archiviato il caso. La seconda, beh, se ne può parlare, vedremo come si evolverà la fazenda.
Le girls sono figlie di altrettante coppie di Latina, scoppiettano energia e ogni anno si fanno almeno due viaggioni con babbi e mamme, tutti commercianti di materiale elettrico (sarebbe interessante sapere quanti elettricisti yemeniti di solito vanno in vacanza in Australia o in Perù). A casa dicono di avere una grande mappa del mondo che trafiggono di bandierine, tipo Emilio Setterfedele, ogni volta che fanno un paese nuovo. I loro bei sorrisi, comunque, mi fanno perdonare l’ottusità, per cui quando sento queste bestemmie vado oltre e mi concentro sul, chiamiamolo così, lavoro.
Una pseudocoscienza professionale mi dice, mi urla che giammai avrò pensieri birichini nei confronti di Marina, la ventunenne più carina (nonché unica) del gruppo, che è troppo piccola, che babbo e mamma elettricista non potrebbero tollerare una mia ansia di entrare nel loro albero genealogico, che se l’Azienda lo venisse a sapere non mi darà più Alte, Splendide Missioni (vedi primo racconto), ecc. Ma al cuore, ormai lo sanno anche i sassi, nun se comanna.
Due settimane a stretto contatto con i latini, oltre ad avermi trasformato da bolognese in parlatore della lingua delle zippe della Arcuri (all’epoca, peraltro, non ancora esplosa\e), hanno scatenato un’attrazione fatale tra i nostri due cuori, occhi, pensieri. Io e Marina cerchiamo di stare vicini il più possibile, anche se le situazioni e gli sguardi di tutti puntati addosso - si devono essere accorti del nostro continuo piccionare - non permettono più di tanto: manina\piedino sotto i tavoli dei ristoranti (casualmente sediamo sempre vicini), sguardi più espliciti di cento baci francesi, doppi sensi, voglia di respirare l’aria dell’altro\a.
Il viaggio, il medioevo yemenita, le scorte con il kalašnikov per evitare di essere rapiti, i ruminatori di qat, le guide assatanate e intente a spremere i miei nei negozi, sono un obiettivo primario che per noi due lentamente si trasforma in cornice esotica che giustifica ma, al tempo stesso, ostacola le nostre vere intenzioni: persino la notte in cui l’accompagnatrice di un’altra Azienda - una cinghiala orrenda che fa questione di vestirsi sempre e solo in minigonna in un paese musulmano integralista -, non faccio nomi, esterna a voce alta, a tavola, come un altro gruppo sia stato rapito e massacrato nel Sud del paese. Ovviamente scatta il panico generale, tutti si attaccano al telefono a tranquillizzare i parenti in Italia e mi tempestano di domande cui non sono in grado rispondere. L’unica cosa che ho in testa è Marina, e sono certo che è reciproco.
La love story si trascina con ansia, ma nella più platonica delle maniere: a parte i pudichi sfioramenti che si innescano ormai automaticamente sotto i tavoli, l’hard più hard che riusciamo a scambiarci è un innocente bacio quando lei, con una scusa sporchissima - consegnarmi un documento, restituirmi un dizionario, robe così -, fa una rapidissima incursione nella mia camera. Faccio attenzione a lasciare la porta socchiusa, so benissimo, anche se non li vedo, che i suoi ci stanno scrutando con il periscopio dalla loro camera.
Alla fine delle due settimane babbo e mamma elettrici hanno capito tutto, il resto del gruppo pure, io e lei siamo totalmente persi nel limbo del vorrei-ma-non-posso, ma la lunga marcia deve continuare come-da-programma, per cui tutti fanno finta di niente. E poi sai mai che un genero, lassù nella città dei tortellini e dell’università, non possa tornare utile. Ormai ha anche imparato la nostra lingua.

Il conto alla rovescia è terminato, ci rimane solo il volo intercontinentale. Sempre per pura coincidenza in aereo sediamo l’uno a fianco dell’altra, circondati dal resto della famigghia. Calcolando con la coda dell’occhio i movimenti degli elettricisti, approfittando dei loro momenti di sonnolenza, del casino delle hostess con i vassoi e dei vuoti d’aria, riusciamo a scambiarci un miliardo di sguardi, di frasi grondanti miele e un rapido bacio, scossi dai fremiti della passione. Occhi con i lucciconi, voglia di paracadutare tutti sull’Egitto e dirottare su Cuba.
Arrivati a Fiumicino ci tocca recitare l’ultima parte del copione: i saluti. Teniamoci in contatto (certamente), mandiamoci le foto (io le ho mandate, loro no), scriviamoci (sicuram.), vogliamoci bene. Strette di mano e sorrisi falsi come solo a Torino li sanno stampare. Marina non ce la fa, e alla stretta di mano sostituisce un forte abbraccio, con un Ti amo sussurrato a un orecchio, che mi lascia paralizzato. Gli altri, persino i suoceri, fanno finta di guardare la tappezzeria dell’aeroporto, i cani antidroga, le puttanate esposte nei negozi. Io ho un sorriso da ictus, e in faccia devo essere viola.
Torno a casa bastonato come uno che è finito sotto un treno, convinto che le barriere di età siano un puro passatempo per militi dell’arma e la gente che non ha di meglio a cui pensare. E poi ventun’anni sono a prova di legislatore, per cui de che stiamo a parla’?
Dopo qualche giorno iniziano ad arrivarmi i messaggini sul cellulare, le chiamate, le promesse di ci rivedremo senz’altro, non possiamo non. Perso nel delirio spedisco una scatola di regali e foto a Marina, allegata lettera d’amore, di quelle profumate e baciate. Più invito a prendere il primo treno e a trasferirsi da me. Il silenzio che segue è inquietante. Dopo qualche giorno in segreteria trovo un breve messaggio piagnucoloso, interrotto dai singhiozzi.
“A Pie’, scusa, sai, ma nun posso proppio veni’ lassù. So’ piccola, devo studia’. Eppoi qua c’ho er fidanzato. Scusa. Scusa. Ciao.”
Scemo che sono. D’ora in poi solo vedove o divorziate.




Ruffiano
(da Tropico Banana, extended version)
Marbella (Spagna) - Sono qui in missione speciale: sto scarrozzando un gruppo di circa quaranta fantozzi in vacanza premio nella Costa del Sol. Quale sia il premio, a parte alloggiare gratuitamente in un mega albergo e usufruire dei mille servizi, non l’ho ben capito. Questo tratto di costa spagnola, come molti altri, è stato massacrato dalle villette a schiera costruite coi soldi della mafia italiana e russa. Casalecchio di Reno è più bella. Rinascimentale, in confronto.
La missione ‘speciale’, in realtà, non è tanto quella di fare il cane da guardia per i villeggianti (a che ora si mangia? che cosa prevede l’animazione? posso telefonare col cellulare in Italia? Ve li darei io l’animazione e i cellulari, ve li darei), quanto un compito ‘accessorio’, decisamente particolare. È la prima volta che mi viene fatta una richiesta del genere, tra le tante domande deliranti che mi sono sentito rivolgere in anni di onorata carriera: ci sono i canguri in Egitto? il formulario della dogana mi richiede la Visa - il visto -, ma ho solo la Diner’s...; robe così, italiani in vacanza, si sa.
Nel gruppo c’è un ragazzo handicappato, tal Davide di Trapani, leso dopo un incidente pauroso in auto. Uscito dal coma è rimasto visibilmente scosso, ha problemi di deambulazione e il volto semideformato dalla botta subita. Tuttavia il Signore, non sazio, ha voluto infierire ancora un po’: Davide è lucido e la zona bassa gli funziona benissimo, anche troppo.
A casa sua, inutile sottolinearlo più di tanto, non tocca una donna che sia una da qualche anno luce. Già fanno fatica quelli ‘normali’, figuriamoci lui. La sua famiglia, però, troppo borghese e benpensante per pagargli una mercenaria fra le tante degli annunci economici dei giornali - chissà cosa direbbero i vicini se la vedessero entrare in casa con gli abiti da lavoro -, considera il viaggio all’estero come una fuga, lontano da occhi indiscreti, dove tutto è permesso. Salvatores da condominio trapanese. Incapace di fare da sé, si vergogna persino di chiedermi direttamente il favore, per cui manda un emissario di corte.
«Pietro, non riusciresti a trovare una donna per Davide? Il padre è disposto a pagare qualsiasi cifra (a lei; e a me?). Il ragazzo non tromba da anni».
«D’accordo, stasera avvierò una ricerca di mercato e ti farò sapere».
Marbella in quanto a costumi sessuali non è Ryad, anche se l’alto numero di emiri arabi che la frequentano farebbe pensare il contrario. I bordelli sono tollerati come le tabaccherie da noi: ce ne sono per tutti i gusti e tutte le tasche. Lungo le viuzze coi bar affollati d’inglesi ubriachi di notte le Svetlane e le Irine si pestano i piedi, bionde platinate e dalla pelle bianco chernobyl a caccia di Mohammed e di Alì col pene a forma di petroldollaro.
Dal momento che babbo può spendere e che amo gli ambienti teatrali, decido d’incominciare dalla serie A.
«Putero. El mejor
Il tassista mi guarda stralunato. È abituato ai maniaci italiani, raramente, però, sono così espliciti. Di solito fanno più giri di parole o fingono di non parlare spagnolo.
Lungo la strada della perdizione passiamo davanti alla megavilla dello sceicco dell’Arabia Saudita. Il benzinaio coi nostri soldi s’è comprato un’intera montagna e la porzione di prato all’inglese che costeggia la strada nazionale, oltre il campo da golf, è finemente decorata con una scimitarra fatta di lampadine colorate lunga cinquanta metri. Quando lo sceicco arriva in città per le vacanze estive, così raccontano le portinaie locali, una quarantina di Mercedes provvede ai bagagli. Lui arriva in elicottero, vuole viaggiare leggero.
Lo scannatoio a cinque stelle mi lascia a bocca aperta, leggermente ricoperta di bava. In vita mia di zoccolai ne ho visti parecchi, ma come questo mai. Colonne con capitelli corinzi, moquette fin sui soffitti, putti di gesso sui corrimano, ruffiani buttadentro in smoking, cantante di Liverpool al pianobar. Il grande edificio si estende su due piani tutti riccioli rococò dorati e scalinate alla Via col vento. Butto l’occhio dentro una camera: so benissimo che per le mie tasche è irraggiungibile, però, chissà, se mai un giorno trovassi anch’io il petrolio in giardino...
In una nicchia su una parete di fianco al letto a tre piazze e mezza mi fa l’occhiolino una grande maschera di Tutankamon, copia identica ma in cartongesso di quella conservata al Cairo. Che spettacolo, che cultura. España. Olé. Dimentico persino la corrida.
Sui sofà di velluto fucsia brillano ragazze spettacolari di ogni colore, girocoscia, profumo e altezza. Tutte in tagliere. Nel locale è rappresentato quasi l’intero universo: tutte le ex repubbliche sovietiche, Brasile, Colombia, Ecuador. Giochi senza frontiere, manca solo Milly Carlucci.
Avvicino la più carina.
«Buenas noches. ¿De donde eres?»
«Brasil. Rio de Janeiro
Me ne sono già innamorato, la noleggerei tutta per me, ma per avere un’ora del suo tempo non basterebbe quello che guadagno in una settimana. La tariffa oraria, infatti, mi comunica, è di cinquecento dollari, lì o in albergo. Me ne vado come un cane bastonato. Né io né babbo trapanese possiamo certo permetterci cifre così. Saluto Tutankamon sperando, nella prossima vita, di rinascere almeno texano.
«Ahora uno barato, por favor
Con il tassista ho abbassato brutalmente le pretese. Ho già capito come funzionano le cose da queste parti.
Dalle stelle alle stalle. Il postribolo di serie Z in cui m’infilo sembra uscito da un romanzo di pirati, ma mi sento più a mio agio rispetto all’Holiday Inn di prima. Le luci sono basse e da luna park, con sfumature che vanno dal rosso lampone al viola prugna mestruata. Illuminazione ideale, certamente studiata, per nascondere l’incedere del tempo sui volti delle girls.
Il centro della sala è occupato da un biliardo stracciato bombardato zoppo al quale stanno giocando due ragazze, nella posizione popolarmente chiamata ‘pecorina da stecca’, la stessa che mi ha fatto imparare e amare questo gioco nelle Filippine. Tutte le lavoratrici del locale, circa una dozzina, sono in bikini e zeppe, il mio abito da sera preferito. Nessuna splende di bellezza folgorante, come nel dopolavoro per arabi, però per Davide, a secco da troppo tempo, vanno più che bene.
Mi informo sulla tariffa, decisamente più a portata di marinaio. Cinquanta sacchi per un lavoretto veloce veloce negli sgabuzzini con secchio sul retro, trecento per una visita diplomatica in trasferta.
Dato che ci sono cerco d’ingaggiare la più carina. Se fossi Davide, quale vorrei? L’America Latina è rappresentata al completo, il locale sembra il Mercosur della marchetta. Una colombiana fintobionda è molto interessante ma forse troppo giovane per il committente, potrebbe venirgli un colpo appena la vede: ne serve una con più calli, disponibile per la difficile missione e che non lo turbi troppo. Non voglio clienti infartati.
Una messicana ha un viso molto bello, ma dall’ombelico in giù è un cinghiale non depilato. Non vorrei mai offendere un siciliano, chissà cosa mi potrebbe capitare, poi.
Al biliardo scorgo un’altra bionda innaturale niente male, carina e che dimostra dai movimenti di sapere il fatto suo. Esperta e attraente quanto basta. Mi avvicino.
«Holá, ¿quetal? ¿De donde eres?»
«Brasil»
«Opa! De onde?», le domando, questa volta in portoghese.
«Mas..., Goiânia. Você é brasileiro?»
«Não, sou italiano, mas falo um pouco a sua lingua
Mi guarda incredula.
«Sì, figurati, italiano. E parli così il portoghese...»
«Te lo giuro, sono italiano.»
È da tre anni e mezzo che non torno in Brasile e sto perdendo l’uso del portoghese, eppure le prime battute, stando a quello che mi dice, mi sono uscite con pronuncia perfetta. Bravo, mi dico.
La tipa, nonostante mi sia fatto il segno della croce, insiste a non credermi, e per dimostrarle che non racconto balle le faccio vedere la carta d’identità. Purtroppo è l’unico documento che ho con me, il passaporto l’ho lasciato in albergo.
«Eh, sì, questa non vale niente. Qualsiasi brasiliano con la residenza in Europa la può avere...»
«Ti rigiuro che sono italiano. Parlo così perché ho passato un certo periodo nel tuo paese, ma sono I-TA-LIA-NO. Pizza, Ferrari, papa, mafia. Hai presente?»
Ora cerco di parlare più sbagliato possibile, infilando qualche errore tra le parole e usando un accento strano. Tutto ciò serve solo a farle dire
«Ah, sì, ora capisco. Sei portoghese.»
La bionda mi guarda con aria di chi ha finalmente smascherato l’assassino dell’Orient Express. Volevo fare il furbo ma mi ha beccato. Chi penso d’essere, uno sfaccendato che per noia va a rompere l’anima a chi sta lavorando? Che cosa voglio ancora? Perché non vado a farmi un giro? Non vedo che deve mettere la otto in buca??
Lascio perdere, i muli mi piacciono solo nei presepi e nei film hard zoologici. È inutile discuterci più di tanto, se insisti scalciano.
Addocchio la riserva, una moracciona tropicale appollaiata su uno sgabello che mi osserva annoiata. È venezuelana e le espongo la mia richiesta particolare. Dopo mezz’ora di contrattazione accetta di venire l’indomani, ma non me lo garantisce al mille per cento. Il tutto per la modica cifra di 300.000 lire, un’ora di prestazione, non di più. Mi sembra ed è un’esagerazione, ma babbo Trapani mi ha dato carta bianca e, a confronto del primo supermercato, questo è un prezzo da discount. E poi mi sono stancato di fare il ruffiano. Accetto.
Patricia, così si chiama, mi dà un numero di cellulare a cui richiamarla domani verso l’ora del tè. Se non avrà altri impegni, forse, verrà. Quando esco dallo scannatoio mi saluta con aria incerta, la stessa espressione che ha mantenuto durante tutte le trattative. Ho seri dubbi che il giorno dopo si presenterà.
Il pomeriggio seguente il padre di Davide mi tallona finché non m’attacco al telefono e chiamo Patricia.
«Mezz’ora e sono lì».
Dico al siciliano di avvisare il figlio, di lì a poco arriverà la ragazza.
«Dille di passare prima da me, che le dico due cosine e la pago».
«D’accordo». Trinacria non ha minimamente accennato a compensi pur muà, dev’essere certo che fare il ruffiano sia uno dei compiti classici e dovuti dell’accompagnatore, sicuramente mi capita a ogni gruppo che scarrozzo. Non obietto, il lavoro è una rogna, sennò che lavoro sarebbe? E poi non mi voglio sentire come uno che ha sfruttato o favorito la prostituzione, sarebbe eticamente scorretto e perseguibile ai sensi di legge.
Dopo un po’ arriva Patricia, in abito quasi monacale e accompagnata da un’amica, forse quella che nasconde una 44 Magnum nella borsetta. Dall’espressione tra il serio e il triste, vagamente tendente all’intimorito, capisco come Patricia non sia affatto felice di essere lì, ma il lavoro è una rogna, sennò... vabbè.
«Non ti preoccupare, il ragazzo è tranquillo (mi/le dico una piccola bugia), e prima dovresti passare dal padre, che ti paga. Camera xy».
Le mie parole non l’hanno affatto tranquillizzata, deve aver preso l’ascensore convinta che nella stanza ci sia un Elephant Man pronto a scannarla e infilarla in una valigia. I famosi rischi del mestiere.
Io e la scorta armata la attendiamo nella hall, vogliamo vedere come andrà a finire.
Tre minuti dopo Patricia è già giù, con un sorriso stampato a trentadue denti. Dev’essere entrata in camera, si dev’essere tirata giù le mutande e Davide deve aver eiaculato l’ineiaculabile, della notte dei tempi, in estasi per la sola visione della foresta pluviale venezuelana.
La ragazza mi abbraccia e mi bacia sulle guance.
«¡Muchas gracias! ¡Muchas gracias! Zanchiù! Zanchiù
Se ne va strafelice, camminando a mezz’aria.
A cena, nel salone, passo di fianco al tavolo a cui siedono Davide e i genitori. Fin dal pomeriggio temo una reazione incazzosa, forse stanotte mi troverò una testa di cavallo sul letto, 300.000 per tre minuti fanno centomila al minuto, tariffa un po’ altina per qualsiasi genere di servizio. Sicuramente mi romperanno le scatole, convinti che abbia preso una tangente sul maltolto e che li abbia serviti in maniera inadeguata. Frettolosa e superficiale.
Tutta la famiglia, invece, mi accoglie con un grande sorriso, e la gioia di Davide - in particolare - è incontenibile. Si alza, mi stringe la mano, mi dice grazie centocinquanta volte. Gli altri commensali, che tutto sanno ma che ufficialmente nulla dovrebbero sapere, mi osservano con un sorrisino di complicità e approvazione. Devo essere viola in volto e vorrei nascondermi nelle cucine. Ho lo stomaco annodato, ma non mi sono mai sentito così benefattore in vita mia. Da ruffiano a boy-scout il salto è notevole, ma la vita da tour leader, a volte, può riservare sorprese piacevoli.



Lariam, come fosse acqua
Il turismo di massa, negli ultimi anni, ha fatto sì che gli italiani si rechino sempre più numerosi, in gruppo o da soli, in zone in cui la malaria è o era, fino a qualche tempo prima, endemica. La crescita del turismo è aumentata di pari passo all’abuso dei farmaci per la profilassi di questa malattia. Un italiano che si rispetti, d’altronde, al primo mal di testa ingurgita venti gocce di Novalgina, un Aulin, tre aspirine, due VivinC e, proprio per stare sul sicuro, una Tachipirina e un Bactrim. Gli uffici d’igiene municipali, povere succursali periferiche e ragnatelose del sapere medico, ce la mettono tutta a favorire l’arricchimento delle holding farmaceutiche e lo sviluppo di ceppi resistenti alle malattie batteriche o simili prescrivendo medicinali ammazzafegato come fossero acquetta benedetta. Il dottorino dell’ASL, così facendo, scarica responsabilità e coscienza (più la prima che la seconda), forte delle circolari spacciate impunemente qualche secolo prima dal ministero per la Sanità e dall’OMS, vecchie come il cucco e terribilmente superficiali.
«Va in Suriname, signore? Africa, dunque. Ecco qua, la sua bella ricettina. Due pillole da 500 gr cadauna, dopo i pasti, per centocinquanta giorni. Arrivederci. Mi mandi una cartolina, se si ricorda.»
Il caso dei medicinali contro la malaria è esemplare di questo atteggiamento diffuso. È arcinoto, ad esempio, come in nove decimi del globo ormai le zanzare si siano strafatte e assuefatte alla Clorochina, un tempo toccasana contro la malattia, oggi più o meno con l’efficacia di un chinotto. I medicuzzi avanti-il-prossimo, dunque, prescrivono questo tipo di medicinale con la più assoluta disinvoltura, consci soprattutto del suo effetto placebo. I più globalizzati e scrupolosi, invece, regalano foglietti dove consigliano l’uso di farmaci ancor più pesanti per il fegato - e non solo -, come il Metakelfin (ormai anch’esso semiprivo di efficacia in molti luoghi) o, peggio dei peggi, il Lariam. Quest’ultimo, in realtà, sembra essere l’ultima, vera bomba atomica contro la malaria: sempre che, ovvio, vi abbia punto la zanzarina bastarda che si combatte con quel farmaco. Sì, perché ormai lo sanno anche i sassi, i ceppi della malaria sono diversi e ogni untrice impestata vampira si combatte con la medicina sua, e non con quella adatta a un altro ceppo cugino. La superficialità e l’ignoranza, dunque, regnano sovrane, e nel frattempo i boss delle case farmaceutiche costruiscono ville in Sardegna, con i vostri soldi.
Come se non bastasse, alcuni medicinali - Lariam primo fra tutti -, oltre a regalare un quotidiano pugno al fegato, danno effetti collaterali osceni. Quest’ultimo farmaco, ad esempio, può provocare incubi - anche a distanza di anni - e perdita della memoria, senso di smarrimento e vertigini, oltre agli abusati nausea/mal di testa/crampi/vomito. Se mai vi prenderete la briga di leggere il foglietto con le controindicazioni e metterete sul piatto A della bilancia l’eventualità di morire di febbre malarica, sul B tutto questo campionario di sfighe orrende, non è da escludere che opterete per la prima: se sull’A aleggia il fattore cabalistico possibilità/iella, sul B potete contare sulla certezza.
Portando i turisti in giro mi è capitato più volte di incappare in clienti che ingollavano pillole di Clorochina come fossero Smarties, per poi lamentarsi del mal di testa/stomaco e nausea costanti.
«Ma cos’abbiamo mangiato, Pietro, che ci ha fatto male? L’acqua minerale è contaminata? Pensi che abbia preso l’epatite? I negri ci hanno attaccato qualche morbo?». Ecc., ecc.
Una volta osai contraddire una torinese, una città la sua gente, che decorava ogni portata dei pasti con pastiglie di Clorochina. Non l’avessi mai fatto. Tutta rossa d’ira borghese, come solo a Torino sanno essere, mi si avventò contro, trattandomi come l’accompagnatore meno competente dell’universo.
«Ma se me l’hanno prescritta all’ufficio di igiene?!?»
Inutile controbattere. La stirpe Agnelli, non a caso, fece fortuna lassù, mica a Napoli (ma con le braccia dei napoletani). Il dato interessante, per completezza, è che la zona più ‘impestata’ del nostro viaggio - secondo la mole antonelliana - era in Nord del Guatemala, Flores e Tikal, dove le guide locali, rambi della foresta da cinque generazioni, giuravano sulla madre e su Quetzalcoatl che di casi di malaria negli ultimi dieci anni ne avevano contati tre: un pescatore sempre a mollo nel fango di Flores, una specie di Tarzan che viveva con le scimmie urlatrici e che scendeva in città solo a Natale e a zoccole e un militare di stanza per punizione in una baracca di legno sul fiume trecentosessantacinque giorni all’anno. Anche tradotto nel mio migliore italiano, però, Turìn non ci poteva credere. L’ufficio di igiene sotto casa, a qualche centimigliaio di chilometri di distanza le aveva detto che..., vabbè.
Come si fa, allora, direte voi, a capire esattamente come combattere la malaria, quali farmaci (e se) utilizzare?
La ricetta, vista anche l’incredibile evoluzione di internet in questi ultimi anni, sarebbe quella di informarsi da un ente locale, del paese che si visiterà, circa i rischi effettivi che si possono incontrare lungo l’itinerario prestabilito in quel periodo dell’anno: nella stagione secca, in certi paesi, l’eventualità è altamente improbabile. Ovviamente la profilassi va iniziata prima di partire - solitamente un paio di settimane -, per cui, se nella farmacia sotto casa non esiste un medicinale con lo stesso nome di quello che si compra, ad esempio, in Madagascar o in Burkina Faso, bisognerebbe cercare di farsi dare i nomi dei componenti di quel farmaco e reperire qui un blister succedaneo che li contenga - in quantità adeguate a coprire tutto il periodo della profilassi, solitamente da proseguire anche un paio di settimane dopo il rientro -.
Tempo fa feci lo sbaglio, zappeggiando con il telecomando della tv, di cadere per cinque secondi di troppo sull’odiosa trasmissione Chi l’ha visto? L’ho sempre aborrita, considerandola un’arma privacy-scorretta e illegale adatta a frequentatrici di saloni del parrucchiere, sbirri in pensione e portinaie, ma quella sera il tema dibattuto mi uncinò al volo, soprattutto lo stomaco e le parti inguinali. La cronaca, a grandissime linee - non ricordo i particolari nel dettaglio, dopo un po’ ebbi un attacco di orchite e mi sintonizzai altrove -, narrava della vicenda tragica accaduta a una signora veneta, facente parte di un piccolo gruppo in giro in Tanzania con un noto operatore italiano. La signora si era strafatta di Lariam e, stando alle parole incandescenti del figlio, che la sentiva quotidianamente per telefono dall’Italia, aveva lunghi momenti di smarrimento: aveva iniziato a vagare senza meta, perdendo l’orientamento e non ricordandosi dove si trovasse né perché. Giunta in un albergo con il gruppo, una sera lasciò la sua stanza singola e, si pensa, iniziò a vagare in paranoia totale nei corridoi dell’hotel, andando a chiedere aiuto e a bussare alle porte dei suoi cari compagnucci di viaggio. Questi, di notte, si erano trancati nelle proprie camere, gli africani là fuori si sa che sono tutti cannibali, per cui nessuno la soccorse.
La mattina seguente la signora era evaporata. All’appello - prima di partire per l’escursione programmata - non c’era, e nella sua stanza c’erano solo valigia e vestiti. L’accompagnatrice, presa probabilmente da un attacco fulminante di gastrite ulcerosa - a me venne solo a sentire la storia e a immedesimarmi per un secondo nei suoi panni rognosi (per circa 100.000 vecchie lirette al giorno!) -, fece tutto ciò che poteva fare: presumo che la cercò in ogni sgabuzzino dell’albergo, avvisò le autorità e il consolato, il tour operator e l’assicurazione, la polizia e la direzione dell’hotel. Della signora manco l’ombra.
I Gentili Sigg.ri Clienti, nel frattempo, dopo un iniziale momento di preoccupazione e tentativo solidale di ricerca, iniziarono a scalpitare: ma come, abbiamo pagato fior di quattrini per vedere i leoni e le zebre, per conoscere usicostumi e fare l’Africa, e stiamo qui a perdere tempo cercando una che senz’altro è andata a far shopping?
L’accompagnatrice fece esattamente ciò che doveva fare, quello per cui era pagata: proseguì il tour rispettando il programma pagato dagli altri clienti, presumo con la fascia intestinale totalmente annodata, e affidò a chi di dovere - polizia, direzione dell’albergo, consolato - la missione impossibile di ritrovare la signora. Questa, forse, era già nella bocca di un coccodrillo o nel paiolo di un cannibale e il direttore dell’albergo archiviò il caso con un no comment come solo un africano può fare. Ai giornalisti, giunti in seguito sulle tracce della signora, il direttore regalò una bocca cucita che a Capaci se la sognano. Il figlio della scomparsa, nel frattempo, dallo schermo urlava fuoco e fiamme contro l’accompagnatrice - citata con nome, cognome e codice fiscale - e il tour operator, cui imputava la responsabilità dell’accaduto. Zero colpe alla casa farmaceutica, al dottore che aveva prescritto il medicinale e, in ultima analisi, alla madre che, si suppone dotata di libero arbitrio, aveva deciso di (ab)usarne, teoricamente e legalmente conscia delle controindicazioni venefiche.
Probabilmente se domani mia madre andasse a fare un viaggio in Africa e facesse la stessa fine, se intervistato da una trasmissione per portinaie rilascerei dichiarazioni fatte di sole bestemmie, senza virgole. La presentatrice sbiancherebbe in diretta e, ops, è caduto il collegamento, scusate Signori, sapete i satelliti non sono più quelli di una volta, pubblicità. Subito dopo, però, farei un salto in Svizzera e uno in Tanzania, armato di machete e di cattive intenzioni, e stanerei qualche farmaceutico mafioso e qualche capo della polizia omertoso. Con la lama appoggiata al pomo d’Adamo li obbligherei a ingerire sei-sette tubetti di sostanze stupesconvolgenti, così, tanto per vedere l’effetto che fa.



Valigie
Allora, la questione è la seguente. Tutte le compagnie aeree, anche le meno malfamate, persino quelle con le poltrone più comode e le hostess più carine e i film più spaccaculi, perdono i miei/vostri bagagli, soprattutto nei periodi di alta stagione, quando gli aeroporti sono intasati di carne impazzita, di terroristi con smanie di protagonismo e di carrelli randagi. A me le valige le hanno perse cinque volte in una decina d’anni, sempre riportate, sane e salve, al peggio con il lucchettino sverginato (la security ci ha ficcato il naso, ha verificato che non trasportassi gel esplosivi od occhi di bambini, poi reso al mittente). L’unico caso che ricordo di bagaglio definitivamente evaporato - una Samsonite rossa grande come un monolocale - è quello di un amico che, di ritorno dal Brasile, l’aveva imbottita di carne di charque (carne bovina salata ed essiccata al sole; i gusti sono gusti e non si discutono). Forse qualche doganiere pensò che fosse zeppa di pesti biologiche, forse un cane tossico con la bava alle gengive se la sgranocchiò, oppure finì sotto la bocca di un lanciafiamme/nell’intestino di una macchina tritatutto. Non si è mai saputo.
A parte questo caso, più unico che raro, e a eccezione della rogna onnipresente dei facchini ladroni - nel primo come nel quarto mondo -, in linea di massima le compagnie restituiscono sempre il maltolto. Magari acciaccato e con parecchi giorni di ritardo - eravate diretti a Lima e, per un eccesso di sangria nel sangue dei maleteros dell’Iberia, la vostra Mandarina Duck® verde oliva, in tutto e per tutto identica a quella di altri settecento turisti imbarcati sullo stesso volo, è finita a Johannesburg -, ma prima o poi un corriere ve la riporterà a casa. O, se siete ancora in giro per il mondo, vi inseguirà durante il tour, da hotel a hotel, finché non vi beccherà da qualche parte, quando ormai l’unico paio di calzini che vi è rimasto è tarlato e odoroso come un emmenthal stagionato e la vostra pazienza ha già superato il limite da un bel pezzo.
Il problema vero, però, come si dice nei reality più di successo, non è tanto l’irreperibilità dei bagagli - già detto: prima o poi (quasi sempre) risorgono -, quanto l’incazzosità/assoluta mancanza di pazienza (sempre) dei relativi proprietari. Che un bagaglio perso non sia un fatto piacevole è ovvio, così come il panettone (senza canditi) a Natale è una delizia. A che serve, dunque, incanirsi contro il mondo, una volta visto che il proprio appartamento ambulante è scomparso? Bestemmiare lo fa riapparire? Fare la denuncia e sperare, queste sono le uniche cose da fare. E fin qui ci arriva anche il cervello di una formica.
Chi paga per davvero lo smarrimento di una valigia, in fin dei conti, oltre al povero addetto del Lost & Found - un impiegato/sacco da pugni messo lì ad ascoltare sempre e solo gente incarognita, come se il bagaglio glielo avesse nascosto lui/lei in un bagno dell’aeroporto -, è l’accompagnatore turistico, vera spugna di tutte le beghe che capitano durante il tour del menga. È il glorioso A.T. che deve aiutare il portatore insano di Samsonite, mediamente incapace di formulare una sola frase completa che esuli dal gergo condominiale, a compilare la denuncia di smarrimento. È il glorioso A.T. che, pur non avendo un solo elemento che lo confermi, deve cercare di convincere il p.i. di S. che la S., prima o poi, quasi sicuramente prima, arriverà. È il glorioso A.T. che deve sopportare il medesimo cliente dal momento in cui, non arrivando la stramaledetta S., né prima né poi, questo/a comincerà a dare in escandescenze, e dovrà quindi, inutilmente, cercare di calmare il soggetto in questione, in maniera diplomatica, senza a sua volta dare in escandescenze né dichiarare dove realmente ritiene che il Sig. X/la Sig.ra Y dovrebbe infilarsi la suesposta S.
A me, purtroppo a me (ma presumo anche a tutti gli altri gloriosi A.T.), è capitato/capita almeno un turista incarognito di questa razza un viaggio su due. Alcuni casi particolari, direi epici, hanno segnato indelebilmente la mia corteccia testicolare e il mio cervelletto, facendomi più volte rivalutare la pessima scelta di aver intrapreso questa professione. Ma lasciatemi terminare questa introduz. generale, prima di affrontare i casi sociali storici.
Il turista italiota, conscio dell’estrema facilità con cui i bagagli vengono smistati alla cazzo-di-cane, e abituato alle ruberie a man bassa di facchini avvoltoi e di mani zingare nei nostri aero/porti e auto/stazioni, come sale su un aereo dimostra all’istante segni di diffidenza verso il prossimo davvero rari. Peggio di un tedesco maniaco della perfezione o di un americano paranoico. Di conseguenza, la scena che il povero A.T., nonostante le mille raccomandazioni in senso contrario (“Signori, non vi preoccupate. I facchini sono di fiducia, io e la guida abbiamo controllato e contato e ricontrollato i vostri bagagli personalmente. Vi arriveranno direttamente in camera.”), si trova SEMPRE ad affrontare la seguente, orribile scena: bagagli vomitati sul nastro trasportatore dell’aeroporto, facchini terzomondisti sudati che incespicano nelle Nike del gruppo vacanze che, con il naso puntato verso il nastro, controlla con fare da kapò che la propria valigia, riconoscibile per un’etichetta del tour operator grande come una casa, non sia finita su Marte. Facchini che, con enorme fatica, altrimenti che facchini sarebbero, riescono a raccattare e impilare tutto il malloppo sui carrelli e a trasportarlo tra mille slalom verso il mini/bus riservato ai bagagli [inciso: gli indigeni usano gli autobus per andare a lavorare e/o a fare la spesa, stipati come sardine; i turisti all inclusive, a volte, hanno un bus solo per i bagagli]. Gruppo che, non sazio del primo controllo, e convinto che i facchini, poveri straccioni che non sono altro, anziché dirigersi al minibus tireranno dritto fino alle proprie case, dove potranno sventrare il bottino a volonté, fa da tappo all’uscita principale dell’aeroporto, seguendo come un’ombra la propria valigia (con sbirri, altri viaggiatori e facchini tutti incarogniti, in quanto rimasti bloccati da quel tappo di carne stolta in braghini, senza più via di uscita/entrata). Marchipoli che intralciano i facchini mentre caricano (cercano di caricare) il valigiame assortito sul bus, nonostante l’accompagnatore e le guide li abbiano gentilmente invitati ad accomodarsi all’interno del mezzo (e non davanti alle bocche del bagagliaio). Un altro controllino non fa mai male. E, visto che ci siamo, per finire, un ultimo giro di scanner nel momento dello scarico pancia del bus  hall dell’albergo.
Arrivati a questo punto, l’accompagnatore è sfinito, la guida (di solito più tollerante, ne ha già viste mille e una) pure, i facchini fantasmi sudati che camminano con le ginocchia e i nervi tremolanti. Ma il bagaglio è salvo, nessun figlio di passeggiatrice me l’ha fottuto, finalmente posso riprendere lo spazzolino da denti e i calzini bucati che qualche pezzente del submondo mi avrebbe potuto fregare. Mancetta al facchino, valà, stavolta se l’è meritata.

Ecco i casi epici (tre a caso nel mazzo):
  A) Aeroporto di Varanasi, India, grande e tecnologico come un ripostiglio per le scope. Settemilioni di turisti sbarcano trafelati in pieno agosto, umidità del settecento percento. Tutti hanno una Samsonite, nelle varietà verde i primi tre milioni e mezzo, blu i secondi. Un carabiniere del mio gruppo, addirittura milanese, rimane con i palmi delle mani visibilmente vuoti a fine orgia (recupero bagagli con la stessa compostezza di una distribuzione di aiuti umanitari in Somalia).
«Pietro. Dov’è il mio bagaglio?»
Inarco le sopracciglia, come sempre faccio in queste circostanze. Denuncia al Lost & Found, ancor più sgabuzzino del precedente sgab. Macchine da scrivere della Regina, impiegati cotti dal calore e dai ventilatori fiacchi. Mosconi che ronzano nell’aria. Carabiniere che mi osserva, mi studia, mi perquisisce con gli occhi. La colpa è mia?
«E adesso?», mi fa, con un foglio tra le mani - la denuncia di smarrimento - al posto del guardaroba del viaggio di nozze. Il resto del gruppo attende impaziente nell’autobus, boccheggiando per l’aria condizionata malfunzionante/troppo funzionante (l’aria condizionata, nei bus dei miei ragazzi, non è MAI come la vorrebbero)?
«Adesso andiamo in albergo, appena l’Air India avrà trovato il bagaglio ce lo farà avere là», è tutto quello che riesco a dirgli.
Sono perfettamente consapevole di come sia tecnicamente impossibile, anche con le parole più gentili e melliflue, convincere un membro dell’Arma incarognito che l’Air India avrà cura delle sue mutande d’ordinanza. Ma ci provo comunque, fa parte del ruolo.
In albergo carramba che sorpresa (m’hanno ciulato la valigia) si aggira per la hall con un ghigno imbestialito, mentre gli altri fanno il check-in e vanno a farsi una doccia. Con il proprio shampoo, con il proprio spazzolino da denti, con le proprie ciabatte.
«E se non arriva, Pietro?»
Stavo aspettando la domanda da almeno un quarto d’ora.
«Arriva, arriva, abbi fede. A me li hanno persi cinque volte, sempre arrivati.»
In effetti, verso l’ora del tè, un impiegato dell’Air India arriva sbuffando. Tra le mani la Samsonite verde di Salvo d’Acquisto che, in una frazione di secondo, riacquista il sorriso.
«Grazie, Sir. Che fine aveva fatto?», domando al baffone.
«L’aveva presa per sbaglio un turista di un altro gruppo. La sua era uguale a questa e si era confuso. Mi sono girato gli alberghi di mezza città, ma alla fine l’ho trovata, Sir.»
Conclusa la vicenda, tirato il sospiro di rito, la domanda che fino a oggi mi ronza nel cervello è:
“Se turista A ha preso la valigia di tur. B e l’ha restituita, che fine ha fatto la val. di tur. A?” (da piccolino ero un genietto della matematica).
Alla fine dei conti, se uno più uno fa due, e uno meno uno zero, o tur. A ha preso DUE valigie al posto di una (cieco? ladro? cotto dal calore? impazzito? arteriosclerotico?), oppure manca la valigia a qualcuno (tur. Z o tur. W, secondo il classico effetto a domino da stazione: tu fotti la valigia a me, io la fotto a lui, ecc.)
Insomma: chi ha fregato la valigia a chi? Chi è rimasto per sempre senza mutande?

  B) Torinesi, falsi e cortesi. In tempi freak, quando ero più buono e innocente, mi dicevo che i proverbi e i luoghi comuni erano tutte cretinate, inventate e usate da gentina ignorante e preconcettuosa. L’esperienza, le cicatrici e i peli sul petto, poi, mi hanno fatto ribaltare completamente questo mio atteggiamento eticamente buonista. A un certo punto del curriculum ho deciso che i proverbi e i luoghi comuni sono sempre oro colato, verità vera, gocce di concentrato di vita vissuta. Roba da dieci tavole.
All’aeroporto di Città del Messico la valigia bianco sporco di una vecchiarda torinese del gruppo non arriva. Il bello è che siamo appena all’inizio del viaggio - centocinquanta luoghi da visitare in quindici giorni -, freschi freschi di volo intercontinentale.
«Pietro. Dov’è il mio bagaglio?»
Denuncia al Lost & Found - assieme a un’altra dozzina di turisti depredati, per fortuna non tra i miei giovani -, prima del trasferimento in albergo a mani vuote.
«Che cos’aveva nella valigia, Signora?»
«Beh, dunque. Innanzitutto un completo nuovo nuovo di Armadi, comprato proprio prima di partire.»
«Valore?»
«Cinquecenteuri.»
Cazzica, mi dico, siamo già arrivati al massimale minimo che l’assicurazione rimborsa.
«Inoltre?»
«Collane, scarpe, vestiti, articoli da toilette, libri, occhiali.»
 «Valore approssimativo?»
«Almeno 2500 euros.»
Buonanotte. Chi la sopporterà, la vergliarda, quando le dovrò comunicare che la valigia è evaporata nell’alto dei cieli e che quei micragnosi dell’assicurazione, al massimo dei massimali, le daranno, dopo pianti e merolate senza fine, non più di 1750 euro? E solo perché sono generosi e lei è una Cliente aff.ta.
A volte, quando la valigia non è la mia, penso “Meglio, si va più leggeri. Niente facchini, niente mance, niente attese per il bagaglio in camera”. Quasi mai, però, comunico i miei pensieri più intimi al gruppo-vacanze. Nel mazzo ci potrebbe essere gente non spiritosa quanto me.
Stavolta, l’aspetto più interessante della faccenda, almeno dal punto di vista antropologico, è il cambiamento nelle rughe della Sig.ra bagagliopriva. Amabile e sorridente, con la pelle rilassata, prima dello stupro; inacidita e incartapecorita, con la pelle a buccia d’arancio e il senso della tragedia stampato sul volto, dopo il fattaccio. Il mio cuore e la mia solidarietà sono, sarebbero, dovrebbero essere con l’animo ferito della Sig.ra, se non fosse che la medesima, due minuti dopo che siamo arrivati in albergo, ha cominciato a ossessionarmi, con lamentazioni assortite e sguardi sempre più cattivi.
«Pietro. Dov’è il mio bagaglio?»
«Sig.ra, mi dispiace, ma non ha visto il casino, cioèvolevodire la confusione, che c’era a Francoforte? Può essere che la valigia sia rimasta a terra, oppure che sia finita su un altro aereo. Ma siamo (esortativo, quasi imperativo) ottimisti. Abbiamo ben due notti da passare in questo albergo, vedrà che prima della partenza il suo bagaglio arriverà.»
Nel tempo ho imparato a raccontare frottole con la massima convinzione, roba da Oscar per il migliore attore non protagonista.
Mentre il tempo passa, in quanto la Sig.ra chiede in prestito un intero guardaroba ai compagni di viaggio (esclusivam. torinesi, quelli da Bologna in giù non vengono presi in considerazione), tra un “Scusi, Pietro. Notizie della mia valigia?” e il successivo (ca. un quarto d’ora, in media), sento l’odio che monta dietro le mie orecchie e dietro il sorriso gianduiotto di circostanza. Odio nei miei confronti, nei confronti della compagnia aerea, nei confronti dell’agenzia che le ha venduto il viaggione, nei confronti del Messico e di tutti i messicani ladri con i baffi. Odio nei confronti del terzo mondo fuori Torino.
Mezz’ora prima di lasciare definitivamente l’albergo arriva la lercia valigia. Il sorriso fa finalmente rilassare la pelle del volto della Sig.ra, ormai giunto a un preprolasso. Il capitale è salvo, il completo di Armadi pure, l’onore non ne parliamo nemmeno. Si può partire. Ma quanti aerei dovremo prendere ancora?

  C) Aeroporto di Phnom Penh, Cambogia, un’accozzaglia di carne che si pesta i piedi per ottenere il visto di entrata. Perlopiù turisti stanchi e accaldati che, dopo un viaggio intercontinentale, scalpitano per raggiungere la camera d’albergo. Un inglese con una troia paz-ze-sca tenuta per manina. Sbirri con facce annoiatissime che incassano venti dollari a cranio-di-turista, una vera fortuna per le casse stracciolate dello Stato. Una hall nuova di zecca, tirata a lucido, colori pastello sulle pareti, che nulla hanno di cambogiano.
Non arrivano due valigie.
La prima è di un vegliardo di Treviso che parla esclusivamente in trevigiano stretto. La seconda di una fighessa milanese, con vestitini svolazzanti firmati fino al midollo spinale e occhiali ggiovani. Entrambi, cazzica e perdio, del mio gruppo.
L’impiegato del Lost & Found, dev’essere nuovo di zecca pure lui, per sveltire la quantità immane di scartoffie - i miei non sono gli unici depredati dell’ultimo volo - compila un formulario unico per i due sventurati. Valigie pressoché uguali, destini e storie personali diversi, sfiga comune (e non sto parlando dei bagagli).
«No, no, no! Vòlio una denunsia a mi nome. In questa ghe s’è un nome non mio, l’asicurazione poi no me paga.»
Appena vede un unico foglio per due persone, nonostante entrambi i nomi/cognomi siano specificati a lettere fluorescenti, Treviso dà in escandescenze. Ha le gote e il naso rosso radicchio. Durante la vita lavorativa dev’essere stato un assicuratore o un ufficiale giudiziario. Comunque un rompicazzi. Paonazzo e con gli occhi fuori dalle orbite, esige che l’impiegato compili di nuovo due denuncie. Il gruppo, intanto, aspetta in autobus e sbuffa. L’arica condizionata… beh, lo sapete già.
Arrivati in albergo, scena già stravista. Il grosso del gruppo si lava, mangia, chiacchiera, fuma e, in generale, si rilassa. I due bagagliolesi che, invece, occhi spalancati e parlantina adrenalinica, pensano e parlano solo delle proprie valigie, che cosa c’è dentro, quanto vale, arriverà? Mangiano cose simboliche e, ogni trenta secondi, mi fissano, come a dire “Pietro. E i bagagli?”. Facciazze tese, sull’orlo di una crisi di nervi.
Gli impiegati dell’aeroporto hanno il numero di telefono del nostro albergo, l’ho lasciato persino a quelli che passano lo straccio per terra, e hanno ricevuto istruzioni chia-ris-si-me: domani dovremo lasciare la capitale, chiamateci un secondo dopo che avrete scovato le valigie. Anzi, no. Fate un secondo prima.
Mentre sono a metà cena, forchetta infilata in gola, Fighessa-città-da-bere e Ghe-sé, come in un’associazione padana per delinquere, mi assalgono con forchette virtuali puntate alla gola.
«Pietro, perché non vai in aeroporto a vedere se le nostre valigie sono arrivate?»
I due devono essere in acido salito male, malissimo. Mi devono aver scambiato per il loro facchino o servo tuttofare. Strangolati da preconcetti nordisti, devono pure essere convinti che le scimmie gialle, anche quando e se le valigie arriveranno, non ci chiameranno. Devono addirittura pensare che andando di persona, la mia incommensurabile autorità faccia decollare gli aerei con i loro bagagli nella pancia, o che li faccia arrivare prima (correnti favorevoli, scorciatoie scovate dai/per i piloti, roba così). Che, prendendo a legnate il poveretto del Lost & Found, lo obblighi a tirare fuori le valigie dagli sgabuzzini in cui senz’altro le ha intanate.
La bile mi si mescola all’arrostino, ma non è eticamente corretto mandare affanculo le teste di cippe, soprattutto quando queste sono Clienti Paganti.
Digerire è, sarebbe un sacrosanto diritto persino degli accompagnatori, per cui, prima di soffocare nella bile, lascio le delizie del palato a metà, mi alzo e vado alla reception a rompere l’anima a mezza dozzina di impiegati. Li scongiuro di chiamare tutti i numeri dell’aeroporto. Una gerarca del lussuoso hotel Cambodiana si prende la patata bollente, peraltro una rogna che non le spetterebbe. Chiama, cerca, indaga, traduce.
«Sorry, Sir. Niente valigie, non ancora.»
Lo sapevo già. Ma come lo spiego, ora, ai due cretini?
Torno, com’è ovvio che sia, senza valigie e senza grosse novità, al mio tavolo di competenza. Alla mia luttuosa comunicazione di servizio i rabidi ansiosi sembrano avere un crollo dei muscoli facciali.
Dopo un po’, evidentemente non sazi, ritornano all’attacco. Mi devono aver inquadrato come un pigrone maniaco di arrostini, che nulla o poco si impegna per la causa.
«Pietro. Vuoi che andiamo assieme in aeroporto a vedere?»
A vedere che? Gli aerei che decollano? I tassisti? I cessi con i Buddha? Gli altri turisti che recuperano i propri bagagli?
Il Dio degli Aeroporti, però, vuole che, mezzo secondo prima che io esploda e, sfanculando a medi tesi, li abbandoni ai loro traumi e ai loro dubbi/certezze, giunga la benedetta telefonata. I bagagli sono arrivati in aeroporto.
I due catatonici prendono improvvisamente vita, li infilo in un taxi, si và. Il vecchio, eccitato dalla lieta novella, sembra ringiovanito di vent’anni. Lungo il tragitto che separa l’hotel dall’aeroporto non sta zitto un solo secondo. La mia digestione è in fase di torpore, i testicoli mi rimbalzano all’altezza del tappetino, l’autista guida con una lentezza mostruosa e Treviso non accenna a stare zitto un solo istante. Phnom Penh by night, che figata.
Tutto ciò per lunghi, infiniti chilometri. Se sapessi la strada butterei l’autista fuori dalla portiera e mi impossesserei del volante, ma tra il buio pesto e le carriole impazzite che circolano per le vie della città rischierei di schiantarmi.
Arrivati in aeroporto, timpani, palle e amore per i veneti completamente evaporati, compiliamo altre settecentocinquanta scartoffie e recuperiamo i bagagli, illesi. Triveneto è euforico, tanto che nella foga della gioia riesce a stipare le due Samsonite, la sua e quella della modista, nel bagagliaio progettato e costruito per una sola.
La via di ritorno è un bis x 10 dell’andata. Il giovane è completamente ringalluzzito e arriva, in un momento di estasi, a rilasciare dichiarazioni avventate e non richieste (“L’Italia ghe sé il paese più belo del mondo”. “Le done taliane son le più bele del mondo”. “Come ghe se sta da noi altri non ghe se sta da nesun’altra parte.”)
Non chiedetemi il nesso tra questi pensierini, le valigie e la Cambogia, non ricordo e, anche se ricordassi, non garantirei l’imparzialità (Perché, nonno, nel Primo Mondo/G8 i facchini non ti fottono i bagagli? Hai mai visto il Brasile? Trombato una brasiliana? Vissuto in una spiaggia con Caetano Veloso che ti canta dietro le spalle? Cazzo sai, fuori dallo stramaledetto Nord-est - quello da Ferrara in su, mica quello da Salvador de Bahia in su - ???). Mi sento il fegato che sta sambando nel bassoventre, ma, se iddio vuole, le luci sfavillanti del Cambodiana sono all’orizzonte.
Arrivati all’albergo manco li aiuto a scastrare i due monolocali a rotelle dal bagagliaio. Nemmeno li saluto o do loro la buonanotte, non se la meritano. Il mio porco lavoro, per oggi, è fatto, adesso ci penseranno i facchini a divertirsi. Io, per sbollire l’odio contro i miei simili (solo di passaporto), corro al Martini, un locale per uomini e per accompagnatori con i peli dentro il petto. Solo così, domani, sarò in grado di affrontare e sopravvivere ad altre ventiquattr’ore di contatto con lo schifoso submondo padano.








Ho fatto il Brasile
Qualche anno fa ho preso il patentino di accompagnatore turistico, quasi esclusivamente con l’idea di scarrozzare i gruppi in braghini nell’amato Brasil. Una possibilità in più, una tantum, per fare un salto nella mia Patria d’adozione. Sfiga vuole, però, che nel paese più amato dagli italiani lavorino molte, troppe guide che parlano un ottimo azzurro. Inoltre, in Occidente il suddetto paese gode di una fama non eccezionale (i soliti meninos de rua, la violenza, le malattie, le favelas, ecc.), per cui molti potenziali turisti lo boicottano, timorosi che come scenderanno dalla scaletta dell’aereo qualche figlio di passeggiatrice tagli loro i tendini delle caviglie con una lametta da barba e gli/le fotta il salvadanaio. Fattore non ultimo, il Brasile è un paese enorme: per conoscerlo occorrono grandi quantità di tempo, non certo i quindici giorni dell’all inclusive.
Tutto questo, ovviamente, l’ho saputo/ragionato dopo aver affrontato le fatiche dell’esame, preparato studiando robe spassosissime come le classificazioni delle stelle di campeggi e alberghi (attribuite in base ai numeri di bidè per piano), o imparato a memoria, come una poesia del Carducci, la definizione di ‘pacchetto turistico’, oppure ancora le affascinanti e conturbanti differenze tra guida/accompagnatore/interprete. I diversi tipi di biglietti ferroviari italiani. Tutte materie davvero indispensabili quando, sul campo di battaglia, ti ritrovi a dover chiedere un asciugamano pulito per la Signora Culosporco nella giungla guatemalteca o a lottare con l’avidità di una guida yemenita per le commissioni sugli acquisti dei Signori Spendenti.
Il risultato di circa quattro anni di carriera è stato che sono riuscito a portare i turisti in Brasile una sola volta (in compenso ho fatto spesso e poco volentieri su e giù nelle navi da crociera che intasano quell’intestino del Nilo), più per il piacere di rimetterci piede che non per la vil pecunia. Il tour operator che mi ha ingaggiato, infatti, annusato al volo il mio cieco entusiasmo filobrasiliano, mi ha imposto un diktat ferreo, prendere o lasciare:
“Scazzièri, il gruppo è piccolo, davvero minimo. Siamo riusciti a mettere assieme appena otto pax (di solito se ne calcolano almeno quindici per ammortare le spese dell’accompagnatore), per cui o accetti una diaria infima o saremo costretti a contattare una guida locale che li raccatti all’aeroporto di Rio.”
“Infima quanto?”
“Cinquantamila lire, lorde. Sappiamo che è un insulto alla tua professionalità, però se ti diamo di più non c’è margine.”
Non bastava la paga simbolica, dovevano pure usare le parole professionalità e margine, quelle che più amo assieme a sinergie e trend. Una bestemmia cada, ogni volta che le sento uscire da qualche fogna.
Nel giro di ventiquattrore, il tempo di valutare i pro e i contro, tolto un 20% di ritenuta d’acconto, ho calato le brache e ho accettato. Era tempo che non respiravo l’alcol da trazione nell’aria e non mi sorseggiavo un guaraná, che non mi intasavo l’esofago con una feijoada fatta come Oxalá comanda. Non potevo rifiutare, la saudade era troppo forte. Lo avrei fatto anche gratis, ma a quelli dell’Azienda mi sono guardato bene dal dirlo.
Oltre al compenso insultante, l’altra rogna era che di sicuro mi avrebbero appioppato un gruppo di nonni: l’Azienda è nota per avere come clienti affezionati soprattutto degli ex giovani, in particolare come testa. Anche se all’anagrafe hanno vent’anni la loro mentalità media è da bancario in pensione. Nel grande business del turismo c’è chi si specializza in viaggi per vedere dio, chi in viaggi per sfracellare quaglie e arpionare salmoni, chi in viaggi per sfracellare e arpionare un po’ di figa. L’Azienda ha scavato la propria nicchia nella famigerata terza età, qualunque sia il certificato di nascita dei suoi frequentatori. Gode, inoltre, di una certa fama nazistoide, come orientamento politico della dirigenza, come camicie ben stirate degli impiegati e come ideologia media dei clienti. Azienda della Padania del Nord, pochi clienti terroni ed estremamente esigenti. In teoria, dunque, un accompagnatore che lavori per loro si dovrebbe meritare una paga almeno doppia, non dimezzata (anzi, per essere precisi, un terzo della minima sindacale. Li mortacci loro).
A Malpensa la sorpresa è zero. Esattamente quelli che mi aspettavo, se possibile ancor più brutti. Due coppie di pensionati nordici, a posteriori i più simpatici del gruppo: un lui con l’alitosi, l’altro un ex manager da poco ritiratosi dal lavoro (abbigliamento da vacanziero d’altri tempi, un mix di camicie anni Settanta con colletti a baionetta e pantaloni con piega da carabiniere); una lei con la fifa nera dell’aereo, l’altra lei una specie di cinghialona con lineamenti da scaricatore, ma con il sorriso sempre stampato sul volto, cosa che non disturba. Partono subito domande sulla malaria, tra loro c’è chi si strafà di Lariam, anche se andremo in zone in cui il pericolo di contrarre la malattia è pressoché nullo. La certezza, invece, è che il Lariam può dare incubi, allucinazioni, vuoti di memoria e pugni al fegato.
Gli altri fantastici quattro li raccatto a rate, un uomo e una donna a Francoforte, due donne a Rio de Janeiro. Quelli di Frankfurt sono spettacolari. Lei è di Rovigo e ha ottant’anni, un accento mostruoso, i denti tutti marci e ha fatto, come dice, mezzo mondo. Viaggia ‘da sola’, e per una donna di quell’età è abbastanza ammirevole, posso riconoscerlo perfino io. La perla, però, è Armando, un ex secondino di Roma. Quando nella ressa dell’aeroporto gli sbatto la faccia contro quasi mi prende un colpo. È appena stato operato per un polipo alla gola, per cui è del tutto privo di voce e gira con un fazzoletto alla Tex Willer che gli copre il collo e la parte superiore del petto, quest’ultimo avvolto in un gilè cretino con mille cerniere. Come se tutto ciò non bastasse, Armando ha una gran voglia di parlare (forse l’avrò anch’io, quando i miei giorni saranno contati) ed è un ansioso terminale. Fa mille domande, a me e agli altri, ma nessuno capisce una mazza, dunque zero risposte, se non sorrisi imbarazzati. Mentre parla sputacchia e suda come una fontana, e l’unico modo per capire un due percento di ciò che dice è leggergli le labbra da dieci centimetri di distanza, con tutte le conseguenze del caso. Gli altri del gruppo gli prestano le orecchie per pochi secondi, poi fuggono inorriditi e con la faccia umida. Io, per dovere professionale, devo prestargliele un po’ più a lungo, ma il risultato è lo stesso. Uno sputo in faccia è uno sputo in faccia, un accompagnatore siciliano lo potrebbe prendere come un fatto personale.
La domanda retorica che ognuno di noi si pone è: perchémminchia non è rimasto a casa a curarsi? La risposta è che potrebbe essere senza speranza, dunque meglio trascorrere gli ultimi giorni fra le palme, che non a zappare dal Grande Fratello Scemo a Saranno Cretini Famosi ad Amici Infelici. Meglio le fazendas vere che quelle con Pupo.







Il volo fila liscio e allo splendido Sheraton di Rio incontriamo le due ultime partecipanti al gran tour del menga. Sono esponenti della Milano da bere, quella dei tempi socialisti. Capisco subito che caratterialmente le due amiche sono agli antipodi: simpatica, semplice e tranquilla l’una quanto boriosa, polemica e odiosa l’altra. I famosi poli opposti che si attraggono. Solitudine, brutta bestia. La prima sorride ed è riservata, parla educatamente quando le compete e fa domande quasi intelligenti. È sicuramente la migliore del gruppo (dopo di me, of course), curiosa di conoscere il Brasile ma priva di grossi preconcetti o di domande ossessionanti sull’evidenza. Vorrei che i miei ragazzi fossero sempre tutti così. L’altra, la maledetta, è una logorroica presuntuosa che sa già tutto del Brasile (di Milano, del mondo), pur non sapendo, in realtà, un beato cazzo. Nel suo c. v. sbandiera una trombata con Gian Maria Volontè (i morti, purtroppo, non possono confermare), ma alla sua veneranda età, guarda caso, è ancora signorina. Le due sono in Brasile già da una settimana, trascorsa nella villona di una facoltosa (sottolineato tre volte, il computer non me lo permette) amica fazendeira di Ribeirão Preto, una città della provincia di São Paulo. La vecchia che fa la giovane non perde occasione per parlare con chicchessia (me, gli altri del gruppo, ogni guida e autista del nostro viaggio, i passanti che incontra) delle sue altolocate amicizie latifondiste. Ogni volta che cita Ribeirão Preto - siamo d’accordo, nome non facilissimo per un italiano che mette piede per la prima volta in Brasile -, massacrandone la pronuncia, mi sale un’orchite urticante dal basso ventre.
Dei tre giorni passati nell’incommensurabile Rio ricordo:
la paranoia nera di Milanodabere nel prendere un taxi qualsiasi (tutti i tassisti del Brasile, a sentirla, lavorerebbero trecentosessantacinque giorni all’anno esclusivamente per rapire, stuprare e derubare lei); i poverini! urlati in faccia alla guida carioca ogni volta che passiamo davanti a una favela, a un mendicante o a un menino de rua (la guida ha i crampi allo stomaco per tanta pietà regalata, ma non può dire nulla, ne va della mancia a fine tour); le abbuffate di spettacolare churrasco; i ma è sicuro bere l’acqua/mangiare l’insalata/prendere una bibita con il ghiaccio? (in un albergo a cinque stelle); il tormentone del “che cos’è un caboclo?” (incrocio di indio + bianco? indio + sporco negro? s. n. + bianco? indio + bianco + s. n.??; deve aver letto questo termine su qualche guida e con questo atroce dubbio sfinisce ogni guida incontrata; non ne ha mai a basta); tu che cosa prendi per la malaria (quale malaria?); Ribeirão Preto; caboclo; malaria; Ribeirão Preto; la fazenda della mia amica; Gian Maria Volontè.




Seconda tappa le paz-ze-sche cascate di Iguaçu. Ci piazzano nel lussuoso ma incasinato (troppi branchi) Hotel das Cataratas, dove non mi sarei mai potuto permettere di alloggiare con i miei spiccioli. La nostra guida, Rocco, assomiglia a Nereo Rocco, è di origine veneta e ha un fisico alla Primo Carnera. Naso da pugile, struttura ossea da autogrù, parla un ottimo italiano e scommetto che Trombata a Volontè ci farebbe volentieri un giro. Credo che Rocco, se è uomo di mondo come pare, accetti anche le carte di credito. Quando, per chiacchierare, gli domando “Che cosa ne pensi degli argentini, visto che ci lavori gomito-a-gomito?”, l’armadio mi prende da parte e, per la prima volta nella vita, sento un brasiliano bestemmiare:
XWZYKJ. Merda, tripla merda. Li odio, a voler essere generosi. Forse tra un po’ mi licenzio, non li sopporto più, soprattutto quelli di Buenos Aires. Hai presente Maradona? Ecco, ti ho già detto tutto.”
Nel bus che ci porta alle cascate, alla domanda di M. da B. (è sempre e solo le lei che rompe l’anima alle guide con domande da esame di terza media, gli altri non ci pensano nemmeno di striscio) “Che governo c’è, attualmente?”, domanda poi non così cretina direte voi, Rocco risponde con un breve ma acceso comizio vagamente sinistroide (Lula aveva ancora da venire), nel senso che accenna succintamente alla realtà vera, non quella dei dépliant: sem terras, politici marci e con le narici devastate dalla cocaina, mancanza di una riforma agraria, paese nelle mani di quattro latifondisti per sfornare gli hamburger agli americani del piano di sopra. Il silenzio che proviene dal fondo del minibus è un’evidente dichiarazione di disapprovazione, di discordanza ideologica da quanto esposto dalla guida. Sicuramente uno sporco comunista, anche se non ha la barba. Quelle ossa lì se le deve essere fatte con il calcio dei bambini masticati a colazione. Nonostante la presenza del Nemico, però, i miei preferiscono tacere, Rocco ha spalle troppo grosse e un nome che incute rispetto. Si vendicheranno a fine giro, sulla busta con la mancia.






Nel Minas Gerais ci riceve una guidonna in carne con uno zainetto ricoperto di gadget da dodicenne e un italiano imparato alla Scuola Radio Elettra. Ci scarrozza tra Belo Horizonte, Ouro Preto e Congonhas, nel cuore del barocco brasiliano e dei venditori di sassi per turisti. A BH l’industriale in pensione si dimentica un accendino in oro massiccio, accessorio solitamente raccomandato a chi affronta un viaggio in Brasile, nella hall dell’albergo, e se ne accorge solo quando siamo in pizzeria. La Madunìna citata più volte. Da bravo boy-scout glielo recupero con una semplice telefonata, e per oggi ho fatto il mio sporco dovere, mi sono guadagnato le quarantamila nette (la pietrina del suo accendino).
La vecchia veneta, pur essendo donna di fede, smadonna cose venete mentre arranca su e giù per le erte viuzze di Ouro Preto, specie di mulattiere per gente con i polpacci grossi, facendosi il segno della croce ogni volta che passa davanti a una chiesa (una a ogni angolo di strada). Armando smadonna cose romane quando scopre che gli spaghetti aiioeoiio che ha ordinato al ristorante fintoitaliano in cui l’ho portato non sono ar dente. La tipa che trema ogni volta che sale su un aereo smadonna cose lombarde quando, dopo cena, le porto il marito a fare un giretto digestivo: è convinta che lo abbia trascinato in qualche postribolo. Ognuno, come sempre, ha qualcosa che non và. Italianos.
Nel minibus che ci conduce all’aeroporto, Ribeirão Preto e la cariatide di Rovigo, anziché ascoltare come da programma le soporifere spiegazioni della guida infarcite di tipico e di avverbi superlativi, si mettono a intonare i canti delle Giovini Italiane, un tenero ricordo dell’infanzia (e qui la cabocla si tradisce, svelando un’età da cartapecora). Da lì ai canti della verde Padania il passo è molto breve, e nessuno sembra dare troppa importanza al fatto che con noi ci sia un romano (ladrone, terrone, sputazzone). Solo io gli do importanza, mi ha colto un raro attacco di correttezza politica, ma taccio. Non voglio sollevare vespai, anche perché l’Azienda, prima di partire, mi ha segnalato la giovine milanese come cliente VIP, dunque intoccabile. Qualunque stronzata esca da quella fogna di bocca devo far finta di non avere le orecchie.






Brasilia, il potere, le ville con i ricevimenti e i cioccolatini degli ambasciatori, gli schiavi delle città satellite, l’architettura folle e visionaria di Niemeyer, gli sciroccati delle mille comunità mistiche che la popolano. Il giro è velocissimo - arriviamo di notte e ripartiamo il pomeriggio seguente -, ma tanto basta alla guida, tal Paulo, per tenerci un comizio elettorale, stavolta di estrema destra. Applauditissimo dai ragazzi. Il tipo, che indossa una Lacoste piallata, è un fan postumo del corrottissimo presidente Collor, noto consumatore di polvere e di jet-ski. Nonostante nel 1992 il marajà (questo il suo soprannome dell’epoca) venne cacciato dal trono con un sollevamento di massa delle piazze che portò all’impeachment, in Brasile circola ancora qualche disperato che è convinto di quanto Collor sia stato un benefattore per il paese. Tra le sue medaglie più luccicanti quella di aver aperto il Brasile all’importazione di ogni tipo di merce, così oggi i miliardari, finalmente, possono guidare i fuoristrada statunitensi o giapponesi senza troppe seccature. Me lo ricordo, Collor, mentre tentava di risolvere gli annosi problemi dell’economia brasiliana tra un giro fra i castelli della Loira e un nuovo tailleur alla First Lady, una bionda slavata tirata fuori pari pari da qualche telenovela a base di ricchi & vincenti. Chiusi la tribuna politica e l’album dei ricordi.
Di Brasilia vediamo pochino, al più un ridicolo alzabandiera di fronte alla residenza del presidente, ma lo sproloquio politico di Paulo Lacoste rimane uno dei più bei ricordi della città per il mio gruppetto di teste di padania. Quale profonda esperienza della realtà brasiliana porteranno a casa non mi è ben chiaro, ma l’importante, in questi avventurosissimi viaggi organizzati, è che il cliente si senta di aver visto/fatto/capito qualcosa. Il resto è tutta cornice. Bricolage.





Manaus, la foresta, il Teatro Amazonas, le zanzare, la malaria, le zanzare, la malaria. A proposito, io non ho visto una sola zanzara in tre giorni di permanenza, ma i miei hanno iniziato a cospargersi di repellente già in aereo, quando le hostess sbraitano di rimanere seduti finché il segnale delle cinture di sicurezza non sia spento. Armando non riesce proprio a stare seduto, deve andare su e giù per il corridoio, sudando, ricoprendo se stesso e chi gli sta dietro di Autan Extrastrong®, piombandomi di colpo addosso, mentre fingo di non vederlo e di dormire, per farmi improrogabili domande sui tempi di viaggio (quante ore da Manaus a Salvador - e il bello è che dobbiamo ancora arrivare a Manaus -, quante di barca fino all’hotel nella foresta, c’è la malaria, le zanzare), il tutto ripetuto tre volte e con quadrupli scaracchi. Uno spasso. ‘A Armà, perché nun te leggi er programma? E nun me stai a scassà?’, sogno di poter dire.
All’aeroporto né zanzare né malaria, solo un gruppo di otto fantozzi che lascia dietro di sé un alone schifoso allo zampirone e Bia, finalmente una guida carina. Dall’aeroporto all’Ecopark, il nostro hotel di selva, ci vuole circa un’ora in barca, e il gruppo vacanze è cotto dal caldo umido e inebetito dalla bellezza del fiume. Forse anche un po’ in overdose da Autan.
Le camere sono decisamente spartane, io stesso (è la prima volta che alloggio all’Ecopark) mi sorprendo per l’essenzialità delle stanze, soprattutto a fronte dei ziliardi a cranio che i miei stanno spendendo in questi quindici giorni di tutto-compreso.
“Tutti gli alberghi nella foresta, più o meno, sono così”, mi spiega Bia. “Prezzi alti per stamberghe piuttosto essenziali.”
A me la camera va benissimo, ma sul volto dei giovani leggo un profondo disappunto. Nessuno, però, ha il coraggio di dire qualcosa. Volevate l’avventura nella foresta amazzonica? Mo’ beccatevi quattro pareti di legno, un neon e una doccia fredda. E nemmeno una zanzariera montata sui letti. E zitti.
L’unica che ha la capacità di esternare la propria costernazione, ovviamente, è la stracciaballe vip, sotto forma di uno stizzito:
“Pietro, potresti dire agli indigeni che gli asciugamani delle camere sono sporchi?”.
Eseguo, odio, mi apparto a mangiare con Bia. Le guide cenano sempre in un tavolo separato, in qualunque angolo della terra e durante qualsiasi tour dell’ostia, così da evitare le mille domande cretine dei clienti, che spesso sfociano nel privato, del genere ‘ma come fai a vivere qua?’. Si stupiscono, anzi, quando un accompagnatore/trice si siede al tavolo del gruppo, interpretandolo come un attaccamento particolare alla mancia di fine giro.
Con Bia diamo via allo sport più gustoso di questi rari momenti di relax, la fofoca, le chiacchiere condominiali, commenti astiosi e da serve. Scambi di aneddoti sugli orrori incontrati lungo il periglioso cammino della professione. Il tutto, è chiaro, in portoghese stretto e a volume bassino.
I giri nella foresta sono esaltanti, Bia spiega ai buzzurri ogni cosa, ogni minimo particolare di questa pianta o di quella scimmia, eppure Gian Maria trova il coraggio di spaccarle l’anima, di dare opinioni sull’ecosistema, di cui peraltro non sa nulla. Forse sa qual è il tram che porta da piazza Duomo a Rozzano, ma di certo non sa distinguere un albero di pau brasil da un banano. Però regala a tutti, con quella vociazza e con quell’accento ambrosiano così in péndant con la foresta, opinioni, pareri, interpretazioni. Bia ribolle, il mio bananeto non ne parliamo.
Il clou dell’escursione nella selva è la pesca al piranha (pronunciato pirana, piraggna, piraha, cioè in tutti i modi possibili fuorché quello giusto) e la ‘caccia’ con la torcia, per il semplice avvistamento, agli alligatori. Nel primo caso, a tutti viene dato un filo con un amo e qualche pezzetto di carne, e come lo buttiamo in acqua si sente un gran lavoro di mandibole, là sotto. Armando si è messo il salvagente, se lo annoda nervosamente ogni dieci secondi, e si arpiona con le unghie, terrorizzato, alla struttura in legno della barchetta che naviga attraverso gli stretti igarapés.
“Non posso finire in acqua”, mi chiarisce atterrito. Così facendo, però, muove più lui la barca che non il rollio naturale.
Dopo aver tirato su e ributtato in acqua qualche piranha (dalla poppa del Titanic giungono proteste ecologiste, indovinate di chi), al tramonto ci aspetta la seconda chicca del programma. È già buio, Bia e il barcaiolo puntano le torce in direzione delle sponde dei canali, per scorgere i puntini rossi che corrispondono alle pupille degli alligatori. Il compito, anche se lo fanno tutti i giorni, non è facile, gli animali non abbondano come gli alberi, per cui al rientro siamo riusciti a vederne non più di due o tre (voci contrastanti in merito), e solo da parte di chi è seduto a prua.
“Che delusione, non sono riuscita a vederne nemmeno uno...”, fa la vecchia signorina, con un tono che sa tanto di “Non avete rispettato il programma. Ho pagato, dove sono i miei occhi di alligatore?”
Te li darei io gli occhi di alligatore, te li.
Lasciata la foresta e il fiume, facciamo un giro di Manaus, prima di prendere l’ennesimo aereo. Porto, mercato, teatro e lo spettacolare museo di Scienze Naturali dell’Amazzonia, dove c’è un acquario con pesci grandi come sottomarini. È curiosamente gestito da alcuni volontari giapponesi che più in là dell’obrigado, in portoghese, non vanno. Molti sorrisi, però.







La tappa successiva è la sempre splendida Salvador de Bahia, la Napule brasiliana, un tesoro inestimabile fatto di spiagge mozzafiato, di ottima musica e di libri meglio. Quando deciderò di fare il grande salto, e verrò a vivere in Brasile, il dilemma sarà: Rio o Salvador?
Ci riceve Simone - donna, il bello dell’ambiguità brasiliana -, italiano impeccabile, autista/marito italiano (ma che si dichiara tale solo a fine tour: non vuole domande impiccione da parte dei clienti), fare esperto tutto baiano, tipo scugnizzi dei quartieri spagnoli. Purtroppo il programma è agli sgoccioli e a Salvador è riservato un tempo striminzito, quanto basta per un giro ‘classico’ del Pelourinho. Niente spiagge, niente feste. Armando vuole fare da sé - in fin dei conti non deve essere poi così marcio come sembra, forse detesta l’atmosfera di branco -, il pomeriggio libero lo dedica allo shopping per i fatti suoi. Gli do le coordinate per non farsi fottere più del dovuto dai bancarellari del Mercado Modelo, che ti venderebbero anche la madre, caso mai tu volessi acquistarla. Verso l’ora del tè lo vedo che arranca, grondante e carico di pacchi e pacchetti, su per le ladeiras del centro, sfatto ma felice di aver provveduto ai regalucci per circa centocinquanta parenti e amici.
L’ultima sera, quella di commiato, la trascorriamo al Solar do União, il ristorante-ghetto per turisti dove tra una roda de capoeira e il fondoschiena di una mulatta si cena e ci si stordisce a suon di luci colorate, caipirinhas, natiche abbronzate sballonzolanti e tamburi assordanti. I mariti, in particolare, hanno una luce ambiziosa negli occhi, ma le mogli li tirano per i gomiti e li rimettono in carreggiata, ricordando loro doveri e responsabilità, come da contratto. Tutto, qui, ha così il sapore del preconfezionato che persino le baiane in abiti tradizionali hanno un che di plastica, e la gente è così tanta che si pesta i piedi per infilare la forchetta nel buffet. Il Brasile autentico dei dépliant, autentico che più autentico non si può.
La mattina seguente prendiamo l’aereo per il lungo rientro. Mentre sorvoliamo le coste del Ceará, dove qualche anno fa ho acquistato un piccolo pezzetto di terra, un fazzoletto di sabbia dove fuggire nel caso che il Berlusca si impossessi anche di casa mia, mi piange il cuore. Vorrei paracadutarmi laggiù e lasciare tornare i miei, da soli, nel Bel Paese di Zio Paperone. Ad aggiungere un’altra bandierina sul mappamondo imbecille dei paesi fatti.

















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